Karen Green Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/karen-green/ un blog di approfondimento culturale Mon, 23 Mar 2020 19:50:16 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Karen Green Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/karen-green/ 32 32 Dentro “Casa di foglie”, il libro-matrioska di Mark Z. Danielewski https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/dentro-casa-foglie-libro-matrioska-mark-z-danielewski/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/dentro-casa-foglie-libro-matrioska-mark-z-danielewski/#respond Tue, 24 Mar 2020 07:00:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42753 Pubblichiamo uno speciale in due parti dedicato a Casa di foglie, il romanzo di culto di Mark D. Zanielewski, a cura di Leonardo G. Luccone. In questa prima sezione pubblichiamo un articolo apparso originariamente su Repubblica e qui pubblicato in una versione molto più estesa.

di Leonardo G. Luccone

«Fin dall’apertura della Versione di Navidson siamo catapultati in un labirinto: seguiamo il percorso tortuoso tracciato sulla celluloide, spiamo il fotogramma successivo sperando di intravedere una soluzione, un centro, un senso di completezza, solo per svelare l’ennesima sequenza che conduce in una direzione completamente diversa, a un discorso in continua evoluzione, alla promessa di una scoperta che per tutto il tempo non ha fatto che dissolversi in caotiche ambiguità troppo fumose per poter essere comprese a fondo».

Cosa si prova a perdersi nella propria casa, dopo aver percorso un corridoio che non c’era e aver svoltato prima a destra poi a sinistra in passaggi che sembrano infiniti?

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Pubblichiamo uno speciale in due parti dedicato a Casa di foglie, il romanzo di culto di Mark D. Zanielewski, a cura di Leonardo G. Luccone. In questa prima sezione pubblichiamo un articolo apparso originariamente su Repubblica e qui pubblicato in una versione molto più estesa.

di Leonardo G. Luccone

«Fin dall’apertura della Versione di Navidson siamo catapultati in un labirinto: seguiamo il percorso tortuoso tracciato sulla celluloide, spiamo il fotogramma successivo sperando di intravedere una soluzione, un centro, un senso di completezza, solo per svelare l’ennesima sequenza che conduce in una direzione completamente diversa, a un discorso in continua evoluzione, alla promessa di una scoperta che per tutto il tempo non ha fatto che dissolversi in caotiche ambiguità troppo fumose per poter essere comprese a fondo».

Cosa si prova a perdersi nella propria casa, dopo aver percorso un corridoio che non c’era e aver svoltato prima a destra poi a sinistra in passaggi che sembrano infiniti? Una casa le cui dimensioni misurate dall’interno non combaciano con quelle esterne. Una casa viva, direttamente collegata al regesto delle proprie paure. Casa di foglie (o Casa di fogli) di Mark Z. Danielewski è una delle narrazioni più ardite degli ultimi cinquant’anni, un libro che si forma intersecando libri, un libro-matriosca figlio delle intuizioni di Derrida e Escher, compagno di Fuoco pallido di Nabokov, delle sperimentazioni di Perec e Pynchon, e naturalmente delle falsificazioni di Borges, incapsulate però in un infingimento di Shirley Jackson.

Il solito manoscritto ritrovato da Johnny Truant – venticinquenne tatuatore tossico, orfano e dall’animo devastato – è la scusa per una babele di piani narrativi, con una sovrapposizione di scostamenti tra ciò che è voce e ciò che è commento, con l’impressione di sentire proprio tutte le voci nella testa dell’autore, contemporaneamente, come la letteratura dovrebbe fare. E così abbiamo un romanzo che schiavarda l’idea stessa di interpretazione a forza di false piste: un’effervescenza tipografica multicarattere dove la linea di base è un ricordo e la componente paratestuale (citazioni, note, appendici, collage, lettere della madre del protagonista) tra vero, verosimile e inventato che si innerva così tanto nel testo da annientare le gerarchie; perfino Heiddegger, Derrida e Bloom vengono convocati a contribuire all’interpretazione della Versione di Navidson, un film che nessuno ha visto e che il vecchio Zampanò descrive a mo’ di ecfrasi – e che Truant sta chiosando e che un gruppo di editor ha a sua volta lavorato.

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Chiaro il triplo salto mortale? Will Navidson e famiglia si sono da poco trasferiti in Virginia; tra Navidson – premio Pulizer per la fotografia per un servizio in Sudan – e la moglie Karen Green (che, non fortuitamente, è anche il nome della moglie di D.F. Wallace) le cose non vanno troppo bene, e così – come buon auspicio – Will ha deciso di documentare ogni istante della loro «presa di possesso» della casa. È ancora ignaro che sarà la casa a impossessarsi delle loro vite. La casa reagisce, respira con ombre e suoni sinistri. I bambini non riescono più a dormire, la crisi della coppia peggiora. Quando la narrazione sembra arrivare alla fine, siamo ancora al centro del libro, con Navidson – sfiancato dalle esplorazioni nella casa mutante – che rischia di morire assiderato in un corridoio mai visto – con «il valore di un minuto o di una settimana [che] non è più affar suo», le batterie della telecamera agli sgoccioli, gli attacchi di nausea insopportabili e le domande gli vorticano nella testa –, e non gli rimane che leggere l’unico libro che ha, Casa di foglie, guarda un po’, lo stesso nelle mani del lettore, e per leggerlo in quel buio deve bruciare le pagine appena concluse.«[…] non fa alcuna differenza se il documentario alla base di questo libro sia una mera fantasia. Zampanò ha sempre saputo che non ha importanza cosa sia vero e cosa no».

*

Danielewski fa risalire l’innesco di Casa di foglie a quattro circostanze: Redwood (Sequoia), il manoscritto che scrisse di getto quando venne a sapere della grave malattia del padre Tad (regista polacco che ha partecipato alla Rivolta di Varsavia ed è stato internato in un campo tedesco e poi liberato dagli americani; e che dopo essersi perfezionato a Londra è emigrato nel 1948 negli Stati Uniti) – un flusso di coscienza durato tre giorni insonni sul pullman Greyhound che lo portava da New York a Los Angeles. «Si trattava di uno sfogo, un modo di incanalare il torrente di emozioni contrastanti che provavo per mio padre». Il padre reagì con rabbia alla lettura del testo («pensavo di fargli un regalo»): si sentiva oltraggiato per il solo fatto che il figlio avesse osato scrivere qualcosa di così profondo su di lui. La reazione fu drastica: Mark Danielewski distrusse il racconto e lo gettò in un cassonetto. Fu la sorella Poe, qualche tempo dopo, a presentarsi da lui con i pezzi del manoscritto riattaccati con lo scotch. «Dubito che avrei continuato a scrivere se lei quella notte non mi avesse salvato».

Nel 1993 il padre muore e, seconda circostanza, nel testamento dispose che le sue ceneri fossero disperse in una foresta di sequoie. Tempo dopo Danielewski e Poe tornano nel posto: «Ho avuto la visione di una casa di mezzo centimetro più grande all’interno che all’esterno. All’inizio non sapevo se quella visione contenesse una storia o qualcos’altro, ma l’immagine persisteva. Anni dopo, di punto in bianco, ho avuto l’illuminazione che sognano tutti gli artisti e mi sono detto: “O mio dio! I personaggi a cui lavoro vivono in questa casa! E tutti gli aspetti teorici su cui mi sto scervellando appartengono a questa casa!”». La storia delle Versione di Navidson deriva da un ricordo familiare. I Danielewski vivevano in Spagna e il padre stava lavorando a Spain: Open Door, un documentario – ispirato a Rossellini – su come la Spagna franchista dovesse dare più spazio agli artisti. L’opera fu però confiscata dalla polizia e il film andò perduto. Ma il padre continuò a parlarne per anni. «All’inizio non me sono accorto ma più ne scrivevo, più l’influenza di Open Door diventava cruciale». Infine, quarta circostanza, c’è la casa dell’infanzia. «Le ombre erano ovunque, profondissime e impossibili da illuminare. Molte stanze ci erano proibite, e la maggior parte dei corridoi ci facevano così paura che evitavamo di percorrerli da soli.

La casa si trasformava in continuazione: a un tratto era calda e confortevole, e mio padre mi diceva: “Sei il migliore, diventerai un grande artista, ti manderemo a studiare nelle migliori università!”; qualche istante dopo, senza la minima avvisaglia, la casa diventava fredda e oscura, e il mio futuro radioso svaniva. Mio padre era come il padre in Shine, talmente pieno di bizzarre contraddizioni che sembrava nutrirsene».

*

«Grovigli infiniti di parole che contorcendosi andavano a formare un significato, ma più spesso no, e si diramavano in frammenti sempre nuovi in cui mi sarei imbattuto più avanti – su vecchi fazzoletti, sui bordi sgualciti di una busta da lettere, una volta perfino sul retro di un francobollo; non c’era nulla, ma proprio nulla, su cui non fosse stato scritto qualcosa; tutto era ricoperto di anni e anni di dichiarazioni affidato all’inchiostro, sovrapposte, cancellate, corrette, scritte a mano, a macchina, leggibili, illeggibili, imperscrutabili, chiarissime, lacerate, macchiate, tenute insieme con lo scotch; alcune integre e linde, altre scolorite, bruciate o piegate e ripiegate così tante volte su loro stesse che le pieghe avevano ormai cancellato interi brani di dio solo sa cosa – senso? verità? inganno? Un’eredità profetica o folle, o forse niente del genere? Un espediente, in definitiva, per designare, descrivere, ricreare – scegliete un po’ voi la parola, io le ho finite; oppure ne ho ancora molte, ma perché? e per dire… cosa?».

*

Casa di foglie fa il suo debutto sul web nella seconda metà degli anni Novanta, sul sito dell’autore. Ancora prima di firmare con la Pantheon, Danielewski decide di sguinzagliare il testo in cerca dei suoi lettori. Si materializzano copie variamente rilegate del manoscritto presso strip club, tatuatori, studi di registrazione. «Casa di foglie di Zampanò, con un’introduzione di Johnny Truant» c’era impresso sul frontespizio. «Non capivo cosa stavo leggendo ma era esattamente ciò che cercavo» dice uno dei primi testimoni. Danielewski capisce che la direzione è quella giusta ma non smette di sperimentare. «È un ipertesto mentale, una specie di mappa dei pensieri durante una divagazione» commenta su un forum un altro lettore.

Nel 2000 il lancio è sontuoso: Stephen King lo definisce la sua «casa dell’orrore»; per Bret Easton Ellis c’è «un’intelligenza da togliere il respiro». Da noi il libro ci mette cinque anni per uscire. Edoardo Brugnatelli, allora editor di Strade Blu, la collana più audace di Mondadori, la stessa di Gomorra, rammenta: «Quando iniziai a leggere Casa di foglie ebbi subito una sensazione strana, un misto di euforia e terrore. Sapevo che stavamo prendendo una spaventosa gatta da pelare in termini di costi. Avevo la scrivania accanto a Giuseppe Strazzeri, che adesso dirige la Longanesi, e a Francesco Anzelmo, ora alla guida della Mondadori, allora mio junior. Capii che a Francesco sarebbe piaciuto tradurlo e glielo affidai» (nella prossima parte pubblicheremo l’intervista integrale a Brugnatelli, ndr). Anzelmo ha un ricordo nitido: «Fu un’autentica impresa e un’esperienza indimenticabile, per le sfide che quel testo poneva. Mi affidai alla sapienza di Strazzeri, traduttore molto esperto».

