Kazuo Ishiguro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/kazuo-ishiguro/ un blog di approfondimento culturale Sat, 29 Jan 2022 10:10:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Kazuo Ishiguro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/kazuo-ishiguro/ 32 32 Cena di famiglia https://minimaetmoralia.it/racconti/cena-di-famiglia/ https://minimaetmoralia.it/racconti/cena-di-famiglia/#respond Sat, 29 Jan 2022 10:10:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49897 Pubblichiamo un racconto inedito di Kazuo Ishiguro nella traduzione di Dario Valentini. Il Fugu[1] si pesca lungo la costa Pacifica del Giappone. Quel pesce aveva assunto un significato speciale per me da quando mia madre era morta mangiandone uno. Il veleno è localizzato nelle ghiandole sessuali del pesce, dentro due fragili sacche. Quando si prepara, […]

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Pubblichiamo un racconto inedito di Kazuo Ishiguro nella traduzione di Dario Valentini.

Il Fugu[1] si pesca lungo la costa Pacifica del Giappone. Quel pesce aveva assunto un significato speciale per me da quando mia madre era morta mangiandone uno. Il veleno è localizzato nelle ghiandole sessuali del pesce, dentro due fragili sacche. Quando si prepara, queste sacche devono essere rimosse con cautela, poiché qualsiasi sbadataggine può far penetrare la tossina nelle carne. Purtroppo non è facile sapere se tale operazione è stata eseguita con successo o meno. La prova consiste, per così dire, nel mangiarlo.

L’avvelenamento da Fugu è tremendamente doloroso e quasi sempre fatale. Se il pesce è stato ingerito nel corso della serata, la vittima di solito viene sopraffatta dal dolore nel sonno. Si rivolta agonizzando per qualche ora e al mattino è già morta. Il piatto è diventato estremamente popolare in Giappone dopo la guerra. Finché non sono state imposte normative più severe, era di gran moda eseguire la pericolosa operazione di sventramento nella propria cucina, e poi invitare amici e vicini per il banchetto.

Al momento della morte di mia madre, vivevo in California. In quel periodo, i rapporti con i miei genitori erano diventati un po’ tesi, e di conseguenza non appresi le esatte circostanze che riguardavano il suo decesso finché non tornai a Tokyo due anni dopo. A quanto pare mia madre si era sempre rifiutata di mangiare il Fugu, ma in quella particolare occasione aveva fatto un’eccezione, essendo stata invitata da una vecchia compagna di scuola che ci teneva a non offendere. Fu mio padre a fornirmi i dettagli mentre guidava dall’aeroporto a casa sua nel distretto di Kamakura. Quando finalmente arrivammo, si era quasi alla fine di una soleggiata giornata autunnale.

‘Hai mangiato sull’aereo?’ chiese mio padre. Eravamo seduti sul tatami della sua sala da tè.

‘Mi hanno dato uno spuntino.’

‘Devi essere affamato. Mangeremo appena arriverà Kikuko.’

Mio padre era un uomo dall’aspetto formidabile con una grande mascella granitica e furiose sopracciglia nere. Ripensandoci, trovo che somigliasse a Chou En-lai[2], sebbene non penso avrebbe apprezzato il paragone, essendo particolarmente orgoglioso del puro sangue samurai che scorreva in famiglia. La sua presenza, in generale, non incoraggiava la conversazione rilassata, e le cose non erano aiutate nemmeno dal suo strano modo di esprimere ogni osservazione come se fosse quella definitiva. E così, mentre sedevo di fronte a lui quel pomeriggio, mi tornò in mente il ricordo di quando da ragazzino mi aveva colpito in testa varie volte perchè “cianciavo come una vecchia signora”.

Inevitabilmente, le nostre conversazioni fin dal mio arrivo all’aeroporto erano state interrotte da lunghe pause.

‘Mi dispiace per l’azienda’, dissi dopo che nessuno apriva bocca da un po’. Lui annuì grave.

‘In effetti la storia non è finita lì’, disse. ‘Dopo il fallimento dell’azienda, Watanabe si è ucciso. Non voleva vivere nel disonore.’

‘Capisco.’

‘Siamo stati soci per diciassette anni. Era un uomo di principi e onore. Lo rispettavo molto.’

‘Pensi che ti rimetterai in affari?’ chiesi.

‘Io sono – in pensione. Sono troppo vecchio adesso per farmi coinvolgere in nuove imprese. Fare affari di questi tempi è diventato così diverso. Trattare con gli stranieri. Fare le cose a modo loro. Non capisco come siamo potuti arrivare ​​a questo. E nemmeno Watanabe lo capiva.’ Sospirò. ‘Un brav’uomo. Un uomo di principi.’

La sala da tè si affacciava sul giardino. Da dove ero seduto scorgevo il vecchio pozzo che da bambino credevo infestato dai fantasmi. Adesso era appena visibile attraverso il fitto fogliame. Il sole era sprofondato e gran parte del giardino era immerso nell’ombra.

‘Sono contento in ogni caso che tu abbia deciso di tornare,’ disse mio padre. ‘Spero che non sia solo una visita breve.’

‘Non so ancora bene quali saranno i miei piani.’

‘Io dal canto mio sono pronto a dimenticare il passato. Anche tua madre è sempre stata pronta a riaccoglierti – pur essendo dispiaciuta del tuo comportamento.’

‘Apprezzo la tua comprensione. Come ho detto, non so ancora quali saranno i miei piani.’

‘Adesso so che non avevi cattive intenzioni, continuò mio padre. ‘Sei stato attirato da certe – influenze. Come tanti altri del resto.’

‘Forse dovremmo lasciar perdere, come suggerisci tu.’

‘Come vuoi. Altro tè?’

Proprio in quel momento la voce di una ragazza echeggiò per la casa.

‘Finalmente.’ Mio padre si alzò in piedi. ‘Kikuko è arrivata.’

Nonostante la nostra differenza d’età, io e mia sorella eravamo sempre stati legati. Rivedermi sembrò emozionarla eccessivamente e per un po’ non fece altro che ridacchiare in maniera nervosa. Però poi si calmò un po’ quando mio padre iniziò a interrogarla su Osaka e l’università. Lei gli rispose in modo breve e formale. E a sua volta mi chiese alcune cose, ma sembrava inibita dal timore che le sue domande potessero portare ad argomenti imbarazzanti. Dopo un po’, la conversazione era diventata ancora più scarna rispetto a prima che arrivasse Kikuko. Allora mio padre si alzò dicendo: ‘Devo occuparmi della cena. Per favore perdonami se sono impegnato da queste faccende. Kikuko si prenderà cura di te.’

Mia sorella si rilassò palesemente una volta che lui ebbe lasciato la stanza. Dopo pochi minuti, stava chiacchierando a ruota libera dei suoi amici a Osaka e delle lezioni all’università. Poi all’improvviso decise che dovevamo fare due passi in giardino e uscì a grandi falcate in veranda. Ci infilammo dei sandali di paglia che erano rimasti lungo la ringhiera del porticato e uscimmo in giardino. La luce del giorno era quasi scomparsa.

