Joseph Conrad Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/joseph-conrad/ un blog di approfondimento culturale Tue, 29 Nov 2016 00:49:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Joseph Conrad Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/joseph-conrad/ 32 32 La voce di Conrad https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-voce-conrad/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-voce-conrad/#respond Tue, 29 Nov 2016 07:00:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32925 Esce oggi il nuovo numero di Nuovi Argomenti, dedicato al senso di appartenenza all'Europa. Di seguito pubblichiamo un testo di Vincenzo Pardini contenuto nella rivista, che ringraziamo.

di Vincenzo Pardini

Molti anni fa, leggendo Lord Jim di Joseph Conrad, mi parve che alcune righe, verso la metà del romanzo, le avesse dedicate a me: «Era difficile, in quel momento, credere all’esistenza di Jim – partito ragazzo da una parrocchia di campagna, avvolto nella moltitudine degli uomini come in una nuvola di polvere, ammutolito dallo strepitoso contrasto della vita e della morte in un mondo tutto materiale: eppure la sua realtà indistruttibile mi si presentò davanti con una forza convincente e perentoria!».

Parole che mi agirono dentro come un risveglio, riportandomi indietro nel tempo. Ossia al giorno che, insieme a mia madre, ad appena tre anni, partii da una parrocchia, o meglio da un villaggio di montagna, per raggiungere mio padre e mio zio, emigrati in Belgio, a lavorare in miniera. Eravamo poco dopo gli anni Cinquanta e in Italia, al solito, mancava lavoro. Gli abitanti di montagna, lontani da centri urbani erano, pertanto, costretti ad andarsene nelle periferie delle città, o all’estero, in cerca di un’occupazione. Mio padre e mio zio Giuseppe, prima di partire, avevano dovuto sottoporsi a visita e mostrare documentazione di essere immuni da precedenti penali.

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Esce oggi il nuovo numero di Nuovi Argomenti, dedicato al senso di appartenenza all’Europa. Di seguito pubblichiamo un testo di Vincenzo Pardini contenuto nella rivista, che ringraziamo.

di Vincenzo Pardini

Molti anni fa, leggendo Lord Jim di Joseph Conrad, mi parve che alcune righe, verso la metà del romanzo, le avesse dedicate a me: «Era difficile, in quel momento, credere all’esistenza di Jim – partito ragazzo da una parrocchia di campagna, avvolto nella moltitudine degli uomini come in una nuvola di polvere, ammutolito dallo strepitoso contrasto della vita e della morte in un mondo tutto materiale: eppure la sua realtà indistruttibile mi si presentò davanti con una forza convincente e perentoria!».

Parole che mi agirono dentro come un risveglio, riportandomi indietro nel tempo. Ossia al giorno che, insieme a mia madre, ad appena tre anni, partii da una parrocchia, o meglio da un villaggio di montagna, per raggiungere mio padre e mio zio, emigrati in Belgio, a lavorare in miniera. Eravamo poco dopo gli anni Cinquanta e in Italia, al solito, mancava lavoro. Gli abitanti di montagna, lontani da centri urbani erano, pertanto, costretti ad andarsene nelle periferie delle città, o all’estero, in cerca di un’occupazione. Mio padre e mio zio Giuseppe, prima di partire, avevano dovuto sottoporsi a visita e mostrare documentazione di essere immuni da precedenti penali.

Pure io e mia madre fummo sottoposti a controllo sanitario. Partimmo una mattina d’autunno, il clima ancora tiepido. Per raggiungere la via carrozzabile, dovevamo percorrere un lungo tratto di mulattiera, un cammino preistorico, da dove, fra gli altri, erano passati etruschi, romani, liguri, apuani e longobardi. Una strada di sassi e di pietre, costeggiata da muri a secco o rupi. Fino a Milano ci avrebbe accompagnato zio Silvestro, fratello di mia nonna. Un veterano dei lunghi viaggi. Emigrato a Buenos Aires in giovane età, rientrato in Patria per combattere nella Prima guerra mondiale, sarebbe poi ripartito alla volta della California.

Quel giorno ci precedeva con la nostra valigia in spalla. Sennonché, a un tratto, incrociammo una carovana di muli. Il vetturino si offerse non solo di caricare la valigia, ma di far salire me in arcione al capintesta, enorme e bianco. Un’esperienza indimenticabile. Gli vedevo la criniera e i lunghi orecchi oscillarmi davanti, ed ero avvolto, alla stregua di una musica, dallo stridere del basto e lo zoccolare dei giumenti che seguivano. Costeggiati dirupi in fondo ai quali scorreva l’acqua delle cascate, giungemmo a destinazione, sotto l’arco di un antico molino. Poco più in là c’era la via maestra, da dove sarebbe passata la corriera. Sceso dal mulo, avrei voluto carezzarlo. Dovette capirlo. Abbassata la testa all’altezza del mio petto, mi dette la fronte, bagnata di sudore come quella di un uomo. Salito sulla corriera, avvertii dentro di me uno strappo, una lacerazione. E mi sembrò di aver perduto quanto, forse, non avrei più ritrovato.

Era l’inizio della nuvola di polvere che, sempre, m’avrebbe fatto sentire il contrasto della vita e della morte, in un mondo irto di ogni difficoltà. Lo zio e la mamma conversavano, la corriera avanzava, lasciandosi dietro una cortina fumogena. Mi sentii solo come non mi era mai accaduto. Stavo abbandonando il mondo delle mie immagini e consuetudini. Cambiati diversi treni, verso sera giungemmo a Milano. Mio padre era ad attenderci, ma non lo salutai. Mi sembrava un avversario, un intruso che mi aveva esautorato dal mio regno. Salutando lo zio, respirai il profumo di naftalina dei suoi abiti. Cominciava a farsi buio, e la stazione di Milano s’era illuminata; tra l’andirivieni dei passeggeri, mi echeggiava nelle orecchie la voce degli altoparlanti. Infine saliti, partimmo. Come altri, mangiammo in treno il cibo portato da casa.

Il vagone aveva sedili di legno, e non riuscivo a dormire. Allora ripensavo agli ultimi odori che avevo respirato. Oltre quello di zio Silvestro, mi parve di respirare ancora quello dei muli, un ché di fieno, miele e birra. Ma il treno, tra suoni di sirena che parevano urla, e attrito di ferro contro ferro, correva. Al di là dei finestrini era buio. Le luci comparivano al momento che il convoglio fermava nelle stazioni. Teste pendoloni, la gente del mio scomparto dormiva. Mi sentivo prigioniero e avrei voluto fuggire, evadere.

M’addormentai, credo, verso l’alba. Fui destato dalla luce del giorno e da mia madre e mio padre: discutevano. Arrivammo a Wandre che era sera. Camminammo nel buio, alla luce delle torce di mio padre e mio zio Giuseppe, arrivato nel frattempo. Finché non fummo in una baracca di legno, con vecchi mobili e scranne dal sedile di paglia. Volto teso, mia madre metteva ordine, zio Giuseppe, seduto, fumava una sigaretta, mio padre caricava la stufa di carbone. Mi subentrò un forte smarrimento, fino a sentirmi estraneo a me stesso, e proruppi in un pianto più di rabbia che di angoscia. Alla domanda di mia madre se avessi avuto fame, risposi in malo modo. Lei, irritata, avrebbe voluto percuotermi, ma venne in soccorso lo zio, che mi portò in una stanza, dov’era un letto. Spogliato, mi coricai.

I giorni seguenti furono di disagio. Non riuscivo ad ambientarmi, anche perché il cielo era basso e grigio, l’aria impregnata di umidità e avevo attorno gente sconosciuta e che parlava un linguaggio a me incomprensibile. Stetti meglio quando ebbi dei giocattoli. Poi, qualche volta, al pomeriggio, una signora anziana, dai grandi occhi celesti, madre della fidanzata di zio Giuseppe, mi portava a passeggio fino a casa sua. Sebbene non ci parlassimo, ci capivamo a sguardi. Infine cominciai a imparare la nuova lingua, il fiammingo. Mi era entrata dentro insieme ai gesti e agli atteggiamenti degli interlocutori. Adesso, la domenica, venivano da noi diversi uomini e qualche donna. Pochi quelli che parlavano italiano. Fra di loro c’erano infatti francesi, turchi, armeni, polacchi, russi e tedeschi. Venivano perché mio padre sapeva suonare la fisarmonica. Arte appresa da ragazzo, ma interrotta durante la guerra. Se era bel tempo, nello spiazzo antistante la baracca, alcune coppie ballavano, gli altri stavano seduti o in piedi ad ascoltare la musica. Mio padre, seduto in un angolo, la fisarmonica sulle gambe, suonava musiche che a me parevano molto belle, e che mi rasserenavano o mi esaltavano, facendomi sognare ad occhi aperti.

In quei giorni cominciai anche a giocare coi bambini della mia età o più grandi, quasi tutti di altra etnia. Come con la signora tedesca, ci si capiva a sguardi. Giocavamo con dei cavallucci di caucciù o di carta pesta, o piccoli veicoli di metallo pesante. Un giorno con alcuni di loro mi allontanai per raggiungere una lunga scalinata di legno, che portava in alto, molto in alto. Al solito, era una giornata nebulosa. Arrivato in cima, ammirai il paesaggio: oltre le case, si estendeva e si allungava la Mosa; le baracche in cui abitavano i minatori e le loro famiglie, si trovavano al confine di un territorio scosceso, nero di carbone, e la miniera era delineata da strutture metalliche.

Tornai a buio, e mia madre, che non perdonava distrazioni e negligenze, mi redarguì e mi percosse. Ma io avevo imparato a difendermi: andavo sotto il tavolo di cucina, dove non poteva raggiungermi. Tanto sapevo che le sue collere, dovute a eccesso di protezione, erano fuochi di paglia. Se era brutto tempo e mio padre non suonava la fisarmonica, la domenica andavano in visita da compaesani e parenti che abitavano nei paraggi, o dallo zio Giuseppe, nel frattempo sposatosi con una ragazza bionda e che parlava con un forte accento tedesco.

