John Galliano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/john-galliano/ un blog di approfondimento culturale Wed, 10 Sep 2014 20:28:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg John Galliano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/john-galliano/ 32 32 Geoff Dyer e l’orrore snervante dello svago infinito https://minimaetmoralia.it/libri/il-sesso-nelle-camere-dalbergo-geoff-dyer/ https://minimaetmoralia.it/libri/il-sesso-nelle-camere-dalbergo-geoff-dyer/#respond Sun, 14 Sep 2014 05:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23221 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Se c’è una cosa che detesta Geoff Dyer - uno dei migliori scrittori inglesi della sua generazione - sono le etichette e il marketing editoriale. Non perché lo abbia mai dichiarato, almeno che io sappia, ma basta osservare la sua produzione: Dyer ha esordito con un libro di critica letteraria su John Berger, poi scritto un romanzo che era anche un saggio sul jazz, “Natura morta con custodia di sax”. A seguire, saggi autobiografici, romanzi simili a travelogue, libri di critica simili a memoir. Sembra aver fatto di tutto per confonderci le idee.

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Se c’è una cosa che detesta Geoff Dyer – uno dei migliori scrittori inglesi della sua generazione – sono le etichette e il marketing editoriale. Non perché lo abbia mai dichiarato, almeno che io sappia, ma basta osservare la sua produzione: Dyer ha esordito con un libro di critica letteraria su John Berger, poi scritto un romanzo che era anche un saggio sul jazz, “Natura morta con custodia di sax”. A seguire, saggi autobiografici, romanzi simili a travelogue, libri di critica simili a memoir. Sembra aver fatto di tutto per confonderci le idee.

James Wood, il critico del New Yorker, ha detto che Dyer scrive libri «unici come chiavi». Se il vero genio letterario sta nell’inventare o superare il genere, allora Dyer ne èdi certo in possesso. La quarta di copertina che avvolgeil suo nuovo libro, “Il sesso nelle camere d’albergo” (Einaudi Stile Libero, traduzione di Giovanna Granato, pag. 418, euro 18,00) lo definisce un “autoreportage”, termine che Dyer, potrei scommetterci, detesterebbe. L’idea, benché goffa, non è del tutto sbagliata, perché in questa lunga e volutamente poliedrica raccolta di saggi la sensazione che ci rimane dopo averlo terminato è quella di uno spassoso reportage esistenziale. Vincitore del National Book Critics Circle Award per la critica nel 2012, il più raffinato dei premi statunitensi, e osannato dalla stampa snob americana, Geoff Dyer dovrebbe ormai sentirsi realizzato. Una delle sue principali debolezze, lo confessa più volte in questo libro, era quello di avere successo nella terra di Fitzgerald.

Il libro, che nella versione americana s’intitola “Otherwise Knownas the Human Condition (“Anche detta condizione umana”) e unisce due raccolte di saggi, uscite in precedenza in Gran Bretagna, nel 1999 e nel 2009, è un progetto molto ambizioso… non fatevi ingannare dall’onnipresente understament britannico dell’autore. Nella prefazione al volume Dyer dichiara, ad esempio, di sentirsi un “imbucato”. Un imbucato «erudito», uno che si presenta «senza invito in un settore di competenza mettendosi comodo, spassandosela per un paio d’anni e passando poi ad altro». O ancora altrove: «Il piú delle volte uno finisce col diventare scrittore a mano a mano che i tentativi di fare altro non producono risultati. Non ti rimane che la scrittura».

I suoi numi tutelari sono due: D.H.Lawerence – il Lawrence minore dei libri di viaggio, dei saggi e nelle lettere, non quello di Lady Chatterly – e Nietzsche: «Lawrence, inutile dirlo, non è l’unico esempio ispiratore di nomadismo intellettuale. Nietzsche, che ha avuto un’influenza importante su Lawrence, abbandonò l’incarico di filologo all’università per diventare un vagabondo e un rinnegato, profondamente ostile a coloro che “studiano e si aggirano in un solo ambito perché l’idea che esistano altri ambiti non li sfiora mai”».

Diviso in varie sezioni Visivi (su arte e fotografia), Orali (sulla letteratura), Musicali (sul jazz), Variabili (di argomento misto) e Personali, il volume è sempre sostenuto da una scrittura aerea, divertente, leggera (di nuovo Nietzsche: «ciò che è buono è leggero, tutto ciò che è divino cammina con piedi delicati»). Eppure i temi toccati sono vertiginosamente profondi – il senso dell’arte e della scrittura, il tempo, la tirannia dell’abitudine, il viaggio, il sesso e naturalmente il jazz – e lo scrittore da cui più è influenzata la prosa di nostro Dyer è forse l’austriaco Thomas Bernhard. Non a caso l’ossessione letteraria più evidente del nostro è proprio la stessa di Fitzgerald, «uno dei primi scrittori a cogliere l’orrore snervante dello svago infinito».  O anche «le stupide agonia dell’ansia», per dirla con John Cheever, altro scrittore che Dyer ama molto.

