Ken Kesey Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ken-kesey/ un blog di approfondimento culturale Sun, 23 May 2021 09:24:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Ken Kesey Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ken-kesey/ 32 32 Famiglia, natura e distruzione: “A volte una bella pensata” di Ken Kesey https://minimaetmoralia.it/letteratura/famiglia-natura-e-distruzione-a-volte-una-bella-pensata-di-ken-kesey/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/famiglia-natura-e-distruzione-a-volte-una-bella-pensata-di-ken-kesey/#respond Mon, 24 May 2021 07:00:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48751 Black Coffee traduce per la prima volta il romanzo di Ken Kesey "Sometimes a Great Notion" con il titolo "A volte una bella pensata", un testo prezioso e un tassello mancante dell'opera di Kesey finalmente disponibile per i lettori italiani, per chiunque sia interessato al mondo beat e alla narrativa americana che costeggia le atmosfere di William Faulkner, John Steinbeck e dello straordinario Larry McMurtry dell'epico western Lonesome Dove.

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Fine anni Cinquanta. Stanford, California, Stati Uniti. Ken Kesey, originario dell’Oregon, deve ancora scrivere il romanzo che lo imporrà come uno degli scrittori più letti degli Stati Uniti: per ora frequenta i corsi di scrittura creativa all’università di Stanford, in California, e prende parte a uno studio sulle sostanze psicoattive, MKULTRA, che studia gli effetti di psichedelici come LSD, psilocibina e mescalina sulla mente umana, mentre lavora all’ospedale per veterani a Menlo Park. Nel 1962, anche rielaborando queste esperienze già così segnanti, scrive il romanzo che lo rende celebre, anche per il film che ne viene tratto, Qualcuno volò sul nido del cuculo: il successo è immediato e questo gli permette di lasciare Stanford e trasferirsi a La Honda, sempre in California, e dedicarsi, oltre che alla scrittura, a organizzare delle feste, “Acid tests”, che coinvolgono scrittori come Allen Ginsebrg e Tom Wolfe, ma anche musicisti del calibro dei Grateful Dead, spinto dal desiderio di saggiare i confini della percezione.

Ken Kesey raggiunge in questo momento lo statuto di guru, uno scrittore rispettato e ammirato, un trascinatore e un animatore controculturale: ma Kesey non sta con le mani in mano e continua a scrivere, lavorando al suo romanzo successivo, pronto nel 1964. Si tratta del voluminoso Sometimes a Great Notion, adesso tradotto per la prima volta in italiano da Sara Reggiani per Black Coffee con il titolo A volte una bella pensata, un testo prezioso e un tassello mancante dell’opera di Kesey finalmente disponibile per i lettori italiani, per chiunque sia interessato al mondo beat, che qui si trova nelle sue fasi conclusive, e alla narrativa americana che costeggia le atmosfere di William Faulkner, John Steinbeck e dello straordinario Larry McMurtry dell’epico western Lonesome Dove.

Questo libro è segnato anche dalle vicende straordinarie che ne accompagnarono l’uscita. L’editore organizza una festa di lancio con i maggiori editori a New York, sulla costa opposta a quella in cui si trova Kesey: spostarsi in maniera semplice non rientra nel novero delle possibilità e così Kesey e i suoi sodali, i Merry Pranksters, lanciati da tempo in entusiasmanti sperimentazioni lisergiche e artistiche, salgono su un autobus, il “Furthur” divenuto poi leggendario e guidato niente meno che dallo scrittore Neal Cassady, per giungere, come un fiume in piena, a New York. Le storie di questo viaggio, il “Magical Mystery Tour”, le possiamo leggere in Electric Kool-Aid Acid Test di Tom Wolfe, altro testo troppo poco tempo rimasto in libreria dopo la ristampa mondadoriana del 2013, dove il sagace giornalista americano ricostruisce le idee rivoluzionarie del gruppo, i vagiti controculturali, la fede nella psichedelia e molti dei momenti eccezionali che hanno costellato gli anni Sessanta americani.

Il libro di Kesey adesso pubblicato da Black Coffee è arricchito da una partecipata, divertente e attenta prefazione di Marco Rossari che non solo ricostruisce ciò che si muove, tantissimo, in questo romanzo, ma anche tutto ciò che ruotava attorno a Ken Kesey, la sua provenienza familiare e la società che si trasformava intorno a lui. Il titolo in lingua originale prende le mosse dalla canzone Goodnight, Irene, classico folk reso celebre da Lead Belly: «Sometimes I lives in the country / Sometimes I lives in the town / Sometimes I haves a great notion / To jump into the river an’ drown» recitano alcuni versi ripresi in esergo e nel romanzo di Kesey, che con il suo titolo sembra prendersi gioco anche linguisticamente dell’idea di nazione (“notion”-“nation”), troviamo la dialettica tra campagna e città, tra un mondo antico e uno moderno, e il pensiero, mai troppo nascosto, di un tuffo finale e irreversibile nel fiume, simbolo probabilmente di una natura a cui, alla fine, tutto ritorna e tutto cede.

