Juan Villoro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/juan-villoro/ un blog di approfondimento culturale Wed, 10 Jun 2015 11:10:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Juan Villoro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/juan-villoro/ 32 32 Il Paradosso Bolaño https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-paradosso-bolano/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-paradosso-bolano/#comments Sun, 22 Mar 2015 06:00:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25934 Questo contributo di Juan Villoro è uscito su Lo Straniero, che ringraziamo. La traduzione è di Giorgio De Marchis. (Fonte immagine

di Juan Villoro

La fama è un malinteso che banalizza i suoi beneficiati. Roberto Bolaño, scrittore e amico imprescindibile, è diventato leggenda.
Quando morì nel 2003, a cinquant’anni, noi persone che gli eravamo vicine sapevamo che i suoi libri avrebbero resistito al tempo, ignoravamo però che avrebbe ricevuto qualcosa che non aveva mai corteggiato: l’apprezzamento di massa. Come potevamo supporre che la sacerdotessa del rating televisivo, Oprah Winfrey, avrebbe raccomandato i suoi libri, che Patti Smith avrebbe messo in musica i suoi testi e che l’attore Bruno Ganz li avrebbe recitati in tedesco?
A New York, ho conosciuto due giovani scrittori che hanno pagato 50 dollari per le bozze di 2666 in modo da poter leggere quell’opera prima di chiunque altro, e in Messico ho conosciuto un aspirante poeta felice di aver accarezzato un cane nella città di Blanes che, a quanto gli avevano detto, da cucciolo aveva conosciuto l’autore di I detective selvaggi.

