Josif Brodskij Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/josif-brodskij/ un blog di approfondimento culturale Mon, 03 Oct 2016 13:08:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Josif Brodskij Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/josif-brodskij/ 32 32 La cosa Russia https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-cosa-russia/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-cosa-russia/#respond Sat, 07 May 2016 05:30:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30856 Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Giocando con il titolo di un film di Fred Schepisi potremmo chiamarla «la cosa Russia», intendendo un’entità storicamente e politicamente fondamentale con cui la letteratura intrattiene un rapporto strettissimo.

Perché all’interno di quel territorio immenso che sembra confinare con il mondo intero – dall’Europa allo stretto di Bering, dalla Cina al Mar Glaciale Artico – le contraddizioni di cui si nutrono le storie sono innumerevoli. Apparsi negli ultimi mesi, tre libri si confrontano con la cosa Russia indagandone la strutturale complessità.

L'articolo La cosa Russia proviene da Minima et Moralia.

]]>
mosca1

Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Giocando con il titolo di un film di Fred Schepisi potremmo chiamarla «la cosa Russia», intendendo un’entità storicamente e politicamente fondamentale con cui la letteratura intrattiene un rapporto strettissimo.

Perché all’interno di quel territorio immenso che sembra confinare con il mondo intero – dall’Europa allo stretto di Bering, dalla Cina al Mar Glaciale Artico – le contraddizioni di cui si nutrono le storie sono innumerevoli. Apparsi negli ultimi mesi, tre libri si confrontano con la cosa Russia indagandone la strutturale complessità.

Con Indirizzo: Unione Sovietica. 25 luoghi di un altro mondo (Sironi), Gian Piero Piretto esplora la cultura sovietica passando in rassegna gli spazi in cui si articola il prostor, la superficie fisica, tanto esterna (dal mercato colcosiano ai cimiteri che si aprivano nei boschi di betulle) quanto interna (dai grandi magazzini alle stanze degli appartamenti in coabitazione fondati sul principio della uplotnenie, la compressione dello spazio disponibile per ogni cittadino) quanto, ancora, quei luoghi che lo spazio lo attraversano (gli elettrotreni dove i senzatetto si ritrovavano a vivere).

L’orizzonte verticale di Mosca – la metropoli che si estende a perdita d’occhio punteggiata dall’ascendere vertiginoso di costruzioni ideologicamente magniloquenti – è al centro di Viaggiatori nel tempo. Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura (Exòrma). Distante dal classico reportage, il libro del collettivo Sparajurij è il racconto di un italiano che percorre Mosca e i suoi dintorni in un continuo gioco di rifrazioni tra spazi concreti e riflessi letterari.

Attraversare la capitale – per esempio a bordo del tram Annuška, che si inoltra nel centro della città – significa infatti confrontarsi con un luogo molteplice, razionalmente caotico e architettonicamente inesauribile, in cui a ogni angolo di strada ci si imbatte nel Maestro e in Margherita, nei versi di Brodskij e Cvetaeva, nelle visioni di Chlebnikov.

Da un verso di Pasternak deriva il titolo dell’esordio di Ruska Jorjoliani, trentenne georgiana che, residente da diversi anni a Palermo, ha deciso di scrivere il suo romanzo in italiano. La tua presenza è come una città (Corrimano), che impressiona per l’eleganza lieve dello sguardo e per la compiutezza della forma, racconta la storia di due amicizie, quella tra Viktor e Dimitri e tra i loro figli, Saša e Kirill, attraversando il ’900 e giocando ironicamente con i luoghi, intesi stavolta come tòpoi, del romanzo russo – dalla colpa alla redenzione, dal pazzo del villaggio ai pastrani («Oh, questa ossessione tutta russa per i cappotti!»): un patrimonio, appunto la cosa Russia, indistruttibile perché fatto della sostanza saldamente immateriale della letteratura.

