John McCain Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/john-mccain/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 16:02:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg John McCain Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/john-mccain/ 32 32 Le elezioni americane più atipiche della storia https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/le-elezioni-americane-piu-atipiche-della-storia/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/le-elezioni-americane-piu-atipiche-della-storia/#comments Fri, 29 Jan 2016 06:30:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29800 (nella foto, l'attore Jimmy Fallon impersona Donald Trump durante uno sketch con Hillary Clinton)

Il primo febbraio, con le primarie in Iowa, cominciano ufficialmente le elezioni presidenziali negli Stati Uniti.

Jon Meacham, premio Pulitzer e vice presidente di Random House, nell’ultima puntata dello show di Bill Maher sulla HBO, ha sostenuto che per la prima volta nella storia delle presidenziali americane la riduzione al common sense nella quale le varie spinte apocalittiche hanno storicamente confluito non si verificherà e questa volta il centro non sarà in grado di reggere.

Effettivamente i sondaggi parlano di un Donald Trump strafavorito tra i repubblicani e di un Bernie Sanders in ascesa in campo democratico nonostante la blindatura di Hillary Clinton sulla nomination.

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(nella foto, l’attore Jimmy Fallon impersona Donald Trump durante uno sketch con Hillary Clinton)

Il primo febbraio, con le primarie in Iowa, cominciano ufficialmente le elezioni presidenziali negli Stati Uniti.

Jon Meacham, premio Pulitzer e vice presidente di Random House, nell’ultima puntata dello show di Bill Maher sulla HBO, ha sostenuto che per la prima volta nella storia delle presidenziali americane la riduzione al common sense nella quale le varie spinte apocalittiche hanno storicamente confluito non si verificherà e questa volta il centro non sarà in grado di reggere.

Effettivamente i sondaggi parlano di un Donald Trump strafavorito tra i repubblicani e di un Bernie Sanders in ascesa in campo democratico nonostante la blindatura di Hillary Clinton sulla nomination.

Saranno in ogni caso le elezioni presidenziali più atipiche della storia degli Stati Uniti.

Repubblicani

Il riferimento nella Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 ai diritti inalienabili dell’uomo come derivazioni verticali dal Creatore ha di fatto conferito ai documenti fondativi della nazione lo status di veri e propri testi ispirati e pertanto, al pari di ogni altro libro sacro, virtualmente inemendabili.

A partire dagli anni Ottanta con l’endorsment della destra religiosa a Ronald Reagan -nell’ultimo decennio assunto al grado metafisico di sigillo dei profeti dall’establishment repubblicano – e poi ancora con il geniale Karl Rove che, per spostare l’attenzione dalle falle dell’amministrazione nel prevenire gli attentati dell’11 settembre, impostò nel 2004 la rielezione di Bush jr sulla chiamata alle urne degli evangelici contro Darwin nelle scuole, l’originale Dio di Natura liberomassone dei padri fondatori si è via via trasformato in un Gesù Cristo decisamente più mondano, telegenico e interessato alla vita politica americana.

Si è arrivati così a una vaga ma forte identificazione tra democrazia e religione, ritualizzata nel God bless obbligatorio alla fine di ogni discorso pubblico, per cui è Gesù, il Gesù vivente, a fare da garante per il secondo emendamento o ad advocare lo small government.

Pensare di negare questa identità tra divinità e libertà individuale, intesa come totale deregolamentazione del vivere comune, è semplicemente impensabile per qualsiasi candidato repubblicano. Nella declinazione del Cristianesimo americano è la stessa divinità, incarnatasi nella Costituzione del 1787, a farsi custode del diritto di girare con una mitragliatrice, giustiziare i detenuti, pagare il meno possibile di tasse o picchiare i figli (durante un comizio di Trump in Nevada, un ospite chiamato sul palco ha rivendicato con orgoglio l’educazione manesca della prole ricevendo applausi scroscianti).

In questo modo, un milionario newyorkese al terzo matrimonio con la seconda modella esteuropea, si ritrova primo nei sondaggi in Iowa tra i fanatici della destra evangelica, solo evocando il più americano degli scenari: un maschio bianco con il fucile di fronte alla fine del mondo.

Dei diciassette candidati alle primarie repubblicane solo in due, il governatore dell’Ohio John Kasich e l’ex governatore della Florida Jeb Bush (rispettivamente 2,8% e 4,8% nei sondaggi su scala nazionale), sono su posizioni moderate se non in senso assoluto almeno rispetto agli altri candidati tra i quali c’è chi propone il divieto di ingresso ai musulmani nel paese (Trump, 34,6%), la costruzione di un muro lungo il confine Messico-USA (Trump), la pena di morte automatica per chi uccide un poliziotto (Trump) o la proibizione dell’aborto anche in caso di incesto o stupro (Cruz, 18,8%; Carson, 8,4%).

Questo conformismo di massa dei candidati repubblicani verso le posizioni della destra apocalittica ha almeno quattro cause:

