Kingsley Amis Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/kingsley-amis/ un blog di approfondimento culturale Tue, 22 Sep 2015 13:01:56 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Kingsley Amis Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/kingsley-amis/ 32 32 Perché Bianciardi https://minimaetmoralia.it/letteratura/perche-bianciardi/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/perche-bianciardi/#comments Tue, 22 Sep 2015 13:29:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28541 Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

Potremmo iniziare dalla fine, per esempio. Un filmato Rai del 1971 mostra Luciano Bianciardi pochi mesi prima della sua morte a bordo di un tram che gira per le strade milanesi stipato di gente e addobbato di prosciutti e salami appesi al soffitto. È il “tram della cultura”, un’iniziativa dell’amministrazione per celebrare la fine della stagione culturale di quell’anno. Si vedono ragazze vestite alla moda e ragazzi incravattati; sulla vettura ci sono scrittori (Mario Castellaneta, Luciano Bianciardi, Lucio Mastronardi), musicisti e pittori. Fico, no? In un clima festoso e addirittura spensierato, l’intervistatore si rivolge agli illustri ospiti chiedendogli che ne pensano, del tram e di tutto il resto. “È un’idea molto simpatica”, fa Castellaneta. E Mastronardi, il dolente Mastronardi del Maestro di Vigevano: “È bellissimo”, dice, nel sottofondo di una canzone, si direbbe, in dialetto milanese. Invece Bianciardi, il viso gonfio, uno sguardo indecifrabile, scandisce con un dolore che appare totalmente sincero: “Io volevo dire questo... Questa gita in tram conclude una stagione culturale milanese veramente disastrosa”. Avrà continuato a parlare, perché aveva l’aria di voler spiegare tante cose, ma il montaggio si interrompe bruscamente.

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

Potremmo iniziare dalla fine, per esempio. Un filmato Rai del 1971 mostra Luciano Bianciardi pochi mesi prima della sua morte a bordo di un tram che gira per le strade milanesi stipato di gente e addobbato di prosciutti e salami appesi al soffitto. È il “tram della cultura”, un’iniziativa dell’amministrazione per celebrare la fine della stagione culturale di quell’anno. Si vedono ragazze vestite alla moda e ragazzi incravattati; sulla vettura ci sono scrittori (Mario Castellaneta, Luciano Bianciardi, Lucio Mastronardi), musicisti e pittori. Fico, no? In un clima festoso e addirittura spensierato, l’intervistatore si rivolge agli illustri ospiti chiedendogli che ne pensano, del tram e di tutto il resto. “È un’idea molto simpatica”, fa Castellaneta. E Mastronardi, il dolente Mastronardi del Maestro di Vigevano: “È bellissimo”, dice, nel sottofondo di una canzone, si direbbe, in dialetto milanese. Invece Bianciardi, il viso gonfio, uno sguardo indecifrabile, scandisce con un dolore che appare totalmente sincero: “Io volevo dire questo… Questa gita in tram conclude una stagione culturale milanese veramente disastrosa”. Avrà continuato a parlare, perché aveva l’aria di voler spiegare tante cose, ma il montaggio si interrompe bruscamente.

Non è importante sapere come sia realmente andata quella “stagione culturale” del ’71 a Milano. È persino probabile che fosse una di quelle iniziative capaci – vista con gli occhi di noialtri italiani invischiati negli anni dieci del duemila e dintorni – di suscitare oggi rimpianti e un coro di “ooooh com’erano belli quegli anni.” Ma il fatto è che Bianciardi aveva capito tutto. E chi tutto capisce, come ci viene tramandato da sempre, è destinato a essere spesso incompreso, e infelice; esattamente quello che gli accadde. Del resto l’arma del cinismo non gli apparteneva.

