Jose Tomàs Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jose-tomas/ un blog di approfondimento culturale Fri, 19 Jul 2019 00:08:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Jose Tomàs Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jose-tomas/ 32 32 Sulle tracce di José Tomás, il torero filosofo https://minimaetmoralia.it/societa/sulle-tracce-jose-tomas-torero-filosofo/ https://minimaetmoralia.it/societa/sulle-tracce-jose-tomas-torero-filosofo/#comments Fri, 19 Jul 2019 06:00:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40778 Pubblichiamo un pezzo uscito su L'Espresso, che ringraziamo (fonte immagine).

GRANADA. Alle sei e mezza della tarde, nel sabato infuocato in cui la festa del Corpus Domini arriva al suo culmine, il Caffè Brasilia è preso d’assalto. Tavolini zeppi all’inverosimile. Giovani dalla pelle abbrustolita e dalle maniere flamenche che accennano canti toreri. Aficionados di ogni parte del mondo che si confidano fumando sigari cubani. Infinite coppe in cui tintinna ghiaccio e gin tonic, whisky cola, tinto de verano. Camerieri che volano in camicie bianche madide di sudore. C’è qualcosa di inesprimibile in questa attesa furibonda. Il fatto è che l’ora della corrida più importante dell’anno si avvicina e proprio qui davanti sta per passare il Messia.

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Pubblichiamo un pezzo uscito su L’Espresso, che ringraziamo (fonte immagine).

GRANADA. Alle sei e mezza della tarde, nel sabato infuocato in cui la festa del Corpus Domini arriva al suo culmine, il Caffè Brasilia è preso d’assalto. Tavolini zeppi all’inverosimile. Giovani dalla pelle abbrustolita e dalle maniere flamenche che accennano canti toreri. Aficionados di ogni parte del mondo che si confidano fumando sigari cubani. Infinite coppe in cui tintinna ghiaccio e gin tonic, whisky cola, tinto de verano. Camerieri che volano in camicie bianche madide di sudore. C’è qualcosa di inesprimibile in questa attesa furibonda. Il fatto è che l’ora della corrida più importante dell’anno si avvicina e proprio qui davanti sta per passare il Messia.

Il Caffè Brasilia possiede una fortuna, oltre all’abilità dei suoi baristi che confermano il mito hemingwayano secondo cui spagnoli sono i migliori camerieri e baristi del mondo. Questa fortuna è la sua posizione. Esattamente di fronte alla distesa dei suoi tavolini sta infatti la puerta de cuadrillas della Plaza de Toros. Ossia la porta attraverso cui accedono all’arena i toreri e le autorità e che in occasioni eccezionali può diventare la via del miracolo. Messia e miracolo sono espressioni esagerate, ma non se ne usano altre, adesso. Del resto a suscitare l’entusiasmo che vibra nei dintorni della plaza e percorre le vie di questa città di sconcertante bellezza non è una figura di spicco come il Re Emerito, Juan Carlos, di cui si vocifera l’arrivo.

I quindicimila spettatori che in tre giorni hanno esaurito gli abbonamenti dell’intero cartellone taurino pur di assistere a questa corrida sono in attesa di ben altro. Quello che in termini più laici potremmo limitarci a definire un torero da leggenda. Certamente il più grande degli ultimi decenni nonché il mito con cui la corrida si è gettata nel nuovo millennio dopo tre secoli di vita.

Si chiama José Tomás. È nato il 25 agosto del 1975 a Galapagar, nei dintorni di Madrid, dove suo nonno lo iniziò fin da bambino alla febbre del rito tauromachico. Schivo, magrolino, dedito alla realizzazione di un’idea con l’abnegazione dei mistici, fin dagli inizi la sua arte suscitò tale sconcerto che un grande esperto di corrida come Joaquín Vidal sentenziò in un celebre articolo: “È arrivato José Tomás e, per la festa dei tori, il confine fra prima e dopo è segnato per sempre”. Il dopo, però, da quel 1997 in cui JT sconvolse la cosiddetta Scala della tauromachia, ossia Las Ventas a Madrid, non è stato il semplice percorso di una carriera torera. Ferite, sfide, ossessioni, fughe, ritorni, e soprattutto silenzi sempre più intensi e assenze sempre più lunghe hanno segnato questi anni. Tanto che dal 2016 JT entra nelle arene solo una o due volte a stagione. E in quelle occasioni il mondo taurino assiste a un fenomeno mai contemplato prima nella sua storia.

“È lui. È lui” il brusio percorre la folla come un’onda. Due poliziotti a cavallo accompagnano l’ingresso del furgoncino su cui i toreri arrivano alla plaza, perdute ormai le usanze antiche delle folkloristiche carrozze. Non è un rito fermo nel passato, la corrida. Semmai è un rito fuori dal tempo. E JT incarna perfettamente questa dimensione atemporale. Mentre scende con gli occhi persi, la pelle livida della paura che qualsiasi grande matador affronta ogni volta che sta entrando nell’arena, uomini e donne impazziti si lanciano su di lui gridando “Maestro, Maestro” per toccarlo come una divinità.

I poliziotti spronano i  cavalli alti sulle zampe posteriori e tirano scudisciate come in una repressione d’altri tempi. Ma è in gioco l’incolumità dell’uomo che fra poco sfiderà quattro tori che superano la mezza tonnellata. Perché è un uomo, malgrado il delirio di fanatismo quasi religioso che lo circonda, JT. Talmente umano e talmente estraneo alle abitudini taurine consolidate che l’immaginario collettivo ha finito per collocarlo in una dimensione extraumana.

Come si spiega un simile paradosso? Quale il mistero? In verità, la storia di questo matador che da solo muove l’economia di una città non è così difficile da ripercorrere. Anche perché è così ridotta all’osso e priva dell’aneddotica tipicamente taurina che viene da sorridere. Sono circa vent’anni infatti che JT non concede un’intervista. La sua vita privata è completamente negata ai riflettori. Fatta eccezione per la passione calcistica immolata all’Atletico Madrid e per la propensione a leggere poesia e filosofia, di lui si sa solo ciò che non fa. Non frequenta colleghi. Non si fa vedere sugli spalti delle arene. Non prega nelle cappelle della plaza. E soprattutto non concede alle televisioni di riprenderlo mentre torea. Nonostante l’enorme quantità di denaro che entra in gioco con i contratti televisivi, JT ha sempre negato il suo assenso. La corrida è un rito, una cerimonia a cui si può soltanto partecipare. Un crimine, dunque, tentare di restituirla sullo schermo per la fruizione individuale in cui sensi come l’olfatto, l’udito e l’estasi tipica del coinvolgimento teatrale sono negati. D’altronde, i soldi che muove il torero possono ben fare a meno dei contratti milionari che oggi le tv assicurano.