  • Una parte consistente dell’elettorato repubblicano ha vissuto come un’umiliazione gli otto anni di un presidente che cinquant’anni prima avrebbe dovuto lasciarle il posto sull’autobus. Lo slogan Let’s take our country back va inteso (to the 50s).
  • Nelle elezioni del 2008 il partito repubblicano pensò di allargare il bacino elettorale mobilitando l’intestino più basso del paese con la candidatura alla vicepresidenza, in ticket con il moderato John McCain, della governatrice dell’Alaska Sarah Palin, già al tempo impresentabile ma negli anni protagonista di interventi pubblici del tenore di episodi psicotici. Da allora la destra razzista/paranoide del Tea Party è riuscita ad approfittare del dito allungato dal partito per prenderne possesso del braccio. In poche parole se ancora non comanda direttamente lei, comanda la sua retorica.
  • Gli Stati Uniti sono in una fase di allargamento delle libertà civili, il matrimonio gay è stato riconosciuto dalla Corte Suprema come una legge federale, sempre più stati ammettono l’uso ricreativo della marijuana e sospendono de facto la pena di morte. Parallelamente si è andata sensibilizzando la membrana del politically correct per cui ogni riferimento offensivo nei confronti di una qualsiasi minoranza è duramente ripreso dagli ambienti liberal, fino ai parossismi più isterici come la contestazione contro il rettore di Yale per le maschere da nativo americano indossate da alcuni studenti a Halloween. La libertà di espressione di una volta è caduta in una specie di trappola: negli Stati Uniti di oggi si può marciare in uniforme nazista ma non ci si può rifiutare di decorare la torta per un matrimonio gay.
  • Se da una parte Obama ha miracolosamente risollevato l’economia americana dall’abisso della recessione, in politica estera è stato quantomeno sfortunato sia nel suo interventismo riluttante e disordinato e intempestivo sia nel suo attendismo, dilapidando progressivamente il credito acquisito con l’uccisione di Bin Laden. La Russia ha approfittato del campo libero in Siria e gli effetti della recente riconversione della politica mediorientale americana, con il disgelo verso l’Islam sciita, sono ancora tutti da scoprire. Il mondo di oggi non è più a misura di America e ciò lo rende più pericoloso per l’americano col fucile.

Trump

L’establishment repubblicano non vuole che Donald Trump vinca le primarie. Persino i grandi vecchi della Fox come Bill O’Reilly o Glenn Beck gli stanno remando contro. In un sistema così oliato e interdipendente di lobby e politica, un outsider rappresenta un problema perché va ridiscusso un intero equilibrio di potere vecchio di decenni. A fidarsi dei sondaggi, sembra proprio che una soluzione dovrà essere trovata, a meno che il partito non punti unito verso un candidato che tuttavia ancora non riesce a emergere (Marco Rubio?).

Guardare un comizio di Donald Trump è un’esperienza ottundente, dopo un’ora ad ascoltare rimane in testa solo confusione. Sono discorsi del tutto irricevibili, collage di frasi brevi scollegate tra loro che si perdono in vicoli ciechi. Metà di un discorso lungo un’ora lo dedica a vantarsi dei propri numeri nei sondaggi, della propria sterminata ricchezza personale (in realtà tutta da dimostrare), del grande amore che riceve dalla gente, del successo del suo reality The Apprentice e del suo libro The art of the deal. Tutto ciò in modo molto scombinato, spezzettato: fa molte smorfie, apre milioni di parentesi. Poi dà delle canaglie ai giornalisti e degli stupidi agli avversari. Ogni tanto recita dei mantra: “Cina e Messico ci stanno uccidendo”, o promette generiche riscosse senza specificare come: “Con me vinceremo così tanto che vi stancherete di vincere”. Si tira i capelli per dimostrare che non porta il toupet.

Si vanta di non usare il teleprompter e di andare a braccio e la sua incapacità di elaborare un discorso compiuto incontra felicemente l’incapacità di mantenere l’attenzione del suo pubblico che aspetta la frase a effetto per sbracare, un po’ come da noi si sopportavano gli sproloqui berlusconiani in attesa del “Comunisti!” che avrebbe acceso i cuori.

Quindi niente a che vedere con i sermoni emozionanti e sbobinabili del pastore protestante Obama: nei discorsi di Trump non c’è struttura, non c’è climax, la frase a effetto è nell’aria e può erompere in qualsiasi momento. I discorsi di Obama erano costruiti per strati sovrapposti, accumulavano una tensione che veniva giocata tutta negli ultimi cinque minuti, quando alzava il volume della voce e salmodiava ed elevava gli spiriti. Era un’esperienza religiosa protestante in senso storico.

La cifra dell’esperienza religiosa trumpesca è invece evangelica nel senso della chiesa come crocevia caotico in cui ognuno è libero di cadere in trance, di parlare in lingue e nessuno è obbligato ad ascoltare.

Ma il vero talento di Trump – e la vera analogia con il nostro migliore Berlusconi al di là dei miliardi e della dialettica povera e del mistero voluttuoso dei capelli (nel suo caso un riporto esoterico a quadernino ripiegato) – è quello di scegliersi il terreno dello scontro. Dall’annuncio della sua candidatura ha immediatamente dettato l’agenda dei dibattiti (Messico, Cina, musulmani) costringendo gli avversari sulla difensiva. Con una mossa geniale ha cancellato dalla corsa Jeb Bush, sul quale le lobby avevano investito in massa, semplicemente trasferendo lo scontro dal piano dei contenuti a quello della biopolitica, dandogli del low energy. Da quel giorno il povero Bush, un distinto conservatore della migliore aristocrazia repubblicana, lotta quotidianamente, lontano dalla scena, per dimostrare di non essere moscio. Fa una tenerezza incredibile.

Tutto ciò non sarebbe in ogni caso possibile senza la sinergia con il sistema mediatico che, nella sua furiosa, allucinata missione di far perdere senso al mondo (o di sostituirlo con uno nuovo basato sulle visualizzazioni), si è letteralmente innamorato di Trump, ne asseconda e accredita, tra le risatine isteriche, qualsiasi sparata, e non vede l’ora che ne dica una più grossa.

I democratici

In una qualsiasi altra democrazia queste elezioni non avrebbero storia. Obama ha assunto la presidenza durante la peggiore recessione dal 1929 e in otto anni ha creato quasi 8 milioni di posti di lavoro, portando il tasso di disoccupazione dal 10% del 2009 all’attuale 5%. L’industria dell’automobile che nel 2008 era praticamente fallita adesso viaggia a ritmi di crescita del 20%. La produzione di petrolio è aumentata di quasi il 90%. Con la riforma del sistema sanitario 18 milioni di persone, finora scoperte, hanno adesso un’assicurazione.

Di fronte a questi dati non c’è da stupirsi se Trump abbia impostato la sua campagna elettorale sull’emergenza immigrazione dal Messico, emergenza tra l’altro fantasiosa visto che dal 2009 i messicani che hanno fatto ritorno in Messico sono 14000 in più rispetto a quelli emigrati nello stesso periodo verso gli Stati Uniti.