Morì solo, Bianciardi, neanche cinquantenne, senza nessuno accanto nell’ospedale che lo accolse, come ricorda Gian Paolo Serino in Luciano Bianciardi, il precario esistenziale, uscito per Clichy pochi mesi fa, e Pino Corrias prima di lui in Vita agra di un anarchico. S’era attaccato alla bottiglia più che mai, dopo aver passato un’esistenza a sfuggire ogni etichetta e alla ricerca di una libertà senza compromessi e tessere di partito, sia come romanziere sia come giornalista – anche se raramente fu un reporter in senso stretto. In alcuni casi (“L’Unità”, ad esempio) l’indipendenza dei suoi pezzi, corrosivi e ritagliati su un’ironia lieve e beffarda gli era costata l’allontanamento, in altri qualche “problema” (si legga: bisticci vis-à-vis) con i borghesucci di cui si prendeva gioco sugli elzeviri che costruiva per i giornali di provincia. Tantissime volte, però, ci aveva preso. Scrisse per “l’Avanti!”, “Belfagor”, “Il mondo”, “L’Automobile”, “Le ore”, “Annabella”, “Il Giorno”, “Playmen”, il “Guerin sportivo” di Gianni Brera e altre riviste ancora. Per il quotidiano socialista lavorò con Carlo Cassola a una serie di inchieste sulle condizioni dei lavoratori della Maremma, lui che era nato a Grosseto, la sua Kansas City.

Ma era il costume la materia in cui eccelleva, riuscendo a carpire i tic verbali e fisici dei suoi contemporanei e a riprodurli su pagina con grande precisione (in uno dei suoi primissimi pezzi, Europeisti, racconta di questi “quattro o cinque professori” che si radunano nel caffè e parlano di varie cose, di come fosse necessaria l’integrazione europea, e di come d’altro canto la nazionale di calcio fosse derelitta, con tutti gli stranieri che s’affacciavano nel campionato, giocatori come Nordhal). Gli stessi costumi di cui poi scrisse occupandosi di critica televisiva e sportiva. Nella sua rubrica Telebianciardi indovinò quello che c’era dietro il fenomeno Mike Buongiorno con netto anticipo su osservatori ben più quotati, difese Enzo Jannacci e altri autori dalla bigotta censura dell’epoca, analizzò finemente la nuova lingua che il mezzo imponeva alla nazione. Sul “Guerin sportivo” tenne invece una delle più belle rubriche di lettere mai apparse su giornale, rispondendo a missive che spesso inventava di sana pianta – Alighiero Noschese che gli chiedeva se “I giocatori giocano con la testa o con le gambe?”, o Paola Pitagora “Se preferisce Bach o Vivaldi”.

Tra articoli di giornale, rubriche e romanzi, ognuno può ritrovare il Bianciardi che preferisce. A me è capitato rileggendo di recente la sua traduzione del Tropico del cancro di Henry Miller. È stupefacente come dietro certe trovate linguistiche – quelle stesse trovate che gli venivano rimproverate dagli inflessibili editor che popolano i suoi romanzi – si possa intravedere la sua personalità, l’aderenza intellettuale e quasi fisica con quello che scriveva Miller – e oltre a Miller, Bianciardi tradusse autori come Bellow, Faulkner, Huxley, Kerouac e Kingsley Amis, Steinbeck e Tennessee Williams. Raramente autore e traduttore hanno finito per coincidere così tanto.

Al suo funerale erano in quattro gatti. Proprio quello che capita nella Vita agra a Enzo, un conoscente della voce narrante, ovvero dello stesso Bianciardi: “Poi rivolse a me gli occhi incattiviti, vivi soltanto di rancore, e mi disse: Tu scrivi, io crepo. Tu parli con gli altri, almeno, voleva dirmi, hai degli amici, anche se non li vuoi né li cerchi. E io, che in trent’anni ho cercato soprattutto di stare col prossimo, invece muoio solo. E al funerale infatti c’erano i parenti di Lodi, quattro malmaritate, io e il fratello alto e grosso […] Il traffico rallentava appena, in quel pezzo di strada da casa sua fino alla chiesona di mattoni, poi ricominciava a correre nel senso rotatorio, una macchina dietro l’altra ma ciascuna per i fatti suoi”.