Ambientato all’inizio degli anni Sessanta in un paese dell’Oregon, nel luogo del «febbrile scontro degli affluenti che sfociano nel Wakonda Auga», A volte una bella pensata potrebbe essere ridotto a un elaborato e intrigante romanzo familiare. Protagonista è la famiglia Stamper che approfitta di una rivolta sindacale degli operai del legno per continuare e lavorare e migliorare così la propria posizione, scatenando l’indignazione del paese, ed è la storia del padre Henry e dei suoi due figli, Hank, sempre lanciato nella conquista dell’approvazione paterna, e Lee, che invece lascia gli studi universitari per dare una mano all’azienda di famiglia tornando nell’Oregon, desideroso anche di chiudere una volta per tutte una storia rimasta in sospeso con il fratello Hank, con cui condivide il padre, ma non la madre.

Ma ciò che rende straordinario questo romanzo e che lo trasforma in una delle testimonianze più importanti sugli Stati Uniti degli anni Sessanta è la capacità di Kesey di immergere le vicende tra le pieghe della storia, senza però mai essere didascalico. L’opposizione tra un’America aperta al futuro e la resistenza di chi invece è attaccato al poco che ha, prende le sembianze dello scontro tra i due fratelli, tra Hank, provinciale, violento e accecato dal desiderio di venire finalmente considerato dal padre come un suo pari, e Lee, studioso e riflessivo, che quel mondo all’inizio non lo capisce ma con cui sente in qualche modo di dover fare i conti assecondando una strana attrazione. Uno scontro arricchito da un terzo e ambiguo oggetto del desiderio, Viv, la moglie di Hank, «la mia colonna di fuoco verso la salvezza, la mia torcia…», che con il procedere del romanzo diventa sempre più un elemento imprescindibile all’interno delle relazioni di forza che irrorano la storia.

Ma nella vita non c’è nero o bianco, la vita è fatta di sfumature e di accettazioni che sbiadiscono i toni sicuri delle idee e delle sicurezze, e così succede nel rapporto tra i fratelli, la cui relazione viene splendidamente raccontata in poche righe da Kesey, un piccolo saggio della sua scrittura che mescola in maniera naturale racconto e analisi psicologica in un continuo oscillare di punti di vista: «Risalirono la spiaggia. Hank davanti e un tremante Lee dietro: siamo legati, fratello, ammanettati insieme per tutta la vita, proprio come gli uccelli sono legati alle onde in una canzone di pazienza e panico. Duettiamo così da anni, io che pigolo e pilucco briciole e tu che fracassi e ruggisci, solo che adesso, fratello mio, i ruoli si stanno invertendo, e tu affranto inizi a intonare il canto del panico mentre io sento montare dentro il prolungato e mesto ruggito della pazienza in ritirata».

La relazione tra i due fratelli è solo uno dei temi di questo libro, che analizza i sentimenti umani più elementari e quindi più veri, come la vendetta, la prevaricazione o il desiderio di approvazione, di questa vicenda ambientata in splendidi paesaggi naturali dove la natura umana sembra essere un accidente casuale. Questa impressione di una «natura matrigna» e disinteressata viene confermata per esempio dal lavoro perpetuo dell’acqua, quella che cade dal cielo e quella che risale regolarmente dal fiume, un movimento naturale e disinteressato che costringe gli uomini a rattoppare continuamente le loro case, operazione che invece gli Stamper non fanno, preferendo una casa sbilenca e precaria, forse testimonianza proprio di quanto questa tra l’uomo e ciò che lo circonda sia in fondo una lotta impari che non può essere vinta e che non vale la pena combattere visto l’incombere continuo della rovina («Vi è un fatto singolare, tuttavia: non sorgono case direttamente sulla sponda del fiume – a esclusione della maledetta casa degli Stamper.»).

Come scrive Rossari riferendosi a un’annotazione del prefatore dell’edizione per Penguin del libro, c’è un’immagine di questo romanzo di cui è difficile liberarsi, ed è quella che racconta di un cervo che, dopo essere stato catturato e issato al bordo della barca, «bello che andato», stupisce gli uomini per la natura della sua paura: «non se la stava facendo sotto perché miseriaccia ladra stava per affogare o perché s’era ritrovato su una barca con noi. Per quel poco che potevo vedere, non aveva paura di qualcosa di preciso. Era paura punto e basta». Arrivati a riva il cervo improvvisamente sembra riprendersi e si lancia in acqua, ma non per nuotare verso la riva come gli uomini si aspettano, ma per puntare verso l’indefinito, irrazionale forse, se mai la razionalità possa esistere, ma libero: «Ha girato il culo, verso una bella onda che stava arrivando, e ha puntato al largo, più spaventato che mai». Un comportamento inspiegabile ma che, come suggerisce anche Rossari, svela anche il tema che accomuna tutte le forze vibranti che si muovono in questo libro, e che si collega idealmente al romanzo precedente di Kesey e alla sua vita, quello della libertà.