‘Era da mezz’ora che morivo dalla voglia di fumare,’ disse, ‘accendendosi una sigaretta.’

‘Allora perché non l’hai fatto?’

Lei fece un gesto furtivo verso casa, e un sorrisetto dispettoso.

‘Oh, capisco’, dissi.

‘Indovina un po’? Adesso ho un ragazzo.’

‘Ah si?’

‘Però sto ancora riflettendo su cosa fare. Non ho ancora deciso.’

‘È piuttosto comprensibile.’

‘Vedi, lui sta progettando di andare in America. Vuole che lo segua appena finisco di studiare.’

‘Capisco. E tu vuoi andare in America?’

‘Se andiamo, faremo l’autostop.’ Kikuko mi agitò il pollice davanti al  viso. ‘La gente dice che è pericoloso, ma l’ho fatto a Osaka ed è andato tutto liscio.’

‘Capisco. Allora di che cosa non sei sicura?’

Stavamo seguendo uno stretto sentiero che si snodava tra gli arbusti e finiva al vecchio pozzo. Mentre camminavamo, Kikuko continuava a fare tiri inutilmente teatrali dalla sua sigaretta.

‘Beh. Ho molti amici a Osaka. Sto bene lì. Non so se me li voglio già lasciare tutti alle spalle. E Suichi – mi piace, ma non sono sicura di voler passare così tanto tempo con lui. Capisci?’

‘Oh perfettamente.’

Lei fece un altro sorrisetto, poi mi superò finché non ebbe raggiunto il pozzo. ‘Ti ricordi’, disse, mentre camminavo verso di lei ‘una volta dicevi che questo pozzo era infestato?’

‘Si, me lo ricordo.’

Entrambi sbirciammo oltre il bordo.

‘La mamma mi ha sempre detto che era la vecchia ortolana che avevi visto quella notte’, disse. ‘Ma io non le ho mai creduto e non sono mai venuta fino a qui da sola.’

‘Mamma lo diceva sempre anche a me. Mi ha addirittura detto che una volta la vecchia le aveva confessato di essere lei il fantasma. A quanto pare aveva l’abitudine di prendere una scorciatoia nel nostro giardino. Immagino che avesse un po’ di difficoltà ad arrampicarsi oltre queste mura.’

Kikuko fece una risatina. Poi diede le spalle al pozzo, lanciando uno sguardo al giardino.

‘La mamma non ti ha mai davvero incolpato, lo sai’, disse, con voce diversa. Io rimasi in silenzio. ‘Mi diceva sempre com’era colpa loro, sua e di papà, per non averti educato correttamente. Mi raccontava quanto fossero stati più attenti con me, e che quello era il motivo per cui ero così brava.’ Alzò lo sguardo e in viso le era tornato quel sorrisetto malizioso. ‘Povera mamma,’ disse.

‘Già. Povera mamma.’

‘Tornerai in California?’

‘Non lo so. Vedremo.’

‘Cosa è successo a…quella? Vicki?’

‘È finita’, dissi. ‘In California non mi è rimasto granché.’

‘Credi che dovrei andarci?’

‘Perchè no? Non lo so. Probabilmente ti piacerebbe.’ Rivolsi uno sguardo alla casa. ‘Forse è meglio se rientriamo tra poco. Papà potrebbe aver bisogno di una mano con la cena.’

Ma mia sorella stava nuovamente sbirciando giù nel pozzo. ‘Non riesco a vedere alcun fantasma,’ disse. La sua voce echeggiò piano.

‘Papà è molto dispiaciuto per il fallimento della sua azienda?’

‘Non lo so. Non si riesce mai a capire bene con papà.’ Poi improvvisamente si raddrizzò e si voltò verso di me. ‘Ti ha detto del vecchio Watanabe? Cosa ha fatto?’

‘Ho sentito che si è suicidato.’

‘Beh, non è tutto. Ha portato con sé tutta la famiglia. Sua moglie e le due bambine’

‘Ah si?’

‘Quelle due bellissime bambine. Ha acceso il gas mentre tutti dormivano. Poi si è aperto lo stomaco con un coltello da cucina.’

‘Sì, ​​papà mi stava giusto dicendo come Watanabe fosse un uomo di principi.’

‘Che cosa malata.’ Mia sorella tornò a voltarsi verso il pozzo.

‘Attenta. Ci cadrai dentro.’

‘Non riesco a vedere alcun fantasma’, disse. ‘Mi hai mentito per tutto il tempo.’

‘Ma io non ho mai detto che vivesse nel pozzo.’

‘Dov’è, allora?’

Entrambi guardammo tra alberi e gli arbusti. La luce in giardino si era fatta così tenue. Alla fine indicai una piccola radura a una decina di metri.

‘L’ho visto proprio lì. Proprio lì.’

Restammo a fissare quel punto.

‘Che aspetto aveva?’

‘Non riuscivo a vedere molto bene. Era buio.’

‘Ma devi pur aver visto qualcosa.’

‘Era una donna anziana. Se ne stava semplicemente lì in piedi, e mi guardava’

Continuammo a fissare il punto come ipnotizzati.

‘Indossava un kimono bianco,’ dissi. ‘Aveva i capelli un po’ spettinati. Appena mossi dal vento.’

Kikuko spinse il gomito contro il mio braccio. ‘Oh, sta’ zitto. Stai cercando di spaventarmi ancora una volta.’ Calpestò la cicca della  sigaretta, poi per un breve momento rimase a guardarla perplessa. Ci calciò sopra degli aghi di pino, poi ancora una volta fece quel sorrisetto. ‘Andiamo a vedere se la cena è pronta,’ disse.

Trovammo mio padre in cucina. Lui ci lanciò una rapida occhiata, poi continuò quello che stava facendo.

‘Papà è diventato un vero chef da quando deve cavarsela da solo,’ disse Kikuko con una risata. Lui si voltò e guardò freddamente mia sorella.

‘Non è certo un’abilità di cui vado orgoglioso’, disse lui. ‘Kikuko, vieni a darmi un mano.’

Per alcuni istanti mia sorella non si mosse. Poi fece un passo avanti e prese un grembiule appeso a un cassetto.

‘Mancano solo queste verdure da cucinare,’ le disse. ‘Il resto va solo tenuto d’occhio.’ Poi alzò lo sguardo e mi fissò in modo strano per alcuni secondi. ‘Immagino che tu voglia dare un occhiata alla casa,’ disse alla fine. Mise giù le bacchette che impugnava. ‘È passato molto tempo dall’ultima volta che l’hai vista.’

Mentre lasciavamo la cucina lanciai uno sguardo indietro verso Kikuko, ma lei era di spalle.

‘È una brava ragazza,’ disse piano mio padre.

Seguii mio padre di stanza in stanza. Avevo dimenticato quanto grande fosse la casa. Un pannello scorreva e si apriva ed ecco un’altra camera. Eppure i locali erano tutti spaventosamente vuoti. In uno dei vani le luci non si accendevano e rimanemmo a fissare le pareti spoglie e il tatami alla pallida luce che proveniva dalle finestre.

