Kanye West Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/kanye-west/ un blog di approfondimento culturale Sat, 07 Sep 2019 09:51:46 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Kanye West Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/kanye-west/ 32 32 Dentro il rap americano: intervista a Cesare Alemanni https://minimaetmoralia.it/musica/dentro-rap-americano-intervista-cesare-alemanni/ https://minimaetmoralia.it/musica/dentro-rap-americano-intervista-cesare-alemanni/#respond Wed, 28 Aug 2019 05:30:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40949 Dagli anni Settanta fino ai giorni nostri, dove "giorni nostri" va inteso alla lettera, perché tutto può ancora succedere – e sta succedendo adesso, ancora – la storia dell'hip hop è un enorme calderone ribollente di creatività, riscatto sociale, arti che s'incontrano, personalità esplosive e anche di morte e tragedia. Una vicenda complessa e ritmata, dove i break e gli scratch, i flow e i colpi di pistola e il crack si sono incrociati lungo tutto il vasto ventre americano, generando una quantità di musica prima clandestina e poi via via sempre più planetaria, seducendo generazioni di ascoltatori e cambiando attitudini e stili di vita.

Rendere conto di tutta questa complessità, che contempla oltretutto anche una dose abbondante di controversie e deviazioni, è un affare che richiede idee chiare e grande competenza. Rap: Una storia, due Americhe, il libro di Cesare Alemanni uscito da poco per minimum fax, riesce nell' impresa di trasmettere la densità di questa vicenda ancora in corso, toccando i temi alla base della nascita e dello sviluppo del rap, offrendo una storia completa che comprende individualità e sociologia urbana, fattori esterni e una sana dose di casualità.

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Dagli anni Settanta fino ai giorni nostri, dove “giorni nostri” va inteso alla lettera, perché tutto può ancora succedere – e sta succedendo adesso, ancora – la storia dell’hip hop è un enorme calderone ribollente di creatività, riscatto sociale, arti che s’incontrano, personalità esplosive e anche di morte e tragedia. Una vicenda complessa e ritmata, dove i break e gli scratch, i flow e i colpi di pistola e il crack si sono incrociati lungo tutto il vasto ventre americano, generando una quantità di musica prima clandestina e poi via via sempre più planetaria, seducendo generazioni di ascoltatori e cambiando attitudini e stili di vita.

Rendere conto di tutta questa complessità, che contempla oltretutto anche una dose abbondante di controversie e deviazioni, è un affare che richiede idee chiare e grande competenza. Rap: Una storia, due Americhe, il libro di Cesare Alemanni uscito da poco per minimum fax, riesce nell’ impresa di trasmettere la densità di questa vicenda ancora in corso, toccando i temi alla base della nascita e dello sviluppo del rap, offrendo una storia completa che comprende individualità e sociologia urbana, fattori esterni e una sana dose di casualità. Da LL Cool J a Notorious B.I.G. e Tupac fino a Nas, Wu-Tang Clan e ancora a Kendrick Lamar e Kanye West, il libro di Alemanni illumina con precisione le sterminate sfaccettature prismatiche del rap, consentendo a chi è profano o quasi di entrare in questo mondo, o dando una mano a riordinare le idee di chi bazzica questa musica già da tempo.

Rap. Una storia, due Americhe è il racconto di un genere musicale e della nazione in cui è nato, in un periodo circoscritto dalla fine degli anni Sessanta fino ai giorni nostri. Quali sono le «due Americhe» a cui si riferisce il titolo?

Trattandosi di una musica e di una cultura nate in seno alle comunità afro-americane, le “due Americhe” del titolo non possono che essere l’America bianca e quella nera. Sempre più spesso però assistiamo a fenomeni degenerativi che lasciano pensare che le “due Americhe” in realtà siano ormai semplicemente quelle poste agli estremi della forbice delle disuguaglianze economiche.

Di fatto le comunità rurali caucasiche, storicamente già povere e oggi sempre più impoverite, non si sono mai riprese dalla crisi dei sub-prime e al momento patiscono malattie sociali – le epidemie di tossicodipendenza e “prescription drug”, la disoccupazione diffusa, l’alto tasso di mortalità e incarcerazione, le truffe immobiliari – un tempo considerate endemiche delle minoranze urbane più disagiate.

Quali sono i fattori più importanti che hanno portato alla nascita del rap, e al suo successivo exploit globale? Nel libro fai riferimento a diversi fattori: politici, sociali, ma anche urbanistici.

Sebbene i primi reagenti del rap furono frutto d’intuizioni individuali che potevano anche non verificarsi, alcuni fattori contribuirono a creare condizioni favorevoli alla sua diffusione. Agli albori del genere, lo stato di anomia, autogoverno e pressoché totale abbandono di un quartiere come il South-Bronx degli anni ‘70 favorì, per esempio, la sua diffusione attraverso canali informali come le feste “illegali” di quartiere. A sua volta quella situazione era figlia di precise direttive politiche come il “benign neglect” di nixoniana memoria nonché degli effetti collaterali di pianificazioni urbanistiche, ispirate a principi di edilizia popolare “illuminata”, che un po’ in tutto l’Occidente si sono rivelate fallimentari.

Come si declina l’elemento anti-sistema all’interno di questa storia, e fino a quando è stato prevalente?

Non credo sia mai stato davvero prevalente se non in alcuni isolati esponenti. Credo invece che, anche quando non è esplicitato, il rap abbia per sua natura un carattere politico. Presenta infatti il punto di vista di comunità ai margini che, in quanto tali, hanno accusato, e ancora accusano, in modo più violento delle classi medie i problemi connessi ai modelli di sviluppo socio-economico caratteristici degli ultimi decenni. Con l’aggravante di essere spesso soggette a un razzismo, più o meno occultato o istituzionalizzato a seconda dei contesti, che di fatto negli USA non è mai stato interamente estirpato. Anzi sta ovviamente tornando d’attualità nell’evo trumpiano.

Secondo te qual è stato l’apice creativo dell’hip hop? Dovendo indicare una decina di dischi cruciali, quali sarebbero?

