Kareem Abdul-Jabbar Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/kareem-abdul-jabbar/ un blog di approfondimento culturale Tue, 27 Nov 2018 11:48:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Kareem Abdul-Jabbar Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/kareem-abdul-jabbar/ 32 32 Sulle spalle dei giganti: Kareem Abdul-Jabbar https://minimaetmoralia.it/libri/sulle-spalle-dei-giganti-kareem-abdul-jabbar/ https://minimaetmoralia.it/libri/sulle-spalle-dei-giganti-kareem-abdul-jabbar/#respond Tue, 27 Nov 2018 13:00:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38782 (fonte immagine)

Nel 1971 Ferdinand Lewis Alcindor Jr., newyorchese classe 1947, cambiò il nome in Kareem Abdul-Jabbar, dopo la conversione all'Islam nel 1968, il boicottaggio dell'Olimpiade per protestare contro la discriminazione razziale negli Stati Uniti e la conquista del titolo Nba con i Milwaukee Bucks. Alcindor era il cognome dello schiavista, che portò in America e oppresse nelle piantagioni i familiari del campione.

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Nel 1971 Ferdinand Lewis Alcindor Jr., newyorchese classe 1947, cambiò il nome in Kareem Abdul-Jabbar, dopo la conversione all’Islam nel 1968, il boicottaggio dell’Olimpiade per protestare contro la discriminazione razziale negli Stati Uniti e la conquista del titolo Nba con i Milwaukee Bucks. Alcindor era il cognome dello schiavista, che portò in America e oppresse nelle piantagioni i familiari del campione.

Alla nascita Abdul-Jabbar misurava 57 centimetri, poi il talento e l’applicazione l’hanno reso un padre nobile del gioco a canestro. Alla Power Memorial High School, nella natia New York, oltre a vincere 88 delle 90 partite disputate, registrando il record di punti segnati, cominciò a prendere coscienza politica e sociale del significato delle proprie radici: il senso delle lotte di Harlem, della cultura e della comunità in cui era cresciuto. Il padre gli insegnò ad amare il jazz, la pallacanestro e la madre gli trasmise l’importanza della compassione.

Il fuoriclasse, che al college con coach Wooden trascinò UCLA alla vittoria di tre campionati NCAA, per poi dominare l’Nba con sei titoli in venti stagioni, se non fosse diventato un giocatore di basket, avrebbe voluto insegnare storia. Il memoir di Jabbar Sulle spalle dei giganti. La mia Harlem: basket, jazz, letteratura (add editore, 349 pagine, 19 euro, traduzione di Alessandra Maestrini) restituisce la dote preziosa di chi sa studiare, leggere e interpretare il passato per vivere con consapevolezza il presente.

«Più di tutto sono stati un periodo e un luogo a darmi una grande ispirazione – scrive Jabbar con Raymond Obstfeld – . Tra il 1920 e il 1940, nel quartiere di Harlem, alcuni dei più grandi artisti, musicisti, scrittori, attori e atleti statunitensi si impegnarono in una rivoluzione culturale che avrebbe cambiato la propria nazione per sempre. Quel periodo è conosciuto come Harlem Renaissance, il Rinascimento di Harlem, perché come quello italiano ha ridefinito un’intera cultura».

(il debutto di Kareem Abdul-Jabbar, all’epoca ancora Lewis Alcindor jr., con la maglia dei Milwaukee Bucks: è il 18 ottobre 1969)

Che cosa ha rappresentato quel quartiere? Sottraendosi all’ombra della Manhattan bianca, è stato il sogno di un luogo vitale in cui i neri potessero esprimere e realizzare pienamente sé stessi. Non casualmente Jabbar cita James Baldwin fra gli scrittori d’elezione.

Il jazz è il fratello maggiore della rivoluzione, lo segue ovunque va, sosteneva Miles Davis. E nel racconto di Jabbar la capitale dell’America nera, come fin dall’inizio del ventesimo secolo è stata identificata Harlem, è il simbolo della fine dell’acquiescenza degli afroamericani verso l’ingiustizia, la povertà e la marginalità. Nell’area geografica dei cinque chilometri quadrati di Harlem troviamo una profondissima stratificazione culturale e una storia in costante movimento, che Jabbar ricostruisce strada per strada, locale per locale: dal Cotton Club all’Apollo Theater, l’auditorium più prestigioso della zona in cui si esibivano Louis Armstrong, Ella Fitzgerald e Billie Holiday.