‘Questa casa è troppo grande perché un uomo possa viverci da solo,’ disse mio ​​padre. ‘La maggior parte di queste stanze non mi serve a molto, adesso.’

Ma infine mio padre aprì la porta su una stanza piena zeppa di libri e carte. C’erano fiori nei vasi e foto alle pareti. Poi notai qualcosa su un tavolino basso nell’angolo della stanza. Mi avvicinai e vidi che era un modellino di plastica di una nave da guerra, di quelle che costruiscono i bambini. Stava appoggiato su qualche foglio di giornale; sparsi intorno c’erano alcuni pezzi di plastica grigia.

Mio padre rise. Si avvicinò al tavolo e sollevò il modellino.

‘Da quando l’azienda ha chiuso,’ disse, ‘ho un po’ più tempo a disposizione.’ Rise di nuovo, in modo piuttosto strambo. Per un attimo la sua faccia sembrò quasi gentile. ‘Un po’ più  tempo.’

‘Pare strano in effetti,’ dissi. ‘Sei sempre stato così occupato.’

‘Forse troppo.’ Mi guardò con un accenno di sorriso. ‘Forse avrei dovuto essere un padre più attento.’

Io risi. Lui continuò a contemplare la sua corazzata. Poi alzò lo sguardo. ‘Non avevo intenzione di dirtelo, ma forse è meglio che lo faccia. Sono convinto che la morte di tua madre non sia stata un incidente. Aveva molte preoccupazioni. E alcune delusioni.’

Entrambi fissammo la corazzata di plastica.

‘Di sicuro,’ dissi alla fine, ‘la mamma non si aspettava che io rimanessi a vivere qui per sempre.’

‘Ovviamente non capisci. Non capisci cosa devono passare alcuni genitori. Non solo devono perdere i loro figli, ma anche perderli per cose che non capiscono.’ Si rigirò la corazzata tra le dita. ‘Queste piccole cannoniere qui avrebbero potuto essere incollate meglio, non credi?’

‘Può essere. Ma io penso che vada bene così.’

‘Durante la guerra ho passato un po’ di tempo su una nave come questa. Ma avrei sempre voluto finire in aviazione. Pensavo: se la tua nave viene colpita dal nemico, puoi solo sbracciarti in acqua sperando in una cima di salvataggio. Mentre in aereo – beh – c’è sempre l’arma finale.’ Rimise il modellino sul tavolo. ‘Suppongo che tu non creda nella guerra.’

‘Non particolarmente.’

Lanciò un’occhiata alla stanza. ‘Ormai la cena dovrebbe essere pronta’, disse. ‘Sarai affamato.’

La cena era in attesa in una stanza poco illuminata vicino alla cucina. L’unica fonte di luce era una grande lanterna appesa sopra il tavolo che gettava nell’ombra il resto della stanza. Ci inchinammo a vicenda prima di metterci a mangiare.

Ci fu poca conversazione. Quando feci alcuni commenti educati sul cibo, Kikuko ridacchiò. Il suo nervosismo di prima sembrava essere tornato. Mio padre non parlò per diversi minuti. Alla fine disse:

‘Deve essere strano per te, tornare in Giappone.’

‘Sì, è un po’ strano.’

‘Forse sei già pentito di aver lasciato l’America.’

‘Un po’. Non così tanto. Non ho lasciato molto. Solo qualche stanza vuota.’

‘Capisco.’

Lanciai un’occhiata dall’altra parte del tavolo. La faccia di mio padre sembrava granitica e

minacciosa nella penombra. Mangiammo in silenzio. Poi il mio sguardo colse qualcosa in fondo alla stanza. Da principio continuai a mangiare, ma poi le mie mani si fermarono. Gli altri se ne accorsero e mi guardarono. Io continuai a fissare l’oscurità oltre la spalla di mio padre.

‘Chi è quella? In quella fotografia laggiù?’

‘Quale fotografia?’ Mio padre si voltò leggermente, cercando di seguire il mio sguardo.

‘Quella in basso. La signora anziana col kimono bianco.’ Mio padre posò le bacchette. Guardò prima la fotografia e poi me.

‘Tua madre.’ La sua voce era diventata molto dura. ‘Non riconosci la tua stessa madre?’

‘La mamma. Cerca di capire, è buio. Non riesco a vedere molto bene.’

Per qualche secondo nessuno parlò, poi Kikuko si alzò in piedi. Tirò giù la foto dal muro, tornò al tavolo e me la porse.

‘Sembra molto più vecchia’, dissi.

‘È stata scattata poco prima della sua morte’, disse mio padre.

‘È stato il buio. Non riuscivo a vedere bene.’

Alzai lo sguardo e notai mio padre che tendeva la mano. Gli passai la fotografia. La guardò intensamente, poi la tenne alzata verso Kikuko. Obbedientemente, mia sorella si alzò di nuovo in piedi e riportò l’immagine alla parete.

C’era una grossa pentola rimasta chiusa al centro del tavolo. Quando Kikuko si fu seduta di nuovo, mio ​​padre si protese e sollevò il coperchio. Una nuvola di vapore si è alzò e si arricciò verso la lanterna. Lui spinse appena la pentola verso di me.

‘Devi essere affamato,’ disse. Un lato della sua faccia era immerso nell’ombra.

‘Grazie.’ Mi allungai in avanti con le bacchette. Il vapore quasi scottava. ‘Che cos’è?’

‘Pesce.’

‘Ha un odore molto buono.’

In mezzo alla zuppa c’erano strisce di pesce che si erano quasi arricciate a formare delle palline. Ne presi una e la deposi nella mia ciotola.

‘Prendine pure quanto ne vuoi. Ce n’è in abbondanza.’

‘Grazie.’ Ne presi ancora un po’, poi spinsi la pentola verso mio padre. Lo guardai mentre portava diversi pezzi nella sua ciotola. Poi entrambi restammo a guardare mentre Kikuko si serviva.

Mio padre si inchinò leggermente. ‘Devi essere affamato’, disse ancora una volta.

Si portò alla bocca un po’ di pesce e cominciò a mangiare. A quel punto scelsi anch’io un pezzo e me lo misi in bocca. Mi sembrò morbido e piuttosto carnoso al contatto con la lingua.

‘Molto buono’, dissi. ‘Che cos’è?’

‘Pesce e basta.’

‘È molto buono.’

Mangiammo tutti e tre in silenzio. Passarono diversi minuti.

‘Ne vuoi ancora?’

‘C’è n’è abbastanza?’

‘Ce n’è in abbondanza per tutti.’ Mio padre sollevò il coperchio e ancora una volta il vapore si alzò. Tutti ci avvicinammo e ci servimmo.

‘Ecco qui’, dissi a mio padre, ‘mangia tu quest’ultimo pezzo’.

‘Grazie.’

Quando finimmo di mangiare, mio ​​padre allungò le braccia e sbadigliò con aria sodisfatta. ‘Kikuko’, disse. ‘Prepara il tè, per favore.’

