Juan Rulfo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/juan-rulfo/ un blog di approfondimento culturale Wed, 15 Apr 2015 13:20:15 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Juan Rulfo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/juan-rulfo/ 32 32 Ricordo di Eduardo Galeano che non ha mai smesso di abitare né di scrivere dalle parti del cuore https://minimaetmoralia.it/letteratura/ricordo-di-eduardo-galeano-di-gianni-mura/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/ricordo-di-eduardo-galeano-di-gianni-mura/#comments Wed, 15 Apr 2015 13:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26225 «Non ho un dio. Se lo avessi, gli chiederei di non farmi arrivare alla morte. Ho ancora molto da camminare. Ci sono lune alle quali non ho ancora abbaiato e soli che non mi hanno ancora acceso». Con o senza un dio, è arrivato un tumore al polmone e così è morto Eduardo Galeano, ieri mattina, nella stanza 503 dell'ospedale del Sindacato Medico di Montevideo. Dov'era nato il 3 settembre 1940, dov'era vissuto prima e dopo i lunghi anni d'esilio. Gli ultimi anni nel quartiere Malvin. Cenava spesso in un ristorante italiano, ai muri foto che lo ritraevano con Saramago, Skármeta, con il cantautore catalano Joan Manuel Serrat.

Il suo libro più famoso, Le vene aperte dell'America Latina , lo scrisse a 31 anni. Era un appassionato e documentato grido anticolonialista, partiva dal periodo precolombiano e arrivava alle multinazionali del petrolio e delle banane, a tutti quelli che avevano sfruttato le ricchezze di un continente lasciandolo sempre più povero, analfabeta, schiavo.

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eduardo-galeano-1Questo ricordo di Gianni Mura è uscito ieri su La Repubblica. (Fonte immagine)

«Non ho un dio. Se lo avessi, gli chiederei di non farmi arrivare alla morte. Ho ancora molto da camminare. Ci sono lune alle quali non ho ancora abbaiato e soli che non mi hanno ancora acceso». Con o senza un dio, è arrivato un tumore al polmone e così è morto Eduardo Galeano, ieri mattina, nella stanza 503 dell’ospedale del Sindacato Medico di Montevideo. Dov’era nato il 3 settembre 1940, dov’era vissuto prima e dopo i lunghi anni d’esilio. Gli ultimi anni nel quartiere Malvin. Cenava spesso in un ristorante italiano, ai muri foto che lo ritraevano con Saramago, Skármeta, con il cantautore catalano Joan Manuel Serrat.

Il suo libro più famoso, Le vene aperte dell’America Latina , lo scrisse a 31 anni. Era un appassionato e documentato grido anticolonialista, partiva dal periodo precolombiano e arrivava alle multinazionali del petrolio e delle banane, a tutti quelli che avevano sfruttato le ricchezze di un continente lasciandolo sempre più povero, analfabeta, schiavo.

Non è questo il momento migliore per stilare una classifica di grandezza degli scrittori sudamericani e cercare un posto a Galeano nella lista dei Borges, Coloane, Benedetti, Cortázar, Rulfo, García Márquez, Mutis. Li ha incrociati, frequentati, anche impaginati. Quando si dice la vocazione: a 21 anni dirigeva la rivista Marcha , cui collaboravano, tra gli altri, Mario Benedetti e Mario Vargas Llosa. Poi diresse Epoca , altra testata di sinistra. Nel ‘73, quando i militari presero il potere, fu incarcerato, poi riparò in Argentina. Ancora militari al potere (Videla) e molto sbrigativi nei confronti dell’opposizione. Il nome di Galeano figura nella lista nera dei condannati dagli “squadroni della morte”. Altro esilio, in Spagna, e di nuovo in Uruguay nel 1985, con il ritorno della democrazia.

