Julia Kristeva Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/julia-kristeva/ un blog di approfondimento culturale Wed, 23 Nov 2016 00:28:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Julia Kristeva Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/julia-kristeva/ 32 32 L’Album inedito di Roland Barthes https://minimaetmoralia.it/libri/lalbum-inedito-roland-barthes/ https://minimaetmoralia.it/libri/lalbum-inedito-roland-barthes/#comments Wed, 23 Nov 2016 07:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32883 All'interno delle principesche manifestazioni che lo scorso anno hanno celebrato il centenario della nascita di Roland Barthes, inclusa una superba mostra di manoscritti e lettere al museo Pompidou, l'editore Seuil ha pubblicato Album, a cura di Eric Marty: si tratta di un libro che riunisce inediti, immagini, documenti, archivi e lettere che, al di là della loro ovvia eterogeneità, costituiscono un'importante via di lettura dell'opera del semiologo francese.

Come sempre, non in ogni momento in primo piano, ma comunque sempre con arguzia tra le linee dei molti documenti qui raccolti, l'attenzione di Barthes si sofferma sulla lingua e sul linguaggio, forse il luogo dove il suo pensiero si è fatto più originale, certamente una risorsa ancora attuale: perché Roland Barthes, già da giovanissimo, aveva intuito il potere e la pericolosità del linguaggio e così, attraverso la ricerca linguistica che segnerà tutta la sua vita, tenterà di farne uno strumento di ripudio e sconfessione di quel potere che al suo interno tutto comprende.

L'articolo L’Album inedito di Roland Barthes proviene da Minima et Moralia.

]]>
barthes

All’interno delle principesche manifestazioni che lo scorso anno hanno celebrato il centenario della nascita di Roland Barthes, inclusa una superba mostra di manoscritti e lettere al museo Pompidou, l’editore Seuil ha pubblicato Album, a cura di Eric Marty: si tratta di un libro che riunisce inediti, immagini, documenti, archivi e lettere che, al di là della loro ovvia eterogeneità, costituiscono un’importante via di lettura dell’opera del semiologo francese.

Come sempre, non in ogni momento in primo piano, ma comunque sempre con arguzia tra le linee dei molti documenti qui raccolti, l’attenzione di Barthes si sofferma sulla lingua e sul linguaggio, forse il luogo dove il suo pensiero si è fatto più originale, certamente una risorsa ancora attuale: perché Roland Barthes, già da giovanissimo, aveva intuito il potere e la pericolosità del linguaggio e così, attraverso la ricerca linguistica che segnerà tutta la sua vita, tenterà di farne uno strumento di ripudio e sconfessione di quel potere che al suo interno tutto comprende.

Il Saggiatore, con una puntualità invidiabile che conferma ancora l’ottimo lavoro nel panorama italiano degli ultimi anni, ha tradotto il volume (la traduzione molto accurata è di Deborah Borca) e permette così al lettore italiano di addentrarsi in questo poderoso puzzle di quasi 500 pagine che racchiude non solo il pensiero di Roland Barthes, ma anche il suo modo di porsi nei confronti di ammiratori, amici o colleghi, ben esemplificato dagli inediti qui raccolti, ma soprattutto dalle lettere (tra gli altri a René Char, Georges Perec, Jacques Derrida, Jean Cayrol e Antoine Compagnon) che costituiscono forse la parte più interessante del libro.

Il curatore Eric Marty, si sofferma proprio su questo aspetto: «Bisogna tenere conto peraltro – scrive Éric Marty nella prefazione al volume – che Barthes è forse uno degli ultimi autori in grado di produrre una corrispondenza postuma, visto che l’atto di scrivere, dopo la sua morte, e la progressiva scomparsa delle lettere hanno reso la pratica epistolare un gesto del passato». In questo sta la ricchezza e la bellezza delle sezioni che riportano i carteggi, perché, come aggiunge Marty, è proprio questo aspetto, il fatto di essere quello di Barthes uno degli ultimi carteggi, che conferisce alle lettere del critico un’aura di tempo ritrovato, per rubare le parole all’amato Proust. Inoltre in queste lettere, come ha notato Giorgio Fontana, si può rintracciare anche una certa idea di cosa significa questo particolare tipo di scrittura: scrittura come comunicazione fra due persone, che vive di un tempo lungo che si incarna nelle attese talvolta febbrili, scrittura come scambio privato di riflessioni e pensieri.