Giuseppe Strazzeri ha ricostruito per noi l’organizzazione del lavoro: «Ripensandoci oggi, a distanza di poco meno di un quindicennio, quello che più nitidamente ricordo di quel ponderoso, labirintico lavoro che fu la traduzione di Casa di foglie è un sodalizio febbrile e un po’ folle tra colleghi che nel leggere quel romanzo ci eravamo convinti, da subito un po’ Navidson di noi stessi, che in realtà tradure quel libro fosse impossibile, perlomeno nell’ambito di un’ordinaria relazione editor/traduttore/redattore. Stabilimmo invece che occorresse seguire il libro proprio nel suo dipanarsi in serie ininterrotte di cunicoli linguistici e concettuali, utilizzando anche noi un intreccio ininterrotto e anche un po’ folle di idee, discussioni, contraddizioni, revisioni, in tempo reale. Per farlo, o almeno per provarci, occorreva un prerequisito: vivere insieme per la gran parte della giornata. Che è poi quello che succede spesso agli editor di una casa editrice. Al tempo io lavoravo da qualche anno agli Oscar Mondadori, ancora fresco di un decennio circa di immersione nella lingua e cultura americane e con qualche anno di esperienza traduttoria alle spalle. Edoardo Brugnatelli e Francesco Anzelmo rappresentavano invece le due anime caratterizzanti della giovane collana Strade Blu: quella delle vie più imprevedibili della fiction d’oltreoceano (erano gli anni in cui la collana presentava autori come Chuck Palhaniuk, Dave Eggers o David Sedaris) e quella di una saggistica più contemporanea, più nervosa e meno paludata rispetto a quanto l’editoria italiana, perlomeno quella dei grandi gruppi editoriali, era solita offrire.

Su queste premesse il lavoro procedette sulla base di una divisione dei compiti traduttori secondo le linee narrative del romanzo: quella dei Navidson Records, la voce di Johnny Truant così come desumibile dal corpus delle note, e tutto quanto eccedeva i precedenti due filoni e che andava dalle appendici, alle interviste fittizie ai numerosi box e didascalie immagini. Spettò infine a me il compito di accogliere da ognuno colleghi le loro parti e procedere a una rilettura finale che cercasse di individuare e superare eventuali discrepanze, facesse delle scelte di consistenza terminologica, prendesse responsabilmente decisioni di ordine stilistico e concettuale.

La fine del lavoro ci trovò euforicamente spossati, con la certezza di avere toccato con mano una scrittura che, a dispetto delle premesse concettuali superficiali, si era dimostrata l’esatto contrario della sterilità sperimentatrice che di solito si associa al termine postmoderno, con in più la rassicurante sensazione di essere riusciti alla fine a sfuggire a un Minotauro che però restava lì, nascosto in quelle pagine, vivo e vegeto. Sopravvivergli adesso era compito dei lettori. Ben venga quindi questa nuova edizione 66thand2nd, che pare giungere in tempi forse più maturi e pronti per cogliere l’oscura, ipertestuale genialità di Danielewski».

Un’altra questione complessa era dare un vestito Strade Blu al libro. Scartata l’ipotesi di riproporre la copertina originale l’art director della Mondadori affida la copertina a Emanuele Scalia, uno dei grafici interni. Abbiamo rintracciato Emanuele, che ricorda: «La cosa che mi rimase più impressa della trama era proprio la casa. Più grande all’interno che all’esterno. Immaginai quindi una casa viva, come un albero secolare, con profonde e malefiche radici nel terreno.

Il caso volle che proprio in quei giorni al Leoncavallo di Milano venisse organizzata una mostra-convention di poster art: manifesti illustrati e stampati a mano in serigrafia. Fu proprio lì che conobbi il gruppo dei Malleus. Avevo bene in mente i loro lavori, in quanto già parecchio attivi in ambito underground, ma non ci conoscevamo personalmente. Dopo qualche giorno li invitai in Mondadori e ci trovammo immediatamente in sintonia, inaugurando di fatto la prima di una lunga collaborazione.

L’illustrazione che i Malleus hanno prodotto per Casa di foglie rimane, a distanza di tempo, un bellissimo esempio di come si sia riusciti a coniugare il linguaggio e i colori della poster-art, con la copertina di un romanzo.

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E, in perfetto stile Danilewski, la copertina la si può leggere girandola in verticale: le radici diventano gli artigli di una figura demoniaca che, ancora, si fonde nuovamente nel cielo infiammato sopra la casa».

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Pubblicato nel 2005 il libro tradotto a sei mani, la sua vita editoriale si ammanta di mistero: in nemmeno due anni diventa irreperibile, e quando i lettori cominciano a chiederlo con una certa insistenza spuntano decine di copie a prezzi assurdi su Maremagnum. In Francia succede la stessa cosa, e la gran baldoria intorno a Casa di foglie è amplificata dalla mania per la letteratura ergodica, con un proliferare di forum in cui si discuteva di questo libro introvabile e di copie pirata. Ma perché il libro sparì? Brugnatelli risponde cauto: «Vendette benino, ottomila copie su diecimila stampate. Credo venne ipotizzato di fare il tascabile ma le prenotazioni non garantivano la profittabilità anche solo di una edizione». Quindi le copie c’erano? «Mi viene da pensare che ci fossero duemila copie ancora in magazzino, e che questa fu la premessa per non ripubblicare». Ci manca solo che le abbiano mandate al macero.

Strazzeri usa parole diverse, ma in fondo dice la stessa cosa: «Il libro all’epoca non ebbe un significativo successo di pubblico, perlomeno proporzionalmente all’orizzonte di attesa di una casa editrice come Mondadori. Né di certo deve avere giovato la sua complessa e onerosa struttura grafica nell’incoraggiare il comparto paperback a predisporne un’edizione tascabile. Resta il fatto che il libro “c’era”, per dirlo in brutto editorialese, come c’era l’editor per capirlo. E quella prima edizione di Casa di foglie in fondo mi pare rappresenti un altro di quegli esempi, più numerosi di quanto a volte si ami ricordare (Haruf e la Ernaux in questo senso sono casi simili) in cui il grande editore, checché se ne dica, non viene meno a un mandato di ricerca, assumendo ovviamente su di sé il rischio, connaturato all’editoria, di non trovare un pubblico».

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«Sebbene entusiasti e detrattori abbiano da sempre depredato i dizionari nel tentativo di descriverla o schernirla, la parola “autenticità” resta a tutt’oggi una fonte inesauribile di dibattito. Questa dilagante ossessione – di certificare l’autenticità o meno di nastri e bobine – solleva immancabilmente una questione secondaria e più generale: se con l’avvento della tecnologia digitale l’immagine abbia perso la sua un tempo indiscussa aderenza al reale».

Casa di foglie, come i film di Christopher Nolan, come i libri di D.F. Wallace, richiede un considerevole lavoro del lettore. Chi legge è chiamato a diventare ingranaggio della storia. Non c’è un solo percorso di lettura, né una sola verità di interpretazione. Queste sono opere che dispiegano la loro complessità e rifiutano qualsiasi riduzionismo interpretativo («Questo non è per te» compare sulla soglia della lettura). Più di un critico considera Casa di foglie una delle massime rappresentazioni della letteratura ergodica. Danielewski ovviamente non commenta, ma in Casa di foglie ci fornisce almeno due piste di lettura: la prima, convocando nel testo Stephen King che ci invita a svincolarci «dai simboli. Certo, sono importanti, ma… guardi la balena di Achab. Quello sì che è un grande simbolo. Alcuni sostengono che rappresenti Dio, il mistero e il senso della vita. Altri l’assenza di scopo e il vuoto. Ma ciò che tendiamo a dimenticare è che la balena di Achab era in primo luogo questo, una balena»; la seconda è più che altro un monito: «Se siete fortunati vi stancherete di questo libro, avrete la reazione in cui Zampanò aveva sperato, lo definirete inutilmente complicato, ostinatamente ottuso, prolisso – parola vostra –, assurdamente concepito, e ne sarete convinti, lo metterete da parte – anche se sento dire «da parte» emi vengono i brividi, perché che cosa riusciamo mai a mettere da parte in realtà? – e andrete avanti,mangerete, berrete, sarete felici e soprattutto dormirete sonni sereni. Ma è possibile anche che non vada così.

Di una cosa sono certo: non accade tutto».

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Il 15 febbraio 1999 iuniverse.com e Pantheon annunciano che House of Leaves sarebbe stato pubblicato a puntate on line. Gratis. Con 19,95 dollari era possibile accaparrarsi «the novel’s stunning package» comprendente l’edizione brossurata del libro e altri ammennicoli. Per 40 dollari si poteva avere la versione con la copertina rigida. La serializzazione in effetti poi non venne completata e si dovette aspettare il 7 marzo del 2000 per la prima vera edizione (anche se venne chiamata «second edition»). Oltre all’edizione normale (brossurata) uscirono 2000 copie con la copertina rigida, diventate immediatamente un oggetto di culto. Pare che Danielewski ne abbia firmate 1200 con la Z di Zampanò in blu; 280 con JT (Johnny Truant) in rosso; 15 con Phl (Pelafina Heather Lièvre) in viola; 4 con tutte e tre le firme in blu, rosso e viola; una sola con Mark Z Danielewski in nero.

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Tornado all’irreperibilità del testo di Mondadori un’ipotesi fascinosa possiamo azzardarla, anche se ridimensiona il mito: se si cerca in rete ci si imbatte in una marea di persone che ha bramato il libro, un esercito, ma per come funziona questo mercato meravigliosamente di nicchia, coloro che lo cercavano sono esattamente gli stessi che lo avrebbero comprato. Puoi contarli.Risultato: niente più copie acquistabili, prime sparizioni dalle biblioteche. Ma la storia è appena cominciata.

casa_beat-neripozzaIl primo ottobre 2013 il crepitio dei questuanti viene placato dall’annuncio che Beat avrebbe pubblicato Casa di foglie. In rete si trovano ancora il comunicato e la copertina. Venne fatto perfino un preprint promozionale (stessa traduzione, sebbene Anzelmo-Brugnatelli-Strazzeri ne siano all’oscuro); gli oggetti di culto diventano due. Quell’edizione, infatti, non vede mai la luce. Ci confessa Giuseppe Russo, direttore editoriale Neri Pozza: «Mi è dispiaciuto non poterlo pubblicare per le richieste impossibili dell’autore (colore dei caratteri, formato eccetera). Casa di foglie è per me come la balena di Melville, l’estensione infinita della potenza di Dio, estensione che ci sfida, ci angoscia e ci spinge a una struggente continua interrogazione. Dio qui va inteso, naturalmente, in senso spinoziano: Deus sive natura, la potenza infinita dell’essere, per la quale vi è sempre un mondo dietro un mondo, una stanza dietro una stanza, un luogo dietro un luogo in cui poter mettere piede. Il problema di Danielewski non è il terrore del vuoto, del nulla, che caratterizza molta sci-fi, ma quello degli infiniti “luoghi”, degli infiniti eventi e degli infiniti rapporti o incontri che la potenza dell’essere genera. Casa di foglie è perciò un romanzo eminentemente filosofico». Il contratto parla chiaro: rispetto del formato, dei colori e delle caratteristiche tipografiche (la parola casa, per esempio è sempre in blu).