Mia sorella lo guardò, poi lasciò la stanza senza dire una parola.

Mio padre si alzò.

‘Andiamo nell’altra stanza. Fa piuttosto caldo qui.’

Mi alzai in piedi e lo seguii nella sala da tè. La grande finestra scorrevole era stata lasciata aperta, facendo entrare la brezza del giardino. Per un po’ restammo seduti in silenzio.

‘Papà’, dissi alla fine.

‘Sì?’

‘Kikuko ha detto che Watanabe-San ha portato con sé tutta la sua famiglia.’

Mio padre abbassò gli occhi e annuì. Per alcuni momenti sembrò immerso nei suoi pensieri. ‘Watanabe era molto devoto al suo lavoro,’ disse alla fine. ‘Il crollo dell’azienda è stato un duro colpo per lui. Temo che possa aver indebolito la sua capacità di giudizio.’

‘Credi che quello che ha fatto – sia sbagliato?’

‘Ma certo. Tu la pensi diversamente?’

‘No, no. Ovviamente no.’

‘Ci sono altre cose oltre al lavoro.’

‘Sì.’

Ripiombammo nuovamente nel silenzio. Il verso delle locuste entrava dal giardino. Guardai fuori nell’oscurità. Il pozzo non si vedeva più.

‘Cosa pensi di fare adesso?’ chiese mio padre. ‘Vuoi restare in Giappone per un po’?’

‘Ad essere onesti, non ho pensato tanto avanti.’

‘Se desideri restare qui, voglio dire in questa casa, saresti il benvenuto. Ammesso che non ti dispiaccia vivere con un vecchio’

‘Grazie. Ci penserò.’

Guardai ancora una volta fuori nell’oscurità.

‘Ma certo,’ disse mio padre, ‘questa casa è così triste adesso. Sicuramente te ne tornerai presto in America.’

‘Forse. Non lo so ancora.’

‘Lo farai, poco ma sicuro.’

Era un po’ di tempo che mio padre sembrava studiarsi il dorso delle mani. Poi alzò lo sguardo e sospirò.

‘Kikuko dovrebbe completare i suoi studi la prossima primavera,’ disse.

‘Forse vorrà tornare a casa, allora. È una brava ragazza.’

‘Magari lo farà.’

‘Le cose miglioreranno allora.’

‘Sì, ne ​​sono sicuro.’

Restammo di nuovo in silenzio, aspettando che Kikuko portasse il tè.

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[1] Fugu: Un tipo di pesce palla estremamente velenoso, considerato da alcuni una prelibatezza. [N.d.t]

[2] Chou En-lai: Zhou Enlai: Primo capo di governo della Repubblica Popolare Cinese [N.d.t]

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Alcune riflessioni su fantastico e mainstream https://minimaetmoralia.it/letteratura/alcune-riflessioni-fantastico-mainstream/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/alcune-riflessioni-fantastico-mainstream/#comments Wed, 22 Nov 2017 06:00:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35562 Questo articolo è apparso originariamente sul Fatto Quotidiano*, che ringraziamo.

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Quando, cinque anni fa, con diversi romanzi realistici alle spalle, decisi di affiancare alla mia produzione "regolare" la scrittura di un fantasy, in diversi, tra amici e colleghi, mi sconsigliarono di farlo. Il fatto stesso che un autore con una reputazione e un riscontro critico (peraltro di recente acquisizione) volesse giocare con draghi e incantesimi era inconcepibile per i più. A poco valeva il mio spiegare che sarebbe stato un lavoro anzitutto intertestuale; a nulla il mio evocare Ariosto o Tasso.

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Questo articolo è apparso originariamente sul Fatto Quotidiano*, che ringraziamo.


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Quando, cinque anni fa, con diversi romanzi realistici alle spalle, decisi di affiancare alla mia produzione “regolare” la scrittura di  un fantasy, in diversi, tra amici e colleghi, mi sconsigliarono di farlo. Il fatto stesso che un autore con una reputazione e un riscontro critico (peraltro di recente acquisizione) volesse giocare con draghi e incantesimi era inconcepibile per i più. A poco valeva il mio spiegare che sarebbe stato un lavoro anzitutto intertestuale; a nulla il mio evocare Ariosto o Tasso. Alcuni mi chiesero se avrei usato uno pseudonimo, con un tono che pareva dare per scontato che avrei detto di sì; il mio stesso editore suggerì che sarebbe stato il caso di variare almeno un po’ il mio nome – come l’autore scozzese Iain Banks, che quando scriveva fantascienza diventava Iain M. Banks – così da “avvertire i lettori”. Pareva, insomma, che non solo il pubblico del fantastico fosse del tutto separato da quello del resto della letteratura, ma che ci fosse pure qualcosa di vergognoso nel praticare il genere. La cosa mi diede da pensare, tant’è che cercai di tracciare qualche piccola mappatura** della situazione in Italia, ma alla fine acconsentii all’idea dell’editore di apporre una sigla nel nome. Non Poster-Lucca-Comics-2017potendo vantare secondi nomi o cognomi, rubai a Guido Morselli e al suo Dissipatio H.G., tra i maggiori (e meno noti) romanzi fantastici italiani, le due lettere, e non senza un filo d’imbarazzo le aggiunsi in coda al mio sulla copertina di Terra ignota e del suo sequel.

Oggi che mi trovo a pubblicare, con L’impero del sogno, il mio terzo libro fantastico su dieci complessivi, e ad apporvi solo il mio nome, senza sigle a margine, molte cose sono cambiate. L’ho appena visto a Lucca Comics & Games, dove non men che 243’000 persone hanno infatti acquistato un biglietto per andare a sentir parlare, oltre che di fumetti, anche di draghi, incantesimi e dadi a venti facce, e spesso in panel che non avevano molto da invidiare per competenza dei relatori a quelli dei festival dedicati ai “libri seri”. E l’avevo visto quando il mio romanzo immediatamente precedente, La stanza profonda, dedicato all’universo dei giochi di ruolo, era stato candidato a un premio importante, dove certo non erano mai passati libri su simili temi: in molti parlarono di “rivincita dei nerd”. Credo però che tutto ciò sia il sintomo di qualcosa di più ampio. Non tanto una improvvisa rivincita quanto il segno di una già avvenuta, e pienamente digerita (anche se non ancora vista da tutti) rivincita. Oggi tutti guardano Il trono di spade; tutti hanno visto al cinema Il signore degli anelli e tutti i loro figli hanno letto Harry Potter; senza parlare dei videogiochi (tra i vari medium quelli che più hanno praticato il fantastico), ormai intrattenimento di massa – solo per fare un esempio tra i tanti possibili, un recente titolo fantasy come Zelda: breath of the wild ha fatto registrare un venduto di quattro milioni di unità. Il fatto è che il fantasy è diventato mainstream. È diventato una parte consistente dell’immaginario pop. Mentre scrivevo L’impero del sogno, ambientato tra l’Italia degli anni ’90 e il mondo dei sogni, in cui si sprecano i riferimenti ai videogiochi dell’epoca, temevo che sarebbe stato frainteso. Al contrario, nelle recensioni uscite subito dopo l’uscita, se le interpretazioni del  libro e delle avventure dei suoi protagonisti potevano variare, pochi avevano mancato di notare i riferimenti a beat ‘em up come Final Fight, a action RPG come Diablo o Fallout, e a una serie di strutture narrative – i nemici in serie, il “quadro del mostro di fine livello”, la raccolta degli oggetti o dei power-up – che proprio dall’universo videoludico provenivano.

