Kierkegaard Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/kierkegaard/ un blog di approfondimento culturale Sat, 13 Feb 2016 10:22:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Kierkegaard Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/kierkegaard/ 32 32 Il mondo dell’integralismo religioso oggi, tra fiction e memoir https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-mondo-dellintegralismo-religioso-oggi-tra-fiction-e-memoir/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-mondo-dellintegralismo-religioso-oggi-tra-fiction-e-memoir/#comments Sat, 09 Jan 2016 06:30:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29597 Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine: un fotogramma del film Stop the Pounding Heart di Roberto Minervini).

Manu, la protagonista del romanzo Gli ipocriti (Chiarelettere), ha 15 anni ed è alla disperata ricerca di un posto nel mondo: legata a un gruppo religioso anonimamente chiamato il “movimento”, che i suoi genitori frequentano con grande zelo, salvo poi avere entrambi una vita segreta non proprio cristallina, se la prende con quest’ultimi, gli “ipocriti”. Ma alla fine, nonostante tutto, decide di fare ritorno al movimento: “Perché io sono del movimento. Anzi, sono molto del movimento. Poco cattolica (non so esattamente cosa vuol dire), pochissimo cristiana (pure di questo ne so poco), e credente, boh, credo proprio di no. Però, anche in mezzo a dubbi e voglia di fuggire, mi sento soprattutto del movimento, ecco. Per essere precisi né poco né molto, del movimento punto e basta”.

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine: un fotogramma del film Stop the Pounding Heart di Roberto Minervini).

Manu, la protagonista del romanzo Gli ipocriti (Chiarelettere), ha 15 anni ed è alla disperata ricerca di un posto nel mondo: legata a un gruppo religioso anonimamente chiamato il “movimento”, che i suoi genitori frequentano con grande zelo, salvo poi avere entrambi una vita segreta non proprio cristallina, se la prende con quest’ultimi, gli “ipocriti”. Ma alla fine, nonostante tutto, decide di fare ritorno al movimento: “Perché io sono del movimento. Anzi, sono molto del movimento. Poco cattolica (non so esattamente cosa vuol dire), pochissimo cristiana (pure di questo ne so poco), e credente, boh, credo proprio di no. Però, anche in mezzo a dubbi e voglia di fuggire, mi sento soprattutto del movimento, ecco. Per essere precisi né poco né molto, del movimento punto e basta”.

Grazie alla voce narrante di Manu, che ricalca un parlato divertente, non troppo lontano dalle cadenze comiche di Rossana Campo, Gli ipocriti racconta – come solo la letteratura sa fare: in sordina – il mondo dell’integralismo religioso di oggi. E in particolare il rapporto tra adolescenti e comunitarismo dove è sempre molto forte il desiderio di appartenenza, d’identità, o a volte di semplice socialità, che spinge molti ragazzi a questa scelta. “Molti dei giovani della mia generazione”, ha detto Miriam Toews, la scrittrice canadese che ha una vera ossessione letteraria per il fondamentalismo religioso, “sono diventati persino più fondamentalisti, con una mentalità più ristretta e con un atteggiamento più da giudici, dei loro genitori”.

Eleonora Mazzoni è partita da una duplice esperienza autobiografica: da una parte i nonni materni testimoni di Geova, dall’altra la scelta personale di frequentare Comunione e Liberazione, dai 15 ai 24 anni. Poi la carriera di attrice, abbandonata oggi per la scrittura. Non tanto diversa in fondo dalla storia di Miriam Toews: fuggita dalla rigidissima comunità mennonita in cui è cresciuta, ha poi fatto l’attrice in Silent Light di Carlos Reygada e infine si è messa a scrivere (incantevoli) romanzi. I mennoniti (“uguale agli Amish ma in Canada”) sono una costante di quasi tutti i suoi romanzi. Come dice la protagonista sedicenne di Un complicato atto d’amore (Adelphi), la comunità in cui vive è “la sottosetta più sfigata del mondo”.  Io mi chiamo Irma Voth (Marcos y Marcos)  è la storia di una donna adulta che si ribella al padre, un mennonita del Vecchio Ordine, feroce conservatore, che considera la tv una forma di pericolosissima corruzione del mondo moderno. E Irma finisce proprio a lavorare nel cinema. Recitare è per lei una forma di voluta incoerenza, di ribellione verso l’ipocrisia (anche se poi non sarà un caso che “ipocrita” in greco antico significhi “attore”, “simulatore”). “L’uomo”, dice ancora Eleonora Mazzoni, “ha bisogno di fede, lo diceva già Platone, è da sempre in cerca di unità, vuole strumenti per tenere insieme tutto. E oggi si fatica sempre di più ad accettare il dualismo di cui è fatta la nostra società. Fare l’attore incarna perfettamente quel dualismo”.

C’è però un romanzo  – un piccolo capolavoro ignorato nel nostro paese (ma premiatissimo in Gran Bretagna) – che trasfigura l’esperienza del fondamentalismo in un’esperienza letteraria unica. Scritto dalla allora ventiseienne Grace Mcleen, Il posto dei miracoli (Einaudi, 2013) racconta attraverso lo sguardo stralunato di una bambina di 10 anni una realtà terrificante e insieme magica. Orfana di madre, Judith vive da sola con il padre che fa parte della congregazione dei “Fratelli”. I due vivono nell’attesa dell’imminente fine del mondo. Il romanzo è anche una sorta di tenera allegoria religiosa, un viaggio attraverso gli estremismi della fede fatto con gli occhi di chi confonde il gioco con il miracolo, la magia con la fede, di chi parla con Dio come fosse un amico immaginario.