Eppure l’irrazionalità umorale che regola tanto i destini personali quanto quelli delle nazioni ci dice che questo novembre Hillary Clinton non si porterà la vittoria da casa, e paradossalmente proprio per la sua continuità con la presidenza Obama.

La Clinton, oltre a rappresentare uno dei volti del fallimento della strategia globale americana per i suoi quattro anni da dimenticare come Segretario di Stato, paga infatti l’assenza di una propria narrazione: nei suoi comizi non ha una storia da raccontare, né un’America bianca da terrorizzare; non ha un nemico da combattere e nessuna fine del mondo da anticipare.

L’unica carta che può giocarsi in un orizzonte di discontinuità con l’esistente è la prospettiva di essere il primo presidente donna (ma pur sempre il secondo presidente Clinton), per quello che questa prospettiva può evocare, ancora nel 2016.

Al contrario Bernie Sanders si è fatto portavoce del famoso 99% degli americani affamati dall’1%. Ha in mente una rivoluzione, ovvero trasformare gli Stati Uniti in una democrazia scandinava: redistribuire la ricchezza, demilitarizzare la nazione, chiudere le banche di investimento, istituire la sanità pubblica, rendere il college gratuito. Raccoglie consenso tra i giovani di Occupy Wall Street ma meno tra gli afroamericani dato lo scarso feeling in America tra la comunità nera e quella ebraica.

Ovviamente è fantascienza pensare a un senatore ebreo che si definisce un “democratico socialista” come candidato presidenziale credibile ma per adesso Sanders continua a raccogliere dollari, è avanti in New Hampshire e sta pressando da sinistra Hillary costringendola a prendere posizioni più laterali rispetto al centro che è la sua vera comfort zone.

Conversione al centro

È di qualche giorno fa la notizia che l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg potrebbe partecipare come candidato indipendente alle elezioni, ricordando la candidatura di Ross Perot nel 1992, quando impedì a Bush sr la rielezione sottraendogli i voti necessari.

La storia potrebbe ripetersi nel 2016 nel caso in cui Bloomberg erodesse i voti di Trump, facendo vincere una nuova Clinton.

O magari si verificherà davvero quella convergenza degli opposti e gli Stati Uniti avranno infine un presidente miliardario come (e molto più di) Trump, ebreo come Sanders e nativo di quel centro che per il momento Hillary non può permettersi di occupare.

Top 5

 Nello spirito delle risatine isteriche, i cinque momenti finora più divertenti della campagna elettorale per le primarie:

  1. Trump che usa le scale mobili in discesa per andare a fare il discorso di annuncio della candidatura in cui darà degli stupratori ai messicani.
  2. La reazione di Lindsay Graham dopo che Trump ha reso pubblico il suo numero di telefono durante un comizio.
  3. Trump che dimostra come sia impossibile che il coltello che a 14 anni Ben Carson (il neurochirurgo sotto Lorazepam che per qualche oscura ragione a inizio novembre è stato il front runner repubblicano) ha tentato di conficcare in pancia a un amico si sia spezzato colpendo la fibbia della cintura di quest’ultimo.
  4. Carson che conferma non senza amor proprio la circostanza di cui sopra nonché di avere inseguito la madre con un martello.
  5. Il backstage del video elettorale in cui l’anguillesco ultraconservatore Ted Cruz (testa a testa in Iowa con Trump) riceve indicazioni su come abbracciare i propri cari.

 

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Da Radio Deejay, al caso Moggi, a Fantozzi, a Elio, a Comunione e Liberazione… La “Sterminata domenica” di Claudio Giunta https://minimaetmoralia.it/libri/da-radio-deejay-al-caso-moggi-a-fantozzi-a-elio-a-comunione-e-liberazione-la-sterminata-domenica-di-claudio-giunta/ https://minimaetmoralia.it/libri/da-radio-deejay-al-caso-moggi-a-fantozzi-a-elio-a-comunione-e-liberazione-la-sterminata-domenica-di-claudio-giunta/#comments Tue, 11 Feb 2014 07:47:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18366 Questo pezzo è uscito sull'ultimo numero de Lo Straniero.

Nell'Italia degli ultimi trent'anni ci sono stati almeno due sistemi per negare la complessità, talmente efficaci da aver prodotto risultati.

Il primo è stato quello di ritenere (e dichiarare) che la complessità non fosse necessaria o addirittura fosse un male. Un rifiuto, questo, portato avanti da un populismo di destra impegnato a cavalcare l'ostilità del lumpen-ceto-medio-basso verso gli intellettuali, ostilità in qualche caso non del tutto ingiustificata (si pensi alla corporazione dei baroni universitari, o agli editorialisti talmente riflessivi da specchiarsi in Adorno), ma che nella stanza dei bottoni ha poi prodotto agghiaccianti risultati da espressionismo brianzolo quali Sandro Bondi o Mariastella Gelmini.

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero de Lo Straniero.

Nell’Italia degli ultimi trent’anni ci sono stati almeno due sistemi per negare la complessità, talmente efficaci da aver prodotto risultati.

Il primo è stato quello di ritenere (e dichiarare) che la complessità non fosse necessaria o addirittura fosse un male. Un rifiuto, questo, portato avanti da un populismo di destra impegnato a cavalcare l’ostilità del lumpen-ceto-medio-basso verso gli intellettuali, ostilità in qualche caso non del tutto ingiustificata (si pensi alla corporazione dei baroni universitari, o agli editorialisti talmente riflessivi da specchiarsi in Adorno), ma che nella stanza dei bottoni ha poi prodotto agghiaccianti risultati da espressionismo brianzolo quali Sandro Bondi o Mariastella Gelmini.