Per gusto personale porrei l’apice nella New York del lustro ’90 – ’95. Dovendo stilare una lista oggettiva di dischi direi Run-D.M.C. dei Run-D.M.C., It Takes A Nation Of Millions… dei Public Enemy, Follow The Leader di Eric B. & Rakim, Straight Outta Compton degli N.W.A., We Can’t Be Stopped dei Geto Boys, The Low End Theory degli A Tribe Called Quest, The Chronic di Dr. Dre, Enter The Wu Tang del Wu Tang, Illmatic di Nas, Ready To Die di Biggie, Aquemini degli OutKast, My Beautiful Dark Twisted Fantasy di Kanye West, Good Kid M.A.A.D. City di Kendrick Lamar, Dirty Sprite 2 di Future. Come per qualunque altra espressione artistica, anche la storia dell’hip-hop è stata comunque fatta da una miriade di personaggi a volte anche secondari. Molti dei quali, nei limiti del possibile, ho cercato di raccontare nel libro.

Il rap è una musica nera, ma come scrivi nel libro a un certo punto ha iniziato a trovare il suo pubblico più folto nei bianchi, spesso nei bianchi figli delle classi medio-alte. Questo fattore ha inciso sull’evoluzione (o involuzione) dell’hip-hop?

Ha sicuramente inciso nella misura in cui – un po’ per voyeurismo e un po’ per una genuina voglia di comprendere una parte d’America all’epoca invisibile – l’interesse di questa fetta di pubblico si è immediatamente indirizzato verso gli esponenti più estremi, violenti e controversi del genere. Con il risultato che le case discografiche hanno cominciato a setacciare i project in cerca di interpreti ancora più estremi, violenti e controversi da promuovere e così via. Il tutto spesso e a scapito di artisti che proponevano una visione più positiva e affermativa dell’esperienza afro-americana contemporanea. In particolare, la comparsa e l’enorme e immediato successo ottenuto a fine anni ’80 dal gangsta-rap losangelino ha rappresentato un punto di svolta e ha finito con l’oscurare moltissimo rap che con il gangsterismo non aveva nulla a che fare.

Il problema è che, una volta spento lo stereo, il ragazzo (bianco o meno) che risiedeva in una tranquilla suburbia middle class tornava (e torna) al suo praticello ben curato mentre, a parte svegliarsi tutti i giorni nella stessa povertà assoluta, il giovane di Compton o Queensbridge che magari, in alcuni casi, voleva pure raccontare qualcosa di diverso dalla realtà complessa e violenta in cui era cresciuto (o raccontarla in modo non necessariamente “estremo”) non aveva altra scelta che adeguarsi allo stereotipo che il mercato gli imponeva. Trovo che la riflessione di rapper come J.Cole e Kendrick Lamar intorno a questa problematica sia molto interessante. Soprattutto perché, a differenza che in passato, finalmente si sposa a delle ottime vendite e a una grande visibilità.

Su Kanye West ti dilunghi in una parte molto interessante del libro. Da quanto hai scritto emerge il ritratto di un genio, di certo con evidenti tratti egomaniaci e sbandate ai limiti del non-sense; al tempo stesso, è come se per te sia stato il liquidatore ultimo, artistico e politico, dell’hip-hop. È così?

Non so se sia così ma di sicuro è, in parte, la mia opinione. Questo anche perché più che un genio considero West un ottimo curatore di idee, dotato oltretutto di un istinto straordinario per lo “zeitgeist”. Grazie a queste qualità, nei 2000 è riuscito a fare alcuni dischi – A Beautiful Dark Twisted Fantasy su tutti – che rappresentavano una specie di summa di tutto ciò che il genere era stato nel corso dei quasi quarant’anni precedenti. Dischi che allo stesso tempo, a posteriori, hanno segnato uno spartiacque tra l’età moderna del rap e quella attuale. La quale, almeno a mio giudizio, è una specie di fase post-moderna e meta-narrativa dell’hip-hop (genere peraltro intrinsecamente post-moderno) anche a causa del passaggio di Kanye.

Concedimi una breve digressione “personale”. Qual è stato il tuo primo incontro con l’hip hop? Ti è piaciuto da subito?

Se parliamo di rap americano: una cassetta prestata da un amico a metà anni ‘90. Mi piacque subito moltissimo anche perché conteneva alcuni pezzi – di Mobb Deep, Nas, Wu Tang Clan, Boot Camp Click – tuttora tra i miei preferiti di sempre. Ricordo che la copiai immediatamente e consumai per settimane.

Il libro si conclude con una frase di certo potente: «Se di rap possiamo ancora parlare», in riferimento a questi ultimissimi anni. Cos’è successo nell’hip hop per portarti a scrivere queste parole? Forse si tratta di un linguaggio musicale ormai saturo, soprattutto per via della sua incarnazione più commerciale e abusata, vale a dire quella che identifichi con il gangsta rap?

A dirla tutto non ho mai dato particolare peso a etichette come commerciale/hardcore, mainstream/underground, puro/svenduto. Molti dei miei dischi rap preferiti hanno venduto milioni di copie (altri meno di un migliaio, ma non per questo li considero più “puri”). Per dire: mentre rispondo a queste domande sto dando un ascolto al nuovo disco di Young Thug, non proprio uno che registra nello scantinato. Per un sacco di anni in Italia si è guardato al rap con un’ottica presa in prestito dal punk o dal mondo del rock indipendente. Un’ottica che può funzionare per certi tipi di rap e di rapper mentre è totalmente fuorviante per altri. Detto questo, le ragioni di quella frase sono prevalentemente di – come dici – “linguaggio musicale”. Starò invecchiando ma trovo difficile considerare “rap” certe cose di Post Malone (per citare uno che vende milioni) o di un produttore come NEDARB (per citare uno che invece si muove più nell’underground).

Rap è anche un racconto per così dire geografico, un giro negli States. Quali sono gli elementi più caratterizzanti per città come New York, Los Angeles, Philadelphia e Atlanta, intendo gli elementi locali che hanno contribuito a generare il rap di quelle zone?

Oltre alle ovvie differenze socio-culturali tra queste città, direi che, essendo il rap un genere che attinge molto da patrimoni passati, sia fondamentale considerare le diverse tradizioni musicali in cui, a seconda dei contesti, mette le radici. Non stupisce quindi che, per esempio, il rap newyorkese negli anni abbia pescato molto dal jazz che storicamente è uno dei sound più caratteristici della Grande Mela. Allo stesso modo in cui artisti nati e cresciuti nelle grandi città del sud – Atlanta, Houston, New Orleans e così via – si sono rivolti invece al blues e allo spiritual che fanno parte del DNA musicale di quella parte d’America.