Alla fine Judith capisce, come direbbe Soren Kierkegaard, che “la fede è una corda alla quale si rimane appesi, quando non ci si impicca”. Classe 1981, McLeen è cresciuta, come la sua protagonista, in una setta cristiana fondamentalista del Galles. Il difficile rapporto tra fondamentalismo religioso e protezione dei minori è un corto circuito letterario di grande interesse (si pensi ai romanzi di JT LeRoy) e oggi Ian McEwan ha affrontato di petto la questione da un punto di vista morale e legale con La ballata di Adam Henry (il titolo originale è The Children Act, una legge britannica che salvaguarda i minori, da eventuali pericoli che un genitore, ad esempio un estremista religioso, potrebbe procurargli, per esempio vietando la trasfusione di sangue). È giusto per la legge intervenire?, si chiede McEwan. La questione può sembrare peregrina, ma non lo è affatto. Anzi, riguarda un po’ tutti. Perché la nostra società è già diventata più “estrema” ed è innegabile che esistano oggi varie forme di estremismo laico nei confronti dei bambini, spesso drammaticamente deleterie come quelle raccontate ne Il bambino indaco di Marco Franzoso, altre (come il veganismo imposto ai bambini o il movimento anti-vaccini) forse – ma non è detto –  meno pericolose, comunque dettate da un’ansia di controllo un po’ illusoria, un desiderio sempre insoddisfatto di rispondere a domande che non hanno risposte. Difficile stare contenti, come diceva Dante: “al quia”.

Secondo uno studio di Current Biology, realizzato tra l’altro con il supporto di una fondazione di orientamento cattolico, uscito qualche settimana fa e diventato subito virale, i bambini cresciuti in famiglie atee sono più altruisti, più “buoni” di quelli cresciuti in famiglie di genitori credenti.  Seguire i dettami di una religione (istituzionale?) potrebbe infatti creare una sorta di alibi, di licenza morale, che “autorizzerebbe inconsciamente i fedeli a un maggiore egoismo nella vita di tutti i giorni”. Di contro assistiamo oggi  al moltiplicarsi di alcune forme di integralismo religioso – spesso in aperto contrasto con la chiesa dell’establishment – le quali, secondo alcuni studiosi, sono destinate a raccogliere sempre maggiori adesioni. Perché, dicono gli esperti, in una società caotica e priva di punti di riferimento, le forme estreme del credere danno un orizzonte di senso. Autore di uno dei pochi romanzi italiani che tocca da vicino il tema del radicalismo religioso, Christian Raimo dice a Pagina99: “Viviamo in una società post comunitaria, dove si fa sempre più fatica a conoscere delle persone. E, nel frattempo, c’è stata una democratizzazione della fede, la gente in generale è più colta: succede con le chiese un po’ quello che è successo con i partiti”. Raimo, che ha per anni partecipato alle attività dei neocatecumenali romani, ha visitato la comunità grossetana di Nomadelfia per raccontarla ne Il peso della grazia (Einaudi, 2012) e dice di esserne stato attratto soprattutto per gli elementi di anticonsumismo e anticapitalismo.

Se gli Amish, i Mormoni, i Testimoni di Geova e, in Italia, Comunione e Liberazione sono superficialmente conosciuti da tutti, per la stragrande maggioranza dei laici i movimenti post-conciliari, sono solo nomi, che possono all’esterno apparire bizzarri: Neocatecumenali, Focolarini, Legionari di Cristo, Rinnovamento nello Spirito, We are church, Nomadelfi, Bambini di Dio, Militia Christi, Sentinelle in piedi. Non esistono studi o sondaggi che quantifichino numericamente le adesioni di questi “combattenti della fede”. “I dati sui movimenti cattolici, a differenza delle associazioni, come AC o ACLI, sono poco precisi”, dice a Pagina99 Eleonora Mazzoni, autrice de Gli ipocriti. “Sono stata in Comunione e Liberazione per otto anni, ero una responsabile, eppure non ho mai firmato nulla, così i miei amici. Lo stesso succede nei neocatecumenali. La forza di queste organizzazioni è nella quantità di relazioni e nel continuo proselitismo”.

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La mia vita sotto la barba https://minimaetmoralia.it/libri/la-mia-vita-sotto-la-barba/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-mia-vita-sotto-la-barba/#respond Tue, 07 Jul 2015 15:00:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27712 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autrice e la testata. (fonte immagine) di Valentina Della Seta Difficile non averne sentito parlare, perché si tratta di una notizia ripresa dai giornali di tutto il mondo. Il 19 febbraio di quest’anno Oliver Sacks ha scritto in un editoriale sul New York Times di essere […]

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autrice e la testata.

(fonte immagine)

di Valentina Della Seta

Difficile non averne sentito parlare, perché si tratta di una notizia ripresa dai giornali di tutto il mondo. Il 19 febbraio di quest’anno Oliver Sacks ha scritto in un editoriale sul New York Times di essere molto malato: «Fino a un mese fa mi sentivo in perfetta salute. A ottantuno anni nuoto ancora per un miglio tutti i giorni» racconta. «Ma adesso la fortuna sembra avermi abbandonato». Sacks è inglese, ebreo, ateo. Conclude il suo breve saggio esprimendo gratitudine per avere avuto il tempo di «esistere, come animale pensante, su questo bellissimo pianeta».