Se il jazz rese visibili i musicisti neri, la pallacanestro, alla quale in tenera età Jabbar preferiva il baseball, lo fece entrare nella dimensione del mito con lo strapotere fisico e con quello della parola. Jabbar è maturato, percorrendo le orme di Malcolm X e quelle di Martin Luther King Jr, animato dalle stesse consapevolezze e libertà che Tommie Smith, Peter Norman e John Carlos espressero cinquant’anni fa ai giochi olimpici di Città del Messico.

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Los Angeles, 30 maggio 1991 https://minimaetmoralia.it/estratti/los-angeles-30-maggio-1991/ https://minimaetmoralia.it/estratti/los-angeles-30-maggio-1991/#respond Sun, 17 Apr 2016 07:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30601 Pubblichiamo il prologo di Ventiquattro secondi (66thand2nd), estratto dal romanzo di Simone Marcuzzi, ringraziando l'autore e la casa editrice.

di Simone Marcuzzi

La seggiola su cui rifiato porta scritto sullo schienale NBA 1991 Playoffs. Con l’asciugamano sulla testa non posso vedere i compagni in campo né quelli che mi stanno accanto. È il mio modo di stare concentrato sulla partita nei momenti decisivi, il solo che ho imparato per escludere l’esplosione di intrattenimento che è un evento sportivo negli Stati Uniti. I time-out commerciali, gli scherzi delle mascotte, i balletti delle cheerleader, l’organo pagano: tutto ciò è NBA quanto e come il basket. Non è né bello né brutto, è come la Lega si è risollevata dalla crisi degli anni ’70 attirando nuovi investimenti e interesse popolare.

In fondo ognuno di noi rimane libero di regolare la manopola e scegliere dove collocarsi nel vasto spazio che va dal puro gioco allo spettacolo puro.

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Pubblichiamo il prologo di Ventiquattro secondi (66thand2nd), estratto dal romanzo di Simone Marcuzzi, ringraziando l’autore e la casa editrice.

di Simone Marcuzzi

La seggiola su cui rifiato porta scritto sullo schienale NBA 1991 Playoffs. Con l’asciugamano sulla testa non posso vedere i compagni in campo né quelli che mi stanno accanto. È il mio modo di stare concentrato sulla partita nei momenti decisivi, il solo che ho imparato per escludere l’esplosione di intrattenimento che è un evento sportivo negli Stati Uniti. I time-out commerciali, gli scherzi delle mascotte, i balletti delle cheerleader, l’organo pagano: tutto ciò è NBA quanto e come il basket. Non è né bello né brutto, è come la Lega si è risollevata dalla crisi degli anni ’70 attirando nuovi investimenti e interesse popolare.

In fondo ognuno di noi rimane libero di regolare la manopola e scegliere dove collocarsi nel vasto spazio che va dal puro gioco allo spettacolo puro. Durante i quarantotto minuti effettivi di partita, io sono puro gioco. Forse perché per me non è mai stato un gioco. La pallacanestro è la sola speranza che mi è stata concessa da un corpo che durante la pubertà ha cominciato a crescere a dismisura e solo grazie a una costante sorveglianza dei livelli ormonali si è assestato sui 215 centimetri.

Non è stato facile convincere coach Rick Adelman e i compagni che nascondermi dietro l’asciugamano significa in realtà partecipare, tenere strette le energie buone. Anche giornalisti e tifosi, nei momenti difficili, mi hanno criticato aspramente per il mio apparente distacco. Chi è in panchina deve incitare, sostenere chi soffre sul parquet, saltare in piedi a ogni canestro. È giusto. Ma se il prezzo degli applausi è diluire il flusso nell’abbaglio del palazzo, non me lo posso permettere. La pallacanestro è uno sport di squadra spietatamente individuale, e io devo sempre essere pronto per entrare: giudicatemi per quello che faccio dopo aver sfilato il coprimaglia ed essermi passato i palmi delle mani sulle suole delle scarpe, quando divento l’ala grande dei Portland Trail Blazers, lo spilungone bianco numero 14, il primo italiano ad aver accettato la sfida della NBA.

Dal buio del mio posto so perfettamente cosa sta succedendo in campo. Una partita di basket è un corpo vivo e sinuoso, si può percepire anche senza l’ausilio della vista. Non hai bisogno della luce per riconoscere le forme nude della tua ragazza a letto. Le scarpe cinguettano negli scivolamenti laterali, i playmaker chiamano gli schemi, i difensori avvertono i compagni dei blocchi o invocano il loro aiuto se vengono battuti, la palla tambureggia e fa vibrare il fondo di legno, fende l’aria in volo, poi frusta la retina o viene respinta dal ferro. Il controcanto e il commento spettano ai polmoni del pubblico e ai fischietti degli arbitri. Ogni dettaglio è evidente.