Ma Kesey non è uno scrittore accomodante o che pare mosso da un desiderio di consolare, quanto invece un uomo bramoso di lasciare solchi profondi nelle menti di chi legge. E così, in questa straordinaria epopea che mostra le sfide tra gli uomini guidate dal desiderio di dominio, quelle senza scampo contro la natura e la presenza perpetua della morte come elemento imprescindibile per la vita, forse l’unica via di fuga è proprio la libertà, la forza di scegliere di essere liberi, percorribile però solo a patto di provare a immaginare e capire cosa questa significhi.

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Kirk, cinema e realtà https://minimaetmoralia.it/cinema/kirk-cinema-realta/ https://minimaetmoralia.it/cinema/kirk-cinema-realta/#comments Wed, 21 Dec 2016 06:00:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33146 Un’estate, un ragazzo ebreo va a cercare lavoro negli alberghi vicino al Lake George. Ma nessuno vuole assumere Izzy Demsky. Allora lui bussa all’albergo successivo e si presenta come Don Dempsey. Lo prendono subito. Sul Lake Goerge ci vanno le donne sole in cerca di avventure romantiche. E ogni sera una donna diversa, che non l’ha trovata, chiama il fattorino per farsi portare il ghiaccio in camera… Il ragazzo piace anche alla proprietaria, benché lei detesti gli ebrei. Li riconosce al volo, dice, dal puzzo che li contraddistingue. «Nessun ebreo metterà mai piede in quest’albergo». «Hitler aveva ragione, tutti gli ebrei dovrebbero essere sterminati». L’ultima sera, la donna invita il fattorino in camera per un brindisi, e dopo un paio di bicchieri sono a letto insieme. Lei ansima di piacere, è scossa dai fremiti, ma lui fa in modo che senta bene quando le dice in un orecchio: «Dentro di te hai l’uccello di un ebreo circonciso. Io sono ebreo. Ti stai facendo scopare da un ebreo!».

Vent’anni dopo, a un party, Kirk Douglas vede avvicinarsi John Wayne con due bicchieri in mano. Hanno appena assistito a una proiezione privata di Brama di vivere, il film sulla vita di van Gogh. John Wayne ha l’aria turbata. «Cristo, Kirk! Come fai a interpretare una parte come quella? Un artista suicida! Siamo rimasti in pochi, dannazione. I duri come noi hanno l’obbligo di mantenere quell’immagine per il pubblico». Kirk è sorpreso, ma tenta di difendersi: «Ehi, John, io sono un attore. Mi piace fare parti interessanti. È solo una finzione. Non è reale. Tu non sei veramente John Wayne, lo sai no?».

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kirk

Un’estate, un ragazzo ebreo va a cercare lavoro negli alberghi vicino al Lake George. Ma nessuno vuole assumere Izzy Demsky. Allora lui bussa all’albergo successivo e si presenta come Don Dempsey. Lo prendono subito. Sul Lake Goerge ci vanno le donne sole in cerca di avventure romantiche. E ogni sera una donna diversa, che non l’ha trovata, chiama il fattorino per farsi portare il ghiaccio in camera… Il ragazzo piace anche alla proprietaria, benché lei detesti gli ebrei. Li riconosce al volo, dice, dal puzzo che li contraddistingue. «Nessun ebreo metterà mai piede in quest’albergo». «Hitler aveva ragione, tutti gli ebrei dovrebbero essere sterminati». L’ultima sera, la donna invita il fattorino in camera per un brindisi, e dopo un paio di bicchieri sono a letto insieme. Lei ansima di piacere, è scossa dai fremiti, ma lui fa in modo che senta bene quando le dice in un orecchio: «Dentro di te hai l’uccello di un ebreo circonciso. Io sono ebreo. Ti stai facendo scopare da un ebreo!».

Vent’anni dopo, a un party, Kirk Douglas vede avvicinarsi John Wayne con due bicchieri in mano. Hanno appena assistito a una proiezione privata di Brama di vivere, il film sulla vita di van Gogh. John Wayne ha l’aria turbata. «Cristo, Kirk! Come fai a interpretare una parte come quella? Un artista suicida! Siamo rimasti in pochi, dannazione. I duri come noi hanno l’obbligo di mantenere quell’immagine per il pubblico». Kirk è sorpreso, ma tenta di difendersi: «Ehi, John, io sono un attore. Mi piace fare parti interessanti. È solo una finzione. Non è reale. Tu non sei veramente John Wayne, lo sai no?».