In generale in Album troviamo proprio tutto Barthes, ed è anche per questo che può essere un ottimo viatico per addentrarsi nell’opera dello scrittore: si trova il critico teatrale, il fine lettore, ma anche lo scrittore dallo spirito più sociologico o da semiologo.

Ma forse, il fattore decisivo per opere come questa, sta nel chiedersi a chi si rivolge, o dovrebbe rivolgersi questa raccolta di scritti. Il punto forse più importante, come già sottolineato da altri in altre occasioni, è quello di non lasciare che il libro parli solo agli addetti ai lavori o ai nostalgici ammiratori dello scrittore francese, perché in queste pagine sono contenuti spunti e idee su insegnamento, critica letteraria e umanità che meritano la più ampia diffusione.

Roland Barthes è un personaggio di un’altra epoca, lo si constata leggendo le lettere, è l’uomo della gentilezza anche all’interno della polemica, è l’uomo della disponibilità verso chi chiede consiglio, ed è il maestro, nel senso meno autoritario possibile del termine, sotto cui sono cresciuti intellettuali delle generazioni successive (una su tutti Julia Kristeva: Album riporta la lettera che Barthes le scrisse dopo l’uscita di Semeiotiké dove le scrive di essere «inquietato, trasformato, conquistato» dal testo, e si preoccupa, come un tenero padre, per la sua salute: «vorrei dirle inoltre che sono preoccupato per la sua salute: sono sicuro che lei non si riposa abbastanza; dovrebbe prendersi due mesi di pausa in un centro di riposo»).

Le lettere più commoventi sono quelle che Barthes scrive negli anni della sua formazione, sono lettere segnate dalla malattia, dalla tubercolosi e dai ricoveri in sanatorio. Scrive Roland Barthes, proprio durante un ricovero, ad un amico, con toni quasi proustiani, e non è un caso che la lettura della Recherche di situi proprio in uno dei lunghi momenti di malattia: «Ho ereditato la psicologia del malato: un’inezia mi spaventa, un’inezia mi calma. La giornata trascorre in deduzioni, a cercare correlazioni tra sintomi e cause esterne. La tubercolosi è una condizione grave attraverso cui – sia nei fatti, sia nell’immaginazione – si giunge ben presto alla morte».

Da questo punto di vista è particolarmente impressionante lo scritto dal titolo Abbozzo di una società sanatoriale che, partendo dall’esperienza personale del sanatorio, finisce per analizzare i sentimenti di socievolezza volontaria che animano l’uomo: «In una società sanatoriale – scrive Barthes – tutto contribuisce a portare l’uomo a una situazione definita che si fregia degli attributi di una società autentica». Barthes prosegue analizzando il ruolo dei medici, che installano «regole paternalistiche», della «cricca, banda o squadra», che porta ad una «condizione quasi feudale della società», fino però a valutare in maniera lucida, e probabilmente anche dolorosa, come si tratti di un «luogo che vive su se stesso, riservato a coloro che lo abitano», chiudendo con insofferenza su un dubbio non difficile da sciogliere: «che i sanatori siano delle grandi famiglie è fuori di dubbio. Ma, se siamo obbligati a frequentarlo, dobbiamo farci complici di una familiarizzazione tanto allegra della malattia?».

Il volume si chiude con gli schemi, riprodotti in anastatica, così come alcune delle lettere sparse tra le pagine del libro, dell’ambizioso progetto narrativo che Roland Barthes non riuscì mai a concludere, intitolato, in maniera apertamente dantesca, Vita Nova. Il progetto, squisitamente narrativo e di cui si può rintracciare un prodromo in Barthes di Roland Barthes, doveva essere diviso in otto sezioni: il sommario che è arrivato a noi, comprende «Incidenti, in Marocco di recente…», «Serate parigine» e «Diario di lutto».

Su quest’ultima sezione in particolare Barthes già si era concentrato, tenendo appunto un diario dei suoi due lutti, il primo quello del padre in età infantile, l’altro, ben più pesante e in età adulta, della madre. Il lutto per la perdita della madre, sarà il soggetto di Dove lei non è, uno dei libri più personali e penetranti di Roland Barthes, la straziante cronaca di una vita che a causa di una morte è costretta a cambiare e a riorganizzarsi («non avere nessuno a casa a cui poter dire: tornerò alla tale ora, o a cui poter telefonare», scrive in un passaggio Barthes).

