Judith Hermann Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/judith-hermann/ un blog di approfondimento culturale Mon, 18 Jun 2018 18:11:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Judith Hermann Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/judith-hermann/ 32 32 “L’amore all’inizio”: l’ossessione secondo Judith Hermann https://minimaetmoralia.it/letteratura/lamore-allinizio-lossessione-secondo-judith-hermann/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/lamore-allinizio-lossessione-secondo-judith-hermann/#respond Tue, 19 Jun 2018 06:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37561 Pubblichiamo un pezzo uscito su Repubblica, che ringraziamo.

Cosa succederebbe alle nostre vite se da un giorno all’altro un estraneo si mettesse a guardarci dietro il cancello della nostra casa, reclamando l’unica cosa che sappiamo di non volergli né potergli concedere: il nostro tempo? Tempo di ascoltare un uomo che non conosciamo, tempo di guardarlo negli occhi, accogliere un’alterità folle e indomabile che esige divederci ed essere vista, parlare ed essere ascoltata. Tempo di donare un’identità allo sconosciuto che vuole un posto nella nostra vita, lo reclama come se fosse semplice ottenerlo, come se stesse chiedendo qualsiasi altra piccola cosa.

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Repubblica, che ringraziamo.

Cosa succederebbe alle nostre vite se da un giorno all’altro un estraneo si mettesse a guardarci dietro il cancello della nostra casa, reclamando l’unica cosa che sappiamo di non volergli né potergli concedere: il nostro tempo? Tempo di ascoltare un uomo che non conosciamo, tempo di guardarlo negli occhi, accogliere un’alterità folle e indomabile che esige divederci ed essere vista, parlare ed essere ascoltata. Tempo di donare un’identità allo sconosciuto che vuole un posto nella nostra vita, lo reclama come se fosse semplice ottenerlo, come se stesse chiedendo qualsiasi altra piccola cosa.

Mister Pfister entra nelle giornate di Stella come dentro un sogno, ogni volta che lei è da sola, e lo è spesso: il marito, che fa il muratore, passa lunghi periodi fuori. Mister Pfister è uno stalker, ma L’amore all’inizio non è una storia di denuncia civile, bensì il lento dipanarsi di un’ossessione, è il cedimento di una vita che si incrina perché è già incrinata, il canto della debolezza umana a cui la protagonista non si può sottrarre. È il primo romanzo di Judith Hermann, nata a Berlino nel 1970 e finora talentuosa autrice di racconti; tre sue raccolte sono state pubblicate in Italia, la prima, Casa estiva, più tardi da e/o, fu un caso internazionale, seguirono Nient’altro che fantasmi e Alice, tradotte invece dalle edizioni Socrates: una voce nuova nella tradizione di Carver e del minimalismo portava sulla pagina dettagli di vite di giovani donne, raccontava viaggi, amicizie, legami, sesso e separazioni con una lingua scarna e puntuale, abilissima nel dire nascondendo e nel commuovere situandosi all’opposto del melodramma.

Con L’amore all’inizio Hermann trova posto nel catalogo dell’Orma, una casa editrice che le si confà, dalla grafica e dalle scelte eleganti come il suo narrare. Qui l’immersione nella quotidianità si allunga fino a diventare un’apnea.

La protagonista, Stella,ha trentasette anni, è un’infermiera, vive con il marito Jason, quando lui non è via per lavoro, e con la loro bambina, Ava, di quattro anni. Abitano in una zona residenziale periferica, un regno di pace perfetta per famiglie,dove non succede mai nulla, una moltiplicazione di case di bambola a ridosso della foresta.Un posto attraversato dalle storie, ma in fondo destinato ad assomigliarsi per sempre (“I posti ti cambiano, ma tu non li cambi. Questo quartiere resta uguale a te stesso, che tu ci sia o no”). Il lavoro di Stella è prendersi cura delle persone, degli anziani e dei malati, la sua vita privata consiste nel prendersi cura della figlia e della casa. Sembra che Stella, fuori dall’occuparsi di qualcuno, non sappia esistere, non ne abbia la possibilità o non si sia mai autorizzata a pensare di poterlo fare.