Nel novembre del 2019 66thand2nd pubblica il testo nella versione filologica a colori e in una nuova traduzione (a cura di Sara Reggiani e Leonardo Taiuti; nella prossima parte l’intervista integrale, ndr) che beneficia del vasto patrimonio interpretativo prodotto dai forum. Danielewski segue queste evoluzioni da lontano e si rifiuta di rispondere alle richieste di chiarimenti, e quando risponde lo fa con nuovi rompicapi.

E così, finalmente, migliaia di nuovi e vecchi lettori si confrontano con Casa di foglie: è una risposta incredibile, stratificata. «Erano anni che non leggevo più un libro» dice su un forum un appassionato di serie tv. «Questo libro è definitivo». «Dovrebbero farlo studiare a scuola». «Questo sì che è coraggio». Si sprecano le nuove interpretazioni. Come tutti i grandi libri che si affrontano due o tre volte nella vita, pensi di conoscere il testo benissimo ma, ovviamente, durante la lettura, e soprattutto alla fine, sperdimento e speculazioni si sprecano. Zampanò era cieco come Borges. Basta che qualcosa sia possibile affinché esista. Come Tlön, se la casa è un labirinto è un labirinto ordito dagli uomini e per questo può essere decifrato dagli uomini. Danielewski si è sempre rifiutato di spiegare gli enigmi. «Ognuno deve trovare la sua interpretazione e scrivere un pezzo della storia». E noi aspettiamo il prossimo colpo di scena perché Truant stesso dice: «La realtà è solo il doppio fondo della fantasia». Non esiste quindi Zampanò, non esiste la casa maledetta in Virginia: è tutto nella testa di Truant. È lui l’autore di Casa di foglie, è lui l’autore di Don Chisciotte e di Moby-Dick, è lui Pierre Menard.

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Tentativo di riduzione del dolore di David Foster Wallace: Il ramo spezzato di Karen Green https://minimaetmoralia.it/letteratura/david-foster-wallace-ramo-spezzato/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/david-foster-wallace-ramo-spezzato/#respond Fri, 12 Oct 2018 06:51:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38352 Non esiste alcuna distinzione tra animali e piante, tra la parola e i versi gridati e solo apparentemente incomprensibili. E poi i colori che si mischiano con la materia di cui sono fatti, la luce che strappa giorno dopo giorno pezzi di memoria mutandone la forma di volta in volta, celando e mostrando nuovamente pezzi […]

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Non esiste alcuna distinzione tra animali e piante, tra la parola e i versi gridati e solo apparentemente incomprensibili. E poi i colori che si mischiano con la materia di cui sono fatti, la luce che strappa giorno dopo giorno pezzi di memoria mutandone la forma di volta in volta, celando e mostrando nuovamente pezzi che si credevano dimenticati, prospettive future che nemmeno si potevano immaginare.

È un elenco di quanto avviene dopo, un dolore che prende la forma di piccoli elementi, disastri quotidiani privi di peso che qui assumono l’evidenza del destino e della sua inappellabilità. Il ramo spezzato pubblicato ora in una bella edizione a tiratura limitata da Baldini + Castoldi (traduzione di Martina Testa) è il libro, a tratti quasi un diario con cui Karen Green si confronta con il dolore per la scomparsa del suo compagno, del grande scrittore David Foster Wallace.

Un libro duro, per certi versi emotivamente insostenibile, ma mai vergato dalla banalità del patetico, Karen Green mostra infatti la qualità oggettiva di una perdita rendendola comune, tanto più se parliamo di uno dei più influenti e amati scrittori degli anni Zero che scomparso ormai dieci anni fa (il 12 settembre 2008) resta vivido prima ancora che nel ricordo nelle sue opere quanto mai attuali e fondamentali.

Nato a Ithaca nel febbraio del 1962, figlio di accademici, David Foster Wallace è un brillante studente in filosofia e un promettente giocatore di tennis, alto biondo, un vero prodotto del meglio della cultura e dell’estetica wasp americana. Tuttavia qualcosa dentro di lui si rompe presto o meglio, Wallace prende coscienza di una retorica insostenibile, di un peso che in America prende di volta in volta il nome di successo, denaro, popolarità. La scrittura diviene per Wallace la vera ragione di vita, una ragione che va intesa chiaramente nei suoi tratti anche più narcisistici di piacere e godimento, ma anche come elemento necessario di sopravvivenza alle crisi depressive che lo attanagliano sempre di più costringendolo ad assumere dosi pesanti di farmaci oltre che a portarlo drammaticamente più volte sull’orlo del suicidio.

Quasi un cittadino di campagna, colto e raffinato, ma amante dei luoghi periferici, dei grandi spazi tipici delle province che attraversano gli Stati dell’Illinois o del Texas, uomo colto, ma fragile, capace di dominare una cultura vastissima, ma attraversato da angosce terribili, Foster Wallace pubblica nel 1987 La scopa del sistema, è il suo primo romanzo, un capolavoro pirotecnico capace di legare insieme un raffinato discorso sulla logica e l’infinito con l’influenza della televisione in quegli anni precedenti alla rete vero elemento di corrosione dell’autonomia intellettuale delle persone, ma anche luogo della condivisione: dallo sport alle serie televisive.

Wallace non è mai un moralista, non attacca, non accusa, ma anzi si immerge sia nel godimento dello strumento di comunicazione sia nei suoi risvolti spesso eticamente mostruosi quanto imprevedibili, è principalmente un uomo curioso capace di superare ogni confine ideologico per merito di una curiosità irrefrenabile e di un’intelligenza scintillante.

La scopa del sistema come anche il suo capolavoro più noto Infinite Jest (pubblicati per la prima volta in Italia da Fandango che ebbe il coraggio di investire su opere tanto complesse) non sono romanzi di facile lettura, ma nemmeno particolarmente complessi, richiedono però obbligatoriamente un coinvolgimento del lettore quasi totale. Il lettore è chiamato a partecipare al flusso di coscienza che Wallace gli mette a disposizione sulla pagina che siano sogni o incubi i suoi romanzi sono come la corrente di un fiume dentro alla quale è necessario lasciarsi andare.

Per certi versi legato ad un’idea postmoderna Wallace che su questo a lungo si confrontò con uno dei suoi più grandi amici, il romanziere Jonathan Franzen, prende una strada per certi versi più rischiosa ossia la frantumazione totale non tanto dell’affresco narrativo e della sua relativa composizione, ma del vezzo narrativo, del birignao stesso. Wallace rifiuta la replicabilità e fa del perturbante una forma decisiva della sua letteratura e in questo anticipa di venti anni almeno le correnti oggi di moda che analizzano gli effetti della rete sulla società. Semplificando (di molto) si potrebbe dire che Wallace fa una sorta di Joyce ultra contemporaneo un po’ George Orwell e un po’ Jules Verne, così bravo da trasformare semplici reportage come Una cosa divertente che non farò mai più o brevi racconti come La ragazza dai capelli strani in bellissime e godibilissime narrazioni che sono anche preziosi saggi sul contemporaneo e ancora saggi di letteratura: di come si scrive e di come prende forma e vita il pensiero.

David Foster Wallace vive resistendo fino alla tragica data del 12 settembre 2008 quando esausto dal tentativo di disancorarsi dall’uso quotidiano di psicofarmaci cede come di schianto sotto il peso di un dolore insostenibile. Sarà la moglie a trovarlo – aprendo la serranda del garage – impiccato senza vita ad una trave. E da qui parte il memoir fatto di immagini e parole di Karen Green, non da una sorpresa, ma da un’evidenza dolorosa. Da qui parte il bisogno della moglie non di risalire alle cause, ma più che altro agli effetti, alla forma che il tempo e i giorni prendono. Qualcosa che intimamente riguarda solo lei, ma che in realtà coinvolge i lettori passati e futuri di Wallace. Perché è nella qualità dello sguardo che si trovano affiancati chi scrive e chi legge. E chi ha oggi ancora la fortuna di conoscere o di riconoscere uno scrittore come lui ha anche la fortuna di ritrovare attorno a sé un mondo nella sua più intima – seppure a tratti dolorosa – bellezza.

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Un memoir sui generis. “Il ramo spezzato” di Karen Green https://minimaetmoralia.it/letteratura/un-memoir-sui-generis-ramo-spezzato-karen-green/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/un-memoir-sui-generis-ramo-spezzato-karen-green/#comments Sat, 06 Oct 2018 09:49:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38249 Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

«Almeno adesso è…»: così comincia la frase tramite cui, con le migliori intenzioni (ma spesso, nostro malgrado, goffamente), proviamo a dare conforto a chi affronta una perdita. Dovrebbe seguire qualcosa di consolatorio, ma può accadere che, prima e al posto della seconda parte della frase,intervenga, lucida e incoercibile, un’obiezione: «Lo voglio incazzato con i politici, a disagio che cerca di manipolarmi per ottenere favori che gli farei comunque.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

«Almeno adesso è…»: così comincia la frase tramite cui, con le migliori intenzioni (ma spesso, nostro malgrado, goffamente), proviamo a dare conforto a chi affronta una perdita. Dovrebbe seguire qualcosa di consolatorio, ma può accadere che, prima e al posto della seconda parte della frase,intervenga, lucida e incoercibile, un’obiezione: «Lo voglio incazzato con i politici, a disagio che cerca di manipolarmi per ottenere favori che gli farei comunque.

Lo voglio che cerca gli occhiali, che tenta di non venire, che fa – parola orrenda – del diarismo, con un pezzetto di spinaci incastrato fra il canino e la gengiva, che mi rimprovera per la logorrea, o perché non sto zitta. Non lo voglio in pace».

In Il ramo spezzato, appena pubblicato da Baldini+Castoldi (traduzione di Martina Testa) a dieci anni dalla scomparsa di David Foster Wallace, Karen Green, artista e scrittrice, vedova dell’autore di Infinite Jest, compone un album strategicamente enigmatico e frammentario in cui la scrittura, agendo come uno strumento di contrasto cherivela quella voragine inesauribile che è la mancanza (dove lui non è, si potrebbe dire parafrasando Roland Barthes), si alterna alle foto di francobolli e striscioline di carta –misteriosi filamenti di parole e di colori, filatteri di una preghiera laica, l’esplorazione di una sofferenza che non può e non vuole essere pacificata.

Se la scaturigine del Ramo spezzato è quel 12 settembre 2008, quando nella sua casa di Claremont, in California, David Foster Wallace scelse il suicidio, Green decide di dare al suo memoir sui generis una forma al contempo rapsodica e rabdomantica, fabbricando un pezzetto alla volta quell’organismo – una specie di Frankenstein emotivo – che è il dolore, la «medusa del lutto», tanto fragile e lenta quanto tenace e urticante. Sempre però tornando alla concretezza dei corpi e delle situazioni.