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di Juan Villoro

La fama è un malinteso che banalizza i suoi beneficiati. Roberto Bolaño, scrittore e amico imprescindibile, è diventato leggenda.
Quando morì nel 2003, a cinquant’anni, noi persone che gli eravamo vicine sapevamo che i suoi libri avrebbero resistito al tempo, ignoravamo però che avrebbe ricevuto qualcosa che non aveva mai corteggiato: l’apprezzamento di massa. Come potevamo supporre che la sacerdotessa del rating televisivo, Oprah Winfrey, avrebbe raccomandato i suoi libri, che Patti Smith avrebbe messo in musica i suoi testi e che l’attore Bruno Ganz li avrebbe recitati in tedesco?
A New York, ho conosciuto due giovani scrittori che hanno pagato 50 dollari per le bozze di 2666 in modo da poter leggere quell’opera prima di chiunque altro, e in Messico ho conosciuto un aspirante poeta felice di aver accarezzato un cane nella città di Blanes che, a quanto gli avevano detto, da cucciolo aveva conosciuto l’autore di I detective selvaggi.
Noi amici non abbiamo mai dubitato del carisma di Roberto, però lo abbiamo trattato con la naturalezza e l’eccessiva confidenza che l’affetto e il buon umore impongono. Non lo abbiamo visto come una figura storica. Ci raccontavamo pettegolezzi e parlavamo di cose personali. Ora ci vergogniamo della mancanza di informazioni su ciò che lui pensava a proposito dei grandi temi dell’umanità.
Dicono che il padre di Leonard Bernstein fosse molto severo con il figlio. Quando gli domandarono se veramente era stato così rigido con il piccolo Lenny, rispose: “Sì, ma non sapevo che si trattasse di Leonard Bernstein!”. Qualcosa di simile è accaduto con l’amico che cantava canzoni rock, raccontava storie di assassini seriali e criticava con sottile ironia i difetti dei nostri conoscenti. Gli volevamo bene e lo ammiravamo, ma non sapevamo che sarebbe diventato un mito. Un po’ come essere stati amici di Bob Dylan prima del suo debutto al festival di Newport e dell’entusiasmo delle folle.
Roberto viveva con le spalle rivolte alla celebrità e detestava l’idea di “successo”. Ammirava i resoconti di quelli che resistono lungo le strade secondarie, le autostrade che non portano da nessuna parte, le case vuote, le trincee sotto la pioggia.
Ci conoscemmo nel 1976, a una premiazione di giovani scrittori nei giardini dell’Università di Città del Messico. Lui era arrivato terzo nella sezione Poesia e io secondo in quella Racconti. Uno dei giurati dei racconti era lo scrittore cileno Poli Délano. Stavo parlando con lui quando Roberto si avvicinò per avere notizie sul Cile e sulla resistenza contro Pinochet. Aveva i capelli scompigliati da un vento immaginario, occhiali tondi e una sigaretta in bocca: “Sono arrivato terzo, anche se credo di meritarmi più che altro un’ammonizione”, commentò sarcastico.
Stringemmo un’istantanea amicizia, ma poco dopo se ne andò in Europa. Per anni non ebbi più notizie dirette delle sue avventure. In qualche modo venni a sapere che era andato a Parigi, che era passato dalla poesia alla prosa, che si era stabilito sulla costa catalana. Ero amico del poeta Mario Santiago Papasquiaro, che compare con il nome di Ulises Lima in I detective selvaggi. Quando, nel gennaio del 1998, Mario morì investito da una macchina, scrissi un necrologio che arrivò alle mani di Roberto. Poco tempo dopo ricevetti una telefonata intercontinentale. Roberto voleva sapere come erano stati gli ultimi anni del poeta protagonista del suo romanzo, all’epoca ancora inedito.
Nel 1998 io ignoravo che in Europa ci fossero tessere telefoniche con tariffe scontate. Nella mia condizione di messicano estraneo ai benefici della globalizzazione, pensai che Roberto stesse spendendo una fortuna con quella telefonata. Lui trovò divertente il mio malinteso e preferì non chiarire le cose: “Non ti preoccupare”, disse, “ho molti soldi”.
Aveva appena pubblicato Stella distante, un romanzo che aveva suscitato l’interesse della critica, ma i cui diritti d’autore erano più che altro simbolici. Tuttavia, voleva che io pensassi a uno sperpero, un’esagerazione simile a quella di Joyce, che dava mance esorbitanti considerandole un equivalente monetario del suo flusso narrativo.
A partire da quella telefonata recuperammo l’amicizia. Lo andai a trovare diverse volte a Blanes e, dal 2001, quando mi trasferii con la mia famiglia a Barcellona, passammo a frequentarci assiduamente. Lui ricordò questo nuovo incontro in un testo del suo libro Tra parentesi. Lì celebra il nostro destino con una formula che non posso dimenticare: “L’importante è che abbiamo memoria. L’importante è che possiamo ridere senza sporcare nessuno con il nostro sangue. L’importante è che rimaniamo in piedi e non siamo diventati codardi né cannibali”.
Molte volte l’ho visto combattere contro la popolarità, preoccupato dalla perdita di radicalismo e dai malintesi a cui conduce il successo. I detective selvaggi vinse il Premio Herralde per il romanzo e dopo il Premio Rómulo Gallegos, in Venezuela; i suoi libri si cominciavano a tradurre e la critica li osannava. Fino a quel momento si era vantato di essere un outsider che non aveva bisogno di altro riconoscimento se non la sua stessa opinione. Non ho mai conosciuto qualcuno più sicuro del proprio talento. “Per anni sono stato solo, ma non mi sono sentito solo”, diceva a proposito del suo isolamento rispetto alla comunità letteraria.
Ragioni per celebrare l’opera di Bolaño ce ne sono in abbondanza, ogni scena è stata scritta con l’intensità della vita realmente vissuta, come un’esperienza che ha segnato la pelle dello scrittore. Questo è tanto più notevole se si considera la varietà di scenari che i suoi libri presentano. Bolaño ha trasmesso la stessa sensazione di prossimità parlando di un pugile nero a Chicago, un solitario scrittore di racconti argentino, un’attrice porno, un soldato sul fronte russo durante la Seconda guerra mondiale oppure un sacerdote cileno, complice della dittatura. Un altro marchio di fabbrica è la complessità morale delle sue storie. Nelle sue pagine, le categorie di bene e male non sono mai ovvie e in alcuni momenti appaiono intercambiabili. Non denuncia soltanto l’obbrobrio; lo trasforma in un problema intimo, che può riguardare qualunque persona.
Il suo eccezionale romanzo Stella distante ha come protagonista un sofisticato artista d’avanguardia che è anche un sadico torturatore. In un modo spaventoso, Bolaño mostra che l’estetica può convivere con l’oltraggio. George Steiner più volte si è chiesto come fosse possibile che i comandanti dei campi di concentramento nazisti recitassero Rilke prima di recarsi alle camere a gas. Questo amaro paradosso viene esplorato con dolente lucidità nell’opera di Bolaño.
È quasi impossibile stabilire perché un ottimo scrittore all’improvviso riesca a entrare in contatto con il grande pubblico. Nel caso di Bolaño, sembrerebbero esserci almeno tre motivi per comprendere la sua attuale condizione di mito. La prima è la sua stessa vita, ai margini del sistema. Fu testimone del colpo di stato in Cile, soffrì la repressione, l’esilio, la povertà e la malattia. In tutti questi passaggi si comportò con integrità e, ancora più difficile, con straordinario amore per la vita. La sua letteratura trasmette con una forza eccezionale l’allegria in mezzo alle avversità, la vitalità dell’uomo accerchiato.
La seconda ragione è più profonda: la sua estetica è stata la perfetta cassa di risonanza di questo modo di vivere. I detective selvaggi è un curioso Bildungsroman o romanzo di formazione sentimentale. Come Sulla strada, di Jack Kerouac, narra la storia di due amici che vagano in macchina alla ricerca del significato dell’esistenza. Per Bolaño, il poeta è un detective che indaga la vita in modo selvaggio, eterodosso. In maniera peculiare, la maggior parte dei suoi personaggi si interessa di poesia, ma pochissimi la scrivono. Fondamentalmente Bolaño vuole dimostrare che la vita può essere un atto poetico. I suoi detective selvaggi non hanno bisogno di concepire versi; a loro basta vivere con fantasiosa libertà perché ciò sia poetico. Per percepire diversamente, bisogna fare diversamente. Dove porta la strada? Una frase di Henry Miller offre la risposta: “Avanti, da nessuna parte”. I detective selvaggi è diventato un manuale di comportamento per giovani lettori, qualcosa che nella letteratura latinoamericana non avveniva da Il gioco del mondo, di Julio Cortázar, pubblicato nel 1963.
La terza ragione del successo popolare è che il suo romanzo più noto è un’opera collettiva, narrata da voci che entrano ed escono dal libro come la folla che entra ed esce da uno stadio. Non è la storia di un artista isolato. È la saga di una tribù. Leggere il libro significa appartenere a una confraternita, quella di quanti desiderano comprendere il mondo in un altro modo per poterlo cambiare. I detective selvaggi è un falò nel deserto che attira i vagabondi da tanti posti. Non c’è modo di leggere quest’opera senza sentire che anche tu hai una storia da raccontare.
Al di là di queste ipotesi, si erge l’insondabile mistero che avvolge sempre un grande autore. Non riusciremo mai a risolvere gli enigmi che ci ha posto l’indimenticabile Roberto Bolaño.