Ciascuna per i fatti suoi, secondo l’individualismo allevato e consacrato dal boom economico. Quel boom che Bianciardi aveva visto prima nascere e poi rientrare, lasciando alle sue spalle scorie tossiche e un paese antropologicamente mutato, per sempre. Tu sapessi la sorte dei bambini in città, confidò in un’altra intervista, riferendosi all’alienazione metropolitana, soprattutto alla crescente riduzione degli spazi di umanità, ai cortili stretti nel cemento.

In un articolo apparso sull’Avanti nel 1970 Bianciardi offre un piccolo testamento. “Ai giovani quindi, che si apprestano a entrare nella vita moderna, non si può dare altro consiglio: prima di una religione, prima d’una vocazione, prima d’un partito, prima d’un mestiere sceglietevi una funzione; sceglietevela complessa, esclusiva, rara, scavatevici dentro una nicchia, non ne parlate mai con nessuno. E funzionate”. Ed ecco che dalla Milano dei tram e dei palazzoni che sbucavano come funghi e dalle strade polverose della sua Grosseto del dopoguerra la voce di Bianciardi ancora giunge a noi, libera.

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Martin Amis e Julian Barnes: Il falò dell’amicizia https://minimaetmoralia.it/letteratura/amis-barnes-il-falo-amicizia/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/amis-barnes-il-falo-amicizia/#comments Tue, 17 Mar 2015 13:33:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25863 Questo articolo è uscito sul Foglio. (Nella foto, Martin Amis e Julian Barnes. Fonte immagine)

Quando tutte le strade del dolore e del risentimento arrivano a convergere può succedere qualunque cosa: si può abbandonare la donna che forse non si ama più, si può uccidere un’amicizia, oppure si può credere a un’amicizia, nonostante la tempesta, e restarne delusi. Si scrivono biglietti di addio che terminano con una sola parola: vaffanculo. Quel momento, nei giorni e nella letteratura di Martin Amis e di Julian Barnes, amici per la pelle, legati dai romanzi e dalla vita, è stato nel 1995. All’inizio del 1995 era quasi tutto ancora intero: Pat Kavanagh era viva, era bellissima, ed era la più temuta agente letteraria d’Inghilterra, suo marito Julian Barnes, più giovane di lei, l’adorava, e nessuno degli amici che loro ospitavano a cena, dopo che Pat aveva fatto il bagno delle sette e bevuto un bicchiere di vino, aveva l’ardire di chiedere, o peggio di scrivere, che cosa fosse successo davvero pochi anni prima, quando Pat aveva lasciato Julian per Jeanette Winterson, la scrittrice emersa dal nulla con un libro potente, “Non ci sono solo le arance”. Dopo due anni Pat era tornata da Julian e avevano ripreso la loro vita disciplinata, con il tavolo da biliardo e la discesa serale nella enorme cantina per scegliere il vino adatto alle cene. Kingsley Amis, il padre di Martin, sarebbe morto alla fine di quel 1995, e anche Saul Bellow, grande amico e guida, che stava già molto male. Martin aveva lasciato la moglie e si era innamorato, ricambiato, di Isabel Fonseca, aveva figli, aveva bisogno di soldi, aveva un problema maledetto e doloroso con i denti e con i dentisti, e aveva un romanzo pronto, ancora da pubblicare, “L’informazione” (l’incipit di questo romanzo non è dimenticabile: “Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno, poi dicono Niente. Non è niente. Solo un sogno triste”).

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review-amis-barnes_183401cQuesto articolo è uscito sul Foglio. (Nella foto, Martin Amis e Julian Barnes. Fonte immagine)