Dai parenti trovavamo, sempre, altre famiglie di immigrati, coi quali mio padre e mia madre si intrattenevano, mentre io giocavo coi loro figli. Fra i dipendenti delle miniere si era instaurata una tacita solidarietà. Dovuta anche al fatto dei vari aspetti di rischio che comportava per i minatori scendere metri e metri sotto terra, a lavorare tra buio e carbone, e l’apprensione in cui vivevano le loro famiglie. Apprensiva, mia madre soffriva molto. Tornato in Italia oltre un anno dopo, cominciai ad avere, nei confronti della vita e del prossimo, un concetto di fraternità che non mi sarebbe venuto meno negli anni. Essere stato a contatto con etnie diverse, mi aveva fatto capire che non esistono né le razze né tantomeno i popoli: esistono le persone, la gente, noi, ossia l’Europa e il mondo intero.

Cosa che non è tuttavia bastata a dissolvere dentro di me la voce di Conrad. Non tanto riguardo al bambino avvolto dalla polvere e dal tramestio degli uomini, ma dal persistente contrasto che ho continuato ad avvertire tra la mia vita e la mia morte. Contrasto, quest’ultimo, sempre più nitido, e che cerco di mitigare confidando in Dio.

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Il complottismo italiano https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-complottismo-italiano/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-complottismo-italiano/#comments Sat, 25 Jun 2016 10:52:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31398 Riprendiamo un pezzo uscito su Doppiozero, ringraziando la testata e l'autore.

di Manuel Anselmi

Qualcuno sicuramente ricorderà quella scena del Dottor Stranamore di Kubrick in cui il generale Ripper, uno dei migliori esempi cinematografici di tipo autoritario paranoide, chiede all’ufficiale della Raf Lionel Mandrake, interpretato da Peter Sellers: “Ha mai visto un comunista bere un bicchiere d’acqua?” per poi aggiungere: “Nessun comunista berrà mai acqua e sanno bene quello che fanno. […] Non sa che la fluorocontaminazione è forse il piano più mostruoso che i comunisti abbiano mai concepito ai nostri danni?”.

Probabilmente oggi pochi sanno cosa sia la fluorocontaminazione, anche detta fluorizzazione. Si tratta della semplice aggiunta di ioni fluoro all’acqua per diminuire l’incidenza di alcune malattie dentarie. Una pratica molto diffusa in Nord America che nel pieno della guerra fredda divenne una delle ossessioni complottiste più note: i comunisti l’avrebbero usata per avvelenare l’acqua degli americani, producendo menomazioni fisiche e mentali. Un’arma chimica che era anche una ipotesi perturbante per le coscienze americane, poiché avrebbe agito nella quotidianità e nella completa invisibilità direttamente nelle viscere delle vittime. Qualcosa di agghiacciante anche per i meno paranoici, ma che per fortuna non è mai accaduta.

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Riprendiamo un pezzo uscito su Doppiozero, ringraziando la testata e l’autore.

di Manuel Anselmi

Qualcuno sicuramente ricorderà quella scena del Dottor Stranamore di Kubrick in cui il generale Ripper, uno dei migliori esempi cinematografici di tipo autoritario paranoide, chiede all’ufficiale della Raf Lionel Mandrake, interpretato da Peter Sellers: “Ha mai visto un comunista bere un bicchiere d’acqua?” per poi aggiungere: “Nessun comunista berrà mai acqua e sanno bene quello che fanno. […] Non sa che la fluorocontaminazione è forse il piano più mostruoso che i comunisti abbiano mai concepito ai nostri danni?”.

Probabilmente oggi pochi sanno cosa sia la fluorocontaminazione, anche detta fluorizzazione. Si tratta della semplice aggiunta di ioni fluoro all’acqua per diminuire l’incidenza di alcune malattie dentarie. Una pratica molto diffusa in Nord America che nel pieno della guerra fredda divenne una delle ossessioni complottiste più note: i comunisti l’avrebbero usata per avvelenare l’acqua degli americani, producendo menomazioni fisiche e mentali. Un’arma chimica che era anche una ipotesi perturbante per le coscienze americane, poiché avrebbe agito nella quotidianità e nella completa invisibilità direttamente nelle viscere delle vittime. Qualcosa di agghiacciante anche per i meno paranoici, ma che per fortuna non è mai accaduta.

In quei tempi in cui la politica americana era dominata dalla corsa agli armamenti nucleari e dal maccartismo non si trattava certo di una fissazione isolata. Rientrava piuttosto in un articolato immaginario, di pretto conio angloamericano ma opportunamente sfruttato dall’industria culturale per tutti i mercati occidentali, popolato dagli alieni pronti a dominare la terra come nel celebre Invasione degli ultracorpi, dagli ufo dissezionati dell’area 51, dalla Spectre di James Bond, tanto per citare gli esempi più famosi. Tra presunte realtà ed espliciti miti di fantasia, cercati, temuti e avidamente amati dalle crescenti folle solitarie e consumiste del mondo occidentale, l’opinione pubblica a stelle e strisce era sempre alla ricerca di un nemico o di una cospirazione, puntualmente riconducibile al rischio comunista. Del resto un avversario così potente da dominare l’altra metà del mondo non si era mai visto, così come una potenza capace di controllare la propria.

A pensarci oggi però nella nostra Italia dei social network pieni di informazioni sulle scie chimiche, di campagne contro il vaccino in quanto causa dell’autismo, di casi Stamina sempre in agguato, la fluorizzazione non sembra poi un fatto così strano. Ovviamente lo dico per chi è propenso a diffidare delle cospirazioni. Gli altri possono anche smettere qui di leggere questo articolo e lo prendano pure per un mio personalissimo complotto contro di loro.

Che gli italiani siano diventati particolarmente complottisti, e per molti versi politicamente paranoici, non è certo una novità. Basta farsi un giro su internet per averne una idea. Sul genere ormai esiste persino una letteratura scientifica. Penso al testo di Zeffiro Ciuffoletti del ’93, Retorica del complotto, oppure al pamphlet Complotto! Come i politici ci ingannano di Massimo Teodori e Massimo Bordin, ma in particolar modo al più recente Congiure e Complotti. Da Machiavelli a Beppe Grillo di Alessandro Campi e Leonardo Varasano.

Quest’ultimo, con grande rigore analitico, getta luce su molte questioni fondamentali delle teorie della cospirazione ed offre numerosi spunti di riflessione sulla nostra società.

Congiura o complotto? Innanzitutto, ci dicono Varasano e Campi, si tratta, come al solito, di una questione linguistica.  A differenza dell’uso quotidiano dei due termini spesso presi per intercambiabili, la congiura non è il complotto. Infatti la prima è un’azione concreta, molto concreta, di pochi per l’ottenimento di un fine di potere, che funziona se si mantiene il segreto e se minimo è il numero di chi lo conosce. Il repertorio di riferimento comprende Catilina, la congiura dei Pazzi, oppure la congiura ordita da Cambise per uccidere il fratello minore Smerdi.

A proposito ci sono le bellissime pagine di Machiavelli,  a cui lo stesso Campi ha dedicato un precedente studio.  Il celebre scritto minore Descrizione del modo tenuto dal Duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il Signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini, oltre ad essere una lucida analisi di come ordire una congiura per disattivarne un’altra appena intercettata ai propri danni, è anche una straordinaria prova letteraria del Segretario Fiorentino, dove la consapevolezza dei congiurati che diventano a loro volta vittime di congiura finendo massacrati dal duca Valentino, viene raccontata con una progressione di toni quasi pittorica.

Il complotto invece è qualcosa che ha a che vedere con l’immaginazione sociale e si nutre del mistero. Il complotto dei complottisti è una fantasia sociale in cui si immagina un gruppo di persone, o addirittura un individuo, detentori  di un potere smisurato tramare per il controllo di tutti.

Le cose, sul piano semantico, si complicano poi se si guardano anche altre le lingue. In inglese, solo per dare un’idea di una lingua ormai per molti seconda nell’uso, il corrispettivo più usato del termine complotto è conspirancy, mentre conjure significa “far apparire qualcosa dal nulla”, come nei giochi di prestigio per intendersi. Però esiste pure la parola plot che significa anch’essa cospirazione, ma indica anche la trama in senso narratologico. Dopotutto narrare non vuol dire preparare un complotto perfetto per il lettore?

Messo da parte il tema della teoria della congiura, che può far gola agli aspiranti Richelieu, sono le teorie della cospirazione a fornire sul piano sociologico materiale interessante per una ermeneutica dei poteri del contesto in cui accadono. In primo luogo perché il complottismo è essa stessa una modalità interpretativa dell’opinione pubblica del presente e del passato. Che sia l’omicidio Kennedy, che siano le stragi degli anni di piombo, oppure l’attacco alle Torri gemelle – il più celebre complotto mediatico dell’era globale e  analizzato nel libro di Campi e Varasano da Valter Coralluzzo – la teoria della cospirazione permette una moltiplicazione di spiegazioni, con un alto grado di coerenza interna, in cui però la risultante è sempre che la versione ufficiale sia una mistificazione  somministrata ai cittadini per nascondere una realtà di potere che li vede vittime e perseguitati. Qualcuno obietterà che il caso di Wikileaks o dei Panama Papers sembrano dare ragione ai complottisti. Obiezione più che legittima. Anzi, più che mai opportuna perché aiuta a completare il quadro con una precisazione analitica.

Occorre chiarire infatti che una critica del complottismo come fenomeno sociale non significa la negazione di attività internazionali di copertura tipiche della geopolitica e fondate sulla ragion di stato, così come non significa negare l’esistenza di lobby transnazionali che sfuggono al controllo dell’opinione pubblica, oppure di azioni manipolatorie da parte delle élite. Una critica sociale del complottismo rientra in una attività di critica intellettuale dell’opinione pubblica e si sofferma sulle fantasie sociali che dal basso verso l’alto si sprigionano quando quelle attività del potere non accessibili vengono immaginate più secondo le gli schemi precondizionati della società che su dati agganciati alla realtà degli stessi poteri.