Sono passati più di quarant’anni, era il 1973, da quando l’editore inglese Duckworth pubblicò la prima edizione di Risvegli. Nel libro Sacks descrive la propria esperienza con i pazienti post-encefalitici dell’ospedale Mount Carmel nel Bronx, a cui aveva cominciato a somministrare un farmaco sperimentale. Nel 1990 è uscito anche un film tratto da Risvegli, diretto da Penny Marshall e interpretato da Robert De Niro e da Robin Williams, che è il dottor Sacks. Ci eravamo abituati a immaginarlo così: camicia bianca con il taschino gonfio di penne e matite, cravatta, camice stazzonato, barba, occhiali con la montatura metallica, timido e gentile, disponibilissimo con i pazienti ma refrattario a qualunque contatto umano al di fuori dell’ospedale. Dopo aver visto la foto sulla copertina dell’autobiografia On the Move: A life (Knopf), abbiamo dovuto ripensarlo tutto da capo.

La fotografia deve essere della fine degli anni Cinquanta: Sacks è un bellissimo ragazzo a cavallo di una Bmw e indossa una giacca di pelle aderente. Le spalle e i quadricipiti femorali ricordano quelli dei modelli delle riviste beefcake, che ritraevano uomini muscolosi seminudi e che hanno avuto un boom negli Stati Uniti proprio negli anni del dopoguerra.

Si tratta di un periodo in cui si registra, come scrive lo storico Giovanni Dall’Orto in Tutta unaltra storia (Il Saggiatore): «il picco più alto di isteria omofobica dell’intera storia umana. Negli Usa questo fenomeno portò a proclamare ufficialmente per la prima volta che l’omosessualità era una malattia mentale nel 1952, e nel 1953 l’Executive Order 10450 del presidente Eisenhower stabilì che il puro e semplice fatto d’essere omosessuale, indipendentemente dal fatto d’aver infranto qualche legge, era motivo sufficiente di licenziamento da qualsiasi impiego pubblico». Anche in Gran Bretagna la legge vietava l’omosessualità (basta pensare al caso di Alan Turing, morto suicida nel 1952, dopo essere stato costretto alla scelta tra la prigione e la terapia ormonale). Ecco perché forse fino ad oggi, nelle centinaia di pagine in cui ha accostato il racconto dei casi clinici alle storie della sua vita (come in Zio Tungsteno, Allucinazioni o Su una gamba sola), Sacks non aveva mai accennato al fatto di essere omosessuale.

On the Move sembra scritto quasi per rimediare a questo. Non siamo di fronte, come potrebbe sembrare, alle confessioni di un uomo che si trova al cospetto della morte (anche perché il libro, che non ha certo l’aria di un lavoro finito in quattro e quattr’otto, doveva essere ormai bello e pronto a febbraio, quando Sacks ha scoperto di essere malato).

Al grande neurologo Oliver Sacks, riservatissimo, deve essere venuta voglia di scrivere dell’amore dopo averne sperimentato le magiche profondità domestiche. Nel suo caso, come racconta, è accaduto solo pochi anni fa, quando ha incontrato lo scrittore Billy Hayes, con cui vive da allora e a cui il libro è dedicato. In quel periodo Sacks aveva settantasette anni, era costretto a scrivere restando in piedi per via di una sciatica dolorosissima e ostinata. Gli avevano sostituito il ginocchio destro con una protesi artificiale. Si nutriva da anni di cereali e sardine, mangiate direttamente dalla lattina. Aveva l’impressione di essersi tenuto sempre «a una certa distanza dalla vita. Ma tutto è cambiato quando Billy e io ci siamo innamorati».

In On the Move usa come epigrafe una frase di Kierkegaard che dice più o meno così: «La vita va vissuta in avanti, ma può essere capita solo all’indietro». E leggendo della sua vita, non si può fare a meno di notare come, nel corso degli anni, abbia incarnato i diversi sottotipi iconici della cultura gaia: da ragazzo è stato il motociclista vestito di pelle, poi il culturista (nei primi anni Sessanta, a Venice Beach in California, detta anche Muscle beach), poi il bear (rotondetto e peloso come un orso), e infine il daddy (il fidanzato Billy ha una trentina d’anni di meno). Probabilmente senza farlo apposta. La parola gay, in senso di omosessuale, Sacks l’ha sentita pronunciare per la prima volta solo nel 1956, ad Amsterdam.

Da ragazzino si eccitava alla vista di una statua di Lacoonte in cima alle scale della scuola media, ma i suoi pensieri erano presi soprattutto dalla chimica inorganica e non si faceva tante domande. I suoi amici sapevano e non gli interessava, semplicemente avevano smesso di invitarlo alle festicciole organizzate per pomiciare con le ragazze.

