John Hillcoat Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/john-hillcoat/ un blog di approfondimento culturale Sun, 13 Jan 2013 18:04:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg John Hillcoat Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/john-hillcoat/ 32 32 La sgubbia di Taranto https://minimaetmoralia.it/interventi/la-sgubbia-di-taranto/ https://minimaetmoralia.it/interventi/la-sgubbia-di-taranto/#comments Fri, 30 Nov 2012 09:36:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11778 Questo pezzo è uscito sul Giornale. (Immagine: una scena di The Road, di John Hillcoat.)

Se fino a oggi eravamo all’ultimo posto per vivibilità eccetera, eccetera tra le città italiane, dopo l’uragano che ha spazzato lamiere, tir, cokeria, tetti e A112 parcheggiate davanti alle baracche dei fruttivendoli del quartiere Tamburi dove siamo finiti? ‘Sto demone maligno s’è alzato sulla città e quasi a punire gli ultimi – che temo non saranno mai i primi – ha scaricato tutta la rabbia che l’universo serba nei riguardi del decadente sistema umano.

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Questo pezzo è uscito sul Giornale. (Immagine: una scena di The Road, di John Hillcoat.)

Se fino a oggi eravamo all’ultimo posto per vivibilità eccetera, eccetera tra le città italiane, dopo l’uragano che ha spazzato lamiere, tir, cokeria, tetti e A112 parcheggiate davanti alle baracche dei fruttivendoli del quartiere Tamburi dove siamo finiti? ‘Sto demone maligno s’è alzato sulla città e quasi a punire gli ultimi – che temo non saranno mai i primi – ha scaricato tutta la rabbia che l’universo serba nei riguardi del decadente sistema umano.

A Taranto non ci facciamo mancare niente. Il sindaco indagato, la curia a riciclare merendine, gli ambientalisti comprati e i politici che schiodano i battiscopa degli appartamenti per nascondercisi dietro. I giornalisti di tutt’Italia hanno potuto registrare, con le loro troupe blindate nei camper fa’ che c’era un raduno di nudisti bretoni, l’arroganza del ciclone solo e soltanto perché erano lì per riprendere l’agonia del mostro d’acciaio. Operai allo sbando sdraiati sul catrame della statale 106. Gru che volano in mare con un manovratore finito negli abissi di un mare contaminato che in passato fu accarezzato da trireme e lapidarie romane. Sigilli ai parchi minerali strappati coi denti prima dai caporeparto e poi da un vento sbranatore che ha soffiato sulle riserve di polveri sottili e sugli stracci appesi ai fili di ferro dei balconi del quartiere più fosforescente d’Europa.

Se fino a oggi eravamo gli ultimi adesso d’ufficio ci avranno retrocessi nel girone del Burkina Faso dove possiamo dire la nostra e attestarci in zona intertoto visto che le classifiche italiane ci hanno espulso senza pietà. Qualcuno dice: non poteva arrivare a Bolzano, la tromba d’aria e pioggia? Qualcun altro mi telefona e mi spiega che le tegole del palazzo vicino sono finite nelle cime di rapa che la madre aveva messo a bagno nel pentolone di alluminio, in cucina. E c’è chi la prende con filosofia dicendo che pure il dio Ammone s’è incazzato a vedere la città rimestare nel torbido di vicende giudiziarie e ospedali che non sono in grado di accogliere grappoli di malati di cancro – tra cui anche parenti di chi butta giù ‘ste due parole – senza sapere bene che diavolo bisogna fare per rimettere in sesto la baracca.

Una volta sulla litoranea tarantina, alla Baia d’Argento, esisteva un locale che si chiamava lo “Sgubbia”. Sgubbia in dialetto vuol dire malasorte, sfiga, sfortuna, iella e via con i sinonimi. La tribù tarantina se ne sta seduta sul sagrato di una chiesa in pezzi ad osservare le macerie di un tornado umano, industriale, calcistico, turistico e adesso anche climatico senza precedenti. Una città con la bava alla bocca che era pronta a scendere in piazza per una sorta di guerra civile tra i poveri a caccia di lavoro e i poveri a caccia di chemioterapie per qualche giorno avrà come distrazione l’orrore che arriva con il cielo plumbeo e i fulmini come da copione apocalittico. Gli altiforni bruciano e le ciminiere crollano in un remake di Babele, Sodoma e Gomorra frullate insieme che nemmeno il più catastrofista dei cineasti avrebbe potuto mettere in piedi. Il Taranto calcio fallito dopo aver vinto un campionato di prima Divisione (ex C1) sul campo. Ospedali che costringono i medici a trasformarsi in prestigiatori. Nemmeno gli ori di Taranto hanno più voglia di starsene nel MArTA, il museo della città. Siamo nati per scappare e Icco più che Taras dovrebbe essere assurto a emblema della città. Ci siamo gemellati con Brest e anche questa scelta ha un valore simbolico. Ci siamo sempre alleati con la parte sbagliata… Pirro, Annibale, famiglia Riva, D’Addario… e abbiamo ingoiato più rospi noi che un anaconda abbandonata in uno stagno.

Siamo passati dal dissesto, il fallimento della città del 2006 che aveva chiome bionde e stipendi al limite del vilipendio, a quello della squadra di calcio. Becchini incatenati alle bare, mense scolastiche chiuse per ferie dal 15 ottobre, strade buie come in una favela messicana. Assistiamo impotenti ai trionfi turistici salentini e alla flotta mercantile barese mentre noi mastichiamo amaro e in compenso ci dicono che abbiamo l’acciaio migliore del creato. Il momento più importante della nostra storia calcistica coincide con la morte del nostro centravanti, Erasmo Iacovone, e negli anni abbiamo assistito non solo alla fuga dei cervelli tarantini, ma anche di tutti gli altri organi che compongono il corpo umano.

Il pugile tarantino freddato con alcuni colpi di pistola spezza la catena di notizie che negli ultimi mesi hanno avuto come perno centrale le avventure del giudice Todisco, le rogne dell’Arpa, i filmati delle mazzette passate di mano per addomesticare i controllori dell’Ilva, le pecore alla diossina abbattute e gli scandali legati allo sversamento in mare di tonnellate di scarti industriali in quello che considero ancora oggi uno dei mari più belli del mondo.

Proprio ieri un mio compare mi fa: “Qui siamo fregati, ma per fortuna almeno ci sono venti gradi a novembre e c’è un sole spettacolare!”

L’ho subito chiamato e gli ho detto ehi, ‘mbà, non dire più niente sulla città che mi sa che porti sgubbia.

Eppure su questo luogo che pare percorso da un sortilegio e su questo accrocchio di anime alla deriva che disorientate cercano di capire quale destino è stato riservato loro io punterei ancora una fiche perché anche se nascosta qui c’è una bellezza inimmaginabile per chi accende la televisione o sfoglia un giornale. Se ti affacci sul lungomare e sposti lo sguardo lungo il litorale, le isole Cheradi, il faro di San Vito e gli scogli affioranti da cui si staccano gabbiani bianchi come la sabbia che ricopre le dune a sud di Torre Saturo ti accorgi che Taranto è come un piccolo paradiso dove ha fatto tappa una carovana di ladri, mercanti deformi e demoni con in mano forconi e carta bollata.

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