Intanto,il sospetto di un’infelicità silente fa sempre più rumore (“ancora una volta pensa che nella sua vita tutto è troppo vicino. Il lavoro, la casa, l’asilo. Vorrebbe più spazio, distanze da coprire, solo Jason, pensa Stella, è sempre distante, così lontano che non posso raggiungerlo”). La storia comincia con il primo incontro fra Stella e Jason e forma quasi un racconto a sé: si narra in tre pagine scarse la nascita del loro rapporto in aereo, durante un volo, una situazione fuori dal tempo e dallo spazio, ma libera solo in apparenza, perché in quei tragitti obbligatile emozioni ci dominano prendendo solo due strade, paura e bisogno. Stella ha paura di volare e ha bisogno di Jason, che le tiene la mano. Così si conoscono, così forse si innamorano. Lui la richiamerà solo tre settimane più tardi, e lei non gli chiederà mai cosa l’ha spinto a indugiare. Nella pagina successiva li ritroviamo insieme, sono già genitori, sono già una famiglia. Poco dopo, lo sconosciuto irrompe nelle loro vite: bussa, parla, chiede, infila messaggi nella buca.

È uno stalker, è sconosciuto come lo era Jason, ma Stella non è più la ragazza fragile che chiede a un uomo di sostenerla, è una madre, una compagna, la responsabile di una casa. E Mister Pfister non è Jason: non ha occhi rassicuranti e non sorride. O forse è solo che i tempi sono cambiati: quando ha incontrato il marito, Stella è agitata e Jason è stanco, lei viene dal matrimonio di un’amica e sente che da ora in poi dovrà vedersela da sola, lui da una giornata di lavoro, e probabilmente a stare da solo è abituato.

L’amore, quando inizia, è una somma di componenti estranee che dicono tutte la stessa cosa: quelle due persone erano già pronte a iniziare una strada insieme a qualcun altro. L’ossessione, invece, comincia senza nessuna parola a precederla né ad accompagnarla: così Stella non riesce davvero a parlare di Mister Pfister con il marito, e Jason non sarà mai lucido su ciò che sconvolge la moglie. Entrambi si muovono spinti dall’urgenza di coprire il disamore, senza chiamarlo per nome: che riguardi il loro rapporto o il luogo in cui abitano, è una disaffezione da cui non sanno congedarsi. Non subito, almeno. “Cambiare non è un tradimento. E, se lo è, non viene punito” è una delle semplici verità enunciate in questo libro: solo che arriva alla fine, quando qualcosa si è concluso e una nuova epoca sta – forse – per cominciare. Mister Pfister ha smesso di incombere, eppure non è sollievo quello che sentiamo nell’ultima pagina ma una nube scura che non va via neppure quando il pericolo esterno non esiste più, perché, per quanto noi esseri umani ci sforziamo di fare coincidere l’inquietudine e la minaccia, è solo alla seconda che possiamo trovare soluzioni.

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Narrare l’assenza per Judith Hermann https://minimaetmoralia.it/recensioni/narrare-lassenza-per-judith-hermann/ https://minimaetmoralia.it/recensioni/narrare-lassenza-per-judith-hermann/#respond Mon, 09 Jul 2012 12:42:23 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8610 Alice mettendo in ordine i vestiti del suo compagno, morto da poco "trovò una cosa a cui non era preparata - aveva cercato di essere preparata a tutto - qualcosa di piccolo, un po' come se Raymond l'avesse lasciato lì per lei: una bustina di carta stropicciata, di un fornaio, con dentro i resti di un pasticcino alle mandorle a forma di cavallo". Con una citazione quasi smaccata, Judith Hermann scrive una bellissima pagina su questa madeleine a metà, un pezzo per i vivi e un pezzo chi non c'è più. Per farci soffermare sulle uniche cose preziose di cui possiamo parlare: la gioventù con i suoi amori e la vita dopo la morte. Cos'altro? La prima, il tempo perduto con cui facciamo i conti ogni giorno che segue, rimpiangendola, o provando a riparare ai danni che facemmo o subimmo allora. La seconda è ciò che tutto ciò che possiamo sperare di conservare delle persone che abbiamo conosciuto e amato, di chi pensavamo di proteggere, di noi stessi.

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Alice mettendo in ordine i vestiti del suo compagno, morto da poco “trovò una cosa a cui non era preparata – aveva cercato di essere preparata a tutto – qualcosa di piccolo, un po’ come se Raymond l’avesse lasciato lì per lei: una bustina di carta stropicciata, di un fornaio, con dentro i resti di un pasticcino alle mandorle a forma di cavallo”. Con una citazione quasi smaccata, Judith Hermann scrive una bellissima pagina su questa madeleine a metà, un pezzo per i vivi e un pezzo chi non c’è più. Per farci soffermare sulle uniche cose preziose di cui possiamo parlare: la gioventù con i suoi amori e la vita dopo la morte. Cos’altro? La prima, il tempo perduto con cui facciamo i conti ogni giorno che segue, rimpiangendola, o provando a riparare ai danni che facemmo o subimmo allora. La seconda è ciò che tutto ciò che possiamo sperare di conservare delle persone che abbiamo conosciuto e amato, di chi pensavamo di proteggere, di noi stessi.