Non abbiamo ancora affrontato una caratteristica centrale dell’hip hop: la parola, i testi. Quali sono stati (o sono tutt’ora) secondo te gli scrittori più dotati nel rap americano?

Nas, Rakim, Jay-Z, GZA, Biggie, Andre 3000, MF Doom, Tupac, Kendrick, Big L, Black Thought, Kool G Rap, Raekwon, Scarface, Slick Rick, Ice Cube, Eminem, Big Daddy Kane, Chuck D, Earl Sweatshirt, Immortal Technique e sicuramente ne sto dimenticando diversi…

Nel libro non ti sottrai quando si tratta di notare gli aspetti più retrivi del genere. È il caso della raffigurazione delle donne in certo rap. Cosa pensi a questo proposito? Ad esempio, sei particolarmente duro con Eminem.

Penso sia una questione quasi intrattabile. Di fatto è il dilemma con cui chiunque ascolti rap con un po’ di spirito (auto)critico si trova a dover fare i conti e che in passato mi ha anche fatto allontanare, per un paio d’anni, dal genere. Nel libro cerco di raccontare, il più possibile senza moralismi, le ragioni per cui si è affermato un certo tipo di linguaggio a scapito di altri. Alcune hanno, per esempio, a che fare con opportunismi del business della musica imparentati con la domanda che mi hai rivolto poco fa sulla questione del pubblico middle-class. Ciò che scandalizza, molto banalmente vende. Altre hanno invece a che fare con specificità linguistiche e socio-culturali dei contesti da cui molti rapper provengono e di cui sono, a mio modo di vedere, le prime vittime.

Detto questo: dovrebbe esserci una maggiore attenzione? Senz’altro ma dovrebbe partire anche dal pubblico. E inoltre: nasce prima l’uovo o la gallina? È il rap che riflette pensieri tossici che circolerebbero comunque o contribuisce a validarli, diffonderli o addirittura a crearli? È un po’ il “dilemma di Call of Duty”. Io, di mio, posso dire che ho sempre saputo fare la tara tra quello che ascolto e quello che poi penso e faccio nella vita ma posso dire con certezza che un ragazzino di 13 anni sia in grado di fare lo stesso? Il problema esiste e per questo sono stato così critico nel capitolo dedicato Eminem. Parliamo infatti di un rapper che (pur essendo innegabilmente molto abile) sul ricorso a una teatralizzazione tossica dei propri rapporti personali con le donne ha costruito, almeno all’inizio, gran parte del proprio enorme successo.

Nell’introduzione scrivi che il nostro è «un paese di moralismi da rotocalco», notando come per anni l’ascolto del rap è stata una faccenda carbonara. Almeno fino all’exploit che fai coincidere con gli ultimi dieci anni. Come valuti la percezione attuale dell’hip hop in Italia, e cosa ne pensi della scena nazionale attuale? Cosa differenzia il rap italiano da quello americano, esistono punti di contatto tra queste due storie?

Mi sembra che persista ancora una distanza notevole tra il “peso” specifico che ha raggiunto il genere, perlomeno a livello di numeri e popolarità,e lo spazio che gli danno i media “adulti” nonché la competenza con cui lo raccontano. Credo sia una distanza figlia di una concezione, molto nostrana e paternalista, della cultura “popolare”. Riguardo alla scena italiana attuale: non è mai stata così ricca anche se, ultimamente, mi pare un po’ appiattita sulle stesse sonorità.

Di mio: ci sono cose che mi lasciano indifferente e altre che seguo con piacere, tipo la nuova scena napoletana (anche perché trovo che sia un dialetto che si sposa alla perfezione con il rap), La Madame o Massimo Pericolo, il quale, al di là di Sette Miliardi, ha un grande talento nella scrittura. Riguardo ai punti di contatto: storicamente non ne vedo molti…percorsi diversi, contesti diversi, anche se devo dire che oggi, soprattutto a livello di produttori, ci sono talenti in Italia che potrebbero tranquillamente fare il salto oltreoceano.

Verso la fine arrivi alla genesi e all’exploit clamoroso della trap; si può sostenere che in questa fase l’hip hop sia stato quasi fagocitato da un suo sottogenere?

Fagocitato non direi. Sicuramente, soprattutto in Italia, è il sottogenere su cui un po’ tutti si sono adagiati. In America invece dove la scena è esponenzialmente più grande, la trap convive con moltissimi altri modi di intendere e fare rap.

Ammesso che questa storia non sia finita; se dovessi scommettere su due-tre nomi di artisti hip hop di cui sentiremo molto parlare nei prossimi anni, chi indicheresti?

Se intendi che ne sentiremo parlare anche in Italia, non saprei: le logiche con cui le cose americane sfondano qui mi sembrano sempre molto opache ed etero-dirette dalle etichette e dalle solite due o tre radio. Gli artisti che invece vorrei vedere sfondare ancora di più a livello globale sono molti, vecchi e nuovi: da Pusha T a Vince Staples, da Sheck Wes a Sheff G, da CupcaKKe a Benny the Butcher, da Maxo Kream a TakeJay e così via. Il rap americano è davvero un oceano.

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Hai fatto la battuta. Selfcasting e intrattenimento autogestito https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/hai-fatto-la-battuta-selfcasting-e-intrattenimento-autogestito/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/hai-fatto-la-battuta-selfcasting-e-intrattenimento-autogestito/#comments Tue, 20 Oct 2015 05:00:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28787 Questo pezzo è uscito su Link Magazine. (Fonte immagine)

Mi trovo a Charles de Gaulle, in attesa di salire su un aereo diretto a New York. Ieri, su facebook, ho postato uno status in cui dicevo delle cose, vere, con un tono fintamente serio, ma in realtà scherzoso, in un doppio-triplo clin d'œil rivolto ai miei "amici". Tra le righe: sto partendo, per un po' vi toccherà sopportare aggiornamenti monotematici, abbiate pazienza. Like, reazioni, faccine. Le solite cose. Ora sto scorrendo il muro con il pollice. Mi arriva la notifica di un commento al mio status, è uno scrittore che qualche settimana fa ha accettato la mia richiesta di amicizia. Non abbiamo mai interagito. Questa è la prima volta. Il suo commento è: "Esticazzi". Mi crolla il mondo addosso. Si è rotto il patto di non belligeranza che, per quanto mi riguarda, tiene in piedi questa faccenda degli status, dei social, dell'internet, di tutto. Non si fa. Sono offeso.