Il secondo modo per negare la complessità, sul fronte opposto, ha visto per protagonisti quei “professori di filosofia che aspettano la fine dei tempi o la fine del Capitalismo chiosando Heidegger” (cit. Giunta), e che, proprio per questo ­– rifiutandosi di frequentare ciò che il mondo nel frattempo è diventato fuori dal Palazzo accademico, ma soprattutto non intuendo che persuadersi di essere geneticamente incompatibili con il mondo di Bouvard e Pécuchet è un indizio che conduce a molte prove – afferrano e restituiscono di tutto il resto una parte troppo piccola per come pretendono di essere consegnati alla posterità (indizio numero due).

Di tutto questo prova a rendere giustizia Claudio Giunta in Una sterminata domenica (Il Mulino), una serie di saggi (forse sarebbe corretto definirli reportage) sul paesaggio italiano visitato attraverso esperienze che una certa prosopopea d’antan avrebbe definito middlebrow e Giunta ha l’onestà (e il tempismo) di chiamare col nome più appropriato: pop.

Se i nostri luoghi geografici sono più standardizzati rispetto ai tempi in cui Milano e Lampedusa non erano uniti neanche dalla lingua, le “increspature” del paesaggio che diventano significative non sono solo fisiche ma anche sacche di immaginario, microcosmi semantici, vicende di cronaca, avventure imprenditoriali, piccoli e meno piccoli sistemi di potere che mescolano tra loro proprio l’immaginario e l’impresa commerciale.

Ecco dunque l’Italia restituita attraverso il meeting di Cl, la saga di Fantozzi, il percorso degli Elio e le Storie Tese, il caso Moggi, il fenomeno Radio Deejay.

I libri che in questi anni hanno fritto l’aria intelligentemente con la scusa (o era la causa?) dei cultural studies non si contano, ma Giunta evita le trappole in cui la nostra esperienza (cioè l’esaurita pazienza) di lettori ritiene ormai che un libro del genere debba cadere poche pagine o righe prima che in effetti lo faccia.

Proverò a elencare qualche motivo per il quale la strategia di Giunta mi sembra invece interessante, e soprattutto lo faccia muovere in quella fascia d’esperienza che sta sotto il Tannhäuser non più di quanto sorvoli i raduni di Pontida, senza farsi fregare dal fantasma della fresca eruditissima ma alla distanza anche un po’ ingenua euforia da sdoganamento dei Sessanta (Umberto Eco, che per il pop fu ciò che oggi un cinquantenne potrebbe rappresentare per internet rispetto a un nativo digitale) né dal colpevole feticismo un po’ suicida del decennio successivo (non mi basta rintracciare una scheggia di Sid Vicious in Carlo Freccero e altri situazionisti tricolori per definire più punk che establishment la sua tv, non più di quanto mi sentirei di dire che la carriera politica di Gianni De Michelis fu segnata da Tony Manero più che dalla Enimont).

Una mossa di Giunta è allora quella di prestare inizialmente il fianco con onestà all’altro da sé, riconoscendogli dei meriti, in certi casi riconoscendo se stesso – molto sanamente – in una parte mai nel tutto estranea all’oggetto d’indagine. Da questo punto di vista, un precursore recente di questo modo di procedere è Forza Simba, il reportage che David Foster Wallace scrisse nel 2000 per «Rolling Stone» sulla campagna elettorale di John McCain per le primarie repubblicane. Cosa faceva in quel caso di interessante DFW? Osservava le gesta di un uomo politico che rappresentava un universo assai lontano dal proprio e una sfera di valori addirittura opposta, senza che questo gli impedisse di provare anche ammirazione (per come, ad esempio, prigioniero in Vietnam, nonostante le torture subite nel corso della detenzione, McCain rifiutò la propria liberazione privilegiando quella di un soldato semplice precedentemente catturato), ma senza soprattutto che questa ammirazione annullasse mai le differenze ideologiche, il che è proprio la via d’uscita da quel manicheismo permeabile che è solo uno dei paradossi in cui si è mosso in questi anni il dibattito pubblico.

Allo stesso modo (con una lingua davvero efficace, cioè limpida senza evanescenze, empatica senza euforia, severa senza anatemi da scagliare) Giunta è capace di infilarsi al meeting di Comunione e Liberazione lasciando che le perplessità per il revisionismo imperante (Leopardi ridotto a un inguaribile ottimista, la conquista delle Americhe non il preludio di un genocidio ma la missione spirituale che salvò l’anima di milioni di nativi, e così via) tentennino un attimo di fronte all’incredibile gentilezza con cui i militanti di CL trattano tutti, compreso lui e gli altri laici che si sono avventurati nel territorio sconosciuto. Una gentilezza mai sperimentata negli ambienti di sinistra né tra i militanti del PDL (avversari magari sul piano ideologico, ma non così “estranei” e “paralizzanti” come i ciellini), tanto da far scrivere a Giunta che in certi casi “la gentilezza è più importante della verità”.

Se non fosse che, poche pagine dopo, con un colpo di coda che ho capito essere un marchio di fabbrica (una sorta di istantaneo terzo atto, un contro-contro movimento) del discorso retorico che presiede Una sterminata domenica, Giunta scrive: “infine, questa coazione ad allargare il cerchio dell’amicizia del movimento non è senza rapporto con la sua traiettoria politica: cioè soprattutto con l’enorme rete di poteri e di interessi che è la Compagnia delle Opere e col filo doppio che ha legato e ancora lega in questi anni CL – il movimento nato per «proporre la presenza di Cristo come unica vera risposta alle esigenze profonde della vita umana di ogni tempo» – a Silvio Berlusconi”.

Interrogati su questo aspetto, due o tre attivisti rispondono che, semplicemente, in politica i ciellini appoggiano quelli che gli danno più spazio, che li aiutano a raggiungere i loro obiettivi. “E così pare proprio”, conclude Giunta, “che questi paladini dell’antirelativismo abbiano accettato di sottoscrivere lo slogan stesso del relativismo: anything goes, tutto va bene purché serva «a raggiungere i nostri obiettivi»”.