L’estate della sua morte, Marte si era avvicinato più che mai alla Terra. L’aria ardeva e a Barcellona gli anziani temevano di morire di un “colpo di calore”.
Il 28 aprile avevamo festeggiato il suo compleanno numero 50. Come sempre, aveva scherzato sulla malattia che lo cingeva d’assedio e noi amici avevamo pensato, ancora una volta, che avesse una pessima salute di ferro, una sofferenza difficile da sopportare, che, però, non gli avrebbe impedito di continuare a scrivere in modo travolgente. Qualche mese dopo, gli stessi amici, ci ritrovammo sconvolti nell’obitorio a Les Corts per salutare il detective selvaggio.
Roberto non voleva suscitare compassione. Amava paragonarsi a un marine addestrato a sopravvivere ovunque. Non riconosceva maestri né accettava discepoli. Era un lupo solitario. Nei dibattiti, raramente dava ragione agli altri e, se la volta seguente qualcuno sosteneva la stessa cosa che lui aveva sostenuto, cambiava opinione. In un’intervista memorabile (disponibile in L’ultima conversazione, Edizioni Sur, 2012 – ndr), Mónica Maristany gli chiese: “Perché lei fa sempre il bastian contrario?”. In maniera emblematica, l’imperturbabile Roberto rispose: “Io non faccio mai il bastian contrario”.
Non tollerava neanche la più piccola critica al Messico. Aveva idealizzato il paese dove era diventato uno scrittore e che aveva fatto da sfondo ai suoi romanzi più lunghi. L’ultima parola di 2666 è, per l’appunto, “Messico”.
Ricevette diversi inviti per tornare a Città del Messico ma non ne accettò nessuno. “Ho paura di morirci”, diceva come se fosse un personaggio di Sotto il vulcano Il serpente piumato. Secondo me, la sua riluttanza a tornare era dovuta al fatto che non desiderava dissacrare il luogo che aveva ricreato a distanza, servendosi della sua memoria creativa. Molti degli episodi di I detective selvaggi ci erano noti prima che lui li narrasse, perché erano accaduti ad amici comuni, ma pensavamo che la cosa migliore di quel passato era che fosse già accaduto. Roberto seppe comprendere la forza occulta di quelle trame e dare loro una dimensione epica. Se fosse tornato in Messico, sarebbe certamente rimasto deluso, non trovandovi la forza allucinatoria del suo romanzo, così come altri sono rimasti delusi non trovando per le strade di Alessandria d’Egitto la magia e la sensualità che Lawrence Durrell le attribuisce nel suo celebre Quartetto.
Sulla spiaggia di Blanes, dove viveva, si alza la prima scogliera della Costa Brava. Gli piaceva indicare quella rupe, come se ci si paragonasse. Una roccia solitaria e inespugnabile. Era più orgoglioso della sua etica di vita che dei suoi successi letterari. Ha fatto ogni sorta di lavoro senza lamentarsene mai. È stato guardiano notturno in un campeggio e commesso in un negozio di sciarpe. Per anni, ha partecipato a concorsi letterari di provincia. Non gli interessava il prestigio di quei premi regionali, ma i soldi che potevano arrivare in soccorso delle sue spese. Definiva la sua attività di partecipante a concorsi come un’azione da pellerossa, da intrepido “cacciatore di scalpi”.
Appassionato di strategie belliche, progettò un’Antologia militare della letteratura latinoamericana, nella quale avrebbe raggruppato le capacità degli scrittori in gruppi d’assalto: fanteria, artiglieria, paracadutisti, ecc. C’era qualcosa di gioco infantile nella sua illusione di vedersi come un marine, un pellerossa o un investigatore di omicidi. Tuttavia, quei destini gli servivano per rafforzare la sua etica della sopravvivenza.
Ricordo la notte in cui tenne una conferenza alla Casa America della Catalogna. Quando arrivarono le domande del pubblico, qualcuno volle sapere qual era la qualità che più apprezzava in una persona. “Il coraggio”, rispose Roberto senza esitare. Sebbene fosse uno studioso di campagne militari, il coraggio per lui aveva meno a che vedere con i pericoli della guerra che con l’integrità morale, la fedeltà a se stessi, la capacità di resistere alle tentazioni e agli abusi del nostro tempo.
Era difficile immaginarlo come una persona fragile. Nonostante sapessimo che era malato, la sua morte non poteva che sorprenderci.
Poco prima che avvenisse, mi telefonò per commentare un libro che aveva appena letto, Todo modo, dello scrittore siciliano Leonardo Sciascia. Un personaggio aveva attirato la sua attenzione in modo particolare: il sacerdote Gaetano. Dopo aver conosciuto l’ampio repertorio dell’esperienza umana, il prete commenta che gli manca soltanto l’ultimo battesimo, quello della morte. “Che frase!”, esclamò Roberto con ammirazione.
Mesi dopo, nel ricevere la devastante notizia della morte di Roberto, questo dialogo acquistò una forza retrospettiva. L’aria continuava a essere in fiamme a causa dell’estate, ma all’improvviso piovve come nel racconto di Borges, con “poderosa lentezza”. Il clima sembrava un’espansione dell’ultimo battesimo di Roberto Bolaño.
Nei dieci anni trascorsi dalla sua morte, molte delle sue parole mi sono tornate in mente con l’insonnia, nel cuore della notte, quando lui era più sveglio di chiunque altro.
Roberto aveva l’orario lavorativo di un vampiro. Si svegliava nel pomeriggio e, per scaldarsi, chiamava gli amici. A Barcellona è insolito che qualcuno usi il telefono solo perché ha voglia di parlare. Le chiamate in genere hanno un fine utilitaristico. Per questo Roberto preferiva parlare con noi amici latinoamericani, che non vediamo il telefono come un mezzo di comunicazione ma come un luogo d’incontro. All’improvviso parlava di un’attrice che gli piaceva, raccontava un sogno, descriveva un movimento militare nella battaglia di Borodino o si interessava per la salute della mia figlia piccola. Poi attaccava per addentrarsi nella sua notte di scrittura. Era un amico attento, ma odiava le pubbliche relazioni. Ogni volta che si sentiva in pericolo di essere accettato dall’establishment, scriveva un testo furibondo contro uno scrittore famoso. Era il suo modo, un po’ ingenuo e spesso crudele, per preservare l’indipendenza. Il libro Tra parentesi riunisce i testi in cui noi suoi amici veniamo immeritatamente esaltati con la stessa passione con cui i suoi nemici vengono fustigati. Queste affermazioni inopportune erano un sistema d’allarme contro l’accettazione ufficiale. Bolaño voleva essere letto senza perdere la sua radicalità. Non desiderava essere famoso. Né desiderava essere un “autore illustre”.
Il mondo, però, tende ad appassionarsi a tutto ciò che gli resiste e i posteri lo hanno trasformato in leggenda. La fame è un equivoco: l’asociale Kafka è in tutte le boutiques di Praga, il volto di Che Guevara vende milioni di magliette e Bolaño è la superstar che visse per non esserlo. Dopo il sorprendente successo di Sotto il vulcano, Malcolm Lowry scrisse una poesia che riflette quello che Roberto sentiva nei confronti dell’accettazione. José Emilio Pacheco l’ha resa in maniera ammirevole in castigliano. I due primi versi sono: “È un disastro il successo/ Più orribile della tua casa bruciata in un incendio”. E più avanti conclude: “Oh, non mi avesse tradito il trionfo baciandomi”.
Bolaño rifiutava le fanfaronate mediatiche e i trionfi della società del consumo, ma non coltivava il fallimento. Gli amici che minacciavano di trasformarsi in pigri chiusi in soffitta, li spronava a mettersi al lavoro; a quelli che sembravano sul punto di “sfondare” faceva degli scherzi, che considerava terapeutici e che servivano per esercitare una delle sua abilità più sviluppate: dare fastidio. Nelle sue storie celebra i “poeti della vita”, esseri sensibili la cui unica opera è il desiderio d’avventura, ma la sua disciplina era spartana. Non aveva il riscaldamento e spesso, la notte, doveva scrivere con i guanti. Quanta fatica per scrivere di gente che non lavora! Non pretendeva la stessa cosa dagli altri, però teneva gli occhi aperti per supervisionare il nostro lavoro. Portare a termine il proprio compito per lui era una morale.
Diverse volte commentammo un fatto curioso: l’unica prova affidabile del talento è sentire il testo come se fosse stato scritto da qualcun altro. Tale autonomia della voce rivela che l’opera vive di vita propria. Ci si può sentire orgogliosi di un registro che ormai ci è estraneo? Assolutamente no.
Cosa avrebbe pensato della sua trionfale posterità? Sicuramente avrebbe sorriso come chi fa un’ultima marachella, considerando la fama l’ennesima prova a cui il destino lo sottoponeva.
Nella mistificazione che lo vuole come il Jim Morrison della scrittura l’equivoco maggiore è pensare che abbia sacrificato la sua vita per il romanzo. Non ha mai voluto essere un martire. È stato un sopravvissuto.
Bolaño, autore restio al successo, occupa oggi un posto fashion. Nessun grande autore può esimersi dagli eccessi dell’attenzione, i misreadings, le sovrainterpretazioni, le falsità sulla sua vita. I detective selvaggi è destinato a essere sottoposto a ogni genere di adattamento, dal teatro al cinema, passando per la radio, fino ad arrivare al possibile allestimento di I detective selvaggi on ice. Fosse ancora fra noi, Roberto Bolaño guarderebbe intrigato il suo peculiare destino, alzerebbe le spalle di fronte alle cose che diciamo di lui, accenderebbe una sigaretta e proseguirebbe imperturbabile sulla sua strada.

