Karen Blixen Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/karen-blixen/ un blog di approfondimento culturale Mon, 14 Sep 2015 13:49:40 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Karen Blixen Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/karen-blixen/ 32 32 Ti proibisco di scrivere di me. Intervista a Livia Manera Sambuy https://minimaetmoralia.it/letteratura/ti-proibisco-di-scrivere-di-me-intervista-a-livia-manera-sambuy/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/ti-proibisco-di-scrivere-di-me-intervista-a-livia-manera-sambuy/#respond Mon, 14 Sep 2015 16:00:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28441 Come si diventa autorevoli? Cosa significa essere una “firma giornalistica”? Il giornalismo culturale è finito? «Forse sì – afferma Livia Manera Sambuy - ma qualcos’altro sta nascendo, veicolato dai social network, con mezzi minori e molta precarietà». "Non scrivere di me" (edito da Feltrinelli) è uno scrigno di tesori, ricco di aneddoti, di vita vissuta, in cui gli scrittori sono resi con vividezza grazie ad una grande quantità di virgolettati che rispecchiano anni di conversazioni e di rapporti più o meno intimi, resi con sincerità, oscillando da Richard Ford a Philip Roth, da Mavis Gallant a Karen Blixen, da James Purdy a David Foster Wallace, passando dalla sincera ammirazione allo sconforto per le attese umane, talvolta, deluse. Livia Manera Sambuy firma di punta del Corriere della Sera, ha scritto sempre di libri e cultura, girovaga per il mondo, scoprendo e segnalando numerosi scrittori e fra questi ha tradotto, poco più che ventenne, "Di cosa parliamo quando parliamo d’amore" di Raymond Carver («la sua brevità è intraducibile in italiano, è letteratura alta con frasi brevi e parole semplici, con un ritmo da pugno nello stomaco») e anni dopo ha firmato due documentari su Philip Roth.

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Come si diventa autorevoli? Cosa significa essere una “firma giornalistica”? Il giornalismo culturale è finito? «Forse sì – afferma Livia Manera Sambuy – ma qualcos’altro sta nascendo, veicolato dai social network, con mezzi minori e molta precarietà». “Non scrivere di me” (edito da Feltrinelli) è uno scrigno di tesori, ricco di aneddoti, di vita vissuta, in cui gli scrittori sono resi con vividezza grazie ad una grande quantità di virgolettati che rispecchiano anni di conversazioni e di rapporti più o meno intimi, resi con sincerità, oscillando da Richard Ford a Philip Roth, da Mavis Gallant a Karen Blixen, da James Purdy a David Foster Wallace, passando dalla sincera ammirazione allo sconforto per le attese umane, talvolta, deluse. Livia Manera Sambuy firma di punta del Corriere della Sera, ha scritto sempre di libri e cultura, girovaga per il mondo, scoprendo e segnalando numerosi scrittori e fra questi ha tradotto, poco più che ventenne, “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Raymond Carver («la sua brevità è intraducibile in italiano, è letteratura alta con frasi brevi e parole semplici, con un ritmo da pugno nello stomaco») e anni dopo ha firmato due documentari su Philip Roth.

“Non scrivere di me” è un libro da tenere sul comodino. Uno di quelli da leggere e rileggere magari mentre si passa da Canada a La mia africa, uscendo ed entrando dalle pagine di narrativa alla vita reale degli scrittori che amiamo e che rendono più ricca le nostre vite.

Questo libro è anche una tua personale risposta alla crisi dei quotidiani che stiamo attraversando?

«Certamente. Nel 2008 c’è stato un grande cambiamento personale nella mia vita, ho cambiato città trasferendomi a Parigi senza parlare una parola di francese e pochi mesi dopo il mio giornale mi comunicò che il mio tipo di collaborazione sarebbe stata radicalmente diversa. Avevo l’impressione che fosse tutto finito; quel tipo di giornalismo fatto di viaggi e reportage a stretto contatto con gli scrittori e i luoghi che li ispiravano era giunto al capolinea. Ma devo ammettere che questa scossa giunse in un momento in cui sentivo sempre più forte il bisogno di cambiare aria ma non avevo, forse, il coraggio di farlo. Così è nato questo libro, non come una semplice raccolta dei miei articoli ma come un libro in cui sono personalmente immersa.

Del resto nel libro scrivi che intervistando è automatico paragonare il proprio vissuto con il soggetto intervistato. Come nascono le singole interviste, come ti prepari?

«Nel tempo tutto è mutato. I primi tempi ho messo a punto un sistema non ortodosso. Naturalmente leggere i libri a fondo. Preparare le domande incrociando le mie idee con quella dei critici americani e una volta giunti davanti all’intervistato ciò che conta è cercare di metterlo a proprio agio, lasciarlo parlare e pungolarlo con il buon senso per toccare i punti focali. Registro tutto perché credo sia fondamentale partecipare davvero alla conversazione e ciò richiede ovviamente più tempo per scrivere il pezzo definitivo ma ne vale la pena».

Con l’invito dell’editor Alberto Rollo hai messo nel libro il tuo vissuto tanto che ad un certo punto paragoni la letteratura americana ad un altrove in cui rifugiarsi. Cosa significa questo?

«La vita è fatta di tante cose. C’è stato un grande amore e ci sono i miei figli, che adoro, una città che mi andava stretta ovvero Milano e un lavoro che pur amando tanto non mi saziava. Le uniche cose che mi davano grandi emozioni erano la lettura e la possibilità di viaggiare incontrando questi autori. Questo era il mio altrove e lo è anche oggi».

”La letteratura non è niente di più che una questione di vita o di morte”. Ti piacciono queste parole di Mavis Gallant?»

Lei è una donna coraggiosa e ha fatto scelte estreme che ha pagato carissimo con gli ultimi anni passati in indigenza. Ma sono d’accordo, quando gli scrittori sentono che ciò che devono dire è urgente, davvero urgente, devono sacrificare tutto. Devono essere pronti a farlo in nome della letteratura. Poi c’è tutto il resto, l’intrattenimento, alto o basso che sia, fatto bene o fatto male».

La letteratura è una passione che sottomette tutto?

«Assolutamente. La maggior parte degli scrittori fa molta fatica e non si lamenta neanche tanto. Certo è molto dura ma sopravvivono perché hanno la purezza dello spirito ad animarli».

A proposito di David Foster Wallace, “sembrava destinato ad un ristretto nucleo di intellettuali e invece divenne un fenomeno popolare”. Come si diventa scrittori di culto?

«Uno scrittore di culto è uno con una fortissima leadership ma verso una nicchia, invece nel caso di DFW la sua era una nicchia gigantesca ovvero la sua intera generazione. Adesso conquisterà anche la Francia visto che a settembre uscirà, finalmente, con una nuova traduzione».

DFW era davvero contrario alle traduzioni dei suoi libri?

«Sia alle traduzioni che alle interviste. Era convinto che i suoi libri potessero essere tradotti ma sarebbero stati più che altro delle descrizioni. E credo che avesse ragione perché ci sono cose oggettivamente intraducibili ma è pur vero che ci sono traduttori capaci di miracoli, come Maurizia Balmelli e Susanna Basso ma io leggo in lingua e certamente ce ne saranno altri validi. Nelle traduzioni si perdono facilmente il ritmo e le espressioni idiomatiche e specialmente per i libri di DFW è un gran peccato».

Una frase di Roth è il titolo del libro. Ti ha sorpreso la sua decisione di smettere di scrivere?

«No. Imparando a conoscerlo ho scoperto un uomo ossessivo, senza vie di mezzo. Se scrive, scrive e non c’è spazio per nient’altro; ma se non scrive, è la totale anarchia. Lui ha rinunciato a tutto per poter scrivere, si è incatenato per sessant’anni alla scrivania e quando dice che oggi è più felice, so che è sincero».

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In morte del console onorario https://minimaetmoralia.it/ritratti/in-morte-del-console-onorario/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/in-morte-del-console-onorario/#comments Thu, 28 May 2015 11:09:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27045 Questo pezzo è uscito su Il Foglio. (Immagine: una scena del film Il console onorario di John Mackenzie)

D'ambasciatori celebri son piene la storia e la letteratura; e di consoli, anche, illustri e letterari: Nathaniel Hawthorne a Liverpool; Stendhal a Civitavecchia, James Fenimore Cooper a Lione; di consoli onorari meno, poiché meno prestigiosi, perché il rango è quello infimo della diplomazia, come codificato dalla Convenzione di Vienna del 1963. Emissari low cost, scelti tra emigrati che ce l'hanno fatta, dunque mercanti arrivati, senza stipendio, senza marsina, immunità se non quella misera dell'archivio (ma cosa mai dovranno archiviare?).