Oltre la cortina del mio asciugamano tutto è giallo. Il cerchio di centrocampo è giallo, le aree dei tre secondi sono gialle, giallo è l’esterno del parquet, principalmente gialle sono anche le divise dei nostri avversari, le loro tute. Il secondo colore è il viola. Dal soffitto pendono le riproduzioni giganti delle casacche con i numeri ritirati dalla franchigia e gli stendardi di World Champion conquistati finora.

Gialle le casacche, gialli gli stendardi. L’unico oggetto che ignora il rigido canone cromatico sono le ginocchiere blu cobalto di Magic Johnson. I Los Angeles Lakers sono una squadra diventata leggenda in corso d’opera. Negli Stati Uniti non c’è bisogno della distanza storica per creare un mito, lo si brevetta nel tempo di un’intervista. Lo Showtime ora è finito, Kareem Abdul-Jabbar e Pat Riley non ci sono più, ma chi è rimasto e chi è arrivato intende alimentare l’aura finché c’è ossigeno.

Le nostre divise sono principalmente nere, con davanti una striscia rossa e bianca, e si intonano malissimo con il giallo dominante del Great Western Forum di Inglewood, Los Angeles, così battezzato perché all’esterno gli altissimi archi bianchi mimano le fattezze del Foro romano. Il Forum, il Fabulous Forum.

È un pomeriggio di fine maggio e ci stiamo giocando in trasferta la finale di Western Conference. I Lakers sono avanti 3-2 e se ci batteranno ancora raggiungeranno la finale assoluta. Se vinceremo noi, andremo a giocarci tutto in Gara 7, a Portland.

La partita è iniziata con una stoppata di Clyde Drexler, il nostro capitano e leader silenzioso, ai danni di Magic. Sembrava il migliore dei presagi, ma una volta spezzato il fiato i Lakers hanno preso il comando delle operazioni e hanno allungato nel punteggio. Ancora adesso, a metà terzo quarto, il nostro distacco oscilla tra i sei e i dieci punti.

Capisco di dover entrare quando la mano di coach Adelman mi preme la nuca verso il basso. Scatto in piedi, getto l’asciugamano e il coprimaglia sulla seggiola, mi passo i palmi delle mani sulle suole delle scarpe. Avvicinandomi al tavolo del cambio cerco Marta e Irene con lo sguardo, nelle prime file degli spalti, mimetizzate tra i tifosi losangelini.

Mia moglie e mia figlia stanno bevendo con la cannuccia un qualche frullato ipercalorico, probabilmente alla fragola, mentre sopra le loro teste vengono esposti cartelli di incoraggiamento che giocano con la sigla NBC, l’emittente che trasmette in diretta la partita. Next Beat Chicago. Now Bring on Chicago. Marta sente il richiamo dei miei occhi e mi guarda a sua volta. Irene succhia imperterrita, forse soffia per fare bolle. Nei momenti importanti ho bisogno di sapere che ci sono.

Poi gli arbitri fischiano un’infrazione in campo, la sirena al tavolo suona e penso soltanto che mancano sedici minuti complessivi, siamo sotto di sei punti e ho già quattro falli. Altri due e sarò fuori dalla partita.

Ritrovo la temperatura giusta quando Divac mi pianta per due azioni consecutive il gomito sullo stomaco e non sento dolore. Se i colpi non fanno più male posso giocare sul serio. Porto il serbo lontano da canestro, lo batto in partenza, mi arresto, finto un tiro, lui decolla in aria, e solo allora mi alzo davvero e appoggio al tabellone da tre metri.

Corro all’indietro allargando le braccia e sprono i miei compagni a mettere tutto ora. Lo dico in italiano: “Difesa cazzo! Difesa cazzo!”. È il mio terzo anno qui, e ormai ci capita con una certa frequenza di usare l’italiano come grido di battaglia. Incollandosi ai pantaloncini di Magic, Clyde Drexler rincara la dose: “Difensi casù! Difensi casù!”.

