John Foot Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/john-foot/ un blog di approfondimento culturale Tue, 13 Nov 2018 21:18:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg John Foot Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/john-foot/ 32 32 L’eredità della legge Basaglia, 40 anni dopo https://minimaetmoralia.it/societa/legge-basaglia-40-anni/ https://minimaetmoralia.it/societa/legge-basaglia-40-anni/#comments Tue, 13 Nov 2018 06:30:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38629 Pubblichiamo la versione estesa di un pezzo uscito su Le Monde diplomatique, che ringraziamo. L'articolo è basato sul libro di Pietro Cipriano Basaglia e le metamorfosi della psichiatria, uscito per Elèuthera. (fonte immagine)

di John Foot

Nel 1961 un giovane psichiatra di nome Franco Basaglia ricevette un’offerta di lavoro. Il direttore del manicomio di Gorizia era morto in un incidente stradale, e la carica era rimasta vacante. Gorizia, all’estremo confine orientale del paese, era una cittadina di appena 40.000 abitanti, piena di soldati, caserme e posti di blocco. La cortina di ferro era dietro l’angolo. La città era anche una roccaforte delle destre, con una maggioranza storica della Democrazia cristiana, una forte presenza di neofascisti e una sinistra minuscola. Forse non proprio il posto ideale per cominciare una rivoluzione.

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Pubblichiamo la versione estesa di un pezzo uscito su Le Monde diplomatique, che ringraziamo. L’articolo è basato sul libro di Piero Cipriano Basaglia e le metamorfosi della psichiatria, uscito per Elèuthera. (fonte immagine)

di John Foot

Nel 1961 un giovane psichiatra di nome Franco Basaglia ricevette un’offerta di lavoro. Il direttore del manicomio di Gorizia era morto in un incidente stradale, e la carica era rimasta vacante. Gorizia, all’estremo confine orientale del paese, era una cittadina di appena 40.000 abitanti, piena di soldati, caserme e posti di blocco. La cortina di ferro era dietro l’angolo. La città era anche una roccaforte delle destre, con una maggioranza storica della Democrazia cristiana, una forte presenza di neofascisti e una sinistra minuscola. Forse non proprio il posto ideale per cominciare una rivoluzione.

L’offerta non sembrava promettente. Basaglia era un raffinato intellettuale di Venezia, con una cerchia di amici colti e una giovane famiglia. Gorizia era la provincia profonda. Trasferirsi là, disse, sarebbe equivalso a un «esilio interiore». Ma non aveva scelta. Bisognava pur lavorare. Così, nel novembre del 1961, assunse la direzione dell’istituto e dei suoi 500 pazienti.

Il manicomio di Gorizia era uguale a tanti altri, in Italia e nel mondo. L’architettura era carceraria, e lo stesso l’armamentario di contenimento accumulato nel corso degli anni – gabbie e camicie di forza per gli agitati, apparecchi portatili per l’elettroshock, depositi per gli effetti personali che in molti casi sarebbero rimasti là come i pazienti: a vita. Tipica anche la collocazione del complesso, al margine estremo della città.

I pazienti venivano ricoverati sotto osservazione su richiesta delle famiglie, di un medico o della polizia. Una volta bollati come «alienati mentali» (o con altre diagnosi: alcolismo, per esempio; il manicomio di Gorizia aveva un intero reparto dedicato) venivano internati – per anni, per decenni, a volte per sempre. Il sistema italiano era governato da due leggi prefasciste, risalenti al 1904 e al 1908, che imponevano il ricovero forzato «quando [le persone] siano pericolose a sé e agli altri, o riescano di pubblico scandalo», e dal codice penale fascista del 1930, che equiparava il ricovero a un precedente penale, anche se il paziente non aveva commesso alcun reato e tantomeno aveva subìto processi. Il manicomio offriva alcune forme di «trattamento», ma si stenta a definirle terapeutiche. Senza il loro consenso i pazienti erano sottoposti a terapia elettroconvulsiva e insulinica, a interventi di lobotomia e a pure e semplici sevizie, come l’immersione in bagni ghiacciati o una variante ante litteram del waterboarding: secchiate d’acqua sul volto, con la bocca imbavagliata da un panno. Doveva essere un luogo di cura, ma non lo sembrava affatto. Più che pazienti gli internati parevano carcerati.

Con il tempo, molti si rassegnavano a quella che nel 1961 Erving Goffman aveva definito la «carriera del paziente perfetto»: atteggiamento abulico e remissivo, accettazione passiva del sistema, perdita di controllo persino sulle funzioni fisiologiche. Il tempo passava ma non cambiava niente. Inutile contare i giorni: erano detenuti, ma nessuna sentenza aveva specificato la «fine pena». Pazienti e personale manifestavano i sintomi di quella che in seguito sarebbe stata riconosciuta come vera e propria nevrosi istituzionale: comportamenti ossessivi e stereotipati; apatia; gerarchie interne di potere e sopraffazione. Le sigarette erano onnipresenti, e usate come moneta ufficiosa. I medici andavano e venivano a proprio piacimento, celebrando quello che R.D. Laing avrebbe definito «il cerimoniale del controllo» durante il giro in reparto per poi andare a occuparsi dei propri ambulatori privati.

Al decesso di un paziente la campana suonava a morto, poi la salma spariva. Da ogni punto di vista – politico, sociale, culturale, morale, persino umano – quel mondo era popolato da gente dimenticata, da morti viventi. E solo in Italia erano 100.000, tutti rinchiusi in strutture psichiatriche pressoché identiche ovunque. Erano persone inermi, private di ogni controllo sulla propria vita, sui trattamenti. Al momento dell’accettazione dovevano consegnare la fede di nozze e ogni effetto personale, poiché non avrebbero avuto spazi privati in cui custodirli,venivano rasati a zero e spogliati. La separazione tra uomini e donne era inflessibile.

La prima reazione di Basaglia fu di ripugnanza. Quel posto gli ricordava anche episodi del suo passato. Come scrisse negli anni Settanta:

Quando entrai per la prima volta in una prigione, ero studente in medicina. Lottavo contro il fascismo e fui incarcerato. Mi ricordo della situazione allucinante che mi trovai a vivere. Era l’ora in cui venivano portati fuori i buglioli dalle varie celle. Vi era un odore terribile, un odore di morte. Mi ricordo di aver avuto la sensazione di essere in una sala di anatomia dove si dissezionano i cadaveri. Quattro o cinque anni dopo la laurea, divenni direttore di un manicomio e, quando entrai là per la prima volta, sentii quella medesima sensazione. Non vi era l’odore di merda, ma vi era un odore simbolico di merda. Mi trovai in una situazione analoga, una intenzione ferma di distruggere quella istituzione. Non era un problema personale, era la certezza che l’istituzione era completamente assurda, che serviva solamente allo psichiatra che lì lavorava per percepire lo stipendio alla fine del mese.

Presto però in quella spaventosa «istituzione totale» le cose sarebbero cambiate.

Fin da principio Basaglia aveva preso una decisione: aveva accettato l’incarico, ma non avrebbe accettato le sue regole. Nemmeno il posto stesso. Lo respingeva.Da subito l’aveva paragonato a un campo di concentramento. Era un luogo di morte, e in seguito lo avrebbe definito una discarica per gli indigenti e i «devianti».

Ma come ribellarsi? Basaglia non aveva un piano prestabilito, solo un impegno al cambiamento. E lo manifestò da subito. Nel racconto di un collega, «al suo primo giorno, quando la capo infermiera gli consegnò l’elenco delle persone che avevano passato la notte legate al letto, lui ha riposto: “Io questa roba non la firmo”». Era un primo atto di resistenza, un gesto contro il suo stesso potere e contro la logica dell’istituzione sotto il suo controllo.

L’unico vantaggio di un lavoro senza sbocchi e nel bel mezzo del nulla era che nessuno si aspettava niente da lui. Per paradosso, il manicomio gli offriva un margine di libertà impensabile altrove.

Poco alla volta l’equilibrio di potere nell’ospedale cominciò a cambiare. Arrivarono altri psichiatri che condividevano la sua posizione. Si abbatterono muri e reticolati, l’uso dei sistemi di contenimento fu ridotto e infine eliminato, e alcuni pazienti furono addirittura dimessi, almeno per quanto possibile entro il quadro di legge del 1904. Diminuì il ricorso all’elettroshock (che tuttavia non scomparve mai del tutto). Si cominciò a pubblicare un giornale dei pazienti. Si aprì un bar nel complesso, e una bottega di parrucchiere. Ai pazienti furono restituiti gli abiti, e la dignità. Uomini e donne poterono di nuovo mescolarsi tra loro. Molti furono incoraggiati a trovare un lavoro, e ricevettero uno stipendio regolare.

Su un registro più filosofico, Basaglia sosteneva che ogni diagnosi medica andava«messa tra parentesi». Ciò che contava era costruire un rapporto con i pazienti, ascoltare le loro storie. In un caso, insieme al suo primo collaboratore, Antonio Slavich, passò quattro giorni e notti filati ad ascoltare il racconto traumatico di un paziente, Mario Furlan, che aveva più volte tentato il suicidio. In seguito Furlan sarebbe diventato uno dei leader del movimento di pazienti sorto all’interno dell’istituzione. Perché Basaglia non si limitò ad abbattere steccati, cancelli e sbarre – oltre a eliminare le serrature sulle porte: incoraggiò i pazienti ad assumere il potere. Furono loro stessi ad abbattere le barriere.

Siamo stati noi a mettere le serrature alle porte, avrebbe detto Basaglia in seguito, ma sono loro a dover girare la chiave. Nel 1965 introdusse assemblee cui partecipavano tutti nel manicomio. Si discuteva e si votava alla pari su temi di ogni genere, dalle questioni di ordinaria amministrazione a quelle più teoriche.

Le assemblee di Gorizia sarebbero diventate il precursore del 1968, un miracolo dentro un miracolo. La gente arrivava dall’altro capo del mondo per assistervi. In una delle istituzioni più antidemocratiche in assoluto era stata introdotta un’iper-democrazia. Era il capovolgimento, la negazione, la rivoluzione culturale cui aspirava Basaglia. Ma il suo obiettivo non era creare un ospedale più vivibile – una gabbia d’oro, come diceva lui. Il suo scopo era abolire tutti gli ospedali. Distruggere, come scrisse a metà degli anni Sessanta, l’intero sistema degli ospedali psichiatrici. Era un cambiamento radicale, disse, ma ovvio e necessario.

Già nel 1968 i fatti di Gorizia avevano cominciato a esercitare un impatto nazionale. Ispirarono e si ispirarono ai movimenti esplosi quell’anno in Italia e in tutto il mondo. La rivoluzione avvenuta nel manicomio combaciava alla perfezione con le idee del movimento, soprattutto ai suoi albori. In Italia urgevano riforme in tutte le istituzioni – le scuole, l’esercito, la Chiesa, le carceri, le università. Medici, soldati, detenuti, preti, docenti e studenti cominciarono a rivoluzionarle dall’interno, esigendo riforme e cambiamenti reali. Gorizia era un esempio concreto di istituzione già trasformata da un manipolo di uomini e donne impegnate. Era un modello.

Il messaggio di Gorizia arrivò all’opinione pubblica attraverso i canali culturali. Nel marzo 1968, con tempismo impeccabile, la prestigiosa editrice torinese Einaudi pubblicò un libro collettivo. Si trattava di un resoconto di quella che Basaglia chiamava «la realtà di un’istituzione in corso di trasformazione». Conteneva le voci dei pazienti oltre alle riflessioni teoriche e ai verbali dei dibattiti. Forma e contenuto entrano strettamente intrecciati al movimento del ’68 e ai suoi scopi.

L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico fu un caso editoriale. Andò a ruba nelle librerie, e compariva nella biblioteca personale di ogni aspirante sessantottino. Fu tradotto in francese, tedesco, spagnolo e portoghese (ma non inglese). Gli studenti accorsero in massa a visitare Gorizia, seguiti dai giornalisti, i fotografi e infine i politici. Nel 1968 il ministro della sanità, il socialista Luigi Mariotti, presentò una riforma che mitigava la natura repressiva del sistema dei manicomi. Criticò con ferocia gli ospedali che aveva visitato, paragonandoli a «campi di concentramento nazisti, inferni danteschi». Era il segno dell’influenza di Gorizia sulla legge e le politiche nazionali, ma adesso serviva un’altra strategia. Il modello era perfetto, ma non si era diffuso alla società. Il movimento, disse Basaglia, doveva muoversi. Non poteva fermarsi a Gorizia. I militanti goriziani dovevano lasciarsela alle spalle, assumere il controllo di altri manicomi, chiuderli e abolire se stessi insieme al sistema.