Al pensiero, per esempio, di quando «svuotavi il sacchetto dell’aspirapolvere sopra le rose. Tanto il vento si porta via tutto». Del resto, ciò che ci manca di chi non c’è più è sempre radicalmente concreto, la nostalgia è sempre una nostalgia della materia. E il vuoto, tutt’altro che un concetto, è una forma altrettanto materiale:«Alla fine il lutto diventa immortale e il buco è più familiare del dente. La lingua stuzzica la radice fantasma, la mente ispeziona le cavità del cuore per verificare che sia vuoto. C’è la cosa in sé e poi c’è la condizione del suo essere cava».

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Essere David Foster Wallace? https://minimaetmoralia.it/cinema/lipsky-david-foster-wallace/ https://minimaetmoralia.it/cinema/lipsky-david-foster-wallace/#comments Sat, 12 Mar 2016 06:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30254 1.

The End of The Tour è il nuovo film di James Ponsoldt che racconta i cinque giorni trascorsi dall’inviato di Rolling Stone David Lipsky in compagni di David Foster Wallace, nel 1996. Lipsky aveva trent’anni ed ebbe l’occasione di intervistare e conoscere approfonditamente Wallace, che ne aveva trentaquattro e stava completando il tour promozionale di Infinite Jest, l’ambiziosissimo e tentacolare romanzo di oltre mille pagine che lo avrebbe consacrato come lo scrittore americano più amato e frainteso della sua generazione.

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1.

The End of The Tour è il nuovo film di James Ponsoldt che racconta i cinque giorni trascorsi dall’inviato di Rolling Stone David Lipsky in compagni di David Foster Wallace, nel 1996. Lipsky aveva trent’anni ed ebbe l’occasione di intervistare e conoscere approfonditamente Wallace, che ne aveva trentaquattro e stava completando il tour promozionale di Infinite Jest, l’ambiziosissimo e tentacolare romanzo di oltre mille pagine che lo avrebbe consacrato come lo scrittore americano più amato e frainteso della sua generazione.

A causa di alcune vicissitudini editoriali, l’articolo di Lipsky non venne allora completato né pubblicato, ma dopo il suicidio di Wallace, nel 2008, il giornalista riprese in mano gli appunti e le registrazioni delle conversazioni di quei giorni, traendone prima il lungo articolo The Lost Years and Last Days of David Foster Wallace e poi il memoir Although Of Course You End Up Becoming Yourself (in Italia Come diventare se stessi), da cui questo film è tratto.

Intorno al film c’era molta curiosità, perché Wallace è stato uno dei pochi autori di culto e forse l’unica vera rockstar letteraria dei nostri tempi, e l’idea di vederlo “resuscitare” sullo schermo come personaggio era indubbiamente suggestiva. Più o meno per lo stesso motivo, la preparazione del film è stata accompagnata da una lunga serie di prese di distanza, stroncature preventive e obiezioni di coscienza. A cominciare dalla vedova Karen Green, molte delle persone più vicine a Wallace quando era in vita hanno manifestato netta ostilità al progetto.

Michael Pietsch, storico editor di Wallace che a sua volta qualche anno fa è stato al centro di polemiche furiose per la scelta di assemblare e pubblicare postumo il romanzo incompiuto Il re Pallido, ha detto che “David avrebbe urlato fino a far scomparire l’idea del film dalla stanza, se fosse stata proposta quando era vivo”.

2.

Tra la scrittura di Wallace e il cinema c’è una relazione molto forte, ma non lineare. Uno degli espedienti narrativi al centro di Infinite Jest è la ricerca della bobina di un film, intitolato proprio Infinite Jest, capace di provocare un tale livello di piacere ed intrattenimento che i suoi spettatori abbandonano qualsiasi altra cosa e si lasciano morire guardandolo all’infinito. Wallace dunque considerava il cinema parte del problema dell’intrattenimento nella società consumistica, da cui era letteralmente ossessionato, ma allo stesso tempo ha dedicato alla settima arte alcuni degli esempi più luminosi della sua fulminante capacità di analisi culturale, come il saggio-reportage David Lynch non perde la testa, quello della famosissima one-liner: “A Tarantino interessa guardare uno a cui stanno tagliando un orecchio. A David Lynch interessa l’orecchio”.

Wallace riteneva in ogni caso che la sua scrittura non si prestasse alla trasposizione cinematografica. Proprio a Lipsky disse che avrebbe venduto a cuor leggero i diritti di Infinite Jest, dato che era sicuro che il film non si sarebbe mai fatto (le cose poi, in effetti, andarono esattamente così). L’unica opera di Wallace ad essere diventata un film è Brevi interviste con uomini schifosi, esordio alla regia del 2009 dell’attore John Krasinki, mai distribuito in Italia.

Su Rotten Tomatoes il rating di gradimento di critica e pubblico è un punitivo 38%, ma assistendo alla proiezione del film e agli sforzi di Krasinski per trasportare in modo accettabile sullo schermo una raccolta di racconti con un filo conduttore debolissimo e fatta —come molte delle cose di Wallace — fondamentalmente di voci, il pensiero che viene spontaneo è più che altro: ma chi te l’ha fatto fare?

Il fatto che nessuno sia mai riuscito a trarre un buon film da un libro di Wallace non significa naturalmente che non si possa trarne uno da un episodio della sua vita. D’altra parte Come diventare se stessi è un libro-intervista al centro del quale non ci sono le azioni di Wallace ma le sue idee sulla letteratura, sulla società, sui media, sulla fama e sul successo. Poi Lipsky fornisce al lettore una serie di notazioni piuttosto incisive sulla personalità di Wallace e sui suoi comportamenti, ma si tratta di un contorno, dell’espediente di un bravo giornalista per spezzare un’intervista molto lunga e tenere vivo l’interesse del lettore fino alla fine.

Insomma, come spesso i libri di Wallace funzionano grazie alla voce dei suoi personaggi, il libro di Lipsky funziona grazie alla voce di Wallace. E in linea di massima una voce regge un libro meglio di quanto possa reggere un film.

3.

The End of the Tour non può essere definito un biopic, perché copre un arco narrativo di pochi giorni e fornisce pochissime informazioni sul resto della vita di Wallace. Per certi versi ricorda la struttura a “duello” di altri film-intervista come Frost/Nixon o Interview (quello di Van Gogh/Buscemi) – una struttura fondamentalmente teatrale — ma rispetto a questi film è scompensato dalla netta asimmetria tra i due protagonisti: l’attenzione del regista, del pubblico e perfino del personaggio di Lipsky è tutta su Wallace, fin dall’inizio. Forse allora è giusto inquadrare The End of The Tour come un tentativo di film-ritratto, ovvero un film ideato e realizzato con il proposito, prima che di raccontare una storia, di fornire allo spettatore il maggior numero possibile di dettagli sulla personalità, i gusti, il linguaggio, il senso dell’umorismo e persino i tic di David Foster Wallace.

Dal punto di vista stilistico Ponsoldt – 38 anni, ex enfant prodige del cinema indie americano con un paio di drammi mumblecore alle spalle e un progetto quintessenzialmente hipster come la trasposizione di The Circle di Dave Eggers in cantiere per il 2016 – si attiene scrupolosamente al manuale del film da Sundance, ricalcando pregi e difetti del genere: il tono ricercatamente dimesso, la colonna sonora pensata come una playlist, un’atmosfera ben definita ma anche perfettamente monotona, il gusto del climax emotivo e dell’anticlimax narrativo, la tendenza a mostrare le emozioni dei personaggi piuttosto che a evocare quelle degli spettatori.

La regia scandisce l’altalena dei rapporti tra i due protagonisti alternando lunghi quadri fissi e inquadrature a mano, la fotografia è di un naturalismo ricercato che tende al patinato. L’azione è sostanzialmente un lungo dialogo tra Lipsky e Wallace in interni significanti (la tavola calda, il fast-food, il centro commerciale: Wallace non si sottrae alla contraddizione di criticare il consumismo standoci immerso, ma la accoglie e la esibisce, chiaro?) con pochi e schematici interventi di parti terze.

Dal reparto attoriale vengono senz’altro le note più positive del film: Jason Segel, con bandana e ciocche di capelli biondastri, è davvero impressionante nel restituire l’aria da ragazzone tutto cervello di Wallace, il suo passo trascinato e la schiena curva sotto il peso dei pensieri. Jesse Eisenberg, uno dei migliori attori della nuova generazione hollywoodiana (e un aspirante scrittore lui stesso, che ha pubblicato storie brevi sul New Yorker e su MsSweeney’s) fa il possibile per infondere vita propria a un Lipsky che spesso la sceneggiatura riduce a cartina al tornasole per le reazioni del protagonista.

Proprio nella scrittura risiedono  i problemi principali, e più specificatamente nell’evidente incertezza di fondo su quale dovrebbe essere la materia pulsante al centro del film. Nella parte iniziale si punta sul confronto tra un ottimo scrittore come Lipsky e un genio come Wallace, sull’ammirazione venata di invidia del primo per il secondo e sul suo desiderio di capirlo ma anche, in qualche modo, di smascherarlo. Il conflitto però si risolve in fretta, e in modo piuttosto semplice. È Wallace a controllare il gioco, a rovesciare a piacimento i ruoli di intervistatore e intervistato, a invitare Lipsky dentro la propria intimità e poi a definire i confini di questa invasione.

È sempre Wallace  a palesare la questione della propria autenticità ed è ancora Wallace, attraverso la porta socchiusa della stanza di Lipsky, a determinare il momento-verità che dovrebbe sciogliere i nodi del film. Il personaggio di Lipsky ha una vera funzione drammatica molto esile, che si tenta di rimpolpare inserendo conflitti periferici (il dilemma tra etica professionale e amicizia, l’accenno di triangolo sentimentale) di un’artificiosità al limite del genere.

La seconda metà del film si sofferma invece apertamente sui problemi di depressione e dipendenza di Wallace, non mostrati ma affidati all’autonarrazione del protagonista. Lo sguardo del regista resta però in superficie, procede per accumulo e mai per sintesi, si affida alle parole di Wallace e alla recitazione – qui a tratti sopra le righe – di Segel, senza suggerire un’interpretazione che non sia una generica invocazione di compassione per un “regular guy” in balia del suo genio e dei suoi demoni.

4.

Negli ultimi anni l’iconografia di Wallace, ricalcata sulla collaudata narrativa del genio tormentato, è diventata praticamente un  sottogenere. Da un’impresa letteraria indiscutibile, fatta di una lingua febbrile, dallo sforzo ipotattico di tracciare connessioni complesse tra le esperienze iper-mediate dello stile-di-vita-occidentale, dal lavoro di setaccio alla ricerca di significati nell’artificiale e nell’inerte, si è voluto ricavare il profilo di un’impresa esistenziale.

Il Grande Scrittore Americano è diventato il Vero Essere Umano della sua generazione – interpretazione in parte suggerita da Wallace stesso, che attribuiva all’artista la funzione sacerdotale di “fare la respirazione bocca a bocca a quegli elementi di umanità e di magia che ancora sopravvivono ed emettono luce nonostante l’oscurità dei tempi” – per assecondare proiezioni e dei desideri di una generazione di lettori (e scrittori) in cerca di una guida alla resistenza spirituale al consumismo, e in ultima battuta di un martire.