Insomma, il complottismo dice molto di più del modo di concepire il potere da parte del complottista piuttosto che del potere come è davvero. Perché è una sorta di iperrealismo sociale che forgia una immagine semplificata e unificata dei poteri i quali altrimenti, sulla base di dati concreti, meriterebbero la più rigorosa e accorta analisi realistica. Il complottismo, in realtà, svela la lontananza dei cittadini dal potere, la loro sfiducia nei confronti delle élite di potere in quanto élite. Una tendenza che si è accentuata con i processi di globalizzazione e la deriva oligarchica degli stati occidentali, definita da Crouch come postdemocrazia.

Un filone di studi che prende le mosse dalla celebre teorie sulla società cospirativa di Karl Popper, e che in Italia sono state riproposte sia in chiave saggistica che narrativa da Umberto Eco, ha cercato di spiegare il complottismo in termini di secolarizzazione. Con i processi di laicizzazione delle società moderne e contemporanee l’idea di una dimensione divina che controlla tutto, in particolar modo di un dio monoteista giudaico-cristiano capace di osservare ogni nostra azione in ogni momento, lascia il posto alla possibilità di immaginare poteri umani che possano svolgere questa funzione.

Il complottismo sarebbe pertanto fondato su un residuo teologico diffuso che con la modernità diventa schema sociale o archetipo per la spiegazione, in forma più mitologico narrativa che analitico-empirica delle vicende del potere. Il caso privilegiato di questo filone di studi è quello dei Protocolli dei Savi di Sion, libello artatamente elaborato dalla polizia zarista sul finire dell’Ottocento sulla base dello scritto satirico Dialogo agli inferi tra Machiavelli e Montesquieu di Maurice Joly per giustificare i pogrom e diventato un classico dell’antisemitismo internazionale, dalla propaganda nazista a quella iraniana, perché conterrebbe le prove di una cospirazione giudaico-massonica per la conquista del mondo. Un caso interessante poiché dimostra come il prodotto di una manipolazione politica possa indurre e controllare realisticamente una fantasia irrazionale.

Nella intricata relazione tra realtà dei poteri e poteri immaginati dai complottisti, bisogna mettere in conto anche l’ipotesi del sabotaggio, per cui le fantasie dei complottisti vengono alimentate  e usate per rendere possibili depistaggi reali, oppure per fomentare campagne di consenso basate sulla demonizzazione di una tipologia sociale, etnica o politica, indicata come autrice di un complotto. La cospirazione è condizione base per un sabotaggio o una manipolazione. Così è stato per gli ebrei, per i gesuiti, per gli anarchici.

Su quest’ultimo caso un classico della letteratura inglese risulta particolarmente verosimile perché basato su fatti veri: L’agente segreto di Conrad. La storia del fallimento di una azione in copertura, ordita su suolo inglese dall’intelligence di un paese straniero per accusare di strage un gruppo di anarchici. Nella splendida versione cinematografica di Hitchcock le prime immagini sono proprio quella del lemma sabotage del dizionario inglese.

Più fruttuoso sul piano eziologico, a mio avviso, è però l’approccio di studio che mette in relazione il complottismo con il populismo. Punto di riferimento obbligato è lo studio sul maccartismo del 1956 di Edward Shils, Torment of Secrecy. Un libro ancora oggi ristampato negli Stati Uniti, purtroppo mai tradotto in Italia, in cui da un punto di vista struttural-funzionalista viene analizzato il fenomeno dell’ossessione anticomunista americana dei primi anni del secondo dopoguerra. Attento agli equilibri macrostrutturali, Shils sottolinea come la polarizzazione geopolitica della guerra fredda in realtà non genera ex novo la mentalità complottista, ma acuisce in modo parossistico un tratto tipico della cultura politica americana: la dimensione populista e paranoide.

In controtendenza con una tendenza politologica di quel tempo che invece individuava i fenomeni populistici solo in America Latina e ai margini dell’occidente liberale, Shils non esitava a riconoscerlo nel cuore degli Stati Uniti. Anticipando così di quasi dieci anni un altro classico, di cui un estratto è contenuto nel libro di Campi e Varasano, The Paranoid Style in American Politics di Richard J. Hofstadter, Shils afferma che la società americana è costitutivamente populista perché caratterizzata da una dimensione della pubblicity prevalente su quella istituzionale e su quella della privacy. A differenza della società inglese dove invece queste tre dimensioni mantengono un più equilibrato rapporto che le permette di prevenire le derive populiste. Per Shils la preponderanza della sfera pubblica dipenderebbe dalla peculiare genesi dello stato americano durante la guerra di indipendenza che nasce con l’esclusione totale di ogni forma di potere tradizionale e istituzionale, in primis l’aristocrazia, perché coloniali e inglesi.

La dimensione pubblica e la società civile diventano così le principali fonti della legittimità del potere politico, stabilendo come corollario una accentuazione di alcuni tendenze tipicamente riconoscibili ancora oggi come il mito della trasparenza pubblica assoluta, l’ossessione per il segreto privato in quanto dimensione tendenzialmente negativa, la priorità della paura di un nemico pubblico su altro genere di paure oppure la ricerca morbosa della menzogna pubblica anche su un fatto privato, come nel caso Clinton-Lewinsky per intendersi.

Anche se apparentemente lontane e astratte, le riflessioni di Shils possono invece fornire fruttuosi chiavi di lettura se applicate all’Italia. Specialmente se le mettiamo in relazione con i più recenti studi sul populismo italiano, che tendono a leggere la cosiddetta seconda Repubblica come una svolta populista “civica”. A cominciare da Berlusconi, passando per Grillo fino ad arrivare al semi-populismo istituzionale di Renzi, la grammatica politica italiana di oggi è fortemente contraddistinta da una esaltazione della matrice civica, da cui questi soggettività politiche provengono e su cui il loro discorso trova una chiave di volta. Un civismo politico costantemente orientato verso il nuovo.

Il novismo è infatti l’altro tratto saliente della matrice populista italiana: nuovo si proponeva Berlusconi, nuovo il movimento Cinque Stelle e nuovo il ‘rottamatore’ Renzi. Vecchi sono sempre gli avversari che restano legati agli schemi che hanno tradito i cittadini fino all’arrivo degli innovatori del popolo. Lo stile populista italiano si rafforza nell’esaltazione della società civile quale espressione unica della sovranità popolare diretta e come una sfera positiva da opporre a una sfera negativa fatta dai partiti politici, i politici di professione e tutte le forme di organizzazione e mediazione di natura istituzionale.  Con la fine della Prima Repubblica, caratterizzata dall’ipermediazione istituzionale, rappresentata da sindacati, collateralismi e presenza capillare dei partiti, la dimensione pubblica e civica  ha assunto una centralità mai vista prima in quanto spazio di legittimazione del consenso. Di qui il richiamo diretto al popolo come fonte di legittimazione e l’esaltazione delle forme di democrazia diretta.  Con la svolta populistica italiana la società civile si è fatta soggetto politico principale mettendo in subordine la dimensione politico-istituzionale. In questa ottica, deve essere letta anche la cosiddetta antipolitica. Il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica ha significato uno sbilanciamento della sfera pubblica simile a quella diagnosticata per gli Stati Uniti da Shils.

In questo nuovo orizzonte abbiamo assistito al dilagare di fenomeni di complottismo. La disgregazione di un sistema della sfera pubblica dominato da un pluralismo ideologico altamente istituzionalizzato, dove alle differenze del pentapartito, calate dall’alto verso il basso dalle dirigenze di partito, si aggiungevano le miriadi di differenze dottrinarie di orientamento dentro e anche fuori dei partiti, ha lasciato spazio a una sfera pubblica disancorata perché deideologizzata e per questo incline a semplificazioni massimaliste e polarizzazioni discorsive manichee, rigidamente strutturate secondo un Noi contro un Loro. Dove il Noi coincide con una astratta comunità del popolo.

Il filosofo Vincenzo Sorrentino ha descritto questa transizione in termini di bellicizzazione e neutralizzazione della verità.  Ogni verità ufficiale o decretata tale da una autorità istituzionale è oggetto di sospetto: che sia una verità medica come il vaccino, che sia la verità sull’arrivo dei migranti oppure di qualcosa che semplicemente campeggia sulle nostre teste come le scie degli aerei.

A garantire saldezza sociale e veridicità dei discorsi è esclusivamente il rimando a un soggetto-popolo positivo. Spesso con degli effetti addirittura rigeneranti e assolutori per il cittadino che sono alla base di numerosi casi di conversione politica. Quanti comunisti in nome di questa svolta civica e a-ideologica hanno abbracciato al suo esordio Berlusconi? Quanti sono entrati nel Movimento Cinque Stelle per una maggiore vicinanza al popolo, lasciandosi alle spalle, delusi, anni di militanza nel Partito Democratico oppure in qualche formazione di Destra? Quanti dopo le precedenti esperienze sono tornati al PD con Renzi perché, a loro avviso, interprete di una definitiva, responsabile e pragmatica, mediazione tra dimensione istituzionale e stile populista, sciorinato solo quando serve?

Lo stile paranoide della politica italiana degli ultimi venti anni deve essere ricondotto alla divaricazione, perché priva di ogni mediazione, tra élite e popolo, dove la percezione della partecipazione politica reale del cittadino è fortemente condizionata da uno scetticismo sospettoso e paranoide per ogni potere sopra di lui. Questo è il trauma politico di cui il complottismo è sintomo e da cui dobbiamo recuperare la sfera pubblica italiana. Una rigida macrorappresentazione sociale di una comunità popolo, che obbliga a trovare la fiducia sociale solo al suo interno, esclusivamente tra cittadini e sotto il fantomatico controllo della società civile. Perché ciò che supera il confine di questa visibilità controllata si carica immediatamente di una negatività minacciosa.