Realtà contro finzione: sembra essere questo il leitmotiv nella lunga (lunghissima) vita di Kirk Douglas, nato Issur Danielovitch, poi diventato Isadore (Izzy) Demsky, ebreo russo di Amsterdam, New York, che il 9 dicembre 2016 ha spento cento candeline insieme a moglie, figli e nipoti, tutti ben radicati a Hollywood e dintorni. Dove lui oggi è giustamente celebrato come la star più longeva. L’ultimo sopravvissuto di una generazione che non c’è più. L’uomo che ha cancellato la lista nera e scoperto Stanley Kubrick. Oltreché uno scrittore prolifico, con undici libri pubblicati tra i settantadue e i novantanove anni (e un dodicesimo in arrivo).

David Bell, la prima, paranoica creatura uscita dalla penna di DeLillo, diceva che Kirk Douglas era una delle grandi «piramidi americane». (L’altra era Burt Lancaster). Oggi la sua immagine è in parte eclissata da quella, più al passo con i tempi, del figlio Michael, settantenne arzillo, marito fedifrago in Attrazione fatale, interprete sornione eppure anche lui animalesco. Ma la storia di Michael – l’attore e il produttore, oltre che il seduttore incallito che va in cura per dipendenza dal sesso – sarebbe inspiegabile senza la storia di Kirk. La piramide a stelle e strisce. L’incarnazione del Sogno americano, tanto più credibile perché contiene in sé il proprio rovesciamento.

Un immigrato povero diventa una stella del cinema, conquista centinaia di donne e guadagna qualche milione di dollari: la vita di Kirk Douglas sembra una parabola di Horatio Alger, ed è stata ricostruita in molte occasioni su giornali, riviste, libri. È però nella sua autobiografia – Il figlio del venditore di stracci, del 1988, a quei tempi un bestseller – che Kirk Douglas, oltre ad aggiornare il racconto e rispolverare gli aneddoti più spassosi della sua carriera, ha rivelato per la prima volta come la scalata al successo sia stata accompagnata da una rimozione: delle proprie origini ebraiche e delle proprie debolezze umane. E che il processo è stato doloroso.

Un’intervista a Kirk Douglas del 1971.

Per dare voce a questa parte nascosta, nell’autobiografia Kirk ha creato Issur – scontrandosi con l’editor Michael Korda, che lo giudicava un escamotage troppo sentimentale. Issur è l’alter ego di Kirk (il duro, il divo), la sua ombra, il suo doppio. È il bambino che deride l’adulto, lo smaschera, talvolta lo consiglia o lo rassicura, gli rammenta da dove viene, gli sussurra chi è, mentre aspetta sempre una «pacca sulla spalla» da papà Herschel, l’ebreo che vaga per la città col carretto raccogliendo stracci e rottami. Issur è la radice dell’ambizione che divora Kirk. È la scintilla nell’occhio di tutti i figli di puttana che ha interpretato sullo schermo.

Due ricordi di Issur. 1) Una volta papà Herschel lo porta con sé nella taverna dove la sera si rintana a bere, e Issur si aggira con il naso in su tra quegli uomini alti, ubriachi, che cantano e gridano in lingue sconosciute: Kirk ripenserà a quella sera ogni volta che farà una scena in un saloon, al fianco di John Wayne o Burt Lancaster. 2) Un’altra volta, tutta la famiglia Demsky è riunita intorno al tavolo per il tè, sorbito in bicchieri di vetro alla maniera russa: mamma Bryna, le sei sorelle, Issur (unico figlio maschio) e addirittura Herschel, che di solito non c’è e che anche quel giorno non si fila nessuno, sorseggiando il tè con una zolletta di zucchero fra i denti. Issur sente montare la rabbia davanti al disdegno del padre, finché capisce che sarebbe scoppiato se non avesse fatto qualcosa: allora prende un cucchiaio di tè e lo lancia in faccia a Herschel. Il padre lo tira su di peso dalla sedia e lo scaraventa nell’altra stanza. Issur atterra su un letto. È in quel momento che diventa un uomo: ha sfidato il padre e ne è uscito illeso.