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Questo pezzo è uscito su Link Magazine. (Fonte immagine)

Mi trovo a Charles de Gaulle, in attesa di salire su un aereo diretto a New York. Ieri, su facebook, ho postato uno status in cui dicevo delle cose, vere, con un tono fintamente serio, ma in realtà scherzoso, in un doppio-triplo clin d’œil rivolto ai miei “amici”. Tra le righe: sto partendo, per un po’ vi toccherà sopportare aggiornamenti monotematici, abbiate pazienza. Like, reazioni, faccine. Le solite cose. Ora sto scorrendo il muro con il pollice. Mi arriva la notifica di un commento al mio status, è uno scrittore che qualche settimana fa ha accettato la mia richiesta di amicizia. Non abbiamo mai interagito. Questa è la prima volta. Il suo commento è: “Esticazzi”. Mi crolla il mondo addosso. Si è rotto il patto di non belligeranza che, per quanto mi riguarda, tiene in piedi questa faccenda degli status, dei social, dell’internet, di tutto. Non si fa. Sono offeso.

Inizio a pensare a un’immediata risposta, ma ogni frase o citazione che mi viene in mente risulta, più o meno, scherzosa. Riesco a immaginare solo delle battute. Vorrei essere efficace, vincente, definitivo, ma, se si capisse che sto rosicando da morire, non me lo perdonerei mai. Imbocco il corridoio che porta all’aereo, e decido di fare l’unica cosa che è nelle mie possibilità: niente. Salgo a bordo e, dopo otto ore, realizzo per la prima volta di avere un problema: sono prigioniero della mia parte divertente. 

Resta con me, non cambiare timeline

È successo questo. A un certo punto mi sono trasformato in una macchina online che produce intrattenimento autogestito. Un selfcasting ininterrotto e allegro a forma mista di: bollettino informativo e vita vera, versione illuminata e più spiritosa di quel che sono, o di come mi percepisco. A metà tra una versione rionale dell’Ansa (“Hanno deviato il percorso del 61 barrato, sapevatevelo“) e una maldestra imitazione di quella rubrica del tg che esalta tutto senza criterio (“Disco dell’anno!” “Aspè, ma non l’avevi già detto cinque minuti fa per quell’altro?”), mi ammazzo di selfie e condivido link in funzione dell’unica cosa che davvero mi interessa: non annoiare il mio pubblico, siano i 237 followers che, a fatica, ho raccattato in tre anni o i cento milioni di osservatori del Cerchio, nel futuro distopico immaginato da Dave Eggers. Devo rassicurarli, accontentarli “con le canzoni e le serie tv che piacciono a tutti”, con i riferimenti agli anni ’90, a com’eravamo, a come saremo: tranquilli, parliamo la stessa lingua, cuoricini, Zerocalcare, genio, no genio tu!

Ho organizzato la mia vita online in un palinsesto pieno di battute, battute, battute: conosco le fasce di maggiore ascolto, so quando pubblicare contenuti pesanti (il lunedì mattina; il venerdì pomeriggio è un suicidio) o leggeri (meglio un tweet ogni ora piuttosto che una selva di tweet in un minuto). Più trasversale è la condivisione, più feedback avrò (già, il bellissimo film rumeno che ho visto in anteprima a quel Festival non interessa a nessuno). Se ci fosse un cartello attaccato sulla porta del mio stare in rete, reciterebbe qualcosa del tipo: “Resta con me, non cambiare timeline”. E la via più efficace e rapida per mantenere il mio potere in questa koinè è muovermi con destrezza nella Cornice Scherzosa che qualcuno un giorno creò per poi infilarci dentro ogni pezzo dell’internet.

@SuorCristinaS fa la cover di Like a virgin e @Madonna le scrive “Sisters for life”; la pensionata liveblogga l’elezione del nuovo presidente di questa o quella Repubblica; @shondarhimes prende in giro le proprie fans omofobe; @Femen_France annuncia di aver appena rapito un prete per protesta contro il Papa; la @Cia twitta il fact-checking del film Argo; il calciatore @FinallyMario posta una foto contro il razzismo e viene deferito per razzismo.

Chiunque io sia, ogni giorno, a ogni ora, devo dimostrare di saper stare al mondo, ovvero: essere un bravo umorista, partorire una ventina di ironie differenti a comando, scegliere quando è ora di usare il sarcasmo e quando invece produrre una parodia come si deve. È l’Intenzione Comica, che tutto abbraccia: sta lì, in un angolo, come un docile cagnolino di Pavlov con la salivazione sempre in eccesso, pronta a surfare sul piacere della distrazione, del ludico, e provocarne il contagio; vive di una mancata partecipazione affettiva e di pietà[1], e anzi gode nell’avvilire l’altro, mediante “processi di abbassamento e degradazione”[2]; si fa beffe della non corrispondenza dei codici e delle interferenze comunicative; ha come ambizione ultima il Riso che si nutre di strappi infantili e di hybris; ha la pretesa di poter intervenire sul mondo, di cambiarlo, addirittura, con la sola forza di discorsi comici che si legittimano a vicenda, strutturandosi in calchi e Wtf al cubo. A patto di accettare ciecamente le regole del gioco. Stare dentro la bolla, guai a perdersi i fili degli ipertesti precedenti.

Come nel caso dell’archetipo “
Break The Internet – Kim Kardashian”. Per comprendere appieno il senso di quell’assurda didascalia e delle migliaia di parodie che rotolarono per sempre, come balle di fieno, negli anfratti più desolati del web, non solo bisognava conoscere l’originale, ovvero quel servizio fotografico, ma anche un elenco di cose da prendere nella loro totalità: lo champagne, Kanye West, Riccardo Tisci, Jay-Z, Beyoncé, Kanye+Kim+una moto, James Franco+Seth Rogen+un’altra moto e così via. Tutto o niente, dentro o fuori, ecco la bolla. Possiamo metterci in prima fila (e produrre contenuto, come l’1% della famosa regola), o in ultima (e spiare, come fanno i lurker): ci sarà sempre un elemento scatenante che permette tutto questo, sotto forma di prestiti da altri linguaggi, arraffati, masticati, gettati via.