L’occhio del cittadino può coincidere solo con l’occhio puro del popolo e i confini dell’occhio del popolo, sbarrati come quelli di un paranoide, trovano infido e meritevole di distruzione tutto ciò che sfugge al suo controllo. Un po’ come il sovrano del racconto di Italo Calvino Il re in ascolto, che se ne sta immobile sul suo trono, nel più assoluto silenzio, ossessionato dall’idea di captare in anticipo ogni rumore proveniente dal suo regno.

Come se ne esce dal complottismo? Shils, forse un po’ ingenuamente, auspicava come antidoto alle sbandate manichee della società la promozione di una cultura basata sul pluralismo sociale prima che politico. Un pluralismo proveniente dal tessuto sociale e un pluralismo tra le dimensioni della società. Dove l’una non prevarica sull’altra provocandone dei processi delegittimazione. Forse un’utopia, di sicuro una prospettiva molto ardita in Italia, perché richiede la promozione di una cultura delle differenze e di una cultura politica che ricollochi la società civile al giusto posto e ne limiti l’ipertrofia.

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Il piatto abominevole della storia. Conversazione con David Van Reybrouck https://minimaetmoralia.it/interviste/il-piatto-abominevole-della-storia-conversazione-con-david-van-reybrouck/ https://minimaetmoralia.it/interviste/il-piatto-abominevole-della-storia-conversazione-con-david-van-reybrouck/#comments Thu, 10 Dec 2015 06:30:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29324 Durante lo scorso festival di Internazionale, a Ferrara, ho incontrato David Van Reybrouck per discutere pubblicamente con lui del suo libro "Congo". Ecco il resoconto della nostra lunga chiacchierata.
L'intervista è uscita sull'ultimo numero de Lo Straniero, che questo mese ha moltissime cose interessanti. Vi consiglio di darci un'occhiata. Ringrazio Lo straniero (per ospitalità e sbobinatura) e il festival di Internazionale per aver favorito l'incontro con Van Reybrouck.

"La storia è un piatto abominevole preparato con i migliori ingredienti".

È questa una delle frasi che risuona di più in testa dopo aver finito di leggere "Congo" di David Van Reybrouck. Il libro uscì per la prima volta nel 2010, e fu subito salutato come la più importante opera sul Congo e in generale sull'Africa scritta negli ultimi dieci anni. Si potrebbe forse definire una meticolosissima ricostruzione storica che si avvale degli strumenti del reportage letterario, dell'inchiesta, e non racconta soltanto la storia del Congo.

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Durante lo scorso festival di Internazionale, a Ferrara, ho incontrato David Van Reybrouck per discutere pubblicamente con lui del suo libro “Congo”. Ecco il resoconto della nostra lunga chiacchierata.
L’intervista è uscita sull’ultimo numero de Lo Straniero, che questo mese ha moltissime cose interessanti. Vi consiglio di darci un’occhiata. Ringrazio Lo straniero (per ospitalità e sbobinatura) e il festival di Internazionale per aver favorito l’incontro con Van Reybrouck.

“La storia è un piatto abominevole preparato con i migliori ingredienti”.

È questa una delle frasi che risuona di più in testa dopo aver finito di leggere “Congo” di David Van Reybrouck. Il libro uscì per la prima volta nel 2010, e fu subito salutato come la più importante opera sul Congo e in generale sull’Africa scritta negli ultimi dieci anni. Si potrebbe forse definire una meticolosissima ricostruzione storica che si avvale degli strumenti del reportage letterario, dell’inchiesta, e non racconta soltanto la storia del Congo.

David Van Reybrouck, scrittore belga, fiammingo, laureato in archeologia a Cambridge e ricercatore presso l’università di Lovanio, si è lanciato in un’impresa non da poco: una grandiosa ricostruzione della storia del Congo che è anche un continuo gioco di specchi. Attraverso le vicende di quel paese, racconta anche la nostre. E attraverso le nostre, la loro.

Parte dal periodo precoloniale, ammonendoci su come le lancette della Storia in Congo (e in Africa in generale) non inizino certo a muoversi con l’arrivo degli europei, ma molto prima. Parla di come il Congo entrò nella sfera d’influenza del Portogallo e poi del Belgio, e di come (dopo la conferenza di Berlino del 1884-85) venne affidato a re Leopoldo II. Ricorda di come il numero di atrocità perpetrate dai colonizzatori verso la popolazione locale suscitò uno scandalo internazionale, prima che (dal possesso praticamente privato di Leopoldo II) il Congo diventasse nel 1908 uno stato coloniale: il Congo Belga.

E poi si parla della lotta per la liberazione del Congo che culmina con l’indipendenza del 1960, ma è un processo molto più contraddittorio di quanto vorrebbe ogni facile retorica sull’anticolonialismo, perché all’indipendenza del Congo seguirono forse più problemi di quanti ce ne fossero stati prima.

Traccia il profilo di figure controverse, affascinanti e inquietanti come Patrice Lumumba, o il dittatore per trent’anni Mobutu, che cambiò il nome del paese (da Congo a Zaire), che nel 1974 organizzò a Kinshasa quello che è l’incontro di boxe più famoso di tutti i tempi (Alì contro Foreman) e allo stesso tempo fece sentire nel paese il suo potere con una megalomania, una sottigliezza, una violenza e una malinconia degni di un tiranno shakespeariano.

Ricostruisce le terribili guerre civili che seguirono la morte di Mobutu, e arriva fino a oggi, con il Congo in mano alle multinazionali, con l’opportunità e al tempo stesso il rischio di diventare una colonia economica cinese.

Per scrivere il suo libro, Van Reybrouck non è rimasto a casa a consultare fonti storiche. Ha viaggiato moltissimo in Africa, girato città e villaggi, incontrato persone, realizzato oltre 500 interviste.

È impossibile riassumere in un discorso un libro così vasto, così partirei con la prima domanda a David Van Reybrouck.

Una cosa che colpisce, nel tuo libro, è il continuo effetto di spiazzamento con cui il lettore è costretto a convivere. Ad esempio l’impossibilità di tracciare un solco netto tra buoni e cattivi. Il Belgio potrebbe essere il colonizzatore cattivo, ma molti congolesi (dopo l’indipendenza) rimpiangevano la dominazione belga. Mobutu potrebbe sembrare uno spregevole dittatore, ma assicurò al paese un periodo di stabilità. Lumumba può sembrare un pazzo, ma ha anche un suo fascino. Si potrebbe accusare oggi la Cina di voler dominare economicamente il Congo, ma questo forse (per il benessere dei congolesi) non è soltanto una cosa negativa.

Allora vorrei chiederti, rispetto soprattutto alle ragioni e ai torti, cosa hai scoperto viaggiando per l’Africa? Quali sono le idee che ad esempio ti eri fatto studiando, e che poi sono anche solo in parte smentite avendo a che fare con la realtà? Quanto è stato importante, a un certo punto, staccarti dai libri e andare sul posto, tra la gente?

Effettivamente ho iniziato a scrivere questo libro perché non avevo trovato quello che volevo leggere. Volevo partire per l’Africa, andare in Congo, e volevo un libro da leggere in aereo nel corso del viaggio; volevo un libro che raccontasse la storia di questo paese: che fosse corretto ma anche leggibile. Avevo trovato dei libri molto leggibili ma che non avevano sfumature, da una parte, e d’altra parte trovavo dei libri estremamente pieni di sfumature ma per niente leggibili: libri accademici, tecnico-scientifici. Quindi ho cercato di avere una combinazione delle due cose.

Hai ragione: il libro che ho scritto vuole andare al di là delle storie binarie. C’è qualcosa che mi dà profondamente fastidio: quando si scrive su qualunque aspetto del passato, ma soprattutto di un passato coloniale, non si riesce a superare una certa lettura dicotomica, binaria, della Storia. Quando guardiamo i libri pubblicati in Belgio o altrove, sono sempre estremamente binari. L’epoca coloniale? Europei contro africani, gli europei portavano la civiltà, si trattava di una grande testimonianza di gentilezza, e gli africani erano poveri e avevano bisogno del nostro aiuto…

Nella lettura post-coloniale, che mi sembra molto importante, i ruoli sono stati rovesciati: gli europei sono cattivi, gli africani sono le vittime. Quindi esiste sempre un pensiero binario: il post-colonialismo perpetua gli schemi, le distinzioni del pensiero coloniale, ossia noi contro di loro, gli europei o gli occidentali contro gli africani. Secondo me non è interessante questo modo di pensare: è importante vedere la complessità della prospettiva europea ma anche la complessità della prospettiva africana.

Le persone talvolta mi chiedono “Cosa pensano i congolesi del tuo libro?”. E io rispondo: “Ci sono ottanta milioni di congolesi, ci sono più congolesi che italiani, nessuno mi chiede che cosa pensano gli italiani del mio libro…” Ad alcuni piace, ad altri piace meno… Ci sono più congolesi che tedeschi: nessuno mi chiede cosa pensino i tedeschi del mio libro. È importante vedere che si tratta di una società ricca, complessa, multipla, sfaccettata; che non c’è un’unica prospettiva congolese.

All’inizio, quando sono andato in Congo, avevo paura di dire che ero belga. Io sono nato dopo l’indipendenza, che è stata nel 1960; io sono nato undici anni dopo. E pensavo che i congolesi mi avrebbero rimproverato il fatto di essere belga; all’inizio non osavo dirlo. C’è voluto un po’ perché mi rendessi conto che i congolesi erano invece contenti di vedere dei belgi. Nel pensiero post-coloniale abbiamo l’impressione che i belgi soffrano più dei congolesi.

Per esempio, le racconto un aneddoto, sul Teatro Reale Fiammingo – un teatro di Bruxelles, molto bello. Siamo andati in Congo, negli anni Cinquanta, a recitare per i colonialisti bianchi fiamminghi. Da allora non sono più andati nel Congo perché si vergognavano. Nel 2005 il Teatro Reale Fiammingo è andato per una seconda volta in Congo. Io ero lì, c’è stata una conferenza stampa, e il direttore del teatro ha detto: “Il nostro teatro era qua durante l’epoca coloniale, nel 1956. Ci scusiamo di aver fatto parte di una propaganda colonialista”. E i congolesi hanno detto: “Ma non dovete scusarvi, non vi rimproveriamo di essere stati qui negli anni Cinquanta: vi rimproveriamo di avere abbandonato questo paese per cinquant’anni”.