Il pubblico, per un attimo ammutolito, ritrova voce e respiro. Agito le braccia come un direttore d’orchestra. Ne chiedo ancora, di più: provoco, perché so cosa succederà. La reazione è istantanea. Diciassettemilacinquecento persone si alzano all’unisono per darmi addosso. L’odio sportivo è un odio sincero e potente, senza giustificazioni intellettuali. Viene dal cuore, come l’amore. Nessun tifoso di Los Angeles sa di farmi un piacere. La vita mi ha spesso consigliato di essere spietato per sopravvivere, ma ci riesco davvero solo per autodifesa.

Lo sforzo della squadra produce i suoi effetti. Nel corso dell’ultimo quarto agganciamo definitivamente i Lakers, e il finale di partita diventa un punto a punto di difesa dura e palloni che scottano. Al penultimo possesso i lunghi di Los Angeles pasticciano e non trovano un tiro in tempo utile. Rimessa per noi. Mancano dodici secondi, siamo sotto di un punto e coach Adelman chiama time-out. Raggiungo la panchina, mi piego sulle ginocchia, e ciò che vedo prendere corpo sulla sua lavagnetta è una novità assoluta. Coach Adelman sta disegnando uno schema per me. Vuole che sia io a decidere la partita.

Vedo i baffetti di Clyde fremere. Disapprova la scelta, è lui il leader, vuole quel tiro. Coach Adelman conosce la portata dell’azzardo e perde qualche secondo a spiegare: i Lakers ormai sanno come disinnescare le soluzioni delle nostre guardie, è preferibile il mio piazzato fronte a canestro da quattro metri, il tiro che in allenamento segno anche a occhi chiusi, piuttosto che una conclusione ad alto coefficiente magari con qualche mano fuori posto che gli arbitri si guarderebbero bene dal sanzionare.

È Buck il primo veterano ad avallare la soluzione, mi colpisce con un pugno sul petto. Lo stesso fanno Terry e Jerome. Allora si convince anche Clyde: l’ultimo pugno, il più deciso, è il suo. Avere il consenso di Drexler è una scossa. Siamo una squadra, esiste un bene superiore.

La sirena suona. Usciamo dal time-out con 0.12 da giocare e la certezza che la verità è adesso. Se vinciamo stasera i Lakers non riusciranno ad arginare il nostro entusiasmo e Gara 7 al Coliseum sarà un nostro lungo assolo. Butto un’occhiata veloce a Marta e Irene. Hanno ancora i bicchieroni tra le mani e stavolta mi stanno guardando entrambe. Marta, sono pronto. È una vita che aspetto di giocare questa palla. Irene, tesoro, guarda papà. Mi passo i palmi delle mani sulle suole delle scarpe e corro a prendere posto.

Tutti gli sport sono a loro modo metafore di vita. Il basket ha la sua specificità nello scorrere del tempo. Quando l’arbitro scocca per aria la prima palla a due sai quale sarà la durata della partita. Quarantotto minuti effettivi durano esattamente quarantotto minuti. Così come durante la veglia del 31 dicembre sappiamo quanto è durato l’anno solare appena trascorso: un anno solare.

Però i secondi e gli attimi che compongono una partita o un anno solare sono diversissimi tra loro. Il tempo non scorre lineare, non è un mucchietto di sabbia crescente sotto la fessura della clessidra. Ci sono molti secondi insignificanti, che ci scivolano tra le dita e dimentichiamo presto. E ci sono attimi dilatati, in cui il senso delle cose si blocca e continua a lavorarci dentro negli anni. Questi dodici secondi, segnalati dal maxischermo cubico pendente dal soffitto del Forum di Inglewood, sono uno di questi istanti di purezza. I quarantasette minuti e quarantotto secondi precedenti sono già scomparsi, così come il resto dei playoff e tutta la regular season.

Il pubblico è in piedi, qualcuno fischia noi, altri ritmano il coro “De-fense, de-fense” ai Lakers. Ci disponiamo nella metà campo avversaria riproducendo la posizione dei numeri sulla lavagnetta di coach Adelman. L’arbitro sulla linea dell’out fischia e consegna la palla a Cliff.

È questo il momento. Il momento esatto a cui ritornerei se avessi la possibilità di invertire la freccia del tempo e di riscrivere una pagina. Qui, al Forum di Los Angeles, il 30 maggio 1991, con la mia possibilità intatta e Marta che stringe i pugni e Irene che fa bolle alla fragola. Perché poi lo sappiamo tutti com’è andata. In finale ci sono andati i Lakers, non i Trail Blazers. Contro Michael Jordan ha giocato Magic Johnson, non Vittoriano Cicuttini. E niente, niente è stato più come prima.

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