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Cosa sta accadendo in Messico? Intervista a Anabel Hernández https://minimaetmoralia.it/inchieste/cosa-sta-accadendo-in-messico-intervista-a-anabel-hernandez/ https://minimaetmoralia.it/inchieste/cosa-sta-accadendo-in-messico-intervista-a-anabel-hernandez/#comments Tue, 13 Jan 2015 09:25:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24959 di Francesco Musolino Dal 2006 sono stati uccisi 56 reporter in Messico. Recentemente è esploso il caso dei 43 studenti trucidati e poi dati alle fiamme, si sospetta su mandato del sindaco di Iguala. Che cosa sta accadendo in Messico? Ridley Scott lo ha raccontato come una terra in mano a uomini spietati in “The […]

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di Francesco Musolino

Dal 2006 sono stati uccisi 56 reporter in Messico. Recentemente è esploso il caso dei 43 studenti trucidati e poi dati alle fiamme, si sospetta su mandato del sindaco di Iguala. Che cosa sta accadendo in Messico? Ridley Scott lo ha raccontato come una terra in mano a uomini spietati in “The Counselor – Il Procuratore” (sceneggiatura di Cormac McCarthy), e dagli articoli di denuncia dello scrittore Juan Villoro emerge con chiarezza la pervasività della violenza nella società messicana. Da decenni questo paese è preda di una furia il cui unico scopo è quello di proteggere il profitto, cioè i fiumi di dollari, frutto degli affari mondiali dei narcos, capaci di mettere alle proprie dipendenze autorità e istituzioni. Dopo aver assistito alla morte di diversi colleghi, la giornalista Anabel Hernández ha scritto un bellissimo libro sul campo, “La terra dei narcos. Inchiesta sui signori della droga” (Mondadori, pp.464 €19). Si tratta di un approfondito lavoro che inchioda le autorità messicane alle proprie responsabilità. La Hernández vive da anni sotto scorta – la prefazione di questo libro è firmata da Roberto Saviano – e da molti è considerata un nemico per aver denunciato la corruzione sistemica e le fortissime connessioni fra i narcos e il mondo politico. Il grande successo editoriale del suo libro ha risvegliato molte coscienze e sfatato numerosi tabù, ma ha altresì fatto precipitare la situazione privata dell’autrice: nel 2013 un commando armato ha fatto irruzione in casa della Hernández (la quale per fortuna in quel periodo non era in Messico) che da allora vive negli Stati Uniti. Nonostante la solitudine, il clima di perenne sospetto e l’impossibilità di condurre una vita normale, Anabel non è disposta a mettere da parte la sua ricerca della verità.

Anabel com’è stato possibile che un paese importante come il Messico sia caduto nelle mani di una narcocrazia?

E’ il risultato di un processo lungo decenni. La narcocrazia è diventata palese dal 2006 ma si è andata sviluppando almeno negli ultimi settant’anni. E’ un fenomeno antico, complesso, decisamente e tristemente attuale quanto potente.

Si dice spesso che la mafia sia simile a un’impresa commerciale, lei invece sottolinea il processo inverso, con un capitalismo che si starebbe progressivamente “mafiosizzato”. Cosa significa?

Nel corso degli anni ’70 le bande criminali che imperversavano in Messico erano tollerate, persino controllate, dal governo. Ma in seguito i rapporti di forza sono drasticamente mutati a causa dell’enorme circolazione di denaro ottenuto grazie ai profitti ottenuti dal traffico di eroina, cocaina e marijuana. Questo ha permesso al narcotraffico di irrompere non solo nella vita politica, ma in ogni singolo aspetto della società messicana, stravolgendo le regole del gioco. Ho parlato nel corso degli anni con diversi avvocati dei narcos, i quali mi hanno spiegato come tutto il sistema bancario mondiale sia considerato una piattaforma per il riciclaggio di denaro. La violenza per i narcos è necessaria a proteggere il profitto, l’unica cosa in cui davvero credono.

Il suo libro in Messico ha riscosso un enorme successo editoriale. Dopo la pubblicazione, cos’è cambiato? Possiamo dire che la gente sia più consapevole?

Il mio libro ha permesso che le persone potessero parlare più apertamente della situazione in Messico. Prima che il libro uscisse, i narcos erano spesso considerati simili a divinità inarrivabili, ma in queste pagine ho chiarito molto bene come il governo e le autorità siano loro complici, per cui anche i lettori hanno iniziato a parlarne con maggiore cognizione di causa, sentendosi in questo modo più liberi di ragionare sul fenomeno.

