Jude Law Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jude-law/ un blog di approfondimento culturale Sat, 28 Jan 2017 00:24:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Jude Law Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jude-law/ 32 32 The Young Pope salverà il cinema esaurito di Sorrentino https://minimaetmoralia.it/televisione/the-young-pope-salvera-cinema-esaurito-sorrentino/ https://minimaetmoralia.it/televisione/the-young-pope-salvera-cinema-esaurito-sorrentino/#comments Thu, 01 Dec 2016 07:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32959 Sabato scorso sono andate in onda le ultime due puntate di the Young Pope, la serie in dieci puntate di Paolo Sorrentino prodotta da Canal+, Sky Atlantic e HBO.

Presentata al Festival di Venezia, impreziosita dal cast hollywoodiano e dal regista premio Oscar, la serie è stata promossa fin dall’inizio più come evento cinematografico che come prodotto televisivo, inserendosi nel recente filone di serie d’autore/superfilm sul quale si sono cimentati mostri sacri come Steven Soderbergh (bene con the Knick) e Woody Allen (malissimo con Crisis in Six Scenes).

La trama in breve, per chi nelle ultime settimane avesse vissuto su Marte: il Cardinale Lenny Belardo (Jude Law) viene eletto a sorpresa papa a 47 anni, grazie ad una trama ordita in conclave dal potentissimo e spregiudicato segretario di stato Angelo Voiello (Silvio Orlando), che si illude di poterlo controllare. Belardo però sceglie il sinistro nome Pio XIII, si circonda di collaboratori fidati – tra cui suor Mary (Diane Keaton), la suora che lo ha cresciuto in orfanotrofio – e avvia una riforma autocratica e conservatrice della Chiesa.

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Sabato scorso sono andate in onda le ultime due puntate di the Young Pope, la serie in dieci puntate di Paolo Sorrentino prodotta da Canal+, Sky Atlantic e HBO.

Presentata al Festival di Venezia, impreziosita dal cast hollywoodiano e dal regista premio Oscar, la serie è stata promossa fin dall’inizio più come evento cinematografico che come prodotto televisivo, inserendosi nel recente filone di serie d’autore/superfilm sul quale si sono cimentati mostri sacri come Steven Soderbergh (bene con the Knick) e Woody Allen (malissimo con Crisis in Six Scenes).

La trama in breve, per chi nelle ultime settimane avesse vissuto su Marte: il Cardinale Lenny Belardo (Jude Law) viene eletto a sorpresa papa a 47 anni, grazie ad una trama ordita in conclave dal potentissimo e spregiudicato segretario di stato Angelo Voiello (Silvio Orlando), che si illude di poterlo controllare. Belardo però sceglie il sinistro nome Pio XIII, si circonda di collaboratori fidati – tra cui suor Mary (Diane Keaton), la suora che lo ha cresciuto in orfanotrofio – e avvia una riforma autocratica e conservatrice della Chiesa.

Lenny Belardo/Pio XIII è vagamente riconducibile al filone di protagonisti maschi, intelligentissimi e sociopatici che ha fatto le fortune recenti della serialità americana, ma è anche un personaggio di evidente filiazione sorrentiniana. Il sacerdozio è per lui una via di fuga, un modo di sottrarsi alla vita, come la mondanità romana per Jep Gambardella e l’esilio svizzero per Titta Di Girolamo. Sorrentino glielo fa dire chiaramente, e più volte: Belardo ama Dio perché amare gli uomini è troppo doloroso. Dunque, proprio come gli altri protagonisti sorrentiniani, il papa giovane si nasconde agli sguardi e ai sentimenti, e intanto sospetta di essere un vigliacco e si strugge di nostalgia per un passato pieno e irrecuperabile, che Sorrentino mette in scena con gli immancabili flashback, da sempre le parti esteticamente più brutte dei suoi film.

L’impressione che si ricava dai primi episodi the The Young Pope è appunto che non vi sia granché di nuovo nell’universo sorrentiniano. Ci sono il consueto piacere di animare i personaggi con contraddizioni espressioniste (il Cardinale Voiello che cospira tirando i più fragili e oscuri fili del potere ma allo stesso tempo nutre una passione smodata e del tutto infantile per il Napoli e per Higuain), la solita altalena di alto e basso con dialoghi stentorei tra personaggi che si esprimono solo per massime (a volte brillanti, altre meno, in qualche caso involontariamente comiche), inframezzati da scenette senili di farsesca levità, l’ormai consacrata estetica pop/kitsch/arty che oscilla tra Damien Hirst, Fellini e uno spot di Prada.