zeldaIl fantastico è diventato una parte così consistente dell’immaginario mainstream che si possono produrre oggetti del tutto intertestuali – un esempio lampante è la serie Stranger things, certo non seguita solo da “nerd” – e ottenere un successo globale. Ma non è solo questione di immaginari pop: ormai non si contano gli scrittori percepiti come “letterari” che hanno sfondato la barriera fra i generi. Sia tra quelli più avanguardistici – gente come Mircea Cărtărescu o Antoine Volodine, che nelle loro opere usano dispositivi propri della speculative fiction per esplorare le frange più estreme della metafisica – che tra gli autori del mainstream letterario più puro: il fresco Nobel Kazuo Ishiguro non ha solo scritto un distopico come Non lasciarmi ma anche un fantasy come Il gigante sepolto; il freschissimo Pulitzer Colson Whitehead, dietro quello che appare come un romanzo storico ambientato durante lo schiavismo – La ferrovia sotterraneaha celato un’ucronia con elementi steampunk. Come è accaduto? La verità, almeno per la mia generazione, quella precedente e quella successiva, è che il fantastico non ci ha mai lasciati. Era con noi quando al pomeriggio guardavamo Ken il guerriero e I cavalieri dello zodiaco su Italia 7 o su Odeon, o quando, alla sera, Italia 1 ci proponeva, nella serie “Nati per vincere”, film come Conan il barbaro, Ladyhawke o Willow; era con noi quando andavamo al bar a giocare a Golden Axe, Rastan saga o King of Dragons, e anche quando, rientrati a casa, accendevamo il PC per giocare a Ultima V (e VI, e VII) o la console per giocare a Legend of Zelda; ci stava addosso quando giocavamo a Dungeons & Dragons e tornava ad ammiccarci quando in edicola compravamo Sandman oppure Berserk. Era lì, adesso è ovunque, e ci va bene così.

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* col titolo “Il fantasy è accanto a noi, anche se non lo vediamo.”

** oggi, con qualche grano di lucidità in più, sono arrivato alle riflessioni di cui qui (oltre che in questo stesso articolo), ma chi vuole mappature vere farà bene ad andare da Rialti, qui o qui.

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Esordi con animali https://minimaetmoralia.it/letteratura/esordi-con-animali/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/esordi-con-animali/#respond Tue, 23 Feb 2016 06:30:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30069 Pubblichiamo di seguito tre recensioni scritte da Giorgio Vasta su tre libri di scrittori esordienti italiani usciti tra il 2014 e il 2015, romanzi che possiedono un tratto comune: l'umano è messo allo specchio della fenomenologia animale. I libri in questione sono Un giorno per disfare di Raffaele Riba (66thand2nd), Il grande animale di Gabriele Di Fronzo (nottetempo) e Dalle rovine di Luciano Funetta (Tunué). La prima recensione è inedita, le altre due sono uscite sul Venerdì. Nella foto, un'opera dell'artista californiana Crystal Morey (fonte immagine).

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In un passaggio di Mon Oncle d’Amérique Alain Resnais alterna le immagini di una crisi domestica tra marito e moglie con la stessa situazione riletta in chiave etologica: ci sono ancora il marito e la moglie ma al posto delle loro teste umane sono comparse quelle bianche di due topolini da laboratorio. Lo scontro è il medesimo ma il senso che ne discende è molto diverso. L’intenzione di Resnais – che basò il suo film sull’Elogio della fuga del biologo del comportamento Henri Laborit – non è di ridurre tout court l’umano alla dimensione animale, ma di evidenziarne l’inquietante ambigua prossimità.

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Pubblichiamo di seguito tre recensioni scritte da Giorgio Vasta su tre libri di scrittori esordienti italiani usciti tra il 2014 e il 2015, romanzi che possiedono un tratto comune: l’umano è messo allo specchio della fenomenologia animale. I libri in questione sono Un giorno per disfare di Raffaele Riba (66thand2nd), Il grande animale di Gabriele Di Fronzo (nottetempo) e Dalle rovine di Luciano Funetta (Tunué). La prima recensione è inedita, le altre due sono uscite sul Venerdì. Nella foto, un’opera dell’artista californiana Crystal Morey (fonte immagine).

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In un passaggio di Mon Oncle d’Amérique Alain Resnais alterna le immagini di una crisi domestica tra marito e moglie con la stessa situazione riletta in chiave etologica: ci sono ancora il marito e la moglie ma al posto delle loro teste umane sono comparse quelle bianche di due topolini da laboratorio. Lo scontro è il medesimo ma il senso che ne discende è molto diverso. L’intenzione di Resnais – che basò il suo film sull’Elogio della fuga del biologo del comportamento Henri Laborit – non è di ridurre tout court l’umano alla dimensione animale, ma di evidenziarne l’inquietante ambigua prossimità.

Un giorno per disfare, romanzo d’esordio di Raffaele Riba (66thand2nd), nel muovere da un presupposto analogo sceglie di esplorare il groviglio in cui umano e animale si compenetrano. Fin da una delle prime scene in cui Matteo Danza, il dottorando in etologia protagonista del romanzo, si ritrova da bambino a ispezionare l’interno di una lucertola, comprendiamo che a ossessionarlo è e sarà sempre il proiettarsi delle vicende umane nello specchio opaco della vita animale.

Tutt’altro che manifestarsi in forme esibite, la sua ossessione appare mite e lenta, un basso continuo che si esprimerà platealmente in un’unica circostanza che Riba colloca all’inizio del libro e da cui si sviluppa l’intera narrazione: lasciata l’università e trovato lavoro come animatore presso Disneyland Paris, Matteo si sfila la testa da Pluto (cosicché, in modo simile e contrario a quanto accade in Resnais, dalla morfologia animale affiora l’umano), libera una mano dal guanto di peluche, si versa addosso la benzina e si dà fuoco. Al suo tentato suicidio assiste un giornalista di «Le Monde», Jacques Vian, che percependo Matteo come un enigma ne farà da quel momento il suo oggetto d’indagine. Attraverso i quaderni del ragazzo, Jacques – alle prese con il Parkinson che lo stringe d’assedio – ne ricostruisce l’itinerario, dalla famiglia d’origine agli studi ai legami sentimentali, o meglio a un progressivo dissolversi di ogni legame.