Nel 1972 la rivoluzione si arrestò di colpo. I medici si dimisero in massa, proclamando «guariti» tutti i pazienti tranne 51. Scrissero una lettera aperta al consiglio provinciale, un testo rivoluzionario in cui citavano Fanon: «La nostra presenza nell’ospedale psichiatrico è peggio che inutile, è dannosa ai pazienti […] poiché ai loro occhi noi, gli psichiatri, continuiamo a rappresentare la giustificazione dell’internamento». Il gruppo militante se ne andò e nel manicomio di Gorizia tornò la normalità. La rivoluzione di Basaglia era passata oltre.

I basagliani si sparpagliarono in tutta Italia, insediandosi negli ospedali e negli ambulatori psichiatrici di Arezzo, Venezia, Reggio Emilia, Pordenone, Udine. Movimenti paralleli avevano già assunto il controllo di altri manicomi, a Perugia, per esempio, e in provincia di Napoli. Alcuni rappresentanti italiani dell’anti-psichiatria avevano superato persino Basaglia per radicalismo, negando l’esistenza stessa della malattia mentale, e tuttavia continuavano ad accettare incarichi di prestigio nel sistema degli ospedali. Molti manicomi erano rimasti uguali al passato.

All’inizio del 1970 anche Basaglia si trasferì in una città e in un manicomio più grandi, a Trieste – un altro avamposto sulla frontiera della Guerra fredda, ma molto meno provinciale di Gorizia. Là trovò un’istituzione pressoché immutata, con le stesse gabbie, le stesse sbarre alle finestre, gli stessi reparti chiusi a chiave con cui si era scontrato all’inizio, e si mise subito al lavoro. Questa volta il clima era favorevole, l’appoggio politico pieno, e tutto sembrava più facile. Il manicomio di Trieste si aprì alla città, e la città lo accolse.

Negli anni Settanta sarebbe diventato un polo attrazione per gli psichiatri radicali. A Trieste si crearono i nuovi servizi di assistenza. Basaglia adottò strategie di liberazione sempre più plateali. Noleggiò un aereo per portare i pazienti a vedere Venezia dall’alto – ai malati mentali era vietato per legge viaggiare in aereo. Invitò Ornette Coleman a tenere un concerto nei giardini dell’istituto. Un cavallo blu di cartapesta, realizzato all’interno dell’ospedale, fu portato in processione per le vie della città, seguito in corteo dai creatori, i pazienti e i militanti. Pittori e artisti realizzarono opere ispirate alla causa della riforma.

Psichiatri e volontari si recavano là come in pellegrinaggio. Nel 1977 Basaglia convocò una conferenza stampa in cui annunciò che a tutti gli effetti quello di Trieste non era più un ospedale psichiatrico. In tutta Italia riformatori e politici cominciarono a esigere l’abrogazione delle leggi anacronistiche che regolamentavano il settore della sanità mentale.

Nel 1978, finalmente, la lotta cominciata a Gorizia diciassette anni prima arrivò a Roma e raggiunse il parlamento. Una serie fortuita di circostanze aveva creato un vuoto legislativo, e nel giro di venti giorni (saltando l’interpellanza referendaria prevista all’inizio) fu varata la legge 180, meglio nota come Legge Basaglia. Tutti si schierarono in favore – tranne l’MSI. La nuova legge aboliva tutti gli ospedali psichiatrici, e non ne prevedeva di nuovi. Il sistema dei manicomi era finito. Ai pazienti venivano di nuovo riconosciuti i diritti umani e civili (entro certi limiti). I malati mentali erano appunto questo: malati, non una razza a parte.

Basaglia era consapevole che la legge era soltanto un compromesso. Era la vittoria di una battaglia, non della guerra. Un inizio, non la fine. Nei vent’anni successivi in tutta Italia si sarebbero susseguite le iniziative per la creazione di servizi alternativi: ambulatori, reparti di pronto soccorso, case-famiglia, cooperative. La stragrande maggioranza dei 100.000 malati psichiatrici del paese tornò a una vita normale. Alcuni però non erano più in grado di gestirsi fuori dal manicomio. A questo gruppo fu assegnato un nome tecnico: residuali. Per loro non si formulò una strategia esplicita. Di fatto erano casi disperati. Si poteva solo attendere che morissero.

Il processo di chiusura dei manicomi (e di apertura alla società) fu attraversato da contraddizioni. Si verificarono casi di suicidio e omicidio. Spesso erano le famiglie a doversi accollare un accudimento non più fornito dagli ospedali. Le differenze tra regioni erano enormi, e dunque anche il divario tra i servizi offerti in varie località del Paese. Trieste restava un modello per l’assistenza post-dimissione. La mia prima visita risale al 2010 e conservo ancora un ricordo nitidissimo dell’ambulatorio di assistenza psichiatrica nell’ospedale generale. Lo psichiatra di turno non indossava il camice, e non c’erano serrature alle porte. L’ambiente era accogliente quanto quello di un albergo.

Franco Basaglia è morto nel 1980, di tumore cerebrale. La sua salma fu trasportata in gondola alla tomba di famiglia sull’isola di San Michele a Venezia. Aveva appena cinquantasei anni. Non ebbe il tempo di mettere in pratica la legge che ha preso il suo nome. Ma oggi in Italia non esistono manicomi. Non che sia un paradiso, ma quel sistema repressivo è stato abolito, e non per questioni economiche ma per motivi morali e politici. Alcune delle strutture di un tempo sono rimaste vuote e abbandonate, ma molte sono state adattate a nuovi scopi. Alcune sono diventate «musei della mente», altre ospitano strutture sanitarie e ambulatori di assistenza mentale, altre ancora sono diventate scuole, università o condomini. I terreni dell’ex manicomio di Trieste oggi si sono trasformati in parco pubblico, con uno stupendo roseto.

Negli anni Settanta il «grande internamento» descritto da Foucault si tramutò in una «grande liberazione». La maggior parte dei 100.000 prima rinchiusi tra le mura dei manicomi si è assimilata nella società. E tutto questo è avvenuto per iniziativa di un movimento militante che aveva cambiato il sistema dall’interno, un fatto senza precedenti nel mondo occidentale: i manicomi italiani furono chiusi dalle persone che ci lavoravano. Così facendo, quelle persone abolirono anche i propri posti di lavoro – per sempre. Oggi nessuno è investito della carica di «direttore di manicomio», l’incarico svolto da Basaglia e dai suoi colleghi negli anni Sessanta e Settanta. Non esiste più un’istituzione da dirigere. Il movimento aveva agito contro il proprio interesse, in controtendenza con ogni forma di clientelismo, nepotismo, patrocinio dall’alto. Si era auto-negato.

Oggi Basaglia resta una figura di primo piano, in Italia e all’estero, e provoca ancora controversie e dibattito. Il suo insegnamento è stato recepito ovunque nel mondo, dall’Inghilterra al Brasile, dall’Olanda alla Germania. Uno degli slogan del suo movimento era: La libertà è terapeutica. Ma la libertà è sufficiente?

Il libro di Piero Cipriano prende avvio dalle vicende di Franco Basaglia, di Gorizia, di Trieste e della chiusura dei manicomi, ma va ben oltre un semplice resoconto. Cipriano ha lavorato per anni nei servizi di assistenza psichiatrica italiani, e riflettuto a fondo sul loro funzionamento, sulla psichiatria come disciplina, sulla stessa malattia mentale – riflessioni che informano in particolare la sua geniale e illuminante trilogia, la «trilogia della riluttanza». Il suo pensiero lo ha imposto come la figura più eterodossa, originale e interessante della psichiatria italiana dai tempi di Basaglia stesso.

Le parti più affascinanti e importanti di questo libro non sono quelle su Basaglia e il suo lascito, ma piuttosto quelle che trattano l’esperienza personale di Cipriano, il suo approccio critico alla psichiatria e alle sue prassi che emerge in particolare nel discorso sugli antipsicotici e gli antidepressivi. Cipriano chiama questi farmaci «manicomio chimico» e dimostra che non soltanto non incidono sulle cause sottostanti del disagio mentale, ma addirittura aggravano la situazione, causando problemi ulteriori.

Il libro si conclude con una sezione di coinvolgenti interviste e articoli di varie personalità nella professione psichiatrica e in altri campi, compreso un superbo colloquio con il regista e gestore di cinema Silvano Agosti, autore di un film su Basaglia e di un’altra pellicola sulla straordinaria esperienza di liberazione avviata a Parma negli anni Sessanta e Settanta dal politico comunista Mario Tommasini. Sono rimasto colpito in modo particolare dall’appello di Agosti per una giornata lavorativa «di due ore», data la mia esperienza con i ritmi da burn-out dell’odierna accademia inglese, «istituzione totale» in ogni senso della parola, in cui la malattia mentale dilaga sia nel corpo studentesco sia in quello docente.

Cipriano racconta anche la propria esperienza in prima linea nella quotidianità spesso desolante dell’attuale settore psichiatrico, con i mini-manicomi e il frequente ricorso alle cinghie di contenimento persino in Italia, a dispetto della sua tradizione basagliana. E indica una possibile e cruciale via alternativa alla pratica psichiatrica di oggi, con le diagnosi e la prescrizione di farmaci basate sul DSM. Che sia sorta una nuova generazione di Basaglia pronta a raccogliere il testimone degli psichiatri, volontari e militanti che negli anni Sessanta e Settanta avevano smantellato il sistema? Cipriano è ottimista, ma con misura. Il passato plasma il presente, ma non sempre, e nei cinquant’anni trascorsi dal Sessantotto, in molti campi – e istituzioni – si è senz’altro verificata una controrivoluzione. Ma per chi sta cercando una nuova via allacomprensione del disagio mentale e un diverso stile di vita nell’era di internet e in una società che Cipriano definisce panottica, libri come questo sono senz’altro un primo passo cruciale. Cipriano detesterebbe sentirsi definire «il nuovo Basaglia», ma questo testo ha il potenziale di diventare per il 2018 ciò che L’istituzione negata, il volume curato da Franco Basaglia e, come questo, collettivo in tutti i sensi, fu per il Sessantotto.

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Lettera aperta a un giornale della sera sul 25 aprile https://minimaetmoralia.it/interventi/lettera-aperta-a-un-giornale-della-sera-sul-25-aprile/ https://minimaetmoralia.it/interventi/lettera-aperta-a-un-giornale-della-sera-sul-25-aprile/#comments Tue, 26 Apr 2016 15:00:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30722 Caro Marco Cianca,

leggo il tuo articolo sul 25 aprile mentre, in treno, sto andando a Marzabotto.

Ho deciso infatti di trascorrere lì, quest’anno, il giorno della Liberazione. L’ho deciso per tanti motivi, non ultimo il fatto che a Monte Sole si presenteranno nuovi documenti sui processi ai criminali responsabili delle stragi del 1944, processi le cui sentenze, emesse in anni recenti, troppo recenti, non sono mai state eseguite.

Ho preso il treno, dunque, perché qualcosa di vivo e tremendamente attuale ancora mi lega, ci lega a quella storia, nessuna muffa, nessuna retorica, ma storie di persone tenute in vita da storici, familiari, avvocati e giornalisti che ho trovato uniti in una sala gremita di giovani e anziani, in uno dei giorni di pioggia più bui e tristi che io abbia mai visto a fine aprile.

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Caro Marco Cianca,

leggo il tuo articolo sul 25 aprile mentre, in treno, sto andando a Marzabotto.

Ho deciso infatti di trascorrere lì, quest’anno, il giorno della Liberazione. L’ho deciso per tanti motivi, non ultimo il fatto che a Monte Sole si presenteranno nuovi documenti sui processi ai criminali responsabili delle stragi del 1944, processi le cui sentenze, emesse in anni recenti, troppo recenti, non sono mai state eseguite.

Ho preso il treno, dunque, perché qualcosa di vivo e tremendamente attuale ancora mi lega, ci lega a quella storia, nessuna muffa, nessuna retorica, ma storie di persone tenute in vita da storici, familiari, avvocati e giornalisti che ho trovato uniti in una sala gremita di giovani e anziani, in uno dei giorni di pioggia più bui e tristi che io abbia mai visto a fine aprile.