È un episodio fin troppo lineare, sembra uscito da un copione, ma è il modello a cui si atterrà molte volte il futuro Kirk Douglas: la sfida, intesa anche come azzardo, scommessa, è una costante nella sua carriera. E più la posta era alta più lui era a suo agio. «Le cose più importanti che ho fatto» ha detto una volta «sono quelle che qualcuno mi ha supplicato di non fare». La fama di attore «difficile» se la guadagna quando ancora non è nessuno. Fa la spalla o il cattivo in qualche film di serie B e già si permette di proporre modifiche alle scene. E quando il produttore Hal Wallis gli offre un contratto di sette anni, che a quel tempo gli attori facevano carte false per firmare, lui dice di no. Accettarlo avrebbe significato la schiavitù. Un paio d’anni dopo rifiuta anche 50.000 dollari per una parte secondaria in una grossa produzione MGM, con Gregory Peck e Ava Gardner; per 15.000 accetta invece di interpretare il pugile Midge Kelly nel Grande campione, un progetto indipendente di un gruppo di sconosciuti, guidati da Stanley Kramer. «Stanley Kramer non è nessuno» gli dicono i suoi agenti, disperati. «Faceva il fattorino in uno degli studios». «E allora? Io facevo il cameriere». Il ruolo gli procura la prima nomination all’Oscar e lo trasforma in una star. La battuta chiave del film la sa ancora oggi a memoria: «I’m not gonna be a hey-you all my life. I wanna hear people call me Mister». È stata usata tante volte per descrivere Kirk Douglas.

È chiaro che uno così non si spaventi se deve comprare i diritti di un romanzo di Howard Fast, finito in galera per le sue simpatie comuniste, né di affidare l’adattamento a Dalton Trumbo, incluso nella lista nera per presunte attività antiamericane. Né di mettersi contro un progetto rivale con Yul Brynner, che si era già assicurato il sostegno di una produzione forte. L’avventurosa realizzazione di Spartacus – completato nell’arco di tre anni, e finito al centro di un delicato caso politico mentre alle presidenziali si sfidavano Nixon e Kennedy – è stata raccontata più volte nei dettagli anche da Kirk, l’ultima in Io sono Spartaco! (Il Saggiatore, 2013), sorta di variante d’autore del suo primo memoir. Il sodalizio con Kubrick, nonostante il reciproco scambio di insulti, rimarrà sempre il momento più alto, in termini artistici e commerciali, della carriera di Kirk Douglas. E il suo gesto più bello sarà sempre la redenzione di Dalton Trumbo, al quale restituisce finalmente un nome nei titoli di testa.

C’è un’impresa però anche più bella perché si tramuta in un fallimento. Kirk ha appena rifiutato di fare un altro kolossal in costume per un milione e mezzo di dollari (allora la cifra più alta mai offerta a un attore) e vuole gettarsi in un nuovo, folle progetto, ricavando una pièce teatrale da un romanzo di cui si è innamorato, per poi svilupparla in un film. Si tratta di Qualcuno volò sul nido del cuculo di Ken Kesey, scrittore dell’Oregon, un outsider, adepto dell’Lsd, ai cui viaggi psichedelici Tom Wolfe avrebbe dedicato The Electric Kool-Aid Acid Test, lavoro pionieristico del New Journalism. In provincia lo spettacolo è accolto bene. Kirk è McMurphy, ovviamente. Nel cast c’è anche Gene Wilder, ex allievo dell’Actors Studio. Il debutto a Broadway è fissato per il 14 novembre 1963, otto giorni prima dell’assassinio di JFK. Ma i critici di New York stroncano il Cuculo. Uno dei pochi ad apprezzarlo è Lee Strasberg, che dice che quando Kirk entra in scena, è come se si aprisse uno spazio intorno a lui.

Kirk tiene duro per cinque mesi, fino a gennaio ’64, rimettendoci parecchi soldi di tasca sua. In una delle ultime repliche, durante le feste di Natale, Michael fa l’esordio sul palcoscenico nel ruolo di un infermiere. Poi il Cuculo chiude i battenti. Il film non vuole produrlo nessuno. Kirk ci prova per dieci anni, invano. Ci riuscirà Michael, ma dovrà dire al padre: «Ormai sei troppo vecchio per la parte di McMurphy. Prendo Jack Nicholson». Kirk ci rimane male, si offende, per un po’ non fa che chiedersi perché stavolta l’istinto lo abbia tradito. Poi in tv vede il figlio che ritira l’Oscar e capisce. Per Michael è l’inizio della carriera di produttore, da cui sboccerà quella come attore.

Due carriere invidiabili, costruite nel segno del padre, antesignano degli attori-produttori e picconatore della vecchia Hollywood. Solo Burt Lancaster aveva fondato una compagnia indipendente prima di lui, ma all’inizio come attore aveva minore libertà perché era ancora vincolato da un contratto (con Hal Wallis). Kirk e Burt erano amici, compari, sul set e nella vita. Stesso sorriso a trentadue denti, stessa energia, stessa aria da guasconi. Sheilah Graham, la donna che trovò il cadavere di Fitzgerald, giornalista temuta come Hedda Hopper e Louella Parsons, li aveva ribattezzati i «Gemelli Terribili». Insieme, Kirk e Burt girano sette film, oltre a esibirsi in numeri cantati e ballati per occasioni speciali. Il prototipo è l’impagabile It’s Great Not to Be Nominated, messo in scena agli Oscar 1958 per celebrare la gioia di essere ignorati dall’Academy.