A diciotto anni Sacks vince una borsa di studio per andare a Oxford, ma è ancora indeciso tra lo studio della biologia marina o della medicina. Il padre lo prende da parte e gli chiede se ha una ragazza. Oliver risponde di no. Il padre gli chiede allora se per caso è omosessuale. Lui risponde di sì, ma che la madre non deve saperlo. Le cose non vanno così. La mattina dopo Sacks vede sua madre infuriata come non l’aveva mai vista: lo chiama «abominio», gli dice che preferirebbe non fosse mai nato. Non gli rivolge la parola per tre giorni. Poi torna a comportarsi normalmente, senza più fare cenno all’accaduto. La famiglia di Sacks è, per molti versi, evoluta: sua madre viene da una famiglia in cui anche le figlie vengono mandate all’Università. Muriel Elsie Landau è una delle prime chirurghe di Londra. Ma è pur sempre, scrive Sacks nel libro, una donna nata nell’Ottocento, educata come ebrea ortodossa e cresciuta leggendo la Bibbia: «La morte di mia madre», scrive Sacks, «è stato il più grande dolore della mia vita». Anche se le sue parole, aggiunge, lo hanno perseguitato per moltissimo tempo, inquinando con senso di colpa e inibizioni una vita sessuale che avrebbe dovuto essere libera e gioiosa.

Sacks si innamora per la prima volta quando incontra il poeta Richard Selig a Oxford, nel 1953. Selig ha ventiquattro anni, Sacks ne ha venti e perde la testa: «Amavo il suo viso, il suo corpo, la sua mente, le sue poesie, tutto». Quando lo dice a Selig, questi gli risponde che aveva capito, che gli vuole molto bene, ma non lo ricambia. Dopo poco tempo Selig chiede all’amico Sacks di dare un’occhiata a una ghiandola che gli da fastidio. È un linfoma, Sacks lo capisce al volo. Non si vedranno più: Selig si sposa con l’arpista irlandese Mary O’Hara, si trasferisce con lei a New York e muore pochi mesi dopo.

Due anni dopo Sacks è ancora vergine. Ha passato l’estate a spaccare legna in un kibbutz in Israele. Al ritorno è come se si accorgesse per la prima volta di avere un corpo: ha ventidue anni, è dimagrito, bello e non è mai stato toccato da nessuno. Va ad Amsterdam, dove l’omosessualità è più libera. Ma comunque ha bisogno di vincere la timidezza ubriacandosi fino a svenire. La mattina si sveglia nel letto di un ragazzo sconosciuto, che gli porge una tazza di caffè e gli racconta che hanno fatto l’amore. La sola cosa sbagliata e pericolosa, gli dice il ragazzo, è aver bevuto così tanti superalcolici. Passa ancora del tempo. Sacks si è laureato e fa il tirocinio in un ospedale di Londra. L’ospedale è a pochi passi da Soho e dalla famosa Old Compton Street (ancora oggi sede di molti bar gay della città). Qui, in una vetrina, legge un annuncio velatissimo: motociclista cerca compagno per andare in giro durante il fine settimana. È così che inizia la relazione con Bud: a letto insieme il sabato pomeriggio e in motocicletta nella campagna inglese la domenica mattina. Ma poi Sacks decide di partire per il Canada per specializzarsi in neurologia. Come spiega in On the move, a Londra era più difficile fare carriera. C’erano già troppi medici, e soprattutto troppi che di cognome si chiamavano Sacks.

Dal Canada il giovane Oliver si sposta a a San Francisco, una città di cui ha sognato per anni. Lavora in nero in ospedale (il suo talento viene subito riconosciuto, ma non possono assumerlo perché non ha ancora la green card) e ha qualche altra relazione occasionale. A 32 anni, durante un periodaccio in cui abusa di anfetamine,vive una storia con un certo Karl. Poi, per più di tre decenni, pratica la castità. È in questo arco di tempo che inizia ad assomigliare al dottor Sacks dell’iconografia ufficiale, il Sacks reso famoso da Robin Williams.

Su Vanity Fair Usa un suo vecchio amico, Lawrence Weschler, racconta di come abbia tentato di scrivere, negli anni tra la pubblicazione di Risvegli e di Luomo che scambiò sua moglie per un cappello (1985), una biografia di Sacks: «A quell’epoca viveva in un appartamentino a New York. Usciva praticamente solo per andare negli ospedali in cui lavorava, non aveva molti amici ed era quasi sempre libero per i pranzi e le uscite che costituirono l’inizio della nostra amicizia». Weschler aveva riempito interi taccuini di appunti. Da questi viene fuori il dramma di una vita vissuta quasi tutta sotto copertura, insieme con il gusto per la boutade, che non manca mai: «Il mio analista», gli confessa una volta Sacks, «dice che non ha mai incontrato nessuno meno toccato dal movimento di liberazione dei gay. È come se me ne restassi chiuso in cella, mentre si scatenano le danze ai cancelli della prigione».

Se c’è una cosa che attraversa tutta la sua scrittura negli anni è forse la capacità di descrivere anche il benessere, l’equilibrio, lo stato che in biologia è definito omeostasi. Sacks ne parla anche in un lungo articolo del 23 aprile, sulla New York Review of Books, in cui descrive un fastidioso intervento per tenere a bada la malattia. Il suo medico lo ha avvisato che i postumi sono dolorosi. Ma poi, dopo dieci giorni, comincia a sentirsi meglio: «Mi sono ritrovato all’improvviso pieno di energia fisica e creativa così potenti da sfociare quasi nell’ipomania. Ho cominciato a camminare su e giù per il corridoio del mio appartamento, mentre pensieri esuberanti mi attraversavano la mente».  Chissà, è improbabile, se Oliver Sacks ha mai visto una puntata Il trono di spade. Magari proprio quella in cui un maestro d’armi addestra una ragazzina al combattimento, e le spiega che «c’è solo una cosa che possiamo dire alla morte: non oggi».