Quando Mobutu decide di cambiare il nome dello Stato (da Congo a Zaire) è convinto di farlo in nome del recupero delle radici, della tradizione africana pre-colonialista, e invece incorre in un abbaglio colossale. Crede che Zaire sia l’antico nome del fiume Congo, basandosi su una cartina portoghese del XVI secolo, mentre al contrario Zaire era lo spelling sbilenco della parola nzadi, una comunissima parola che in lingua kongo significa “fiume”. Quando i portoghesi arrivarono davanti a quella gigantesca distesa d’acqua chiesero agli indigeni come si chiamava, loro risposero genericamente nzadi (fiume) e i portoghesi capirono Zaire, credendo che fosse il nome proprio del fiume. 

Questo abbaglio di Mobutu (colui che avrebbe cioè dovuto incarnare lo spirito del ritorno alle origini), la dice lunga su come recuperare la propria cultura (mentre nel mezzo è successo molto altro) sia un’impresa più complessa di quanto si creda.

E allora ti chiederei come, attraverso il filtro storico della colonizzazione, il Congo ha cercato dal giorno dell’indipendenza di recuperare le proprie radici, quanto questa operazione sia possibile, auspicabile, e sensata, se lo è ancora.

Era certamente molto importante il fatto di formare una nazione. Non dimentichiamo però che dopo l’epoca coloniale i congolesi non potevano davvero viaggiare nell’ambito del loro paese, e questo perché all’inizio del ventesimo secolo c’era “la malattia del sonno” – la malattia del sonno provocava delle stragi vere e proprie. Per potersi spostare bisognava avere una cartina, un documento che consentisse di passare. Ancora oggi è così: se voglio spostarmi nel paese, ancora oggi ho bisogno di un documento per viaggiare. Bisogna passare la dogana pur essendo nello stesso paese; altri paesi forse ancora lo fanno.

Comunque al momento dell’indipendenza i congolesi non si consideravano veramente congolesi: più che altro ognuno sentiva di appartenere a una determinata tribù. Ci sono quattrocento tribù in questo paese, non lo dobbiamo dimenticare. Quindi, cosa vediamo prima dell’indipendenza? L’emergenza dei movimenti separatisti. In vari luoghi, tre o quattro luoghi, dove le tribù vogliono avere un’indipendenza regionale assistiamo a molti conflitti.

C’è la guerra tra il ’60 e il ’65, e Mobutu prende il potere nel ’65 con il sostegno degli Stati Uniti. La CIA era molto importante in quell’epoca, perché gli americani avevano vinto la Seconda Guerra Mondiale con i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki. Questa è una cosa che sappiamo tutti. Ma pochi sanno che gli americani hanno vinto la guerra utilizzando uranio congolese, per le bombe atomiche lanciate su Hiroshima e Nagasaki. C’è poco uranio di buona qualità, nel mondo: gli americani volevano a tutti i costi mantenere il controllo del Congo; avevano paura che il Congo cadesse sotto l’influenza sovietica – questo peraltro è il caso di tutti i paesi intorno al Congo.

Quindi gli americani spingono Mobutu in avanti – Mobutu naturalmente è molto felice di avere questo sostegno americano – però Mobutu pensa: “Bisogna creare una nazione; noi siamo una sorta di mosaico di popoli, di mosaico di tribù: noi dobbiamo creare una sorta di orgoglio nazionale”. In dieci anni Mubutu lancia quello che chiama “il programma dell’autenticità”, per cercare proprio di costruire un orgoglio nazionale. Ci può venire da ridere, perché ad esempio una giacca come la portiamo noi non si poteva portare: bisognava portare l’abito tradizionale. Tutto veniva cambiato. Ad esempio le pettinature: le donne dovevano portare il capello africano e non potevano stirarsi i capelli… Gli sport anche, come per esempio la boxe, venivano nazionalizzati… Ebbene, tutto questo faceva parte di una propaganda del nazionalismo. Certo possiamo sorridere a vedere queste cose, ma siamo costretti a dire che in dieci anni il Congo si è unito, più unito di quanto oggi sia unita l’Unione Europea dopo cinquant’anni di esistenza. Le cose stanno così:  a quell’epoca si riuscì a creare un vero e proprio orgoglio nazionale. Mobutu poi distrugge tutto: come giustamente tu hai detto, è diventata una specie di dittatura shakespeariana, tutto è stato distrutto; ma una cosa rimane intatta: l’orgoglio nazionale.

Intorno al 2000 – c’era la guerra – gli americani dicevano: “Il Congo è troppo grande, dovremo dividerlo in tre pezzi; sarà più facile controllarlo”. Come se l’America o il Canada o l’Australia non fossero grandi. Comunque, se si facesse un referendum in Congo, oggi, e si chiedesse: “Volete dividere il vostro paese in tre o quattro parti?”, il novantotto per cento della gente direbbe di no. Perché c’è questo orgoglio nazionale. Una sola volta ho incontrato un giovane che diceva “il Congo non vale niente, vendiamo tutto e dividiamo il bottino, quando durerà questa indipendenza?”: una volta sola ho ascoltato questo discorso da un giovane congolese. Perché l’orgoglio nazionale invece c’è, ed è forte.

Ora, so che questa domanda per chi conosce la storia del Congo (e dell’Africa), è molto scontata, ma è anche quello che l’uomo della strada (me compreso) si fa quando pensa al Congo e all’Africa in generale. Il Congo, tu scrivi, paese ricchissimo di materie prime, ha sempre avuto la risorsa che serviva al mondo (specie quello occidentale) via via che la modernità avanzava. Era sempre il posto giusto al momento giusto. 

Vengono inventati gli pneumatici, il Congo ha la gomma. Il Congo ha l’oro e i diamanti. Scoppia la Guerra fredda, in Congo come tu dicevi prima c’è l’uranio. Esplode la rivoluzione informatica, il Congo è ricchissimo di coltan, che serve per la costruzione dei telefonini e dei computer. (Il lancio di una nuova versione della Playstation venne ritardato a causa di una delle tante guerre congolesi).
Allora l’uomo della strada si domanda: com’è che con tutta questa ricchezza, il Congo non è mai riuscito a emanciparsi?

E a questo punto (a seconda dell’orientamento politico e culturale dell’uomo della strada) si danno due risposte. Una, che è quella dei progressisti: il Congo non riesce a emanciparsi perché l’Occidente l’ha sempre dominato in maniera brutale.
Un’altra, con un certo sottofondo di razzismo e paternalismo: il Congo non riesce a emanciparsi perché, nonostante tutte queste ricchezze, nella cultura dei congolesi manca una seria volontà di camminare bene con le proprie gambe.

Ti chiedo cosa pensi, e se le cose — come immagino — sono più complesse di così.

È vero: il Congo ha sempre avuto ciò di cui il capitalismo mondiale aveva bisogno; da secoli ormai. Prima gli schiavi: è brutto dirlo ma è così, era una risorsa naturale molto importante, per tre o quattro secoli. Poi la gomma, poi il rame, poi l’uranio, il cotone… E penso che anche in futuro il Congo avrà nuove risorse molto importanti. Innanzitutto, l’acqua potabile.

In un’Africa che è sempre più secca, assetata, il Congo è come una spugna, come un fiume immenso con un dedalo di fiumi secondari, e quindi è una risorsa d’acqua potabile, d’acqua dolce, estremamente importante. D’altro canto c’è l’energia pulita, l’energia rinnovabile: se le centrali idroelettriche in Congo funzionassero bene, il Congo potrebbe alimentare tutta l’Africa in elettricità rinnovabile; senza nucleare, senza petrolio. È incredibile ma è così.

Anche qui potremmo dire: se un paese ha tutte queste risorse, se un paese ha così tante risorse naturali, allora questo paese dovrebbe essere il più ricco del mondo; dovrebbe essere il Giappone, per esempio. Ma non è così. Di fatto, nonostante le ricchezze del sottosuolo africano, congolese nella fattispecie, il Congo è uno dei paesi più poveri, più corrotti e più affamati del pianeta. In questo contesto, nell’ambito della letteratura scientifica, spesso si parla della “maledizione delle risorse naturali”. Se il Congo non avesse avuto tutte queste risorse naturali, sono sicuro che sarebbe stato più stabile e più avanzato, più solido.

Oggi, infatti, se il sottosuolo è ricco, e se lo Stato è così povero, ci sono sempre delle possibilità che delle forze esterne vengano a sfruttare quello che c’è. Per me il Congo è come una sorta di enorme negozio, un enorme deposito di stoccaggio, il deposito dell’economia mondiale. E i muri di questo deposito sono deboli, sono marci, e tutti cercheranno di infilarci le mani in questo deposito, per prendere ciò di cui hanno bisogno. È terribile, però è così.

Vediamo cosa ha comportato l’arrivo dei portoghesi nel sedicesimo secolo. I portoghesi facevano business con i leader locali in cambio di schiavi, e quindi era una élite locale ad essere avvantaggiata da questo commercio; e questo sistema continua ad esistere. È stato così con i portoghesi, è stato così con i belgi, è così con i cinesi, e con tutti gli altri attori economici che arrivano. Non è forse vero che dopo i belgi ci sono stati i cinesi? Sì, è vero; però ci sono una serie di nuovi attori: i coreani, i turchi, i brasiliani, i sudafricani… Tutti, tutti vengono in Congo; tutti si dirigono verso il Congo. In linea di principio potrebbe essere una buona cosa: se tu vuoi vendere una casa, sicuramente è meglio avere venti possibili acquirenti che due; certo; puoi ottenere un miglior prezzo se ci sono più concorrenti nell’acquisto, certamente. Ma questo non è il problema; il problema non è far aumentare il prezzo: il problema è dividere i proventi con il popolo. E anche qui è una situazione triste e tragica.