Nei quaderni sono presenti anche le pagine di un Breve aggiornamento sull’umanità, uno zibaldone al quale Matteo lavora da tempo e che già dal titolo suggerisce un’ulteriore prospettiva. Sembra infatti che aggiornare ciò che possiamo adesso intendere non semplicemente per umanità bensì per umano, comprenderne l’irriducibilità alle letture che fin qui le diverse tradizioni culturali hanno dato per buone, sia ciò che sta a cuore a diversi autori (pensiamo almeno a un altro romanzo italiano, pubblicato contemporaneamente a quello di Riba, Quando eravamo prede di Carlo D’Amicis, dove ancora una volta l’umano usa l’involucro bestiale per proteggersi e per nascondersi, ma forse, più precisamente, per confondersi, per far smarrire le proprie tracce, per riformularsi).

Ciò che di Un giorno per disfare colpisce è la capacità di Riba di far coincidere il suo ripensamento dell’umano con una malinconia definitiva. In questo romanzo ogni elemento, dallo stile concentratissimo alla forma delle scene, descrive in che modo ogni vita si costruisca (o meglio si disfi) attraverso mancanze e dispiaceri, trasformandosi in una sequenza di eventi che non sono accaduti, di amarezze trattenute e di nostalgie sempre più sospese e inconsapevoli. Nel corpo in fiamme di Matteo Danza brucia qualcosa di simile a un presentimento che, incapace di tradursi in azioni efficaci, si risolve poco a poco in rimpianto. In ciò che poteva essere e non è stato si condensa il mistero dell’umano. Di qualcosa, cioè, che per quanto venga aggiornato permane fisiologicamente indefinibile.

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Francesco Colloneve non è semplicemente un imbalsamatore di animali. La tassidermia – prevedendo tecniche, cura ed esattezza, nonché scrupoli etici ed estetici – è per lui una visione del mondo. La procedura è intrinsecamente definita: sottrarre il dentro, nucleo e midollo, così da preservare l’involucro impedendo che il tempo corrompa la materia. Altrettanto chiaro è l’obiettivo: far sembrare ciò che è morto ancora vivo; in altri termini i cosiddetti «preparati montati», siano essi una lepre, un corvo o addirittura una farfalla, devono assolvere a due funzioni fondamentali: «la recita del vivo e la figura del lutto».

Il protagonista-narratore di Il grande animale – l’esordio letterario di Gabriele Di Fronzo, appena edito da nottetempo – racconta se stesso e il proprio lavoro attraverso una voce al contempo storta e formulare, perturbante proprio in misura della sua meticolosità. Analogamente al Mr. Stevens di Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro, il maggiordomo che intende lo stare al mondo, già a partire dal modo di esprimersi, come un rituale ipercodificato al quale è indispensabile attenersi, per Francesco Colloneve raccontare vuol dire conferire ordine alle cose e, una frase dopo l’altra, provare a tenere sotto controllo la bestia indocile della realtà. Fino alla morte del padre – un uomo dalle rabbie plateali che la malattia ha reso mitemente comico –, quando Francesco dovrà inventarsi una maniera, privatissima e coerente con le sue peculiarità, di dare forma al suo cordoglio.

Unico per immaginario narrativo e per il vigore nervoso della lingua, Il grande animale è la storia di un apprendistato, non metaforico ma radicalmente materiale, al lutto: il racconto di come in realtà, nonostante tutti i nostri tentativi di colmare la mancanza con un senso, il vuoto generato da una fine è l’unico luogo che ci è dato abitare.

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Dalle rovine – l’esordio letterario di Luciano Funetta, appena pubblicato da Tunué – rende chiaro fin dal titolo che un romanzo è soprattutto la fabbricazione di un punto di vista. Qualcosa tra la specola e il microscopio, uno strumento ottico calibrato che serve a inventare una particolare percezione delle cose.

Attraverso la storia di Rivera – non semplicemente un allevatore di serpenti ma qualcuno che ai rettili ha scelto di dedicare l’intera esistenza – e di una teoria di figure che poco per volta introducono il protagonista nel mondo perturbante della pornografia d’arte e degli snuff movie, Funetta fa del suo romanzo qualcosa di simile a una caduta, dunque a un’esperienza a cui non è possibile sottrarsi perché per certi personaggi il collasso non è un rischio o una scelta ma l’unico destino contemplabile.

A partire dalla città immaginaria di Fortezza, transitando per Barcellona e alludendo alle passate atrocità dell’Europa balcanica e dell’America Latina, e in un tempo che pur essendo quello che chiamiamo presente contiene al suo interno qualcosa di primordiale, Rivera – il santo che incanta il male e lo addomestica – compie un itinerario in cui, accuratamente abrasi i tradizionali punti di riferimento tramite cui ci orientiamo in una storia, l’«orrore» (quello che per il Kurtz di Cuore di tenebra è una forma di conoscenza) è riconosciuto come normale e necessario.

Mescolando umano e animale, solitudini e moltitudini, la messinscena del sesso e della morte, e usando come stella polare tanto i burattini di carne di Joel Peter Witkin quanto le creature mostruose e tenerissime di Freaks di Tod Browning (più volte evocato nel corso del romanzo), Funetta dà forma a una narrazione limpidamente minacciosa dove tutto procede verso una babele originaria: quel punto di non ritorno che a volte è l’oggetto più autentico del desiderio letterario.

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L’età della febbre https://minimaetmoralia.it/estratti/leta-della-febbre/ https://minimaetmoralia.it/estratti/leta-della-febbre/#comments Thu, 14 May 2015 05:41:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26804 A dieci anni da La qualità dell’aria, minimum fax pubblica una nuova antologia di racconti di autori italiani: è in libreria L’età della febbre. Storie di questo tempo a cura di Christian Raimo e Alessandro Gazoia. Pubblichiamo la prefazione dei due curatori e vi segnaliamo che domani, venerdì 15 maggio, l’antologia sarà presentata alle 19.30 […]

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A dieci anni da La qualità dell’aria, minimum fax pubblica una nuova antologia di racconti di autori italiani: è in libreria L’età della febbre. Storie di questo tempo a cura di Christian Raimo e Alessandro Gazoia. Pubblichiamo la prefazione dei due curatori e vi segnaliamo che domani, venerdì 15 maggio, l’antologia sarà presentata alle 19.30 nella Sala Rossa del Salone del libro di Torino. (Immagine: l’illustrazione di copertina di Manuele Fior)

di Christian Raimo e Alessandro Gazoia

Cogliere il presente è oggi un imperativo morale e un’ossessione continua; quasi dovessimo ogni giorno – se non ogni attimo – riconoscere da tracce volatili l’essenza sfuggente di un’epoca. Mentre forse è vero che quella sensazione di non riuscire a tenere il passo è il più sincero sentimento del presente: l’ansia di non trovarlo, il posto giusto nel mondo, il timore di restare indietro, smarriti.

Quando una decina d’anni fa, a minimum fax, decidemmo di curare un’antologia di nuova narrativa italiana, avevamo intuito uno scarto: sentivamo di appartenere a un mondo iper-rappresentato, eppure ben poco di quel racconto riguardava davvero le nostre vite, le scelte e le vertigini emotive. E immaginammo che quella mancanza fosse determinata da un errore di prospettiva.