Eppure, che fascino esotico per questa carica: tutta colpa di Graham Greene, e del suo romanzo del 1953 poi portato al cinema da un film di categoria esotica con Michael Caine e Richard Gere?

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Questo pezzo è uscito su Il Foglio. (Immagine: una scena del film Il console onorario di John Mackenzie)

D’ambasciatori celebri son piene la storia e la letteratura; e di consoli, anche, illustri e letterari: Nathaniel Hawthorne a Liverpool; Stendhal a Civitavecchia, James Fenimore Cooper a Lione; di consoli onorari meno, poiché meno prestigiosi, perché il rango è quello infimo della diplomazia, come codificato dalla Convenzione di Vienna del 1963. Emissari low cost, scelti tra emigrati che ce l’hanno fatta, dunque mercanti arrivati, senza stipendio, senza marsina, immunità se non quella misera dell’archivio (ma cosa mai dovranno archiviare?).

Eppure, che fascino esotico per questa carica: tutta colpa di Graham Greene, e del suo romanzo del 1953 poi portato al cinema da un film di categoria esotica con Michael Caine e Richard Gere?

È morto a fine febbraio Marco Vancini, console onorario d’Italia a Malindi, in quella strana località arcitaliana, via di fuga per italiani dropout con maglioncino sulle spalle. E “Ways of Escape” è anche una raccolta di reportage di Greene, che in Kenya venne a raccontare la rivolta dei Mau Mau; ma il suo “Console onorario” era poi ambientato in Sudamerica. E non aveva l’aplomb britannico di Caine, Vancini, piuttosto la vitalità da bell’uomo in fuga di Gere. Aveva sessant’anni, il capello argenteo, lo sguardo inquieto, il demone muliebre, quella “virtù dell’infedeltà” che Greene rivendicava per sé stesso.  Il console onorario d’Italia è morto su un modesto fuoristrada lanciato a centocinquanta all’ora in uno strano frontale contro un camion, un mattino. La notizia non ha preso che poche righe sui quotidiani nazionali italiani, mentre in quella strana bolla di expat che è Malindi ha provocato strazi e retropensieri. Gli italiani piangono e discutono il loro console onorario. Piangono e discutono una morte che pare un suicidio, e se suicidio è, va detto, è dei più discreti, suicidio da gran signore pragmatico e silenzioso quale era il Vancini; un incidente è un incidente, come sa chi abbia frequentato (chi non lo ha fatto), in qualche momento, l’ipotesi d’andarsene senza lasciar sensi di colpa, lasciando a chi resta solo la scelta di cosa pensare.

Non aveva cinture di sicurezza né airbag, il Vancini, sullo stradone che da Malindi porta alla capitale Mombasa, in prossimità del bivio per Watamu. E già dal mezzo di trasporto iniziano le stranezze di questa morte consolare; perché il Vancini amava le belle macchine e i mezzi di trasporto non minimalisti: a Milano (era milanese) appariva ai creditori e finanziatori (era mercante, imprenditore) con una Rolls Royce bianco latte. Ma erano altri tempi, anni del grande successo come immobiliarista a Malindi, e con appartamento di rappresentanza in Galleria Vittorio Emanuele. Oppure appariva su una Harley, con la quale batteva personalmente la Macroregione portando ai creditori e finanziatori rotoli di banconote con cui saldava con percentuali del sette per cento cash. Ecco soprattutto perché era stato un tempo eroe kenyota e ultimamente eroe triste il Vancini: da decenni garantiva rendimenti robusti su investimenti esentasse per lombardi affluenti che approfittavano di un posto al sole lontano da Entrate, Equitalia, Imu e Tasi. Ma anche dai prezzi della Sardegna. Un interesse del sette per cento e signorilità a manciate, ville con tetto in makuti, quello conico di paglia che prende fuoco con niente, e tanta servitù, al prezzo di un monolocale in Brianza.

Era arrivato negli anni Settanta a Malindi, il Vancini, impiegato e poi animatore in un hotel a trazione bergamasca. Poi aveva scalato e edificato, aveva costruito i villaggi più immaginifici della cittadina. Aveva acquistato il Kiwulini Resort e poi quello più elegante, il Lawford, un vecchio avamposto inglese, dove ancor oggi al bar ci sono i grandi orologi con lancette ferme sulle cinque, perché gli antichi ufficiali britannici di stanza a Malindi non potevano cominciare a bere prima di quell’ora.

Ma il suo quartier generale era sulla Silver Sand, la spiaggia che in realtà pare più dorata che argentea. Il Coral Key, albergone-villaggio candido per affluenti lombardi che fino a pochi mesi fa arrivavano in regime di soft o full all-inclusive, oggi è sbarrato, i portici bianchi tra Messico e Costa Smeralda costruiti con tanta sabbia e poco cemento, per risparmiare, perdono pezzi di intonaco che cascano nelle piscine blu enormi piene di cloro. Gli houseboy hanno smesso di deporre sui candidi copriletti degli ospiti, sotto le zanzariere, le composizioni tradizionali di benvenuto, fatte di palme e fiori e frutti, segnali di benvenuto arcimboldesco per portatori di euro.

È affacciato sulla spiaggia più malinconica d’Italia, il Coral Key, villaggio di lussi crepuscolari; i nostri Caraibi in provincia di Brescia. La spiaggia, popolata dai beach boys, ragazzi che offrono manufatti, souvenir, gite, servizi vari, tutto in italiano anzi in dialetto: sanno soprattutto il bolognese, il bergamasco e il bresciano. Hanno nomi per far ridere italiani dal cuore semplice: si chiamano: “Albero di Natale”; “Francesco Totti”; “Barcaiolo”; ti chiedono il tuo, di nome, e poi ti propongono: un safari Masai Mara; una gita su isolotti che compaiono solo con la bassa marea, luoghi chiamati “Sardegna 2”, per far sentire a casa il turista di Busto Arsizio, perché il turismo non è altro che l’avventura organizzata, il caos addomesticato.

Il caos ha preso d’un tratto la vita del console d’Italia: la crisi, crisi europea ed esogena, la fine di cumenda e padroni e padroncini pronti ad affidare cifre anche importanti all’edificator gentile della costa kenyota. Prendeva in prestito, costruiva, garantiva ritorni ormai da sogno nell’Europa dei tassi a zero; offriva rifugi dalle nebbie padane. L’inizio della scalata era stato balzachiano e rombante: con la moglie aveva costruito, cementificato, urbanizzato, in quella Cinisello sur Mer popolata di tuc tuc (le apette-risciò) e con quel caratteristico microclima di gas di scarico, copertoni bruciati e salsedine oceanica.

Ultimamente aveva una nuova compagna, e una figlia adorante che adorava, il console onorario. Ma la crisi, come si dice, si avvitava: sempre meno turisti, anche per rapimenti e minacce terroristiche in crescita. L’impossibilità di pagare creditori e finanziatori, ansiosi del loro sette per cento netto anche in tempi di magra. Fallimento: fine dunque del console palazzinaro, palazzinaro gentile, anche oggi che finanziatori e creditori pur preoccupati di “rientrare”, non riescono a trovare parole cattive per chi gli ha dato una “sòla” anche milionaria. E tutti presenti al funerale, nella chiesa di Sant’Antonio a Malindi, come si vuole gremita, tra l’ambasciatore d’Italia, questa sì una feluca importante, e il governatore locale, e un’Ave Maria e i canti swahili, e tutti i dipendenti del Coral, e poi un ometto piccolo – narrano le cronache locali – un anziano giriama, la tribù kenyota tra le più antiche, col vestito della festa; era un falegname che molto aveva operato per il Vancini.