Ecco, in tre tempi, restituita la complessità: a) al meeting di Cl si spacciano per verità assodate tesi storiche ai limiti dell’assurdo, che accostano i ciellini ai raeliani e agli invasati di Scientology, b) i ciellini sono di una gentilezza disarmante. Questa gentilezza è in buona fede, fa bene, è una cosa buona, lo è al di là del fatto che chi la pratica è convinto che Leopardi in fondo “pensasse positivo”, c) la gentilezza in questione non è un astuto mezzo per raggiungere fini turpi, è un valore in sé, questo bisogna avere l’onestà di riconoscerlo, ma questo non toglie tuttavia che Comunione e Liberazione sia anche un gigantesco sistema di potere che fa paura, e che intimamente potrebbe non avere molto a che fare col Vangelo nonostante la buona fede dei militanti.

Stessa cosa per il fenomeno Radio Deejay, di cui Giunta è un ascoltatore accanito: a) chi pensi che Linus, Nicola, Albertino, Fabio Volo e compagnia siano un’accolita di fighetti miliardari dovrebbe ricordare che erano piuttosto un gruppo di proletari (quasi tutti di sinistra) a cui trent’anni fa riuscì di costruire un impero mediatico a suon di duro e onesto lavoro e alcune idee eccellenti, b) per i parametri del pop “Deejay chiama Italia” è una trasmissione perfetta, i conduttori usano un italiano chiaro e pulito, costruzioni linguistiche che le trasmissioni delle altre emittenti private nazionali si sognano, c) a “Deejay chiama Italia” non si parla di come Lacan abbia aggiornato Freud, ma il problema in questi casi sarebbe in chi cerchi un articolo di «Tel Quel» nelle telefonate con gli ascoltatori (telefonate che tuttavia, se ascoltate con attenzione, per la capacità che i conduttori hanno di far aprire gli interlocutori in modo sempre garbato, senza mai ricorrere alla volgarità, potrebbero riservare non poche sorprese), d) Fabio Volo ha la colpa di trattare radiofonicamente la letteratura alla stregua dei bigliettini dei Baci Perugina e quella ancor più grave di spacciare per romanzi i suoi non-libri, e tuttavia: poco prima delle ultime elezioni è stato tra i pochi, potendo disporre della sua audience, ad attaccare Berlusconi (senza risparmiare il PD) con una frontalità mancata a molti intellettuali; ogni anno rinuncia a molte centinaia di migliaia di euro rifiutandosi di sponsorizzare o fare la pubblicità per alcunché, e) Linus è uno stakanovista e un organizzatore del lavoro fenomenale, f) Linus ha il terrore di invecchiare, non riesce a diventare adulto, il modo in cui mitizza le sue origini proletarie da un certo punto in poi ha cominciato a diventare sospetto, g) il fatto di essere diventato miliardario, se da una parte non lo ha portato ad avere un rapporto osceno col denaro (la sua mancanza di ostentazione, come del resto quella di Fabio Volo, è proverbiale) dall’altra non ha impedito un certo scollamento dalla realtà, h) anche per questo forse da qualche tempo Linus porta avanti, all’interno del proprio gruppo, una politica del lavoro (e soprattutto dei licenziamenti) a dir poco discutibile, certamente non in linea con i valori da cui vorrebbe essere ispirato, h) tutti i meriti di Radio Deejay non tolgono che in fondo in fondo l’emittente non sia altro che uno tra i più accettabili, puliti, edulcorati frammenti che tutti quanti insieme formano però la “vera anima nera di quello che chiamiamo neo o tardo capitalismo”, vale a dire lo show business.

E così via (con diversi gradi di fascinazione che diventa anche diffidenza, e viceversa) per Fantozzi, per Elio e le Storie Tese, per Luciano Moggi.

La cosa interessante – oserei dire la novità – del discorso di Giunta è che i punti delle sue analisi cercano di restituire più complessità che sintesi, non si divorano l’un l’altro perché ne resti vivo uno come vorrebbe la logica del succitato manicheismo permeabile.

Il fatto che Fabio Volo sia un non scrittore spacciato per storyteller non toglie che in certi casi abbia mostrato (nel proprio ambiente e dal proprio speakers’ corner) un coraggio che alcuni scrittori-scrittori e intellettuali-intellettuali non praticano nei propri, il che non lo riabilita certo come scrittore. Il fatto che si abbia il dovere di tenere il punto su Leopardi discutendo con un militante di CL (e che si debba tenere ben presente che CL è una struttura di potere anche molto pericolosa) non toglie che a quel militante si debba riconoscere la virtù della gentilezza e di una certa empatia (e che magari gentilezza ed empatia sia giusto rivendicarle lì dove sono totalmente assenti, ad esempio quelle redazioni o quei dipartimenti universitari nati per cambiare il mondo nel nome di Marx). In un paese in cui lo scontro si è fatto binario, e quindi stupido, alzare il tiro del discorso in questo modo è un merito.

Infine. Tra le righe di Una sterminata domenica serpeggiano i segni di una cultura solida (tra le altre pubblicazioni dell’autore c’è ad esempio un commento alle «Rime» di Dante). Tuttavia Claudio Giunta non è una forza del passato che sconta sulla propria pelle le contraddizioni del presente. Non è un aquinate di Alessandria che in un paese di acquasantiere e busti di Togliatti getta scompiglio mischiando Bibbia e Dylan Dog. Non è neanche un bombarolo degli anni Settanta convinto di ritrovare stralci di libretto rosso tra Bombolo, er Monnezza e Edwige Fenech. Per privilegio di anagrafe, come quasi tutti quelli della sua generazione, Giunta ha ascoltato la voce di Cristina D’Avena prima di quella di Rilke, ha seguito le avventure di Pentothal e Zanardi prima di quelle di Julien Sorel. Di questo non si fa un vanto né per questo si autocommisera. Ne prende atto, e dalla presa d’atto comincia con onestà la propria indagine.