Ci sono le carrellate enfatiche, la colonna sonora che alterna musica colta e pop cazzone da serata vintage, il canguro simbolico al posto dei fenicotteri simbolici, Jude Law che sbuca carponi da una piramide di neonati in piazza San Marco (sic) e insomma, c’è l’esagerazione come cifra stilistica, il kitsch e le ingenuità di scrittura riscattate (se vi pare) dalla convinzione e dall’entusiasmo dell’autore, dalla sua dedizione totale e solipsistica al proprio immaginario.

Come sempre, se nei momenti di ispirazione Sorrentino sembra avere accesso ad un’esaltante libertà creativa, in quelli meno buoni dà invece l’impressione di mettere sullo schermo tutto quello che gli passa per la testa, senza grande controllo intellettuale. Non sorprende quindi che il regista de La Grande Bellezza si sia attirato le solite critiche analoghe a quella che nel 1990 il Time rivolse a David Lynch per Fuoco cammina con me: “Il motivo per cui tanta gente, di fronte alle sua fantasie cinematografiche, reagisce con un ‘Eh??’, è che il regista non ha mai questo tipo di reazione”.

Sarebbe davvero tutto qui o quasi, e The Young Pope meriterebbe tutt’al più una fruizione distratta nella pigra attesa che Jude Law riscopra le conseguenze dell’amore, se non fosse che dopo una manciata di episodi l’autore inizia a lavorare su una dimensione nuova per il suo cinema, quella della profondità.

Dico che Sorrentino non è un regista profondo senza sottintendere un giudizio di valore, ma facendo riferimento al fatto che i suoi film sono soprattutto meditazioni sulla superficie delle cose. Il suo linguaggio è associativo piuttosto che analitico, il suo sguardo aspira a comprendere l’ampiezza dei mondi su cui si posa prima che le loro ragioni. Sorrentino fa cinema d’arte perché aspira a proporre un’esperienza del mondo piuttosto che un’interpretazione.

Le stanze del potere nel Divo, la Roma eterna e le sue infinite terrazze ne La Grande Bellezza, la fine della vita in Youth, sono prima di tutto opulente scenografie, monumentali pareti affrescate che Sorrentino eleva con l’intento di creare un’atmosfera prima che un racconto.

Nella parte centrale di The Young Pope, invece, Sorrentino comincia a maneggiare l’infinita materia narrativa e concettuale della Chiesa cattolica in modo meno esornativo e più curioso, mettendo sul tavolo il problema attualissimo del mistero e dell’assenza di Dio nell’epoca della presenza globale perpetua.

Pio XIII non è rivoluzionario solo perché conservatore, ma perché il senso del suo magistero è ristabilire la separazione tra amore umano e amore divino e riaffermare della supremazia di quest’ultimo.

Lenny Belardo si colloca al secondo estremo della millenaria divaricazione religiosa tra chi pratica la parola di dio e chi ne venera l’infinito silenzio. Prende quindi senso il fatto che la sigla iniziale si chiuda con un omaggio alla Nona Ora, l’opera di Cattelan in cui un meteorite si abbatte su Giovanni Paolo II, non certo un pontefice progressista ma colui che ha trasformato la Chiesa in una multinazionale del consenso (e a Sorrentino certo non sfugge l’interpretazione di Jodorowsky secondo cui “quel meteorite è metafora della parola divina che cade dal cielo e lassù deve tornare”).

Gli spunti migliori di The Young Pope ruotano intorno a questa intuizione, e all’immagine del papa abbandonato dai genitori come metafora della presenza/assenza di dio, al suo sottrarsi allo sguardo dei fedeli per affermare che il sentimento religioso non ha origine nella gioia o nel sentimento di comunità ma nella privazione, nell’incompletezza.

Come testo sulla solitudine e sul dolore dei rapporti umani, e quindi sulla crisi morale della Chiesa e sulla sua perdita di universalità, The Young Pope è davvero una serie potente e ambiziosa, almeno finché Sorrentino resiste alla tentazione di ridurre lo slancio mistico del suo papa alla trita mitologia rock per cui sembra nutrire un’irredimibile passione.

Insomma, nell’ultima incarnazione della sua galleria di feticisti malinconici Sorrentino pare aver scoperto che la storia da raccontare non è solo quella dell’uomo, ma anche quella del feticcio. Dopo sei lungometraggi e una serie TV, forse il giovane papa del cinema italiano ha trovato la vena con cui infondere nuova vita al suo cinema.