L'articolo La cosa Russia proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-cosa-russia/feed/ 0
Cento poesie d’amore e fantasmi: intervista a Michele Mari https://minimaetmoralia.it/interviste/cento-poesie-damore-e-fantasmi-intervista-a-michele-mari/ https://minimaetmoralia.it/interviste/cento-poesie-damore-e-fantasmi-intervista-a-michele-mari/#comments Fri, 29 Apr 2016 12:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30747 Questa intervista è uscita sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

Michele Mari chiama coazione alla mimesi la ragione per cui ha cominciato a scrivere poesia dai banchi del liceo: scrivere alla maniera di Guinizzelli, di Cavalcanti o Dante era una cosa che sapeva fare bene, un modo per sciogliersi la mano; come una specie di camaleonte, assumeva i modi, la lingua, il lessico dei poeti che studiava. “Le poesie mi venivano facilmente, perché partivano da un'assimilazione preventiva”, dice, la stessa per cui dagli anni dell'università scrive componimenti d'occasione su richiesta di amici, come un poeta del Settecento.

Traduce il XXIV canto dell'Iliade e, poi, niente più poesia: ci sono le raccolte di racconti, i romanzi, Michele Mari come lo conosciamo tutti; fino al 2007, quando pubblica le Cento poesie d'amore a Ladyhawke, la sua unica raccolta di versi – un libro anomalo, che a distanza di anni continua a essere letto e amato da un pubblico sempre più ampio.

L'articolo Cento poesie d’amore e fantasmi: intervista a Michele Mari proviene da Minima et Moralia.

]]>
mari

Questa intervista è uscita sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

Michele Mari chiama coazione alla mimesi la ragione per cui ha cominciato a scrivere poesia dai banchi del liceo: scrivere alla maniera di Guinizzelli, di Cavalcanti o Dante era una cosa che sapeva fare bene, un modo per sciogliersi la mano; come una specie di camaleonte, assumeva i modi, la lingua, il lessico dei poeti che studiava. “Le poesie mi venivano facilmente, perché partivano da un’assimilazione preventiva”, dice, la stessa per cui dagli anni dell’università scrive componimenti d’occasione su richiesta di amici, come un poeta del Settecento.

Traduce il XXIV canto dell’Iliade e, poi, niente più poesia: ci sono le raccolte di racconti, i romanzi, Michele Mari come lo conosciamo tutti; fino al 2007, quando pubblica le Cento poesie d’amore a Ladyhawke, la sua unica raccolta di versi – un libro anomalo, che a distanza di anni continua a essere letto e amato da un pubblico sempre più ampio.

Le Cento poesie d’amore a Ladyhawke sono la tua unica raccolta di poesie: in una produzione così varia, dai romanzi d’appendice ai racconti gotici, potrebbe trattarsi di un esperimento letterario, eppure la sensazione è che, invece, la sua diversità lo separi dagli altri, la renda quasi un atto privato reso pubblico.

Queste poesie sono nate effettivamente come missive, scritte una per una, in tempi diversi, alla destinataria, inizialmente accompagnate da un messaggio in prosa, poi a un certo punto da sole, secche, senza commenti, senza titoli d’accompagnamento; paradossalmente essendo il mio unico libro di poesia, è il libro che sento meno letterario, meno mediato, lo sento quasi come un atto di vita, come un’azione.

Perché si è trattato della storia di un amore impossibile, la stessa vicenda che il libro più o meno ricostruisce, questa si è di necessità dovuta declinare attraverso moduli espressivi che non fossero quelli della normale comunicazione, non perché fosse un rapporto clandestino, che è un termine volgare, ma perché era un rapporto altro, quasi onirico, quasi letterario, che esisteva in una dimensione sua e solo sua; aveva bisogno di un linguaggio che fosse discontinuo rispetto alla lingua pratica e in questo senso la poesia è servita a garantire questa alterità.

Come se un po’ certe cose o ce le dicessimo per scherzo, ce le dicessimo in sogno; e anche se uso il plurale, chi scriveva i versi ero solo io, lei era solo la destinataria, per cui ancora una volta si è trattato di un dinamica solipsistica. Lei è stata interiorizzata da me: che poi tutto si sia svolto nella mia testa o abbia avuto bisogno di una sponda epistolare è quasi secondario.