Perché fino a pochi mesi fa, il console d’Italia vegliava sulla piccola comunità del Coral, per offrire Africa e mistero calmierati agli italiani, euro e dollari ai locali: robusti guardiani di sera spuntavano a vigilare con grossi bastoni, che la linea d’Ombra dall’Oceano e dal Caos non sconfinasse nel comfort brianzolo. Qui, non solo turisti, ma molti che avevano comprato appartamenti e ville e multiproprietà. Imprenditori e professionisti in cerca di clima caldo e secco per cuori, arterie, reumi; e rendimenti esentasse, fughe da mogli o mariti, risparmi sul riscaldamento o sul tedio. Signore in chemisier e brillanti, gare di beneficenza al meritevole orfanotrofio locale. Partite di bridge, acquisti di pesce lamentandosi che è diventato sempre più caro. Nori Corbucci, l’ex deputato Pci Colajanni, Gino Paoli, si aggiravano; un elegante avvocato bresciano sosia di Philip Roth, una ereditiera del tondino con marito self made man rustico, famoso per certi tomi di filosofia orientale letti allo Yachting (la parte più prestigiosa del Coral), per darsi un tono; e domestiche di casati lombardi molto liquidi che venivano molto riverite, dando party separati nei propri alloggi considerati assai più chic di quelli dei padroni.

Su questa piccola umanità il Vancini regnava senza immunità, come da Convenzione di Vienna; silenzioso, elegante, molto diverso antropologicamente dal vicino e amico Briatore, vegliava sui suoi ospiti-esiliati che qui vivevano anche sei mesi al l’anno, coi mali di vivere lasciati all’aeroporto di Mombasa (il piccolo aeroporto di Malindi è chiuso da anni ai voli commerciali, ci atterra solo Berlusconi col suo Gulfstream, sempre più di rado). Un’atmosfera tra Piero Chiara e Amici miei, però africana: per ingannare la noia, zingarate, pettegolezzi, sciarade: industriali che per scherzo minacciano di far rinchiudere l’amico cumenda in carcere per una notte (basta pagare 500 euro alla polizia locale, approfittando di un sistema statuale molto elastico e disintermediatore). E anche i casi più epici locali, Claudio Martelli e Edoardo Agnelli, arrestati e sputtanati per sostanze, qui venivano sbrigati con una alzata di sopracciglio: pare che non avessero capito la fluidità del sistema, coi ragazzi della spiaggia che offrono, e il poliziotto dietro le canne pronto a richiedere l’obolo. Non s’era compresa la filiera, a chilometri zero. Pare si fosse finiti invece nel più increscioso e inopinato “lei non sa chi sono io” e “chiamate la mia ambasciata”.

Ai tempi d’oro, Edoardo Agnelli beveva i suoi gin tonic al bancone del White Elephant, hotel confinante col Coral. Il Vancini si trovava invece in uno dei due bar del suo feudo, quello più discreto, prima di cena, in conversazione con bellezze lombarde o emiliane, mentre i baristi versavano alcolici col tot-measure, eredità britannica, il misurino metallico a clessidra. La cena era annunciata da un jingle che appariva malinconico nel disperato tentativo di essere giovane. Dalle casse sotto i makuti arrivava un riff artigianale: “e siamo tutti qui/ al Coral Key” faceva questa musica incisa da chissà chi, sulle note del più celebre Ymca dei Village People, e il contrasto con la strofa originale “It’s fun to stay at the Ymca”, “è divertente stare al Ymca”, e l’attacco, “Young Man!”, con allusioni ad allegre scorribande in alloggi adolescenziali, sembrava un’esortazione patetica, tra questi maglioncini sulle spalle da Cocoon sull’Oceano, e tante famiglie. A cena, Vancini poi non si vedeva spesso, forse scomparendo per alcune delle sue missioni romantiche; c’era un protocollo preciso, anche, si favoleggiava: la prescelta del momento veniva invitata sul suo aeroplanino, il famoso Cessna bianco monomotore pilotato da un arabo silente; e portata in gita al parco nazionale dello Tsavo, un’ora di volo da Malindi. Mentre l’arabo pilotava, Vancini eseguiva il suo rituale d’amore aeronautico. Per le più fortunate, poi, c’era anche un invito transfrontaliero, mesi dopo, all’appartamento in Galleria, a Milano. Ma la doppietta tra il Kenya e l’Area C era riservata soltanto alle più ambite (e le altre si offendevano molto).

Tutto questo prima che l’appartamento, così come la Rolls Royce e l’aereo, se ne andassero, con la crisi, e con l’arrivo dei debiti insolubili.

Si ricorderanno i decolli e gli atterraggi, del Vancini, un romanticismo aviatorio, con questo monoplano del tutto simile a quello della Mia Africa (la baronessa Blixen visse, amò e intraprese non lontano da qui). Ma senza il tema struggente del film, la musica strappacuore di John Barry. Altre musiche ugualmente struggenti sono state composte proprio al Coral Key: “In Africa”, pezzo di Memo Remigi, grande amico del Vancini che prese le sue difese quando nel 2012 improbabili ambientalisti kenyoti accusarono il non ancora console d’essere “un palazzinaro”, come se si potesse essere qualcosa d’altro a queste latitudini. Remigi, già autore di “Innamorarsi a Milano”, prese pubblicamente le difese dell’amico e ospite. Ma Malindi ha ispirato anche cantautori dei più impegnati: Roberto Vecchioni, che aveva casa da queste parti (poi acquistata da Giovanna Melandri, kenyota riluttante) compose un intero album, Rotary Club Malindi: (“Ma quando all’ora del gabbiano tutto se ne va/ e nel silenzio si addormenta il sole/ ti prende in fondo una tristezza che non sai”). 

Non solo padroni e padroncini tipo Cgia di Mestre, dunque, alla corte del Vancini, ma anche società civili in trasferta: Pietro Calabrese, scomparso direttore del Messaggero, affezionato dei luoghi, nel suo memoir triste “L’albero della vita” ricordò un capodanno al Coral Key nel bungalow dei Colajanni, presenti Riccardo Manfredi, uno dei proprietari dell’Ultima Spiaggia di Capalbio; e poi Chicco Testa, e Armando Tanzini, scultore e proprietario del White Elephant; tutti insieme all’amico Vancini. E il Coral Key, per qualche strano cortocircuito tropicale, diventava così anche una Capalbio africana: coi gestori dell’Ultima spiaggia a rifugiarsi qui, per mesi, dopo le fatiche maremmane. Tutti insieme, cumenda e intellettuali e ex butteri e ex parlamentari Pci, andavano poi a bere il caffè italiano al Karen Blixen, bar-ristorante con maxischermo tv per partite e sceneggiati Rai in una piazzetta circolare simil Porto Rotondo o Milano Tre, con portici.

Ma la crisi, che è arrivata a Malindi da anni, e che ha ucciso il suo console, aveva già dato dei segnali. Qualche anno fa, in tanti al Karen Blixen già prendevano in affitto la Gazzetta o il Corriere della Sera per mezzora, al costo di cinquanta scellini, invece dei trecentocinquanta necessari per l’acquisto. Piccole economie, piccoli cedimenti, come quelli degli intonaci bianchi del Coral Key che lentamente si sfaldavano e non venivano rinfrescati. Nessuno però avrebbe previsto il fallimento dell’impero vanciniano. Tantomeno la morte violenta. Se scompariva, il Vancini, lo si sarebbe visto planare in volo sul suo Cessna, o ricomparire a Milano in Rolls Royce. In fondo, anche la baronessa Blixen era andata fallita con la sua piantagione di caffè, aveva sbaraccato dal Kenya ed era tornata a casa. Il console onorario d’Italia invece non ha potuto: o non ha voluto.

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Gallant, Roth, Purdy e gli altri https://minimaetmoralia.it/libri/non-scrivere-di-me-livia-manera-sambuy/ https://minimaetmoralia.it/libri/non-scrivere-di-me-livia-manera-sambuy/#comments Wed, 22 Apr 2015 14:00:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26265 Questo articolo è uscito sul Corriere della Sera. (Nella foto: Livia Manera Sambuy con Philip Roth)

Comincia come un romanzo, Non scrivere di me di Livia Manera Sambuy: un soggiorno in Africa, un flashback innescato dalla lettura di un racconto di Hemingway, lo scoprirsi diversa dalla ragazzina di un tempo; il realizzare di esserlo perché in mezzo c’è stata una vita – una vita di letture. Comincia come un romanzo, questo libro appena uscito per Feltrinelli con una copertina di Adrian Tomine perfetta sia per l’atmosfera che per il suo evocare il New Yorker, rivista che ricorre spesso nel testo e di cui Tomine è stato più volte copertinista, e del romanzo ha il respiro nonostante sia un libro di non-fiction, la raccolta degli incontri dell’autrice con alcuni grandi scrittori nordamericani. Diciamo “autrice” ma potremmo dire protagonista, perché è forte, ancorché delicata, la presenza nel libro dello sguardo e della voce di Livia Manera, a cominciare dalle scelte fatte.

