Judith Schalansky Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/judith-schalansky/ un blog di approfondimento culturale Wed, 25 Mar 2020 11:03:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Judith Schalansky Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/judith-schalansky/ 32 32 Il passato è un bel posto dove stare: Judith Schalansky e l’Inventario di alcune cose perdute https://minimaetmoralia.it/libri/inventario-di-alcune-cose-perdute-di-judith-schalansky/ https://minimaetmoralia.it/libri/inventario-di-alcune-cose-perdute-di-judith-schalansky/#respond Wed, 25 Mar 2020 13:00:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42776 Scrittrice, tipografa e designer tedesca, Judith Schalansky conosce bene la nostalgia che si può provare nei confronti di qualcosa che non si è mai conosciuto, la mancanza fantasmatica che si avverte talvolta a dispetto dell’esperienza. E se davvero ciò che chiamiamo “tempo” non è nient’altro che una convenzione che utilizziamo per ordinare il mondo e provare a trovare un posto al suo interno, il suo Inventario di alcune cose perdute (nottetempo, traduzione di Flavia Pantanella) è un esercizio di memoria retrospettiva.

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Scrittrice, tipografa e designer tedesca, Judith Schalansky conosce bene la nostalgia che si può provare nei confronti di qualcosa che non si è mai conosciuto, la mancanza fantasmatica che si avverte talvolta a dispetto dell’esperienza. E se davvero ciò che chiamiamo “tempo” non è nient’altro che una convenzione che utilizziamo per ordinare il mondo e provare a trovare un posto al suo interno, il suo Inventario di alcune cose perdute (nottetempo, traduzione di Flavia Pantanella) è un esercizio di memoria retrospettiva.

«J’ai plus de souvenirs que si j’avais mille ans», scriveva Baudelaire aprendo il suo settantesimo spleen. Ma di questo mondo che possiede davvero miliardi di ricordi – una quantità maggiore di quanto saremmo mai in grado di quantificare – conosciamo appena una storia parziale, fondata su un’enorme mole di rovine che testimoniano l’esistenza di un passato inconcepibile nelle sue reali e totali fattezze; un passato a cui questo libro-amuleto prova a riconnetterci.

L’Inventario è un osservatorio portatile che illumina e riscopre i movimenti di un universo in continua dissoluzione e trasformazione, in cui sono seminati miriadi di indizi di un tempo che, se non è più nostro come spazio abitabile, ci appartiene comunque da sempre: un’eredità esoterica.

La scrittura ibrida di Schalansky, a metà tra il saggio e la prosa immaginifica, prova a svelarne alcuni segreti utilizzando il fascino dell’antichità per penetrare in una serie di fascinazioni: animali estinti, oggetti andati smarriti, edifici corrosi e umiliati dal tempo, poesie dimenticate o distrutte. Ma è anche una guida per esploratori del passato che non temono di abitare dimensioni parallele, uno strumento che permette di esplorare regioni remotissime, a patto che si accetti la «totale irrilevanza» del ruolo dell’uomo nel generale contesto.

Se il presente, come i coralli, si fonda sempre su qualcosa che sta affondando, quest’Inventario dimostra che è utile e necessario che qualcosa si smarrisca definitivamente, o vada perduto come le informazioni che il nostro cervello distrugge e sostituisce di continuo nel tentativo di sgombrare ciò che non ha più ragione di esistere, affinché la memoria resti uno spazio rinnovabile.

«La distinzione tra presenza e assenza può essere marginale finché esiste la memoria», scrive Schalansky, che nella sua mappa sviluppa questo concetto e traccia le sembianze di un passato perduto nel tentativo di rivitalizzarlo. Così, come ci aggiriamo tra i marmi antichissimi che un tempo non erano bianchi ma colorati, riviviamo nell’arena dei gladiatori della Roma imperiale per assistere al combattimento dell’ultima tigre del Caspio, siamo coinvolti nel tumulto generato dalle scandalose poesie di Saffo in una piccola isola a largo del Mediterraneo, o assistiamo impotenti alla dissoluzione di edifici progettati per accogliere il passaggio di importanti famiglie nobiliari, cancellato in tutta fretta dai capricci della natura. E in questa combinazione di cartoline di un altrove e di un momento “altro”, l’Inventario ricrea una combinazione che frantuma il tempo.

E se la memoria del mondo è più remota ancora del nostro approssimativo concetto di “antichità”, questo libro ci insegna come smagliare e deformare la nostra, come esercitare la nostalgia ma anche come guardare al futuro con curiosità; ci concede il mistero intrigante di qualcosa che non può tornare e ci ricorda che niente è perduto davvero per sempre.

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Intervista a Judith Schalansky https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-judith-schalansky/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-judith-schalansky/#comments Tue, 22 Apr 2014 14:26:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20176 Questa intervista è uscita su Flair a ottobre 2013.

In greco antico “tele”significa “lontano”. Parole come “televisione” o “telematico” rimandano proprio a una distanza che si accorcia grazie alla tecnologia: quello che era lontano oggi è più sempre vicino, disintegrando così gli spazi e i tempi della lontananza; ogni luogo è ormai accessibile, a portata di telecomando, o di Google Earth. Ma “lontano” è solo un’idea astratta, e spesso ce ne dimentichiamo. “Sull’infinita Terra sferica, ogni punto può diventare il centro”, dice Judith Schalansky. “Lontano” è un’invenzione che serve a stabilire un confine tra noi e il resto del mondo: si può raccontare la storia del mondo intero attraverso delle isole sperdute, luoghi reali e surreali allo stesso tempo”.