Burt Lancaster e Kirk Douglas.

Burt si libera del contratto con Wallis accettando di girare, per 90.000 dollari, Sfida all’O.K. Corral, il secondo film in coppia con Kirk, che ne riceve 300.000 come freelance (alla faccia di Wallis). Nel film c’è una scena in un saloon in cui Kirk accorre in aiuto di Burt e poi, in due, sistemano una trentina di cattivi. Al che Burt dovrebbe dire: «Thanks», e Kirk: «Forget it». Due battute così ridicole che non riescono a girarle, ogni volta scoppiano a ridere, finché decidono di rimandare le riprese al giorno dopo (Wallis è furioso). Vedendo il finale del film, un critico scriverà che Burt sembrava molto dispiaciuto di dover dire addio a Kirk per rimanere accanto a Rhonda Fleming. Oggi la chiamano «bromance». Un tempo i più raffinati avrebbero parlato di «omosessualità latente nel cinema classico».

L’ultimo film che hanno fatto insieme è Tough Guys (Due tipi incorreggibili, 1986), scritto apposta per loro: la storia di due duri che escono di galera e si ritrovano smarriti in un mondo che non capiscono più. Poco dopo Burt avrà un infarto e un intervento di bypass, Kirk un infarto e l’impianto di un pacemaker. Un giorno si incontrano per caso nello studio di un cardiologo. Kirk scruta gli occhi del compare e vi vede riflessa la propria paura, e pensa: Eccoli qua, i due duri (tough guys). Di lì a qualche anno Burt sarà colpito da un gravissimo ictus, che lo lascerà paralizzato fino alla fine dei suoi giorni. All’amico trapezista, su cui si è arrampicato tante volte al termine dei loro numeri sul palco, Kirk dedica le pagine più toccanti di Climbing the Mountain, una meditazione sulla morte e sul senso della vita, e sul suo riavvicinamento all’ebraismo.

Burt un Oscar alla fine l’ha vinto, nel 1961, Kirk ha ricevuto solo un contentino alla carriera, nel 1996. In compenso, negli anni Cinquanta, la «Harvard Lampoon» gli ha assegnato per tre volte di fila il premio come peggior attore d’America, ribattezzato poi Kirk Douglas Award. Il critico Manny Farber, precursore della politica degli autori, attribuiva ogni anno un immaginario Oscar alla rovescia che consisteva in «una statua in celluloide di Kirk Douglas nell’atto di declamare». Perfino Michael Douglas, nelle interviste tv, faceva la parodia del padre ringhiando qualche minaccia con la mascella protesa e le narici dilatate.

Non importa quanti premi ha vinto, né quali medaglie ha ricevuto, perché Kirk Douglas è più grande del cinema, è materiale da Great American Novel. Una volta Shirley MacLaine, incontrandolo a una festa, gli disse: «Sai, Kirk, è colpa tua se sono diventata un’attrice. Da piccoli, dopo aver visto Il grande campione, io e Warren [Beatty] non facevamo che recitare la scena in cui schiacci le dita alla tua donna nell’incavo del gomito». Per dargli il benvenuto a Hollywood, nel lontano 1946, i suoi agenti lo invitarono a un sontuoso ricevimento. Gli procurarono perfino una ragazza, un’attricetta tedesca, che alla festa lo piantò sul più bello per andarsene di soppiatto con Henry Fonda e James Stewart. Guarda caso, succede la stessa cosa a David Bell nel primo capitolo di Americana.

Kirk Douglas ha girato oltre novanta film. Ha lavorato con Howard Hawks, Billy Wilder, Vincente Minnelli, William Wyler, Robert Aldrich, John Huston, Elia Kazan, Martin Ritt e, naturalmente, con Kubrick. È sopravvissuto a un ictus che l’ha portato sull’orlo del suicidio, a uno schianto in elicottero, a un paio di incidenti sul set, all’overdose del quarto figlio Eric (nel 2004). Ha visto succedersi diciassette presidenti degli Stati Uniti: quando è nato, alla Casa Bianca c’era Woodrow Wilson (il diciottesimo lo ha paragonato a Hitler, come tanti, inutilmente). Il suo ultimo libro è una raccolta di poesie, Life Could Be Verse, parafrasi di un vecchio adagio del folklore yiddish: «It could always be worse».