Il legame tra l’Intenzione Comica e il mainstream procede per cannibalismi e pratiche erotiche mal dissimulate. L’una sembra dare il meglio di sé proprio nel corso delle grandi cerimonie, l’altro non può fare a meno dei trending topics per costruire le proprie scalette. Stabilire cause ed effetti è un esercizio sterile, la catena alimentare procede in automatico, con esiti paradossali. Quando una conduttrice rimase a seni nudi durante uno scadente numero di spettacolo su Raiuno, una delle solite testate assatanate di click agì – finalmente – in modo spiazzante. Non pubblicò la gallery dell’intera sequenza dei seni nudi, come prevedibile, ma 37 screenshot di tweet sui seni nudi, opera dei soliti quindici-quarantenni che videro così ripagata la propria devozione al second screen: l’improvvisa eccitazione della curva dell’attenzione dopo “tutti questi venerdì a sorbirmi Cirilli” (gallery cui seguì  un rimpallo virale in ognuno dei prescelti, in un’orgia di retweet, stelline e ciao mamma guarda come mi sono divertito).

Prestito analogo nel caso del “Re dell’internet per una notte” Giancarlo Magalli, che all’improvviso divenne un eroe social, per un motivo elementare: al pari della maggior parte degli esseri umani, anche lui è intrappolato in una vita che lo rende infelice e, come tutti noi, è molto, ma molto meglio di quello che fa o del capo che si ritrova (Michele Guardì, ovvero l’ostacolo alla piena realizzazione del nostro eroe pieno di humour). Percepito come #unodinoi, #magalli (che ama i social: in un’intervista ha dichiarato che ogni tanto organizza cene con gli amici di Facebook; Twitter no, non gli piace) entra nella bolla e si fa volentieri usare per generare infiniti discorsi comici che durano il tempo necessario a voltare hashtag, ovvero adesso, subito.

“Voi ridete senza raccapezzarvi e ridete tutto, cogli occhi, colle labbra, colle mani…”[3]

A prescindere dalla miccia, l’attenzione ama concentrarsi non tanto sull’oggetto della funzione comica, quanto sull’interpretazione onnicomprensiva dell’Io-Scherzo, che ribalta il rapporto causa/effetto mettendo sotto i riflettori la mia simpatia, la mia bravura, la velocità con cui Io riesco a scattare dai blocchi di partenza bruciando gli altri. La proclamazione del nuovo Nobel della Letteratura che-nessuno-conosce è l’occasione ghiottissima per passare nel giro di trenta secondi da una reazione per molti versi opinabile, ma tutto sommato in tema (“Philip Roth is the new Leonardo Di Caprio”) a una reazione che certifica i miei talenti nella ricerca su “Google Immagini” (il famoso Mazzo di Carte Modiano che improvvisamente ci rese tutti uguali e sgomenti di fronte alla Legge del web).

Questa centralità dell’Io-Scherzo da un lato provoca l’accorciamento drammatico del ciclo vitale del divertimento, dall’altro giustifica l’assunto implicito dell’Intenzione Comica: sì, si può ridere di tutto. Specie se ci sono di mezzo un tentato omicidio, una bella ragazza e la televisione.

Nabilla Benattia è la classica bomba sexy, evidentemente necessaria in ogni panorama audiovisivo del mondo. Un giorno, mentre partecipa a un reality francese, pronuncia una frase senza senso (“Allô? Non, mais allô quoi? T’es une fille, t’as pas d’shampooing?”[4]) che la proietta all’istante al primo posto degli argomenti di discussione e di scherno dell’opinione pubblica. L’Allô quoi diventa un tormentone, un libro, un altro reality. Dopo un paio d’anni passati a squattare studi televisivi ma anche serissime analisi sociologiche e filosofiche, una mattina Nabilla viene arrestata con l’accusa di aver preso a coltellate il suo ragazzo Thomas. Forse è troppo, pure per la Francia.

Il caso di cronaca nera scala la gerarchia delle notizie e il cortocircuito tra la rete e i media tradizionali assume i contorni della “spirale infernale”, con in mezzo la politica. Si parte con le gif di Nabilla e Thomas paragonati all’ex primo ministro François Fillon e a Nicolas Sarkozy (quest’ultimo nei panni della vittima), si continua con la parodia dell’affaire in stile Orange is the new Black, e si arriva alla campagna virale #BringBackOurNabilla, ispirata al ben più tragico #BringBackOurGirls, in un amalgama osceno che scatena uno smottamento di proteste e adesso basta.

Ecco. Si può scherzare su tutto, quindi non si può scherzare su niente. Il fiato si rivela cortissimo: non si tratta più di stabilire quanta indignazione sia rimasta nell’aria del tempo (e dunque quanta usarne la prossima volta), o come sopravvivere in un universo in cui bisogna controllare quattro volte una notizia, perché ormai non ci si può fidare di nessuna fonte, ma di trovare la voglia di uscire dall’apnea e porsi una semplice domanda: ok, e dopo tutto questo divertimento?

 

[1] Cfr. L. Joubert, Traité du ris, 1579, citato in P. Santarcangeli, Homo ridens, Olschki, 1989

[2] “Herabsetzung, come dice felicemente la lingua tedesca”: S. Freud, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, Bur, 2010

[3] A. Cantoni, Humour classico e moderno, Barbera Ed., 1989

[4] “Pronto? Ehi, pronto? Sei una ragazza e non hai lo shampoo?”