In breve Geoff Dyer è ossessionato, come i fratelli Goncourt, dalla «noia che ci affligge». È la noia, il più delle volte causata da un’eccessiva libertà o da una mancanza di un lavoro vero o di una carriera, o da una non-carriera, quale è quella della scrittore secondo lui, ciò che più affligge Dyer. Per sfuggire alla noia ci si sposta. Nel corso del libro Dyer è quasi sempre impegnato a trasferirsi da qualche parte o a viaggiare in qualche posto lontano. Dalla nativa Cheltenham, una una zona rurale dell’Inghilterra dove Dyer è cresciuto in una casa incolta e proletaria, a Oxford dove si laureò, il primo della sua famiglia allargata; dalla Londra dei sussidi degli anni Settanta e Ottanta a Parigi, dove ha vissuto a lungo. Poi Roma, Venezia, New Orleans, New York. E ancora Tokyo, l’India, l’Algeria. E l’attrazione di Dyer per la fotografia e per il jazz (e per la droga leggera, aggiungerei) non è altro che attrazione per piccoli o lunghi viaggi o spostamenti dello sguardo, come stupefacenti ingranaggi artistici.

Ma c’è un saggio tra i numerosi e bellissimi raccolti in questo libro che fa capire l’estrema intelligenza di Geoff Dyer (nonché la sua simpatia, perlomeno sulla carta) ed è quello che si intitola “Abiti da favola”scritto nel 2003. Il protagonista del racconto è Dyer stesso che viene invitato dalla rivista “Vogue HQ” ad assistere alle sfilate di Haute Couture. Il brano comincia con Dyer e la sua accompagnatrice che prendono il treno per Parigi. Lei gli chiede se lui sa che cosa è la couture e lui risponde che no, in effetti non lo sa, ma i lettori di Vogue lo sanno meglio di lui, quindi non c’è da preoccuparsi, la rassicura. A questo punto ecco il tour de force parigino. Si comincia con Christian Dior: «Guardando i cappotti (che sembravano capaci di tutto fuorché di tenerti caldo e asciutto) mi è venuta in mente la risposta di Frank Lloyd Wright ai clienti che si lamentavano delle perdite dal tetto: da questo si capisce che è un tetto». Quando alla fine della sfilata esce John Galliano, Dyer domanda alla sua stupefatta compagna se l’uomo in questione è per caso Christian Dior (che è morto nel 1957), e così via. Ma non importa.

Dyer, geniale osservatore della realtà anche la più abissalmente distante dalla sua, sa cogliere il senso profondo e l’unico che ci sia in una sfilata di alta moda: il fatto che una sfilata di alta sia del tutto simile a una cerimonia. Di nuovo è a Nietzsche che pensa il disorientato Dyer durante la sfarzosa sfilata di Ungaro. Secondo il filosofo dietro la grazia della tragedia greca c’è «una forza primitiva che un tempo trovava espressione disinibita nei riti cantati e danzati». Allo stesso modo c’è qualcosa di primitivo dietro la grazia delle modelle,con le lorocamminate «innaturali, galoppanti, equine». Così è tentato di pensare Dyer: «Come si potrebbe attribuire tanta importanza all’alta moda se non fosse anche la manifestazione contemporanea di una cosa primordiale: non un’esagerazione, in altre parole, ma la pratica di una fede? Come spiegare altrimenti la strana sensazione che una cosa transitoria come una sfilata di moda abbia un aspetto di eternità?». E come altrimenti?

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Tutto il resto è punk https://minimaetmoralia.it/musica/richard-hell-punk/ https://minimaetmoralia.it/musica/richard-hell-punk/#comments Mon, 10 Jun 2013 13:39:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14597 Questo pezzo è uscito sul numero di maggio di XL - la Repubblica.