La morte di Wallace ha avuto in questo senso una funzione fondamentale, venendo letta come una sorta di estrema rivendicazione di umanità in un mondo inerte ed emotivamente adulterato. In altri termini – e questo è forse l’aspetto più morboso ed eticamente disturbante del processo — abbiamo iniziato ad usare il suicidio di Wallace per dare dignità tragica alle nostre malinconie.

The End Of The Tour non si sottrae a questa eucarestia profana, ma al contrario aspirerebbe ad integrarne il messale, proponendo un ritratto di Wallace tutto piegato alla luce della sua morte. È una scelta dichiarata nell’ambiguità del titolo, e attraverso l’espediente – altrimenti del tutto superfluo – di incorniciare la vicenda principale in un lungo flashback che avviene nella testa di Lipsky all’indomani del suicidio di Wallace. Ci si assicura che il presagio della morte di Wallace accompagni i due protagonisti per tutto il tempo, facendone il vero rumore di fondo del film, il vero motore drammatico.

The End of The Tour non parla di Wallace scrittore, ma di quello che il suo amico Jonathan Franzen chiama “Saint David”, il cristologico doppelgänger postumo di Wallace, dispensatore di massime sapienziali, autenticità e one-liners da fascetta promozionale. E’ in questo senso curioso e rivelatorio come in un film pieno di voice over tratte dal libro di Lipsky e scene di reading non venga recitata una sola riga di un libro di Wallace.

Del resto in una delle primissime scene la voice over di Eisenberg/Lipsky ci avverte che i lettori non cercavano nei libri di Wallace tanto un prodotto letterario quanto “l’esperienza, per un determinato numero di pagine, di essere David Foster Wallace”. Il film è tutto proteso a questo bisogno adolescenziale di vicinanza e identificazione, e allora forse più che un film-ritratto è un film-tributo, un fan movie. Potete andarlo a vedere come fareste con una cover band del vostro gruppo preferito: per solleticare la nostalgia, in mancanza dell’originale.

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Ricordando David Foster Wallace / 2 https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ricordando-david-foster-wallace-2/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ricordando-david-foster-wallace-2/#respond Thu, 12 Sep 2013 11:45:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15449 Questo articolo è uscito sulla rivista Tradurre. (Foto: Giovanni Giovannetti)

di Norman Gobetti

Moriva, il 16 dicembre 1991, Pier Vittorio Tondelli. Prolifico operatore culturale, oltre che amatissimo scrittore, Tondelli aveva fondato nel 1990, insieme ad Alain Elkann ed Elisabetta Rasy, il quadrimestrale di letteratura «Panta». Dopo la morte di Tondelli, nel comitato editoriale di «Panta» subentrò lo scrittore statunitense Jay McInerney, che nel 1993 curò un numero dedicato ai nuovi narratori americani. Il volume presentava i racconti di quindici autori all’epoca quasi tutti inediti in Italia, fra cui Jennifer Egan, Jeff Eugenides, Mark Leyner, Donna Tartt e William T. Vollmann, tradotti da scrittori italiani come Michele Mari, Sandra Petrignani, Claudio Piersanti, Sandro Veronesi e Valeria Viganò. Fra gli altri c’era anche, nella versione di Edoardo Albinati, un racconto dal titolo Per sempre lassù. Nella sua introduzione, McInerney scriveva a proposito dell’autore di quel racconto: «Uno sperimentatore postmodernista [...] furiosamente creativo. [...] Le sue ambientazioni e le sue strategie narrative sono varie, ma sempre attualissime» (McInerney 1994, 14). Sono probabilmente le prime parole mai pubblicate in Italia a proposito di David Foster Wallace.

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Questo articolo è uscito sulla rivista Tradurre. (Foto: Giovanni Giovannetti)

di Norman Gobetti

Acqua in bocca, ovvero Tradurre l’infinito. David Foster Wallace in Italia

La vita è come il tennis vince chi serve meglio
Infinite Jest
(traduzione di Edoardo Nesi, Grazia Giua e Annalisa Villoresi, p. 1144)

Moriva, il 16 dicembre 1991, Pier Vittorio Tondelli. Prolifico operatore culturale, oltre che amatissimo scrittore, Tondelli aveva fondato nel 1990, insieme ad Alain Elkann ed Elisabetta Rasy, il quadrimestrale di letteratura «Panta». Dopo la morte di Tondelli, nel comitato editoriale di «Panta» subentrò lo scrittore statunitense Jay McInerney, che nel 1993 curò un numero dedicato ai nuovi narratori americani. Il volume presentava i racconti di quindici autori all’epoca quasi tutti inediti in Italia, fra cui Jennifer Egan, Jeff Eugenides, Mark Leyner, Donna Tartt e William T. Vollmann, tradotti da scrittori italiani come Michele Mari, Sandra Petrignani, Claudio Piersanti, Sandro Veronesi e Valeria Viganò. Fra gli altri c’era anche, nella versione di Edoardo Albinati, un racconto dal titolo Per sempre lassù. Nella sua introduzione, McInerney scriveva a proposito dell’autore di quel racconto: «Uno sperimentatore postmodernista […] furiosamente creativo. […] Le sue ambientazioni e le sue strategie narrative sono varie, ma sempre attualissime» (McInerney 1994, 14). Sono probabilmente le prime parole mai pubblicate in Italia a proposito di David Foster Wallace.

Poco più che trentenne, Wallace era all’epoca uno scrittore di ottime speranze. Aveva esordito venticinquenne, nel 1987, con un romanzo ambizioso, The Broom of the System, che aveva conquistato molti lettori e aveva ricevuto un’accoglienza critica perplessa ma affascinata, di cui resta emblematica la recensione sul «New York Times» dell’autorevolissima Michiko Kakutani, secondo cui il giovane romanziere aveva sì talento da vendere, però «il problema è che spesso troviamo presunzione invece che vera intelligenza, verbosità invece che eloquenza» (Kakutani 1986; traduzione mia). In seguito Wallace aveva pubblicato su svariati periodici – da «Fiction» a «Harper’s», da «Playboy» alla «Paris Review» – una serie di racconti in gran parte confluiti nel 1989 in Girl with Curious Hair, e si stava anche affermando come saggista, con recensioni per i quotidiani più importanti («New York Times», «Washington Post», «Los Angeles Times» e altri), lunghi articoli per riviste su temi che andavano dalla narrativa contemporanea al tennis alla televisione e, nel 1990, un volume sul rap, Signifying Rappers: Rap and Race in the Urban Present, scritto insieme a Mark Costello.

In Italia era praticamente sconosciuto. Poi uscì su «Panta» la traduzione di Forever Overhead (in seguito incluso in Brief Interviews with Hideous Men e destinato a diventare un piccolo classico) e c’è chi dice di esserne rimasto folgorato. Edoardo Nesi racconta: «Sin dalla prima pagina mi parve che Per sempre lassù fosse il Racconto Degli Anni 90, straordinariamente capace com’era di catturare – in diretta – una specie di “sfiorato” zeitgeist di quegli anni inafferrabili, e di farlo senza volere» (Nesi 1996). E ancora, diversi anni dopo: «Io lo capii subito che Wallace era di un’altra categoria rispetto a tutti. Fin da Per sempre lassù, il suo primo racconto pubblicato in Italia. Su “Panta”. Fu quel miracoloso “Ciao” alla fine…» (Consonni 2011).

Il ghiaccio era rotto e, poco più di un anno dopo, uscì da Theoria Nuovi narratori americani. Racconti della Post-generation, una selezione di nove racconti, tradotti da Cristiana Mennella e tratti dall’antologia curata da Michael Wexler e John Hulme Voices of the Xiled, che comprendeva anche, di Wallace, Ragazzina dai capelli curiosi. Cristiana Mennella, all’epoca a inizio carriera (aveva appena esordito, sempre per Theoria, con i Marginalia di Poe), negli anni successivi si sarebbe affermata come traduttrice proprio di nuovi narratori americani (fra cui Saunders e Vollmann), ma non avrebbe più avuto occasione di lavorare su Wallace, che, ricorda oggi divertita, all’epoca le era sembrato «un poco fuori di testa» (Mennella 2012).

Nel giro di pochi anni Girl with Curious Hair sarebbe stato tradotto altre due volte, da Francesco Piccolo per Einaudi e da Martina Testa per minimum fax. Quest’ultima ebbe in seguito modo di raccontare quanto la lettura di Nuovi narratori americani l’avesse colpita, e avesse anche rappresentato per lei il primo incontro con Wallace:

Quando lessi Nuovi narratori americani non sapevo chi era David Foster Wallace, non avevo letto Infinite Jest, non immaginavo che quello sarebbe diventato il mio libro di culto per eccellenza, non immaginavo che Wallace stesso sarebbe diventato il mio autore di culto e uno dei miei esseri umani preferiti sulla faccia della terra; non mi sognavo neanche che sarei diventata una traduttrice e un’editor (non sapevo neanche cosa volesse dire, editor), tantomeno che avrei tradotto lui. E a dire il vero, il racconto di David Foster Wallace contenuto nell’antologia […] non era neanche fra i miei preferiti. Era la storia di un ricco psicolabile iperviolento, e mi sembrava che l’autore non fosse altro che un Bret Easton Ellis più cerebrale e sborone (Testa 2006).

Nella nota biografica che precedeva il suo racconto, Wallace veniva presentato così: «Sta lavorando a qualcosa di lungo per Little, Brown & Co. che ha tutta l’aria di non essere pronto per la scadenza, non è mai stato, in nessun luogo, per nessun motivo in ritardo con qualcosa, ragion per cui è un po’ fuori fase, attualmente» (Wexter e Hulme 1995, 39). Il qualcosa di lungo sarebbe diventato Infinite Jest.

Negli Stati Uniti a quel punto David Foster Wallace era considerato the next big thing, il Nuovo Grande Scrittore che tutti attendevano. Come ha ricordato David Lipsky a proposito dell’ambiente dell’editoria newyorkese, Wallace aveva «fatto sì che un’intera città di editor e scrittori bercianti, sgomitanti e pronti a gambizzare chiunque, si innamorasse di lui perdutamente» (Lipsky 2011, 16). Il 1º febbraio 1996 Infinite Jest era in libreria: 1079 pagine, 388 note, e in copertina un cielo ingombro di nuvole che lasciava presagire tutto fuorché una lettura serena. Anche questa volta le recensioni non furono unanimamente positive. Michiko Kakutani scrisse che Wallace era «uno scrittore dal talento virtuosistico che sembra in grado di fare qualunque cosa», però scrisse pure che a tratti il romanzo sembrava «una scusa per fare sfoggio del suo talento e svuotare la sua mente irrequieta» (Kakutani 1996; traduzione mia); e piuttosto simile fu il verdetto di Jay McInerney (McInerney 1996). Ma Infinite Jest si conquistò subito un nutrito seguito di ferventi ammiratori, veri e propri fan che in breve tempo ne fecero un libro di culto nel senso più pieno della parola. Ne è segno fra molti il fatto che il sito The Howling Fantods, interamente dedicato alle opere di Wallace, venne fondato nel marzo 1997, quando l’utilizzo di massa di internet era ancora agli albori (il dominio Google, ad esempio, fu registrato solo sei mesi dopo, il 15 settembre 1997).