Chiedemmo per questo a un gruppo di scrittori con meno di quarant’anni di provare a raccontare l’Italia contemporanea, affinando l’attenzione, lavorando sul minimo passaggio. «Il vostro tempo sulla vostra pelle» erano le parole con cui tentavamo di comunicare quello che sentivamo urgente. Il libro che ne scaturì, La qualità dell’aria, sorprese felicemente i due curatori e ai lettori piacque molto: una nuova generazione di narratori rivelava un’inedita capacità di coinvolgimento e di testimonianza, una generosità ostinata e resistente, oltre le passioni tristi.

Dieci anni dopo, e dopo che molti di quegli scrittori – da Valeria Parrella a Emanuele Trevi, da Mauro Covacich a Paolo Cognetti – sono diventati voci autorevoli, anzi imprescindibili, della letteratura italiana contemporanea, ci è sembrato che un’ulteriore trasformazione fosse avvenuta, e che questo tempo andasse raccontato nuovamente da altre voci.

Ci siamo ispirati a un doppio e altissimo modello: il New Yorker negli Stati Uniti e Granta nel Regno Unito, due riviste che a cadenza decennale dedicano una loro uscita a un’antologia dei best under 40. Per dire, nel numero di Granta del 1983 c’erano Ian McEwan, Kazuo Ishiguro e Salman Rushdie; in quello del New Yorker del 1999 David Foster Wallace, Jonathan Franzen e Jhumpa Lahiri.

Ora non vi è nulla di più provinciale dell’affermare «la letteratura italiana non teme confronti» e la nostra critica ancora ricorda con terrore quando si preferiva Carducci a Baudelaire, anzi Aleardo Aleardi ad Arthur Rimbaud.

Noi siamo però convinti che oggi manchi alla nostra letteratura soprattutto la struttura di produzione e ricezione di altri paesi, appunto un New Yorker e un Granta e un pubblico largo che guarda con amore e orgoglio alla storia e al presente della propria tradizione (come accade anche in Francia e Germania). Ci sono scrittori molto bravi in Italia, e per questo volume abbiamo faticato a scegliere quelli che ci sembravano i migliori narratori under 40. La regola aggiuntiva che non avessero già pubblicato opere in proprio per minimum fax ha reso – sia concesso dirlo – le cose più difficili.

Volevamo però cercare fuori, anche dai nostri gusti, luoghi e conoscenze. Compilata la lista e ottenute le adesioni, i ruoli si sono ribaltati. A noi è stata posta la questione: che tipo di racconto volete? «Vogliamo un racconto bellissimo» era la nostra imbarazzata, convinta risposta. La verità è che sapevamo molto bene solo quello che non volevamo: appare sempre più retriva, troppo facile e falsa, la narrazione dell’Italia contemporanea come terra della crisi e del risentimento senza fine, e la sua gioventù (dai confini sempre allargati) non è una massa sconfitta di viziati o depressi, lo sfondo mesto per la sociologia con la lacrimuccia e il rimbrotto della tv del pomeriggio. Queste riduzioni e distorsioni sono feticci giornalistici e politici. E se la letteratura si presta al gioco non è nemmeno più uno specchietto per attirare le allodole, ma giusto per provarsi il trucco.

Nelle pagine seguenti troverete undici storie che assomigliano a una quest collettiva, a delle indagini intorno a un mistero che è quello della definizione di un sentimento corale. C’è ben più, vedrete, di una vaga aria di famiglia tra queste storie: si tratta piuttosto di un’inaspettata comunione. È come se chi è diventato adulto negli ultimi vent’anni in Italia fosse cresciuto in un tempo postumo. Il Novecento con i suoi slanci, le sue ferite, le sue buone famiglie borghesi da cui affrancarsi è ormai lontanissimo. Per impeccabile paradosso la narrazione della crisi, del post-berlusconismo, della società digitale sta ancora più indietro, suona ancora più sorda e vuota nella sua etica con troppe maiuscole a cui aggrapparsi. I narratori dell’Età della febbre conoscono solo quello che viene dopo, la frattura storica e lo spazio che si apre dopo la «vita precaria». In questo mondo nuovo c’è un’ineludibile, violenta sincerità.

La febbre ci mostra, fuor da qualunque fasullo intimismo, che le coscienze sono indecifrabili e le emozioni complesse, e quello che filtra è spesso più importante di quello che sta in primo piano. La fragilità è anche furia, il desiderio è repulsione, l’amicizia vendetta, l’affetto voglia di annichilimento, le scelte un puro caso, la libertà paura, la sincerità volontà di persuasione. Ma nel presente ravvicinatissimo e nel futuro prossimo di questi racconti non contempliamo mai un territorio deserto: rimane piuttosto l’infinito e tenace amore per ogni forma di sopravvivenza. I personaggi inventati da questi undici autori non hanno un animo sconfitto e malinconico, un’infelicità, o anche una felicità, senza desideri. Vivono slanci che assomigliano talvolta a manie, altre volte a profezie a corto raggio, o persino a speranze impreviste.

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Pare che “Il senso della fine” di Julian Barnes sia un capolavoro? Ecco, è tutt’altro che così. https://minimaetmoralia.it/libri/pare-che-il-senso-della-fine-di-julian-barnes-sia-un-capolavoro-ecco-e-tuttaltro-che-cosi/ https://minimaetmoralia.it/libri/pare-che-il-senso-della-fine-di-julian-barnes-sia-un-capolavoro-ecco-e-tuttaltro-che-cosi/#comments Sun, 12 Aug 2012 23:53:48 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9011 Questa recensione contiene degli spoiler, non ovviamente quelli più importanti.

Perché parlano tutti bene del Senso di una fine di Julian Barnes?
Tutti chi? Beh, per esempio Alessandro Mari, Goffredo Fofi, Nadia Fusini, Alessandro Piperno, ma soprattutto la mirabile accoppiata Antonio D'Orrico & Gabriele Romagnoli col loro modo pubblicitario di scrivere di libri, e usare senza mezze misure la parola capolavoro, di una roba che se ti metti a leggerla in spiaggia ti ustioni, venghino venghino è arrivato il romanzo dell'anno, etc...

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Questa recensione contiene degli spoiler, non ovviamente quelli più importanti.

Perché parlano tutti bene del Senso di una fine di Julian Barnes?
Tutti chi? Beh, per esempio Alessandro Mari, Goffredo Fofi, Nadia Fusini, Alessandro Piperno, ma soprattutto la mirabile accoppiata Antonio D’Orrico & Gabriele Romagnoli col loro modo pubblicitario di scrivere di libri, e usare senza mezze misure la parola capolavoro, di una roba che se ti metti a leggerla in spiaggia ti ustioni, venghino venghino è arrivato il romanzo dell’anno, etc…

E non è affatto vero che nessuno legge più le recensioni, magari non si lascia incantare da quella più posata di Franco Cordelli: anzi le legge, se le ritaglia, va spedito in libreria facendo esaurire le copie, e vuole vedere esaudita immediatamente questa promessa di bellezza folgorante.
Cosa che, a dispetto di Romagnoli e D’Orrico, il romanzo di Barnes non fa; allo stesso modo per cui i bagnoschiuma rivitalizzanti non è che ti fanno resuscitare.