Ma il libro, purtroppo un po’ dimenticato dai lettori barthesiani, contiene un carattere fondamentale della sua opera: non è possibile dividere narrazione e critica, e così la riflessione sulla morte della madre diventa il luogo dell’accusa al linguaggio per la sua incapacità di dire la morte. E in questo senso vanno letti anche i grandi libri di Barthes come La camera chiara o Il grado zero della scrittura, non come dei semplici saggi ma come dei grandi romanzi sulla fotografia o sulle narrazioni.

Album è una pubblicazione molto preziosa, un tesoro attraverso il quale entrare nella vita di Barthes: più volte all’interno di queste lettere Roland Barthes parla del suo romanzo, alternando momenti di frenesia con altri di depressione, e il progetto della Vita Nova ne è la testimonianza più lampante; un desiderio di scrittura imperituro e mai realizzato.

Ma non è forse anche questa raccolta un romanzo, certo bizzarro e frammentario, della fenomenologia amorosa del suo autore?

L'articolo L’Album inedito di Roland Barthes proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/lalbum-inedito-roland-barthes/feed/ 1
Ballando nudi nel campo tra le discipline – alcune riflessioni su “100 Global Minds” di Gianluigi Ricuperati https://minimaetmoralia.it/arte/100-global-minds-di-gianluigi-ricuperati/ https://minimaetmoralia.it/arte/100-global-minds-di-gianluigi-ricuperati/#comments Mon, 28 Dec 2015 06:00:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29465 – La transdisciplinarità è complementare all’approccio disciplinare; fa emergere nuovi dati dall’incontro tra discipline, che fanno da snodo fra di esse; ci offre una nuova visione della realtà. La transdisciplinarità non punta al dominio su più discipline, ma alla loro apertura a ciò che le accomuna e a ciò che sta oltre di esse. – […]

L'articolo Ballando nudi nel campo tra le discipline – alcune riflessioni su “100 Global Minds” di Gianluigi Ricuperati proviene da Minima et Moralia.

]]>
Klat_100_Global_Minds_cover


– La transdisciplinarità è complementare all’approccio disciplinare; fa emergere nuovi dati dall’incontro tra discipline, che fanno da snodo fra di esse; ci offre una nuova visione della realtà. La transdisciplinarità non punta al dominio su più discipline, ma alla loro apertura a ciò che le accomuna e a ciò che sta oltre di esse.

– La chiave di volta della transdisciplinarità risiede nell’unificazione semantica e fattuale dei significati che attraversano le discipline e stanno oltre di esse. Essa presuppone il riesame delle nozioni di “definizione” e “oggettività”. Un eccesso di formalismo e la pretesa di un’oggettività assoluta che comporti l’esclusione del soggetto possono solo avere effetti inaridenti.

– La visione transdisciplinare supera il campo delle scienze esatte e chiede loro dialogo e riconciliazione con discipline umanistiche e scienze sociali, così come con l’arte, la letteratura, la poesia e l’esperienza spirituale.

Articoli 3, 4 e 5 del Manifesto della Transdisciplinarità 
(L. de Freitas, E. Morin, B. Nicolescu)

~

Una delle prime volte in cui mi è capitato di parlare di libri con Gianluigi Ricuperati siamo finiti ben presto, ed entrambi, su un nome, quello dell’inglese Tom McCarthy. Entrambi avevamo una considerevole ammirazione per l’autore di Remainder, C., Tin tin e il segreto della letteratura e il recente Satin island. Di lui ci piaceva la freschezza strutturale, il rapporto spigliato ma coinvolto con la metafisica e la sua abilità nel muoversi tra letteratura e arte contemporanea (caso o sincronicità vogliono, del resto, che i suoi due omonimi più celebri siano lo scrittore Cormac e l’artista visuale Paul), anzi una vocazione alla transdisciplinarità* che andava oltre il suo impegno su tale doppio fronte: nei suoi libri vengono sempre, e programmaticamente, lanciati raggi conoscitivi attraverso le discipline – in Satin island, ad esempio, l’intera suggestione prende le mosse dall’antropologia e dalla figura di Claude Lévy-Strauss. ecc5f-beckbooks003Ma c’è di più: per un puro caso, dovuto alla sordità che a volte l’editoria mostra rispetto a ciò che è troppo nuovo, il suo Remainder – in Italia uscito come Déjà-vu per ISBN – inizialmente rifiutato da tutti gli editori e rimasto nel limbo per quattro anni, è uscito per Metronome, un editore no-profit di libri d’artista, in una tiratura di 750 copie distribuite nei bookshop dei musei di arte contemporanea. Da lì è emerso lentamente, costruendosi un piccolo seguito di qualità, fino a diventare un classico contemporaneo (addirittura la BBC lo ha messo al 35° posto tra i romanzi inglesi di tutti i tempi, sopra a Swift, Carroll e Sterne – hype, certo, se non proprio deliberata volontà di sparigliare, ma comunque ennesimo segno del fatto che si tratta di un libro destinato a rimanere).