Quali siano i limiti e le vere trappole da evitare per questo genere di approccio (quali rischino di disinnescarlo strada facendo come è successo agli “esploratori” delle generazioni precedenti) lo capiremo nei prossimi anni, per ora mi sembra interessante che un discorso di questo tipo inizi ad avere il suo spazio.

L'articolo Da Radio Deejay, al caso Moggi, a Fantozzi, a Elio, a Comunione e Liberazione… La “Sterminata domenica” di Claudio Giunta proviene da Minima et Moralia.

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La rivoluzione di Mr Smith https://minimaetmoralia.it/giornalismo/ben-smith-buzzfeed/ https://minimaetmoralia.it/giornalismo/ben-smith-buzzfeed/#respond Fri, 04 Jan 2013 10:03:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12235 Questo articolo è uscito su IL. (Immagine: gli uffici di BuzzFeed.)

di Jason Horowitz

La mattina presto Ben Smith, pioniere del giornalismo politico online, prende un autobus dalla sua casa vittoriana in piena Brooklyn, passa sotto al Battery Tunnel e supera City Hall, dove una volta faceva il corrispondente, sempre attaccato alla cornetta tra pile di quotidiani. L'autobus ferma al Flatiron, a Manhattan, poco più a sud della sede del New York Times e di altri mostri sacri della carta stampata. Smith entra in un edificio anonimo e prende l'ascensore fino all'undicesimo piano: le porte si aprono negli ariosi uffici di BuzzFeed, l'ultima iniziativa giornalistica candidata a rivoluzionare l'informazione politica.

In quella specie di loft, bianco e luccicante come un Apple Store, giovani donne agghindate con grossi occhiali, fuseaux, gonne e stivali si aggirano fra scrivanie presidiate da giovani uomini con barbe dalle acconciature strane e auricolari che colano giù dalle orecchie. A un computer, una donna armata di Photoshop attacca teste su corpi femminili. I reporter vanno a rifornirsi nell'area cucina, provvista di patatine, caramelle, barrette di muesli e un frigo con bibite gassate e trendissime birre Brooklyn Righteous Ale e Bengali Tiger. Sorseggiano da tazze di caffè decorate con cerchi gialli con su scritto WTF (sigla nata su internet e che sta per What the fuck?, di intuibile traduzione). Smith ha 35 anni. Con la sua faccia rubizza e il suo look antichic, è una sorta di mosca bianca tra i giovani di tendenza che girano per l'ufficio. Smith, che ha tre figli, si è fatto le ossa nei giornali tradizionali e si è guadagnato la reputazione rivoluzionando il mondo dei blog politici e contribuendo, en passant, a fondare testate ormai famose come politico.com.

L'articolo La rivoluzione di Mr Smith proviene da Minima et Moralia.

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Questo articolo è uscito su IL. (Immagine: gli uffici di BuzzFeed.)

di Jason Horowitz

La mattina presto Ben Smith, pioniere del giornalismo politico online, prende un autobus dalla sua casa vittoriana in piena Brooklyn, passa sotto al Battery Tunnel e supera City Hall, dove una volta faceva il corrispondente, sempre attaccato alla cornetta tra pile di quotidiani. L’autobus ferma al Flatiron, a Manhattan, poco più a sud della sede del New York Times e di altri mostri sacri della carta stampata. Smith entra in un edificio anonimo e prende l’ascensore fino all’undicesimo piano: le porte si aprono negli ariosi uffici di BuzzFeed, l’ultima iniziativa giornalistica candidata a rivoluzionare l’informazione politica.

In quella specie di loft, bianco e luccicante come un Apple Store, giovani donne agghindate con grossi occhiali, fuseaux, gonne e stivali si aggirano fra scrivanie presidiate da giovani uomini con barbe dalle acconciature strane e auricolari che colano giù dalle orecchie. A un computer, una donna armata di Photoshop attacca teste su corpi femminili. I reporter vanno a rifornirsi nell’area cucina, provvista di patatine, caramelle, barrette di muesli e un frigo con bibite gassate e trendissime birre Brooklyn Righteous Ale e Bengali Tiger. Sorseggiano da tazze di caffè decorate con cerchi gialli con su scritto WTF (sigla nata su internet e che sta per What the fuck?, di intuibile traduzione). Smith ha 35 anni. Con la sua faccia rubizza e il suo look antichic, è una sorta di mosca bianca tra i giovani di tendenza che girano per l’ufficio. Smith, che ha tre figli, si è fatto le ossa nei giornali tradizionali e si è guadagnato la reputazione rivoluzionando il mondo dei blog politici e contribuendo, en passant, a fondare testate ormai famose come politico.com.

Ma nell’era di Twitter perfino i blog sembrano lenti («vecchi e scricchiolanti», li definisce Smith) ed ecco perché lui si trova qui. Seduto tra una fila di scrivanie bianche e una finestra a tutta altezza con vista sull’Empire State Building, Smith spera di essere l’uomo che guiderà la prossima grande rivoluzione dell’informazione. A gennaio, quando è diventato direttore di BuzzFeed, il suo trasferimento ha suscitato un certo scalpore nei corridoi del potere di Washington e negli ambienti dell’informazione di New York. Praticamente nessuno sapeva che cosa fosse BuzzFeed e quei pochi che lo sapevano lo associavano ad articoli memorabili come «Uccellino imbocca cane con noodles», «Le sei location perfette per un rifugio da supercriminale» e «Venti gatti colti sul fatto». Molti di questi articoli sono marchiati con bollini gialli con su scritto «LOL», «Cute», «Trashy», «Fail», «WTF», «OMG» e via chattando. Smith insiste che lui e il nuovo bollino bianco-rosso-blu «Election 2012», che campeggia in cima alla homepage, non sono fuori posto qui a BuzzFeed. «BuzzFeed è nato come un esperimento di ciò che la gente vuole condividere», dice Smith. «All’inizio c’erano foto divertenti di animali, notizie sulle celebrità e storie edificanti. Ma ora offriamo alla gente notizie sempre più serie, analisi e fotogiornalismo, per aiutarli a capire il mondo attraverso i loro amici e i loro feed Facebook».