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Censis, ma che stai a dì? https://minimaetmoralia.it/interviste/censis-ma-che-stai-a-di/ https://minimaetmoralia.it/interviste/censis-ma-che-stai-a-di/#comments Sun, 07 Dec 2014 08:10:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24647 nella foto Giuseppe De Rita, presidente del Censis. di Christian Raimo e jumpinshark Qualcuno ha letto le Considerazioni Generali all’inizio del 48° Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese del Censis? Noi due sì per esempio. Sono quelle dieci paginette che cominciano con un periodo molto depresso e deprimente: “Dopo anni di trepida attesa, la […]

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nella foto Giuseppe De Rita, presidente del Censis.

di Christian Raimo e jumpinshark

Qualcuno ha letto le Considerazioni Generali all’inizio del 48° Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese del Censis?

Noi due sì per esempio. Sono quelle dieci paginette che cominciano con un periodo molto depresso e deprimente:

“Dopo anni di trepida attesa, la ripresa non è arrivata e non è più data come imminente; e quasi si ha il pudore, forse la stanchezza, di continuare a usare un termine ormai consumato nel racconto collettivo.”

E dell’Italia subito dicono che:

“si adagia, con un pizzico di fatalismo, a introiettare un galleggiamento su antiche mediocrità.”

Ci domandiamo come si possa, in apertura di un testo così importante nel nostro discorso pubblico, scrivere queste due frasi riportate. Tanto pretenziose sulla società e l’individuo quanto goffe nel linguaggio, da tema scolastico copiato male da qualche manuale per temi scolastici. Parole che sembrano un orrore premeditato, messe lì apposta per richiamare l’eterno urlo morettiano «ma come parla?»

Qualcuno è andato avanti nella lettura, ha provato a farsi strada tra un «cespuglio di vitalità» e una società «sempre più informe, sghemba addirittura nei suoi pensieri»? Ed è arrivato al punto in cui l’analisi comincia a diventare una specie di profezia religiosa?

“Si tratta solo di richiamare due semplici verità: la prima, banale e kirkegaardiana insieme, è che non è pensabile una ri-presa dello sviluppo senza un’adeguata ri-flessione della base reale su cui operiamo;”

C’è da ri-manere basiti, oppure ci si può chiedere e ri-chiedere perché il disgraziato “richiamare” non ri-meriti il trattino kirkegaardiano.

Ri-troviamo fiducia qualche riga dopo, quando il testo ha finalmente scovato le giuste metafore per rispondere alla domanda: che tipo di società sia quella in cui si stanno compiendo le importanti trasformazione di questi anni?

“Non c’è bisogno di inventarsi nuove metafore interpretative per ribadire una realtà da tempo chiara: siamo una società molto differenziata, molecolare, ad alta soggettività, piena di aspettative e di obiettivi diversi. Altri l’hanno chiamata “società liquida” e la definizione può utilmente essere presa a riferimento di base, specialmente da chi inclina spesso alle metafore idrauliche (si pensi a quanto anche questo Rapporto ha navigato su fenomeni quali il sommerso, il galleggiamento, la mucillagine).”

Stupidi e presuntuosi noi, che non abbiamo compreso subito il termine tecnico galleggiamento? Come la mucillagine. E allora le alghe? E il pattìno, no? E perché discriminare il pedalò? Zygmunt Bauman ha mai parlato della “funzione bagnino” in qualche saggio? Tutto questo liquame ci sommerge.

Stiamo per affogare quando ecco che incontriamo di nuovo l’amichevole cespuglio, a cui possiamo aggrapparci. Questa volta ci sono pure i fili d’erba:

“Al di là delle metafore, siamo comunque una società indistinta e sfuggente: indistinta, perché non è più descrivibile con forme e figure delineate e significative (si pensi al progressivo successo del termine “gente” e alla propensione a parlare di “gentismo”); e sfuggente, perché tutto vaga senza radicamenti, per cui è impensabile un ritorno ai fili d’erba e ai cespugli di sviluppo, fenomeni tipicamente terragni, che hanno cioè bisogno di terra per sorgere e crescere.”

E meno male che il paragrafo iniziava con “al di là delle metafore”… Ma almeno abbiamo capito che la colpa della crisi è la nostra, ci siamo allontanati dai “fenomeni tipicamente terragni”.

Per espiare cerchiamo di comprendere la logica interna del discorso ed ecco che arriva l’illuminazione: siamo all’oroscopo sociologico. Abbiamo fatto i segni d’acqua e di terra, tra un po’ seguiranno quelli d’aria e di fuoco.

Intanto ci viene svelato l’ultimo arcano agricolo.

“La denominazione di questi mondi incomunicanti è semanticamente avventurosa (circuiti, strati, vasi, tubi, bigonce), ma in via di consapevole approssimazione si può avanzare il termine “giare”, a significare contenitori a ricca potenza interna, ma con grandi difficoltà a stabilire significativi rapporti esterni. E facendo un più arrischiato passo in avanti si può definire allora l’attuale realtà italiana come una “società delle sette giare”, dove le dinamiche più significative avvengono all’interno del loro parallelo sobollire, senza processi esterni di scambio e di dialettica.”