La guerra del narcotraffico conta numeri impressionanti. E’ possibile fornire un dato aggiornato?

Difficile dare numeri perché, purtroppo, sono in costante aumento. Consideri però che negli ultimi sei anni si contano ben 60 mila vittime.

Fare il suo lavoro vivendo sotto scorta dev’essere molto difficile. Dove trova la forza necessaria?

Chiaramente vivere sotto scorta è una condizione molto scomoda, soprattutto per un giornalista. Una condizione quasi contro natura. Consideri che avevo numerose fonti riservate che dovevo proteggere a ogni costo, ma adesso come potrei incontrarle? Ho dovuto modificare il mio modo di lavorare, il mio modo di vivere. Vivo sotto scorta, con il timore che possano uccidere me e la mia famiglia, e mi sento più al sicuro all’estero che in patria. E’ una vita di solitudine e di paura ma è anche uno stimolo per fare un giornalismo investigativo migliore.

Roberto Saviano firma la prefazione del suo libro. Anche lui da anni vive sotto scorta, anche lui vive all’estero. Possiamo dire che non si tratta di un problema solo messicano?

Ogni anno il numero dei giornalisti uccisi è in ascesa. Senza dubbio la libertà d’espressione è in serio pericolo. Credevamo che gli autoritarismi fossero ormai alle spalle e invece non è affatto così. Il giornalismo è vissuto come una vera e propria minaccia dal crimine organizzato, per cui credo che sarebbe utile organizzare delle tavole rotonde per capire come raccontare e combattere il crimine globalizzato, uniti.

Tutto è come prima. Così si intitola l’ultimo capitolo del suo libro. Cosa significa, che non c’è speranza di vincere questa battaglia?

Per vincere abbiamo ancora tanto da fare e di certo le cose non cambieranno da sole. Adesso è necessario un risveglio della società civile.

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Da Márquez a lezione di giornalismo d’allegria https://minimaetmoralia.it/giornalismo/fundacion-para-el-nuevo-periodismo-iberoamericano/ https://minimaetmoralia.it/giornalismo/fundacion-para-el-nuevo-periodismo-iberoamericano/#comments Wed, 12 Mar 2014 10:21:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19285 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Madrid. È appena passato il Natale del ’93 a Barranquilla, tra le poche città colombiane dalla fama indipendente da questioni di droga. Jaime Abello Banfi ha mangiato troppo, come tutti, più di tutti. Riceve una telefonata: «Invitami a cena la prossima volta che vengo» è l’intimazione che riceve il trentenne direttore della locale TeleCaribe. La prospettiva di mangiare ancora è l’ultima cosa cui vorrebbe pensare, ma dall’altra parte del filo c’è Gabriel García Márquez. E non capita spesso, anzi non era mai capitato, che lo scrittore più famoso dell’America Latina chiamasse un giornalista felice (ma non sconosciuto) per estorcergli una convocazione al ristorante. La storia della Fundación para el Nuevo Periodismo Iberoamericano, che da Cartagena de las Indias assegna i corrispettivi del Pulitzer di lingua spagnola, comincia così. Esattamente venti anni fa.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Gabriel García Márquez negli uffici di Prensa Latina a Bogotá nel 1959. Fonte immagine)

Madrid. È appena passato il Natale del ’93 a Barranquilla, tra le poche città colombiane dalla fama indipendente da questioni di droga. Jaime Abello Banfi ha mangiato troppo, come tutti, più di tutti. Riceve una telefonata: «Invitami a cena la prossima volta che vengo» è l’intimazione che riceve il trentenne direttore della locale TeleCaribe. La prospettiva di mangiare ancora è l’ultima cosa cui vorrebbe pensare, ma dall’altra parte del filo c’è Gabriel García Márquez. E non capita spesso, anzi non era mai capitato, che lo scrittore più famoso dell’America Latina chiamasse un giornalista felice (ma non sconosciuto) per estorcergli una convocazione al ristorante. La storia della Fundación para el Nuevo Periodismo Iberoamericano, che da Cartagena de las Indias assegna i corrispettivi del Pulitzer di lingua spagnola, comincia così. Esattamente venti anni fa.

Quattrocento seminari e oltre diecimila allievi dopo, il suo direttore e cofondatore è di passaggio a Madrid. Pilucca svogliatamente un’insalatina. È reduce da un bendaggio gastrico che l’ha fatto dimagrire di diciotto chili. Non deve avere ancora fatto in tempo a rinnovare il guardaroba, oppure non ha sufficiente fiducia nella sua disciplina di lungo periodo, perché nella giacca nera che ha addosso ci starebbe dentro quasi un’altra persona. «Prima che me lo chieda lei, le dico che Gabo sta discretamente bene. Ha 86 anni e si è ritirato dalla vita pubblica. È stato uno degli scrittori di maggior successo, ma circa metà della sua produzione è di natura giornalistica. Da questa passione, che aveva voglia di condividere con i più giovani, è nata la nostra scuola».

Capitolo chiuso. La realtà è che l’autore di Cent’anni di solitudine non sta bene, è sopravvissuto a un cancro linfatico e soffre di demenza. Si fa vedere poco o niente, smentisce occasionalmente il fatto di non scrivere più, ma purtroppo nessuno ha le prove per credergli. L’occasione di quest’incontro in un modesto ristorante italiano («metà dei miei nonni erano piemontesi» esordisce Abello, ancora in grado di cantare Luna rossa a memoria) accanto alla Casa de América, è parlare di uno stato di salute che alcuni precipitosi commentatori danno per non non meno compromesso: quello del giornalismo. «Le persone che abbiamo appena premiato sono la prova vivente del contrario. Il giornalismo non è mai stato così vivace, è l’industria giornalistica che sta subendo un processo di cambiamento senza precedenti. Dall’esito ancora aperto». Parla di Alejandro Almazán, che sul mensile colombiano Gatopardo ha raccontato la carneficina quotidiana della Laguna, un quadrilatero di città nell’epicentro della guerra dei narcos. O della costarichense Giannina Segnini che con le sue inchieste sulla corruzione ha fatto andare in prigione gli ex presidenti Rafael Ángel Calderón Fournier e Miguel Ángel Rodríguez Echeverría. Cita una quantità di riviste, disgraziatamente non apparse sui radar italiani se non per occasionali apparizioni su Internazionale, dove qualità della scrittura ed esattezza dei fatti convivono, a livello altissimo.