I conti me li ha mostrati ieri l’impresario dell’arena di Granada, un andaluso quarantacinquenne di nome José María Garzón. L’impatto economico sulla città in questi giorni è di oltre quindici milioni di euro, mentre il ritorno in termini di pubblicità sfiora i cinque milioni. Numeri da capogiro. Benché la corrida, in generale, non sia affatto in disarmo come sostiene una certa retorica (si tratta del secondo spettacolo più seguito in Spagna, per nulla in calo se è vero che Madrid quest’anno ha battuto ogni record: oltre 640 mila i biglietti staccati durante il ciclo di corride), quello che accade con questo torero è un caso a parte. Non soltanto dovuto alla rarità delle sue esibizioni, ma a qualcosa che lo rende estraneo, diverso, abitante di una dimensione completamente altra rispetto a quella in cui si muovono i toreri comuni, che siano star o giovanissimi in cerca di fortuna.

Di cosa si tratta? L’unica certezza da cui è possibile partire per lanciarsi alla ricerca di una spiegazione mi è chiara nel momento esatto in cui, alle sette in punto, i clarini annunciano l’inizio della cerimonia e JT entra nell’arena per il paseillo, la breve parata rituale con cui i toreri si presentano al pubblico e al Presidente che gestisce ogni aspetto del rito. Oggi il torero è solo. Sfiderà quattro tori, non i due abituali assieme a due colleghi. E basta vederlo immobile, con i piedi piantati nella sabbia, per avere la percezione di trovarsi di fronte a una specie di statua che impone da sola il silenzio. È la presenza. La personalità. Un dono di Madre Natura, forse? Accanto a me, Antonio Lorca, critico taurino del Pais, il più severo nel condannare certa decadenza della tauromachia dei nostri giorni e per nulla indulgente con JT, me lo dice senza dubbi. “Vedi Matteo, ha una tale personalità che riesce a trasmettercela immediatamente, senza che ci sia possibilità di darne una spiegazione”.

Quel che segue è uno dei trionfi più “apoteosici” come si dice in Spagna che sia possibile immaginare. Di fronte ai suoi quattro tori, JT sfodera tutta la ricchezza della sua arte nel maneggiare il capote e la muleta, ossia il grande panno giallo e rosa con cui si ammansisce la carica del toro appena entrato nell’arena e quello piccolo e rosso con cui si chiama l’animale alla danza prima di dargli la morte. Ma soprattutto mostra come la presenza che egli impone agli spettatori sia la stessa che impone ai suoi tori, ossia una presenza basata sull’immobilità, sulla verticale e statuaria concentrazione con cui egli doma se stesso e le sue paure, per farsi corpo che non è più corpo. Eccolo il vero segreto che rende JT lontano dal nostro mondo. La sua corporeità, nella fermezza quasi sacrale, nella decisione irrevocabile di mantenersi ieratica, si dissolve. Fra le frasi taurine a cui si ricorre per spiegare questo fenomeno, generalmente domina la battuta con cui Juan Belmonte, rivoluzionario della corrida negli anni Venti, spiegò il proprio miracolo: “Se vuoi toreare davvero, dimentica di avere un corpo”.

Quante volte JT abbia dimenticato il suo corpo è difficile dirlo. Innumerevoli le cicatrici che lo ricoprono e innumerevoli le situazioni in cui ha ignorato il sangue che sgorgava da ferite profonde diversi centimetri pur di completare l’opera. Ma c’è un momento che più di ogni altro ha segnato la sua vita, o meglio la sua sopravvivenza. È il 24 aprile del 2010. JT torea nel Paese che dopo la Spagna ama di più, il Messico. Da tre anni è tornato a calcare le arene dopo un ritiro su cui non ha mai dato spiegazioni durato un lustro intero. “Una vita senza toreare non è degna di essere vissuta” ha mormorato prima del suo rientro trionfale, citando – chissà se consapevolmente o meno – il Socrate dell’Apologia: “Una vita senza filosofare non è degna di essere vissuta”.

In effetti, toreare e filosofare non sono attività così diverse. In entrambi i casi, se si va fino in fondo, si rischia la morte. Ed è con la morte che JT lotta attraverso i suoi tori. A Aguascalientes, però, quel pomeriggio del 2010, il torero arriva a un vero e proprio soffio dalla fine. Un toro di nome Navegante, in un passaggio complesso, esita di fronte al suo corpo e poiché lui, diversamente da chiunque altro, non fa mai un passo indietro pur di non rivelare la propria corporeità, Navegante se lo trova a pochi centimetri dal corno sinistro, ignora il panno rosso e lo trafigge, strappandogli la vena femorale. Quando arriva nell’infermeria della plaza JT ha perso più della metà del suo sangue, la vita sta volando via e, mentre il pubblico risponde in massa alla richiesta di una donazione, i chirurghi operano senza anestesia e, contro ogni probabilità, lo salvano.

Pochi confidano che dopo una simile tragedia l’uomo voglia ricominciare. E invece sì. Ma nessun dolore è vano, come spiegarono fin dalle origini i tragici antichi. Così JT nel silenzio della sua casa di Estepona comincia a scrivere al toro che lo ha quasi ucciso. A quella lettera, risponde Mario Vargas Llosa, altro grande aficionado. Ne esce un piccolo libro prezioso intitolato Dialogo con Navegante. È probabilmente l’arma con cui JT si lancia in questi ultimi sconcertanti anni di attività taurina che lo spingono definitivamente in una dimensione che pare lontana da quella corporea e umana. Il 16 settembre del 2012 nell’anfiteatro romano di Nȋmes JT sfida da solo sei tori, in un trionfo simile a quello di oggi. Anche quel giorno ero presente sugli spalti, come molti altri tomasisti. Perché così vengono ormai chiamati coloro i quali non si perdono più un’apparizione di questo sacerdote dell’unico rito laico che abbia mantenuto una connessione esplicita con l’antica tragedia greca.