L’ho fatto perché di mestiere mi occupo proprio di raccontare la storia e mi interessa stare nei luoghi dove le cose accadono anziché seduta in redazione a commentare lo spirito triste dei tempi nei quali ci troviamo a vivere, perché in effetti un po’ devo darti ragione, viviamo in tempi bui, come scriveva il poeta.

Cosa dici, infatti, sulle pagine del quotidiano per il quale lavori da tanti anni?

Scrivi che il 25 aprile “Il giorno dell’insurrezione di Milano, l’ultimatum «arrendersi o perire» intimato ai tedeschi e ai fascisti, Benito Mussolini che fugge dopo l’incontro con i capi della Resistenza che gli chiedono la resa senza condizioni. È il giorno scelto come simbolo della libertà e della rinascita democratica dopo gli anni della dittatura. Un giorno di festa. Un giorno di felicità, di orgoglio, di coesione nazionale. Così doveva essere, così non è stato”. Hai ragione. Ragione da vendere, anzi. E ti ringrazio per questo bellissimo incipit.

Se almeno l’anno scorso le istituzioni si erano avventurate per l’anniversario dei 70 anni in una campagna discutibile ma che almeno faceva parlare quest’anno niente. La noia, senza neanche la retorica, solo un basso profilo che disvela nei fatti che il tempo è passato e che è sbiadito il senso del giorno della Liberazione (e il servizio di Report fa molto riflettere sul ruolo che la scuola ha avuto n questa perdita di senso, un’inchiesta de Il Fatto sul senso della Liberazione per i giovani vale la pena di essere letta).

Mi permetto di rivolgermi a te perché sei uno dei pochi che ha provato a ragionare su questa triste fenomenologia. La stampa nazionale ha brillato, quest’anno, per un silenzio costellato qua e là di qualche recensione, e pure il tuo articolo non lo avrei notato se Marcello Veneziani non ne avesse parlato a Pagina Tre, poiché derubricato alla voce Sentimenti (perché?).

Ragioni nel tuo articolo sui motivi che questo disamore hanno generato, li indichi chiaramente e su questi, devo dire, non mi trovi d’accordo. Provo a spiegarti perché. Partendo dal primo punto che tu sollevi, quello dell’assenza di una memoria condivisa del 25 aprile.

Memoria divisa o delle colpe della sinistra. È vero, i vincitori si sono divisi, e i vinti loro no non si sono dati ragione di esserlo. La Liberazione non è ancora, non è mai stata un valore assoluto. Ma tu dici, “è colpa della sinistra”. La butti lì questa frase, come se fosse un dato storico inoppugnabile e non una tesi da dimostrare, con fonti alla mano e citando tutti gli studi che a tal proposito sono stati fatti. Perché di studi, su questo, ce ne sono tanti. A partire da quello, bellissimo, di John Foot, sulle memorie divise in Italia, o quello, altrettanto bello, di Sergio Luzzatto, sulla fine dell’antifascismo, o di Santo Peli, sulla Resistenza nella storia d’Italia. Ma non voglio fare un elenco. E’ colpa della sinistra. Sinistre queste parole riecheggiano un leitmotiv degli ultimi trent’anni. E’ vero la sinistra, ma diciamo i nomi e i cognomi perché li sappiamo, il PCI ha esercitato sulla Resistenza quella che è stata definita altrove una memoria possessiva. E sono stati anche studiosi come Claudio Pavone che tu citi, ma potremmo citarne tanti altri, a liberare la storia da una cappa di conformismo resistenziale, come ha scritto per ultimo Phil Cooke nel suo bel libro sull’eredità della Resistenza.

Molti, per inciso, studiosi di “sinistra”. Allora è proprio questo il problema? La retorica resistenziale del Partito Comunista? Ma il PCI non c’è più da tanti anni, e non si può certo dire che il partito suo erede abbia brandito la Resistenza come un’arma di battaglia politica. No, proprio no.

Il discorso pubblico degli ultimi trent’anni non è stato “forgiato” dalla sinistra.  E allora da chi? Sarebbe interessante per esempio fare uno studio approfondito sull’opera di divulgazione della storia contemporanea in generale, e della resistenza, in particolare, della grande stampa nazionale, non credi? Scrivi: “Una valanga di retorica ha seppellito ogni riflessione”. Bene, hai ragione, ma io credo che la retorica più grande degli ultimi anni sia quella che dà colpa di ogni fenomeno culturale e di memoria pubblica di questo paese, alla sinistra, una sinistra che non c’è più, così, in modo generico, senza spiegare, senza indicare, per poi dimenticarsi di tutto il resto, del presente, della scuola, delle nostre responsabilità generazionali. Non sei d’accordo con me?

De Felice negletto. Poi ci sono le cose che no, non si possono accettare più perché molto semplicemente non sono vere. Ovvero il fatto che gli studi di Renzo De Felice siano stati negletti, ignorati o confutati. Scrivi “Intanto Gli studi di Renzo De Felice sul consenso del regime, la constatazione che il fascismo era fenomeno di massa, sono stati, almeno all’inizio, ignorati o confutati”. All’inizio quando? Vuoi dire nel 1965 quando è uscito il primo volume della biografia di Mussolini,  l’anno nel quale, proprio grazie allo studio di De Felice la discussione sul fascismo ha fatto un grande passo in avanti nella ricezione dei mezzi di informazione di massa, tv e stampa compresa? Oppure ti riferisci al 1975, quando è uscita l’intervista sul fascismo? L’anno nel quale la Rai mandò in onda un faccia a faccia fra Denis Mack Smith e De Felice sul libro che videro milioni di persone che poterono formarsi, così, liberamente un’opinione sulle tesi dei due importanti studiosi?

Ti ho fatto solo due esempi ma protrei fartene decine di altri. Perché le tesi Renzo De Felice sono state sempre discusse e riportate entro l’arena pubblica. Giustamente, aggiungo. Ma dire che è stato negletto, be’, questo proprio non si può. Forse volevi dire allora che alcuni storici hanno volutamente ignorato il suo punto di vista? Hai ragione, qualcuno può averlo fatto, nei suoi studi può non averlo citato, ma certo sai anche quanto contano gli storici nella formazione di un’opinione pubblica nazionale? Poco, te lo assicuro. Molto di più valgono i giornali e la tv. E questi, ti assicuro, non hanno mai messo da parte il professor Renzo De Felice.

Una guerra civile. Che la guerra di liberazione sia stata anche una guerra civile non lo nega più nessuno almeno dagli anni Novanta, cioè dall’uscita del mastodontico studio di Claudio Pavone – che poi vorrei sapere davvero chi lo abbia letto fino in fondo, con le sue 825 pagine.

Ma quello che ha scritto Claudio Pavone non si traduce, da un punto di vista istituzionale, nelle parole di “pacificazione delle memorie” auspicata da Violante, come tu suggerisci.

Scrivi infatti “Fu una guerra civile, ha cercato di dimostrare lo storico Claudio Pavone. E anche Luciano Violante, quando ammonì che bisognava farsi carico delle motivazioni dei ragazzi di Salò, fu guardato con sospetto e rimase una voce isolata”. E infatti aggiungi: “Non si tratta di mettere sullo stesso piano torti e ragioni, la verità e la giustizia stavano da una sola parte, quella dei partigiani, quella delle donne e degli uomini che hanno ridato dignità all’Italia, ma non sforzarsi di capire fino in fondo le radici e le storie di chi aveva combattuto dalla parte sbagliata e usare il 25 aprile come una clava politica e propagandistica ha prodotto effetti nefasti”.

Anche questo è stato fatto, programmi come Combat film per esempio, tanto discussi al momento della loro messa in onda nel 1994, hanno proprio agito sulla dimensione pubblica nel senso che tu auspichi e da allora, infatti, nessuno si è più vergognato di dichiarare in tv il proprio passato fascista. Su questo anche si è discusso tanto ma forse vale la pena continuare a farlo se, leggo nei commenti al tuo articolo, ancora in molti considerano il 25 aprile come una iattura.

Ma ancora una volta mi chiedo e ti chiedo: sicuro che a produrre quelli che tu stesso chiami “effetti nefasti” sul presente siano stati l’utilizzo del 25 aprile come una clava politica (fenomeno ascrivibile a qualche decennio fa), o piuttosto il contrario: usare come una clava politica per 25 anni un antipartigianismo militante – quello sì, incontrollato, tanto da creare, come ha scritto Sergio Luzzatto, un vero e proprio decalogo del post-antiantifascismo.

Tralascio il passaggio nel quale scrivi di Berlusconi, e ti do ragione sull’incapacità di alcune associazioni di rendere la Liberazione una festa inclusiva. “Un pugno di imbecilli che i partigiani, quelli veri, avrebbero preso a calci nel sedere”. Sono d’accordo.

A chi spetta dunque oggi ricordare? Concludi, tristemente: “Adesso arriva questo settantunesimo anniversario. Arriva in un’Italia indifferente, che attaccherà il lunedì alla domenica per un altro ponte. Arriva in un’Italia divisa, cinica, litigiosa. Arriva in un’Italia nella quale le voci calde e appassionate dei protagonisti e dei testimoni dell’epoca stanno via via scomparendo. Incombe il rischio di un nebuloso oblio squarciato solo da freddi appuntamenti istituzionali”.  Mentre scrivevo questa lettera aperta il treno è arrivato a Marzabotto, sono salita a Monte Sole e ho assistito a un appuntamento istituzionale che freddo non è stato affatto.

Come promesso sono state presentate le ragioni per cui nessuno, e dico, nessuno dei condannati all’ergastolo per i crimini di Monte Sole, Sant’Anna Di Stazzema e delle altre centinaia di stragi del 1944, ha passato neanche un giorno in carcere.

Vedi che non c’è niente di retorico e polveroso in tutto questo: perché le sentenze che negano l’ammissibilità dei processi terminati in Italia nel 2008, sono del 2013, e perché appena un mese fa a un condannato all’ergastolo per la strage di Monte Sole è stata conferita una medaglia al valore civile da parte dell’ignaro sindaco del comune nel quale risiedeva da anni, dove, pensa, aveva fatto il consigliere per l’ SPD. E questo è stato possibile perché la Germania non riconosce, di fatto, la validità delle sentenze italiane.

Storie vive, che ci riguardano e riguardano il sistema della giustizia in Europa, oggi, ora, qui. Per questo non ho trovato niente di stantio, per esempio, nell’intervento di Cesare Zucconi, presidente di Sant’Egidio, che ha parlato della necessità di un’Europa più giusta, dove il diritto sia un diritto condiviso, perché il diritto condiviso oggi, più della memoria, aiuta a creare un humus possibile per compiere il progetto antifascista che celebriamo il 25 aprile.

Non c’è pace senza giustizia. Non è retorica questa, è azione politica. È quello che hanno fatto i partigiani, e che in tanti oggi pensiamo debbano fare sempre gli altri perché noi siamo troppo presi a lamentarci dei tempi tristi nei quali viviamo.

Nel Castello dei destini incrociati Italo Calvino racconta il meccanismo attraverso il quale la ricerca storica diventa memoria pubblica, lo fa in una pagina non a caso usata da Andrea Speranzoni, avvocato di parte civile del processo per Marzabotto in un suo libro sulle stragi dimenticate: “Il filo della storia è ingarbugliato non solo perché è difficile combinare una carta con l’altra ma anche perché ogni nuova carta che il giovane cerca di mettere in fila con le altre ci sono dieci mani che s’allungano per portargliela via e infilarla in un’altra storia che ciascuno sta mettendo su, e a un certo punto le carte gli scappano da tutte le parti e lui deve tenerle ferme con le mani, con gli avambracci, coi gomiti, e così le nasconde anche a chi cerca di capire la storia che sta raccontando lui. Per fortuna tra tutte quelle mani invadenti ce n’è anche un paio che gli viene in aiuto a tenere le carte in fila, e siccome sono mani che come grandezza e come peso ne fanno tre delle altre, e il polso e il braccio sono grossi in proporzione, e così la forza e la decisione con cui s’abbattono sul tavolo, va a finire che le carte che il giovane indeciso riesce a tenere insieme sono quelle che restano sotto la protezione delle manone sconosciute, protezione che non si spiega tanto con l’interesse per la storia delle sue indecisioni quanto col casuale accostamento d’alcune di queste carte in cui qualcuno ha riconosciuto una storia che gli sta più a cuore cioè la sua propria”.