Qualche tempo fa il Venerdì si era occupato di Etiqueta negra, il New Yorker sudamericano. Ma la verità è che, pur nella sua strabiliante qualità, il mensile peruviano è molto meno eccezione di quanto pensavamo. Ma perché tante eccellenze tutte in America latina? «Perché siamo una terra estrema, dove la gente lotta ancora molto per venire a patti con la propria identità. Cerchiamo strenuamente di capirci, e lo facciamo scrivendo. Il nostro vantaggio, rispetto al Nord America, è che abbiamo un mercato meno maturo e c’è ancora spazio per buoni progetti giornalistici. Aggiungete infine la fama individuale di autori come gli argentini Martín Caparrós e Leila Guerriero, il colombiano Alberto Salcedo Ramos, il messicano Juan Villoro, tutti largamente tradotti all’estero. Più un mercato complessivo di circa 400 milioni di persone. E avrete una risposta empirica ma non troppo lontana dal vero del perché il giornalismo iberoamericano, che la nostra fondazione celebra e incita, sia così in forma».

Il vantaggio della gioventù è di essere immune dal peso del passato. Pertanto il nuevo periodismo è laicissimo anche quanto alle fonti di finanziamento. «La rivista colombiana Soho ha un modello simile a Playboy, nel senso che alterna tette e ottima scrittura: infatti pagano meglio di tutti, anche 10 mila dollari a pezzo. La brasiliana Piaui ha tra i finanziatori quattro degli industriali più ricchi del Brasile. Idem Etiqueta Negra, che prima non pagava niente, ora poco, ma ricompensa in fama e visibilità. Esistono anche esperimenti online come il salvadoregno El Faro, famoso per le sue inchieste, che riceve fondi dall’Open Society Institute di George Soros e addirittura da fondi olandesi». Il premio per l’innovazione l’hanno dato a un webdocumentario, Projecto Rosa, che parte dalla vicenda di una donna che pretende giustizia per sè e migliaia di altri colombiani per essere stati espropriati della terra da gruppi militari. Video, animazioni in Flash, tanta tecnologia che è solo il bel vestito nuovo del mestiere antico che tanto piaceva a Gabo.

Alla Fondazione non si lasciano intrappolare in discussioni di retroguardia né dalle sirene della nostalgia. C’è il buon giornalismo, che può assumere tutte le forme che la contemporaneità offre, e il cattivo giornalismo. Punto. «La vera novità strutturale di internet» insiste Abello «è averci tolto il monopolio della diffusione delle notizie che avevamo una volta. Belli o brutti che siano, ci sono i blog, i tweet, la concorrenza dei non professionisti. Invece di demonizzarli dovremmo viverli come un pungolo per metterci delle nuove pile e correre di più». Il problema vero è il cambio di paradigma economico: «La gente è abituata alla gratuità e tutta l’industria culturale deve prepararsi ad abbassare i prezzi per sopravvivere». Non è ideologia la sua, solo pragmatismo. «E i media dovranno accettare l’alleanza con la filantropia, soprattutto per i progetti a maggior quoziente civico, come il giornalismo investigativo. ProPublica è, in questo senso, un esempio». Loro non sono affatto schifiltosi. Devono pagare gli stipendi di quindici persone, hanno un budget importante («La cifra è off the record»): «Riceviamo molte donazioni. I nostri seguitissimi seminari costano da 20 a 500 dollari per partecipante. Vendiamo raccolte di articoli premiati o certe antologie di scritti di Márquez. E abbiamo prodotto anche un’edizione limitata di centomila bottiglie di rum da 40 dollari intitolate al Maestro Gabo».

Pare che non sfiguri neppure di fronte al guatemalteco Zacapa. Non sono astemi alla Fondazione e questo, magicamente ma anche realisticamente, sembra aumentare la loro lucidità: «L’ingrediente essenziale per un buon giornalismo? L’allegria, come nella vita. Essere ancora in grado di stupirsi, di pronunciare ¡Qué chévere!, che cosa super, di fronte a fatti che lasciano indifferenti chi crede di aver già visto tutto». Il cinico non è adatto a questo mestiere, ricordava Kapuscinski. Era un amico della Fondazione. E soprattutto del giornalismo eccellente che lì si coltiva.

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Necessità di una terza via (tra Renzi e Grillo) https://minimaetmoralia.it/interventi/una-terza-via-tra-renzi-e-grillo/ https://minimaetmoralia.it/interventi/una-terza-via-tra-renzi-e-grillo/#comments Fri, 07 Mar 2014 16:05:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19185 Questo articolo è tratto da “Lo straniero” n. 165 (marzo 2014) in uscita in questi giorni in  libreria. Sul numero di marzo è possibile leggere, tra l'altro, una lunga intervista a GiPi, un saggio di Juan Villoro su Roberto Bolaño, articoli su Emma Dante, Martin Scorsese, Svetlana Aleksievich, Slawomir Mrozek, un reportage di Neliana Tersigni dall'Egitto.

Il più grande affresco politico-parlamentare che descrive lo stallo dell’Italia attuale è stato scritto quasi un secolo fa da Federico De Roberto. Si tratta di L’imperio, romanzo incompiuto, uscito postumo nel 1929 e ora disponibile nella Bur, cui lo scrittore catanese lavorò per lunghissimo tempo, senza venirne definitivamente a capo, tanto complessa e molle era la materia che aveva deciso di narrare.

Il cuore dell’Imperio (che in una sorta di continuazione dei Vicerè narra le gesta del principino Consalvo Uzeda di Francalanza, neodeputato in ascesa, tra i meandri e i rigagnoli di una capitale politica infetta) è tutto nella descrizione impietosa della macchina del trasformismo. A De Roberto non importa raccontare solo il trasformismo in senso stretto, quello storicamente situato negli ultimi decenni dell’Ottocento, bensì un trasformismo più profondo, autobiografia della nazione, sua inevitabile impalcatura.

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GrilloRenzi

Questo articolo è tratto da “Lo straniero” n. 165 (marzo 2014) in uscita in questi giorni in  libreria. Sul numero di marzo è possibile leggere, tra l’altro, una lunga intervista a GiPi, un saggio di Juan Villoro su Roberto Bolaño, articoli su Emma Dante, Martin Scorsese, Svetlana Aleksievich, Slawomir Mrozek, un reportage di Neliana Tersigni dall’Egitto.