Mentre nella maggior parte delle nazioni europee Infinite Jest veniva subito liquidato come intraducibile (in Germania il libro sarebbe uscito solo nel 2009; in Francia non è ancora uscito ed è annunciato per il 2014), l’Italia fu uno dei primi paesi a drizzare le antenne, e nel giro di qualche mese diversi editori si misero sulle tracce dei libri di Wallace. Fra le case editrici interessate, una fra le candidate più plausibili pareva la Fanucci, dove Luca Briasco e Mattia Carratello stavano fondando la collana «Avant Pop», il cui primo titolo, pubblicato nel settembre 1998, fu l’antologia a cura di Larry McCaffery Schegge d’America. Nuove avanguardie letterarie. Era la terza raccolta uscita in Italia nel giro di pochi anni a includere un racconto di Wallace, in questo caso Tri-Stan: I Sold Sissee Nar to Ecko (nella traduzione di Piergiorgio Nicolazzini e Maria Cristina Pietri), anch’esso destinato a confluire nel 1999 in Brief Interviews with Hideous Men. Nella sua articolata rassegna in appendice all’edizione italiana dell’antologia, McCaffery parlava anche di Girl with Curious Hair, descrivendolo come uno dei libri più esplicitamente Avant Pop della nuova letteratura americana (McCaffery 1998, 405-6); ci si poteva quindi aspettare di trovare Wallace accanto a Vollmann e a Philip Dick nel futuro catalogo della nuova collana di Fanucci, ma non andò così.

Marco Cassini, il direttore commerciale di minimum fax, ricorda: «“Compralo, compralo che te lo fottono”, mi consigliava anni fa con fraterno afflato, all’uscita di un reading di Ian McEwan, Sandro Veronesi”» (Cassini 2003). E fu all’uscita del reading di Ian McEwan al primo Festivaletteratura di Mantova che Sandro Veronesi chiese a Susanna Basso di tradurre Infinite Jest per la neonata Fandango (Basso 2012). Domenico Procacci aveva infatti acquistato i diritti italiani di entrambi i romanzi di Wallace, Infinite Jest e The Broom of the System. Sul piatto restava la raccolta di racconti Girl with Curious Hair. Come ha raccontato Cassini sul sito della casa editrice (Cassini 2003), minimum fax aveva firmato nel giugno 1997 un contratto per i diritti italiani del libro. Nonostante ciò, nel settembre 1998 uscì da Einaudi Stile libero (allora al secondo anno di vita) La ragazza con i capelli strani, in una traduzione firmata da Francesco Piccolo da cui mancavano tre dei dieci racconti: John BillyHere and There e Westward the Course of the Empire Takes Its Way. La spinosa situazione si risolse solo cinque anni più tardi, quando, in seguito a un accordo stipulato fra minimum fax e l’agente di Wallace, Einaudi ritirò dopo trenta mesi il suo libro dal commercio, e da minimum fax uscì La ragazza dai capelli strani in una nuova, più puntuale traduzione di Martina Testa che ripristinava i racconti mancanti.

Nel frattempo minimum fax aveva pubblicato altri quattro libri di Wallace: nel settembre 1998 Una cosa divertente che non farò mai più (traduzione di Gabriella D’Angelo e Francesco Piccolo) e nel maggio 1999 Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più) (traduzione di Vincenzo Ostuni, Christian Raimo e Martina Testa) – cioè la raccolta di saggi del 1997 A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again smembrata in due volumi -, nel giugno 2000 Il rap spiegato ai bianchi – cioè Signifying Rappers nella traduzione di Martina Testa e Christian Raimo – e nell’aprile 2001 (nella traduzione di Martina Testa) Verso occidente l’impero dirige il suo corso, cioè il racconto lungo (o romanzo breve) Westward the Course of the Empire Takes Its Way non incluso nella traduzione di Martina Testa/Einaudi di Girl with Curious Hair.

Ricorda Martina Testa:

Ecco come sono diventata una traduttrice: nel 1998 ho comprato A Supposedly Fun Thing… in una libreria internazionale di Roma: il primo pezzo mi ha lasciata interdetta, il secondo mi ha tenuta sveglia quasi per tutta una notte, il libro intero mi ha esaltata come forse non aveva mai fatto nessun altro libro prima di allora; io e un mio amico abbiamo sentito dire che una casa editrice cercava un traduttore proprio per quel libro; non avevamo esperienza; gli abbiamo chiesto di farci provare; ci hanno fatto provare; la prova gli è piaciuta (Testa 2008).

Martina Testa divenne poi, oltre che una delle principali traduttrici di Wallace, anche la direttrice editoriale di minimum fax, e i libri di quella casa editrice diedero un contributo fondamentale alla diffusione di David Foster Wallace in Italia, ma il pezzo forte, quello più atteso, restava Infinite Jest.

Nell’autunno del 1997 Susanna Basso aveva ricevuto il libro. Aveva subito pensato, ricorda oggi (Basso 2012), di non potersi concedere il lunghissimo tempo e la dedizione assoluta che le parevano necessari per tradurlo, e l’aveva proposto, riservandosi di farne poi la revisione, a Grazia Giua, all’epoca una traduttrice giovane ma non priva di esperienza, che aveva accettato.

Così, per nove mesi, assistita da Susanna Basso in un ruolo che oggi definisce da coach (Giua 2012), Grazia Giua (che anni dopo sarebbe diventata editor Einaudi) si dedicò anima e corpo a una traduzione che la assorbì completamente e la pose di fronte a «insidie sconfinate». Oltre a essere mastodontico – Wallace disse una volta che ai commessi delle librerie sarebbe toccato aiutare chi lo comprava a caricarlo in macchina (Bruni 1996) – il libro era scritto in una lingua enormemente complessa, che costrinse la traduttrice non solo ripercorrere le funambolesche evoluzioni di una sintassi acrobatica, ma anche a impadronirsi di una miriade di lessici iperspecialistici:

Centinaia di pagine di appunti, centinaia, molte, di mail. E i libri: compendi di fisica, di matematica, manuali sul tennis e sul football americano, volumi sulla droghe, sintetiche e no, il Physician Desk Reference e il prontuario farmaceutico (carpito a un sospettosissimo farmacista), dizionari del cinema e di qualunque altra cosa. E i colloqui infiniti e meravigliosi con gli informant, di ogni ordine grado e professione, dai due lati dell’oceano. Non tutto mi è servito, e di certo non mi è bastato, ma ricordo la sensazione – ossessiva, immagino; delirante, mi dicevano – di vagare per scaffali, vetrine, palestre, strade, mondo, e pensare, sempre, eh sì, questo mi può servire, questo lo troverò, in qualche momento, a qualche punto, e allora mi servirà (Giua 2008).

Il romanzo però prima o poi sarebbe dovuto uscire, e ben presto si creò uno scollamento fra le esigenze della traduttrice, cui sembrava necessario dedicare a quel lavoro un tempo e una cura maggiori di quelli concessi dal suo contratto, e quelle dell’editore, Domenico Procacci, e del direttore della collana «Mine vaganti» in cui il romanzo sarebbe uscito, Sandro Veronesi, che non ritenevano di poter rimandare la pubblicazione di un libro così atteso. Nel giro di qualche mese lo scollamento sfociò in una rottura e, dopo aver tradotto le prime 385 pagine con relative torrenziali note, Grazia Giua fu rimpiazzata da un’altra giovane traduttrice, Annalisa Villoresi, e dallo scrittore Edoardo Nesi.

Una delle rarissime testimonianze di Annalisa Villoresi sul proprio lavoro al romanzo si trova in un articolo pubblicato dal «Tirreno» il 23 dicembre 2000 in occasione dell’uscita del libro:

«Non è stato facile restituire in italiano lo slang e il particolare stile letterario di Wallace – racconta la co-traduttrice – soprattutto per me che ero alla prima esperienza». Trentacinque anni, madre di due gemelle di 5, Villoresi è subentrata alla precedente traduttrice romana [sic, ma Grazia Giua non è romana], lavorando da marzo del 1998 fino ad agosto di quest’anno per circa sei ore al giorno. «Avevo smesso di lavorare per stare con le mie figlie ma ora, dopo questa esperienza, spero di avere altre occasioni. Non credevo che sarei riuscita a tradurre un romanzo così complesso in così poco tempo». Lo stesso Nesi definisce «sorprendente» il risultato e aggiunge: «Annalisa è stata bravissima, ha fatto un grande lavoro soprattutto con notevole e costante impegno». Lo scrittore imprenditore pratese, che deve a Procacci anche la realizzazione del suo primo film Fughe da fermo nelle sale a marzo, si è occupato della “ripulitura” (Bernacchioni 2000).

Da parte sua, così racconta Edoardo Nesi:

Pur potendomi appoggiare a una prima traduzione di Annalisa Villoresi e Grazia Giua, tradurre in italiano Infinite Jest mi è costato l’inverno e la primavera e l’estate 2000, e per varie ragioni: l’estrema complessità della trama che si supera e si ripiega e si rincorre continuamente; le dozzine di vividissimi personaggi e le loro complesse interazioni; la lingua ricchissima dell’autore, le lunghe dissertazioni tennistiche e farmacologiche e chimiche e cinematografiche con uso continuo di termini specialistici; la frequente coniazione di nuove parole in americano; l’uso di prefissi greci legati a oscuri termini medici; la decisione di non aggiungere note di traduzione non assolutamente necessarie per via delle moltissime pagine di note al testo già scritte dall’autore; la presenza nel romanzo di numerosissimi refusi d’autore poiché ben pochi dei personaggi sanno parlare o persino pensare in un inglese corretto (Nesi 2001).

Intanto, nel novembre 1999, da Fandango era arrivato in libreria La scopa del sistema, il primo romanzo di Wallace, in un’edizione che si segnalava, oltre che per la bella illustrazione di Gianluigi Toccafondo in copertina, per una quarta genialmente essenziale, appena tre parole: «Mi manca chiunque». La traduzione era di Sergio Claudio Perroni, che oggi ricorda i mesi dedicati a lavorare su quella scrittura «di straordinaria intelligenza» come un periodo molto felice, una delle pochissime occasioni nella sua carriera (già all’epoca ben avviata) in cui l’estrema difficoltà non fu per lui «una rottura di scatole» ma «un enorme piacere» (Perroni 2012). E poi, il 10 dicembre 2000, dopo più di tre anni di lavorazione complessiva, finalmente uscì Infinite Jest. All’interno del volume la traduzione era accreditata a «Edoardo Nesi con la collaborazione di Annalisa Villoresi e Grazia Giua», ma in copertina c’era scritto: «Traduzione di Edoardo Nesi». Da quel momento nel parlare comune Nesi sarebbe stato il traduttore di Infinite Jest.

Nel giro di due o tre anni appena, giusto gli anni di fine millennio, in Italia Wallace era così passato dallo status di sconosciuto a quello di autore di primo piano, sebbene ancora letto solo da un pubblico di nicchia, con ben otto volumi usciti fra il settembre 1998 e l’aprile 2001. L’apice di questa fulminea consacrazione fu probabilmente la lettura integrale di Infinite Jest (una non-stop di 72 ore) organizzata da Fandango al cinema Politecnico di Roma fra il 15 e il 17 dicembre 2000, quando, fra l’apertura di Alessandro Baricco e la chiusura di Fernanda Pivano, a leggere il romanzo si alternarono decine e decine di persone, celebri o meno.