Tra le sue opere: la trilogia di Memoria del fuoco, La conquista che non scoprì l’America, Splendori e miserie del gioco del calcio, Un incerto stato di grazia (con Sebastião Salgado e Fred Ritchin), Specchi, Le parole in cammino, Il libro degli abbracci, Giorni e notti d’amore e di guerra, Le labbra del tempo, I figli dei giorni (pubblicati in Italia da Sperling & Kupfer). Nel 2009 Hugo Chavez, presidente del Venezuela, regalò a Obama l’edizione inglese di Le vene aperte, dicendogli che si trattava di un’opera fondamentale per capire l’America Latina. Non è dato sapere se Obama l’abbia letto. Si sa però che Galeano ha preso le distanze dal suo libro più famoso, che quel giorno del duetto Chavez-Obama ebbe una prodigiosa impennata nelle classifiche di Amazon: era oltre la sessantamillesima posizione e risale nelle prime dieci.

«Non ho voglia di rileggerlo», disse Galeano, criticando la sua relativa ignoranza in fatto di economia. Fondamentalmente, Galeano si è sempre considerato un giornalista. Non uno storico, non un economista, non un romanziere, non un poeta. Uno «che ha imparato a raccontare nei vecchi caffè di Montevideo». Uno che si definiva «uno scrittore ossessionato dalla memoria». E come si diventa scrittori? «Guardando e ascoltando. Per questo abbiamo due occhi, due orecchie una sola bocca». Già, parliamo di parole. «Uso soltanto quelle che possono migliorare il silenzio».

Ne ha usate tante e ha migliorato un silenzio sinonimo di indifferenza, ignoranza, stanchezza, rassegnazione. Tra le frasi più citate, dal diario degli adolescenti ai propositi dei vecchi combattenti, quella sull’utopia: «È come l’orizzonte, cammino due passi e si allontana di due passi. Cammino dieci passi e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. Allora, a cosa serve l’utopia? Serve per continuare a camminare ». Nelle sue pagine la critica ha scorto parentele con Faulkner e Dos Passos, Lorca e Pasolini. È stato certamente uno scrittore militante, ai tempi s’era candidato con Pepe Mujica nel Frente Amplio. Da ossessionato della memoria, era legato a Che Guevara: «Aveva capito che la vita è darsi, e si è dato». Spesso Galeano usa una prosa che, salgarianamente, vien da definire lussureggiante. Dentro ci sono i colori dei mercati guatemaltechi, il calore delle passioni e degli sguardi, la malinconia di chi è nato in un Paese di emigranti che confina con altri Paesi di emigranti. Aveva radici gallesi, Galeano (il secondo cognome è Hughes) e forse, da parte dei bisnonni paterni, venete. Aveva anche un modo brechtiano di descrivere il Sistema: «I funzionari non funzionano. I politici parlano ma non dicono. Gli elettori votano ma non scelgono, I mezzi d’informazione disinformano. I centri d’insegnamento insegnano a non imparare. I giudici condannano le vittime. I militari sono in guerra contro i loro compatrioti. I poliziotti non combattono i delitti perché sono troppo occupati a commetterli. I fallimenti si socializzano, gli utili si privatizzano. È più libero il denaro che la gente. Le persone sono al servizio delle cose».

Gli piaceva il calcio, tanto da dedicargli un libro intero, anche se la sua storia è triste «perché passa dal piacere al dovere». Non gli piaceva la sinistra che snobba il calcio in quanto oppio dei popoli (qui evidente la vicinanza con Pasolini). Si definiva «mendicante di bellezza» e si specchiava solo in Messi. Però sapeva a memoria la formazione tipo dell’Inter del Mago (Sarti, Burgnich, Facchetti ecc). Con Osvaldo Soriano, Galeano è la stella (uruguayana) nel cielo dei giornalisti sportivi che non vivono di solo 4-3-3. Ha scritto: «Come tutti gli uruguagi avrei voluto essere calciatore. Giocavo benissimo ma solo di notte, mentre dormivo. Durante il giorno ero il peggiore scarpone mai apparso sui campetti del mio Paese». Ma anche: «Se non ci fosse il diritto di sognare tutti gli altri diritti morirebbero di sete». Ci teneva agli etimi: «Democrazia, parola che significa potere del popolo, è stata umiliata fino a ridursi al contrario di giustizia». E ancora: «Ricordare deriva da re-cor, significa ripassare dalle parti del cuore». Non faceva sconti: «La carità è verticale, va dall’alto al basso. Non mi piace. La solidarietà invece è orizzontale, ha rispetto degli altri». Si era appuntato un cartello degli Indignados spagnoli: «Se non ci farete sognare, non vi faremo dormire». Credeva nella grandiosità delle piccole cose. Dalle parti del cuore non ha mai smesso di abitare né di scrivere. Mi piace immaginarlo come un ambulante di generi un po’ così, la dignità e la speranza. A cosa serve, in definitiva, leggere Eduardo Galeano? A non smettere di sognare, di lottare e di stare, per quanto è dato, dalle parti del cuore.