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Questo articolo è uscito sul Corriere della Sera. (Nella foto: Livia Manera Sambuy con Philip Roth)

Comincia come un romanzo, Non scrivere di me di Livia Manera Sambuy: un soggiorno in Africa, un flashback innescato dalla lettura di un racconto di Hemingway, lo scoprirsi diversa dalla ragazzina di un tempo; il realizzare di esserlo perché in mezzo c’è stata una vita – una vita di letture. Comincia come un romanzo, questo libro appena uscito per Feltrinelli con una copertina di Adrian Tomine perfetta sia per l’atmosfera che per il suo evocare il New Yorker, rivista che ricorre spesso nel testo e di cui Tomine è stato più volte copertinista, e del romanzo ha il respiro nonostante sia un libro di non-fiction, la raccolta degli incontri dell’autrice con alcuni grandi scrittori nordamericani. Diciamo “autrice” ma potremmo dire protagonista, perché è forte, ancorché delicata, la presenza nel libro dello sguardo e della voce di Livia Manera, a cominciare dalle scelte fatte.

È sufficiente scorrere l’archivio storico del Corriere della Sera per capire che nella sua carriera ha attraversato l’intero spettro della letteratura angloamericana; tuttavia, tra tanti incontri, ha scelto di rievocarne otto, cosa che appare come una precisa scelta di poetica. Due grandi scrittori poco noti in Italia – Mavis Gallant e James Purdy; due grandi invece celebri – David Foster Wallace e Philip Roth; due autori che ben incarnano un certo spirito pratico degli Stati Uniti, Richard Ford e Paula Fox; due scrittori-giornalisti, sorta di specchi dell’autrice stessa, Joe Mitchell e Judith Thurman. Ma gli specchi, in Non scrivere di me, sono ovunque.

Il primo è proprio Mavis Gallant, che Livia Manera incontra quando si è appena trasferita, da sola, a Parigi, esattamente come fece la scrittrice canadese nel 1950, e con cui stabilisce un’amicizia fatta di confidenza, ironia e riconoscimento; l’ultimo è Philip Roth, leggenda vivente con cui Manera instaura un legame forte, che porterà a due documentari, una conoscenza profonda e una lunga frequentazione – sarà lo stesso Roth a canzonarla amorevolmente con le parole di Groucho Marx “Oh Lydia, oh Lydia, my encyclopedia…”samb
Il risultato di questo gioco di specchi è un viaggio all’interno della letteratura come vita, e dunque come sistema di relazioni. Il che, ed è tra le cose di Non scrivere di me che più incanteranno il lettore, genera un ulteriore livello di riflessi: Manera incontra Gallant che le parla di quando stroncò De Beauvoir e incontrò Sartre; Manera incontra Ford che le racconta del suo amico Carver; Manera visita Purdy e vi trova John Uecker, già compagno di Tennessee Williams; Manera incontra Thurman e da lì ci reca a sfiorare Colette, Karen Blixen e Salinger; Mitchell evoca Edmund Wilson e addirittura il nostro Niccolò Tucci, autore oggi dimenticato che arrivò a pubblicare proprio sul New Yorker

Nicole Krauss scrive, in una frase citata dall’autrice, che la letteratura ha il potere di aprire canali di comunicazione altrimenti preclusi, ma è indubbio che anche Livia Manera ha questo potere: si intuisce, tra le righe, una grazia e una capacità di essere amica discreta, sponda e specchio per le scrittrici e gli scrittori che incontra, che finisce per portare molto oltre la cronaca letteraria.

Se, come dice Wallace – forse l’unico, nella sua già parossistica chiusura al mondo, a sfuggire a questa grazia, alla possibilità stessa di un legame, nonostante l’incontro narrato nel libro sia particolarmente toccante  – “una delle ragioni per cui gli scrittori di narrativa diventano tali è che nulla di veramente importante può essere detto in modo diretto”, Non scrivere di me dimostra invece che quando l’incontro e l’intervista non sono più stretta attualità culturale, quando subentrano il coinvolgimento emotivo e una sensibilità del tutto particolare a conferir loro ulteriori filtri, è lì che la figura e il pensiero dell’autore riappaiono sotto una luce nuova.

È possibile che il lettore si avvicini a questo libro per i nomi più celebri, per scoprire qualcosa in più su Roth o Wallace, e splendidi sono in effetti i loro ritratti; ma il vero dono che si ricava dalla lettura di Non scrivere di me è quello della ricostruzione di un piccolo “canone maneriano”, sicuramente diverso da quello di molti lettori italiani, anche appassionati di letteratura americana: e andrà a finire che ci ritroveremo a ricercare negli scaffali di casa quel vecchio Einaudi di James Purdy finito chissà dove; che andremo in libreria per acquistare i BUR dei racconti di Mavis Gallant, o i libri di Joe Mitchell recentemente ripubblicati da Adelphi.

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Grandi scrittori immortalati da grandi fotografi https://minimaetmoralia.it/fotografia/grandi-scrittori-e-grandi-fotografi/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/grandi-scrittori-e-grandi-fotografi/#comments Sun, 15 Jun 2014 12:45:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20438 Questo pezzo è uscito su Europa. (Immagine: Emmanuel Carrère, Parigi, 2004. ©Lise Sarfati/Magnum Photos/Contrasto)

Soprattutto, gli scrittori pensano e osservano. Riconoscerli è semplice perché di solito sono circondati da oggetti e ambienti che certificano il loro talento artistico. Gli scrittori sono i loro stessi gesti, i vezzi e i velluti che sigillano la loro diversità (penne, baffi, scrivanie, papillon, bretelle, scarpette e bicchieri di vino). È appena uscito Scrittori (libro edito da Contrasto) che presenta 250 fotografie di grandi scrittori immortalati da fotografi altrettanto celebri (Cartier-Bresson, Robert Capa, Elliott Erwitt, Ugo Mulas, Salgado, e altri). Ma questo splendido catalogo è anche involontariamente un manuale di retorica che illustra la mitologia che avvolge intellettuali, romanzieri e poeti. Per prima cosa, lo scrittore autentico è circondato da libri. Libri sfogliati, libri che caricano chi li sfiora del loro potere evocativo. Molti volumi infatti tra le mani di Adonis e Yeats, di Apollinaire e Cabrera Infante, mentre Márquez ha una copia di Cent’anni di solitudine aperta sulla testa, e spessissimo i libri rifulgono dallo sfondo: dagli scaffali di Margaret Atwood, George Bataille, Malaparte e Gadda. Pile torreggiano da terra e circondano Peter Handke, Musil è sommerso da quelli impilati sulla scrivania; abbondano le librerie ordinate di Vargas Llosa, di Vila Matas, della Némirovsky, e quelle disordinate à la Mishima.

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Questo pezzo è uscito su Europa. (Immagine: Emmanuel Carrère, Parigi, 2004. ©Lise Sarfati/Magnum Photos/Contrasto)

Soprattutto, gli scrittori pensano e osservano. Riconoscerli è semplice perché di solito sono circondati da oggetti e ambienti che certificano il loro talento artistico. Gli scrittori sono i loro stessi gesti, i vezzi e i velluti che sigillano la loro diversità (penne, baffi, scrivanie, papillon, bretelle, scarpette e bicchieri di vino). È appena uscito Scrittori (libro edito da Contrasto) che presenta 250 fotografie di grandi scrittori immortalati da fotografi altrettanto celebri (Cartier-Bresson, Robert Capa, Elliott Erwitt, Ugo Mulas, Salgado, e altri). Ma questo splendido catalogo è anche involontariamente un manuale di retorica che illustra la mitologia che avvolge intellettuali, romanzieri e poeti. Per prima cosa, lo scrittore autentico è circondato da libri. Libri sfogliati, libri che caricano chi li sfiora del loro potere evocativo. Molti volumi infatti tra le mani di Adonis e Yeats, di Apollinaire e Cabrera Infante, mentre Márquez ha una copia di Cent’anni di solitudine aperta sulla testa, e spessissimo i libri rifulgono dallo sfondo: dagli scaffali di Margaret Atwood, George Bataille, Malaparte e Gadda. Pile torreggiano da terra e circondano Peter Handke, Musil è sommerso da quelli impilati sulla scrivania; abbondano le librerie ordinate di Vargas Llosa, di Vila Matas, della Némirovsky, e quelle disordinate à la Mishima.