Dunque la scelta di pubblicarle come libro è arrivata in un secondo tempo.

Non erano assolutamente concepite per essere raccolte e pubblicate; erano appunto un atto privato e alla fine, però, dissoltosi tutto, mi sono sentito veramente orfano: questo carteggio poetico surrogava una storia d’amore e, quindi, era già qualcosa in perdita. Finita anche questa possibilità mi sono trovato per le mani questa ottantina di poesie e allora ho deciso di ricavarne un libro – ne ho aggiunte una ventina postume per dare maggiore narratività al tutto e le ho pubblicate. Incredibilmente continuano a vendere anno dopo anno: adesso sono in ristampa e hanno raggiunto le diecimila copie che per un libro di poesia è un’enormità, sono cifre che fatico a raggiungere con i miei romanzi. C’è qualcosa che evidentemente mi sfugge e che è aldilà della mia percezione, perché sono state lette sempre di più nel tempo.

Brodskij scrive di Auden che le poesie di La verità vi prego sull’amore sono sull’amore e la disonestà. Tu scrivi d’amore da scrittore, non da amante: ricordi tutto, ma niente è attendibile. Cosa succede ai corpi così, come si deformano i ricordi in questo modo?

Mi rivedo solo in alcune di queste cose: è certamente vero che quando scrivo d’amore lo faccio da scrittore. È come in un film di Sergio Leone: un personaggio ne uccide un altro mentre gli sta facendo una ramanzina e prima di sparargli gli dice “quando si spara si spara, non si parla” e io penso che tra vita e letteratura e soprattutto tra amore e letteratura ci sia lo stesso rapporto, cioè quando si ama si ama, non si parla; se se ne parla è perché già si tende ad essere scrittori. Nel momento della scrittura, si è letteralmente soli.

Per quello che riguarda le Cento poesie, i corpi sono debitamente rimossi alla maniera di Petrarca, anche perché quella è stata una storia di platonismi esasperati: prima una storia solo unilaterale, poi bilaterale, ma comunque contenuta entro ferrei limiti, un po’ come se avessimo la spada di Re Artù a minacciarci, come Lancillotto e Ginevra che  vengono separati da questa mostruosa epifania ogni volta che rischiano di arrivare a un rapporto fisico.

Io d’altronde non credo di aver mai scritto d’amore nei miei libri, cioè l’amore l’ho sempre utilizzato come uno dei tanti ingredienti narrativi, come in Di bestia in bestia, ma non ho mai scritto storie d’amore proprio perché tendo a rispettare nella loro ineffabilità cose che mi sembrerebbe poi di rendere pedanti, ecco, facendone tema di una pagina letteraria. È lo stesso motivo per cui non riuscirei mai a descrivere una scena di sesso.

E in un certo senso rendere l’amore un fatto letterario non è solo sacrificare la propria storia – cioè non sei un Barbablu che uccide le proprie spose per renderle opere d’arte – ma è piuttosto un modo per nobilitarla e soprattutto farla uscire dalla propria limitatezza: visto da fuori quasi ogni amore è un fatto idiota, ottuso e non è quello che si dice sempre agli altri, “non puoi capire”? L’arguzia speculare di certe affermazioni, come dici tu, diventa il commento di due imbecilli, in questo modo lo si evita.

È quello che succede quando uno pensa a certe cose che ha detto o trova una cartolina, una lettera che ha scritto: è molto penoso e imbarazzante perché sembra di vedere frammenti di un’altra vita, di qualcosa che non si è vissuto, ci si chiede come sia possibile che si siano scritte certe stupidaggini. Io tutte le mie lettere, le cose più private le ho sempre distrutte. So che ce ne sono in giro per il mondo – sono quelle che ho scritto – però le minute e quelle che ho copiato per feticismo o quelle che ho ricevuto le ho ciclicamente, a ondate, buttate via.