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Paolo Sorrentino e “The Young Pope” https://minimaetmoralia.it/interviste/paolo-sorrentino-e-the-young-pope/ https://minimaetmoralia.it/interviste/paolo-sorrentino-e-the-young-pope/#comments Thu, 13 Oct 2016 07:00:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32265 Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Nei cassetti di Paolo Sorrentino: appunti di ricordi insulsi o fondativi destinati a esplodere in scene fiammeggianti, o a delineare personaggi. Ritagli. Immagini. Sentimenti lasciati a galleggiare in attesa che si palesino. Progetti saltati, rimandati, ripresi, che tengono a bada l’horror vacui. Insomma, era il 2013 e il regista aveva il suo da fare montando La grande bellezza, ma nei cassetti scivolò la storia di un giovane papa americano fico, conservatore e pieno di contraddizioni. A dire il vero, lui era preso da un’altra santità, quella di padre Pio: aveva letto la biografia di Sergio Luzzatto e gli era piaciuta molto.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Nei cassetti di Paolo Sorrentino: appunti di ricordi insulsi o fondativi destinati a esplodere in scene fiammeggianti, o a delineare personaggi. Ritagli. Immagini. Sentimenti lasciati a galleggiare in attesa che si palesino. Progetti saltati, rimandati, ripresi, che tengono a bada l’horror vacui. Insomma, era il 2013 e il regista aveva il suo da fare montando La grande bellezza, ma nei cassetti scivolò la storia di un giovane papa americano fico, conservatore e pieno di contraddizioni. A dire il vero, lui era preso da un’altra santità, quella di padre Pio: aveva letto la biografia di Sergio Luzzatto e gli era piaciuta molto.

Lorenzo Mieli, il produttore prodigio della Wildside, sapeva di questa passione e gli aveva proposto di farne una serie: «Ma in tv di padri Pii ce n’erano stati già due, e un terzo, per quanto diverso, non mi pareva il massimo. Gli ho prospettato invece questa storia sul Vaticano e mi sono messo a scribacchiarla, sicuro che, in un Paese come il nostro, sarebbe stata lettera morta. Invece Mieli mi ha preso sul serio, ha combattuto per realizzarla; è intervenuta massicciamente Sky, poi siamo andati da Hbo, che per la prima volta ha coprodotto una serie europea. È un pionierismo di cui siamo fieri: ha aperto la strada a progetti come la saga della Ferrante e il Limonov di Carrère. I più grandi producer di serie tv al mondo chiedono a noi italiani se abbiamo qualcosa di buono e dicono: bene, facciamola insieme».

Aleggia quindi il miracolo, e non solo produttivo, su The Young Pope, che debutta il 21 ottobre su Sky Atlantic e ha già fatto parlar bene di sé alla presentazione dei due primi episodi a Venezia. Ricapitolando: Jude Law/Lenny Belardo, 47 anni, è Pio XIII, primo papa americano della storia, appena eletto; nostalgico della messa tridentina, labbra alla Mick Jagger, un gran bel sedere che si vede subito nelle abluzioni mattutine, e un passato di abbandono dato che i genitori fricchettoni l’hanno mollato in un orfanotrofio cattolico quando aveva sette anni.
Diane Keaton/sister Mary è la suora che lo ha accolto, educato e spinto verso la brillante carriera ecclesiastica. Silvio Orlando/cardinal Voiello è il segretario di Stato che ha gattopardescamente brigato in favore dell’epocale elezione di Belardo per fare in modo che tutto rimanga com’è, ma ha sbagliato previsioni. Tutto intorno, la curia e le mene per il potere. Ma niente scandali, delitti, misteri alla Dan Brown. L’unico mistero è quello della fede.

Appunto: lei l’ha fatta la comunione?

«Certo, anche la cresima. E l’ambiente religioso lo conosco abbastanza perché ho studiato dai salesiani, al liceo. Sono mondi particolari, a connotazione sessuale unica: solo maschi o femmine, quindi prevedono tutte le aberrazioni del caso».

Come vanno i suoi rapporti con Dio?

«Non so: ho fatto dieci puntate – dovevano essere otto, ma mi sono allungato – su delle persone presumibilmente immerse nella fede e non ho ancora le idee chiare. Confido nella seconda serie».

E il suo papa? Al confessore dice che non crede in Dio, ma poi fa marcia indietro: «Stavo scherzando».