Noi che lavoriamo nei mezzi di comunicazione siamo le mani grandi che decidono quali carte mostrare, non siamo gli unici certo, ma possiamo tanto nel far emergere uno sguardo piuttosto che un altro sul passato che poi è sempre uno sguardo sul presente.

Concludi con una tirata che ricorda Franco Battiato, per non dire Piercamillo Davigo. Povera patria corrotta “Abbiamo davanti a noi un’Italia senza fede, incredula, come sempre, in cui dilaga la corruzione, la sfiducia negli ideali, la rassegnazione di fronte al fatto compiuto, la furberia e lo spirito di sopraffazione del più forte sul più debole. Non sono morti per questo coloro che oggi commemoriamo». Parole pronunciate da Norberto Bobbio il 25 aprile del 1961. Che direbbe, Bobbio, in questo 25 aprile 2016”.

Ecco io credo che ci direbbe: non domandarti cosa il 25 aprile può fare per te, ma cosa puoi fare tu, ogni giorno, per il 25 aprile.

Buona Liberazione.

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Una delle “meraviglie del mondo”: l’assemblea generale https://minimaetmoralia.it/estratti/la-repubblica-dei-matti-john-foot/ https://minimaetmoralia.it/estratti/la-repubblica-dei-matti-john-foot/#comments Fri, 20 Feb 2015 09:42:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25524 Oggi, venerdì 20 febbraio, sarà presentato a Roma, presso il Museo della mente, il libro di John Foot LaRepubblica dei matti”. Franco Basaglia la psichiatria radicale in Italia (1961-1978) (Feltrinelli): anticipiamo qui un estratto della ricerca.
di John Foot 
Accompagnata da Basaglia, la democrazia entrò nel manicomio di Gorizia, un luogo che non aveva mai conosciuto la libertà di parola. Un’istituzione che era stata l’epitome della non-democrazia e dell’esclusione, dove i “pazzi” venivano rinchiusi e ridotti al silenzio, diventando non-persone prive di identità, di un passato e di un futuro, si trasformò in una scuola di democrazia, un luogo da visitare per vederla in atto. Era questo il “rovesciamento”, la “negazione”, di cui tanto parlava l’équipe di Basaglia. Gorizia era una meraviglia nel mondo del Sessantotto, una fonte di stupore, una visione di cambiamento che ti cambiava la vita: una specie di miracolo.

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Oggi, venerdì 20 febbraio, sarà presentato a Roma, presso il Museo della mente, il libro di John Foot LaRepubblica dei matti”. Franco Basaglia la psichiatria radicale in Italia (1961-1978) (Feltrinelli): anticipiamo qui un estratto della ricerca. (Fonte immagine)

di John Foot 

A Gorizia, come ad Arezzo, le parole degli internati si dimostrarono portatrici di verità molto più di quanto non sia scritto nei trattati di psichiatria.

(Agostino Pirella)

Le assemblee dei “matti” di Franco Basaglia sono l’esempio più alto e commovente del bisogno di democrazia – e il suo potere rigenerante.

(Anna Bravo)

Basaglia lavora solo con lo strumento della riunione, dell’assemblea.

(Giovanna Gallio)

Accompagnata da Basaglia, la democrazia entrò nel manicomio di Gorizia, un luogo che non aveva mai conosciuto la libertà di parola. Un’istituzione che era stata l’epitome della non-democrazia e dell’esclusione, dove i “pazzi” venivano rinchiusi e ridotti al silenzio, diventando non-persone prive di identità, di un passato e di un futuro, si trasformò in una scuola di democrazia, un luogo da visitare per vederla in atto. Era questo il “rovesciamento”, la “negazione”, di cui tanto parlava l’équipe di Basaglia. Gorizia era una meraviglia nel mondo del Sessantotto, una fonte di stupore, una visione di cambiamento che ti cambiava la vita: una specie di miracolo.

Le “assemblee generali” vere e proprie, aperte a tutti nell’ospedale, cominciarono nel 1965, ma le riunioni con la partecipazione dei pazienti rientravano nel progetto basagliano fin dall’inizio. Mario Dondero scattò una serie di fotografie di un’assemblea più piccola, di reparto (c’è anche Basaglia) nel 1964. Dal novembre 1965, comunque, l’assemblea generale dell’ospedale si teneva regolarmente ogni mattina, verso le 10. Chiunque poteva partecipare: infermieri, medici, pazienti, e anche le loro famiglie. Cominciavano ad arrivare anche persone dall’esterno: studenti, cineasti, giornalisti, attivisti, aspiranti psichiatri. Le assemblee erano coordinate dai pazienti e venivano verbalizzate. Il procedimento riprendeva in parte i metodi delle comunità terapeutiche classiche, in Scozia e altrove, che l’équipe di Gorizia aveva potuto studiare. Ci volle del tempo, prima che le cose cominciassero a funzionare.

Nella sala fumosa, con un tavolo e semplici sedie di legno, le prime assemblee furono all’insegna del pandemonio, o di lunghi e imbarazzati silenzi. Ne esiste qualche filmato, e le immagini dei tanti fotografi che accorrevano a Gorizia nel Sessantotto. Ma in quella nube di fumo di sigaretta, tra litigi, borbottii e pause interminabili quando nessuno apriva bocca, l’evento caotico andava prendendo forma, prefigurando il Sessantotto stesso. Per certi versi, era il Sessantotto. I pazienti gridavano e brontolavano, andavano e venivano a discrezione, e parlavano tra loro. Qualcuno si limitava a star lì a guardare, soprattutto all’inizio. Molti non si presentavano nemmeno. I medici erano vestiti come tutti, in genere senza camice (fu definitivamente abolito nel 1964, anche se pare che qualche medico continuasse a portarlo come protesta contro le riforme di Basaglia, come un segno del suo non essere basagliano), e si mescolavano con i pazienti. I medici dell’équipe intervenivano poco durante le assemblee generali, alle quali però seguivano regolari sedute di verifica e altre riunioni per analizzare gli eventi della precedente assemblea: dopo un’assemblea, un’assemblea sull’assemblea.

Gorizia era verbosa, parlata, vociante e spesso molto involuta. Un po’ alla volta, però, i pazienti cominciarono a discutere delle cose che determinavano la loro vita di ogni giorno. Cominciarono, in una certa misura, ad assumere il controllo. Franco Pierini, un giornalista dell’“Europeo”, venne a Gorizia – con un fotografo – nel 1967. Così descriveva l’assemblea generale: Siamo stati due giorni a Gorizia, li abbiamo sentiti parlare questi uomini e queste donne, dibattere questioni che li riguardano da vicino: perché il reparto d non va in gita fuori da molto tempo, perché le donne della sartoria fanno opposizione al trasferimento della sala da pranzo nel loro laboratorio, perché non bisogna preoccuparsi se ogni tanto c’è qualche biscia nel parco: “La signora Giovanna ha parlato con una signora che lavora nei campi e ha detto che ha visto sì una biscia, però una biscia di campo non è velenosa”.

Sarebbe far torto a questi uomini e a queste donne, un torto grave, scrivere qui che parlano come noi. Sono migliori di noi nella tecnica della discussione, nella dialettica degli opposti pareri, nelle conclusioni raggiunte senza capri espiatori, senza vinti. Le vecchie rigidità gerarchiche venivano aggirate, rovesciate, ignorate e demolite. L’assemblea era la dimostrazione pratica di come si poteva “mettere tra parentesi la malattia mentale” nel rapporto con i pazienti. Durante gli incontri accadeva che qualche paziente creasse problemi, ed era difficile, e spesso frustrante, concentrarsi sul tema in discussione. Ma per Basaglia i pazienti “disturbatori” rientravano nel processo di cambiamento, erano segnali (positivi) di ribellione. Il suo lavoro, dichiarava, consisteva nel far esplodere le contraddizioni del sistema. Stava nascendo una comunità che, col tempo, sarebbe diventata capace di agire in modo collettivo.

Le assemblee presero gradualmente forma. I pazienti affluivano sempre più numerosi; i silenzi erano sempre più brevi. “La parola scorre, rimbalza, cattura infermieri e medici, ma richiede un ascolto che ne renda possibile il percorso.” Si contavano i voti e si prendevano decisioni. Si producevano documenti. Ai pazienti venivano affidate responsabilità reali, comprese quelle istituzionali e finanziarie. In genere la discussione riguardava le materie apparentemente più noiose e banali: vitto, sigarette, retribuzione del lavoro (per la prima volta il lavoro dei pazienti veniva pagato davvero), gite. Ma c’erano in gioco anche questioni più grosse. A chi si poteva permettere di uscire nel mondo esterno? Era davvero sicuro, e utile, aprire i reparti chiusi? Qual era esattamente il male – se pure male c’era – di cui soffrivano certi specifici pazienti? E tutto girava intorno a problemi ancora più grandi, che toccavano il cuore dell’“istituzione totale” all’interno della quale si tenevano le assemblee. Che cos’è la follia? Perché stavano tutti in manicomio? Chi ce li aveva messi? E loro stessi, chi erano?

I pazienti riprendevano, in parte almeno, il controllo sulla propria vita e su quella degli altri degenti. Ritornavano a essere persone, cittadini perfino, con responsabilità e diritti. Era un lavoro spossante, ma entusiasmante e fascinoso. Gli impotenti riottenevano il potere, e in questo percorso la forma contava quanto il contenuto. Il fatto stesso che le assemblee si potessero tenere era rivoluzionario. Ore passate a discutere sulla pulizia dei reparti, o sulla gestione delle assemblee stesse, ma questa era la democrazia in azione: democrazia vera, diretta, quasi senza mediazioni. Gli scomparsi del manicomio, quelli chiusi fuori dalla vita reale, senza diritti né identità, emergevano dall’oscurità. Dimostravano di saper badare a se stessi e organizzare la propria vita. Quello che si diceva non aveva in realtà grande importanza: il fatto entusiasmante era che qualcosa venisse detto, in pubblico. Alcune assemblee furono registrate nei dettagli e il materiale fu usato nelle pubblicazioni sull’esperimento goriziano. Questi verbali sono una sorta di storia orale trascritta dal movimento, che fu analizzata all’epoca, e che possiamo studiare di nuovo col beneficio del senno di poi.

Le assemblee erano il nucleo, il cuore pulsante del progetto basagliano. Le assemblee generali, soprattutto nel 1968, diedero a quell’esperimento un taglio estremamente radicale. Come ricordava un vecchio infermiere: “Fu proprio rivoluzione, la più clamorosa in Italia. Ridare una faccia, un’anima, persino un abito a chi s’era visto sottrarre tutto, persino uno specchio in cui guardarsi. Proprio una rivoluzione di classe” (Enzo Quai). Fin dall’inizio era apparso chiaro, a Basaglia e agli altri, che i pazienti nel manicomio non si identificavano semplicemente nella categoria dei cosiddetti “matti”: molto spesso provenivano anche da situazioni di estrema povertà. I volti erano segnati e deformati dalle privazioni e dal tempo passato nell’istituzione, i vestiti erano gli stracci dei poveri. L’analisi sociale del manicomio trovava conferma nell’aspetto fisico dei partecipanti alle assemblee generali. Mai prima di allora “i matti” avevano avuto la possibilità di farsi sentire (e Sergio Zavoli avrebbe portato la voce di alcuni di loro sugli schermi della televisione nazionale). Le assemblee erano dunque terapeutiche, ma nello stesso tempo erano rivoluzionarie. Il processo, però, era frenato dal contesto: dentro il manicomio.

Già alla metà degli anni sessanta Basaglia cominciò a sostenere che le prospettive della comunità terapeutica erano estremamente limitate. Il problema era l’istituzione in sé. La riforma poteva essere una trappola pericolosa: il cambiamento interno e l’avvio degli interventi “umanitari” rischiavano di prolungare la vita delle “istituzioni totali”. Un manicomio più umano poteva aiutare il sistema ad adattarsi a una società in via di rapida trasformazione, rendendolo più accettabile. I basagliani dovevano stare in guardia: potevano diventare gli “utili idioti” che, rendendo più tollerabili i manicomi, ne avrebbero impedito la distruzione. Basaglia sottolineava anche un altro rischio: che Gorizia venisse pedissequamente imitata, diventando una nuova forma, conservatrice, di ideologia. Altri furono più espliciti. Le assemblee diffondevano un’idea di “falsa democrazia”. Nella sua analisi dell’ospedale riformato nell’Istituzione negata, Slavich mette sempre la parola democrazia tra virgolette.