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Questa intervista è uscita su Flair a ottobre 2013. (Fonte immagine)

In greco antico “tele”significa “lontano”. Parole come “televisione” o “telematico” rimandano proprio a una distanza che si accorcia grazie alla tecnologia: quello che era lontano oggi è più sempre vicino, disintegrando così gli spazi e i tempi della lontananza; ogni luogo è ormai accessibile, a portata di telecomando, o di Google Earth. Ma “lontano” è solo un’idea astratta, e spesso ce ne dimentichiamo. “Sull’infinita Terra sferica, ogni punto può diventare il centro”, dice Judith Schalansky. “Lontano” è un’invenzione che serve a stabilire un confine tra noi e il resto del mondo: si può raccontare la storia del mondo intero attraverso delle isole sperdute, luoghi reali e surreali allo stesso tempo”.

Cresciuta a Berlino Est negli anni Ottanta, Schalansky ha passato l’infanzia a sognare posti dove non era permesso andare; da grande ha condensato il suo desiderio dell’altrove in un libro onirico e favoloso, un vero e proprio “Atlante delle isole remote. Cinquanta isole dove sono mai stata e mai andrò” (Bompiani).

Una sorta di epica della lontananza. È d’accordo?

Sì, assolutamenteTutti noi idealizziamo l’isola sperduta, la consideriamo un luogo di pace, lontano dallo stress quotidiano. Quando ero piccola, andavo tutte le estati sul Mar Baltico a casa dei miei nonni che vivevano sull’isola di Usedom. L’isola era collegata alla terraferma da due ponti. Per una ragazzina dall’animo romantico non era una vera isola! Lo era invece quella del faro, un minuscolo scoglio vicino alla costa. Morivo dalla voglia di andarci. Ma non si poteva, era territorio proibito, come il Muro di Berlino. Qualche anno fa sono andata a visitare l’isoletta: un posto incantevole, una vista strepitosa, con il rumore del mare che arrivava da ogni parte. Ma quando sono salita sul faro, mi sono sentita improvvisamente sola e triste. Non sarei rimasta lì un minuto di più.

“Può darsi che il paradiso sia un’isola. Lo è anche l’inferno”, scrive. In che senso?

Le isole remote, soprattutto quelle del Pacifico, sono per natura prigioni, circondate dalle mura di un mare ostinatamente presente; lontane dalle rotte commerciali, sono luoghi adatti per raccogliervi tutto ciò che è indesiderato, anomalo. E in quei piccoli continenti, lontano dagli occhi del mondo, è facile violare i diritti internazionali. Pensiamo alle misteriose morti infantili a St. Kilda, o alla prassi dell’uccisione dei bambini a Tikopia, due isolette sperdute nel Pacifico.

Quest’immenso oceano… che sembra quasi un grande romanzo.

Quando guardi un mappamondo sembra che il Pacifico stia sul retro del globo. Vedi una massa enorme di acqua con questi puntini di terra disseminati qua e là: diversi linguaggi, diverse visioni. Il Pacifico è tante piccole storie diverse. Direi che assomiglia di più una lunga raccolta di racconti che un romanzo. Il romanzo è più un genere “continentale”.

Ma non c’è un fil rouge di abitudini, costume e folkore che unisca le sue migliaia di isole?

È tutto molto diverso dal nostro modo di pensare. Ho la sensazione che ogni isola sia diversa dall’altra. Ma è possibile sia la mia fantasia a lavorare, più che la realtà.

A proposito: lei dice che “la realtà è sopravvalutata”. Meglio sognare sulle carte?

Viaggiare è istruttivo. Ma non bisogna andare a Venezia per scrivere di Venezia. Se il mondo non fosse stato ancora scoperto, sarei diventata un’esploratrice. Ma, visto che oggi è tutto così accessibile, non ho altra scelta che stare a casa e scrivere.

Alcune delle isole di cui parla stanno scomparendo a causa del cambiamento climatico: il mare le mangia via lentamente. Scriverà un “Atlante delle isole scomparse”?

No, che malinconia… Ma è vero. Il mio atlante non è solo quello di un mondo sperduto, ma anche quello di un mondo che sparisce a poco a poco.

Sembra che realtà e finzione siano molto ben intrecciate nell’Oceano Pacifico: dal disastro di Fukushima all’ultimo film di Guillermo del Toro “Pacific Rim”, dal pittore Paul Gauguin che fece di Tahiti il suo atelier al leggendario Bounty con tre diverse versione cinematografiche… Perché?

Proprio a causa della sua “sperdutezza” – almeno dal punto di vista della terraferma – che è perfetta per qualsiasi idea, da quella in stile “paradiso terrestre” ad altre più crudeli. Marlon Brando diceva ne “Gli ammutinati del Bounty”: “In Inghilterra siamo rinchiusi, qui siamo esclusi”. Ma come ho sempre detto questo è una visione totalmente europea del Pacifico. Sarebbe molto più interessante saper cosa pensa la gente delle isole del Pacifico di questo strano piccolo borioso continente che è l’Europa.

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