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Stromae, un pagliaccio furioso e tenero https://minimaetmoralia.it/musica/stromae-un-pagliaccio-furioso-e-tenero/ https://minimaetmoralia.it/musica/stromae-un-pagliaccio-furioso-e-tenero/#comments Thu, 04 Dec 2014 16:30:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24612 È alto, sottile, vestito in modo sgargiante, con tanto di camicia a quadri colorati e papillon giallo: è Stromae. Canta, balla, fa le smorfie, scrive una lettera d’amore a una cantante morta, la diva dai piedi nudi, Cesaria. Si muove sul palco e sembra irreale, intangibile, la silhouette di un fumetto, una sagoma variopinta, con le gambe simili a trampoli e gli occhi verdi e profondi, cattivi o dolcissimi, disperati o robotici, innamorati, struggenti, a seconda della canzone. È un bastardo, è un figlio senza padre, è un malato di cancro, è una diva, è un dandy, è un paranoico, è tutto ciò che canta e racconta, da un pezzo all’altro, e se non lo è lo diventa, lo recita, si ricrea. È camaleontico, è un camaleonte emozionale, esplosivo, un cantore del caos dei sentimenti, dell’odio e dell’amore, capace di scuoterti e turbarti oppure di farti ballare senza riflettere, come muovendosi per te, commuovendoti o insultandoti. È un pagliaccio furioso, Stromae, qualcosa di mai visto, leggero nella profondità e tenero nella disperazione, nel disprezzo, nel cinismo, spietato con se stesso e con gli altri, con chiunque, con voi.

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Stromae

 

 

Nell’intervallo fra i due quadri, penso che il suicidio sia un’idea interessante.

M.C. Escher, Conferenza, 1970

È alto, sottile, vestito in modo sgargiante, con tanto di camicia a quadri colorati e papillon giallo: è Stromae. Canta, balla, fa le smorfie, scrive una lettera d’amore a una cantante morta, la diva dai piedi nudi, Cesaria. Si muove sul palco e sembra irreale, intangibile, la silhouette di un fumetto, una sagoma variopinta, con le gambe simili a trampoli e gli occhi verdi e profondi, cattivi o dolcissimi, disperati o robotici, innamorati, struggenti, a seconda della canzone. È un bastardo, è un figlio senza padre, è un malato di cancro, è una diva, è un dandy, è un paranoico, è tutto ciò che canta e racconta, da un pezzo all’altro, e se non lo è lo diventa, lo recita, si ricrea. È camaleontico, è un camaleonte emozionale, esplosivo, un cantore del caos dei sentimenti, dell’odio e dell’amore, capace di scuoterti e turbarti oppure di farti ballare senza riflettere, come muovendosi per te, commuovendoti o insultandoti. È un pagliaccio furioso, Stromae, qualcosa di mai visto, leggero nella profondità e tenero nella disperazione, nel disprezzo, nel cinismo, spietato con se stesso e con gli altri, con chiunque, con voi.

Quando ascolti e osservi Stromae ti chiedi da dove sia spuntato fuori, cosa abbia vissuto e sofferto per diventare ciò che è, ossia per reinventarsi in Stromae, un maestro rovesciato, ribelle e classico al tempo stesso, inclassificabile, autore di pezzi come Papaoutai o Formidable, già unici al primo ascolto ma rilanciati da video inquietanti e geniali, ballabili, toccanti, stilizzati. Te lo chiedi pur sapendo che è una domanda inutile; l’unica risposta possibile, posto che ci sia, sta nelle sue canzoni, nei testi e nelle smorfie sul palco, nei vestiti e nei gesti, nelle pose, in ciò che ascolti e vedi, non in quello che ha vissuto lui. “Recito dei personaggi” spiega Stromae. “Parlo di una madre con un tumore al seno, dei polmoni di un padre, ma è tutto finto, non è autobiografico…” Infatti Stromae è un grande interprete, nel vero senso del termine, talmente grande da darti la sensazione di essere a sua volta interpretato e stravolto dai suoi testi, come posseduto dalla sua stessa voce, dall’ubriaco depresso di Formidable al corridore di Je cours, dalla terribile Quand c’est all’appassionato omaggio a Cesaria Evora, Ave Cesaria, brano con versi sonori e simmetrici, rovesciabili, intraducibili – “Obrigado, tu embrigadas des millions de soldats dans ta patrie
/ Donc garde à vous Cesaria, tu nous as tous quand même bien eus
/ Ah, tout le monde te croyait disparue – mais tu es revenue…”

Stromae usa e distorce le parole, il gergo, i generi, la musica elettronica, il rap, il pop, la trap music, la house, la acid, lo swing, la chanson française, i cori, le percussioni e i tamburi africani e via di seguito, senza mai costringersi in uno stile, ribellandosi alle etichette e imponendo la sua unicità, contorcendosi sul palco alla ricerca di un padre, di un amore, di un fantasma, di una voce. I suoi primi due album, Cheese e Racine Carrée, ventiquattro canzoni in tutto, sono semplicemente inattaccabili, non c’è un solo brano di troppo né un argomento affrontato in modo banale, artefatto, che si tratti della violenza infantile o della malattia, della pace o della guerra, della morte, della passione, della religione, del suicidio, fra giochi di ritmo e di linguaggio, rovesciando sillabe e rime, generi, parole, sentimenti. Stromae è un prestigiatore della profondità. Gli basta un verso, un sussurro, un beat, un gesto sul palco o un sorriso statuario per avvicinarti alla morte a passo di danza, macabramente, ballando con le tragedie, con i fantasmi e con le emozioni.

In un’intervista ha detto che Racine Carrée è stato influenzato da M.C. Escher, e in effetti ogni suo pezzo sembra cercare una profondità in superficie, stilizzandola, come le geometrie impossibili di Escher, corteggiando più dimensioni e improvvisando dei baratri sul piano, sul foglio, disegnando una mano che disegna un’altra mano mentre è a sua volta disegnata, giocando con l’estetica e con la ripetizione, con i riflessi, con le rifrazioni, con l’irreale. I brani di Stromae ricordano gli alligatori di Escher, capaci di arrampicarsi su libri e righelli e portapenne e poi di infilarsi in un foglio, bidimensionalmente, frantumando la percezione della realtà e spiazzando il pubblico, costringendolo fra una dimensione e l’altra; ascoltiamo le canzoni di Racine Carrée e all’inizio balliamo, non pensiamo, saltiamo, sorridiamo, ma poi cogliamo le parole e le geometrie dei suoni, il testo, i beat, pur continuando a danzare, e di colpo la trappola scatta, ecco che abbandoniamo la superficie e sprofondiamo, finalmente, senza smettere di muoverci, e allora balliamo, allora balliamo, allora balliamo, allora balliamo.