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Scrittori arabi contemporanei https://minimaetmoralia.it/libri/scrittori-arabi-contemporanei/ https://minimaetmoralia.it/libri/scrittori-arabi-contemporanei/#comments Fri, 06 Dec 2013 15:30:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16811 Inauguriamo una nuova rubrica sulla letteratura araba a cura di Mario Valentini. (Immagine: un ritratto di Ghassan Kanafani.)

Questo è il primo di una serie di brevi articoli riguardanti libri arabi tradotti in italiano. È un pezzo scritto da un non specialista in materia, che si avvicina a questi libri con la curiosità e l’estemporaneità del neofita e che, per farlo, mette in campo strumenti e riferimenti del tutto personali. Forse non proprio i più opportuni e corretti dal punto di vista metodologico, dunque. Ma lo anima un intento divulgativo. E si sa che alcuni divulgatori sono stati, anche in tempi antichi, dei mezzi incompetenti che parlavano a persone solo un po’ più incompetenti di loro.

Ma comunque, a nessuno verrebbe in mente di fare una simile excusatio se si trattasse di libri francesi o americani. Forse perché queste letterature fanno parte ormai del nostro paesaggio consueto e chiunque si sente del tutto legittimato a parlarne. Lo stesso non avviene per la letteratura araba, che imbarazza molti lettori comuni già a partire dai nomi dei suoi autori, ritenuti spesso impronunciabili e difficilmente memorizzabili. Così a parlarne, e lo fanno benissimo e con la necessaria competenza, sono soprattutto gli arabisti. Che d’altra parte, in quanto traduttori e principali commentatori dei testi ne sono gli unici, veri, reali divulgatori. Ma che nessun altro ne parli, anche se entro i limiti dei propri relativi punti di riferimento, non è forse ulteriore sintomo di una marginalizzazione? E allora può valere la pena di correre il rischio di prendere qualche sonora cantonata se si persegue l’obiettivo di portare i testi scritti in arabo al centro dei nostri discorsi sui libri, affinché prima o poi entrino a far parte anch’essi di un paesaggio familiare.

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GhassanKanafani

Inauguriamo una nuova rubrica sulla letteratura araba a cura di Mario Valentini. (Immagine: un ritratto di Ghassan Kanafani.)

Questo è il primo di una serie di brevi articoli riguardanti libri arabi tradotti in italiano. È un pezzo scritto da un non specialista in materia, che si avvicina a questi libri con la curiosità e l’estemporaneità del neofita e che, per farlo, mette in campo strumenti e riferimenti del tutto personali. Forse non proprio i più opportuni e corretti dal punto di vista metodologico, dunque. Ma lo anima un intento divulgativo. E si sa che alcuni divulgatori sono stati, anche in tempi antichi, dei mezzi incompetenti che parlavano a persone solo un po’ più incompetenti di loro.

Ma comunque, a nessuno verrebbe in mente di fare una simile excusatio se si trattasse di libri francesi o americani. Forse perché queste letterature fanno parte ormai del nostro paesaggio consueto e chiunque si sente del tutto legittimato a parlarne. Lo stesso non avviene per la letteratura araba, che imbarazza molti lettori comuni già a partire dai nomi dei suoi autori, ritenuti spesso impronunciabili e difficilmente memorizzabili. Così a parlarne, e lo fanno benissimo e con la necessaria competenza, sono soprattutto gli arabisti. Che d’altra parte, in quanto traduttori e principali commentatori dei testi ne sono gli unici, veri, reali divulgatori. Ma che nessun altro ne parli, anche se entro i limiti dei propri relativi punti di riferimento, non è forse ulteriore sintomo di una marginalizzazione? E allora può valere la pena di correre il rischio di prendere qualche sonora cantonata se si persegue l’obiettivo di portare i testi scritti in arabo al centro dei nostri discorsi sui libri, affinché prima o poi entrino a far parte anch’essi di un paesaggio familiare.