Chissà come si sente in questi giorni, Kirk Douglas, ora che ha l’aspetto di un vecchio capo indiano, con la pelle aggrappata agli zigomi e la chioma bianca raccolta in un codino. Quando compì settant’anni (una vita fa) si sentiva ormai finito. In quell’occasione, a Londra, pronunciò un discorso intitolato Realtà contro finzione, che cominciava così: «Se potessi nascondermi dietro il personaggio di Spartaco o di un vichingo, con un regista a guidarmi, sarebbe facile. Ma in questo preciso momento sto facendo la cosa più difficile che possa fare un attore: essere se stesso. Mi sembra di essere nudo». E finiva prendendo in prestito alcuni versi di John Neihardt:

Lasciami vivere i miei anni nel calore del sangue!
Lasciami morire ubriacato dal vino dei sognatori!
[…]
Dammi un caldo mezzogiorno e poi venga pure la notte!
Così vorrei andarmene.
E concedimi, quando sarò di fronte all’orribile Cosa,
un grido superbo per penetrare la grigia Incertezza!
Oppure lasciami essere una muta corda di violino
che vibra alla Melodia Fondamentale – e si spezza!

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Psychedelic party https://minimaetmoralia.it/societa/psychedelic-party/ https://minimaetmoralia.it/societa/psychedelic-party/#comments Sun, 13 Jan 2013 10:09:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12282 Qualche giorno fa, passando da Roma Termini, ho colto con la coda dell’occhio qualcosa che ha richiesto attenzione immediata: una scritta “PSYCHEDELIC PARTY”, col tipico sfondo bianco-nero “optical” della vecchia scuola free tekno, occupava un enorme cartello appeso al soffitto della stazione. Purtroppo, ho scoperto qualche secondo dopo, mentre la osservavo a bocca aperta e notavo che in mezzo c'era la foto di una signorina che non aveva troppo l'aria della raver, era soltanto la réclame di una linea di cosmetici. La cosa, tuttavia, dà da pensare: quando avviene una simile appropriazione di immaginario da parte della pubblicità, vuol dire che tale immaginario è stato ritenuto fertile: che qualcosa di sotterraneo ha acquisito – o riacquisito – un significato mainstream. Siamo forse prossimi al ritorno sulla scena culturale e scientifica degli psichedelici? Le premesse ci sono.