Il quotidiano del mattino è quasi un pezzo da museo, ma anche le homepage dei mezzi di informazione tradizionali che cercano di attirare traffico verso le loro pagine stanno diventando una cosa del passato. BuzzFeed fa un balzo in avanti a livello concettuale, parte dalla consapevolezza che sta sorgendo una nuova era in cui gli utenti del web condividono e ricevono articoli e notizie attraverso Facebook, Twitter e altri social network. L’informazione, come qualsiasi altra cosa di questi tempi, è sociale e BuzzFeed è il sito che finora è andato più vicino a scoprire il segreto di ciò che la gente vuole condividere. «Nel futuro tutta l’informazione sarà personalizzata e tagliata su misura del cliente», dice Peter Kaplan, ex direttore di Smith al New York Observer e ora direttore editoriale della Fairchild Media. BuzzFeed inizialmente aveva chiesto a lui di dirigere la nuova redazione, ma Kaplan era troppo attaccato alla carta stampata e ha suggerito Smith, un giornalista che gli era sembrato ipercompetitivo, uno di quelli «che non si spegne mai», uno che all’Observer si comportava come un «boss di quartiere».

Secondo Kaplan, con Smith nelle vesti di giocatore-allenatore, BuzzFeed diventerà il nuovo Huffington Post e «rivoluzionerà il mondo dell’informazione». All’inizio Smith aveva rifiutato l’offerta, ma poi Kaplan e la moglie dello stesso Smith, Liena Zagare, anche lei una blogger di successo, gli hanno detto che era un pazzo. Ora Smith è ultraconvinto del progetto e condivide la visione di BuzzFeed sul modo in cui in futuro i lettori riceveranno le notizie. «Questa è la realtà, non è chiacchiericcio futuristico», spiega Smith, che ha un modo di parlare molto diretto. «Mi sono reso conto che stavo scrivendo per lettori informati che ricevono le notizie da Twitter». (Per trasparenza: ho lavorato con Smith al New York Observer e lo considero un amico.)

Quelli che contestano siti come BuzzFeed fanno notare che ricevere le notizie da Twitter e da Facebook può essere molto efficiente, veloce e appagante, ma ha un limite: è un metodo particolarmente efficace per non ricevere le notizie che stanno fuori dal radar degli amici. Le possibilità di venire a conoscenza di novità poco sexy (ad esempio gli sviluppi politici in Uganda) sono alquanto limitate se non sono riportate sulle pagine dei giornali di carta o non campeggiano in bell’evidenza su una homepage. BuzzFeed creerà un pubblico più compiaciuto, dicono i detrattori, ma non necessariamente più istruito. Ma Smith è venuto qui proprio per alzare il livello culturale del sito, non per abbassarlo. Ha la reputazione di uno che riesce a indirizzare i lettori del blog e di Twitter ai migliori articoli disponibili in Rete. Per quanto riguarda la sua sezione, BuzzFeed sta tornando ai principi basilari del giornalismo.

La redazione politica di BuzzFeed è composta da sei giovani e brillanti reporter. Tutti guardano a Smith come a un mentore, ma qualcuno si lamenta delle sue telefonate alle 5 del mattino. In ufficio sono tutti seduti lungo una fila di scrivanie, a battere sui tasti dei Macbook in una stanza eccezionalmente silenziosa, ancora sprovvista di linee fisse. Quasi nessun giornalista parla al telefono, e quando Smith riceve la telefonata di una fonte va a parlare in fondo al corridoio.

Quando torna alla scrivania, Smith distoglie lo sguardo dalla cascata di tweet sul suo computer e incoraggia una giovane giornalista, Rosie Gray, a essere più aggressiva quando segue gli appuntamenti elettorali di Rick Santorum, il candidato alle primarie repubblicane. «Sì, così si incazzano e mi buttano fuori dal pullman», replica lei. In un altro momento della giornata, Smith passa una preziosa raccolta di vecchi materiali su Newt Gingrich al suo ricercatore, Andrew Kaczynski, uno studente del college che è diventato una piccola celebrità per aver scovato video dimenticati in cui i politici dicevano cose sconvenienti.

«Perché non fai i 50 migliori documenti della campagna di Newt Gingrich del 1983?», chiede Smith a Kaczynski, che tiene la testa girata di lato, verso lo schermo. Il mattino seguente, BuzzFeed pubblica un pezzo intitolato: «Esclusivo: i 30 documenti più interessanti dagli archivi di Newt». Sono le stesse discussioni che si potrebbero ascoltare in qualsiasi redazione, ma certi frammenti di conversazione sono difficili da immaginare in un altro contesto: una redattrice va a una riunione «nella sala conferenza LOL», un redattore osserva che «Dogs against Romney ormai è ovunque» e un altro interrompe una conversazione per chiarire: «A proposito, non ritwittarlo. È off the record».

Nell’universo di Twitter e nella galassia di BuzzFeed tutto è lecito, tutti partono alla pari. È la qualità della notizia, non il brand della testata, a decidere che cosa viene letto e che cosa no. In questo mondo meraviglioso, la cosa più pregiata resta il buon vecchio scoop, come quello realizzato da Smith in Iowa sull’endorsement di John McCain all’ex rivale Mitt Romney.

Il web ha bisogno di qualcosa di cui parlare e va ghiotto di segreti svelati, intuizioni originali e osservazioni brillanti. La capacità di fare scoop, di fornire notizie attendibili o anche di indirizzare i lettori su informazioni rivelatrici o umoristiche fa di Smith una fonte fidata nel piccolo, ma potente, universo dell’informazione. Persone come Smith diventano potenti arbiter di quello di cui la gente parla e sono loro, alla fine, a decidere chi viene eletto. «Ben porta scoop, e gli scoop sono merce condivisibile», dice Jon Steinberg, presidente di BuzzFeed ed ex dirigente di Google che se ne sta seduto nel suo ufficio dalle pareti di vetro calzando un paio di Adidas nere. «Noi ci limitiamo a scrivere notizie che la gente ha voglia di condividere. È il contrario di quello che ci avevano insegnato i nostri predecessori sul mondo dell’informazione».