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Uomini sotto il sole di Ghassan Kanafani l’ho trovato a due euro in una libreria dell’usato ed è forse questo che me lo rende un po’ glorioso: il fatto che (almeno ai miei occhi) sia un ritrovamento e, in un certo senso, anche un libro sopravvissuto. Scritto nel 1963, la sua traduzione in italiano risale al 1991: poca o nulla speranza di trovarlo a scaffale in qualsiasi altro tipo di libreria.

Personalmente ho questo vizio. Se comincio a appassionarmi a qualcosa, ad esempio un autore i cui libri non si trovano più in giro,di quell’argomento divento una specie di fanatico fissato. È successo così per autori italiani come Bianciardi o Manganelli, di cui negli anni ’90 non si trovava quasi niente in commercio: per circa tre o quattro anni ho raccattato di tutto, scovandone i libri nei posti più impensati. Poi, pur continuando ad ammirarli, quando alcune case editrici hanno cominciato a ristamparne i volumi sono guarito e la mia fissazione per questi autori si è notevolmente calmata.

Kanafani è considerato uno dei maggiori scrittori palestinesi del ‘900. Rifugiatosi in Libano nel 1948 in seguito a quella prima guerra arabo-israeliana che gli arabi chiamano “la catastrofe”, ha poi vissuto in Siria e in Kuwait. Attivista del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, è stato assassinato nel 1972.

Uomini sotto il sole racconta il tentativo disperato di passare una frontiera, in pieno agosto, in mezzo a zone quasi desertiche, da parte di tre uomini in fuga dalla Palestina occupata e all’inseguimento di un futuro un po’ più dignitoso da assicurare a sé e alle proprie famiglie. Si tratta della frontiera tra Iraq e Kuwait, nei pressi di Basra (Bassora), in quella zona in cui le acque di Tigri e Eufrate proseguono ormai congiunte verso il Golfo Persico attraverso un esteso braccio d’acqua noto con il nome diShattel-‘Arab. Il romanzo racconta delle contrattazioni intavolate da tre palestinesi (Abu Qais, Asad e Marwàn) con uomini senza scrupoli che vendono loro la possibilità di passare in Kuwait da clandestini. E che, lo sanno gli stessi clandestini, con ogni probabilità li abbandoneranno in mezzo al deserto. L’esito è tragico: i tre faranno la fine dei topi, cotti a vivo dal sole incandescente nel chiuso di un’autocisterna vuota d’acqua in cui erano stati nascosti. Verranno così abbandonati di notte per strada, vicino a un deposito di spazzatura, proprio come può accadere nel Canale di Sicilia ai migranti di oggi, che muoiono per il sole e per la sete e i cui corpi vengono buttati fuori dai barconi a gonfiarsi d’acqua.

Uomini sotto il sole è libro essenziale e potente, di un realismo asciutto ma che ha una sua particolare capacità evocativa. È davvero il racconto/paradigma di una immane catastrofe, molto al di là delle vicende storiche dei palestinesi a cui il libro si riferisce: oltre a una catastrofe già consumata, insomma, ne sa raccontare tante altre a venire. Ma se è inevitabile che rievochi fatti realmente avvenuti e che continuano a ripetersi ancora oggi in aree geografiche contigue a quelle del romanzo, a leggerlo vengono anche in mente libri del tutto estranei, per geografia per lingua e per vicende narrate, al contesto arabo. Nella prefazione all’edizione italiana Vincenzo Consolo accostava ad esempio Kanafani a Hemingway, Faulkner o Steinbeck, penso per la sua capacità di collocare le vicende narrative nel cuore della Storia e dei maggiori conflitti politici che la attraversano. A me, invece, il libro ha ricordato soprattutto quei bellissimi racconti di Juan Rulfo raccolti in un volume dal titolo La pianura in fiamme.

È un accostamento molto opinabile, e forse del tutto incongruo, e appunto per questo particolarmente utile a farci su qualche buona pensata.