Ancor più sorprendente è dunque, soprattutto col senno di poi, che fino ad allora fra i traduttori di Wallace ben pochi fossero professionisti affermati. Edoardo Nesi, che stava mietendo i primi successi come romanziere, aveva tradotto solo cinque libri (di Malcolm Lowry, Michael Hornburg, Buster Keaton, Stephen King e Quentin Tarantino), e dopo Infinite Jest non avrebbe quasi più tradotto. Quanto allo scrittore e sceneggiatore Francesco Piccolo (che aveva firmato La ragazza con i capelli strani per Einaudi e, insieme a Gabriella D’Angelo, Una cosa divertente che non farò mai più per minimum fax) non aveva tradotto nessun altro libro e non ne avrebbe tradotti altri. Martina Testa, che invece come traduttrice avrebbe poi fatto molta strada, era allora alle primissime armi (il che non le aveva impedito di meritare e vincere insieme a Christian Raimo il Premio Procida – Isola di Arturo per Il rap spiegato ai bianchi, un libro decisamente arduo da rendere in italiano), e alle primissime armi erano anche Raimo e Ostuni.

Le eccezioni erano Sergio Claudio Perroni – che aveva già in curriculum una ventina di romanzi, di autori come Highsmith, Ellroy, Vonnegut, Houellebecq e Moody – e soprattutto Ottavio Fatica, che aveva alle spalle una lunga esperienza con classici della stazza di Kipling, Stevenson, Conrad, James e molti altri. Ma forse Fatica, quando nel 1999 Paolo Repetti di Einaudi «Stile libero» affidò a lui e Giovanna Granato Brief Interviews with Hideous Men, non trovò Wallace particolarmente nelle proprie corde, perché riservò per sé solo pochi racconti e lasciò gli altri alla co-traduttrice, che oggi ricorda:

C’è un episodio significativo di com’è stato per me tradurre Wallace. Mentre lavoravo al primo racconto, La persona depressa, all’improvviso è saltato il computer e si è cancellato tutto. E io, come nulla fosse, ho subito ricominciato da zero. Tradurre quel racconto aveva prodotto in me questa sensazione di abbandono totale. Si trattava di lasciarsi travolgere dal vortice della sua scrittura, abbassare le difese, lasciarsi andare e, semplicemente, seguire la luce chiarissima che emanava dalle sue pagine (Granato 2013).

Quel libro comprendeva anche un racconto che all’epoca a Fatica e Granato parve intraducibile, Datum Centurio. Così, come era già accaduto nel caso di La ragazza con i capelli strani, e come purtroppo spesso accade nelle edizioni italiane di raccolte di racconti straniere, si decise di tralasciarli (e, di conseguenza, per non alterare troppo la struttura del libro, di tralasciare anche la Breve intervista n. 59 e Tri-Stan, già uscito nell’antologia di Fanucci Schegge d’America), una scelta da cui fra l’altro si evince come all’epoca Wallace non avesse ancora quello statuto di classico contemporaneo che oggi ci appare scontato.

Esauritasi così l’intera backlist, negli anni fra il 2002 e il 2007 il ritmo delle uscite rallentò. Furono però gli anni in cui, come ricorda Martina Testa, in Italia la fama dello scrittore si consolidò:

All’inizio c’è stato un lentissimo crescendo di attenzione. Nei primi anni Duemila, per dire, la raccolta di saggi Tennis, tv, trigonometria, tornado si vendeva così poco che a un certo punto rischiammo di doverne macerare qualche centinaio di copie. A partire dalla nostra edizione della Ragazza dai capelli strani (2003), che andò subito molto bene, ci è sembrato che l’interesse del pubblico crescesse, anche nei confronti degli altri titoli, che infatti, nel corso degli anni, non sono mai andati fuori catalogo. Probabilmente è stato in quel periodo che si è verificato il fatidico “passaparola dei lettori” (Gregorio 2011).

Fu in questo periodo che Einaudi riuscì ad aggiudicarsi le nuove uscite – nel 2004 la raccolta di racconti Oblivion, tradotta da Giovanna Granato come Oblio, e nel 2006 la raccolta di saggi Consider the Lobster, tradotta da Adelaide Cioni e Matteo Colombo come Considera l’aragosta – e ad acquistare i diritti di Infinite Jest e della Scopa del sistema (che non erano stati rinnovati a Fandango), per poi ripubblicare i due romanzi nella collana «Stile libero Big» rispettivamente nel 2006 e nel 2008, senza apportarvi alcuna correzione o modifica. Presso la casa editrice di divulgazione scientifica Codice uscì invece nel 2005 Tutto, e di più, la traduzione (di Giuseppe Strazzeri e Fabio Paracchini) dell’impegnativo saggio di logica matematica Everything and More: a Compact History of Infinity.

Wallace aveva ormai, grazie a Infinite Jest ma forse ancor più a La scopa del sistema, un’affezionata platea di lettori italiani, e non a caso fu proprio in Italia che lo scrittore fece una delle sue rarissime apparizioni al di fuori degli Stati Uniti, intervenendo nel 2006 – insieme a Nathan Englander, Jeffrey Eugenides, Jonathan Franzen e Zadie Smith – al festival Le conversazioni a Capri, organizzato da Antonio Monda. Ricordò in seguito Martina Testa, che in quell’occasione fu la sua interprete:

Continuava a dire che eravamo vecchi amici (anche se in realtà ci eravamo incontrati solo due o tre volte, e detti poco più che ciao). Mi dava pacche sulle spalle, mi abbracciava, mi scroccava sigarette con un sorriso imbarazzato (aveva smesso di masticare tabacco, ma ancora non poteva fare a meno della nicotina) e mi chiedeva di stargli vicino; una volta, quando mi sembrava di aver combinato un disastro nel fare da interprete a un altro autore, si mise subito a rassicurarmi del fatto che ero andata benissimo. Nonostante si facesse un gran parlare di quanto era a disagio in mezzo alla gente, in realtà aveva un calore e una dolcezza che sarebbero rari da trovare in chiunque – figuriamoci poi in un genio, o nel tuo scrittore preferito (Testa 2008).

Era la fine di giugno – scrisse diversi anni dopo Antonio Monda – nell’atmosfera rilassata del festival Le conversazioni a Capri, e nessuno, neanche tra i più intimi, poteva immaginare che quel viaggio avrebbe rappresentato uno degli ultimi momenti di serenità della sua esistenza destinata a spezzarsi tragicamente due anni dopo (Monda 2011).

E in effetti, quando il 12 settembre 2008 lo scrittore fu trovato dalla moglie Karen Green impiccato nel patio della loro casa di Claremont, in California, furono in molti a sentirsene personalmente feriti. Come scrisse all’epoca Nicola Lagioia:

Il suicidio di David Foster Wallace ha lasciato scioccata un’intera generazione di lettori. Al di là dei coccodrilli e del tran tran dignitosamente ordinario di una breve commemorazione mediatica, le autostrade telematiche sono state rapidamente invase da messaggi pieni di sgomento e di dolore autentico. Sui siti internet, nei blog, nei forum di discussione e poi, fuori dalla rete, nelle conversazioni tra appassionati (spesso molto giovani) di letteratura contemporanea: «è morto uno di noi…», «lo sentivo vicino come un fratello…», «adesso mi sento persino più solo di prima…», «si può provare tanto dispiacere per una persona che non si è mai frequentata fuori dalla pagina?» (Lagioia 2008).

Un’impressione confermata dalla testimonianza di Tommaso Pincio:

Vengo a sapere che David Foster Wallace si è impiccato. […] Poco dopo squilla il telefono. Un amico vuole commentare il fatto. Siamo entrambi sconcertati, affranti. Nessuno dei due può dire di aver conosciuto Wallace, eppure ci è naturale parlarne come di una persona cara (Pincio 2011, 108).

E se lettori e critici si sentirono toccati così nell’intimo dalla morte improvvisa di uno scrittore che sentivano insolitamente vicino, tanto più si sentirono chiamate in causa le persone che avevano tradotto, editato o pubblicato i suoi libri. Data l’intricata storia editoriale di Wallace in Italia, non stupisce che più d’uno si sia sentito in quel momento di poter rivendicare una sorta di primogenitura, o comunque un legame privilegiato con lo scrittore scomparso. In un paginone interamente dedicato a Wallace, ad esempio, l’«Unità» affiancava, sotto il poco felice titolo La maratona della memoria, una serie di trafiletti commemorativi. Procacci, direttore editoriale di Fandango, dichiarava: «Non l’ha mai saputo, D.F.W., e ormai non lo saprà mai, ma una piccola casa editrice, la nostra, la Fandango Libri, è nata per pubblicare un suo lavoro, il monumentale Infinite Jest» (Procacci 2008); e a fianco Veronesi:

Io credo che Infinite Jest sia il più grande romanzo che sia stato scritto nel dopoguerra. […] Averne fortemente voluto la traduzione, aver fondato una casa editrice, con Procacci, praticamente a questo scopo, rappresenta probabilmente il mio più alto merito letterario; averne organizzato la lettura integrale, nel dicembre del 2000, al Politecnico di Roma, una delle cose più belle che abbia fatto nella vita (Veronesi 2008);

e Cassini, direttore commerciale di minimum fax: «Eravamo i primi folli editori al mondo a voler pubblicare un suo libro al di fuori dell’America e infatti ne comprammo i diritti per cinquecentomila lire» (Cassini 2008). Anche Fernanda Pivano parlò di lui, sul «Corriere della Sera», come di «un altro amico, dolce, fragile e generoso che se ne va», inserendolo in una sorta di genealogia di scrittori suicidi suoi amici, da Pavese a Hemingway a Wallace (Pivano 2008). Martina Testa scrisse sul sito di minimum fax:

Nessuno è stato altrettanto difficile e gratificante. Su nessuno mi sono impegnata con tanto amore. Ogni volta che ho tradotto qualcosa di suo, gli ho mandato delle domande. Lui rispondeva con riluttanza, era in difficoltà, continuava a dire che una certa storia era impossibile da tradurre in maniera dignitosa e fedele – il che a volte mi faceva venire da piangere; e poi scriveva pagine intere per spiegarmi una singola parola o una singola frase, e concludeva dichiarando la sua totale fiducia nelle mie capacità di traduttrice – il che, di nuovo, mi faceva venire le lacrime agli occhi (Testa 2008).

Come negli Stati Uniti, anche in Italia si tennero eventi in sua memoria, il principale dei quali si svolse il 12 ottobre (a un mese dalla morte) al Teatro Ghione di Roma. In quell’occasione si ritrovarono tutti gli editori italiani di Wallace (minimum fax, Fandango, Einaudi e Codice), molti suoi traduttori e diversi scrittori che si consideravano suoi «compagni di strada». Cominciò poi, come inevitabilmente capita in casi simili, una nuova fioritura di edizioni italiane. Minimum fax, che proprio in quel momento stava celebrando il quindicennale della casa editrice con la speciale collana «I Quindici», nel 2008 ripubblicò in questa nuova veste, arricchita da una grafica molto curata e da nuovi apparati ed «extra», La ragazza dai capelli strani (con Brave persone in appendice, un estratto da quello che in seguito sarebbe diventatoIl re pallido), nel 2009 Burned Children of America (un’antologia di nuovi narratori americani, uscita la prima volta nel 2001, che si chiudeva con il racconto di Wallace Incarnazioni di bambini bruciati, da cui il titolo) e nel 2010 Una cosa divertente che non farò mai più. Seguirono le nuove edizioni di tutti i libri di Wallace nei «Sotterranei».