“Exploitation?” La domanda in realtà è retorica, ed è la risposta che mi dà Richard Hell quando lo interrogo sulle ragioni di così tanto punk in città in questi e nei prossimi mesi. La città dove siamo e di cui parliamo è New York City, e lo “sfruttamento” a cui allude Hell riguarda il punk. Qui musei, biblioteche e vari spazi più o meno istituzionali sembrano fare a gara nel trovare l’evento più irriverente da proporre alla gente, mentre le librerie dedicano sempre più spazi a imponenti libri che, trattando il punk come fosse mitologia greca, raccontano per immagini e testimonianze più o meno dirette le varianti della storia. Un punk risorto, si direbbe. O forse soltanto un modo, a distanza di decenni dai tempi in cui si andava al CBGB’s ad ascoltare i Ramones e Richard Hell, pogare e sputare, per cavarci fuori qualcosa di utile.

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Questo pezzo è uscito sul numero di maggio di XL – la Repubblica.

“Exploitation?” La domanda in realtà è retorica, ed è la risposta che mi dà Richard Hell quando lo interrogo sulle ragioni di così tanto punk in città in questi e nei prossimi mesi. La città dove siamo e di cui parliamo è New York City, e lo “sfruttamento” a cui allude Hell riguarda il punk. Qui musei, biblioteche e vari spazi più o meno istituzionali sembrano fare a gara nel trovare l’evento più irriverente da proporre alla gente, mentre le librerie dedicano sempre più spazi a imponenti libri che, trattando il punk come fosse mitologia greca, raccontano per immagini e testimonianze più o meno dirette le varianti della storia. Un punk risorto, si direbbe. O forse soltanto un modo, a distanza di decenni dai tempi in cui si andava al CBGB’s ad ascoltare i Ramones e Richard Hell, pogare e sputare, per cavarci fuori qualcosa di utile.

L’ultimo e tra i più attesi eventi di questa stagione è una mostra imponente e molto cool al MET, il Metropolitan Museum of Art di New York: PUNK: Chaos to Couture (dal 9 maggio al 14 agosto). Per avere un parametro della mondanità dell’evento, basta dire che a precederlo, la sera del 6 maggio, è un (decisamente poco punk) gala di beneficenza con testimonial l’attrice Rooney Mara, la giornalista di Vogue e socialite newyorkese Lauren Santo Domingo, lo stilista Riccardo Tisci e la regina della moda Anna Wintour. Indubbiamente più “couture” che “chaos”, anche se la mostra al MET è solo uno di una lunga infilata di eventi che ultimamente sembrano avere come obiettivo quello di trasformare la città in una sorta di parco a tema punk. Piacevole per certi versi, vagamente inquietante per altri.

Sono a New York da un paio di mesi e ho già presenziato, nell’ordine: 1. a un concerto sinfonico per bambini con Patti Smith a fare da voce narrante al Lincoln Center e a un suo mini live per l’inaugurazione della sede estiva del MOMA PS1 a Rockaway Beach; 2. alla proiezione di Punking Out, raro documentario del 1978 sul CBGB’s e la scena punk newyorkese, e a un incontro dibattito con Debbie Harry e Chris Stein dei Blondie e il giornalista Will Hermes (autore del bel libro sulla scena musicale newyorkese di metà anni settanta Love Goes to Buildings on Fire: Five Years in New York That Changed Music Forever, Faber & Faber), alla New York Public Library for the Performing Arts sempre al Lincoln Center; 3. a tre presentazioni, una con party annesso dentro uno degli edifici della New York University, dell’affascinante autobiografia di Richard Hell I Dreamed I Was a Very Clean Tramp(Ecco/HarperCollins).

Sempre in questi due mesi ho comprato e letto, insieme al libro di Hell, i bei volumi illustrati The Best of Punk Magazine curato da John Holstrom (It Books), Punk: An Aesthetic a cura di Johan Kugelberg e con scritti di Jon Savage, William Gibson e Linder Sterling (Rizzoli New York) e Punk Press: Rebel Rock in the Underground Press 1968-1980 di Vincent Bernière e Mariel Primois (Harry N. Abrams). Non sono una punk e nemmeno una nostalgica, solo consumo il meglio di quello che mi offre la piazza.

Per una sintesi perfetta dell’attitudine punk, del resto, è sufficiente ascoltare uno scambio di battute tra Debbie Harry e Will Hermes seduti davanti a una foto scattata a un certo punto degli anni settanta da Christ Stein. Nella foto Debbie Harry è con Joan Jett. Hermes le chiede: “Dove l’hai presa la maglietta che hai nella foto?” E Debbie Harry: “Al supermercato, mi pare”. Ecco, questo era il punk.