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Piazza Fontana, Pinelli e Calabresi https://minimaetmoralia.it/estratti/john-foot-fratture-ditalia/ https://minimaetmoralia.it/estratti/john-foot-fratture-ditalia/#comments Mon, 13 Jan 2014 15:02:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17474 Il racconto della recente storia d’Italia, e in particolare degli anni segnati dalla strategia della tensione, è parte sostanziale della ricerca di John Foot sulla memoria divisa e sul suo uso pubblico. Pubblichiamo, ringraziandolo, il capitolo su Piazza Fontana, Pinelli e Calabresi contenuto nel volume Fratture d'Italia. Da Caporetto al G8 di Genova. La memoria divisa del Paese.

di John Foot 

Due o tre fatti...Venerdì 12 dicembre, 1969. 16,37. Una bomba esplode nella Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, Milano. La banca è affollata di coltivatori diretti e altri clienti. Quattordici persone muoiono sul colpo, e altre due in ospedale poco dopo la strage. Ci sono ottantotto feriti. Lo stesso pomeriggio, tre bombe esplodono a Roma causando diversi feriti. Un’altra bomba è trovata inesplosa nella sede centrale della Banca Commerciale a Milano. La televisione statale diffonde le notizie alle 20,30. Si procede a retate di attivisti di sinistra in tutta Italia, con circa quattromila fermi e interrogatori. Anche Giuseppe «Pino» Pinelli, anarchico milanese, è convocato in Questura a Milano per essere interrogato.

15 dicembre, 1969. Si celebrano i funerali delle vittime della strage. Piazza Duomo e tutte le strade circostanti sono stracolme di gente. Quello stesso pomeriggio è arrestato al Palazzo di Giustizia di Milano l’anarchico Pietro Valpreda, portato poi a Roma per essere interrogato sulle bombe. Intorno a mezzanotte, Pinelli precipita dal quarto piano degli uffici della Questura di Milano. Il funzionario di polizia responsabile delle indagini sulla bomba di piazza Fontana è Luigi Calabresi. Pinelli muore mentre lo stanno portando in ospedale.

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Il racconto della recente storia d’Italia, e in particolare degli anni segnati dalla strategia della tensione, è parte sostanziale della ricerca di John Foot sulla memoria divisa e sul suo uso pubblico. Pubblichiamo, ringraziandolo, il capitolo su Piazza Fontana, Pinelli e Calabresi contenuto nel volume Fratture d’Italia. Da Caporetto al G8 di Genova. La memoria divisa del Paese. (Fonte immagine)

La strage di piazza Fontana è un romanzone angosciante, pieno di morti, di personaggi sul filo dell’invenzione, di povere vittime incolpevoli e anche di uomini che, come succede nei grandi casi della vita, scoprono se stessi e lottano in nome della verità e della giustizia. È anche il romanzo di una società. Milano soprattutto, divisa in due, gonfia di passioni, di fervori, di odii, vitali e faziosi, una piccola Parigi dei tempi del caso Dreyfus, così come la descrive Proust.

Corrado Stajano

 di John Foot 

Due o tre fatti…Venerdì 12 dicembre, 1969. 16,37. Una bomba esplode nella Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, Milano. La banca è affollata di coltivatori diretti e altri clienti. Quattordici persone muoiono sul colpo, e altre due in ospedale poco dopo la strage. Ci sono ottantotto feriti. Lo stesso pomeriggio, tre bombe esplodono a Roma causando diversi feriti. Un’altra bomba è trovata inesplosa nella sede centrale della Banca Commerciale a Milano. La televisione statale diffonde le notizie alle 20,30. Si procede a retate di attivisti di sinistra in tutta Italia, con circa quattromila fermi e interrogatori. Anche Giuseppe «Pino» Pinelli, anarchico milanese, è convocato in Questura a Milano per essere interrogato.

15 dicembre, 1969. Si celebrano i funerali delle vittime della strage. Piazza Duomo e tutte le strade circostanti sono stracolme di gente. Quello stesso pomeriggio è arrestato al Palazzo di Giustizia di Milano l’anarchico Pietro Valpreda, portato poi a Roma per essere interrogato sulle bombe. Intorno a mezzanotte, Pinelli precipita dal quarto piano degli uffici della Questura di Milano. Il funzionario di polizia responsabile delle indagini sulla bomba di piazza Fontana è Luigi Calabresi. Pinelli muore mentre lo stanno portando in ospedale.

12 dicembre, 1970. Imponenti manifestazioni si tengono a Milano e in tutta Italia. L’ultrasinistra lancia lo slogan «La strage è di Stato». Ci sono scontri di strada per ore nel centro di Milano, nei dintorni di piazza Fontana.

17 maggio, 1972. Calabresi è ucciso a colpi di pistola davanti a casa sua a Milano.

17 maggio, 1973. Il busto di Calabresi è inaugurato nel cortile della Questura di Milano. Mentre sta finendo la cerimonia, viene lanciata una bomba sulla folla, obiettivo il ministro degli Interni Mariano Rumor, presidente del Consiglio all’epoca della strage di piazza Fontana. L’ordigno cade su un gruppo di presenti: quattro gli uccisi, quarantasei i feriti. Il bombarolo, Gianfranco Bertoli, sostiene di essere un anarchico, ma ci sono prove schiaccianti che lo collegano ai servizi segreti e all’estrema destra.

Una città divisa, un passato contestato

Gli eventi del 1968, la bomba di piazza Fontana nel 1969, la morte di Pinelli, il caso Valpreda, ebbero tutti un impatto centrale sulla città di Milano. In tutto quel periodo, la città visse una divisione profonda, non solo riguardo all’impatto politico di queste vicende, ma anche rispetto alle vicende stesse. I fatti, come la loro interpretazione politica, furono e sono tuttora messi in discussione. Questa spaccatura si evidenziò in diverse maniere. In modo palese, durante manifestazioni e campagne politiche, ma anche in altri momenti pubblici e privati. Funerali, cerimonie, anniversari, commemorazioni, lapidi e pietre tombali, opere artistiche, teatrali e cinematografiche – tutto questo era vissuto in città secondo le interpretazioni diverse e contrapposte di questa tragica sequela di eventi. Inoltre, lo spazio fisico connesso agli eventi di piazza Fontana divenne anch’esso un notevole territorio di polemica e di scontro. La piazza stessa fu l’arena di numerose manifestazioni spesso violente, come pure gli altri luoghi in città legati in modo più o meno rilevante alla strage: il Palazzo di Giustizia, la Questura, la casa di Calabresi, il Duomo. Con il passar del tempo, questi conflitti divennero conflitti sulla memoria, sull’oblio, sulla giustizia. Gli «anni di piombo» dei due decenni successivi, caratterizzati dal terrorismo sia di destra sia di sinistra, hanno contribuito notevolmente a creare un processo di crescente confusione riguardo agli eventi di piazza Fontana.

Nel 1991 Corrado Stajano – uno dei giornalisti più impegnati a far chiarezza sulla strage e sui fatti da essa derivati – si chiedeva preoccupato sulla rivista satirica «Cuore» se i giovani degli anni Novanta sapessero qualcosa riguardo a piazza Fontana. Le sue perplessità, intitolate provocatoriamente Piazza Lontana, si rivelarono effettivamente fondate, con la pubblicazione la settimana seguente di una serie di articoli sulle bombe scritti da alcuni studenti. Era chiaro che molti non avevano la più vaga idea riguardo ai fatti del 12 dicembre e alle loro conseguenze. La maggioranza attribuiva la tragedia alle Brigate Rosse, gruppo terroristico di estrema sinistra, nato solo agli inizi degli anni Settanta. Altri semplicemente ammettevano la loro totale ignoranza. Sia l’editore del giornale che i professori rimasero allibiti.

Uno degli obiettivi di questo lavoro è quello di esaminare come e perché questo sia potuto succedere. È mai possibile che gli eventi violenti, controversi, e scioccanti del 1969 e quanto ne seguì siano stati dimenticati e persino ignorati? In che modo possiamo conciliare la centralità del 12 dicembre 1969 – centralità sottolineata da tutti quelli che hanno scritto sul tema – con l’apparente indifferenza della generazione degli anni Ottanta?

Iniziamo dal caso Pinelli. Sin dalla morte di Pinelli nel dicembre del 1969, ci sono state controversie su come fosse morto, e perché. Sugli stessi fatti non è mai stato raggiunto un accordo. Esistono numerose versioni e ne spuntano di nuove, quasi quarant’anni dopo il tragico evento. Queste divisioni hanno continuato a separare i modi in cui Pinelli è ricordato: esistono infatti due lapidi molto simili dedicate all’anarchico, ubicate nello stesso posto, ma con messaggi differenti sulle circostanze della sua morte. Una prima linea divisoria può essere tracciata tra due contrastanti versioni della drammatica «caduta» di Pinelli dalla finestra della Questura nel 1969. La polizia dichiarò immediatamente che Pinelli si era suicidato, aggiungendo (falsamente) che era «profondamente compromesso» con l’attentato di piazza Fontana. Intanto, ben presto si iniziò a sospettare che le cose fossero andate diversamente.

Prese così forma un’altra versione, secondo cui Pinelli era stato assassinato. Le prove di questa versione risiedono soprattutto nel groviglio di menzogne e nelle versioni confuse rilasciate dalla polizia, e nel rifiuto di credere che Pinelli fosse il tipo di persona che potesse suicidarsi. Inoltre, molti accusarono la polizia della morte di Pinelli, indipendentemente dal fatto che fosse stato assassinato o meno. Dopotutto, era stato trattenuto illegalmente, per un crimine con cui non aveva nulla a che fare, ed era stato sottoposto a interrogatori per tre giorni e tre notti. Versioni più estreme parlano di torture di vario genere. La polizia negò qualunque sopruso. L’ultima parola giudiziaria sul caso Pinelli arrivò nel 1975, e fu un compromesso tra le due versioni generali offerte dalla polizia e dal «movimento».

Secondo la giustizia italiana, Pinelli non si era suicidato né era stato ucciso. Era stato colto da «malore», in parte dovuto al trattamento da parte della polizia, ed era «caduto» dalla finestra, morendo. «L’aria della stanza è greve, insopportabile. Apre il balcone, si avvicina alla ringhiera per respirare una boccata d’aria fresca, un’improvvisa vertigine, un atto di difesa in direzione sbagliata, il corpo ruota sulla ringhiera e precipita nel vuoto. Tutti gli elementi raccolti depongono per questa ipotesi.» Questa versione non soddisfò praticamente nessuno, e da allora è sempre stata ridicolizzata. Non abbiamo ancora un’idea chiara di quello che accadde in quella piccola stanza della polizia la notte del 15 dicembre 1969. Molte persone ne sono a conoscenza, non ultimi i poliziotti che erano lì con Pinelli (la maggioranza dei quali oggi è morta), ma una versione accettabile dei fatti non si è mai materializzata. Questa incertezza non ha fatto altro che esacerbare il conflitto sulla memoria del caso Pinelli, simboleggiata dalla «guerra delle lapidi» a Milano dopo il 2006.

La morte di Pinelli divenne un evento centrale negli anni Settanta in Italia, per tutta una serie di ragioni storiche e culturali. Primo, la natura tragica, quasi cinematografica, dell’evento destò interesse e dibattiti, così come i raffazzonati tentativi di copertura e le menzogne della polizia, facilmente confutabili. Secondo, la morte di Pinelli era intimamente collegata ad altri eventi scioccanti di quel periodo – la strage di piazza Fontana per cui fu arrestato, ma anche l’omicidio nel 1972 dell’ispettore di polizia Luigi Calabresi, accusato da molti dell’«assassinio» di Pinelli. Terzo, la natura del caso Pinelli si accordava con la mitologia e la storia della sinistra. Molti tracciarono dei paralleli con la morte inspiegata di altri anarchici in circostanze simili in Italia e negli Stati Uniti. La «caduta» di Pinelli si inseriva in una storia più ampia, suscitando memorie e passioni che andavano oltre l’evento in sé. Infine, il caso Pinelli era un giallo affascinante, con svolte improvvise e colpi di scena, misteri e travisamenti, e un cast di loschi personaggi. L’iconografia di Pinelli fu potente, e ispirò quadri, libri, film, rappresentazioni teatrali, poesie e canzoni.