Uscendo dalla Monumental di Frascuelo, come si chiama la Plaza de Toros di Granada, gioiello in stile neomudéjar del 1927, uomini e donne, ragazzi, bambini, si aggirano come fantasmi. In molti hanno pianto. Parecchi cercano una risposta negli abbracci. Echeggia ancora il coro “torero, torero, torero” che ha accompagnato JT in trionfo sulle spalle fino alla strada. Fra la folla, vaga Giorgio Montefoschi, scrittore Premio Strega 1994, che assieme a un amico aficionado di Milano e le rispettive mogli, mi confessa di non avere alcuna parola a disposizione. Molti sono gli italiani. E molti i francesi, i portoghesi, i messicani. Ci rifugiamo tutti nei bar dei dintorni. Ognuno cerca qualcosa a cui aggrapparsi per custodire il sogno che ha vissuto. Per non farsi sfuggire l’arte che, come in qualsiasi rappresentazione teatrale, è breve e irripetibile. Ognuno però sa anche bene che qualsiasi ricerca è vana. Tutti gli appassionati di questo rito mediterraneo non replicabile sanno infatti che ha ragione JT e nessuna immagine potrà mai restituire l’estasi che si è vissuta collettivamente. Ma la tristezza non segue lo svuotamento che si prova dopo questa specie di orgasmo estetico. Tutti condividono un’idea che domina il concetto stesso di arte tauromachica. Ossia quello che un aforisma andaluso ha espresso con la compiutezza e la perfezione della sua intrinseca brevità: in questo nostro mondo, solo l’effimero è eterno.

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Uomini tori e minotauri nell’età della crisi https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/uomini-tori-e-minotauri/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/uomini-tori-e-minotauri/#comments Sun, 29 Jun 2014 05:00:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21835 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Siviglia. Poiché da queste parti la “corrida a piedi” nacque a inizio Settecento, si sente dire spesso che in nessuna città come a Siviglia sia possibile testare la salute della corrida. Quest’anno, durante la Feria de Abril, la cattiva gestione della celebre Maestranza ha mostrato terribili crepe che hanno fatto parlare di inesorabile decadenza. “Nulla è per sempre, bisogna ricordarselo” ripetevano i vecchi appassionati, inviperiti contro gli impresari dell’arena, colpevoli di meschinità che hanno tenuto fuori dal cartellone i migliori toreri e i migliori tori. Eppure la Maestranza di Siviglia non è la Scala della corrida. La Scala è Las Ventas, a Madrid. E lì, in quella che Hemingway ribattezzò la “capitale del mondo”, pochi giorni fa si è chiusa la feria di San Isidro, un mese di corride quotidiane, la feria torera più lunga del mondo, salutata dal re dimissionario Juan Carlos e da migliaia e migliaia di aficionados, come sono detti qui gli appassionati di tori.

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Nella foto: José Tomas. Fonte)

Siviglia. Poiché da queste parti la “corrida a piedi” nacque a inizio Settecento, si sente dire spesso che in nessuna città come a Siviglia sia possibile testare la salute della corrida. Quest’anno, durante la Feria de Abril, la cattiva gestione della celebre Maestranza ha mostrato terribili crepe che hanno fatto parlare di inesorabile decadenza. “Nulla è per sempre, bisogna ricordarselo” ripetevano i vecchi appassionati, inviperiti contro gli impresari dell’arena, colpevoli di meschinità che hanno tenuto fuori dal cartellone i migliori toreri e i migliori tori. Eppure la Maestranza di Siviglia non è la Scala della corrida. La Scala è Las Ventas, a Madrid. E lì, in quella che Hemingway ribattezzò la “capitale del mondo”, pochi giorni fa si è chiusa la feria di San Isidro, un mese di corride quotidiane, la feria torera più lunga del mondo, salutata dal re dimissionario Juan Carlos e da migliaia e migliaia di aficionados, come sono detti qui gli appassionati di tori.

Tornando nell’Andalusia profonda, il 19 giugno scorso José Tomas, il più grande dei matadores viventi, è tornato a sfidare tori a Granada dopo quasi due anni di assenza, riempiendo la città all’inverosimile. Messicani, francesi, italiani, inglesi, oltre a spagnoli di ogni dove. Abbonamenti alla feria cittadina cresciuti del 400 per cento. Hotel e ristoranti pieni. Un indotto di cui ancora non si rivela la magica cifra, mentre gli addetti al turismo si leccano i baffi, benedicendo il santo di Galapagar, paese in provincia di Madrid dove JT nacque 39 anni fa, per crescere con i tori e una sola squadra nel cuore: ovviamente, l’Atletico.

È davvero in crisi, allora, la corrida, come sembrano sostenere inchieste, indagini e un senso comune che, sullo slancio dell’abolizione catalana e dell’estremismo animalista dilagante, ha spinto a credere che di corride non se ne faranno più e che, se nel frattempo sopravvivono, nei paesi in cui sopravvivono, chi partecipa si deve almeno vergognare? I numeri raccontano una storia molto più complicata. Il calo di spettacoli taurini in Spagna, a cui fanno riferimento gli abolizionisti (meno 41 per cento fra 2007 e 2012), è reale. Ma non tiene conto dell’enorme e spropositata crescita del numero di corride che si era registrata a partire dalla metà degli anni Novanta. Siamo dunque tornati a valori di normalità che peraltro per i veri esperti convengono alla buona salute dell’arte tauromachica (651 corride – e si intendono corride vere e proprie – contro le 630 del 1993). Quanto all’interesse che secondo gli abolizionisti è in continuo calo, nel 2012 le corride spagnole hanno venduto 5.496.452 biglietti generando un introito di oltre 177 milioni di euro. Tra gli spettacoli culturali (la corrida è cultura non sport) soltanto il cinema straniero ha fatto meglio in Spagna (quasi 450 milioni).