Ma insomma di cosa parla questo osannato vincitore del Man Booker Prize 2011?
Di un gruppo di ragazzi inglesi degli anni ’60: Tony (la presentissima voce narrante), Alex, Colin, a cui un giorno si aggiunge l’intelligentissimo, affascinante, wittgensteiniano Adrian. Studiano letteratura e tutto, sono abbastanza viziati e saccenti, aspettano una rivoluzione sessuale che ancora non arriva, fanno battute presuntamente brillanti. Ragazzi. Un giorno accade che muore un loro compagno di scuola, Robson. Aveva messo incinta una ragazza, si è suicidato. I quattro commentano la vicenda riflettendo ognuno come può sul senso della vita. Poi accadono altre cose: Tony trova finalmente una ragazza (Veronica) con cui ha una relazione un po’ impacciata anche a causa dei genitori darwinisticamente borghesi di lei, i quattro si separano perché gli studi e la vita li portano da varie parti ma rimangono in contatto scrivendosi lunghe lettere. Poi Tony e Veronica si lasciano, poi Veronica si mette con Adrian, poi Tony prima fa finta di niente e poi invece si incazza e scrive una lettera ai due tagliando definitivamente i rapporti. Dopo un po’ Adrian si toglie la vita, in modo molto filosofico-razionale pare, lasciando un biglietto con una sibillina frase sul senso del tempo. Fine della prima parte, più o meno.
La seconda parte è ambientata oggi: Tony ci racconta che si è sposato e separato da Margaret – una donna per cui non pare provare altro che un affetto da amici di bar (Barnes la definisce “pratica” in contrapposizione con l'”enigmatica” Veronica, in una polarità che non ci vuole chissà quale lettura femminista per definire riduttiva e banale), ha una figlia che si chiama Susie che si caga zero il padre, sta invecchiando, riflette molto sulla vita, sul tempo, sui ricordi. Un giorno gli arriva una lettera da parte della madre di Veronica che gli lascia in eredità cinquecento sterline e non si sa perché il diario di Adrian, che però dovrebbe essere custodito da Veronica.
Le restanti pagine, capite bene, il lettore vuole capire come si risolve il rebus di quest’eredità imprevista, sapere che c’è scritto sul diario di Adrian, che c’entra la madre di Veronica con tutta l’ambaradan… il che significa anche che senso ha tutta la storia di Tony. E Barnes non delude le aspettative del giallo: confeziona un finalino sorprendente, abbastanza inverosimile da poter risultare letterario. Impossibile non uscirne spiazzati.
Il punto fondamentale è che tutta la suspense del libro è retta da un trucco che l’autore gioca quasi scorrettamente con il lettore. Invitandolo, attraverso la voce di Tony, a ragionare più volte sul valore che diamo ogni volta alle interpretazioni del passato per dare senso al presente (in quest’accezione il libro di Frank Kermode, Il senso della fine, cripto-omaggiato nel titolo, serve come sorta di riflessione pervasiva e invadente sulla letteratura come storia della ricezione, direbbe Gadamer, nume tutelare di Kermode), lo seduce e lo tratta in definitiva da fesso. Tony per tutta la vita non ha capito come sono andate le cose nel suo passato che così tanto hanno evidentemente influenzato il corso della vita di tutte le sue persone care; e gli altri personaggi lo stuzzicano fino a prenderlo quasi in giro. Veronica soprattutto gli ripete fino allo sfinimento: “Ma non capisci, ancora non capisci?”, facendolo sentire chiaramente un po’ un coglione, e ma facendoci sentire un po’ coglioni anche noi lettori in definitiva, simili a questo povero protagonista, all’oscuro degli eventi che gli capitano sotto gli occhi. Il punto è però che quello che Tony e noi lettori non cogliamo – la verità parallela che per tutta la vita ci è sfuggita (colta la non proprio difficile possibilità di immedesimazione con il protagonista rincitrullito?) – non l’avremmo proprio potuta cogliere, ma manco con fiuto e pazienza da detective. E quindi Tony non ha grandi colpe se si è barricato in un’esistenza un po’ da retroguardia invece di osare, e anche noi lettori non potevamo immaginare – con due lacerti di indizi sparsi male – un retroscena tanto complicato e inverosimile come quello che ci si rivela al finale. Per questo Barnes gioca sporco, prima arruffiandosi il lettore con una serie di digressioni (alcune anche belle, altre ridondanti) e poi facendolo sentire al centro di una trama in cui tutti sanno qualcosa che lui dovrebbe avere sotto i suoi occhi ma che non vede. Questo trucco provoca ovviamente della suspense, ma è come quel gioco che si fa da adolescenti appunto in cui c’è uno viene preso in giro da un gruppo che fa finta che c’è un’evidenza che se lui avesse un minimo di ingegno capirebbe subito.
Certo non è solo quest’escamotage narrativo a tenere viva l’attenzione per 150 pagine. C’è la scrittura di Barnes ovviamente, che se uno volesse fare il critico indolente definirebbe “sorvegliata e avvolgente”, che se uno volesse fare il critico onesto definirebbe “professionale”, e che se uno volesse fare il critico beffardo definirebbe “ruffiana” – una specie di misto tra un Bennett e un Kundera, una prosa saggistica, alle volte sentenziale, alle volta digressiva, un midcult che ammicca alla letteratura ogni riga, con citazioni esplicite e malcelate.
Ma c’è dell’altro: la pruderie e la disillusione, temi che strizzano al lettore l’occhiolino proprio nel momento in cui gli danno di gomito. Non si capisce perché i quattro più riconosciuti maestri inglesi viventi, Martin Amis, Julian Barnes, Ian McEwan, Kazuo Ishiguro abbiano dedicato i quattro loro ultimi romanzi (La vedova incinta, Il senso di una fine, Chesil Beach, Non lasciarmi) a una storia di amicizia e amore (evocata e misinterpretata) ambientata in un passato sospeso tra un mondo di vecchi valori e il mondo della liberazione dei costumi; e tutti questi romanzi hanno tutti un tono di un vago intimismo apocalittico, parlano appunto di morte, di fine, di una Storia che poteva andare in un modo e invece non è proprio andata così.
Ecco, proprio come se in quel passaggio degli anni della contestazione, della crisi della borghesia, si fosse consumata una delusione definitiva, tale che dal punto di vista di quella generazione dopo quel disincanto lì non è possibile nessun’altra illusione mai più né per noi né per nessuna generazione futura. Per questo forse Il senso di una fine come tutti i romanzi dolcemente disperati ci attrae molto, per questo è un romano molto regressivo, da un punto di vista politico ça va sans dire, ma soprattutto da un punto di vista letterario.

Ps. La traduzione ottima è di Susanna Basso, alla quale avrei voluto chiedere tutto il tempo qual è l’espressione inglese che lei traduce “il prezzo del sangue”.

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