Non so se hai visto il film I ponti di Madison County, in cui i figli di Meryl Streep trovano le lettere che lei e Clint Easwood si erano scambiati e quindi ricostruiscono un amore appassionato della madre ormai morta e ne restano sconvolti: ecco io non vorrei assolutamente che a me succedesse così. Finché posso faccio tabula rasa. Per me poi uno scrittore si consegna ai suoi libri e quello che vuole che si sappia di lui lo mette là. Penso che prima o poi farò anche tabula rasa di tutti i vari manoscritti, abbozzi e redazioni, perché poi vedo che quando di un autore vengono pubblicati lavori postumi, a cura della vedova o dei nipoti, non sono mai all’altezza della fama di quell’autore.

È forse una sindrome di onnipotenza, ma a me seccherebbe non avere più voce in capitolo sulle mie pubblicazioni, per cui preferisco decidere io subito.

In una raccolta come questa l’iperletterarietà del testo non solo evidente, ma piuttosto è esibita. Solitamente, anche in poesia, si vuole dire che il proprio amore è unico, eccezionale, diverso dagli altri, ma qua le cose sono diverse. Il tuo amore è detto attraverso calchi palesi: sembra quasi che il godimento stia nel riconoscimento, nella possibilità di rispecchiarsi in altri amori.

In letteratura le cose funzionano più per triangolazione o quadrangolazione; cito spesso quell’aforisma di La Rochefoucauld che dice, più o meno, che se gli uomini non avessero mai letto storie d’amore, non si innamorebbero mai, avrebbero solo pulsioni animali, cieche: si innamorano perché qualcuno ha raccontato loro cos’è l’amore. Paolo e Francesca si baciano non perché ad un certo punto cedono a una passione, ma lo fanno perché stanno in quel momento leggendo del bacio di Lancillotto e Ginevra: imitano il libro, è quello che ci sta dirigendo e plagiando.

Nella declinazione letteraria di un dialogo d’amore spesso il riferimento letterario, anziché svalutare il rapporto, lo potenzia, lo rende più affascinante.

Non si conoscono né l’amore né il sesso solo dalla loro lettura, eppure è quello che del sesso e dell’amore leggiamo che ne determinano i modi, come ci stiamo in mezzo. Qual è in questo senso la tua formazione sentimentale, perché sarà un’impressione falsata, ma molti degli autori che citi in Cento poesie d’amore a Ladyhawke sono in qualche modo legati agli anni che metti sulla scena, quelli del liceo.

È vero, ma anche in negativo – ad esempio cito Gregory Corso e Ferlinghetti, autori che entusiasmavano i miei compagni e soprattutto quella mia compagna, mentre a me dicevano poco o nulla e quindi c’era anche un risvolto polemico. Poi però cito molto anche il cinema e quello che cito è abbastanza popolare, come gli horror, i film di Sergio Leone; di fatto cito le cose che nella vita ho sempre amato, frequentato, mi hanno ispirato e fornito modelli, lingue e pronunce.

Va tenuto conto che gli anni in cui ho vissuto i sentimenti di cui parlano le poesie, cioè gli anni Settanta e Ottanta, io ero un giovane ed era il periodo in cui io leggevo in continuazione, ero come una spugna che assorbiva tutto, quindi la memoria di quel lunghissimo innamoramento è anche inscindibile dalla memoria di tutte le letture fatte in quel periodo.

È questo che intendevo: la letteratura è un fatto di quegli anni, esiste nel tempo, materialmente.

Per me è biografia. Quando qualche critico un po’ miope dice che la mia è solo metaletteratura che nasce dai libri e che vorrebbe vedermi alle prese con la realtà vera, io trasecolo di fronte a un’ingenuità così grossolana, perché significa dire che leggere i libri, le emozioni che ti danno non sono realtà.

Se io ho vissuto di libri e nei libri, significa che per me i libri sono tanto reali come per Tondelli erano reali le discoteche romagnole. Non è perché quello è più squallido o più trash è più reale di un libro. Ognuno ha le sue realtà e mi sono sempre ribellato a questa distinzione per cui la letteratura fantastica è una letteratura di fuga, meno potente e forte.