È innanzi tutto il titolo a stabilire una parentela tra i due libri. L’arida pianura dei racconti di Rulfo è in fiamme per l’arsura del clima e perché incendiata da una sorda violenza, della cui origine non si riesce nemmeno a recuperare memoria ma che pervade tanto le relazioni intime e private dei protagonisti quanto quelle pubbliche. Una violenza che sembra impastata con la terra stessa che gli uomini di Rulfo calpestano. I personaggi di Juan Rulfo sono eterni camminanti, quasi tutti uomini in fuga. Per lo più a causa di un crimine privato commesso o subito. Anche i personaggi di Rulfo attraversano terreni ostili, bruciati dal sole, spazzati da un vento asciutto, tra sterpi secchi e massi polverosi, di notte o di giorno, alla ricerca di una via di salvezza che è sempre irraggiungibile. Hanno dentro quella fibrillazione disperata che è propria degli animali braccati, ormai chiusi in un angolo, definitivamente in trappola.

E in una trappola vanno proprio a finire gli uomini di Kanafani, sotto il sole di quell’altra regione semidesertica, a mezzogiorno, in pieno agosto. Anche in questo caso c’è una pianura in fiamme per clima e violenza. Solo che qui la violenza ha una radice storica. Se ne possiede una memoria chiara e sarebbe (o sarebbe stata) perfino evitabile. Non è ancestrale e cieca, come avviene in Juan Rulfo (talmente cieca e ambigua da tollerare perfino che si travesta, in alcuni tra i più bei racconti dello scrittore messicano, di un’ironia beffarda). In Kafanani inoltre la violenza non è impastata alla terra: piuttosto la invade sopraggiungendo dall’esterno, e viene a inaridirla.

In Uomini sotto il sole le vicende che narrano il tentativo di passare la frontiera vengono interpolate da continui flashback: inserti con qualche lirismo che raccontano vicende appartenenti al passato dei protagonisti. Al centro di questi brani di memoria c’è quasi sempre la Palestina, i vicini di casa, il paese di origine, le famiglie abbandonate. Qui la perdita si può nominare. La violenza arriva a sconvolgere le vite ma non è stata cercata. Nel ricordo dei protagonisti la terra d’origine non significa agonia e sangue, ma ha l’odore buono delle mogli, “di una donna che si era appena lavata con acqua fresca e che gli accosta i capelli ancora umidi, coprendogli il viso”.

Il pericolo a cui va incontro ogni profugo è incastrarsi nel ricordo della propria terra perduta in una prolungata attesa che paralizza. Ed è quello di cui si accorge a un certo punto uno dei tre uomini, Abu Qais, quando decide di tentare l’avventura verso il Kuwait: “Negli ultimi dieci anni non hai fatto altro che aspettare. Ti ci sono voluti dieci lunghi anni di fame per capire che hai perduto i tuoi alberi, la tua casa, la tua giovinezza e tutto il villaggio. In questi lunghi anni la gente è andata avanti per la sua strada, mentre tu te ne stavi accovacciato come un cane in una casa miserabile. Che ti aspettavi? Che piovesse giù la ricchezza dal tetto? Casa tua? Ma quale casa tua? Un uomo generoso ti aveva detto: «Abita qui!». E dopo un anno: « Dammi metà della stanza», così hai appeso qualche sacco rattoppato tra te e i nuovi vicini. E sei rimasto accovacciato finché non è arrivato Sa’d e ha cominciato a scuoterti come si scuote il latte per fare il burro”.

Sa’d è uno di quelli che è riuscito a scappare in Kuwait e lì ha fatto fortuna. È uno di quelli che al ritorno ostentano la ricchezza acquisita contribuendo a creare il mito di un paese straniero per raggiungere il quale vale la pena affrontare qualsiasi tipo di rischio. Così, al confine, lungo lo Shattel-Arab, prima di prendere a piene mani il coraggio e provare a passare di là con qualsiasi mezzo disponibile, Abu Qais si ritrova a immaginare quell’eden di ricchezza che il Kuwait rappresenta per questi uomini. Ma è un ideale senza speranze e privo di reale forza di desiderio. Simbolicamente, sono gli alberi, quelli che gli sono stati sottratti, a rappresentare la pienezza dell’appartenenza. E il Kuwait ne è del tutto privo: “Al di là di quello Shatt, appena più in là, c’erano tutte le cose di cui era stato privato. Laggiù c’era il Kuwait… Là esisteva tutto ciò che nella sua mente era solo sogno e fantasia. Indubbiamente, laggiù esistevano cose reali fatte di pietra, di terra, di acqua e di cielo, non come quelle che gli passavano per la sua povera testa… Ci dovevano essere certo vicoli e strade, uomini e donne, e bambini che correvano tra gli alberi… No, no, alberi non ce n’erano. Sa’d, l’amico emigrato laggiù, che aveva lavorato da autista ed era tornato con soldi a palate, diceva che laggiù alberi non ce n’erano. Gli alberi stanno nella tua testa, Abu Qais, nella tua testa vecchia e stanca”.