Ma prima di dare vita ai capolavori, gli scrittori sono punti interrogativi e i fotografi non hanno desiderato altro se non cogliere sguardi che raccontassero tutto di loro, i tormenti, la vita e l’opera stessa. È infinita la galleria di occhiate inimitabili: “lo sguardo torvo” di Martin Amis, quello impenetrabile di Paul Auster, gli occhi inquieti di Ingebor Bachmann, quelli nostalgici di Bolaño, lo “sguardo assorto” di Henry James, quello perso nel nulla del nichilista Houellebecq, lo sguardo pazzo di Bret Easton Ellis, quello fulminato di James Ellroy e quello ipnotico di Zadie Smith.

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Talmente celebri, alcune foto sono diventate icone. È il caso dello scatto a Beckett (di Cartier-Bresson), a Kafka, a Bruce Chatwin con gli scarponi al collo e lo zaino, immagine immortale del viaggio avventuroso. Spesso gli scrittori sono rappresentati da ammennicoli che diventano i loro correlativi oggettivi: le infradito del brasiliano Jorge Amado, gli occhialetti di Brecht, la lente d’ingrandimento di Joyce, la penna di Savinio, il cappello della Nothomb e i ricci della Oates (per non dire dei fucili di Burroughs, Jack London ed Hemingway). Altre volte gli scrittori sono i luoghi che hanno narrato: non c’è Neruda senza mare alle spalle, non c’è poesia di Walcott senza piante sullo sfondo. Non si danno Marguerite Duras, Simone De Beauvoir né Sartre senza dietro i tavolinetti e i lampioni parigini. Impensabili Ben Jelloun o Amos Oz o Yehoshua seduti alle scrivanie e infatti alle loro spalle sempre dolci deserti di sabbia sacra. Chi è Sebald se non i rami secchi delle sue passeggiate letterarie?

Dal libro Scrittori, curato da Goffredo Fofi, risalta un elemento decisivo: le mani tengono teste pensierose. Il volto di Heinrich Böll e la fronte di Gide sono sorrette da una mano. Ne servono due per tenere il viso di Yasunsari Kawabata e una è appoggiata alla tempia di Thomas Mann. Per Moravia serve un pugno che rinforzi il mento, Philip Roth tiene un indice contro la tempia. Di certo, più lo scrittore è impegnato più urge un sostegno per la testa: la mano di Tabucchi ne cancella quasi il volto, Saviano ha bisogno di un pugno sotto il mento e del gomito sul ginocchio che puntelli il braccio, e tutte e due le mani sono sulle tempie di Alice Walker (dovute forse alla “passione per l’impegno e la vita sociale”). D’altra parte già la Malinconia incisa da Dürer si teneva il viso con la mano.

Che osservino, scrivano o riflettano, tutti emanano una vaga dannazione e quindi un po’ di fumo che li avvolge: sigarette tra le dita o tra le labbra di Bulgakov, Camus e Cocteau, Fuentes e Cortázar, Hammet e Cummings, Maugham e Mayakovsky, Prévert e Joseph Roth, Steinbeck, Karen Blixen e Salinger. Sigarette con bocchino per Paul Éluard, Ferenc Molnár e Virginia Woolf. Tanti i sigari: Houellebecq e Burgess, Dos Passos e José Lezama Lima perché più del sigaro poté solo la pipa: Dürrenmatt e Arthur Miller, Neruda e Sartre, Simenon e Amis, Hermann Broch e Apollinaire (qui fotografato da Pablo Picasso).

Si potrebbe analizzare il significato di scrivanie, barbe, occhiali, corpi spogliati, rossetti e cappelli, ma in questa carrellata di pose, miti e cliché, in cui gli scrittori sono speciali anche quando fanno cose comuni (Pasolini gioca sì a calcetto in borgata, ma in giacca e cravatta), spiccano le immagini semplici e quelle inattese, Emmanuel Carrère con mani in tasca, Stephen King in moto, Carlo Levi che dipinge, Henry Miller seduto su un gabinetto chiuso, Montale che fissa l’upupa impagliata (regalo di Parise), Nabokov a caccia di farfalle, Singer che dà da mangiare ai piccioni e Proust sul letto di morte. Con buona pace dei fotografi, è perfetta anche la foto di Thomas Pynchon che ne ritrae con fedeltà assoluta il suo carattere schivo: un’anonima fototessera di gioventù.

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Vacanze a Malindi https://minimaetmoralia.it/reportage/vacanze-a-malindi/ https://minimaetmoralia.it/reportage/vacanze-a-malindi/#comments Thu, 19 Dec 2013 09:45:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17125 Michele Masneri, in procinto di pubblicare il suo Addio, Monti (gennaio 2014) con minimum fax, si prepara a un soggiorno cautelare a Malindi, luogo di care memorie prima repubblica, tuttora molto amato dai nostri connazionali anche in virtù di un mancato accordo di estradizione con l'Italia. Questo pezzo è uscito su Studio. (Immagine: Karin Kellner)

La spiaggia più malinconica d’Italia, i nostri caraibi in provincia di Brescia. Bisogna andarci, almeno una volta: anche se non è facilissimo; sono almeno otto ore di volo, i collegamenti sono cari; poche compagnie di charter, si può optare invece per la Ethiopian, che offre in business class cucine rinomate e soprattutto figure di businessmen locali diversamente magri, vestiti da Sopranos. Si fa scalo a Addis Abeba (codice Iata: ADD), magnifico aeroporto di modernariato pronto per shooting vintage, con molti caffé con narghilè e chaise longue di paglia in Frecce Alate dove ci si riposa senza scarpe, e risse per gli imbarchi che fanno sembrare Fiumicino efficientissimo. Al ritorno, su Atr42 turboelica, ci si ferma invece sul Kilimangiaro (codice Iata: JRO).

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Michele Masneri, in procinto di pubblicare il suo Addio, Monti (gennaio 2014) con minimum fax, si prepara a un soggiorno cautelare a Malindi, luogo di care memorie prima repubblica, tuttora molto amato dai nostri connazionali anche in virtù di un mancato accordo di estradizione con l’Italia. Questo pezzo è uscito su Studio. (Immagine: Karin Kellner)

La spiaggia più malinconica d’Italia, i nostri caraibi in provincia di Brescia. Bisogna andarci, almeno una volta: anche se non è facilissimo; sono almeno otto ore di volo, i collegamenti sono cari; poche compagnie di charter, si può optare invece per la Ethiopian, che offre in business class cucine rinomate e soprattutto figure di businessmen locali diversamente magri, vestiti da Sopranos. Si fa scalo a Addis Abeba (codice Iata: ADD), magnifico aeroporto di modernariato pronto per shooting vintage, con molti caffé con narghilè e chaise longue di paglia in Frecce Alate dove ci si riposa senza scarpe, e risse per gli imbarchi che fanno sembrare Fiumicino efficientissimo. Al ritorno, su Atr42 turboelica, ci si ferma invece sul Kilimangiaro (codice Iata: JRO).

L’italiano in arrivo si ferma a Mombasa – l’aeroporto di Malindi è perfettamente attrezzato ma è attualmente chiuso per beghe burocratiche, viene aperto solo per aerei speciali tra cui il Gulfstream del Cavaliere in arrivo da Linate (LIN), ma di questo si dirà in seguito. A Mombasa l’italiano dormirà, affidandosi a tassisti che nelle albe livide ti portano in giro per una megalopoli anche pericolosetta (ma mai come Nairobi, di cui si dicono violenze inenarrabili) perché gli aerei dall’Italia atterrano spesso nel cuore della notte.

Quindi Malindi: tre ore di macchina, e si è subito immersi in buche e arredo urbano da Esquilino (i romani infatti si abituano subito alle strade e al traffico e anzi non notano molte differenze, ci sono molte bici e risciò pur senza piste ciclabili, mentre i lombardi sbroccano subito) e profumi forti, anzi un profumo predominante che è proprio introvabile in altri luoghi anche africani: note di testa di tubo di scappamento e note di coda di copertone bruciato; in mezzo, mare, e polvere. Dolce, in fondo, e dà dipendenza, pare. Arrivati al proprio resort, in regime di soft all inclusive o full all inclusive (tema che meriterebbe approfondimento a parte) l’italiano si impossessa della sua camera in costruzioni mediamente scrostate, ricchi banchetti, piscine sempre molto clorate, decorazioni con palme e fiori sui letti (in caso di houseboys premurosi e/o ricche mance).