A volte sembra che il tentativo di far arrivare la democrazia in Congo abbia prodotto nel Novecento più sciagure che prodigi. In Occidente spesso si dice che (rispetto alla seconda metà del Novecento) noi rischiamo di vivere oggi già in un’era post-democratica, almeno se consideriamo alcuni pilastri della democrazia che credevamo acquisiti una volta per tutte.

Se le cose stanno così da noi (viviamo forse in una democrazia molto indebolita), cosa succederà in Africa? Il Congo del XXI secolo può fare a meno della democrazia e vivere bene?

Vero: la democratizzazione del Congo è estremamente problematica e povera. Però dobbiamo anche renderci conto che questo paese esiste da centotrent’anni. Nel corso di questi centotrent’anni ci sono stati solo quindici anni di democrazia: tra il ’60 e il ’65, e dal 2006 ad ora. Tra il ’60 e il ’65 è stata una catastrofe, e ora, tra il 2006 e il 2016, la situazione democratica non è veramente migliorata. Bisogna essere pazienti, io penso che quindici anni di esperienza democratica sia un periodo estremamente limitato. Però, ciò detto, anche gli occidentali hanno fatto degli errori.

Il Congo è stato in guerra tra il 1996 e il 2003; dopo l’armistizio ci dovevano essere le elezioni per garantire la democrazia. E sono stati gli occidentali che hanno preteso che nel Congo ci fossero delle elezioni secondo il modello europeo – quindi, facciamo questo rituale e il giorno dopo il Congo sarà come la Danimarca o come la Svezia. Ma è una visione estremamente semplicistica, estremamente povera. Io ho visto le elezioni del 2006, ho visto quelle del 2011: le elezioni hanno dato al paese molta violenza, molta criminalità, molta corruzione, e molta poca democrazia. Abbiamo la tendenza a pensare che organizzare delle elezioni sia abbastanza per avere una democrazia.

Ho scritto un altro libro, che si chiama Contro le elezioni, è appena uscito in Italia. È un libro che ho scritto sulla democrazia in Europa, in Belgio, in Italia, negli altri paesi, perché anche qui iniziamo a renderci conto che la democrazia non è per forza sinonimo di elezioni. In Europa da tremila anni funzioniamo su base democratica, ma è solo da duecento anni che lo facciamo con delle elezioni. In linea generale funziona, però Hitler e Berlusconi sono stati eletti anche loro. Dobbiamo constatare che le elezioni non garantiscono automaticamente la democrazia. Se questo è vero per l’Italia e il Belgio, è ancora più vero per il Congo.

Le guerre congolesi degli anni Novanta sono state terribili. La prima — quella del 96-97, che vide l’attacco delle forze ribelli ruandesi e congolesi — e la seconda, quella del 1998-2003, una sorta di guerra mondiale africana che vide battersi sul territorio congolese gli eserciti di diversi paesi per il controllo dei giacimenti minerari di oro, coltan, diamanti.

Guerre talmente violente (nel libro sono raccontati episodi raccapriccianti, che vanno dal cannibalismo allo stupro etnico e si spingono anche oltre) e complicate, da arrivare a noi in modo assai confuso. Tanto che ne sappiamo poco. E ne sapremmo meno senza leggere un libro come “Congo”.

Durante quei conflitti, abbiamo assistito alle fallimentari prove di intervento umanitario poste in essere dall’Unione Europea. A distanza di vent’anni, davanti a un’emergenza umanitaria che si consuma molto più vicino a noi (quella dei migranti) l’Europa si è fatta trovare di nuovo impreparata.

So che i piani e gli scacchieri sono molto diversi, ma queste crisi internazionali che infiammano i paesi in via di sviluppo, e il modo di gestirle, che cosa dicono (ieri e oggi) di noi europei?

Quello che mi colpisce del dibattito sui migranti è che i leader europei ne fanno un problema di management, un problema di gestione. Mentre per me si tratta prima di tutto di un problema morale. Non solo una questione di percentuali, di distribuzione dei rifugiati attraverso l’Unione Europea: secondo me la questione principale è morale. Si tratta di sapere che cosa fare degli stati, delle frontiere, in un momento di globalizzazione. Qualcuno diceva, da poco, che l’idea stessa dello stato-nazione è una forma di apartheid in sé, è una forma di discriminazione. Se sei nato in Guinea, o se sei nato in Burundi, o se sei nato in Danimarca, ebbene questo determinerà il resto della tua vita. E non è perché lo meriti: è un caso.

Ciò che vedo con questa sfida, questa sfida immensa… Tutti dicono che l’Europa non ce la può fare, l’Europa non si organizza: è vero, trovo che la gestione di questo problema sia stata fatta in modo estremamente amatoriale; però, contemporaneamente, non siamo mai stati così europei come nel 2015. Prima di tutto una crisi finanziaria, poi la sfida della Grecia, poi ora la sfida della migrazione: per la prima volta gli europei iniziano a considerarsi europei – è la prima volta nella mia vita che io conosco il nome del ministro delle finanze greco: prima di Varoufakis non sapevo chi fosse il ministro delle finanze in Grecia.

Per la prima volta abbiamo una discussione, un dibattito pubblico, in una sfera pubblica, europea, sul futuro dell’Europa. Constatiamo di non avere una vera politica europea, però contemporaneamente abbiamo per la prima volta un dibattito europeo. E penso che il passo successivo sia un’integrazione più spinta soprattutto sulla migrazione e sulla fiscalità, per esempio. Ci vorranno anni e anni, l’ambiente dei popoli non è sempre così sviluppato, ma non so quale potrebbe essere l’alternativa.

Non so da voi, ma in Italia c’è chi auspica la nascita degli Stati Uniti d’Europa. Chi ritiene insomma che un’ulteriore cessione di sovranità sia la via da percorrere, e chi pensa che sia un tragico errore. C’è l’ostacolo della molteplicità linguistica, ad esempio.

 Io vengo dal Belgio, e questo aiuta, perché il Belgio è l’Europa in piccolo, se vogliamo: è la versione in miniatura dell’Europa. Quindi mi sembra importante determinare quali competenze politiche devono rimanere nazionali, e quali competenze politiche invece diventeranno europee. Io non credo che si debba voler creare una cosa tipo Stati Uniti d’Europa, sarebbe troppo difficile; però come giustamente dicevi il problema è quello delle lingue.

Negli Stati Uniti è stato facile, tutti parlavano inglese; in Europa, vista la bellissima ricchezza linguistica del nostro continente, mi sembra veramente difficile un’ipotesi del genere. Allora, come diventare un impero senza ricorrere a strumenti imperiali? Questa è la domanda. L’Europa non diventerà mai un impero rimanendo dolce, e questa è una fortuna dovuta alla sua diversità. Ciò nonostante mi sembra importante delimitare le competenze europee e le competenze nazionali. E, cosa più importante ancora: l’Europa stessa deve iniziare ad investire massicciamente nelle democrazie nazionali.

Ci sono due cose che mi colpiscono. Per prima cosa, l’Europa lavora molto di più a vantaggio delle mucche francesi che a vantaggio dei cittadini francesi. Se guardiamo ai bilanci dell’agricoltura per la Francia, l’Europa fa tanto; ma non fa niente per quanto riguarda la democrazia nazionale francese.

Seconda osservazione: gli unici paesi nei quali l’Europa si immischia a seconda del tasso di democraticità sono i paesi candidati all’ingresso, cioè Albania, Serbia, Turchia; una volta che il paese fa parte dell’Unione Europea, allora non si parla più di democrazia. Guardiamo quello che sta succedendo in Ungheria con Orbàn: è terribile che nel cuore dell’Unione Europea ci sia un paese che veramente superi tutti i limiti di quella che deve essere una democrazia, e l’Unione Europea non debba dire niente.

Mi sembra quantomeno strano il fatto che da questo punto di vista abbiamo degli obiettivi millenari per l’Africa ma non li abbiamo per l’Europa. Io sono un attivista democratico. E credo che sarebbe molto importante dare la parola non ai leader politici nazionali ma al popolo: al popolo francese, al popolo italiano, al popolo greco, al popolo estone. Affinché la gente ci dica come vede l’Europa nel 2030, nel 2050, quali sono le priorità. Io non ho la sensazione che l’Europa abbia digerito tutto dal basso verso l’alto: l’Europa digerisce dall’alto in basso; digerisce dalla Banca Centrale Europea, dai mercati finanziari internazionali, e questo è estremamente nocivo per quanto riguarda lo stato democratico dell’Unione Europea.

Tu dici che in nessun posto come in Africa il XXI secolo va così veloce…

C’è qualcosa che mi disturba nello sguardo europeo rivolto all’Africa. Si parla sempre del “cuore di tenebra”, come dice Joseph Conrad; si parla sempre della violenza, la violenza in Congo che è qualcosa di tribale, qualcosa di primitivo, qualcosa di esotico, quasi qualcosa di precoloniale. Come se il Congo non appartenesse alla nostra epoca, al nostro mondo. Il mio libro racconta una storia, vuole mostrare una cosa: vuole mostrare che è lo stesso nostro mondo, è lo stesso presente, che vive il Congo. Non mi piace questo sguardo esotico verso l’Africa. Lo vediamo ovunque; spesso ci sono persone che dicono “Ah, io adoro l’Africa! Però ci sono quei microbi…”. Non si dice questo del Canada, per esempio; non si dice questo dell’Australia. Quando si parla dell’Africa ci dev’essere sempre una specie di delirio irrazionale – anzi molti pensano che l’Africa sia un paese e non un continente. Ecco, questo sguardo a me non piace.

Accadono cose strane. Oggi per esempio in Europa si iniziano a vendere i cellulari con due SIM. Ci sono molte persone – per esempio, che so, ministri – che vogliono avere lo stesso telefono, cambiano il numero, affinché nel fine settimana non siano disturbati. In Italia li vendete, ce li avete anche voi i cellulari con due SIM? Ci sono? In Belgio iniziano a venderli ora, questi cellulari; in Congo ce li hanno già da dieci anni.