L'articolo Cento poesie d’amore e fantasmi: intervista a Michele Mari proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/cento-poesie-damore-e-fantasmi-intervista-a-michele-mari/feed/ 5
Tu non conosci il sud: la rassegna https://minimaetmoralia.it/cinema/tu-non-conosci-il-sud/ https://minimaetmoralia.it/cinema/tu-non-conosci-il-sud/#comments Tue, 24 Nov 2015 16:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29215 Torna a Matera, il 28 e il 29 novembre 2015, il progetto culturale itinerante Tu non conosci il Sud, prodotto dall’associazione Veluvre – Visioni Culturali. Il tragitto di Tu non conosci il Sud è partito da Bari un anno fa con una serie di incontri e spettacoli (Rocco Papaleo, Sergio Rubini, Roberto Cotroneo, Gianluca Arcopinto, Erica Mou) e con la mostra del fotografo Ferdinando Scianna “Il Sud e le donne”. Pubblichiamo di seguito il testo introduttivo alla manifestazione scritto da Oscar Iarussi, direttore artistico della rassegna.

Senza esilio non c’è patria. È la lontananza a definire l’appartenenza, come sa il lettore di Foscolo e di Mazzini, ma anche di Brodskij e di Sepúlveda. Il sogno dell’Unione europea sboccia nel confino a Ventotene degli antifascisti Rossi e Spinelli. E l’idea stessa di un possibile riscatto meridionale si focalizza nel domicilio coatto di Levi in Lucania.

L'articolo Tu non conosci il sud: la rassegna proviene da Minima et Moralia.

]]>
carlo

Torna a Matera, il 28 e il 29 novembre 2015, il progetto culturale itinerante Tu non conosci il Sud, prodotto dall’associazione Veluvre – Visioni Culturali. Il tragitto di Tu non conosci il Sud è partito da Bari un anno fa con una serie di incontri e spettacoli (Rocco Papaleo, Sergio Rubini, Roberto Cotroneo, Gianluca Arcopinto, Erica Mou) e con la mostra del fotografo Ferdinando Scianna “Il Sud e le donne”. Pubblichiamo di seguito il testo introduttivo alla manifestazione scritto da Oscar Iarussi, direttore artistico della rassegna (fonte immagine). 

Senza esilio non c’è patria. È la lontananza a definire l’appartenenza, come sa il lettore di Foscolo e di Mazzini, ma anche di Brodskij e di Sepúlveda. Il sogno dell’Unione europea sboccia nel confino a Ventotene degli antifascisti Rossi e Spinelli. E l’idea stessa di un possibile riscatto meridionale si focalizza nel domicilio coatto di Levi in Lucania. Oggi l’Europa vive soprattutto lungo le frontiere, là dove i fuggitivi da altri Sud agognano una nuova patria e l’affabulano, rischiando la vita. Ma la “terra promessa” si sottrae ai racconti e si rinserra nei conti delle ”quote immigrati”, sulle quali i governi europei ingaggiano scaramucce come un tempo sulle “quote latte”. Intanto gli esuli, i profughi, i naufraghi, cioè i sopravvissuti dell’esodo, continuano a saltare muri in cerca di rifugio. D’altronde, innalzare quei muri non mette l’Europa al riparo dal terrorismo, mentre ne snatura la qualità morale e forse il futuro.

Una storia di nomadi e clandestini dall’Africa alla Calabria palpita nel film Mediterranea del trentenne Jonas Carpignano, negli ultimi mesi invitato da numerosi festival internazionali e finalista al Premio Lux del Parlamento europeo. A riprese concluse, Carpignano ha deciso di stabilirsi a Gioia Tauro per lavorare ad altri progetti, lasciando New York dove è cresciuto. Una scelta non sbandierata, al pari di molte esperienze in vari campi, ignorate o sottostimate.