Dal successo martellante di Alors on danse, singolo che scuote e scala le classifiche europee e consacra il suo autore fra le popstar (termine che per inciso Stromae odia), Stromae non si è più fermato, esplorando temi e generi e giocando con la propria estetica, con la propria immagine, alimentando il suo personaggio e la sua opera, la sua musica, i suoi videoclip. Lo si è visto ubriaco e misogino per Formidable, sorridente e statuario per Papaoutai, smorfioso e androgino per Tous les mêmes, elegante e tirannico per Ta fête, commosso e grato per Ave Cesaria; e di sicuro ha altro in serbo per il suo pubblico, per noi, in futuro ci stupirà e incanterà di nuovo. Stromae di fatto è un illusionista e un geometra, manipola i sentimenti come delle note su un pianoforte o dei riflessi in un trompe-l’oeuil, e tuttavia è anche un perfezionista ossessivo, maniacale, un artista (altra parola che Stromae odia, ritenendola ridicola) che vive solo per la sua musica, per la sua arte. “Studio e ripasso sempre, come se fossi a scuola” ha detto una volta. “Di notte recito a memoria le parole delle mie canzoni – e se ne sbaglio una, ricomincio daccapo…”

Bisogna quindi immaginarlo sdraiato al buio, Stromae, di notte, da solo, mentre ripete i suoi brani fino allo stremo, come in preda a un demone, prima di addormentarsi, abbracciando tutto lo scibile del sentire umano, dall’amore all’odio, dalla solitudine alla violenza, dal delirio alla malattia, per poi svegliarsi e tornare nel mondo reale, sul palco, di fronte al pubblico urlante, danzante, e venire attraversato, letteralmente attraversato, dai suoi fantasmi e dalle sue notti, dai suoi demoni. Per rendersi conto di quanto sia fruttuoso questo perfezionismo esasperato basta risalire ai suoi esordi, dando un’occhiata al suo primo videoclip, Faut qu’t’arrêtes le rap, risalente al 2005, in cui un Paul Van Haver (questo è infatti il vero nome di Stromae) diciottenne e rappuso fissa la telecamera e fa smorfie da bad boy, come l’infinità di rapper americani e francesi imprigionati in un machismo stereotipato, alla ho-il-cazzo-duro-e-la-puttana-nel-bagagliaio, magari raffrontandolo allo Stromae androgino di Tous les mêmes, che gioca geometricamente con la propria intersessualità artistica, fra occhiolini e smorfie e sculettamenti provocanti, sdoppiandosi e alternandoli a espressioni da duro, da maschio, da cattivo, da “uomo”.

“Un attore privato in sé del femminile non sarà mai un artefice, un artista” sosteneva Carmelo Bene ne La voce di Narciso, e chissà cosa avrebbe pensato Bene di Stromae, di un pezzo estremo e ribelle come Tous les mêmes. I due, Bene e Stromae, sono peraltro in qualche modo accostabili, seppure per opposizione: entrambi interpreti estremi, usano e stravolgono la propria arte, dal teatro elisabettiano alla musica elettronica, dalla letteratura alla chanson française o alla rumba africana, Bene distruggendo se stesso e il teatro che lo contiene e vomitandosi in scena e Stromae nascondendosi e ricreandosi a ogni canzone, sul palco, nei video, metamorficamente, narciso e timido al tempo stesso, mascherandosi dietro la scenografia e il papillon, dietro i colori e le smorfie, dietro la danza e gli applausi. Per travestirsi da donna e sculettare in scena Freddie Mercury ha dovuto aspettare parecchi anni; Stromae invece diventa una diva fin dal secondo album, con un coraggio estetico e un talento unici, dando addito a voci sulla sua supposta bisessualità – i commenti su Internet alle varie versioni di Tous les mêmes sono esemplificativi: “Ma è diventato gay? Prima era normale”, “è un cazzo di genio e noi stiamo a pensare se è gay o trans o chissà che altro”, “ma se ha una ragazza”, “parla di cose di donne sarà trans”, “che testa di cazzo… beh almeno lui o ‘lei’ sarà sicuro di non avercele mai le mestruazioni”, “comunque non è gay ma vuole solo far vedere le differenze fra uomo e donna”, “fucking faggot eliminate this shit with fire”, eccetera eccetera, ogni dieci o venti commenti ci sono due o tre furbetti che si chiedono dove ficchi il cazzo Stromae o che vorrebbero semplicemente ucciderlo, dargli fuoco – un papillon colorato fra le fiamme, che visione!

In ogni caso, rogo o meno, razzismo o meno, omofobia o meno, androginia o meno, è innegabile che i pezzi di Stromae affascinino e facciano discutere, stordendo il pubblico e portando in superficie tabù e tragedie, malattie, ribellioni, manie di persecuzione, solitudini, insonnie, sempre a ritmo di musica, danzando, fra giochi di parole e suoni elettronici, bassi amplificati, cori in sottofondo, sussurri, grida di terrore. Lo ascolti e lo osservi e puoi fare decine e decine di nomi, minori e maggiori, Piaf, Aznavour, Brel, Gainsbourg, il suo mentore Arno, Cesaria Evora, Morrissey, il Buena Vista Social Club, Notorious B.I.G., rapper francesi come Mc Solaar o Booba, Koffi Olomidé, Kanye West, Charles Bizet, i Kraftwerk, Aphex Twin, Boris Vian, l’Albert Camus de L’uomo in rivolta (nel paragrafo sulla stilizzazione, principio comune a tutti i creatori – “Persino la geometria pura cui perviene talvolta la pittura astratta chiede ancora al mondo esterno i suoi colori e i suoi rapporti prospettici…”), e poi Dalí, Warhol, Escher, Ulay, Ensor, Chaplin, i grandi attori del cinema muto; e tuttavia Stromae ti sfuggirà sempre, ovunque, è inafferrabile e unico, è un bambino esagitato, nei filmati e sul palco, nelle parole, nei gesti. “Quanti anni hai?” gli chiedono in un video, mentre ride e gira su una specie di triciclo, all’epoca di Cheese, e lui risponde: “Ho due anni, due anni e mezzo. O forse venticinque, fai tu…” Poi però nelle interviste è sorprendentemente maturo, educato, riflessivo, addirittura saggio, evitando facili pose da maledetto à la Gainsbourg e ringraziando sempre, concedendosi all’interlocutore, che si tratti di parlare del padre morto – freddamente: “Mio padre non c’è mai stato, per me. Se n’è andato subito. Lo avrò visto sì e no una ventina di volte ed è morto durante il genocidio ruandese…” – o di ridere di se stesso, dipingendosi come un maniaco ossessivo, un tipo difficile, introverso, egocentrico, psicopatico.