Il rapporto del Censis definisce appunto l’Italia il Paese delle Sette Giare (lo sottolinea anche il comunicato stampa). Ci crediamo. Dev’essere proprio così! Perché non c’eravamo arrivati prima? Finalmente una definizione utile! Abbiamo sudato camicie e fatto il giro delle sette chiese nella lettura, ma ora siamo al settimo cielo!

Passa un secondo, e ci guardiamo di nuovo perplessi. Ci chiediamo: sarà mica un riferimento a una vecchia fiaba raccolta da Calvino? O forse, in perfetto tempismo, una variante di un gioco di carte natalizio, tipo spurchiafiletto?. E soprattutto: se si rompe una giara, gli anni di sfortuna sono sempre sette?

Ma basta fare ironia: il Censis istruisce e ammonisce severo. E noi continuiamo pagina dopo pagina, avvinti dal tono da sciagura con cui si ribadisce che l’Italia è al tracollo: una, due, dieci quindici volte. Stiamo veramente male, ci viene detto. Tanto che in alcuni passaggi ci sembra di ascoltare una specie di confessione da sabato notte del nostro amico all’apice della depressione:

“Al destino di essere un mondo che vive di se stesso non sfugge neppure il mondo della gente del quotidiano. È enorme, articolato, liquido, molecolare, di moltitudine, ma non riesce ad avere dinamica: né in avanti, attraverso nuove stagioni di iniziativa e di impegno; né all’indietro, attraverso l’accettazione di un downgrading della composizione sociale.”

E a un tratto pensiamo che forse non siamo noi i lettori a cui è destinato questo accollo – no, scusate, rapporto – ma le generazioni future, umane e non. Questo testo è come quei documenti spediti subito prima di morire dall’ultimo resistente nella navicella spaziale, con la speranza che qualche popolazione aliena nelle estreme galassie lo legga e non commetta gli stessi errori. Oppure è per i nostri bis-bis-nipoti che fra cento anni vorranno comprendere qualcosa dell’Italia? Del perché all’inizio del nuovo millennio questo paese andò in malora, e cercheranno nei vecchi rapporti Censis qualche chiave interpretativa?

A questi sociologi futuri basterà sbirciare due righe scelte a caso, tra vocaboli desueti (“è un giuoco tutt’interno”), metafore che s’incartano, figure retoriche sballate e profezie apocalitticche condite di termini pseudo-scientifici… Ma se, per rigore o per tigna, vorranno arrivare all’ultima pagina, finiranno come noi, stremati dalla lettura, e forse decideranno che per capirci qualcosa è meglio consultare qualche fondo del caffè o qualche viscera di pollo. E riconosceranno l’amara verità. Altro che mediocre kierkergaardiano galleggiamento: si capiva da come scrivevano, che erano un popolo condannato all’estinzione.

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Social network e critica militante: Antonio Di Grado, un italianista aforista https://minimaetmoralia.it/letteratura/social-network-e-critica-militante-antonio-di-grado/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/social-network-e-critica-militante-antonio-di-grado/#comments Tue, 09 Apr 2013 14:43:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13905 Questo articolo è apparso su Alias/ il manifesto.

Chi voglia tracciare un panorama attendibile della critica letteraria attuale non può assolutamente evitare di fare i conti con i social network, e in particolare con facebook. Non solo perché quasi tutti i principali lit-blog si affidano a questo mezzo, ma anche perché un numero sempre crescente di critici delle più diverse generazioni ha ormai un account su facebook, utilizzato, fra l'atro, per diffondere valutazioni politiche, culturali o più strettamente letterarie. Cosicché, piaccia o meno, facebook è diventato oggi un luogo fondamentale per l’esercizio della critica cosiddetta militante. Tuttavia nessun critico italiano, che io sappia, aveva mai pensato finora di raccogliere in volume i propri "stati", cioè gli scritti frammentari diffusi attraverso il social network in questione. Ecco perché vale senz’altro la pena leggere Chi apre chiude. Dispacci e cimeli arenati nel web (Le Farfalle, pp. 128, € 12) di Antonio Di Grado, italianista di meritato prestigio.

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Questo articolo è apparso su Alias/ il manifesto.

Chi voglia tracciare un panorama attendibile della critica letteraria attuale non può assolutamente evitare di fare i conti con i social network, e in particolare con facebook. Non solo perché quasi tutti i principali lit-blog si affidano a questo mezzo, ma anche perché un numero sempre crescente di critici delle più diverse generazioni ha ormai un account su facebook, utilizzato, fra l’atro, per diffondere valutazioni politiche, culturali o più strettamente letterarie. Cosicché, piaccia o meno, facebook è diventato oggi un luogo fondamentale per l’esercizio della critica cosiddetta militante. Tuttavia nessun critico italiano, che io sappia, aveva mai pensato finora di raccogliere in volume i propri “stati”, cioè gli scritti frammentari diffusi attraverso il social network in questione. Ecco perché vale senz’altro la pena leggere Chi apre chiude. Dispacci e cimeli arenati nel web (Le Farfalle, pp. 128, € 12) di Antonio Di Grado, italianista di meritato prestigio.