Nell’ultimo capitolo del mio libro io sono partito dal Congo e sono andato in Cina, quindi ho fatto Kinshasa-Nairobi, Nairobi-Bangkok, e poi sono tornato in Cina. L’aereo era vuoto: quasi tutti i passeggeri erano commercianti, donne, che andavano a comprare vestiti e telefonini. Io, in quanto antropologo, ho fatto quella che si chiama “partecipazione osservante”, e quindi ho comprato anch’io un cellulare in Cina pagandolo venti dollari. Poi ho comprato dei cellulari per i miei amici africani; e c’erano già brutte copie dell’I-Phone ma con due SIM. Sono infine tornato a Kinshasa con una valigia piena di falsi cellulari, falsi I-Phone – diciamo che ho un po’ aiutato la globalizzazione della Apple – per venderli a delle persone che avevo incontrato in Congo.

Ecco, questo semplicemente per farvi un esempio tecnologico. Il cellulare in Africa è ovunque: l’Africa sta diventando il continente più importante per quanto riguarda la tecnologia informatica. Il Kenya, per esempio, è un paese dove ci sono pochissime banche, ma c’è un sistema bancario che funziona con il cellulare, molto più avanzato di quello che abbiamo noi.

Quando noi belgi guardiamo il Congo, spesso diciamo: “Prima dei belgi non c’era storia, dopo i belgi non c’è stato futuro”. Secondo me le cose non stanno così: per certi versi il terzo millennio va molto più veloce in Africa centrale di quanto lo faccia in Europa occidentale.

In Italia ultimamente c’è stata una polemica a proposito dell’uso delle fonti nei reportage letterari e la loro indicazione in appendice ai libri. Tra chi ritiene che se ne possa fare a meno e chi ritiene che le fonti debbano sempre essere dichiarate. Come la pensi al riguardo?

Per ciò che riguarda le fonti, in questo libro io ho trovato molto importante indicarle: dato che ho avuto una formazione scientifica, per me era fondamentale dichiarare i documenti e gli archivi che avevo consultato. All’inizio avevo pensato di mettere tutto su internet, però poi ho messo tutto nel libro perché mi sembrava estremamente importante farlo… Però capisco anche Roberto Saviano, che ha una scrittura diversa, e difendo il suo diritto ad avere un approccio più libero.

Per quanto mi riguarda, ho consultato circa cinquemila fonti e ho fatto circa cinquecento interviste. Ho parlato a tante persone che ho incontrato per caso: ho intervistato pochi ministri, pochi militari, pochi diplomatici, perché ciò che loro dicono è facile da trovare, lo troviamo già nei documenti, lo troviamo sulla stampa, nei giornali; è facile. Però io sono interessato a sapere come una donna di ventisei anni – che ha quattro figli e tutti i giorni va al mercato a lavorare – ha vissuto la fine della guerra; io sono interessato a capire come un signore anziano ha vissuto la transizione tra l’epoca coloniale e l’indipendenza; io voglio chiedere ad una donna che ha novant’anni quale fosse la lingua che parlavano a casa, che cosa mangiavano, dove preparavano i pasti.

Ho voluto fare una sorta di scrittura partendo dal basso, una scrittura sociale in qualche modo. Perché la storia di un paese va oltre la sua storia politica, militare, diplomatica, che è una storia sempre molto maschile. La Storia è anche la storia dei bambini, dei poveri, delle donne, la storia delle persone emarginate; e quindi ho voluto lasciare la parola ad una diversità di voci. E per me era molto importante mostrare la diversità e la ricchezza di un paese per il quale non abbiamo abbastanza amore.

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Storie dal mondo: intervista a Francesca Marciano https://minimaetmoralia.it/interviste/pigmei-marciano/ https://minimaetmoralia.it/interviste/pigmei-marciano/#comments Thu, 25 Jun 2015 06:00:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27411 Più facile incontrarla su una spiaggia indiana o in partenza per 
qualche destinazione ignota, Francesca Marciano è italiana ma emana
 il fascino dell’altrove. Un "altrove" desiderato fin da bambina e poi
 trovato, prima a New York e più tardi in Kenya. Un altrove che è
 anche uno stile, un punto di vista, una lingua altra con cui
 Marciano ha scritto tutti i suoi libri (successivamente tradotti in
 italiano). Francesca Marciano è 
uno dei nostri più clamorosi casi editoriali: quando nel 1998 uscì 
Rules of the wild (Cielo scoperto) fu un vero e proprio un best seller 
in America, convincendo anche il New York Times che lo definì "degno di 
Flaubert" e dotato di una "notevole forza narrativa". Il libro,
 ambientato in Kenya, venne pubblicato con successo in 17 paesi, e solo 
in seguito tradotto in Italia, dalla sorella dell’autrice.

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marciano

(fonte immagine)

Più facile incontrarla su una spiaggia indiana o in partenza per 
qualche destinazione ignota, Francesca Marciano è italiana ma emana
 il fascino dell’altrove. Un “altrove” desiderato fin da bambina e poi
 trovato, prima a New York e più tardi in Kenya. Un altrove che è
 anche uno stile, un punto di vista, una lingua altra con cui
 Marciano ha scritto tutti i suoi libri (successivamente tradotti in
 italiano). Francesca Marciano è 
uno dei nostri più clamorosi casi editoriali: quando nel 1998 uscì 
Rules of the wild (Cielo scoperto) fu un vero e proprio un best seller 
in America, convincendo anche il New York Times che lo definì “degno di 
Flaubert” e dotato di una “notevole forza narrativa”. Il libro,
 ambientato in Kenya, venne pubblicato con successo in 17 paesi, e solo 
in seguito tradotto in Italia, dalla sorella dell’autrice. Gli
 americani ci avevano visto giusto, perché anche i successivi libri di
 Francesca Marciano — Casa Rossa e La fine delle buone maniere, 
pubblicati anche in Italia da Longanesi e tradotti in più di dieci
 lingue — si sono rivelati narrazioni potenti, scritte in un
 inglese limpido eppure raffinato: una lingua straniera 
destreggiata con estrema naturalezza. E non è certo un caso se il
suo ultimo libro si intitola The Other Language (Pantheon Books): una raccolta di storie implacabili,
 ambientate in vari posti del mondo, dalla Grecia a Venezia, da 
un’isola sperduta al largo delle coste africane a un paesino della
 Puglia, storie di personaggi che “non si sentono a casa in nessun
 posto”, come ha detto Jhumpa Lahiri, e sono sempre “colti in
 una sorta di viavai interiore che smonta e rimonta l’anima”. In Italia è appena uscito per Bompiani con il titolo Isola grande, isola piccola (tradotto da Tiziana Lo Porto).

Come molti tuoi personaggi, sei stata attratta da luoghi lontani, esotici, misteriosi. Anche tu “ostaggio della bellezza”?

Da bambina fantasticavo avventure in luoghi lontani, esotici, misteriosi. Ho cominciato leggendo Salgari, per poi innamorarmi di Conrad. Sono andata via dall’Italia appena finito il liceo, partita d’impulso per New York, senza sapere bene perché, pensando che avrei studiato cinema per un semestre e invece ci sono rimasta per sette anni. Poi dieci anni in Kenya, quando ero già grande. Ripensandoci ora penso che la cosa che mi ha sempre attratto — e ancora mi attrae — all’idea di cambiare paese e cambiare vita, è quella di trovarmi in quello stato  a metà tra l’incertezza e l’eccitazione, la vulnerabilità e l’euforia, che mi ha sempre fatto sentire viva, vigile, più me stessa che mai.

Il titolo originale della tua raccolta The Other language (L’altra lingua) a cosa si riferisce?

In tutti i racconti i personaggi si muovono in realtà che non sono le loro, in culture diverse di cui devono imparare le regole e il “linguaggio”. Io stessa ho scritto il mio primo libro in inglese perché vivevo in Kenya, ma da sempre ho sentito che possedere due lingue mi ha dato una grandissima libertà: è come assumere due diverse personalità. La prima è quella della propria lingua madre, legata all’infanzia, ai genitori, al proprio paese, mentre la lingua acquisita diventa la lingua della vita adulta, dove non ci sono testimoni, e dunque si è più liberi, meno inibiti dalle convenzioni della propria cultura. Per me scegliere di scrivere in inglese è stato una specie di tradimento che mi ha permesso però di essere più sincera. Almeno io l’ho vissuta così. Credo che anche per Nabokov, Conrad, Beckett debba essere stato un processo simile. Forse anche loro nel tradire le loro lingue madri si sono sentiti più liberi, più “nuovi”.

In sostanza è la ricerca di un altro punto di vista?

Sì. È uno spostamento impercettibile che però inquadra la realtà in un modo diverso, come possedere un grandangolo. O forse un dolly. A volte mi pesa leggere i giornali italiani, specialmente in questi anni difficili. Siamo troppo attorcigliati su noi stessi, sulle nostre beghe politiche, le polemiche, i risentimenti. Il resto del mondo è completamente sparito dal nostro immaginario, e dunque anche i temi più vasti, più importanti,  quei temi che riguardano tutti, come i diritti umani, la conservazione del pianete, le guerre. A noi interessa solo il nostro condominio. Questo rimpicciolimento mi fa paura, temo che sia come una mancanza di ossigeno. Toglie energia, e finisce per soffocarci.

Pensi di aver “esportato” alcune qualità italiane?

Di certo, i personaggi, le storie che scrivo, hanno radici in ciò che io sono, un ibrido a metà tra due culture, quella anglosassone e quella italiana. Questo strano intruglio forse è la  particolarità del mio punto di vista, che è sempre leggermente obliquo. “Casa Rossa”, il mio secondo romanzo è una storia fortemente italiana. Mi è servito molto scriverlo, mi ha ricollegato con una parte della storia del nostro paese. Scrivendolo in inglese, sentivo però di guardarla attraverso un’altra finestra. È stato un processo interessante.

Legge autori inglesi o italiani?