I dati peraltro non includono tutti quegli spettacoli taurini che vanno sotto la denominazione di “feste popolari” con cui la dimensione dell’introito cresce fin quasi a raddoppiare (altri 126 milioni di euro per un totale di 303.070.567 euro). L’impatto economico indiretto, come nel caso di JT l’altro ieri, è però quel che davvero conta. Aldilà dei biglietti strappati, secondo gli studi, si devono aggiungere almeno altri 150 milioni di euro, solo calcolando il movimento degli spettatori. Quanto ai cosiddetti effetti indotti diretti e indiretti (in sostanza, il movimento economico generale, inclusi i trasporti) l’impatto economico mosso dal carrozzone taurino sfiorava i 600 milioni di euro nell’anno più caldo della crisi, il 2012. Mica poco.

I numeri però non possono raccontare tutta la storia. Servono, agli osservatori, per contestare l’idea che l’interesse nei confronti dei tori sia scarso e antieconomico e che la sopravvivenza di un mondo tanto arcaico sia dovuta alle sovvenzioni statali (è semmai il contrario: l’esempio dell’Extremadura detta legge. Qui un festival di teatro lungo due mesi ha ricevuto 1.400.000 euro in sovvenzioni per 68.000 spettatori e 1.200.000 euro di entrate, mentre le quindici corride non sovvenzionate hanno strappato oltre 80.000 biglietti per tre milioni di euro di entrate). In quanto tali, i numeri tuttavia non possono arrivare al nocciolo della questione. Il punto è un altro. La sfida dell’uomo al toro ha ancora senso in una dimensione globale così profondamente cambiata rispetto al primo Novecento?

Basta uno sguardo alla graphic novel appena uscita in libreria, la prima graphic novel torera. Matador (di M. López Poy e M. Fernández, Diábolo Edizioni, pp. 81, euro 14,95) ci spinge a entrare in un mondo ormai perduto. La storia di Lorenzo Pascual García, soprannome torero Belmonteño, torero cui sfuggì il vero successo, comincia quando in Spagna sta per dilagare la guerra civile portandosi appresso anni di estrema povertà. Il libro, in capitoli ogni volta introdotti da un breve riassunto della storia politica e culturale del Paese, ci ricorda che quanto è capitato nel “secolo breve” è ormai alle nostre spalle per sempre. Il mondo della tauromachia sembra perdersi nel passato.

Del resto, la cosiddetta epoca d’oro del toreo, quando si scontrarono i due più grandi matadores della nostra storia, Joselito e Belmonte, era già chiusa nel momento in cui Ernest Hemingway cominciava a calcare le arene di Spagna nel 1923 (Joselito morì nell’arena il 16 maggio 1920). E se la necessità di fuggire l’indigenza e il tentativo di riscatto continuarono a passare attraverso quella che qui è ancora chiamata “festa nazionale” il motivo fu tutto nelle condizioni in cui versava la Spagna. Più tardi vennero film e un’epica di moda. Ma anche i favolosi anni 60, l’epoca in cui attori e attrici affollavano gli spalti per cercare un flash, è ormai scomparsa. E allora qual è il senso oggi della sfida dell’uomo all’animale? Hanno ragione gli esponenti di Podemos, la lista politica che ha sorpreso tutti alle ultime europee spagnole, a chiedere la definitiva abolizione della corrida?

Studi antropologici e sociali possono offrire interpretazioni e mostrare una via, ma la vera e propria risposta arriva soltanto sul campo. E il campo qui ha due facce convergenti. Toro e uomo. Da una parte gli allevamenti, dunque, dall’altra il nostro mondo e la punta del triangolo dove uomo e toro s’incontrano: la plaza de toros. Quanto agli animali, basterebbe una visita a uno dei numerosi eden in cui si allevano tori da combattimento. Parlo di luoghi paradisiaci perché nessuno, che si tratti di taurini o antitaurini, semplici amanti della natura o animalisti sfrenati, potrebbe mai resistere alla bellezza di queste riserve naturali a cielo aperto dove si salva dall’estinzione la razza antichissima del toro da corrida. Diceva Hemingway, usando un paragone perfetto, “il toro da combattimento sta al toro domestico come il lupo sta al cane”. È necessario infatti ricordarsi che stiamo parlando di una razza a se stante che per vivere ha bisogno di spazi immensi (ogni toro deve avere a disposizione almeno due ettari di terreno libero), spazi la cui natura è incontaminata perché nessuno si sognerebbe mai di scavalcare recinzioni su cui è scritto “Pericolo. Tori selvaggi”.

Andate in un allevamento di tori, che vi interessi o meno la corrida, se avete a cuore l’ecosistema e la sua difesa – sia dalle mire degli immobiliaristi che da quelle di allevatori intensivi. Se non ne avete voglia, ma vi trovate in Spagna, prendete almeno un’automobile e viaggiate lungo la cosiddetta “ruta de toros” tra Jerez de la Frontera e Medina Sidonia. È un’esperienza che non si può raccontare e che è sufficiente a decretare la vitalità di un mondo dato troppe volte per finito. Mentre guidate tra campi immensi punteggiati da figure che incarnano forza, coraggio e fierezza, non lasciatevi prendere dall’idea che dovranno morire. Tutti gli animali allevati per produrre carne muoiono per mano dell’uomo. Senonaltro quelli destinati a finire nell’arena avranno vissuto almeno quattro anni (il toro da corrida non può essere combattuto prima) e la loro carne finirà sul banco del macellaio accanto a quella del vitello che ha vissuto in pochi metri quadrati i suoi sei mesi di vita. Non pensate alla morte, per ora. Per quella ci sarà tempo nella plaza de toros. Qui, nell’immensità dei pascoli, ricordatevi solo che l’unica conseguenza immediata della fine delle corride sarebbe l’estinzione della razza e la chiusura del tipo di allevamento più sano che il nostro Occidente abbia mai considerato.