Di fronte c’è l’oceano (e Zanzibar), e la spiaggia, la più maestosa è Silversand, la stripe di Malindi su cui si affacciano gli hotel più famosi e soprattutto il terziario avanzato di Malindi: i beach boys. Ragazzi minorenni che parlano un italiano corretto, e offrono manufatti, souvenir, gite, servizi vari, sesso (ma attenzione perché tutto ciò che è piacevole in Kenya è annacquato o illegale, e la joint venture tra gioventù e polizia locale, dietro la frasca, è attivissima); sono specializzati in dialetti, tra cui molto gettonati il bolognese, il bergamasco e il bresciano. Tra gli italiani, una colonia a parte è infatti quella bresciana, molto cospicua, con forte spirito di corpo, molte signore con villa, che si aggirano in chemisier e gioielli sobri, fanno del bene alle locali attività di beneficenza, tra cui un meritevole orfanotrofio. Giocano molto a carte, comprano il pesce lamentandosi che è diventato sempre più caro. Milanese è invece Marco Vancini, patron del Coral Key, grande classico dei resort sulla spiaggia, da poco console onorario d’Italia, figura molto popolare, noto playboy che un tempo scorrazzava per la macroregione in Rolls Royce, e adesso qui trasvola invece le sue prede su un piccolo aereo a elica.

I resort sono poi specie di compound diplomatici non comunicanti con la spiaggia: la notte solerti guardie con bastoni di legno impediscono che esuberanti indigeni entrino nei giardini all’inglese; di giorno il buonsenso impedisce al turista di scendere sulla pur magnifica Silversand: i beach boys ti assalgono quasi subito, infatti; hanno nomi imaginifici come “Albero di Natale”; “Francesco Totti”; “Barcaiolo”; ti chiedono il tuo, di nome, ed è il primo tassello dell’escalation che li porterà, dopo averti seguito per tutto il tempo in spiaggia, a proporti, in ordine decrescente di profittabilità (per loro): un safari Masai Mara; una gita su isolotti che compaiono solo con la bassa marea, al largo del Parco Marino, e grigliata in loco, e tante fotoricordo, in luogo chiamato “Sardegna 2” (sic), con trattamento soft-all inclusive che qui significa «se vuoi vino, lo porti tu».

Braccialetti col tuo nome ricamato, oppure, opzione più economica, semplice scorta sulla spiaggia («ti difendiamo noi, amico», cioè poi dai dalle profferte dei beach boys loro concorrenti) con mostra delle meraviglie ittiche – stelle marine in accoppiamento («matrimonio, amico!»), granchi vari, e «stronzo di mare, amico». Infine, il ricatto morale: a un certo punto disegnano con un bastone qualcosa sulla sabbia, ed è una grande scatola di farina, o Taifa, con cui dovranno sfamare parenti e cugini al villaggio, e il suo prezzo, già quotato in euro: quaranta. Per difendersi, se si ha il physique du rôle, conviene fingersi inglesi: e si viene rispettati. Quando scoprono che sei italiano, al contrario, è finita (con necessarie riflessioni sulla nostra storia coloniale, forse).

Il nome “Sardegna 2″ naturalmente non può non evocare il genius loci della Silversand, ovvero Flavio Briatore, che qui dai beach boys è molto amato e ha un compound tutto suo al cosiddetto Parco Marino. Si chiama “Lion in the sun”, è un cinque stelle e sta nella Rodeo Drive di Malindi, la punta estrema della Silversand, chiamata con un nome che evoca contesse craxiane, “Casuarina Road”. Il suo motoscafo di legno, non particolarmente opulento e forse addirittura ecologico, viene mostrato in rada dai beach boys come attrazione turistica. Briatore è molto stimato dai ragazzi della spiaggia perché applica una politica di microcredito forse più efficace delle varie Fao e Unicef, con donazioni agli indigeni di beni durevoli come coppie di ovini pronti a figliare, farina, olio. Non si vede in giro molto, peraltro: tranne qualche passeggiata, a volte con Silvio Berlusconi, esiliato qui per qualche vacanza dopo la presa della Certosa per mano del fotografo Zappadu.

Ma si sbaglierebbe a giudicare Malindi rifugio di loschi figuri antidemocratici: tralasciando i noti episodi dell’ex ministro Giovanna Melandri – acquirente peraltro della villa di Roberto Vecchioni, altro insospettabile amante di Malindi, e compositore di un album Rotary Club Malindi (2004) – può capitare di imbattersi in parecchia società civile e intellettuali già organici al Pci, con case chiuse a Palermo per riscaldamenti esosi e qui quasi stanziali, con biblioteche, discussioni, dibattiti in belle case minimaliste sotto il makuti (i pannelli di foglie di palma pressati, che reggono le piogge e sono habitat ideale per pipistrelli, e infiammabilissimi).

Ognuno trova la sua dimensione, a Malindi: anche Edoardo Agnelli che andava a prendere i suoi gin tonic al White Elephant, il più raffinato e british dei resort sulla Silver Sand, tra palme giganti, bancone del bar sdrucito e fané il giusto, dove ci si sente subito lontanissimi dall’aria Cafonal, e dentro invece una Mia Africa di eleganze britanniche e europee (e del resto la baronessa Blixen bazzicava Malindi). Agnelli e Martelli, cui spesso si associa il nome della spiaggia kenyota, qui sono considerati casi inspiegabili se si considera che la polizia locale è forse la più corrotta della terra ed essendo qualunque controversia legale risolvibile con un buon quantitativo di denaro, si dice che in entrambi i casi invece che pagare la mini-tangente si sia sprofondati nel più classico “lei non sa chi sono io”, o addirittura nel “chiamate la mia ambasciata”, coi risultati che si conoscono.

Quando escono dai loro compound, gli italiani prendono un tuk-tuk (le apette con calessino, pericolosissime ma economiche) e vanno in centro. Gli intellettuali amano il Bob Marley, ristorante all’aperto con musica reggae, pavimenti di sabbia, personale come si vuole rasta e molte fontanelle per lavarsi le mani. Qui infatti si mangia quasi esclusivamente una delle specialità malindine, il pollo ai ferri. Un pollo che regala sensazioni ataviche, con una consistenza nervosa e soprattutto un sapore unico: si ciba soprattutto di monnezza, per le strade della città. Tutti vanno poi a bere il caffè (Palombini) al Karen Blixen (appunto), bar-ristorante vicino alla piazza del Cambio, dove per Cambio si intende cambio al nero di euro-dollari contro scellini kenyoti, con lunghe e gustose contrattazioni, a chi piace. Qui si trova un maxischermo tv per partite e sceneggiati Rai in una piazzetta circolare simil Porto Rotondo o Milano Tre, con portici e negozi fighetti e prezzi occidentali. Una trovata recente è quella del giornale in affitto: si prende la Gazzetta o il Corriere – di qualche giorno prima – per mezzora, costo cinquanta scellini (cioè cinquanta centesimi), invece che trecentocinquanta scellini in edicola.

La sera, si va ai beach party nei resort sulla spiaggia, dove impera la camicia celeste e il maglioncino sulle spalle e l’occhiale di celluloide; chi vuole provare il brivido di una malinconia speciale va, almeno una volta, al casinò di Lamu Road: con l’aria condizionata migliore di Malindi, due bar con camerieri regali nei loro smoking bianchi; un grande Klimt tarocco, poltrone di cuoio consunte, barmen sapienti e di alta scuola, e cuochi leggiadri con alto cappello; suonatore (si chiama Francis) di pianobar sapiente e nostalgico, brizzolato, un Kofi Annan ma più elegante, con aria professionalmente malinconica, e occhio di chi ha visto tutto e non giudica niente. L’atmosfera Casablanca contrasta molto con tutta un’umanità virile e bassa e da piccola e media impresa di Verona, Padova, Bergamo, che invece ordina camomille e cocacole, con magliettine rosse o gialle, tipo “Lotto” o “Tepa sport”, seduta accanto invece a bellissime ragazze molto alte che bevono vodka tonic; sono tutte “studentesse di Nairobi” (un codice à clef malindino per significare mignotte) e si guardano come per dire: come siamo cadute in basso. E probabilmente sognano Briatore.