Incrociare le discipline, ci insegna la vicenda McCarthy, non è solo questione tematica, ma a volte diventa anche strutturale. Fare un libro non significa solo scriverlo, ma anche inserirlo in determinati percorsi produttivi, distributivi e di lettura, e praticare qualunque disciplina significa anche collocarsi in un determinato punto della storia della medesima e del suo dialogo con le altre.

Proprio parlando con Tom McCarthy, nel corso di un incontro svoltosi nell’ambito del festival Von Rezzori, emerse la questione del rapporto tra produzione artistica e valore economico, molto diverso nell’arte contemporanea e nella letteratura. Se in quest’ultima, governata oggi dal sistema editoriale, il venduto è l’unico fattore a definire le entrate dell’autore, e quindi per certi versi il ‘valore’ grezzo della sua produzione almeno sul breve e medio periodo, il sistema dell’arte contemporanea ha saputo creare, sia pure con sue proprie storture, dispositivi di attribuzione di valore indipendenti dalla risposta del pubblico di massa. Di fronte a un campo editoriale in cui l’aggettivo ‘letterario’ è divenuto quasi indicatore di un problema, e quindi al rischio di trovarsi in futuro in cui la fiction con qualche ambizione sarà relegata, nei cataloghi e nelle librerie, allo spazio che ha oggi la poesia, non suonerà strano chiedersi se il mondo letterario non debba provare a guardare a quello dell’arte per creare dispositivi di emersione della qualità assoluta, e di sostentamento di chi ne produce, svincolati dal mercato di massa. calasso

È solo una delle tante suggestioni che emergono sfogliando 100 Global Minds, il singolare volume curato da Ricuperati per l’irlandese Roads Publishing (con i disegni di David Johnson), sorta di repertorio di pensatori globali, selezionati in quanto cross-disciplinari nell’approccio o nell’influenza del loro lavoro. Il fatto che si tratti di un coffee-table book, ovvero di un librone grosso, quasi quadrato, rilegato fuori e patinato dentro, oltre che interamente illustrato, può sembrare una scelta vezzosa ma visto il tema è, viceversa, completamente aderente all’obiettivo. Invece di guardare dipinti lowbrow o mappe d’epoca o fotografie di oggetti di design (se non proprio di tavolini da caffè, come nel Coffee table coffee table book di Payne e Zemaitis), qui si guardano ritratti di pensatori (realizzati a pennino, come in trasparenza, con macchie acquarellate di vari colori ampiamente fuoriuscenti dal contorno di ogni volto, a rimandare all’ibridazione, ma anche alle macchie di Rorschach, come a suggerire il tracciamento di un subconscio rizomatico del mondo attuale), affiancati da una frase del personaggio a cui è dedicata la pagina e dalla sua biografia: il risultato è che riflettendo sul loro percorso, ci si trova a riflettere sul nostro.

Una possibile obiezione: ma le informazioni su questa gente le posso trovare in qualunque momento su Internet. Vero. Ma le cercherei? Le ho cercate? Oggi più che mai lo scopo dei libri è fungere da filtro, aggregatore, modello di relazione tra aspetti della realtà. Vale per un libro come 100 Global Minds ma anche per i romanzi. La letteratura sta cambiando, e non nel senso ristretto annunciato dai profeti dell’e-book e del self-publishing: scrivere romanzi nell’epoca della massima e istantanea disponibilità di dati significa, appunto, e ancor più di prima, assumersi la responsabilità di scomporre, ricomporre, fornire mappe coerenti e flessibili della realtà, all’interno del singolo libro e tra più libri.