La campagna per il suo personaggio si trasformò rapidamente in una componente cruciale del movimento per la giustizia (e per la vendetta) legato alla strage di piazza Fontana e alla «strategia della tensione». Inoltre, la campagna tenne il caso aperto, con la creazione di immagini indimenticabili e la riesumazione di macabri dettagli. Una serie di miti entrò a far parte del folklore della sinistra. Il caso Pinelli comprendeva anche altri personaggi che contribuivano alla natura drammatica della vicenda, prima tra tutti la moglie, Licia, e le loro due giovani figlie. A pochi mesi dalla sua morte, il caso Pinelli era diventato parte integrante dell’identità della sinistra. Schierarsi politicamente significava prendere posizione sul caso Pinelli. Qui non era ammessa nessuna zona grigia. Il linguaggio in quanto tale divenne oggetto di discussione, una linea divisoria tra destra e sinistra. Per molti, Pinelli non era solo caduto, piuttosto era «stato fatto cadere», era «stato fatto suicidare», «stato fatto precipitare». Furono i corpi a dominare il caso Pinelli. Le foto del suo cadavere furono sfruttate per i manifesti propagandistici prodotti dalla sinistra. Le sue ferite, o presunte tali, furono analizzate nel minimo dettaglio, così come le diverse fratture.

Un potente mito diffuso dalla sinistra – che Pinelli fosse stato ucciso da un colpo di karate – derivò dall’esame di un gonfiore sulla spalla dell’anarchico. La radiografia della sua schiena fu pubblicata sui giornali. Tutti conoscevano l’esatta altezza di Pinelli: un metro e sessantasette centimetri. Il corpo di Pinelli fu seppellito, poi riesumato per nuove autopsie, poi riseppellito, riesumato di nuovo e infine sepolto a Carrara. La prima riesumazione fu descritta con minuziosi e cruenti dettagli su tutti i principali quotidiani. Un manichino che rappresentava Pinelli fu gettato quattro volte da una finestra di fronte a fotografi e cameraman. Il tragitto di Pinelli per l’ospedale fu ripercorso dal giudice che investigava sul caso. Immagini del volto di Pinelli dominarono manifestazioni, manifesti e necrologi per anni. Nonostante le varie indagini e la sentenza del 1975, molti restarono convinti che Pinelli fosse stato assassinato. Dal 1969 i casi di Pinelli e di piazza Fontana hanno ispirato libri, articoli, campagne, canzoni, manifestazioni, inchieste pubbliche, romanzi, rappresentazioni teatrali, dipinti e monumenti, alcuni dei quali saranno discussi in questa sede.

Negli anni Settanta sorsero profonde divisioni in città sull’interpretazione di piazza Fontana e della morte di Pinelli. Molti hanno paragonato Milano dopo il 1969 alla Parigi del caso Dreyfus. Il periodo successivo alla strage fu segnato da conflitti su tutte le forme di memoria, incluse lapidi, memorial e monumenti. Come ha scritto Van Hass nel suo studio sul Vietnam War Memorial a Washington, le reazioni al «muro» costituiscono una sorta di «instancabile memoria […] una conversazione sull’America post-Vietnam» e una «continua negoziazione pubblica su patriottismo e nazionalismo». Ma alcuni memorial sono più contestati di altri. Molte lapidi meritano a malapena di essere menzionate persino quando vengono scoperte. Conflitti e attenzione nascono quando la lapide è strettamente collegata a recenti controversie politiche e sociali che hanno diviso una città, la società o la nazione. Ovviamente queste riflessioni si applicano anche al caso Pinelli, e non c’è da stupirsi che una lapide dedicata a Pinelli, una piccola e semplice lastra di marmo su cui sono iscritte solo ventitré parole, sia stata la lapide più discussa in tutta la storia della città.

Un altro evento intensificò ulteriormente l’atmosfera creata dalla strage di piazza Fontana e dal caso Pinelli. Il 17 maggio 1972 Luigi Calabresi, il poliziotto che aveva arrestato Pinelli nel 1969, fu freddato fuori da casa sua a Milano, mentre stava andando a lavorare. Un’immensa folla partecipò al suo funerale. Malgrado le lunghe indagini della polizia, nessuno fu accusato dell’omicidio. La campagna della stampa (in particolare quella del giornale «Lotta Continua») contro Calabresi fu ritenuta da molti responsabile del suo omicidio, e giornalisti come Camilla Cederna furono accusati di essere i «mandanti morali» dell’esecuzione. L’omicidio di Calabresi divenne l’oggetto di una seconda straordinaria serie di processi e campagne alla fine degli anni Ottanta, quando tre ex militanti dell’organizzazione di sinistra Lotta Continua furono arrestati, accusati e alla fine incarcerati per l’omicidio del poliziotto. La storia delle memorie legate al caso Calabresi mette in ombra quelle legate a Pinelli. È quasi impossibile raccontare uno dei due episodi senza fare riferimento all’altro. I dibattiti sulla loro memoria erano teoricamente separati, ma di fatto i due casi erano intrecciati. Come vedremo, spesso le domande di riconoscimento della «verità» da una delle due parti coincidevano con richieste di rimozione o alterazione delle memorie dell’altra. Memorie e commemorazioni erano divise, ma vivevano in simbiosi, in un continuo gioco di rimandi. Tali dibattiti si focalizzavano spesso sulla memoria pubblica.

Cinque lapidi

12 dicembre 1973

Nel quarto anniversario della strage di piazza Fontana, una lapide fu inaugurata sul prato davanti alla banca, in un’atmosfera di «totale tranquillità»: undici corone furono collocate alla base della lapide, che riportava questa semplice iscrizione:

Milano popolare e democratica a ricordo e monito pone
(nomi delle vittime)
Vittime della strage di piazza Fontana
12 dicembre 1969 – Milano – 12 dicembre 1973
Comitato permanente per la difesa antifascista
dell’ordine repubblicano

15 dicembre 1975

La prima lapide dedicata a Pinelli è collocata a piazzale Lugano a Milano da anarchici milanesi. L’iscrizione sul marmo è la seguente:

Nel sesto anniversario
dell’assassinio di Giuseppe Pinelli
gli anarchici milanesi
testimoniano
che non archivieranno
questo delitto di Stato
15 dicembre 1975

16 dicembre 1977

Quella sera un modesto gruppo di studenti militanti, anarchici ed ex partigiani pone una lapide in memoria di Giuseppe Pinelli sul prato davanti alla banca di piazza Fontana, accanto a quella delle vittime. L’iscrizione è la seguente:

Giuseppe Pinelli
ferroviere anarchico
ucciso innocente
nei locali della questura di Milano
il 16 dicembre 1969
gli studenti e i democratici milanesi

12 dicembre 1979

A piazza Fontana viene messa una nuova lapide di marmo sul muro della banca, il giorno del decimo anniversario del massacro. Questa lapide riportava un’iscrizione diversa da quella del 1973 che veniva a sostituire e che era stata tolta. I nomi delle vittime furono letti ad alta voce mentre si scopriva la lapide durante una solenne cerimonia. Ecco l’iscrizione:

In questa piazza
luogo di operosi incontri civili
il 12 dicembre 1969
un criminoso attentato
recava tragica sfida
alla città e alle istituzioni
repubblicane.
Milano popolare e democratica
onorava con determinazione
il sacrificio delle vittime
innocenti mobilitandosi
contro l’attacco eversivo
e contro ogni tentativo di avventurismo autoritario
a riconferma dell’attualità dei valori di libertà e giustizia
cardini del rinnovamento civile e sociale del Paese.
A memoria del sacrificio di
(nomi delle vittime)
Milano pone il 12 dicembre 1979

3 novembre 1989

La lapide di Pinelli fu rimossa per lavori sulla piazza, lucidata, e riposta dove era prima. Il sindacato locale di polizia, dopo i falliti tentativi per rimuoverla definitivamente, collocò un’altra lapide per conto proprio sul muro della caserma di piazza Sant’Ambrogio, dedicata a Luigi Calabresi. Le parole sono:

A ricordo
del commissario
della polizia di Stato
Luigi Calabresi
assassinato
da mani eversive
i poliziotti di Stato
3 novembre 1989

Tre commemorazioni

Dopo proteste di manifestanti e dei familiari delle vittime, una lapide fu finalmente posta nel 1973 per commemorare le vittime della bomba di piazza Fontana. La lapide fu collocata sul prato davanti alla banca. Diventò il punto centrale di manifestazioni ufficiali da quel momento in poi, anche se ci furono polemiche al momento della scoperta nel 1973, quando le famiglie delle vittime si lamentarono di «non essere state invitate» alla cerimonia inaugurale. Il Comitato replicò che aveva voluto un’inaugurazione pubblica, senza inviti ufficiali. L’iscrizione era semplice e tradizionale. Nessuno ebbe da lamentarsi della lapide in sé, ma furono in molti a notare la sua posizione piuttosto marginale nella piazza.

Nel 1977, dopo una discussione fra quello che era rimasto del movimento studentesco del Sessantotto, alcuni partigiani e gli anarchici, una lapide non ufficiale a Pinelli fu messa durante una manifestazione nella piazza, vicino a quella ufficiale (pare che gli organizzatori volessero collocarla fuori dal Comando dei vigili sulla piazza, e poi sul muro della banca stessa, ma nessuno di quei posti fu loro concesso). Nelle parole di Mario Martucci, studente attivista e tra gli organizzatori della realizzazione della lapide: «La collocazione nella piazza era un fatto obbligato che nasceva dalla verità dell’accaduto; c’erano le lapidi per le vittime della bomba e considero Pinelli doppiamente vittima di chi volle e organizzò l’attentato». Quelli che avevano contribuito a erigere la lapide informarono la polizia e le autorità locali, e la mancata azione da parte di questi suggerì una tacita accettazione. Legalmente, tuttavia, la lapide era «abusiva», ossia senza un permesso ufficiale scritto.

L’evento ebbe poca ripercussione sui giornali, anche sulla stampa rivoluzionaria, in quel momento. Ma quasi subito dopo le proteste cominciarono ad aumentare. La Democrazia cristiana annunciò ufficialmente che la lapide doveva essere rimossa immediatamente, e si lamentò dell’«arbitraria posa di una lapide in piazza Fontana […] dove viene ancora una volta strumentalizzata la memoria di un cittadino innocente, Pinelli». Perché tutte queste proteste? Il problema era che la lapide rappresentava solo una versione della storia di Pinelli. L’anarchico era stato «ucciso» nei «locali della Questura». Questa versione non era stata provata da nessuna inchiesta giudiziaria, ma era anche la versione che la maggioranza delle persone coinvolte nel caso Pinelli credeva fosse quella giusta. La lapide presentava dunque un aspetto di una vicenda estremamente contestata che aveva diviso la città, e la presentava come un fatto incontestabile.

È per questo che la lapide ha provocato tante controversie. Attraverso gli anni furono diversi i tentativi di rimuoverla da parte di magistrati, organizzazioni di polizia e gruppi politici, risultanti in manifestazioni, presidi e dibattiti a favore della stessa. Gli anniversari in commemorazione di Pinelli cominciarono a focalizzarsi attorno alla lapide, intanto che la partecipazione diminuiva. La lapide divenne l’unico mezzo di mantenere viva, almeno in parte, la memoria di Pinelli. La memoria su quanto era accaduto a Pinelli era divisa, ma solo una delle due parti di quella memoria aveva assunto la forma di un oggetto commemorativo.