Einaudi alle riedizioni affiancò alcuni inediti. Uno degli ultimi testi scritti da Wallace era una conferenza, un commencement address (ossia una prolusione) pronunciato di fronte ai neolaureati del Kenyon College il 15 maggio 2005. Qualche mese dopo la morte dell’autore, la Little, Brown & Co. (che a partire da Infinite Jest era diventata la casa editrice di Wallace) lo aveva pubblicato col titolo This Is Water. Some Thoughts, Delivered on a Significant Occasion, about Living a Compassionate Life. In quel volumetto a ogni singola frase del breve e intenso discorso era riservata un’intera pagina, così che le parole dell’autore venivano a trovarsi circondate da grandi spazi bianchi, una sorta di aura che trasmetteva al lettore la sensazione di avere fra le mani un testo sapienziale, o magari, come ebbe a scrivere Zadie Smith, «un librettino di self-help da leggere al cesso» (Smith 2010, 378).

L’insolita scelta editoriale della Little, Brown & Co. si inseriva in quella che qualcuno definì la «beatificazione» di David Foster Wallace (Salis 2011), uno scrittore che, se agli esordi era stato considerato un epigono dei postmodernisti, un ironico acrobata delle parole (Bajani 1999), col tempo si era spostato sempre più verso una concezione morale, se non esplicitamente spirituale, della letteratura (un’evoluzione già ben compresa nel 1998 da Mattia Carratello nella sua lucidissima postfazione a La ragazza con i capelli strani), e che proprio per questo aveva suscitato nei suoi lettori un coinvolgimento così viscerale. In un articolo su «Slate», Nathan Heller si era chiesto perché Wallace ispirasse una tale devozione nei suoi ammiratori, e al termine di un’approfondita analisi delle sue opere si era risposto:

È stato l’intellettuale del 21° secolo che ha insegnato ai lettori a provare sentimenti, lo scrittore che ha spiegato come sia possibile vivere in modo ricettivo e umano senza rinnegare una cultura pesantemente, eminentemente critica (Heller 2011; traduzione mia).

Anche Tim Jacobs, su «Rain Taxi», aveva azzardato una risposta: «Non era Gandhi e non è morto per i vostri peccati, ma i concetti di servizio e di sacrificio personale, soprattutto nell’ambito della scrittura, li prendeva palesemente sul serio» (Jacobs 2008-2009; traduzione mia).

In questo contesto Einaudi «Stile libero» preferì non incoraggiare ulteriormente una lettura di Wallace che molti ritengono fuorviante, o comunque dannosa. Wallace era sì un genio, precisa ad esempio Martina Testa, ma

penso che connotarlo come una specie di unicum, di “monstrum”, di prodigio sia inopportuno, non giovi alla percezione che il pubblico ha di lui, gli faccia più male che bene, e personalmente non vorrei contribuire ad alimentare in nessun modo l’aura quasi mitica che ormai lo circonda (Testa 2012).

Sulla stessa posizione Giovanna Granato, la traduttrice di This Is Water: «È un errore farne un culto perché non era l’immagine che lui voleva dare di sé» (Granato 2013). La casa editrice italiana decise dunque di far uscire, in concomitanza col primo anniversario della morte dell’autore, il discorso intitolato Questa è l’acqua in un omonimo volume, curato da Luca Briasco, che recuperava anche cinque racconti, perlopiù giovanili, ancora inediti in Italia (e tuttora uncollected negli Stati Uniti), fra cui il primo in assoluto mai pubblicato da Wallace (nel 1984), Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta, in cui lo scrittore raccontava l’insorgere della depressione e della dipendenza dai farmaci.

C’era però in cantiere un inedito ben più importante. Alle Conversazioni a Capri Wallace aveva letto un brano di prosa chiamato Estratto senza titolo da un qualcosa di più lungo che ancora non è neanche lontanamente scritto (pubblicato all’epoca in una plaquette con a fronte una traduzione di Martina Testa). Quel brano era poi stato ritrovato, insieme a centinaia di altre pagine, sulla scrivania di Wallace il giorno del suo suicidio (Max 2009; Pietsch 2011). Quelle pagine erano il dattiloscritto incompiuto di quello che avrebbe dovuto diventare il suo terzo romanzo e, dopo un lungo e complesso lavoro di riordinamento e collazione da parte di Michael Pietsch (l’editor di Little, Brown & Co. che già aveva lavorato a Infinite Jest), sarebbero uscite nel 2011 col titolo The Pale King. Einaudi affidò anche questo libro a Giovanna Granato, che ricorda:

La difficoltà più superficiale, ma molto fastidiosa è stata dover cercare tantissimi riferimenti, cosa che porta via un sacco tempo. Invece non è difficile la struttura della frase, perché la sua scrittura, per quanto complessa e piena di meandri, non è mai ambigua, è lucida e solida. Le sue architetture verbali sono di una solidità mostruosa. Il difficile è restituire il grandissimo spessore che si cela sotto quelle che possono anche apparire storielle in cui non succede niente di che. Le strutture sono ripetitive ma leggere e limpidissime, la difficoltà sta sotto, nella fittissima rete dei riferimenti che danno un senso profondo al tutto. Affrontare la lunghezza delle frasi è solo una cosa muscolare. Basta allenarsi, fare un respiro profondo e buttarsi nel vortice. La sua scrittura non dà grandi margini di movimento, perciò devi per forza essere letterale. È tutto troppo solido, non si lascia scalfire (Granato 2013).

In questo caso però, racconta ancora la traduttrice, c’era una difficoltà più profonda:

Lavorare al Re pallido è stato come mettere le mani nella carne viva, dovendo affrontare in molte parti un testo “sporco”, non ancora ripulito dall’autore con la sua solita cura maniacale. Mi capitava di provare un imbarazzo da voyeur, come trovandomi a vedere quello che lui non avrebbe voluto farci vedere, il corpo nudo della sua scrittura. È stato pesantissimo dal punto di vista psicologico. Anche perché in passato Wallace non aveva mai scritto in modo così nudamente autobiografico. È stato come camminare costantemente sui confini di un territorio in cui non mi sembrava giusto entrare, intrattenendo con l’autore un rapporto personale, mentre non deve essere così. Per questo ho cercato di avere il massimo rispetto del testo, trattandolo non tanto come un romanzo, ma come un documento. Perciò, dove la scrittura è sporca, è stata lasciata sporca. In questo caso la resa è stata ancora più letterale del solito, e mi sono data la regola di non correggere anche laddove evidentemente Wallace in un secondo tempo sarebbe intervenuto. Ad esempio, di solito la punteggiatura è meravigliosa, perfetta, chiarissima. In questo caso invece a volte non lo era, ma non è stata toccata. In questo l’Einaudi, e soprattutto Alessandra Montrucchio, che ha fatto la revisione e mi ha aiutata nelle ricerche sui termini tecnici, mi hanno sostenuta molto (Granato 2013).

Con Il re pallido può dirsi conclusa la grande stagione editoriale di David Foster Wallace in Italia, sebbene altre nuove uscite ci siano state e continueranno probabilmente a esserci. Nel 2012 da Einaudi è stato pubblicato, ancora in una traduzione di Giovanna Granato, e con grande successo, Il tennis come esperienza religiosa, che raccoglie due reportage, uno inedito in Italia, Democrazia e commercio agli US Open, e uno, già uscito nel 2010 da Casagrande in una traduzione di Matteo Campagnoli, dal titolo Roger Federer come esperienza religiosa. Per il 2013 sono annunciate diverse novità di non poco conto: Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, ovvero la prima biografia di Wallace, scritta da D. T. Max e tradotta da Alessandro Mari; la traduzione di Giovanna Granato dei saggi uncollectedpubblicati nel 2012 da Little, Brown & Co. col titolo Both Flesh and Not; una nuova edizione di Brevi interviste con uomini schifosi che finalmente recupera i tre racconti mancanti; una nuova edizione del Re pallido (negli «Einaudi Tascabili») che presenta in appendice le quattro nuove scene inserite nel paperback dell’edizione statunitense; e infine una nuova edizione di Infinite Jest in cui sono stati corretti i numerosi refusi presenti nelle edizioni cartacee (solo in e-book, un assaggio di quella che sarà l’edizione speciale per il ventennale del libro nel 2016).

Da minimum fax invece è in uscita la traduzione delle Conversations with David Foster Wallace curate da Stephen J. Burn (2012), una raccolta delle non molte ma preziose interviste rilasciate nel corso degli anni da Wallace, fra cui, essenziali e citatissime, quelle di Larry McCaffery per la «Review of Contemporary Fiction» (1993) e di Laura Miller per «Salon» (1996). Resta da tradurre la tesi di laurea in filosofia del 1985 Fate, Time, and Language: An Essay on Free Will (Columbia University Press, 2010), e ben poco altro.

Oggi, a vent’anni dalla prima comparsa di un suo testo in Italia, e a cinque dalla morte, la popolarità e l’influenza David Foster Wallace nel nostro paese non accennano a diminuire. Lo dimostrano, oltre alle molte nuove uscite annunciate, la nascita nell’aprile 2011 del sito Archivio David Foster Wallace Italia e la pubblicazione di alcuni saggi critici e libri di interviste (Pennacchio 2009; Lipsky 2011; Susca 2012; Karmodi 2012), nonché di un «diario del dolore» scritto subito dopo la sua morte (Infinite Loss di Salvatore Toscano, 2009). E se è certamente vero che la sua scomparsa tragica e prematura ha contribuito a trasformare lo scrittore in una sorta di personaggio leggendario – e non è certo la prima volta che succede: basti pensare, senza scomodare le rockstar, al caso per certi versi analogo di Roberto Bolaño, e da noi a Sergio Atzeni o, fra i traduttori, Angelo Morino -, non si può non riconoscere che, se per tanti lettori e scrittori del nostro paese Wallace è diventato un punto di riferimento, il merito va anche ai traduttori. Ci troviamo di fronte a un felice paradosso: un autore che molti consideravano intraducibile (e che si considerava intraducibile) è stato non solo tradotto ma tradotto con grandissima fortuna.

I termini della sfida li aveva spiegati lui stesso nell’intervista rilasciata a «Salon» in occasione dell’uscita di Infinite Jest:
Il progetto che vale la pena portare avanti è fare della roba che mantenga la ricchezza e il coraggio e la difficoltà emotiva e intellettuale dell’avanguardia, roba che costringa il lettore ad affrontare le cose invece di ignorarle, ma farlo in modo tale che sia anche piacevole da leggere. Allora il lettore sente che qualcuno sta parlando con lui invece di mettersi in posa (Miller 1996; traduzione mia).

È una sfida che, nonostante le tortuosità, e talvolta le ambigue opacità, delle vicende editoriali di David Foster Wallace in Italia, i traduttori hanno vinto.

 

L’elenco completo delle traduzioni italiane e dei riferimenti bibliografici è sul sito della rivista Tradurre

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