L’uso simbolico di elementi legati alla terra e al clima (l’aridità del paesaggio, l’umidità della terra/sposa, gli alberi) sembra da sempre strutturare i racconti, in questa porzione di mondo attraversato nei secoli da mille conflitti. Le storie sembrano segnate sul territorio e attraversando il territorio non puoi che ascoltare storie. Così, l’immagine della terra-sposa i cui capelli bagnati di acqua coprono il viso dell’uomo palestinese, posta proprio in apertura di Uomini sotto il sole, potrebbe essere la traduzione letteraria e poetica di una rivendicazione territoriale: di una terra che era sposa a quel popolo, in un legame reso sacro da un vincolo cerimoniale.

Essendo un lettore per null aaddentro a vicende mediorientali non voglio spingermi troppo in là con le considerazioni. Ma l’immagine della terra-sposa di Kanafani mi ha ricordato, per contrappasso, lo stretto legame che intercorre tra territorio e narrazione in libri sacri come l’Antico Testamento. Ne sembra quasi una risposta per le rime. Ad esempio a quel salmo famoso, il 132, in cui dell’unguento profumato scende dal capo di Aronne fino alla barba e poi all’orlo della sua veste. Come la rugiada del Monte Hermon sui monti di Sion, specifica il salmo. Che sarebbe da interpretare, secondo quanto mi aveva suggerito una volta uno studioso di cose bibliche che conduceva me e un gruppo di altri ragazzi (quando ancora eravamo ragazzi) in giro per la Palestina, proprio in chiave geopolitica. In quanto l’Hermon è il monte da cui nasce uno degli affluenti principali del fiume Giordano, che scende lungo la terra promessa come sulla barba di Aronne fino a giù, fino alla veste, irrorandola e inondandola di profumi, e dunque rendendola fertile.

Viene così in mente il ruolo che il controllo delle acque ha avuto nelle guerre arabo-israeliane, che per buona parte sono state anche guerre per la conquista e il controllo delle sorgenti che garantiscono l’irrigazione delle terre poste a valle. E la stessa rivendicazione di unità territoriale del popolo israeliano su quella terra irrigata dal fiume sembra quasi radicarsi in un siffatto passo biblico. È come se in questo legame tra narrazione e terra, le storie, anche le più antiche, venissero fatte funzionare nell’attualità in una attribuzione di senso che fa presto, un po’ troppo in fretta, ad assumere significato politico.

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La favola del Potere https://minimaetmoralia.it/libri/9783/ https://minimaetmoralia.it/libri/9783/#comments Thu, 11 Oct 2012 14:48:13 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9783 Pubblichiamo una recensione di Fabio Stassi, uscita sul Messaggero, su La ballata del re di denari di Yuri Herrera (La Nuova Frontiera). (Immagine: Santiago Rusiñol.)

La ballata del re di denari (La Nuova Frontiera, 2011, p. 128, euro 15) è il primo libro di Yuri Herrera tradotto magistralmente in italiano da Pino Cacucci, e la prima parte di una trilogia già edita in altre lingue. Alla sua uscita, in Messico, e qualche anno dopo in Spagna, ha ricevuto due premi importanti e un immediato consenso di critica e di pubblico. Elena Poniatowska ha scritto che la sua prosa “sa di polvere da sparo” e che con questo romanzo Herrera “entra di diritto tra i grandi della letteratura messicana”.

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Pubblichiamo una recensione di Fabio Stassi, uscita sul Messaggero, su La ballata del re di denari di Yuri Herrera (La Nuova Frontiera). (Immagine: Santiago Rusiñol.)