“Ma quando all’ora del gabbiano tutto se ne va/ e nel silenzio si addormenta il sole/ ti prende in fondo una tristezza che non sai/ che non sai da dove viene/ sta nell’odore della sera/ nel colore così basso del cielo/inventato dal vento/ e tutto passa e tutto è vivo/ e niente può tornare, neanche Dio/ da qualche stella d’argento”. 

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Le maestre ritrovate (I e II) https://minimaetmoralia.it/libri/le-maestre-ritrovate-i-e-ii/ https://minimaetmoralia.it/libri/le-maestre-ritrovate-i-e-ii/#respond Fri, 02 Oct 2009 08:45:43 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=801 Questo articolo è apparso sul blog di Paolo Cognetti, Capitano mio Capitano. Cognetti, in occasione della riscoperta da parte della nostra editoria di due importanti autrici americane, ci racconta della sua grande passione per la letteratura d’oltreocenao. Sotto richiesta dell’autore vi chiediamo di commentare il testo, se volete farlo, direttamente sul suo blog. Sono tortuose […]

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Questo articolo è apparso sul blog di Paolo Cognetti, Capitano mio Capitano. Cognetti, in occasione della riscoperta da parte della nostra editoria di due importanti autrici americane, ci racconta della sua grande passione per la letteratura d’oltreocenao. Sotto richiesta dell’autore vi chiediamo di commentare il testo, se volete farlo, direttamente sul suo blog.

cognetti_blogSono tortuose le strade che portano a leggere un libro. Mi ricordo bene, verso i sedici anni, la sensazione di vertigine che provavo entrando in biblioteca (allora, senza soldi, prendevo i libri in prestito o li rubavo; adesso al contrario ne compro troppi, più di quelli che riesco a leggere; forse quando sarò vecchio tornerò a fregarmene di accumulare carta, e possiederò solo il libro che sto leggendo). Migliaia di titoli, epoche e luoghi, e un esercito di scrittori morti che mi osservavano dagli scaffali, minacciando di crollarmi addosso come gli scheletri di Indiana Jones. Di certo lì dentro c’era quello che faceva per me, però come facevo a trovarlo? Il mio libro mi stava aspettando in qualche angolo di quel labirinto, e io non sapevo nemmeno da dove cominciare (credo di avere letto tutta Isabel Allende e tutto Paul Auster solo per evitare di vagare in preda al panico nella biblioteca di quartiere). Poi ho scoperto il sistema delle scatole cinesi. I libri sono pieni di indizi per arrivare ad altri libri, se uno è pronto a coglierli e a risalire la corrente.

Così, a diciassette anni sono stato folgorato da un romanzo chiave per la mia generazione, Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Devo averlo riletto tre o quattro volte, e poi ho cominciato a notare le tracce che gli scrittori seminano sempre, perché raccontando una storia sentono il bisogno di dire da dove vengono, di fare i nomi dei loro maestri. Anche Brizzi era stato generoso. Nel romanzo, il protagonista leggeva Due di due di Andrea De Carlo: e io sono tornato in biblioteca, ho preso in prestito Due di due, me ne sono innamorato, in qualche mese ho letto l’opera completa di De Carlo (tuttora penso che i suoi primi cinque o sei libri siano da conservare; poi ne sono arrivati un paio che mi hanno molto deluso; gli ultimi non li ho letti).
Un altro indizio seminato da Brizzi: sulla prima pagina del suo romanzo c’era una dedica ad Andrea P. e T., che hanno disegnato e scritto. Questa è stata una ricerca più ardua ma alla fine ho decodificato i nomi di Andrea Pazienza e Pier Vittorio Tondelli, e così anch’io ho conosciuto le storie di Pier. E poi sono andato avanti a scoperchiare scatole: di Tondelli non solo ho letto Altri libertini, ma ho esplorato il lavoro che faceva con gli aspiranti scrittori, scoprendo che a tutti consigliava Hubert Selby Junior, Ultima fermata a Brooklyn.

L’incontro con Selby mi ha spalancato le porte di un mondo in cui sono tuttora immerso. Appena tre gradi di separazione e da Jack Frusciante – quel tascabile nascosto sotto al banco di liceo tra le gomme appiccicate e le barzellette sporche – ero arrivato alla letteratura americana del dopoguerra. (A proposito di americani, di gradi di separazione e pure di banchi di liceo, vi ricordate che cosa legge Holden Caulfield prima di scappare dal collegio? Secondo me non ve lo ricordate. La mia Africa. A Holden non piace mai niente, meno di tutto quello che è finto e pretende di sembrare vero, e invece La mia Africa lo appassiona. Se ne sta lì da solo a leggere Karen Blixen quando arriva il vecchio Stradlater a pulirsi le unghie e rompere i maroni. Così l’ho letto anch’io, cercando di non pensare troppo a Meryl Streep e Robert Redford, anche se non è stato facile. Aveva ragione Holden, è un gran bel libro. Leggendolo si capisce bene come mai piacesse tanto a Salinger.)

Ora, perché ho raccontato questa storia? Perché c’è un nome che mi perseguita da più di dieci anni, cioè dai tempi in cui lessi Ballo di famiglia di David Leavitt. Nell’introduzione a quel libro, Fernanda Pivano faceva parecchi nomi. Era il testo con cui nel 1987 presentava il minimalismo letterario al pubblico italiano, citando ampiamente un saggio-manifesto di un paio d’anni prima, New Voices and Old Values, in cui lo stesso Leavitt definiva le caratteristiche del nuovo movimento. Dunque la Nanda ne individuava il padre e la madre in Raymond Carver e Grace Paley, e gli esponenti più notevoli («autori ormai quasi tutti popolari anche in Italia, o che lo diventeranno presto») in Marian Thurm, Peter Cameron, Meg Wolitzer, Bobbie Ann Mason, Ann Beattie, Amy Hempel, Elizabeth Tallent. Nomi di scrittori americani, acqua per mia gola arsa. Io all’epoca non ne conoscevo neanche uno. La mia biblioteca di quartiere ne era sprovvista, ma non era colpa sua: era l’editoria italiana che li aveva persi per strada. Solo in anni più recenti è cominciato un lavoro di recupero dei maestri dimenticati, e pazienza se scrivevano racconti brevi: e così anche noi abbiamo letto le storie di Eudora Welty e Kathrine Mansfield, e di John Cheever, Donald Barthelme, Mary Robinson, Richard Yates.

Hempel_blogOra è la volta di Amy Hempel. Ecco il nome che mi perseguitava. I suoi unici testi tradotti in italiano erano fuori dalla circolazione da quasi vent’anni. In America è considerata una maestra e più di una volta, a New York, ho preso in mano uno dei suoi libri, l’ho sfogliato e alla fine l’ho rimesso nello scaffale. Non era diffidenza né altro. Semplicemente, il suo inglese era troppo difficile per il mio. Per fortuna adesso ci ha pensato Mondadori, pubblicando in un solo libro le quattro raccolte di racconti che Amy ha scritto: Ragioni per vivere(1985), Alle porte del regno animale (1990), Rientrata (1997), Il cane del matrimonio (2005). Io ci vado giù pesante con gli editori, specialmente con quelli industriali, ma questa volta mi inchino di fronte a un’operazione che non porterà nessun ritorno economico: dico grazie a chiunque, in Mondadori, abbia avuto l’idea di pubblicare questo libro. I racconti di Amy Hempel sono difficili. Spesso sono lunghi solo due o tre pagine. Per gli appassionati della questione Carver-Lish, riporto la frase che chiude la raccolta: «Con uno speciale ringraziamento a Gordon Lish, editor del mio primo e secondo libro, per la conversazione durata trent’anni».
Dunque pare che lo spietato aguzzino abbia fatto anche del bene. Non so se con Amy Hempel abbia usato la sua leggendaria mannaia, ma di certo queste storie sono oscure, ermetiche, ellittiche, lavorate in modo maniacale. In questo senso mi ricordano quelle di Lydia Davis. Parlano di persone normali in situazioni normali, anche se nel mondo di Amy Hempel la normalità delle persone è più vicina all’ossessione, alla nevrosi, alla malattia mentale che a una pacifica, monotona lucidità. Alcuni racconti mi hanno spiazzato, a volte anche disturbato, però senza commuovermi. Altri li ho letti più volte perché mi hanno colpito al cuore: credo che tutti siano da rileggere e meditare, senza fretta di passare al successivo, prestando attenzione alle parole. Se siete persone più pazienti di me, uno al giorno potrebbe andar bene. In fondo Amy Hempel ci ha messo vent’anni per scriverne 48. Copio qui un pezzo del quarantaquattresimo, a me è piaciuto molto, poi fate voi.