Ma veniamo all’uomo e al suo mondo. Nel secondo decennio del nuovo millennio sono ormai dimenticati i ragazzini che percorrevano le strade di Spagna in cerca di un sogno (i maletillas detti così per il fagottino di tela in cui chiudevano le quattro cose di cui erano in possesso lanciandosi alla ventura) e nessuno penserebbe mai di sfuggire alla povertà facendosi torero. Eppure le scuole taurine sono piene e toreri continuano a nascerne. Com’è possibile? Al di là delle interpretazioni – innumerevoli – una cosa è certa: il confronto con la morte non ha tempo. Comunque stiano le cose, si continua a morire. Anche in un’epoca in cui si idolatra l’eterna giovinezza. Benché sia rimossa, la fine resta inesorabile: lontani da casa, dagli sguardi indiscreti, chiusi in asettiche cliniche, si continua a morire. Nonostante le chirurgie estetiche, le creme contro l’invecchiamento, i magici elisir, si continua a invecchiare e morire. E la questione della fine – assolutamente metastorica, del tutto al di là dei tempi in cui viene posta – continua a richiedere una riflessione. Il confronto con la morte resta un passaggio obbligato. Ecco la sfida tauromachica allora. Da millenni il luogo dell’incontro fra l’uomo e la sua parte più oscura, il suo toro, la sua paura più profonda, la fine.

Nella plaza de toros assistiamo a tutto questo. Viviamo in prima persona e fuori dai simbolismi la sfida alla morte. Celebriamo, nell’ultimo rito laico, il confronto dell’uomo con se stesso e con la sua paura più grande: il suo toro da conquistare, dominare e semmai innalzare in un’altra dimensione. Tanto che chi, infine, avrà il coraggio e il desiderio di partecipare all’incontro fra uomo e animale, potrà sperare di assistere all’evento più unico e sognante che la tauromachia moderna ci conceda: l’indulto. La conclusione più straordinaria e folle della sfida alla morte. Quando torero e toro si uniscono in una danza perfetta. Quando la carica rettilinea dell’animale è diventata definitivamente curvilinea tracciando cerchi di arte sull’arena. E quando dunque uomo e animale cominciano a scambiarsi i ruoli. L’animale assumendo un’umanità impossibile. L’uomo assumendo la sua stessa animalità. Il momento del minotauro, l’unione perfetta e innaturale che spinge il pubblico, in estasi, a chiedere la salvezza del toro. L’indulto catartico. L’animale che viene salvato per tornare negli allevamenti e farsi padre di tori altrettanto forti e coraggiosi come si è dimostrato lui. Mentre l’uomo ha la sensazione immensa, folle, ebbra, di aver trasfigurato, almeno per un istante che sembra eterno, la propria mortalità.

Solo il mundillo taurino spaventa gli aficionados

Il vero pericolo per la sopravvivenza della corrida, secondo gli esperti, non viene dall’esterno. L’abolizione catalana è stata vissuta con rabbia ma senza eccessive preoccupazioni. È noto a tutti infatti che la spinta abolizionista era legata strettamente a motivi politici, allo storico indipendentismo catalano, alla “festa nazionale” vissuta come simbolo di un’appartenenza ispanica da conquistatori. Tuttavia, ciò che è seguito a quella legge, che fosse più o meno lontano da questioni profonde relative alla corrida, ha senza dubbio reso improvvisamente fragili le certezze di chi difende la cultura tauromachica. E proprio tra i maggiori difensori è salito il grido d’accusa.

La corrida, soprattutto in Spagna, è messa in pericolo dalla miopia e dall’incapacità dei principali uomini di potere del carrozzone taurino. La decadenza dell’arte risiederebbe soprattutto in una ferita faticosamente rimarginabile. Da anni, vengono infatti privilegiati allevamenti di tori cosiddetti commerciali, che crescono animali di sangue blando (la casta dei famosi Domecq) poco forti e selvaggi pur di favorire e rendere più semplice il successo dei toreri star. Il risultato di questo sforzo accomodante è nefasto: tori deboli, toreri sempre più “volgari” (l’aggettivo che nell’argot taurino contraddistingue chi va in cerca di successi senza meritarli, senza vera arte), corride noiose. Rompere il meccanismo però appare quanto mai complesso. Tra i principali attori nell’organizzazione di un evento taurino domina infatti il più nefasto conflitto d’interesse.

Tre infatti sono le figure dominanti nella contrattazione di uno spettacolo: l’impresario che gestisce la plaza e che paga toreri e allevatori; l’apoderado, ossia il procuratore del torero; il ganadero, ossia l’allevatore. Se questi ruoli non vengono tenuti rigorosamente distinti (e nessuna legge lo impone) è evidente che un impresario che è anche procuratore e allevatore finirà per privilegiare i suoi tori e i suoi toreri e con quelli altrui scambierà favori. Il mondo taurino in questa maniera si chiude nel cosiddetto “mundillo”, un circolo ristretto e chiuso, quantomai criticato, fatto di conoscenze, piaceri, ripicche, vendette, mafie. Un club di potenti che impedisce l’accesso a figure, culture, apporti estranei a quegli interessi privati, dissimulati sotto il marchio di una presunta tradizione. Il risultato è l’incapacità di rinnovarsi e soprattutto la noia, quella terribile noia, l’aburrimiento che per gli spagnoli è peggio della morte.

Visioni e letture 

La declinazione spagnola della sfida al toro non è antichissima, come si sarebbe portati a pensare. Se la tauromachia in senso ampio è attestata in Grecia già a Creta, la corrida a piedi si sviluppò dalla corrida a cavallo a inizio Settecento. Prima erano solo i nobili che potevano permettersi il cavallo per sfidare tori. A piedi invece l’arte diventa popolare. Le corride si cominciano a organizzare nelle piazze centrali delle città (Plaza Mayor a Madrid, per esempio) e a metà Settecento si costruisce la prima arena non a caso chiamata “plaza de toros”. Il rito è sostanzialmente identico da oltre due secoli. Dopo Francisco Romero, nato a Ronda nel 1695 e considerato primo torero a piedi, si sono succedute figure straordinarie e epiche che hanno ispirato innumerevoli forme di arte. Goya e Picasso sono i nomi più ricorrenti per l’arte figurativa. Ma una lista adeguata prenderebbe molte pagine.