La ballata del re di denari (La Nuova Frontiera, 2011, p. 128, euro 15) è il primo libro di Yuri Herrera tradotto magistralmente in italiano da Pino Cacucci, e la prima parte di una trilogia già edita in altre lingue. Alla sua uscita, in Messico, e qualche anno dopo in Spagna, ha ricevuto due premi importanti e un immediato consenso di critica e di pubblico. Elena Poniatowska ha scritto che la sua prosa “sa di polvere da sparo” e che con questo romanzo Herrera “entra di diritto tra i grandi della letteratura messicana”.

Come Juan Rulfo, l’autore di Pedro Páramo, Herrera parla dei deserti della terra, e dei suoi dannati. Mette in scena l’eterna e sanguinaria favola del Potere, della sua “locura”, del suo esercizio. La sua ultima maschera messicana non è più quella di un Patriarca con gli speroni che conta i soldi e i figli illegittimi su una scrivania e amministra i latifondi. Il nuovo Re è un Palazzo pieno di cianfrusaglie, di tavoli di domino, di collezioni di serpenti, di bottiglie di sotol, un distillato dell’agave, e di Bimbe vendute da piccole per una camionetta. Una Corte di Streghe e di Giornalisti, di Eredi e di Gerenti, e di Artisti che cantano le gesta del Re, tutti con la iniziale maiuscola.

Ma vecchi e nuovi patriarchi hanno gli stessi rancori, e la stessa furia, e la stessa pelle. I loro cani ululano allo stesso modo. Gli stessi sono gli abusi e gli insulti, i cerchi di voci e di ombre, le stuoie dove dormono le donne. Perché il loro paesaggio è un paesaggio mortale, il “cielo nero pieno di stelle” della frontiera.

C’è un quadro della fine dell’Ottocento, del pittore catalano Santiago Rusiñol, che ha per titolo La cruz de término, in cui si vede un cane disteso a terra, all’ombra, in una strada terrosa, con il filo dell’orizzonte in fondo, e un carro, e un palo con una borsa appesa. Sembra un valico di mare, un varco, una linea segnata col gesso sulla sabbia. È la croce di confine ed esprime perfettamente il sentimento della frontiera in un Sud fatto di polvere, di sole e di pietra. Un luogo che è Spagna, ma può essere Messico o Sicilia o Calabria o Campania… Un luogo difficile, dove la realtà e l’allucinazione convivono, e si sente l’odore del sangue.

Il libro di Herrera è come quel posto, abitato dai cani, e dalle croci, e dalla polvere. Anche le parole sono taglienti come sassi scheggiati, paiono affilate dall’arrotino di paese. Non c’è n’è una di più né una di meno, solo quelle che servono, per questo apologo universale e shakesperiano che ha la forma asciutta e breve di una ballata popolare. Corrido, si chiamano. O Narcocorrido, nella loro ultima variante. Narrano le imprese di un capo e dei suoi paladini, come se fossero i pupi di Carlo Magno. Hanno il tempo dispari di un valzer. Nel modo più tradizionale e antico, edificano e vendono leggende. E non importa se il brigante, il filibustiere di turno, il fuorilegge, è stavolta un narcotrafficante, un padrino mafioso, un camorrista… In Italia abbiamo una certa esperienza, dai Fra Diavolo, ai Salvatore Giuliano di Montelepre, ai Sandokan descritti da Roberto Saviano. Tutti boss, capimassa, assassinati o finiti in un carcere o a organizzare stragi per conto di altri, più forti di loro. Colpisce solo come una debolezza questo bisogno dei potenti di farsi cantare e della gente di avere un eroe, un protettore contro la latitanza e la corruzione dello Stato, una famiglia alla quale affiliarsi, in una distorta, e rovesciata, percezione della giustizia.

La parabola di Lupo, musico di strada e poi di corte, racconta tutto questo. L’incontro con il proprio destino, l’ambizione di diventare Artista, e infine la scelta di liberare la propria voce da ogni padrone, di smascherare l’impotenza del monarca, di non farsi dominare da nessuno. Ne viene fuori una palpitante e coraggiosa dichiarazione d’indipendenza dell’arte e del suo ruolo di fronte ai Re e ai Patriarchi di tutti i tempi e di tutti i Sud.

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