«Una cosa l’ho capita: la domanda fondamentale non è credi? Non credi? Ce n’è una più decisiva: perché non si può fare a meno dell’esigenza di Dio, di un rapporto di negazione o di abbraccio? Nessuno, neanche un agnostico, riesce a eludere questo domandone: essendo superiore alle mie possibilità io non ho trovato risposta, ma uno più intelligente di me, lo studioso di teologia Jack Miles, autore di Dio: una biografia, sostiene che è il più grande personaggio letterario mai esistito, così grande che lo conosciamo abbastanza in dettaglio anche senza aver letto la Bibbia. È così potente che ci invade la vita al di là dal nostro assenso. The Young Pope è un’indagine su uomini e donne, ma sono soprattutto uomini, che fanno un matrimonio molto stretto con qualcuno che materialmente non c’è, Dio. Su una relazione con Dio vissuta in modo diverso da noi, che ogni tanto ci ricordiamo di lui e continuiamo a farci i fatti nostri. No, quello è un rapporto ingombrante, è come aver un marito o una moglie che ti dice continuamente cosa fare o non fare».

Raccontata così, la serie potrebbe scoraggiare chi il domandone non se lo pone, ma c’è molto altro, anche se Sorrentino è abbottonatissimo sulla trama, perché al pubblico televisivo non va rivelato alcun passaggio o dettaglio, pena la disaffezione. Visto che gli aspetti più noti del Vaticano sono gli scandali, lui è andato a cercare il lato in ombra: il tran tran amministrativo, il menage sconvolto dal nuovo papa che fa colazione solo con la Coca-Cola Zero alla ciliegia (un’eresia), la redazione di un’enciclica, le relazioni tra i cardinali, il marketing della fede, spiragli e correnti della Chiesa. Insomma, è entrato in Vaticano come in uno studio legale o in una stazione di polizia per raccontarne la quotidianità. La quotidianità di un minuscolo Stato che non ha niente se non i palazzi, i quadri, le statue, la diplomazia.E la forza della guida di un leader monocratico cui fa capo un miliardo di fedeli.

E c’è il mistero, una suspense mistica, quasi hitchcockiana  che crea l’attesa del miracolo, dell’irruzione del soprannaturale. Sister Mary porta dei guanti a mezze dita: avrà le stigmate?

«No, i guanti se li è voluti mettere Diane Keaton per motivi suoi, forse per coprirsi le mani. Ma la propensione al soprannaturale della Chiesa cattolica è uno dei motivi che mi ha spinto a fare questo lunghissimo film, che non considero una serie, ma un film come gli altri che ho girato, più libero nella scrittura, quasi come un romanzo, senza il limite delle due ore, e molto più faticoso. L’unica regola televisiva che ho osservato è l’elemento di interesse alla fine di ogni episodio che fidelizza il pubblico. Ed è vero che c’è la suspense: ho disseminato quello che i credenti definiscono il mistero non umanamente comprensibile, la dimensione del prodigio, che il mago Silvan definirebbe un trucco, mentre Wojtyla obietterebbe che è Silvan a essere un cialtrone. La Chiesa prevede una messinscena suggestiva di santi, beati, miracoli, rivelazione: una sfida irresistibile per un regista».

Per un regista napoletano, figlio di una città che nel pensiero magico ci sguazza, questo imprinting sarà stato utile.

«Vengo da una famiglia dove tutti i parenti avevano visto fantasmi o munacielli e raccontavano cose incredibili. Sono cose che mi hanno molto impressionato da bambino, influendo sul mio rapporto con la realtà e la paura.  Ma oltre le superstizioni la materia è molto più affascinante. Anche se uno come me fatica ad afferrarne il senso: l’altro giorno parlavo con una donna di una certa età che mi sembrava di un’intelligenza meravigliosa, che poi ha detto: “Ora vado a messa, come tutti i giorni”. Mi ha colpito: la sua razionalità, la larghezza di vedute stridevano con la fede, c’è un corto circuito che non riusciamo a capire, come se credere nel trascendente fosse un attentato all’intelligenza. Invece la maggior parte degli studiosi del cattolicesimo sono fra gli intellettuali più attenti, profondi e speculativi, proprio perché sono abituati a porsi domande».

Il suo papa obbliga il padre confessore a riferigli le confessioni dei cardinali e in Vaticano non hanno gradito, sostenendo che nessun sacerdote tradirebbe il sacramento. Come pensa sarà accolta la serie da San Pietro in giù?