Per chi voglia informarsi, le enciclopedie sono soltanto in lingua: in spagnolo il celebre Cossío, ribattezzato “la Bibbia dei tori”. In francese, a cura di R. Bérard, La Tauromachie. Histoire et Dictionnaire (Laffont, 2003). Film, documentari e libri si reduplicano ogni anno. In lingua italiana però le opzioni si restringono notevolmente. Un magnifico film è arrivato sui nostri schermi un anno fa: Blancanieves di Pablo Berger, muto in bianco e nero. Di un italiano invece, Francesco Rosi, Il momento della verità (1965) che ben racconta il mondo della corrida a metà Novecento. Un documentario andato in onda sulla Rai è Il pensiero e l’emozione (1987) di Gianni Barcelloni e Giorgio Montefoschi, immersione in tori e flamenco. In libreria, invece, tradotte in italiano, sono poche le opere reperibili. Svetta Hemingway con Morte nel pomeriggio, ribattezzato il Moby Dick della corrida e Un’estate pericolosa sulla sfida fra Dominguin e Ordoñez.

Tra le rarità, il prezioso libriccino di un poeta spagnolo (José Bergamín, L’arte del toreare e la sua musica silenziosa, ed. SE, 1992) e l’inchiesta romanzata sulla vita del mitico Cordobés (D. Lapierre e L. Collins, Alle cinque della sera, Mondadori, 1983). Solo in biblioteca invece Max David, Volapié. La Spagna torera dal Cid al Cordobés, Bietti 1969). Usciti recentemente, il mio romanzo-saggio, Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie, 2011) e il saggio antropologico di Matteo Meschiari, Uccidere spazi. Microanalisi della corrida (Quodlibet, 2013).

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Oltraggio alla Catalogna (presa a calci) https://minimaetmoralia.it/societa/oltraggio-alla-catalogna-presa-a-calci/ https://minimaetmoralia.it/societa/oltraggio-alla-catalogna-presa-a-calci/#comments Sun, 16 Sep 2012 10:17:01 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9461 Pubblichiamo un articolo di Matteo Nucci, uscito su «La Lettura», sulla Catalogna.

“Meglio il silenzio. Mai umiliare lo sconfitto”. Era luglio, a Huelva, nel più profondo sud di Spagna, e la notizia della richiesta di aiuti da parte della Catalogna a Madrid campeggiava su tutti i giornali. Nel bar si rideva e gli uomini si davano pacche sulle spalle. Sembrava che fosse uscito il risultato di un match in cui l’eterno sconfitto ha rovesciato il risultato finale. Poi il vecchio appassionato di corride si è alzato in piedi e ha messo tutti a tacere. Aveva ragione, certo, ma per chi conosca un po’ la Spagna e decenni di polemiche segnate dallo spirito indipendentista catalano contro lo Stato centrale, non suonavano strane neppure le risa di un bar. Tutti sanno, del resto, che per anni la Comunità Autonoma di Catalogna ha ricevuto finanziamenti da Madrid, pur sbandierando una sorta di superiorità, soprattutto economica. La contraddizione esplose al termine dei ventitré anni di governo di Jordi Pujol, nazionalista e cattolico, che si avvicinò ai conservatori di Aznar, fino a sostenerli in cambio di aiuti. Era, secondo i critici più drastici, la solita “Barcellona pesetera”, legata ai pesos, guidata da una borghesia imprenditoriale tanto indipendentista quanto intelligentemente pronta a far fruttare il legame con Madrid. Mai però i toni delle richieste catalane avevano sfiorato la dimensione drammatica di questi mesi.

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Pubblichiamo un articolo di Matteo Nucci, uscito su «La Lettura», sulla Catalogna.

“Meglio il silenzio. Mai umiliare lo sconfitto”. Era luglio, a Huelva, nel più profondo sud di Spagna, e la notizia della richiesta di aiuti da parte della Catalogna a Madrid campeggiava su tutti i giornali. Nel bar si rideva e gli uomini si davano pacche sulle spalle. Sembrava che fosse uscito il risultato di un match in cui l’eterno sconfitto ha rovesciato il risultato finale. Poi il vecchio appassionato di corride si è alzato in piedi e ha messo tutti a tacere. Aveva ragione, certo, ma per chi conosca un po’ la Spagna e decenni di polemiche segnate dallo spirito indipendentista catalano contro lo Stato centrale, non suonavano strane neppure le risa di un bar. Tutti sanno, del resto, che per anni la Comunità Autonoma di Catalogna ha ricevuto finanziamenti da Madrid, pur sbandierando una sorta di superiorità, soprattutto economica. La contraddizione esplose al termine dei ventitré anni di governo di Jordi Pujol, nazionalista e cattolico, che si avvicinò ai conservatori di Aznar, fino a sostenerli in cambio di aiuti. Era, secondo i critici più drastici, la solita “Barcellona pesetera”, legata ai pesos, guidata da una borghesia imprenditoriale tanto indipendentista quanto intelligentemente pronta a far fruttare il legame con Madrid. Mai però i toni delle richieste catalane avevano sfiorato la dimensione drammatica di questi mesi.

Oltraggio alla Catalogna, dicono alcuni. Come se l’esito della crisi economica si portasse via una storia di ideali che hanno fatto di Barcellona un luogo dell’anima oltreché di viaggio e semmai di approdo. I più raffinati analisti però raccontano un’altra storia, una storia di sgretolamento già chiara da almeno due decenni e che forse s’incarna nella maniera più emblematica in uno dei simboli della città: il Barça Futbol Club. “Més que un club” è lo slogan, ripetuto nel logo del sito internet. Più che un semplice club, insomma. La squadra dei sogni, il calcio come atto estetico e come epos. La storia ultracentenaria di un team a lungo non vincente ma unico. E soprattutto antifranchista. Al punto che il suo presidente, Josep Sunyol, nel 1936, fu fucilato dai fascisti nella Sierra de Guadarrama, dove Hemingway avrebbe ambientato Per chi suona la campana. Manuel Vázquez Montalbán, scrittore catalano tra i più acuti, trovò per il Barça la definizione perfetta: “braccio disarmato dell’indipendentismo”, ma aveva anche intuito che il calcio magico a cui cominciò ad approssimarsi la squadra dai tempi di Cruyff (e a cui più tardi sarebbe incontestabilmente arrivata), quell’ideale da contrapporre al calcio mercificato, si sarebbe scontrato con la dimensione sempre più globale del club, una dimensione oggi incontestabile, con tifosi-soci sparsi in tutto il mondo, addirittura in Giappone.