Nel 1981 la lapide fu trovata a pezzi una mattina dai vigili urbani (presumibilmente per opera dei fascisti). L’organizzazione originaria fece costruire una lapide nuova, che fu ricollocata con una cerimonia. Nel 1986 il sindaco Tognoli dovette ammettere che la lapide mancava di autorizzazione ufficiale. L’anno dopo il sindaco Pillitteri scatenò notevoli polemiche con l’annuncio della necessaria rimozione della lapide, e della sua eventuale sistemazione nel Museo di Storia contemporanea di Milano. L’argomentazione del sindaco era che nel 1987 la lapide era diventata ormai parte della storia. Si sbagliava. Seguirono imponenti manifestazioni. Dario Fo organizzò una serie di repliche del suo pezzo teatrale Morte accidentale di un anarchico che ebbe inizio a tempo record, in dicembre. Fo dichiarò: «Non mi andava di accettare passivamente la rimozione della lapide di Pinelli». Altri sostenevano che quel museo copriva il periodo fino alla Resistenza, e che la lapide di Pinelli sarebbe sicuramente finita nei sotterranei. Martucci, uno dei responsabili della lapide, dichiarò che «togliere la lapide da piazza Fontana significa ammazzare Pinelli, perché un uomo muore quando si cancella anche il suo ricordo; noi dicevamo che la storia si scrive sulle piazze; oggi c’è chi vorrebbe farci credere che la si impara nei musei». Pillitteri fece marcia indietro. La lapide rimase al suo posto. Importava.

La più recente minaccia alla lapide arriva nel 1989, con una campagna da parte di uno dei sindacati di polizia a favore di un’altra dedicata a Calabresi. Dopo aver minacciato di rimuovere loro stessi la lapide a Pinelli, o di porre quella di Calabresi vicino, i sindacati ritrattarono, collocando la loro lapide a Calabresi (ancora una volta senza permesso ufficiale) nella caserma di piazza Sant’Ambrogio.

La lapide a Pinelli torna ancora a essere il centro dell’attenzione nel 1994. Lavori nella piazza rendono necessaria la rimozione temporanea della lapide. Ci fu una mozione di un consigliere di sinistra per ottenere la garanzia che fosse rimessa al suo posto non appena finiti i lavori. Grazie all’astensione della Lega, la mozione passò, dando status istituzionale a una lapide che non era mai stata ufficiale. Altre richieste esigevano un cambiamento nelle parole della lapide dedicata a Pinelli (per esempio «morto innocente nei locali della Questura»), o l’eliminazione di alcune frasi «controverse». Alcuni presero la legge nelle loro mani, alterando le parole sulla lapide. I dibattiti sulla lapide a Pinelli riflettono le divisioni aperte in città dopo il 1968-1969, ma le affermazioni a favore della lapide da parte dei sostenitori erano esagerate, e riflettevano quanto questa fosse stata sovraccaricata di valore politico e simbolico. Camilla Cederna dichiarò che rimuovere la lapide avrebbe significato «annullare la storia», Salvatore Veca la descrisse come «un pezzo di memoria collettiva», Mario Spinella insistette che «il suo posto fosse sul luogo della strage». Gli anarchici, che avevano la loro lapide a Pinelli, definirono la tentata rimozione una provocazione e un tentativo di riscrivere la storia. La lapide era non ufficiale e «anarchica», «l’avevamo collocata noi, come atto di sfida, come mezzo per affermare una nostra verità».

Emersero proposte alternative. Una di esse proponeva un monumento congiunto a tutte le vittime di piazza Fontana (un’idea nata dalla sinistra alla fine degli anni Settanta), un’altra faceva riferimento a una meno chiara categoria di «vittime degli anni Sessanta». La lapide a Pinelli (e la richiesta per un monumento a Calabresi) divenne parte dell’identità di differenti generazioni. Era «il nostro passato», «la nostra verità». Concedere spazio a dubbi, consentire a più verità di emergere, significava spazzare via parte di quell’identità. I sessantottini erano ansiosi di difendere quel passato, anche se molti di loro, nel frattempo, erano diventati persone diverse. Nella maggior parte dei casi non erano più militanti politici, ma la lapide di Pinelli era qualcosa per cui volevano ancora combattere. Nel frattempo, una nuova lapide alle vittime era stata collocata sul muro della banca nel 1979. Conteneva una nuova e più lunga iscrizione che faceva diretto riferimento ai funerali delle vittime. Questa lapide non è facile da vedere, perché si fonde con la banca e con il tempo la scritta si va cancellando. La stragrande maggioranza delle persone ci passa davanti senza fermarsi. L’intenzione originaria – «chi passa davanti a piazza Fontana […] ricordi» – sembra sia fallita. Persino i necrologi diventarono politicamente esplosivi in questa atmosfera di tensione creata dal caso Pinelli.

Nel dicembre del 1970 il quotidiano finanziato dallo Stato «Il Giorno» iniziò una tradizione di necrologi gratuiti per Pinelli. I giornalisti del «Giorno» (tra cui Stajano, Marco Nozza e Giorgio Bocca) avevano dedicato molto spazio al caso Pinelli. Gli annunci ogni 12 o 15 dicembre spesso aprivano con una grande foto di Pinelli, e nel momento culminante, all’inizio degli anni Settanta, si arrivò a due e anche tre pagine, a volte divise in regioni. I firmatari includevano giornalisti, sindacalisti, attivisti politici, studenti, preti, magistrati, avvocati, ex partigiani. I necrologi in testa erano spesso dei familiari di Pinelli. «Licia, Silvia, Claudia nel secondo anniversario della morte del marito e padre», 16 dicembre 1971. Molti messaggi affermavano la versione «pro Pinelli» dei fatti – «è “caduto” due anni fa in Questura», 16 dicembre 1971 – mentre altri facevano affermazioni politiche più generiche. Molti sottolineavano il bisogno di «non dimenticare». Questa tradizione apparve in altri giornali di sinistra, come «la Repubblica». Nel 1987, nell’ambito dei dibattiti sulle lapidi, «Il Giorno» pubblicò una grande foto di Pinelli, con le parole «non dimenticano», seguite da circa cinquecento nomi. Nel 1997, in seguito alla nuova gestione del «Giorno», cessò la tradizione dei necrologi gratuiti. Questi necrologi costituivano una forma particolare di commemorazione. Come testimonianza pubblica di lutto e di ricordo, essi occupavano una sorta di area grigia fra il rito religioso e la cerimonia politica. La tradizione divenne famosa, e mobilitò migliaia di persone a mandare messaggi al giornale nei primi anni Settanta. D’altro canto, fece infuriare il settore milanese opposto, in altre parole quelli che sostenevano che Pinelli non fosse stato assassinato.

Dopo la morte di Calabresi, i necrologi furono utilizzati contro quelli che li avevano fatti pubblicare. La rivista di estrema destra «Candido» rieditò la serie di annunci del 1971 del «Giorno» sotto una testata a bandiera con le parole I mandanti morali. Un articolo al vetriolo intitolato Una banda di sciacalli sul cadavere di Pinelli attribuiva ai firmatari dei necrologi la responsabilità del «linciaggio morale» di Calabresi. «La maggior parte degli italiani si riconosce oggi in Calabresi come ieri si riconobbe in Annarumma e non in Feltrinelli né in Valpreda. Gli italiani sanno ancora distinguere, grazie a Dio, i martiri veri da quelli falsi.» I necrologi per Calabresi occuparono intere pagine del «Corriere della Sera» il 20 maggio, ma non diventarono mai un rito politico analogo a quello suscitato dagli annunci per Pinelli sul «Giorno».

Tutti i tipi di commemorazioni, ufficiali e non, riflettevano le linee contrapposte sorte in città dalla strage e dal caso Pinelli. Spesso, specialmente durante gli «anni di piombo», i tentativi non ufficiali di mantenere vivi certi ricordi, o di spingere per una certa versione dei fatti, causarono più controversie e scontro delle asciutte lapidi ufficiali che coprivano la città. Eppure, mentre il movimento svaniva e il caso Pinelli perdeva la sua forza, questi monumenti diventavano centri di attenzione e di riflessione di un movimento più vasto. L’importanza legata alla lapide Pinelli si può comprendere, in quanto rappresenta un’ultima presa di posizione disperata in un’immaginaria battaglia contro la perdita della memoria. È come se l’intero caso, i processi, i dibattiti, le centinaia di libri pubblicati sul tema, fossero stati ridotti a un’amara discussione su qualche parola – «ucciso» o «morto»?, «nei locali» oppure no? La lunga saga della lapide è un segno di come il caso Pinelli non occupi più spazio nei pensieri dei milanesi, né divida la loro città come faceva una volta. Non è più un tema politico immediato e scottante, ma una questione di memoria divisa. Una «parte» si sentì defraudata da una versione politica presentata dalla lapide, la cui presenza stessa era una minaccia alle sue memorie e narrazioni. Nella primavera del 2006 questa «altra» parte ebbe una (breve) vittoria.

Atto finale? Gli eventi del 2006

Proprio quando sembrava che l’intero episodio potesse considerarsi chiuso, ci fu un altro coup de théâtre. Alle quattro del mattino del 18 marzo alcuni membri della giunta locale rimossero in segreto la vecchia lapide a Pinelli e ne affissero un’altra al suo posto. La nuova targa aveva un testo diverso:

Comune di Milano
A Giuseppe Pinelli
Ferroviere anarchico
Innocente morto tragicamente
nei locali della Questura di Milano
il 15 dicembre 1969

La notizia della sostituzione si diffuse velocemente, e seguì un dibattito. Tre giorni più tardi, anarchici e oppositori si riunirono in piazza Fontana per una manifestazione. La sommossa si chiuse con la ricollocazione della vecchia lapide accanto a quella nuova. Tuttavia, questa non era la targa che era stata rimossa dalla giunta, ma una targa più vecchia che era stata sostituita dagli anarchici alcuni anni prima. Ora la piazza aveva due targhe – quasi identiche – dedicate a Pinelli, e quella «vecchia» era diventata tecnicamente illegale, di nuovo. Le proteste furono circondate da una buona dose di retorica. Il 24 marzo 2006 «l’Unità» definì la vecchia lapide «la vera lapide», mentre quella nuova fu descritta come «taroccata»: «La stupida ottusità del revisionismo che alcuni tentano di far passare per realtà».

Albertini, il quale – va ricordato – negli ultimi anni aveva avuto la tendenza a non partecipare agli anniversari di piazza Fontana, dichiarò che aveva promesso alla vedova di Luigi Calabresi che la lapide sarebbe stata rimossa, in quanto rappresentava «un insulto» alla memoria del suo defunto marito: «Il commissario Calabresi è un benemerito della nostra città, e quella targa, che lo accusava di fatto di essere un assassino, ne infangava la memoria. Così il comune ristabilirà la verità storica». Proteste e messaggi erano in linea con le divisioni politiche, benché nella destra qualcuno dubitasse della saggezza di quel cambiamento proprio nel mezzo della campagna elettorale. Molti sostennero che la sostituzione della lapide fosse una forma di oblio, di revisionismo. Ancora una volta, la grande difficoltà dell’Italia nel creare consenso, e quindi una memoria condivisa, su eventi passati, era stata rivelata da come quegli eventi – i fatti veri e propri del passato – fossero ancora oggetto di controversia e politicizzazione. La vedova di Pinelli espresse il suo «shock» per l’intera vicenda, e aggiunse: «Neppure ciò riuscirà a cancellare dal cuore di Milano la memoria di Pino». La maggioranza di centro destra della giunta cittadina rifiutò di sospendere le sue attività per consentire ad alcuni membri di partecipare alla sessione. I consiglieri di centro sinistra se ne andarono comunque, e la seduta fu cancellata in quanto non raggiungeva il quorum. Uscendo dall’aula, il consigliere dei Verdi Basilio Rizzo ripeté la frase: «Milano non dimentica». Ma cosa esattamente si stava ricordando – e dimenticando –, e da parte di chi?