“Tu non conosci il Sud”, appunto. L’incipit folgorante di una lirica di Vittorio Bodini offre spunto e nome a questa rassegna che fa tappa a Matera per la seconda volta nel giro di pochi mesi. Perché Matera? Per il valore dei Sassi arcaici e rigenerati che, ricordiamolo, sta alla radice della sfida vinta per il titolo di Capitale europea della cultura 2019. Eppure Matera è irriducibile a qualsiasi omologazione, fosse anche virtuosa, restando fedele – echeggiamo Pasolini – alla diversità che la fece stupenda. Qui le pietre sono parole e dicono di una sobrietà abbastanza estranea all’estetismo di massa, al bric-à-brac postmoderno e allo stupidario mediatico. La relativa marginalità nella Storia politica post-unitaria ha preservato questa terra dagli eccessi di disincanto che paralizzano e impediscono di produrre nuovo senso.

Perciò la forza di Matera sta giusto nella sua debolezza rispetto ai canoni correnti, la sua centralità simbolica si nutre nel perenne esilio da tutti e da tutto, e non di rado da se stessa. Tale prospettiva di presenza/assenza, una paradossale ostinazione zen, la rende interessante per ricominciare dal Sud, senza la zavorra dei fallimenti meridionalistici. Per non parlare della messa al bando del Mezzogiorno dall’agenda della politica, mai così indifferente – a Roma e in molte regioni – ai temi concreti o alle dinamiche che esulano dalla mera perpetuazione del potere.

Manlio Rossi-Doria, maestro di Scotellaro a Portici, distingueva la “polpa” costiera e l’“osso” appenninico nell’economia agricola meridionale del dopoguerra. E se invece coltivassimo l’ipotesi che la polpa è l’osso? Se l’apparente retroguardia fosse l’avanguardia di un’inversione di marcia che non tutti ancora colgono? Sia chiaro, non si tratta di favoleggiare una regressione o la cosiddetta “decrescita felice” né di innalzare lodi alla lentezza meridiana o di contemplare i paesi perduti, le nostalgiche rovine, le alternative possibili nel… passato (“Ah, se soltanto i Borbone avessero sconfitto i Piemontesi!”). Piuttosto, strada facendo, vorremmo provare a riconoscere e a conoscere le esperienze, le qualità e le novità del Sud di oggi. Perciò abbiamo scelto “Qui e ora” come titolo del dialogo inaugurale della rassegna con Salvatore Giannella, giornalista, scrittore ed esploratore di mondi lontani o talora insospettabili dietro l’angolo, e con Giampaolo D’Andrea, storico contemporaneista dell’Università della Basilicata e capo di Gabinetto del Mibact.

A Matera vengo a piedi, parto da Roma due settimane prima”, dice al telefono con naturalezza il regista Guido Morandini. Il suo itinerario, aggiunge, si chiamerà “Io non conosco il Sud”. All’arrivo ne parlerà con Alessandra Bocchino, autrice di un recente viaggio per parole e immagini nella Basilicata dei nostri giorni che, memore di Camus, ha intitolato Ci riguarda, e con Andrea Rolando del Politecnico di Milano, esperto di rappresentazioni urbane e territoriali e di Architettura e Turismo.

A proposito, Casa Netural e l’associazione “Bicilona” propongono alcuni tragitti insoliti, a piedi o in bicicletta, nel quartiere materano di Adriano Olivetti e nei dintorni della città. Matera è “la terra vista dalla luna” nell’installazione sperimentale in 3D di Giacomo Giannella e Giuliana Geronimo (Streamcolors). È promossa dalla Fondazione con il Sud ed è ispirata alla vita di Rocco Petrone, ingegnere della Nasa e direttore del leggendario Programma Apollo, figlio di emigranti lucani negli Usa.

Ma nel cielo sopra Matera e lungo i sentieri del tempo, Carlo Levi è ancora una stella polare? “Eboli, addio!” notifica l’italianista e narratore Giuseppe Lupo nella sua ricognizione della letteratura meridionale. “Cristo si è fermato a Sondrio”, rincara la dose Gaetano Cappelli, i cui libri dai titoli belli e impossibili hanno tolto la coppola ai terroni e mostrato quanta… Potenza vi sia nel mondo d’oggi (e viceversa). “Nessun mondo nuovo senza un nuovo linguaggio”, ammonisce Ingeborg Bachmann, la poetessa austriaca che scandagliò la Lucania e il Mezzogiorno per restituirne la sotterranea utopia. Quella sua citazione appare in epigrafe al nuovo saggio di Gianrico Carofiglio, Con parole precise. Breviario di scrittura civile. Un tema cruciale a ogni latitudine.