Il più grande affresco politico-parlamentare che descrive lo stallo dell’Italia attuale è stato scritto quasi un secolo fa da Federico De Roberto. Si tratta di L’imperio, romanzo incompiuto, uscito postumo nel 1929 e ora disponibile nella Bur, cui lo scrittore catanese lavorò per lunghissimo tempo, senza venirne definitivamente a capo, tanto complessa e molle era la materia che aveva deciso di narrare.

Il cuore dell’Imperio (che in una sorta di continuazione dei Vicerè narra le gesta del principino Consalvo Uzeda di Francalanza, neodeputato in ascesa, tra i meandri e i rigagnoli di una capitale politica infetta) è tutto nella descrizione impietosa della macchina del trasformismo. A De Roberto non importa raccontare solo il trasformismo in senso stretto, quello storicamente situato negli ultimi decenni dell’Ottocento, bensì un trasformismo più profondo, autobiografia della nazione, sua inevitabile impalcatura. Il pargolo degli Uzeda è l’emblema dell’arrivismo, della separatezza di una sfera politica avvitata su se stessa, dell’azione parlamentare volta alla pura sussistenza della medesima azione parlamentare, senza alcun reale affanno non solo per la trasformazione del paese ma anche per la sua semplice amministrazione. È ovvio che ai cento, mille Uzeda, nobili e meno nobili, non interessi alcun cambiamento sostanziale. Meno ovvio è constatare che in realtà non abbiano la benché minima preoccupazione neanche per il governo della nazione, per la gravità ultima del potere: l’unica cosa che realmente gli importi è frequentare la sua anticamera, necessario grimaldello per allargare le basi del proprio sotto-potere, del proprio spazio di mediazione, all’insegna di un narcisismo ipercinetico quanto immobile.

Il naturale palcoscenico di tutto questo è quello che oggi definiremmo il “governo delle larghe intese” ante litteram, il primo di innumerevoli tentativi di governo delle larghe intese, che uno dei personaggi disincantati del libro descrive così: “Due partiti che da anni e anni si combattono, si dilaniano, si calunniano, adesso, guardandosi in faccia, cominciano a pensare che forse, in fondo, non c’è tra loro nessuna differenza. Quando la Sinistra non aveva ancora fatto l’esperimento del potere, era difficile, sì, che quest’idea venisse in mente a qualcuno: ma ora?”

Su questo sistema che si chiude in sé, allontanandosi dal paese reale, si staglia lo sguardo dell’altro protagonista del romanzo, Ranaldi, ghost-writer del principe Uzeda, e cronista parlamentare per le pagine del giornale da lui fondato e finanziato, che dopo molti anni in cui ha respirato l’area mefitica di quel mondo abbandona schifato Roma per far ritorno al Sud. In uno sconsolato monologo finale ammette che l’unica opposizione possibile a tale sistema è la sua distruzione. Prima o poi, auspica quasi delirando, prenderà piede un nuovo movimento di distruttori: “perché faranno saltare a pezzo a pezzo il mondo si chiameranno geoclasti.”

Qui De Roberto coglie qualcosa di molto profondo, e di molto vero, anche nell’Italia odierna. L’alternativa alle larghe intese, al trasformismo, alla corruzione, alla crisi della sinistra, nell’Italia di ieri come in quella di oggi, non è data dalla rivoluzione, dal socialismo, da una volontà di cambiamento alla luce del sole, bensì da una tetra pulsione autodistruttiva e anti-sistema. E non serve cogliere la straordinaria assonanza tra la “geoclastia” dei distruttori di De Roberto e Gaia un nuovo ordine mondiale, il video del guru dei Cinque stelle Gianroberto Casaleggio che gira su Youtube…

Il punto è un altro: la tenaglia tra sistema bloccato e furia populista sembra non lasciare spazio a una terza via, oggi come ieri. È vero in Italia, ed è vero ormai anche su scala europea. Da una parte c’è una tecnocrazia che nella migliore delle ipotesi si limita ad amministrare l’esistente, gestendo le politiche di austerità. Dall’altra un malessere che cresce e confluisce nella voglia di forca e di giustizialismo, nella distruzione della casta politica (ma mai delle vere oligarchie che hanno in mano le redini dell’economia) e, nei casi estremi, nella solita individuazione di capri espiatori e nemici interni. Tra questi due bracci sembra non esserci alternativa, e l’Italia è ancora una volta il paese occidentale in cui una nuova tendenza si è fatta laboratorio prima che altrove.

È come se la lunga serie di governi delle larghe intese dal novembre 2011 a oggi (tutti fondati in un modo o nell’altro sulla non-liquidazione del berlusconismo) e le spacconate dei grillini si tengano insieme. Questi ultimi si vedono come l’unica forma di opposizione politica possibile (per quanto irreggimentata in una struttura comico-autoritaria, allergica alla prassi democratica). Gli altri si vedono come l’unico possibile baluardo del sistema, e intravedono nella furia di chi vuole distruggere tutto senza nulla cambiare una delle proprie principali ragion d’essere: la necessità, cioè, di rimanere al proprio posto.

Intendiamoci: il parlamento uscito dalle ultime elezioni è davvero bloccato, così come è, tripartito tra le tre principali forze politiche; e, d’altro canto, la giusta soluzione non è certo una legge elettorale che conceda un ampio premio di maggioranza a chiunque vinca, anche con pochi voti. Tuttavia questa situazione legittima tutti coloro che vedono nel blocco, o quanto meno nell’allontanare il ritorno al voto, una rendita di posizione su cui lucrare – anche quando apparentemente si agitano molto o gridano al golpe.

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Scrivere del mondo https://minimaetmoralia.it/libri/scrivere-del-mondo/ https://minimaetmoralia.it/libri/scrivere-del-mondo/#comments Wed, 28 Nov 2012 15:44:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11755 Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Abelardo Morell.)

Oggi si fa una gran discussione intorno alla non-fiction. Qual è il confine tra giornalismo e letteratura? È possibile individuare una linea di demarcazione o piuttosto una terra di mezza al cui interno, a sua volta, prendono corpo percorsi differenti tra loro? Fino a che punto è consentito attraversare i confini? Dove si colloca l'io in tutto questo (l'io che osserva, l'io che agisce, l'io che narra)? Grande è la confusione sotto il cielo, specie in Italia, tanto che converrebbe mettere un po' di ordine nel discorso.