“Le interviste sono piacevoli, ma hanno una componente di megalomania, come i live” dice Stromae. “La musica è una cosa molto più intima…” E difatti nelle interviste sembra perennemente all’erta, Stromae, controllatissimo, di un garbo spiazzante, mentre nei brani si lascia andare a volte alla violenza verbale o al delirio, diventando un mostro di disperazione, come in Formidable, oppure di odio, come in Avf o in Bâtard – “Soprattutto, mai alzare la voce, bisogna essere calmi / Bisogna essere dolci, bisogna essere calmi / Bisogna stare sul pezzo, bisogna essere branchouille (da brancher, connettere, infilare la spina elettrica – traducibile con “connesso”, cioè trendy, cool, aggiornato) / Per essere ben giudicati ovunque… aaahhhh!”

Fuori dalle canzoni, fra le interviste e gli studi televisivi, Stromae lo è sul serio, calmo e dolce, educato, branchouille, non grida e non piange mai e sorride e annuisce sempre, ringrazia, ride, ascolta, si spiega. È cortese persino con uno dei critici di On n’est pas couchés, trasmissione francese volta perlopiù a demolire e sbeffeggiare gli artisti e le loro opere (così va il mondo, in musica e in letteratura; l’unico modo per mettere a tacere i giornalisti/maestrini/commentatori inaciditi, armati di lapiss rosso ma disarmati di opere e studi propri, è sbattergli in faccia un capolavoro e ringraziarli per l’attenzione, come ha fatto Stromae…). Lo scambio è prezioso: dopo un primo momento di impasse, un lampo di imbarazzo e forse di odio, mentre la supposta esperta, un’opinionista incolore e incolta, firma de Le figaro avversa ai matrimoni gay, balbetta qualcosa a proposito di “freddezza della musica elettronica” e di “scrittura come patologia del controllo” (?), Stromae sorride e la ringrazia comunque, rispondendo con intelligenza e educazione.

Racine Carrée è un capolavoro pop. Il primo ministro belga ne ha regalato una copia a Obama; Samuel L. Jackson e Will.I.Am danzano e ridono sulle note di Papaoutai; milioni e milioni di persone, indipendentemente dal genere e dai gusti sessuali (e dalla lingua), si immedesimano nel ballerino ermafrodita di Tous le mêmes; in Rete c’è chi impara il francese soltanto per decifrare i testi di Stromae; Ta fête è stato l’inno ufficiale della nazionale belga ai mondiali di calcio; Adriano Celentano e Vincent Kompany hanno nominato (invano) Stromae per l’Ice Bucket Challenge, la doccia gelata contro la Sla; il Musée Grévin ne ha fatto una sorridente statua di cera; i suoi singoli raccolgono lodi e premi nel mondo intero, scalando ogni classifica – e nonostante tutto questo, nonostante il successo e la folla, la foule qui s’élance et qui dance une folle farandole cantata da Édith Piaf, Racine Carrée è davvero un capolavoro, un grande disco pop, imprescindibile per chiunque si interessi di musica e di arte, di cultura, di estetica, di emozioni. I biglietti dei suoi concerti vanno a ruba. I più scettici si ricredono, orde di ragazzine europee si innamorano di questo gigante senza età, magrissimo e dolce, disperato e romantico, talvolta atroce, ormai diventato anche una linea di vestiti, Mosaert, con polo multicolori e papillon e calze gialle o blu o rosse o macchiettate, ispirate ancora dai grafismi geometrici di Escher e disegnate dalla sua attuale fidanzata, una stilista, la talentuosa Coralie Barbier.

Insomma, Stromae si è espresso e ha ipnotizzato il mondo, fino a conquistarlo, e il suo esempio è prezioso per chiunque senta la necessità di crearsi un personaggio (nell’arte o nella vita) al fine di esistere davvero, di esprimersi a sua volta, strappando le vesti o gli stracci di ogni io che ci tormenta, a prescindere dal pubblico e dal successo, dalle pose, dalle maschere, dalle finzioni. La conquista di Stromae forse è andata anche oltre le intenzioni del suo interprete, Paul Van Haver, invadendo la sua timidezza e la sua sfera privata, tanto che di recente ha dichiarato di volersi prendere una pausa di tre o quattro anni, per paura di impazzire. “Voglio fare musica, ma anche avere una vita normale” ha detto Stromae. “Certo, mi piace viaggiare e lo farò sempre. Però sono preoccupato per la mia sanità mentale, voglio stare con la mia famiglia. Capisco come si possa diventare completamente pazzi vivendo un successo come il mio, non c’è niente di strano. Ho bisogno di un paio d’anni per prendermi cura di me…”

Ma intanto il personaggio scalpita, è vivo, reale, esplosivo, pericoloso. Non c’è scampo alla finzione. E così Stromae inizia un altro concerto, ancora, in Belgio, in Francia, in Germania, in Italia, a Milano, a Roma, ogni pubblico è un tumulto in festa, le luci saettanti si spengono e si riaccendono e un uomo viene piazzato sul palco, rigido, con gli occhi sgranati nel vuoto, centro focale di ogni suono e di ogni sguardo, di ogni emozione. È lui, finalmente, è Stromae, e i beat si attutiscono e rallentano, tacciono, riprendono in sordina, si sovrappongono alle urla del pubblico, al delirio. Stromae non batte ciglio. La folla sta per scoppiare. C’è una pausa impercettibile, tesa, un vero momento di teatro, dopodiché bastano tre note in successione e il fantoccio, il personaggio, si contorce e prende vita, voce, corpo, tutto – e la danza ricomincia.

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