***

Cos’erano le cose bianche?

Queste stoviglie sono una compagnia di repertorio, recitano una parte in ogni sogno. No, non cominciò così. Disse che le stoviglie recitavano una parte in ogni quadro. L’artista proiettava diapositive delle nature morte che aveva dipinto nell’arco di più di trent’anni. Qualcuno fra il pubblico ristretto e attento chiese: «Quella tazza non era in un quadro di qualche anno fa?» Sì, infatti, disse l’artista, e anche la caraffa, la terrina e il calice. Chi era la donna nuda appoggiata al tavolo sul quale erano disposte le stoviglie? L’artista non lo disse, e nessuno fra il pubblico ristretto e attento lo chiese.
A me bastava guardare gli oggetti su cui per tanti anni si era concentrata l’attenzione di un uomo di talento. Ero capitata alla conferenza mentre ero diretta altrove, a un appuntamento con uno specialista fissato dalla mia dottoressa. Due giorni prima mi aveva fornito il suo nome e l’indirizzo, e devo ammettere che avevo smesso di ascoltarla, anche se – o proprio perché – era importante. Così, anziché andare nello studio del radiologo, ero entrata nella chiesa sconsacrata dove si teneva la presentazione dell’artista, annunciata fuori con il titolo: «Trovare il mistero nella chiarezza». Non era forse il contrario di quel che cercava la maggior parte delle persone?
Le stoviglie erano bianche, non smaltate, ed erano dipinte in modo realistico. I vari pezzi proiettavano ombre di lunghezza diversa in ogni dipinto, a seconda del taglio della luce. A volte erano allineati in modo da toccarsi, e a volte rimanevano spazi vuoti tra uno e l’altro. Quegli spazi vuoti erano parte del mistero che l’artista aveva in mente? Voleva che li prendessimo alla lettera, che pensassimo: assenza? Disse che la mente vuole comprendere il significato delle cose, vuole sapere quello che rappresentano. D’accordo, disse l’artista, ecco cosa ho dipinto quel settembre. Sullo schermo apparve un tavolo ben noto – perché da anni figurava nelle sue nature morte – mentre le due stoviglie più alte, la caraffa e il vaso, erano sparite; al loro posto non c’era niente.
Ahhh, fece il pubblico ristretto e attento.
Poi qualcuno chiese all’artista: «Cos’erano le cose bianche?» Voleva dire le cose bianche negli altri quadri. Che cosa rappresentavano? E l’artista disse che non intendeva rispondere a quella domanda
.

Amy Hempel, Ragioni per vivere
Traduzione di Silvia Pareschi, Mondadori 2009

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beattie_blogLa seconda maestra ritrovata è Ann Beattie, di cui minimum fax pubblica in questi giorni il romanzo d’esordio, Gelide scene d’inverno, del 1976. La sua assenza dalle librerie italiane è ancora più inspiegabile di quella di Amy Hempel, perché la carriera di Ann Beattie non ha nulla di ermetico e oscuro: ha pubblicato sette romanzi e otto raccolte di racconti. Per i racconti, in particolare, è stata più volte accostata a gente come Cheever e Salinger. Era una buona amica di Carver: io l’ho sentita ricordare il loro rapporto nell’unico documentario biografico che esista su di lui, To write and keep kind, del 1992 (un brutto film, ma un documento prezioso). Così incrocio le dita e spero che gli amici di minimum fax abbiano in cantiere anche i suoi racconti, in particolare il best of che in America è uscito una decina d’anni fa con il titolo di Park City.

A proposito di titoli: quello originale del romanzo, Chilly Scenes of Winter, anticipa il film che pochi anni dopo avrebbe segnato un’epoca: The Big Chill (Il grande freddo). Che cos’è tutto questo gelo? In entrambe le storie i personaggi fanno i conti con la fine delle illusioni. Ann Beattie è del ’47, dunque ha vissuto in piena adolescenza la febbre degli anni Sessanta: e infatti la colonna sonora del libro corre parallela a quella del film. Ma nel ’76 Brian, Janis, Jimi e Jim sono già morti da un pezzo, e il protagonista Charles si trova a fare i conti con un padre che non c’è più, una madre che è uscita di testa e ogni tanto prova ad ammazzarsi, un patrigno che potrebbe essere eletto Americano Medio dell’Anno e un grande amore, Laura, donna sposata che prima va a vivere con Charles, poi torna dal marito (un ex giocatore di football soprannominato «il Bue»), poi lascia marito e figlia e prova a stare da sola, in cerca di se stessa. La storia è più o meno tutta qui. Ma più che la trama, credo che l’importanza di questo libro sia nel ritratto di una generazione: quella dei trentenni colti e benestanti che da ragazzi vissero la rivoluzione e da adulti furono travolti dal riflusso, e nel frattempo avevano perso ogni riferimento riguardo alla famiglia, la casa, il lavoro e tutti i paletti di sicurezza del sogno americano. Janis Joplin canta molto spesso in Gelide scene d’inverno, ma è un passato che sembra già remoto. Il futuro prossimo, annunciato come una cappa di umidità all’orizzonte, è Reagan, lo yuppismo, il vuoto pneumatico degli anni Ottanta. C’è una domanda ricorrente che Laura fa a Charles, il quale è un innamorato all’antica, del tipo ossessivo-persecutorio: perché ti piaccio così tanto? Che cosa trovi di irresistibile in me? Che cosa ho in fondo di speciale?

Forse, Laura, è solo che sei diversa da tutto quello che c’è fuori. A volte succede così. Mi sa che amare Laura è l’unico modo per conservare quello che è stato, e che altrimenti sarebbe perduto per sempre.

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Per un po’, quando le cose fra loro andavano a gonfie vele, parlando con Laura a Charles era capitato di dimenticarsi che non avevano passato insieme tutta la vita. Le nominava i suoi compagni delle medie e dava per scontato che li conoscesse anche lei, le raccontava di come aveva mentito per non entrare nell’esercito e si dimenticava che non le aveva mai detto una parola sull’esercito. Laura non gli raccontava mai molto del suo passato. La madre era morta quando lei andava alle superiori. Charles non ha idea di che fine abbia fatto il padre, se sia vivo o morto. E non si ricorda dov’è andata alle superiori. In Virginia, ma quale parte della Virginia? Durante le superiori ha lavorato come cameriera. Ma gli ha mai raccontato com’era, fare la cameriera? Gli ha mai raccontato un aneddoto buffo? Gli pare di no. Laura ha un fratello che gestisce un rifugio per cacciatori. Non lo vede da anni. Una volta per Natale le ha mandato una testa di cervo. E poi che altro, che altro sa di Laura?
I capelli di Laura sono sempre elettrici. Lei cosparge la spazzola di lacca spray, sperando di risolvere così il problema. Il suo Beatle preferito è George Harrison. Non ha mai dovuto portare l’apparecchio per i denti. Le piacciono i saponi costosi, dal profumo delicato. Ha i capelli lunghi e mossi. Quando si è comprata la prima macchina era esaltatissima, anche se era una macchina vecchia. All’università prendeva voti discreti. La prima volta che ha bevuto è stata a diciott’anni, un rum collins. Adesso beve scotch. Le fanno pena le giraffe. Non le importa cosa ci mettono sulla pizza, purché non siano alici. Però le piace la Caesar Salad, ed è rimasta sorpresa quando ha scoperto che dentro c’erano anche le alici tritate. Le piace Jules e Jim. Ha pensato di fare la regista. Una volta ha visto Otto Preminger per strada. Certo che è sicura che era lui. Cuoceva striscioline di carne, mandorle e verdure nel wok, coltivava violette che avevano gli stessi colori dei suoi saponi a tinte pastello, si faceva la doccia con l’acqua troppo calda per lui. Una volta gli ha chiesto perché si festeggiava il Primo Maggio. Non si ricorda bene i nomi e le date e non si sente troppo in colpa per questo. Ha i piedi lunghi. I piedi lunghi e magri. I macellai sono gentili con lei, i benzinai le puliscono il parabrezza
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Ann Beattie, Gelide scene d’inverno
traduzione di Martina Testa, minimum fax 2009

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