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Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Abelardo Morell.)

Oggi si fa una gran discussione intorno alla non-fiction. Qual è il confine tra giornalismo e letteratura? È possibile individuare una linea di demarcazione o piuttosto una terra di mezza al cui interno, a sua volta, prendono corpo percorsi differenti tra loro? Fino a che punto è consentito attraversare i confini? Dove si colloca l’io in tutto questo (l’io che osserva, l’io che agisce, l’io che narra)? Grande è la confusione sotto il cielo, specie in Italia, tanto che converrebbe mettere un po’ di ordine nel discorso.

In America Latina (continente in cui il nuevo periodismo sembra risorgere in forme sempre nuove: si pensi ad esempio alla rivista peruviana “Etiqueta negra”, a scrittori come Juan Villoro e Carlos Monsivais, e – andando indietro nel tempo – al padre del genere, l’argentino Rodolfo Walsh, autore dell’imprescindibile Operazione massacro, in seguito sequestrato e ucciso dai militari nel ’77) è molto chiara la distinzione tra  narrativonovelado. Quella che indichiamo come non-fiction, pur adottando forme letterarie plurime (è di Villoro la bella espressione “ornitorinco della prosa”), appartiene al primo campo.

Così negli Stati Uniti. La distinzione tra memoir, racconto del reale e letteratura di invenzione è piuttosto netta. La non-fiction ha raggiunto notevoli risultati, grazie anche allo storico ruolo delle riviste che pubblicano reportage di 50-60 mila battute (“Atlantic Monthly”, “The New Yorker”, “The Nation”, “The New Republic”, “Vanity Fair”…) e ad autori come William Langewiesche o Joan Didion.

E in Italia? Il discorso sul Novecento sarebbe molto ampio: da Carlo Levi a Primo Levi, da Anna Maria Ortese a Corrado Stajano e a molti altri… Tuttavia la tradizione della non-fiction italiana (se così possiamo definirla) viene da molto lontano. Si pensi ad alcune opere diversissime che provengono dal cuore dell’Ottocento: non solo Zibaldone di Giacomo Leopardi o Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni, ma anche  Diario della spedizione dal 5 al 28 maggio (cioè la Spedizione dei mille) di Ippolito Nievo o La Sicilia nel 1876 di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino. In esse il racconto della realtà (in buona sostanza dell’Italia che non cambia) passa attraverso la creazione di  strutture narrative che preannunciano molti dei percorsi successivi.

Non ci sono norme particolari che regolano queste scritture. Però due, tre idee di fondo possono essere recuperate.

Il reporter non è mai solo. Disse una volta Ryszard Kapuscinski che “senza l’aiuto degli altri non si può scrivere un reportage”. Il reporter è solo “l’estensore finale”, l’ultimo anello di una catena composta da moltissimi individui che forniscono materiali, aneddoti, riflessioni, generano incontri. “Senza comprensione reciproca”, diceva ancora Kapuscinski, “scrivere è impossibile.” Ovviamente lo stile adottato dall’“estensore finale” non è secondario. Anzi, quasi sempre fa la differenza. A mo’ di piccolo esempio, basterà ricordare che nei libri dello scrittore polacco non ci sono mai interviste classiche, fatte di domande e risposte, ma solo descrizioni di incontri, approssimazioni alla realtà, ritratti di donne e uomini noti e meno noti (molto spesso marginali che nessuno avrebbe mai ricordato), uso (frequente) del discorso libero indiretto.

Non inventare. Prendiamo alcuni libri usciti negli ultimi due anni: Anatomia di un istante di Javier Cercas (sul fallito colpo di Stato in Spagna nel 1981), L’uomo-laser di Gellert Tamas (su un killer seriale di cittadini stranieri nella placida Svezia), Tutto e subito di Morgan Sportés (sul caso di Ilan Halimi, ragazzo ebreo sequestrato, torturato e ucciso nella banlieue parigina da un gruppo di balordi che lo crede ricco “in quanto ebreo”), Limonov di Emmanuel Carrère (meta-biografia del controverso leader dei nazionalbolscevichi russi).

Tutti sembrano condividere un dato di fondo. Per raccontare una realtà sempre più complessa, per decostruire un mondo che non si presenta mai in bianco e nero, in cui gli schemi dicotomici servono a poco, occorre un approccio (di osservazione e di scrittura) che attraversi i generi, li ibridi, li faccia stridere fra loro. In tutti questi libri si sussumono forme letterarie o cinematografiche per raccontare una realtà sminuzzata fino al dettaglio: l’architettura del romanzo, il ritmo del noir, il montaggio alternato, il procedere per accumulazione di materiali seguendo cerchi concentrici. I loro autori sembrano dirci (e spesso lo dichiarano apertamente) che occorre superare l’inchiesta giornalistica, o le gabbie della saggistica, su un punto specifico: lo scavo psicologico delle persone in carne e ossa. Occorre scandagliare gli abissi che si aprono in ognuno di noi, i dettagli della vita – che sovente rivelano il tutto.

Eppure questi libri si fermano ai bordi di un confine: non introducono mai elementi di fiction nel racconto. Non collocano mai il proprio io in posti in cui non è stato, non inventano personaggi dal nulla, non edulcorano la realtà, per un semplice motivo: se costruisci un metodo così complesso proprio per demistificare il mondo e il racconto di esso, perché poi falsificarne una sua parte, rompendo il patto con i lettori, scivolando sulla buccia di banana della legittimità? L’attraversamento di quella terra di mezzo avviene su un piano strutturale (e sicuramente più interessante): la sussunzione di forme, non l’alterazione dei contenuti.

La giusta distanza. Non è facile capire quale sia, dipende da caso a caso. Tra i due estremi – la distanza siderale di chi neanche ci va nei posti e l’immersione totale che spesso genera miopia o eccessiva indulgenza – i gradi di prossimità possono essere diversi. Ma se da una parte, specie nel momento della scrittura, la distanza permette di cogliere meglio i chiaroscuri, le variazioni, dall’altra – dovrebbe essere evidente – l’equidistanza tra la vittima e il carnefice, tra l’oppresso e l’oppressore, tra chi detiene il potere e chi lo subisce è un mito giornalistico infondato. Spesso genera mostri. Come diceva una vecchia canzone dei minatori del Kentucky: Which Side Are You On?

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