«Lo “stato” di facebook (giacché di questo stato, senza maiuscole e senza balzelli, si tratta)», scrive Di Grado, «è quel davanzale da cui ogni giorno ti affacci per dire la tua sul mondo, per imporre a un distratto uditorio il tuo diario in pubblico, per alternare detti e contraddetti, plausi e botte, paradossi e congetture, amenità e proclami». Quanto alla forma, il limitato numero di caratteri disponibili per gli “stati” non è necessariamente uno svantaggio, anzi (laddove non ci si approfitti questo spazio per pontificare) rappresenta uno stimolo «alla concisione, all’affermazione pregnante, al tagliente insinuarsi del dubbio». Il genere letterario a cui lo “stato” si avvicina di più è, infatti, il frammento letterario, nelle su diverse configurazioni possibili: l’aforisma, il motto di spirito, la maxime dei moralisti francesi (oggi un La Rochefoucauld spopolerebbe certamente su facebook, così come su twitter).

Le pagine del libro Antonio Di Grado, infatti, sono spesso illuminate da scintille aforistiche e da battute fulminanti: «La cosa peggiore che può capitare alle domande è la risposta»; «Tolstoi? Un personaggio di Dostoevskij»; «Abolire l’aggettivo “sperimentale”, comoda scappatoia per non spiegare la diversità di una scrittura o di una tecnica artistica. A un mio collega che lo definiva ‘sperimentale’, Stefano D’Arrigo urlò: “Come si permette? Sperimentale io, che mi sono fatto un culo così?”». Per Di Grado, allergico a certa critica aridamente accademica (non pochi sono gli strali destinati all’oscuro gergo veterostrutturalista giustamente considerato obsoleto), ha trovato in facebook un varco per uscire dalla routine di un’università ormai ridottasi a istituzione asfittica e mercificata.

Se Di Grado non è certo il primo a lamentare il declino dell’università italiana (si pensi alle frequenti polemiche mediatiche contro i “baroni”), egli presenta però il problema sotto una luce nuova, rilevando l’ambiguità di chi denuncia i mali di un’istituzione nella quale, nondimeno, ha in varia misura prosperato: «Edipo indaga sulla peste a Tebe e scopre di esserne responsabile. Allo stesso modo andrebbe condotta ogni indagine critica, ogni ricerca: coinvolgendo e mettendo in discussione l’io che indaga. Quanti studiosi e/o docenti universitari lo fanno?».

In ogni caso Di Grado non parla solo di critica, di letteratura o di università, ma affronta anche questioni politiche, storiche, morali e religiose, declinate quasi sempre in chiave personale, con il frequente ricorso a ricordi autobiografici (sotto questo aspetto, Chi apre chiude si potrebbe leggere come un singolare autoritratto letterario). Pur utilizzando e, per molti aspetti, valorizzando un medium come facebook, l’autore non cede alle facili euforie postmoderniste, anzi, come già in passato Luigi Baldacci (che intitolò una sua memorabile raccolta di saggi Ottocento come noi), afferma di appartenere idealmente più al diciannovesimo secolo che al ventesimo o al ventunesimo: «Il mio secolo elettivo? […] L’Ottocento di Leopardi e Baudelaire, di Zola e De Roberto, di Dostoevskij e Kierkegaard. L’Ottocento svilito dal secolo miserabile e sanguinario che lo seguì: Marx tradito dal comunismo, Nietzsche dal nazismo, Garibaldi e Cavour da Mussolini e Berlusconi».

Tra le pagine migliori del libro ci sono certamente quelle di tema religioso. Lontana da ogni chiesa, la religiosità di Antonio Di Grado è alquanto inquieta ed eterodossa (vien da pensare al Guido Morselli di Fede e critica, a lui assai caro): ne emerge uno spregiudicato corpo a corpo con i Vangeli, percorsi «con la fiduciosa attesa d’un lettore di romanzi, pronto a lasciarsi suggestionare, meno a elucubrare o a cavarne oracoli». Cosicché il teologo si confonde con il critico, mentre la dimensione del sacro riemerge tra le maglie della Rete.

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miniTube #4: Ingiustizie cinematografiche https://minimaetmoralia.it/cinema/minitube-4-ingiustizie-cinematografiche/ https://minimaetmoralia.it/cinema/minitube-4-ingiustizie-cinematografiche/#comments Sun, 16 Dec 2012 09:00:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12045 Da molto tempo non mettevo piede in una chiesa. Domenica scorsa ho fatto qualcosa di più, qualcosa che non facevo da molto più tempo: sono andato a messa. Sono entrato nella chiesa dei padri gesuiti a Bergamo, una chiesa piccola fuori dal centro, non lontano dalla stazione. Sono arrivato in largo anticipo, involontariamente, e senza fretta, al termine, me ne sono andato. Poi ho raggiunto il centro, e davanti alle locandine fuori da un cinema lungo via Torquato Tasso ho deciso di assistere all’unica proiezione serale di Jagten (la caccia, tradotto per l’Italia con Il sospetto).

Trovo l’ultimo di Thomas Vinterberg un film grandioso, ai livelli di Festen, che lo ha reso celebre e premiato (Cannes ’98). Il film mi ha scosso, dico fisicamente; accade così quando il tema è quello dell’ingiustizia, se in discussione è la lotta dell’umano contro l’emergere dell’ingens sylva, la barbarie, per affermare il bisogno di civiltà.