A volte, per via anche di storture recenti ma in fin dei conti già superate di un mercato che vorrebbe appiattire a prodotto anche l’autore, pare che non si possa neanche essere multidisciplinari all’interno della letteratura: il fatto che qualcuno possa scrivere, oltre a romanzi per così dire ‘letterari’, romanzi di genere, romanzi a più mani e romanzi ibridi (come se tutti i romanzi non fossero già ibridi per definizione) pare ancora qualcosa in grado di gettare nello stupore una parte degli addetti ai lavori, quasi che fosse intrinsecamente impossibile – allo stesso modo in cui, in epoca precedente solo all’affermazione, ma anche all’inevitabilità, del lavoro cross-, multi-, inter- e trans- disciplinare, lo sembrava l’ibridare nel proprio lavoro antropologia e arte, design e sociologia, musica e programmazione e architettura… neri_oxman

100 Global Minds è di fatto un catalogo: l’invito che porge il volume è a scoprire ciascuno dei personaggi ivi presentati per poi approfondirlo per contro proprio, ma anche a prendere coscienza delle barriere rotte da ciascuno di loro, così da aprire alla possibilità di simili e ulteriori rotture. Un catalogo, e un prisma: la selezione e la giustapposizione di questi nomi e volti suggerisce infatti una determinata visione del mondo attuale e di quello a venire. La scelta effettuata non segue infatti parametri scientifici o anche solo quantitativi (per quanto a margine del libro si trovi la rappresentazione grafica dei risultati dell’algoritmo progettato da Francesco Vaccarino per misurare la presenza del nome di ciascun pensatore in ambiti diversi dal proprio, che ha fornito un primo asse intorno a cui lavorare): al di là dei nudi dati, Ricuperati procede allo stesso modo in cui si procede scrivendo un romanzo, ovvero per suggestioni scelte sopra le altre in base all’autorità del flusso autoriale.

In 100 Global Minds troviamo Julia Kristeva e Enzo Mari, Ai Weiwei e Giorgio Agamben, Laurie Anderson, Wes Anderson e Paul Thomas Anderson, visionari di ieri come Bruce Sterling e di oggi come Neri Oxman, e ancora Roberto Calasso e Brian Eno (interdisciplinare anche nelle soluzioni ai problemi: le sue oblique cards, piccolo I-Ching per artisti, sono utili tanto quando si compone musica che quando si scrive un romanzo), Žižek e Picketty e molti (87) altri, tra cui ovviamente lo stesso McCarthy e svariati altri scrittori.

Perché tanti scrittori? chiede lo stesso Ricuperati nell’introduzione al volume. Perché nel mondo post-letterario scrittori e umanisti, solo apparentemente meno rilevanti, avranno un ruolo anche più significativo di un tempo, dato che il loro compito sarà proprio quello di stare in prima linea a tradurre e fungere da ponte, nodo e collegamento tra una disciplina e l’altra. Un compito che oggi già esplorano col loro lavoro molti esponenti dell’arte contemporanea, altra disciplina che vanta infatti molte presenze in 100 Global Minds.

La libertà di materiali, approcci, temi, uso dello spazio e del tempo raggiunta dalle arti visuali non può non destare l’interesse e l’ammirazione di chiunque lavori con qualunque medium, in qualunque disciplina: anche di chi, come molti dei grandi inclusi nel libro, resta convinto che la letteratura – e in particolare il romanzo, inteso nel senso più ampio possibile – sia ancora lo strumento più potente per rappresentare, interpretare e definire la realtà. Se lo è, ciò avviene anzitutto perché, come aveva a scrivere Georgi Gospodinov, non è ariano: il romanzo nasce e prospera nel meticciato, e fin dalle origini ha svolto, più o meno consapevolmente, tale funzione di ponte tra nozioni, impressioni e aspetti della realtà. Per queste ragioni, l’incontro tra letteratura e arte contemporanea può rappresentare, come è il caso di McCarthy, un primo e più diretto passo verso uno sfondamento di barriere che deve però diffondersi in tutte le direzioni – alcune delle quali sono efficacemente indicate dagli altri esempi portati da 100 Global Minds – e non soltanto all’interno delle opere ma anche nel loro contesto di fruizione.

* vale la pena ricordare che per crossdisciplinare si intende l’approccio a una disciplina con le categorie di un’altra; per multidisciplinare l’uso di più discipline; per interdisciplinare la sintesi e l’uso integrato di più discipline; per transdisciplinare una interdisciplinarità che trascende anche le barriere tra discipline. Per quanto nella stessa dicitura del libro curato da Ricuperati si parli di ‘world’s most daring cross-disciplinary’ thinkers, è evidente che tale capacità di ‘osare’ non è altro che una naturale tensione alla transdisciplinarità.

L'articolo Ballando nudi nel campo tra le discipline – alcune riflessioni su “100 Global Minds” di Gianluigi Ricuperati proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/arte/100-global-minds-di-gianluigi-ricuperati/feed/ 3