Le contraddizioni della Catalogna, in fondo, stanno tutte qui, in questo rimbalzare fra regionalismo e globalizzazione che un momento di svolta, epocale e paradigmatico, lo trova nel ‘92, con le Olimpiadi più riuscite della nostra storia recente. In quell’anno, Barcellona diventa la vetrina della modernizzazione di una Spagna progressista e illuminata ma ben disposta a perdere le proprie radici. Lo sventramento della città, osservato con dolore dagli intellettuali, prostrati di fronte alla distruzione del Barrio Chino, diventa simbolico. Per molti è inevitabile che la Barcellona di Gaudì, culla del modernismo architettonico, debba diventare anche culla del postmoderno. Ma già si comincia a rimpiangere qualcosa che pare scomparso per sempre. La città omaggiata da Orwell non esiste più da un pezzo. Del sogno anarchico, per esempio, non restano che fenomeni periferici e folkloristici, semmai incarnati nella fierezza di Gracia, un tempo cittadina fortino fuori Barcellona e oggi centro della movida di sinistra, alternativa ma globalizzata. Del resto, la città è notoriamente capitale di un altro fenomeno esemplare della globalizzazione europea: il progetto Erasmus (si veda il film manifesto: L’appartamento spagnolo). Eppure gli studenti stranieri si trovano a frequentare corsi sempre più spesso offerti in lingua catalana. Dopo gli anni di sofferenza sotto Franco, con il divieto di coltivare le origini e la lingua, adesso la “dittatura” del catalano rischia di rivelarsi altrettanto violenta. Per le strade, è ormai difficile imbattersi in indicazioni bilingue. Nei negozi e in librerie celebri come la Central, capita, anche allo straniero, di porre domande in castigliano per sentirsi rispondere in catalano. E dire che i principali scrittori della regione non usano certo il catalano. Il più famoso, il bestellerista Carlos Ruiz Zafón, neppure abita più qui. Preferisce Los Angeles.

Anche la corrida è stata bandita in nome dell’indipendentismo antispagnolo. Ma cosa l’ha sostituita? Barcellona, famosa perché negli anni d’oro della tauromachia tenne in piedi contemporaneamente tre plazas de toros, è oggi sede di tre plazas sbarrate, una di esse addirittura trasformata in centro commerciale. Saranno gli ipermercati a invadere anche la mitica Monumental dove in questi anni il più famoso torero, José Tomás, nonostante le ascendenze madrilene, apriva e chiudeva la propria stagione con la bandiera catalana, la senyera, al collo? Albert Boadella, attore e drammaturgo amante del paradosso e della critica, divenuto negli anni anticatalanista, sostiene che nulla come il sentimento antitaurino può ridare forza alla corrida. Sarà così? La domanda a cui nessuno osa rispondere adesso è piuttosto un’altra: dove troverà i soldi Barcellona per il risarcimento milionario dovuto agli impresari taurini?

Il futuro, insomma, che sia omaggio o oltraggio, a prescindere dalla crisi, è in bilico costante su questa contraddizione insanabile: regione o globo? Per ora quel che è sicuro è che gli eredi di Dalì e di Mirò non si vedono all’orizzonte e che il fenomeno culturale più esplosivo degli ultimi anni è semmai nel cinema, ma in un settore particolare: il porno. C’è addirittura una star mondiale catalana, un attore lanciato da Rocco Siffredi. Il suo nome è Nacho Vidal. Nei film però non parla la sua lingua d’origine.

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L’ultima corrida https://minimaetmoralia.it/interventi/lultima-corrida/ https://minimaetmoralia.it/interventi/lultima-corrida/#comments Mon, 24 Oct 2011 09:39:08 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5510 BARCELLONA. “Libertad, libertad, libertad”. Il grido echeggia ancora mentre escono i toreri portati in trionfo. Piange il vecchio addetto all’arena. Piange un appassionato torturando tra le mani nodose il vecchio berretto. Piange una ragazza che ha dipinto di rosso le labbra per la serata d’altri tempi. E chissà quanti ancora piangono.

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Questo pezzo è uscito in forma ridotta su Repubblica.

BARCELLONA. “Libertad, libertad, libertad”. Il grido echeggia ancora mentre escono i toreri portati in trionfo. Piange il vecchio addetto all’arena. Piange un appassionato torturando tra le mani nodose il vecchio berretto. Piange una ragazza che ha dipinto di rosso le labbra per la serata d’altri tempi. E chissà quanti ancora piangono. Molti si abbracciano. Moltissimi, come è abitudine in Spagna, si fanno un cenno: ci si rivede al bar. Tutti gli altri, fra i ventimila che hanno riempito la Monumental, la plaza de toros di Barcellona, prima che sia chiusa per sempre, si sono divisi in due gruppi. Chi è in cerca di una reliquia si è gettato nell’arena per raccogliere l’ultima sabbia torera. Chi vuole gridare al resto della città il suo orgoglio, segue il corteo improvvisato con cui si portano sulle spalle i toreri trionfanti fino ai rispettivi hotel. Un rito che pareva seppellito nel passato di una Spagna profonda e remota e che è tornato in auge proprio nella Spagna più moderna del nuovo millennio, quella della Catalogna che ha scelto di abolire la fiesta nacional – come qui è chiamata la corrida.

Sarà difficile per chiunque – appassionati o meno – dimenticare quest’ultima tarde. Dopo la serata del sabato in cui tre star del toreo avevano dato il meglio di fronte a tori andalusi di uno degli allevamenti principali di terra iberica, è stata la volta del più grande torero esistente, il matador austero e ieratico che ricorda Manolete: José Tomàs. Chiuso in una ricerca interiore di cui non fa parola in nessuna intervista, votato a sfidare ogni volta la morte mettendo il corpo dove altri hanno paura di mettere la cappa o la muleta, e sfuggito, solo un anno fa, a una cornata che lo stava uccidendo a Aguascalientes, in Messico, Jose Tomàs ha incendiato definitivamente l’arena. Stavolta però anche la sfida alla morte del grande matador si è ridimensionata nell’eccezionalità dell’avvenimento, nella solidarietà che ha unito il pubblico e gli stessi toreri, prima che l’ultimo toro corresse sulla sabbia della Monumental di Barcellona: nome (premonitore) Dudalegre, 567 chili, nato nel marzo del 2007 a Puerto de la Calderilla, nell’allevamento El Pilar, dalle parti di Salamanca. Accanto a Jose Tomàs, il vecchio Juan Mora dallo stile antico, e il catalano Serafin Marin, più volte in lacrime durante la serata.