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Da molto tempo non mettevo piede in una chiesa. Domenica scorsa ho fatto qualcosa di più, qualcosa che non facevo da molto più tempo: sono andato a messa. Sono entrato nella chiesa dei padri gesuiti a Bergamo, una chiesa piccola fuori dal centro, non lontano dalla stazione. Sono arrivato in largo anticipo, involontariamente, e senza fretta, al termine, me ne sono andato. Poi ho raggiunto il centro, e davanti alle locandine fuori da un cinema lungo via Torquato Tasso ho deciso di assistere all’unica proiezione serale di Jagten (la caccia, tradotto per l’Italia con Il sospetto).

Trovo l’ultimo di Thomas Vinterberg un film grandioso, ai livelli di Festen, che lo ha reso celebre e premiato (Cannes ’98). Il film mi ha scosso, dico fisicamente; accade così quando il tema è quello dell’ingiustizia, se in discussione è la lotta dell’umano contro l’emergere dell’ingens sylva, la barbarie, per affermare il bisogno di civiltà.

Si parla di questo in Jagten, e non a caso cito l’ingens sylva, perché simbolicamente circonda il piccolo centro danese in cui è ambientata la storia. Una foresta ritratta magistralmente da Vinterberg, territorio del mistero naturale e dei cacciatori di cervi, gli uomini del villaggio, che con spaventosa facilità diventano in un istante cacciatori di uomini, di un loro simile (Lucas), condannato senza prove e per una colpa non commessa, giudicato non dalla giustizia di Stato ma da quella naturale, animale: della comunità divenuta branco.

Non riesco a organizzare un discorso su Jagten, ma non posso smettere di pensare a una scena del film, forse anche per via della situazione con cui aprivo questa puntata di miniTube. Si tratta della scena principale, una delle ultime, usata persino come promo del film (motivo per il quale non rischio di rovinare alcuna visione, anzi spero di promuoverla).

È Natale. Lucas, il protagonista, entra nella chiesa gremita per la messa, zoppicante e pestato. Il pastore è in piedi davanti alla comunità, la accoglie con delle parole dedicate alla ricorrenza. Due file di candele accese illuminano i lati del corridoio centrale. Lucas prende posto in uno dei primi banchi sulla fila di destra. Dunque si gira, fissa un altro uomo (Theo) nella fila opposta, il suo principale accusatore-cacciatore, seduto in uno dei banchi retrostanti. Theo si agita, è sconvolto; «lo vedo nel suo viso» dice alla moglie, che domanda: «vedi che cosa?»

Mi è parso di notare nella scena una criptocitazione del «cenno con la testa» di Regina Olsen a Kierkegaard, se non altro per la coincidenza di luogo, gesto e provenienza.

«Il primo giorno di Pasqua, alla funzione del pomeriggio nella Chiesa di Nostra Signora (alla predica di Mynster), “lei” mi fece un cenno con la testa, non so se per pregarmi o per perdonarmi, ma in ogni caso con molto slancio. Io ero seduto in disparte, ma ella mi scoprì: volesse il cielo che non l’avesse fatto! Ecco un anno e mezzo di sofferenze sprecate, tutti i miei sforzi enormi: ella non crede, malgrado tutto, che io sia un impostore, mi conserva ancora fiducia! Attraverso quali prove non le toccherà allora passare. […] Oggi Lunedì fra le 9 e le 10 del mattino ella m’incontra. Io non ho fatto neppure un passo per questo». (S. Kierkegaard, Diario, trad. di C. Fabro, Morcelliana, Brescia 1980 – 19833, t. 3, pp. 79 – 80, n. 888 [IV A 97])

Il finale del film va oltre l’agnizione di cui sopra, si rivela sorprendente ancorché morbido, rispetto ai toni forti che tendono il film in tutta la sua durata, ma non priva lo spettatore di un interrogativo ulteriore e potente. 
E al di là di tutto questo, il finale ha risvegliato in me delle emozioni precise, provate al cinema in altre due occasioni, e uno stesso ordine di pensieri.
 Saltando alle conclusioni: Jagten, Dogville di Lars Von Trier e Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti propongono tre soluzioni differenti al problema dell’ingiustizia (di gruppo) e della vendetta (privata). 
Il primo splendido lungometraggio di Diritti racconta un’ingiustizia non risolvibile per via istituzionale e anche senza vendetta personale:

Dogville racconta l’ingiustizia e la violenza subite nella finzione d’essere inerme, risvegliate per assurdo dall’innocenza, dalla grazia; e una vendetta finale atroce, sterminatrice:

Di Jagten non oso dire molto (è ancora fresco nelle sale italiane), ma non svelerò nulla se scrivo che propone una terza via di soluzione, in certo modo socratica; un saldo senso della giustizia collettiva nei gesti di un singolo, seppure vessato, il quale non ricorre a ritorsioni ma a una lotta disciplinata, personale, contro il gruppo inferocito, l’ingens sylva imperante. Una lotta, però, senza garanzie per una giustizia che sia finale, che ha come risultato una pace soltanto apparente, e non può impedire alla caccia subita (esteriormente) di farsi interiore, interiorizzata, un tormento insopprimibile della psiche.

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