E se i migliori (e più glamour) della scena le magliette le compravano al supermercato, fa sorridere l’idea che il MET oggi dedichi una delle sue mostre di punta al punk, spiegando alle masse come una moda nata proprio per non essere alla moda sia stata copiata da stilisti, grandi case di moda e parrucchieri per trasformarla in qualcosa d’altro, di elegante, di estremamente costoso. Evoluzione indubbiamente vera (accadeva già in tempo reale in Inghilterra con i Sex Pistols, Malcolm McLaren e Vivienne Westwood in una piccola boutique di King Road ora riprodotta in scala all’interno del MET) testimoniata oggi e in questi ultimi quarant’anni dalle collezioni di John Galliano, Alexander McQueen, Katherine Hamnett o Moschino.

Scrive Hell nella sua autobiografia parlando di vestiti e tagli di capelli: “Era una cosa che dovevi farti da solo, e con cui esibivi il tuo essere libero dalla proprietà, e anche dall’eleganza”. Per essere liberi dell’eleganza i punk si strappavano i vestiti e si tagliavano i capelli da soli, ignari che il DIY (Do It Yourself, ovvero “fai da te”) sarebbe diventato anch’esso una moda. Detto con altre parole, e non alludendo solo alla moda, puoi provare a controllare il tuo di futuro (o deciderne di non averne) ma non puoi prevedere il futuro degli altri.

A proposito del “no future”, slogan che salta fuori ogni volta che si parla di punk, è illuminante Hell nel suo libro lì dove spiega che non c’è niente di nichilista, suicida o pessimista nel dire e nel pensare che il punk o il rock and roll non abbiano futuro. Dice: “È l’adolescenza a non avere futuro, e il rock and roll è la musica dell’adolescenza”. Ovvero, non puoi essere adolescente per tutta la vita, e quando cresci è anche il caso che molli. Ancora Hell, in un’intervista rilasciata a Lester Bangs nel 1977, esagerando per schivare gli stereotipi già all’epoca ampiamente abusati: “Una cosa che ho cercato di restituire al rock and roll è la consapevolezza che sei tu che inventi te stesso. È per questo che ho cambiato nome, che mi sono inventato look, taglio di capelli e tutto il resto. Perché è normale che se inventi te stesso, poi ti ami. L’idea di inventare te stesso consiste nel creare la tua immagine più ideale. E quindi è una cosa totalmente positiva”. In quella stessa intervista Hell riuscì a dire che alla fine anche il “blank”, lo spazio vuoto della sua canzone Blank Generation, era positivo. “È una riga che puoi riempire come ti pare. È una cosa positiva. L’idea è che puoi scegliere di fare di te tutto quello che vuoi, sei tu a riempire lo spazio vuoto”. Oggi dice che il ragionamento è verosimile, ma che era anche una forzatura dettata dal non volere essere trasformato da Bangs in simbolo di anti-vita. Di sicuro c’è che il punk, quantomeno come moda, è tutt’altro che morto.

Nel sito dell’autorevole e leggendaria rivista Punk (creata da John Holmstrom, Ged Dunn e Legs McNeil nel 1975, sdoganando al mondo il termine “punk rock” inventato pochi anni prima dai giornalisti di Creem), per esempio, si vendono portachiavi. Uno esibisce la scritta “Watch Out! Punk Is Coming!!” (Stai attento! Il punk sta arrivando!!), alludendo a un improbabile futuro di cui è poco chiaro quale scena musicale potrà mai farne parte.  A casa di Hell, in testa a una piccola pila di cd, svetta il primo album dei Libertines. Quel disco ha più di dieci anni, ma verrebbe da dire che a oggi resta una delle cose più punk di questo nuovo millennio.

La scorsa estate sempre a New York, ad anticipare il gran rispolvero che sarebbe avvenuto quest’anno, il CBGB’s (meglio: quel che ne resta, ovvero il logo) ha provato a riesumarsi da sé organizzando un grande festival. Quattro giorni in cui in vari locali downtown hanno suonato più di trecento band e in un paio di cinema hanno proiettato il meglio dei documentari sulla scena punk e non solo. Di quel festival ho visto qualche live e molti buoni film, ma l’unica cosa di cui ho memoria è un furgone fast-food posteggiato davanti a uno dei cinema che ospitava il festival. Sul furgone la scritta “Marky Ramone’s Brooklyn’s Own Marinara Pasta Sauce” (sugo per pasta alla marinara di Marky Ramone, Brooklyn), e in bella vista decine di barattoli di salsa di pomodoro con disegnato sull’etichetta nera, a mo’ di logo dei Ramones, Marky che suona la batteria. Una cosa così non la dimentichi. E poi però ci ripensi e dici: già, ma anche questo è punk.

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