Dalle Ande agli Appennini. Non è solo una questione meridionale: si annuncia così la serata a Casa Cava. Non sarà il tipico spettacolo fra lamento e denuncia, anzi, non sarà uno spettacolo, bensì un modo di dare forma teatrale e musicale alle idee in gioco, concepito e allestito da Gianpiero Borgia, Raffaello Fusaro, Elena Cotugno, Antonella Rondinone e altri.

 

L'articolo Tu non conosci il sud: la rassegna proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cinema/tu-non-conosci-il-sud/feed/ 1
Venezia, la città e il suo sogno poetico https://minimaetmoralia.it/poesia/venezia-e-il-suo-sogno-poetico/ https://minimaetmoralia.it/poesia/venezia-e-il-suo-sogno-poetico/#comments Fri, 10 Jan 2014 06:00:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17320 Questo pezzo è uscito su La Voce di Venezia.

di Andreina Corso

I sogni talvolta vivono bruschi risvegli, immedicabili, o forse incurabili, come la denominata Fondamenta amata da Josif Brodskij, che dalle Zattere si affaccia e si rispecchia sul Canale della Giudecca senza vanità, sapendo che è dall’invisibile che si riescono a decifrare i linguaggi, perché il colore dell’acqua, la luce, il respiro, sono le parole di una laguna ossidata dall’odore della nebbia e illuminata dalle luci dell’alba.

E c’è ancora lei, la nebbia, quando un uomo si ferma davanti alla lapide seminascosta dalle fronde degli alberi del giardino che ha ospitato Brodskij nelle sue numerose visite invernali “nelle gelide sere di dicembre”.

L’iscrizione rivela l’anno di nascita e di morte dello scrittore di San Pietroburgo – 1940 – 1996, che ha scelto di essere sepolto a Venezia, un poeta che ha saputo riconoscere e narrare l’anima nascosta della città che ha tanto amato. Un’esistenza colpita nella sua umanità e costretta all’esilio (l’America fu la sua patria adottiva), per aver dato voce all’esigenza di libertà, attraverso le parole e la dignità della poesia.

L'articolo Venezia, la città e il suo sogno poetico proviene da Minima et Moralia.

]]>
venezia-con-la-nebbia

Questo pezzo è uscito su La Voce di Venezia.

di Andreina Corso

I sogni talvolta vivono bruschi risvegli, immedicabili, o forse incurabili, come la denominata Fondamenta amata da Josif Brodskij, che dalle Zattere si affaccia e si rispecchia sul Canale della Giudecca senza vanità, sapendo che è dall’invisibile che si riescono a decifrare i linguaggi, perché il colore dell’acqua, la luce, il respiro, sono le parole di una laguna ossidata dall’odore della nebbia e illuminata dalle luci dell’alba.

E c’è ancora lei, la nebbia, quando un uomo si ferma davanti alla lapide seminascosta dalle fronde degli alberi del giardino che ha ospitato Brodskij nelle sue numerose visite invernali “nelle gelide sere di dicembre”.

L’iscrizione rivela l’anno di nascita e di morte dello scrittore di San Pietroburgo – 1940 – 1996, che ha scelto di essere sepolto a Venezia, un poeta che ha saputo riconoscere e narrare l’anima nascosta della città che ha tanto amato. Un’esistenza colpita nella sua umanità e costretta all’esilio (l’America fu la sua patria adottiva), per aver dato voce all’esigenza di libertà, attraverso le parole e la dignità della poesia.

Un uomo condannato dalla sua Russia ai lavori forzati in Siberia, all’umiliazione del manicomio. Ma anche e soprattutto un uomo insignito del premio Nobel nel 1987, che aveva scelto Venezia, come una bussola sicura, “anche se non è detto che cercassi il nord…” e che sull’acqua, filtro mitologico della città, ha scritto incantevoli e inediti versi.