Entrambi. Ho divorato la trilogia di Elena Ferrante: in America
 la idolatrano, e da noi? Spero che almeno vinca il premio Premio Strega. Per quanto riguarda gli stranieri ho incontrato i racconti di Alice Munro e Mavis Gallant circa quindici anni fa e hanno avuto per me una grandissima influenza. Prima di loro avevo amato Katherine Mansfield, Paul Bowles, Carver, ma anche Lorrie Moore, Jonathan Franzen, Philip Roth, John Cheever.

Nel tuo nuovo libro nuovo definisci l’Italia un “bene in vendita”. È questo il destino del Made in Italy?

Non so predire cosa accadrà nel futuro. Certamente una città come Roma sta lentamente perdendo la sua identità per far spazio ai turisti. I quartieri del centro muoiono, e diventano delle vetrine, un po’ come è successo già a Firenze e Venezia.  Sarà una lotta dura, quella di mantenere la nostra identità e quindi anche la nostra eccellenza. Siamo i più bravi in tanti campi. Ma non sappiamo difendere il nostro talento. Ecco, questo mi dispiace moltissimo. Saranno le piccole imprese, quelle che vengono dal basso, a riconquistare terreno attraverso la qualità.

Oggi abiti in Italia, cosa ti manca dell’Usa e dell’Africa dove hai abitato a lungo?

Dell’Africa mi manca tutto: gli spazi, i colori, la sensazione di essere solo un puntino insignificante, le relazioni che nascono in posti dove ci si sente esposti alla natura, gli animali, i pericoli. Dell’America mi manca la vitalità, ma anche quello sguardo largo, che abbraccia un orizzonte più grande del nostro. Un paese dove si parla ancora animatamente di etica, letteratura, arte, dove c’è posto per tutti. Dove la tolleranza è una cosa seria.

Nel libro definisci l’italian style non tanto una questione di marche o di moda, ma di dettagli e di una certa formalità. Sei d’accordo?

Sì, lo stile italiano è nei dettagli, nel buongusto che eccelliamo. Anche nel cibo siamo eleganti e inimitabili. ma come dicevo prima è difficile competere con l’avanzata delle cavallette. Non sto parlando di marche costose, ma di equilibrio, audacia, estro. È lì che siamo sempre stati bravi. C’è un racconto nella mia nuova raccolta che si intitola “Il sistema italiano” dove parlo proprio di questo: siamo ancora quegli italiani che pensiamo di essere – quelli vestiti bene, con stile, ed eleganza innata?

E dell’Italia cosa ti manca quando non ci sei?

Nuotare nel Mediterraneo, i cornetti e il cappuccino, le stagioni che cambiano, l’amichevolezza, il calore. Gli amici, gli amici, gli amici.

Il tuo mestiere di sceneggiatrice ha sempre funzionato parallelamente alla scrittura dei tuoi libri. A cosa stai lavorando ora?

Ho scritto “Io e lei”, il nuovo film di regia Maria Sole Tognazzi con Sabrina Ferilli e Margherita Buy che esce a novembre e “Pericle il Nero”, tratto dal romanzo di Ferrandino con la regia di Stefano Mordini che uscirà in autunno. E sto lavorando al prossimo film di Valeria Golino. Lavorare con lei a “Miele” è stata una bellissima esperienza. Sono molto felice anche di aver lavorato con Bertolucci, una specie di sogno che si avvera inaspettatamente. Ci conosciamo da molti anni, ma non avevamo mai lavorato assieme. È stata una fantastica esperienza quella di trovarci alla scrivania a discutere la sceneggiatura. A Carlo Verdone sono e sarò sempre molto grata. Ho cominciato con lui, mi ha dato fiducia dopo aver visto il mio primo film, “Turnè” (diretto da Salvatores) e insieme abbiamo scritto il primo di molti film “Maledetto il giorno che t’ho incontrato”. Non sarei quella che sono oggi se non fosse stato per lui.

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Il battello di Melville e la scialuppa di Crane https://minimaetmoralia.it/libri/herman-melville-e-stephen-crane/ https://minimaetmoralia.it/libri/herman-melville-e-stephen-crane/#comments Tue, 04 Mar 2014 14:15:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19080 Questo pezzo è uscito su Europa.

Scampati a un naufragio, un gruppo di uomini sono a bordo di una scialuppa in mezzo al mare che ringhia: «È in una scialuppa lunga dieci piedi che ci si può davvero rendere conto della grandiosità del mare».

Scorgono all’orizzonte una linea di terra, ma è così lontana che forse sarà irraggiungibile: «Pensa che ce la faremo, capitano?». Altri uomini, stavolta a bordo di un battello, navigano il fiume Mississippi: «L’impetuoso Mississippi s’allarga, scorre scintillando e gorgogliando».

Come le città, anche la letteratura si sviluppa in presenza dell’acqua, che si tratti di oceani in tempesta o di dolci itinerari fluviali. I due gruppi sono protagonisti di due romanzi usciti ora in libreria, e che sono stati pubblicati a pochi decenni di distanza, nell’Ottocento. Il primo è il libro di Stephen Crane, La scialuppa. E altri racconti (Elliot, pp. 320, euro 18,50) nella versione del 1898; il secondo è quello che fu l’ultimo romanzo di Herman Melville, L’uomo di fiducia (edizioni e/o, pp. 352, euro 16), del 1857.

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Questo pezzo è uscito su Europa. (Immagine: Alfred Thompson Bricher)

Scampati a un naufragio, un gruppo di uomini sono a bordo di una scialuppa in mezzo al mare che ringhia: «È in una scialuppa lunga dieci piedi che ci si può davvero rendere conto della grandiosità del mare».

Scorgono all’orizzonte una linea di terra, ma è così lontana che forse sarà irraggiungibile: «Pensa che ce la faremo, capitano?». Altri uomini, stavolta a bordo di un battello, navigano il fiume Mississippi: «L’impetuoso Mississippi s’allarga, scorre scintillando e gorgogliando».

Come le città, anche la letteratura si sviluppa in presenza dell’acqua, che si tratti di oceani in tempesta o di dolci itinerari fluviali. I due gruppi sono protagonisti di due romanzi usciti ora in libreria, e che sono stati pubblicati a pochi decenni di distanza, nell’Ottocento. Il primo è il libro di Stephen Crane, La scialuppa. E altri racconti (Elliot, pp. 320, euro 18,50) nella versione del 1898; il secondo è quello che fu l’ultimo romanzo di Herman Melville, L’uomo di fiducia (edizioni e/o, pp. 352, euro 16), del 1857.

La letteratura di mare è un mondo compatto a cui si accede da ogni frase dei grandi romanzi che l’hanno costruito. Già l’incipit della Scialuppa di Crane è un possibile ingresso: «Nessuno era in grado di distinguere il colore del cielo». I capitani e i membri dell’equipaggio sono sempre esseri dall’animo profondo e dallo spirito selvaggio: «La mente di un capitano – scrive Crane – ha profonde radici nel suo scafo di legno, sia che comandi da un giorno solo o da dieci anni».

A bordo della scialuppa ci sono un capitano, un macchinista, un giornalista e un cuoco. Tra loro nasce un’amicizia speciale: «Sarebbe difficile descrivere il sottile legame che si era stabilito tra quegli uomini in mare». Le onde sono spaventose, in alto il sole si sposta nel cielo con indifferenza. Arrivano inevitabilmente dei gabbiani – uno dei quali «aveva assunto la forma di un tetro e raccapricciante presagio» – e poi si affaccia anche un albatros.

Perché i romanzi di mare sono la prova che la letteratura è un animale che si nutre di se stesso, e se uno scrittore, come Coleridge, alla fine del Settecento annota un albatros sul mare, l’albatros resterà impigliato in quell’universo e tutti gli altri scrittori che si metteranno in viaggio se lo troveranno appollaiato sugli alberi delle loro navi.

Gli uomini che invece sono a bordo della nave sul Mississippi, narrati da Melville, non sono occupati a salvarsi dalle onde. Parlano per tutto il viaggio. Filosofeggiano per centinaia di pagine. Ogni tanto qualche passeggero scende quando la nave approda, qualcun altro sale: «L’enorme battello, con un possente gorgoglio da tricheco, si staccò dalla riva riprendendo a navigare». I discorsi si intensificano. Prima la Carità, poi la sofferenza, poi i classici dell’antichità (Tacito, Orazio, Ovidio), poi la finanza, la malvagità della Natura e la filantropia, l’odio verso gli indiani e Shakespeare. E sempre, la fiducia, declinata in molte accezioni.

«Quando si è deboli, non è forse il momento di aver fiducia?». Tre capitoli sono dedicati alla letteratura. Si legge: «L’avversione dei lettori di un libro per i personaggi contraddittori non si può dire che derivi da una sensazione di irrealtà», e «se spetta alla ragione giudicare, nessuno scrittore ha prodotto personaggi incoerenti quanto la natura stessa».

Michele Mari definì L’uomo di fiducia uno “stranissimo romanzo” e notò come a sei anni da Moby Dick restasse l’ossessione del colore bianco. Di fatto, è cupo, e solo i fedeli lettori di Melville possono restare a bordo senza scendere al primo attracco. Moltissimi i richiami letterari (molto Milton e Shakespeare) e quelli biblici: «Quanto ai riferimenti biblici – scrive nella postfazione il traduttore Perosa –, essi percorrono il libro da cima a fondo, ne imbevono ogni vena».

Joseph Conrad lesse Crane («siete un completo impressionista», gli disse) e ne parlò anche nel suo libro Memorie. Tra il battello di Melville e la scialuppa in pericolo, nel 1884 Mark Twain fece navigare sul Mississippi il suo Huckleberry Finn. Sono infiniti i legami tra gli scrittori di mare. Vale la pena leggerli anche solo per certe parole come «sottocoperta» o in «cambusa». E per leggere singole frasi di un’unica grande epica delle acque. Come quelle che si leggono in Crane: «Gli occhi dell’uomo ai remi potevano cogliere solo gli alti cavalloni neri che avanzavano nel più sinistro dei silenzi, rotto di tanto in tanto solamente dal brontolio soffocato di una cresta».

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