“Hanno resuscitato un morto” mormora Ruben Amon, esperto taurino, autore di libri tauromachici e giornalista per El Mundo. “Qui a Barcellona la tradizione si era troppo indebolita per resistere agli attacchi di chi ha giocato sulla corrida per allontanarsi dalla Spagna. Ma se è la società a decidere che i tori non interessano più è un conto. Altro conto è se viene imposta un’abolizione. La corrida qui stava per morire. Adesso la passione è rinata”. In effetti, di antitaurini in giro se ne sono visti pochi: qualche cartellone che in inglese chiedeva ancora di fermare l’inutile barbarie e foto di tori morti nell’arena come il vessillo di una battaglia che deve continuare in tutto il resto di Spagna. I politici che hanno cavalcato l’onda animalista perlopiù hanno taciuto. Duran Lleida, portavoce del CiU, uno dei partiti catalani che con i suoi voti ha fatto passare la legge popolare abolizionista, ha ostentato indifferenza. A chi gli domandava come avrebbe passato la domenica sera ha risposto di non sapere se fossero in programma concerti. Del resto è noto a tutti che agli occhi dei nazionalisti catalani la corrida ha sempre rappresentato il simbolo della Spagna colonizzatrice. Lottare contro di essa significava lottare contro la Spagna. Al punto che l’abolizione non ha affatto incluso i correbous, spettacoli popolari in cui il toro viene ucciso senza la ritualità della corrida.

Chi oggi rimpiange il tempo perduto nella difesa della tradizione e della dimensione artistica e culturale della tauromachia spagnola, ha però paura piuttosto per il futuro. “Dopo il voto sono partite molte iniziative con cui stiamo cercando di unire le forze per difendere la fiesta nacional” dice Amon, che negli ultimi tempi è diventato il coordinatore del cosiddetto G10, una specie di gruppo con cui i toreri più celebri cercano di essere ascoltati dalle autorità. Perché se Barcellona è persa, il pericolo è perdere la Spagna intera. In fondo, l’abolizione catalana riguarda le poche corride che si svolgevano ormai soltanto a Barcellona. Non è una ferita mortale. Ma mortale può rivelarsi se è vero che la Catalogna ha sempre costituito l’avanguardia di Spagna. Il timore che i divieti possano estendersi ha gettato nel panico un mondo da sempre abituato a non mettersi in discussione. La battuta di un celebre torero di inizio secolo, Rafael El Gallo, circola come un talismano tra uomini che spesso snocciolano cifre in pesetas. “A Parigi non ci sono corride? E cosa si fa allora di domenica?” Niente è eterno però. E così, impresari, allevatori, toreri, appassionati e tutto il grande carrozzone taurino, cercano forme di unione laddove la piccola polemica interna era abitudine quotidiana. La prima conquista è stata far passare la responsabilità delle corride al Ministero della Cultura. Piccolo passo verso quello a cui ieri sera i manifesti invitavano sugli spalti della Monumental: chiedere, con un’iniziativa popolare, che la corrida sia considerata bene di interesse culturale, proprio come capita nella vicina Francia.

Ma perché questo accada non soltanto a parole, il mondo dei tori deve rinnovarsi. Non basta infatti la difesa con cui grandi intellettuali sono intervenuti nel dibattito catalano. Il filosofo della Sorbona Franciss Wolff ha dato alle stampe un libro intitolato 50 ragioni per difendere la corrida. Fernando Savater ha pubblicato Tauroetica. Mario Vargas Llosa ha ritirato il Nobel con la montera (il copricapo torero) in mano e ha scritto articoli di fuoco in difesa della corrida. Non si contano i pareri. Ma i pareri non bastano. Come notano tutti gli appassionati, quel che serve è innanzitutto rigore nel mantenere l’integrità del toro selvaggio, una specie antichissima, assai lontana da quella che conosciamo come “toro domestico”, e che sarebbe altrimenti estinta se non l’avesse tenuta in vita la tauromachia. Ma bisogna finirla con privilegi e trucchi, i piccoli mezzi con cui un mondo antico ha replicato se stesso, per pregi ma anche e in gran parte, difetti.

Per sopravvivere bisogna cambiare. Aprendo un varco a un futuro che è difficile immaginare. Questa è la sfida. Del resto, per ora, la proibizione catalana ha risvegliato antiche immagini che parevano dimenticate per sempre. “Una volta” racconta Rubén Amon “quando Franco era al potere, i catalani erano costretti a varcare il confine per andare al cinema a vedere Buñuel. Adesso saranno costretti a farlo per andare a vedere i tori, nella Catalogna francese o in tutte le città dove le corride sono conservate e esaltate dai Francesi”. Insomma, l’abolizione, per quanto politica, ha suonato la sveglia. E per ora, almeno qui a Barcellona, l’orgoglio è davvero rinato. Lo si può vedere al Bar Breton, davanti alla plaza de toros, dove gli appassionati negli ultimi anni usavano ormai ritrovarsi nei sotterranei, come carbonari costretti a nascondersi. Immagini di tori e toreri sono ricomparse dietro al bancone posseduto dai cinesi. C’è addirittura una cartolina che recita “Barcelona ciudad taurina”, e la testa di un toro chamato Eligido, toreato qui tre anni fa. Ma non sono che cimeli. Da mettere accanto a queste due serate che sono già ricordi. Per la strada si sente parlare spagnolo, catalano ma anche francese, tedesco e italiano (più di una sessantina i nostri connazionali arrivati qui con il Club Taurino Milano e il blog “Alle Cinque della Sera”). “Sono qui per difendere la possibilità di assistere a un rito, un rito laico antico ma anche moderno, al cui centro sta la morte” dice Giovanni Porzio, romano. “Nel nostro mondo la morte è tabù. Per questo anche la corrida deve diventarlo”. Saluta in fretta. Corre a seguire José Tomàs che con l’aria triste del torero malinconico e dedito a corteggiare la morte alza le braccia nella notte chiara e accenna un sorriso mentre i lustrini del vestito torero scintillano improvvisamente sotto la luce di un lampione.

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