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Qualche giorno fa, passando da Roma Termini, ho colto con la coda dell’occhio qualcosa che ha richiesto attenzione immediata: una scritta “PSYCHEDELIC PARTY”, col tipico sfondo bianco-nero “optical” della vecchia scuola free tekno, occupava un enorme cartello appeso al soffitto della stazione. Purtroppo, ho scoperto qualche secondo dopo, mentre la osservavo a bocca aperta e notavo che in mezzo c’era la foto di una signorina che non aveva troppo l’aria della raver, era soltanto la réclame di una linea di cosmetici. La cosa, tuttavia, dà da pensare: quando avviene una simile appropriazione di immaginario da parte della pubblicità, vuol dire che tale immaginario è stato ritenuto fertile: che qualcosa di sotterraneo ha acquisito – o riacquisito – un significato mainstream. Siamo forse prossimi al ritorno sulla scena culturale e scientifica degli psichedelici? Le premesse ci sono. Per cominciare, c’è un dibattito sulla canapa fattosi affatto diverso: già dalla battaglia per la Proposition 19 californiana qualcosa era cambiato nel modo di parlare di tale sostanza, e adesso, con la legalizzazione in Washington e Colorado – certo, ci sono stati anche l’Uruguay e le depenalizzazioni di Portogallo, Croazia e Repubblica Ceca, ma sono ancora soltanto gli slittamenti culturali americani ad avere la forza di farsi globali in breve tempo – anche gli abituali megafoni del potere non sembrano più avere la forza di parlarne con la stessa sicumera di un tempo; che il proibizionismo, poi, sia stato un fallimento, è ormai un dato acquisito, al punto che lo fanno proprio anche Wall Street Journal e Economist. È dunque solo naturale se, sollevandosi il velo di esagerazioni sulla canapa, la cosa si espande alle sostanze che più con essa hanno in comune una quantità di cattiva stampa spropositata rispetto ai fatti. Inoltre, dopo quarantacinque anni di propaganda ostile, non solo girano nel circuito dei festival film “favorevoli” alla psichedelia come DMT: the Spirit Molecule di Mitch Shultz (2010), Dirty Pictures di Étienne Sauret (2010), Magic Trip, Ken Kesey’s Search for a Kool Place di Alex Gibney & Alison Ellwood (2011) e The Substance: Albert Hofmann’s LSD di Martin Witz (2011), ma tornano anche a presentarsi al grandissimo pubblico rappresentazioni di utilizzo di psichedelici non terroristiche. Ecco che nella quinta stagione di Mad Men, il buon Roger Sterling assume LSD a una serata casalinga (presente Timothy Leary, il ricercatore di Harvard divenuto profeta lisergico) e se la cava con qualche ora di buffi svarioni e un momento di confronto col suo “Don Draper interiore”; ecco Ashton Kutcher che svagella in un campo di grano, nei panni di uno Steve Jobs allegramente gonfio di acido, in una scena del film jOBS, che verrà presentato il prossimo 27 gennaio al Sundance; ecco Oliver Sacks, il neurologo più famoso tra i non neurologi, che lo scorso 12 novembre racconta al Telegraph le proprie esperienze psichedeliche e il ruolo che hanno avuto nei suoi studi; ecco il Guardian che fa propria una linea editoriale del tutto pro-psichedelici, sia sul piano culturale che su quello medico, con innumerevoli pezzi (alcuni esempi: 1. 2. 3. 4. 5.); ecco che il crescente turismo psichedelico nei luoghi dell’ayahuasca – la bevanda amazzonica a base di DMT, già cercata da Burroughs e Ginsberg – viene trattato da NYT e Washington Post in modo non problematico; ecco addirittura Oprah Winfrey che dedica un articolo del proprio magazine alla sperimentazione di MDMA nella cura del Disturbo post-traumatico da stress.
Le vere ragioni di questo cambiamento sono però diverse da quella necessità di contestazione radicale – al punto di cercare un punto di vista diverso su tutto – che portò alla prima rivoluzione psichedelica; sono più prosaiche e assieme più sottili: la chiave della faccenda – anche più del ritorno di interesse per le sostanze di sintesi originato, tra la metà degli anni ’90 e i primi anni zero, dal contemporaneo sviluppo, e successiva commistione, di club culture e rave culture – sta in Internet. Se già un sito come Erowid ha cambiato da solo – e nel modo più semplice: con la forza dei dati, non mediati da letture isteriche o moralistiche – il modo di fare informazione intorno alle sostanze psicoattive, oggi anche il più sprovveduto dei ragazzotti può ricavare dalla mera lettura di Wikipedia, pur con tutti i suoi limiti, più dati sugli psichedelici e la loro storia di quanti ne potessimo cavar fuori noi, da adolescenti, in mille scavi tra mercatini freak e librerie dell’usato: fino a qualche anno fa, infatti, chi avesse voluto trovare informazioni sul tema, al di fuori dell’isteria dei canali informativi tradizionali, doveva ricorrere a oscure pubblicazioni controculturali (che in Italia si riducevano, oltre alla rivista ALTROVE, ai due “millelire” editi da Stampa Alternativa, Viaggi acidi, dove Pino Corrias intervistava l’inventore dell’acido lisergico Albert Hofmann, e I miei incontri con Leary, Jünger, Vogt, Huxley, nel quale lo stesso Hofmann raccontava il suo rapporto con questi quattro appassionati della sua molecola, suggerendo a noi, ragazzini affamati di mitologie, che dietro la storia dell’LSD non ci fosse soltanto una manica di capelloni spostati). Qualcuno dirà: bene, brava la Rete, ma l’Italia di oggi è comunque peggiore e più arretrata di quella di quindici anni fa. E qui volevo arrivare: il bello di vivere in un paese culturalmente bloccato è che la libreria continua a essere il luogo dove si possono trovare i segni della contemporaneità: se, fatto salvo qualche slide dal Burning Man nella colonnina destra di Repubblica – spazio che assegna l’etichetta “ludico”, quando va bene, a ogni cosa ivi collocata – il piccolo rinascimento psichedelico in atto a livello globale sta passando per lo più inosservato sui nostri media, in libreria è diverso: ecco che proprio nell’anno appena trascorso, Fandango decide di aprire la propria collana “Vite”, dedicata alle biografie, con quella di Leary firmata da Robert Greenfield: una scelta forte, certo non ovvia per il pubblico italiano (ma il direttore di collana Edoardo Nesi non è insensibile all’argomento: aveva già avuto il merito di ricordare le origini psichedeliche del movimento di contestazione americano anni ’60 in un articolo del 4 settembre scorso, che aveva tuttavia il demerito di parlar bene del libro di Veltroni); ecco che i protagonisti di Nessuno è indispensabile, romanzo di Peppe Fiore da poco uscito per Einaudi e senz’altro tra i più significativi del 2012, trovano soltanto nella trascendenza acida la possibilità di una, pur grottesca, redenzione; ecco riaffacciarsi tra gli scaffali Matteo Guarnaccia, già autore del valido Psichedelica (Shake 2010), con l’assai lisergico almanacco Il Barbarossa, firmato assieme a Giancarlo “Elfo” Ascari, e appena uscito per Rizzoli: e gli almanacchi, si sa, prima di essere diari, sono sempre raccolte di presagi.

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