«Anche i mariti e le mogli non vorrebbero tradire il sacramento del matrimonio, ma succede. Il mio bravo consulente per le cose vaticane Alberto Melloni, che ne sa più di me, dice che sarà amata dai preti intelligenti. Da quelli che vogliono capire i lati oscuri e meravigliosi delle loro biografie. C’è anche chi ha avuto da ridire sul fatto che ho raccontato un papa conservatore mentre adesso Francesco sta rivoluzionando la Chiesa. Sempre Melloni mi ha avvertito che non è affatto improbabile che il prossimo papa sia un restauratore del vecchio ordine. È l’alternanza».

Perché il padre confessore a un certo punto dice: «Mi fanno male i capelli», battuta feticcio di Deserto rosso?

«Perché è molto sciocco. E la battuta, che è la quintessenza della stupidità, gli si addice. Questa citazione di Antonioni l’avevo già inserita in This Must Be the Place: anche a Sean Penn facevano male, i capelli, poi l’ho tagliata».

Continuando il gioco delle citazioni, al postfelliniano Sorrentino qualche omaggio al Maestro è sfuggito. Lui ricorre alla proprietà transitiva: il Vaticano ha un senso altissimo dello spettacolo, Fellini ha un senso altissimo dello spettacolo, filmando le cose vaticane non si può non essere felliniani. Anche la strategia dell’assenza di papa Belardo che non vuol mostrarsi ai fedeli, né apparire sui gadget della Santa Sede, e cita Salinger, Kubrick, Banksy, Daft Punk e Mina come campioni della fama e dell’invisibilità, ricorda un altro regista italiano, Nanni Moretti, non quello di Habemus Papam, ma quello di Ecce Bombo: «Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?». Adesso, invece, ci addentriamo in memorie più personali.

Belardo fuma, come sister Mary e il cardinal Dussolier, compagno di orfanotrofio del futuro papa. C’è un senso nascosto in questo fumo che aleggia?

«No. E comunque pure Ratzinger fumava. Le Marlboro, lo so per certo. È un tratto comune agli orfani, anche sister Mary lo è: dipende dallo stress e dalla libertà di abbracciare tutti i vizi».

È un tratto comune alla sua storia, anche lei ha perso i genitori da ragazzo.

«È irrilevante».

Mica tanto.

«Uno parla sempre di se stesso, a volte in maniera più diretta altre meno».

Nel primo episodio c’è una scena splendida in piazza San Marco: da una piramide di neonati apparentemente morti ne emerge uno vivo. Che vuol dire?

«Non lo so, non lo so. A volte mi vengono queste immagini, le trovo potenti, intense, e decido di metterle, con disinvoltura, perché nascono con un’intuizione istintiva. Poi affiora un collegamento con la storia, una plausibilità che, in questo caso, devo ancora scoprire. Un bambino di sette anni abbandonato ha necessariamente a che vedere con la morte. E quella è una piramide di morte perché quando i tuoi genitori ti abbandonano – non muoiono, ti abbandonano, ed è ancora più doloroso – non c’è niente di più vicino alla morte. Il fatto che Belardo, diventato adulto, esca da questa morte e diventi una guida dei vivi è una specie di resurrezione».

A quanto pare anche le serie tv si sono fatte adulte. Ce n’è qualcuna che le è piaciuta particolarmente?

«Twin Peaks ha rivoluzionato il genere. E recentemente mi sono piaciute molto True Detective e Fargo. È meravigliosa, True Detective, perché indaga la storia dei due poliziotti, le relazioni, le donne, il Delta, ma non mi ricordo chi è morto all’inizio e chi è il colpevole alla fine. Invece mi ricordo l’atmosfera, la fatica di stare al mondo dei personaggi. Forse quel che ho fatto è simile, perché in The Young Pope le storie ci sono, c’è il rapporto tra religione e potere e la buona fede o la malafede che possono segnare questo rapporto; c’è l’eterno conflitto con il segretario di Stato progressista; c’è il vecchio cardinale mentore di Belardo che voleva diventare papa e, quando viene eletto il suo discepolo, cade in depressione, ma poi si rimette in gioco; c’è un accenno alla pedofilia, c’è tanta narrazione che di solito non metto nei miei film, ma non solo quello. Il centro di una serie su delle persone che se la vedono con Dio non può essere solo la trama: sarebbe stata un’occasione sprecata. Perché la cosa che mi piace nelle storie belle è proprio il racconto della fatica di stare al mondo».

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