Nostalgia e attesa sono i due sentimenti esili che costituiscono l’ossatura di questo piccolo romanzo travestito da racconti che è Alice di Judith Hermann. Autrice poco conosciuta in Italia, nonostante il suo primo libro a ventinove anni, Casa estiva, più tardi sia stato un caso internazionale e il suo secondo Nient’altro che fantasmi abbia mantenuto le promesse di una scrittura matura già al suo esordio. Essenziale, questa è la parola più semplice per definirla. Essenziale per le frasi tutte all’indicativo, i dialoghi composti di sostantivi, un’attenzione fotografica al mondo della natura (le descrizioni occupano la metà di questi racconti)… Ma essenziale perché tutto quello che ha pubblicato finora sono nemmeno una ventina di racconti, 400 pagine in quindici anni; di recente Franco Cordelli l’ha giustamente inserita in un piccolo canone che per lui va da Julia Franck a Elfriede Jelinek, ma i nomi che le vanno affiancati sono anche quelli della narrativa americana degli anni ’80 sui quali Hermann si è dichiaratamente formata, Carver, Cheever, Ford…

Del resto, per capire in che mondo letterario siamo, leggiamo anche solo l’incipit del primo racconto diAlice.

“Ma Micha non era morto. Non nella notte tra il lunedì e il martedì, e neppure in quella tra il martedì e il mercoledì, probabilmente sarebbe morto mercoledì sera o nella notte tra il mercoledì e il giovedì. Alice ricordava di aver sentito dire che la maggior parte delle persone muore di notte. I medici non dicevano più nulla, alzavano le spalle e allargavano le braccia, le mani aperte, disinfettate. «Non c’è niente da fare. Ci dispiace»”. Alice, Maja e la figlia di Maja dovevano dunque trovarsi un nuovo alloggio. Un’altra casa per le vacanze, perché Micha non riusciva a morire, e la casa attuale era troppo piccola.”

Micha è stato un amante di Alice, a cui ora il destino chiede di condividere con la nuova compagna Maja e la figlia di lei il capezzale. La morte ci obbliga a stazionare. Le storie che a noi viene chiesto di condividere sono quelle di cinque uomini fondamentali della vita di Alice raccontati a partire dalla loro morte. Oltre Micha, c’è Malte il fratello morto suicida quarant’anni fa ritrovato attraverso le parole del vecchio partner di lui, gli amici Conrad e Richard, Raymond il compagno di tutta la vita… Non sappiamo molto della vita né di lei né degli altri, ma allo stesso tempo sappiamo moltissimo, il massimo che ci è concesso di sapere quando siamo vicini al mistero della morte. Così, quasi senza che ce ne accorgiamo, i racconti che compongono Alice, si mostrano come capitoli di un romanzo di formazione: fermi immagine, stazioni. L’epifania sottintesa che finisce per esserci rivelata davanti alla morte è che la nostra identità è composta della stessa materia delle persone che abbiamo amato. Le smorfie che accompagnano una malattia terminale, i ricordi che ci vengono affidati in eredità, le volte che abbiamo pensato che chi ci ha lasciato in realtà non ci ha veramente lasciato, le meravigliose pagine che Hermann scrive sugli istanti che accadono dopo che un’agonia è finita, il destino di qualcuno si è compiuto, e si resta in una stanza con lo stupore assurdo di essere rimasti noi dalla parte dei vivi, a non saperci che fare di quelle parole che più le pronunciamo più diventano incomprensibili: “Micha è morto”, “Conrad è morto”, “Raymond è morto”…

C’è un’altra scena in cui Alice si prova a confrontare con questo enigma, il legame tra qui e dopo che si spezza. “Aveva fatto una domanda a Raymond: “Preferiresti morire prima o dopo di me?”. “Dopo di te, credo”, aveva risposto Raymond. Ci aveva messo un po’ a rispondere, come trovasse assurda la domanda in sé. Perché? Non ne era del tutto sicuro. “E tu?”. Lei aveva scosso la testa e lo aveva bloccato premendogli una mano sulla bocca. Non era stata capace di rispondere”.

Se si pensa alla proliferazione anche in classifica di storie che cannibalizzano la nostra capacità di commuoverci di fronte alla scomparsa di chi c’è caro, che ci ricattano con il dolorismo, Alice sembra veramente fermarsi molto più indietro. Questo è un straordinario libro sul mistero. Se restiamo abbacinati davanti alla morte, ci domanda, perché non dovremmo esserlo davanti alla vita?

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