Nel frattempo, la memoria pubblica riguardante Calabresi si stava evolvendo. Nel 2007 furono inaugurate due lapidi ufficiali dedicate al commissario. Una era negli uffici centrali della giunta provinciale di Milano (dove la maggioranza era di sinistra), e l’altra nel luogo in cui gli spararono nel 1972. Questo sobrio monumento dice:

Qui, davanti alla sua casa, mentre si recava al lavoro, il 17 mag-
gio 1972, il commissario Luigi Calabresi cadde vittima del terrorismo.
Milano, 17 maggio

Alla Provincia, invece, si legge:

A Luigi Calabresi, fedele servitore dello Stato, vittima della spirale
di violenza politica che bagnò di sangue innocente le strade
A 35 anni dal suo vile omicidio lo ricorda e lo onora la Provincia

In un certo senso, questa proliferazione di monumenti sembra avvallare la pluralità delle opinioni, in una sorta di pacificazione – ma di certo denota anche la prosecuzione di un conflitto sul passato e sulla sua interpretazione. Nello stesso anno un bestseller di Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là, aprì il dibattito sulle modalità attraverso cui Calabresi (e Pinelli) erano stati ricordati. Il 2008 fu l’anno del primo giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo in Italia (una data fissata per il 9 maggio, il giorno in cui il cadavere di Aldo Moro fu esibito nel centro di Roma). Non esiste alcun elenco ufficiale di queste vittime, e la categoria «vittime del terrorismo» fu legata a un’organizzazione non ufficiale. Nel 2009, un incontro fra Licia Pinelli e Gemma Calabresi a Roma durante le commemorazioni del giorno della memoria suscitò emozione e molti commenti. Alcuni dichiaravano che gli scontri degli anni Settanta erano «chiusi». Ma non era proprio così. A partire dal 2006, più di un commentatore ha sostenuto che le due targhe dedicate a Pinelli dovrebbero essere conservate, in quanto riflettono continue divisioni sui modi in cui quegli eventi sono ricordati. Mentre sto scrivendo (nel 2009), questo è quello che di fatto è successo, fornendo così agli abitanti di Milano un quotidiano ed evocativo promemoria delle memorie divise (e non solo) intorno all’esperienza degli anni Sessanta e Settanta.

La memoria divisa si stava riflettendo nella memoria pubblica, nella perfetta immagine delle due targhe, l’una accanto all’altra, con differenti – ma non necessariamente incompatibili, se non per la data – versioni dello stesso evento. Ogni periodo aveva prodotto narrazioni molteplici, che chiedevano di essere riconosciute. Una fragile forma di consenso poteva essere raggiunta solo accettando la divisione. Nessuna organizzazione – lo Stato, il sistema giudiziario, i media – era stata capace di imporre una sola versione accettabile di quanto era accaduto. L’ultima volta che vidi le targhe alla fine del 2008, qualcuno aveva infilato un pezzo di carta nella nuova targa, con scritto il testo di quella vecchia. Nessuno aveva tirato via quel pezzo di carta. Per poco, le due targhe erano identiche.

Memoria, Storia e la Città

Nonostante gli sforzi di scrivere, ricercare, pubblicare, investigare e ricostruire attorno a questo capitolo della nostra vita recente, impegno e scommessa generosa, tesa a erigere argini robusti, affinché la memoria dei fatti non si disperda, scorra dalla nostra generazione alle successive, non diventi fangosa palude o asciutto deserto che tutto ingoia e frantuma e nasconde – ebbene è come se nonostante la robustezza degli argini, il filo della memoria si fosse fatto più esiguo, frammentato, sconnesso. Lasciando posto a quel riverbero inafferrabile che è l’amnesia.

Giorgio Boatti

Nel 1993, la dedica nel libro di Giorgio Boatti su piazza Fontana diceva: «A tutti coloro che si sono ricordati di non dimenticare». Nel 1998, l’autore «si vergognava un po’ di quella dedica, e decise di toglierla per la riedizione del libro». Perché? Prima di tutto, grazie a un’analisi più analitica della funzione della memoria, e alla natura stantia di frasi quasi religiose come «non dimenticare» e «chi dimentica è complice». «La storia inizia» scriveva Halbwachs «quando finisce la memoria.» Forse adesso siamo pronti per scrivere la storia di piazza Fontana, distaccandoci dalle lotte di quegli anni e dalla missione storica di conservare certe versioni e certi ricordi di eventi passati? Il dibattito suscitato dalle riflessioni di Stajano nel 1991 sui giovani e piazza Fontana rivelava non tanto un «dimenticare» quell’evento, ma una totale mancanza di conoscenze basilari su quegli anni. Molti dei giovani che scrissero sulla strage (e queste conclusioni sono avallate da un’inchiesta simile fatta a Brescia) sostenevano che erano state le Brigate Rosse a mettere la bomba. Pinelli, per loro, era una figura sconosciuta. Com’era potuto succedere questo? È solo un processo generale (e normale) reso inevitabile dal passare del tempo? L’unico modo per cominciare a rispondere a queste domande è attraverso un’analisi più generale del significato di memoria collettiva e del ruolo della storia in rapporto agli anni che seguirono l’inizio della strategia della tensione.

La memoria collettiva non è solamente una somma di memorie individuali, e i ricordi stessi sono filtrati nel tempo da credenze politiche, esperienze personali, miti, traumi, piacere e dolore. A molti non era permesso dimenticare. Licia Pinelli cominciò a lasciare la città nell’anniversario di piazza Fontana per evitare le «solite domande» ogni anno. Non esiste proprio una Memoria Collettiva che si mantenga nel tempo, indipendente dall’esperienza personale. Nella Milano divisa, con i suoi fatti contestati e le crepe politiche e sociali, c’erano diverse memorie collettive, spesso in contrasto fra di loro, o che addirittura escludevano altre versioni su ciò che era successo e su chi erano i responsabili. I fatti venivano spesso adattati alle diverse versioni. A volte, questa competizione si creava dentro quello che era apparentemente lo stesso gruppo di forze.

Dopo la strage di Brescia, per esempio, molte famiglie delle vittime rifiutarono l’etichetta generica di «vittime» e caldeggiavano le idee politiche dei loro congiunti, che erano morti perché erano antifascisti, e non perché si trovavano per caso nel posto sbagliato al momento sbagliato. La memoria è raccolta e modellata in altri modi, attraverso i monumenti, il linguaggio, gli slogan, i film, i momenti traumatici quali i funerali, le opere di teatro, le opere d’arte, libri, discorsi, fotografie e dischi. Alcuni posti sono diventati cruciali come «luoghi di memoria» – contestati e contesi, a volte letteralmente, per il diritto di commemorare o per imporre una versione dei fatti su un’altra. Nel processo generale di smobilitazione dei movimenti risultanti dal Sessantotto, le serie di stragi che cominciarono con piazza Fontana si rivelarono «un’arma micidiale di lotta politica, capace di annientare la già debole appartenenza alla nazione e allo Stato». La massa dei processi, degli articoli, delle analisi e delle manifestazioni ha portato a un profondo senso di alienazione e cinismo riguardo allo Stato e le sue istituzioni. È quasi come se la quantità di carta prodotta e la lunghezza dei processi stessi fosse inversamente proporzionale al senso di mancata giustizia o soddisfazione dell’intera vicenda e dei suoi protagonisti. Più corposa diventa l’informazione, meno sembra interessare.

L’ultima inchiesta del giudice Salvini, e l’apparente scoperta del responsabile diretto della bomba, va avanti nella più assoluta indifferenza, o quasi. Nel 1999 la documentazione sul solo processo di piazza Fontana ammontava a circa centosette scatole, ciascuna contenente mille pagine, per un totale minimo di centosettemila pagine. Gli avvocati dovevano affrontare costi intorno ai quindici milioni di lire soltanto per fotocopiare i documenti disponibili. Alcuni sostengono che l’effetto di quella lunga serie di commemorazioni ufficiali è stato quello di nascondere i movimenti collettivi che avevano accompagnato il periodo delle stragi. Come ha scritto Vincenzo Cerami, «cerimonie, commemorazioni, funzioni, liturgie, sfilate di bandiere, discorsi ufficiali non servono a ricordare ma a dimenticare».26 Il vecchio cliché che sosteneva che la mancanza di una verità giudiziaria o ufficiale fosse un incentivo per non dimenticare non si adatta di certo all’esperienza post-1969. Alcuni gruppi a Brescia, per esempio, smisero completamente di andare alle cerimonie ufficiali.

Norberto Bobbio ha tracciato una distinzione fra memoria viva e morta. La seconda consiste in monumenti, libri di storia, testimonianze, lapidi eccetera. Questo tipo di memoria «ha senso soltanto se serve a mantenere viva la memoria interiore. La può sollecitare, ma non la sostituisce. L’una è la memoria morta, l’altra la memoria viva.» Una tomba acquisisce significato solo quando è visitata da un parente, o creata, o spostata, o quando si lasciano dei fiori. Nel caso di piazza Fontana, i dibattiti sono stati praticamente ridotti a un dibattito su una memoria morta – le varie lapidi nelle piazze e altrove. Alcuni scrittori si chiedono perché l’intero periodo non abbia prodotto un importante romanzo, o perché si sia smesso di raccontare la storia delle stragi. Persino uno degli impiegati della banca che avevano visto la bomba non l’aveva mai raccontato ai suoi figli. Le stragi ebbero un effetto devastante su tutta l’Italia, e portarono direttamente al terrorismo che dominò su tutto il resto, e che permea i resoconti di studenti che niente sanno su piazza Fontana. Come si voleva, le stragi hanno creato confusione, violenza, silenzio e paura. «Dopo piazza Fontana cominciò la paura, il sospetto, il timore di esporsi.» Storicamente, ci sono pochi dubbi sull’importanza di piazza Fontana. La strage di sedici innocenti portò non soltanto alla «perdita dell’innocenza» fra quelli della generazione che aveva creato il Sessantotto in Italia, ma anche direttamente all’uso sistematico del terrorismo politico. Se lo Stato era capace di tale violenza, il movimento era costretto a reagire. Una mancanza dannosa di moralità riguardo all’uso della violenza diventò la norma. La violenza era ormai uno strumento, e non più l’ultima risorsa.

La sanguinosa posta in gioco era stata alzata fino a un punto di non ritorno. Per lo Stato italiano, piazza Fontana fu un momento di svolta. Per Bobbio «da piazza Fontana è cominciata la degenerazione del nostro sistema democratico». Per Revelli nel 1969 «una parte consistente dell’apparato statale passò consapevolmente nell’illegalità». Politici, uomini dei servizi segreti, ufficiali militari, poliziotti, giornalisti e altri si misero d’accordo per mascherare e per creare la strategia della tensione. Lo Stato tramava contro i suoi stessi cittadini, imprigionando degli innocenti, creando depistaggi, manipolando le prove. Questa serie di fatti – da piazza Fontana in avanti – minò fatalmente la credibilità delle istituzioni che erano state una parte importante dell’Italia del dopoguerra in seguito alla sconfitta del fascismo. Questa non era soltanto una crisi di legittimazione, ma della fine stessa della legittimità. La democrazia smise di essere un valore, se non nel senso di semplice difesa contro i settori sovversivi dello Stato nascosto. A partire dagli anni Novanta, la verità riguardo agli aspetti oscuri dello Stato era alla portata di tutti, resa trasparente da documenti, documentari, inchieste, confessioni e processi. Eppure, nessuno ascoltava più. Il nesso fra «giustizia», «verità» e memoria era stato spezzato.

Dobbiamo dimenticare piazza Fontana per capirla? Abbiamo il diritto di dimenticare? I più conosciuti fra le vittime di piazza Fontana, i due ragazzi Pizzamiglio che nell’attentato rimasero gravemente feriti, si rifiutarono di rispondere alle domande dei giornalisti nel 1994, nel venticinquesimo anniversario della strage. «Noi da parecchi anni abbiamo deciso di stare zitti.» Un parente di un’altra vittima affermò che «a Catanzaro [dove negli anni Settanta furono trasferiti i processi sulla strage di piazza Fontana per allontanarli dai riflettori della stampa e dall’attenzione del pubblico] mio padre fu ucciso una seconda volta». La frase stessa «non dimenticare» è diventata obsoleta. Come abbiamo visto con gli studenti milanesi, molti non hanno mai saputo quello che è successo. Non si può dimenticare ciò che non si è mai imparato. Un approfondimento della comprensione storica dei fatti può sorgere soltanto attraverso un rinascere, nelle parole di Bobbio, della «memoria viva».

Non c’è dubbio che le discussioni siano state monopolizzate dalle vittime degli strascichi di piazza Fontana, Pinelli e Calabresi, mentre coloro che furono uccisi dalla bomba in sé furono dimenticati, con la loro prolissa e incontestabile lapide raramente notata dai passanti. Come a San Miniato (cfr. altro capitolo del libro, Ndr) le due targhe a Pinelli in piazza Fontana sono un drammatico esempio di come la memoria divisa fosse diventata parte della memoria pubblica, una testimonianza del potere divisivo di quegli eventi e dell’incapacità del sistema giudiziario di raggiungere un’opinione condivisa su questi casi.

 

John Foot, Fratture d’Italia. Da Caporetto al G8 di Genova. La memoria divisa del Paese., Rizzoli, 2009, pp. 404-427.

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