Come e perché ci arriva alla Fondamenta degli Incurabili il poeta Aldo Vianello, dopo un vagare pensoso e ramingo? Gli occhi si posano interrogativi sul profilo di Brodskij scolpito sul marmo. Il poeta gli è quasi coetaneo, è nato nel 1937. Stringe fra le mani un sacchetto di plastica, dentro ci sono alcune copie del suo ultimo libro di poesie che vende agli amici che lo apprezzano. Si chiede come si fa a diventare eterni, ad incontrarsi affissi in una lastra marmorea, ad essere osservati da altri occhi umani.

Come si fa, attraverso le parole, ad esistere veramente, se l’acqua frantuma il suo corso, finge di sollevare l’arsura, ma poi respinge i suoni? Come si fa se la poesia non arriva al cuore di una Venezia che pur racconta in versi iconici la sua bellezza? Potrebbe accadere qualcosa in questa città che risparmi ad un poeta di vendere i suoi libri (che vorrebbe poter regalare), sfilandoli con discrezione da un sacchetto di plastica? Esiste un antidoto che possa spezzare la tristezza di quel gesto compiuto come dice una sua poesia “con mani piene di vento”?

Può un uomo considerato da Ezra Pound e Diego Valeri, il più grande poeta vivente a Venezia, trascinare la sua vita fra mille difficoltà, alle soglie di una povertà dignitosa e muta? Infanzia difficile la sua, vissuta a Pellestrina, in quella fetta di terra circondata dall’enigma dell’acqua. E poi i lunghi anni in collegio, la sofferenza, la solitudine. Solo lei, la poesia si fa strada per libera scelta in quel corpo che lo accompagna in un’esistenza travagliata.

Solo le parole che insistono sul cuore, lo rendono libero. Ha sopportato una vita grama grazie al respiro di un pensiero incontaminato e ai colori di una Venezia tutta sua, che dall’alba al tramonto gli appartiene, diventa senso e pane per tirare avanti. Forse per resistere, per non perdersi, le sue gambe l’hanno trascinato in quella Fondamenta, davanti alla casa che ospitò Brodskji, un tempo vecchio Ospedale degli Incurabili eretto da Jacopo Sansovino nel sedicesimo secolo, per accogliere la sofferenza di chi non guarirà più.

Eppure da quella dimora Brodskji scrive: “In questa città si può versare una lacrima in diverse occasioni. Posto che la bellezza sia una particolare distribuzione della luce, quella più congeniale alla retina, una lacrima è il modo in cui la retina – come la lacrima stessa – ammette la propria incapacità di trattenere la bellezza”.

Se è vero, come ha scritto il musicista Luigi Nono, che “a Venezia s’impara a vedere e ascoltare l’invisibile e l’inaudibile, le pietre, i mattoni, lo scuro, l’acqua, la luce e le cose ci parlano”, Brodskji suggerisce di inventarsi gatti. “Io sono un gatto”, così spiega la sensazione di felicità primordiale davanti alla città d’acqua che rovescia ogni prospettiva, “perché solo un gatto conosce il significato profondo delle cose”.

I sogni talvolta vivono bruschi risvegli… Ora per il poeta Aldo Vianello, è tempo di ritornare. Dove non si sa. Il suo è un altrove vagabondo, come le onde della laguna. Stringe forte fra le mani il suo sacchetto di plastica con i libri, i suoi libri. Allenta le dita per sfilarne una copia che posa sui masegni. Un dono per Josif Brodskij: Oceani di riscatto, il titolo. Attraversa lentamente il ponte e si siede sull’ultimo gradino.

Non gli resta che chiedersi se è vero che l’uomo ha bisogno della poesia. O forse è la poesia che ha bisogno dell’uomo? E la città cosa pensa? La città si interroga, forse, senza parlare. Cala la sera quando prende la matita dalla tasca e scrive sul suo quaderno: ”Il silenzio è un gatto che mi dà ragione”.

L'articolo Venezia, la città e il suo sogno poetico proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/poesia/venezia-e-il-suo-sogno-poetico/feed/ 4