L’immediato predecessore di BuzzFeed è l’Huffington Post, che fece il suo ingresso in scena durante la precedente tornata elettorale. Il fondatore di BuzzFeed, Jonah Peretti, ha avuto un ruolo chiave nella strategia dell’Huffington Post, quella soprannominata mullet, dal nome del taglio di capelli corto davanti e lungo dietro: tutte le notizie serie sul davanti e tutte le notizie leggere, con tonnellate di slide show sui gatti, sul retro. Peretti era maestro nell’attirare lettori verso l’Huffington Post, ma quando l’anno scorso Aol ha comprato il sito si è convertito in fervente sostenitore del modello social.

Arianna Huffington, la fondatrice dell’Huffington Post, è convinta che ci sia spazio a sufficienza per entrambi i modelli. «L’Huffington Post intrattiene da tempo rapporti con BuzzFeed e siamo felicissimi di vedere che si sta espandendo», dice. «Da quanto abbiamo lanciato la nostra testata dico sempre che è finita l’epoca dei giochi a somma zero, in cui se qualcuno guadagna qualcun altro deve perdere. Espandere la penetrazione delle notizie va a vantaggio di tutti. Ben è un grande acquisto».

Un acquisto anche redditizio. Poco dopo il suo arrivo, BuzzFeed ha annunciato investimenti addizionali per 15,5 milioni di dollari. Presto gli sarà affidata una redazione sempre più grande, con giornalisti che scriveranno di tecnologia, tematiche femminili, sport e animali. (Nessuno è disposto a rinunciare al traffico internet generato dai gatti.) Presto potrà anche ricominciare a firmare i suoi pezzi: quelli di Politico, irritati per la sua partenza, non gli hanno permesso di firmare articoli fino all’estate. (A febbraio il Washington Post titolava: «Liberate Ben Smith!».)

Nato e cresciuto nell’Upper west side di Manhattan, Smith ha frequentato scuole private prima di andare a Yale a studiare linguistica (2). Nell’estate del 1998 ha fatto uno stage estivo al Jewish Forward, dove ha sviluppato una passione per la politica ebraica. Dopo il college è entrato all’Indianapolis Star, dove si occupava di cronaca nera: fra i criminali di cui ha scritto c’era un suo quasi omonimo, Benjamin Smith. («Mia madre mi diceva di non uscire di casa», racconta.) La redazione dell’Indianapolis Star aveva solo un computer con accesso internet. Smith vide una pubblicità del Baltic Times e andò in Lettonia a scrivere dei processi ai criminali di guerra nazisti e a collaborare con il Wall Street Journal Europe. A una conferenza della Banca Mondiale incontrò sua moglie. Nei giorni successivi all’11 settembre, Smith frequentava un internet cafè di Kiev, assieme a un gruppo di ufficiali dell’esercito pakistano («Ripensandoci, un’occasione giornalistica sprecata», dice), per consultare ossessivamente Drudge Report, il blog di Andrew Sullivan e Talking Point Memo.

In quell’occasione capì che voleva far parte di quel mondo. In America l’interesse per l’Europa scemò rapidamente e Smith tornò a New York per cercare un posto in un giornale. Lo trovò al New York Sun, un nuovo quotidiano di orientamento conservatore focalizzato sulla politica cittadina. A Smith fu assegnata la corrispondenza da City Hall e si insediò nello scantinato del municipio portandosi dietro il primogenito, che teneva in una fascia. Si fece subito notare e nel 2003 fu assunto dal New York Observer: trattandosi di un settimanale, Smith non riusciva a utilizzare tutti gli scoop e le notizie succose che si ritrovava per le mani. «Avevo tutte queste informazioni che non potevo usare», dice. Ma si rese conto che poteva sfruttare quel materiale per attirare l’interesse di un intero universo di dipendenti e funzionari comunali che oziavano annoiati di fronte ai loro monitor. Kaplan dice che Smith voleva dominare City Hall non solo come reporter, ma anche come un «piccolo imprenditore». Il risultato fu Politicker, il primo blog di succose notiziole politiche newyorchesi.

Smith parla di quei giorni, lontani appena un decennio, come se parlasse di un altro secolo. «Ero l’unico che metteva notizie online», dice, quasi malinconico. «Potevo scovare una notizia alle 11, andare a pranzo, scriverla alle due e arrivare comunque per primo». Le cose sono diventate molto più veloci nel momento in cui Smith è entrato a Politico. Il suo blog è diventato fondamentale per una testata nazionale che si faceva vanto di essere più veloce e più prolifica dei tradizionali colossi dell’informazione. Smith ha contribuito spesso a orientare il dibattito sulla Casa Bianca e sulla politica nazionale dalla sua casa nel modesto quartiere di Ditmas Park, a Brooklyn.

A fine giornata, Smith si congeda dalla squadra di reporter. Scende nella stazione di Union Square per prendere la metro che lo riporterà verso Brooklyn e a una cena in un ristorante panasiatico, quando qualcuno lo chiama ad alta voce: «Ben!». «Salve, consigliere», risponde Smith. È il consigliere comunale Vincent Gentile, che sta scendendo le scale della stazione. «Ti ho visto in televisione, non sapevo che ti fossi trasferito», gli dice Gentile, e i due si mettono a parlare di minuzie (Smith è diventato famoso proprio grazie alla sua capacità di interessarsi ai dettagli). Quando il treno arriva in stazione e Smith entra nel vagone, Gentile gli spiega perché non sapeva del suo cambio di casacca: «È difficile stare dietro a una saetta come te».

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