Quando tutte le strade del dolore e del risentimento arrivano a convergere può succedere qualunque cosa: si può abbandonare la donna che forse non si ama più, si può uccidere un’amicizia, oppure si può credere a un’amicizia, nonostante la tempesta, e restarne delusi. Si scrivono biglietti di addio che terminano con una sola parola: vaffanculo. Quel momento, nei giorni e nella letteratura di Martin Amis e di Julian Barnes, amici per la pelle, legati dai romanzi e dalla vita, è stato nel 1995. All’inizio del 1995 era quasi tutto ancora intero: Pat Kavanagh era viva, era bellissima, ed era la più temuta agente letteraria d’Inghilterra, suo marito Julian Barnes, più giovane di lei, l’adorava, e nessuno degli amici che loro ospitavano a cena, dopo che Pat aveva fatto il bagno delle sette e bevuto un bicchiere di vino, aveva l’ardire di chiedere, o peggio di scrivere, che cosa fosse successo davvero pochi anni prima, quando Pat aveva lasciato Julian per Jeanette Winterson, la scrittrice emersa dal nulla con un libro potente, “Non ci sono solo le arance”. Dopo due anni Pat era tornata da Julian e avevano ripreso la loro vita disciplinata, con il tavolo da biliardo e la discesa serale nella enorme cantina per scegliere il vino adatto alle cene. Kingsley Amis, il padre di Martin, sarebbe morto alla fine di quel 1995, e anche Saul Bellow, grande amico e guida, che stava già molto male. Martin aveva lasciato la moglie e si era innamorato, ricambiato, di Isabel Fonseca, aveva figli, aveva bisogno di soldi, aveva un problema maledetto e doloroso con i denti e con i dentisti, e aveva un romanzo pronto, ancora da pubblicare, “L’informazione” (l’incipit di questo romanzo non è dimenticabile: “Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno, poi dicono Niente. Non è niente. Solo un sogno triste”).

Adesso che Einaudi manda in libreria, nel mese di marzo, le opere prime di questi due scrittori inglesi, “Metroland” (Julian Barnes nel 1980 aveva trentaquattro anni, non era un enfant prodige ma aveva incontrato il prodigio in sua moglie Pat) e “Il dossier Rachel” (Martin Amis nel 1973 ne aveva appena ventiquattro, era ancora “il figlio di Kingsley Amis”, beveva, parlava, seduceva, “amato dalle donne e adorato dagli uomini”, diceva Christopher Hitchens), e poiché è tutto cambiato, nel mondo loro e in quello nostro, nelle loro vite, nell’amicizia che non è mai più tornata giovane e forte, è strano accorgersi, trentacinque anni dopo quell’esordio, che “Metroland” racconta la formazione di due ragazzi inseparabili, che condividono tutto e poi si perdono, e dentro il perdersi c’è la vita vera che arriva e non si accontenta di buone battute, sesso raccontato e discussioni politiche. E’ di nuovo l’incrocio tra verità letteraria e biografica, tra ambizione e realtà, ed è anche l’impossibilità, o comunque il fallimento, di applicare teorie all’esistenza (“Quando muoiono le teorie? E perché? Dite pure quel che vi pare, ma finiscono eccome, e per la maggior parte di noi. E’ un unico avvenimento decisivo a ucciderle? Forse per qualcuno. Ma di solito muoiono d’usura, lentamente e sull’onda delle circostanze”, scrisse Barnes nel 1980 in “Metroland”).

Julian Barnes e Martin Amis lavoravano insieme alla redazione letteraria del New Statesman, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, Amis era il direttore e assunse Barnes come vice, e attorno a loro giravano gli scrittori e i giornalisti, le ragazze, la scorrettezza politica, il vino, Nabokov, Dickens, l’amore per la lingua e la vigilanza sulle parole. Se qualcuno, soprattutto un amico, usava un’espressione banale, o trita, Amis la sottolineava con una smorfia “di quel labbro possente”. Una volta Christopher Hitchens scrisse “risultato non da poco” in un articolo, e Amis gli inviò una copia dell’articolo con sottolineature a matita, e per molto tempo si rifiutò di leggere “1984” di Orwell perché nella prima pagina contiene le parole “lineamenti rudi ma non sgradevoli”. C’era qualcosa di molto supponente e altezzoso nell’atteggiamento di quel manipolo di scrittori verso il resto del mondo, e Jeanette Winterson (la scrittrice che soffiò per qualche tempo la moglie a Barnes, e che per lei scrisse “The passion”) ricorda di un party, nel 1989, in cui Martin Amis (un “Mick Jagger tarchiato”), Ian McEwan e Salman Rushdie se ne stavano seduti su un divano a chiedersi a voce molto alta da dove sarebbe mai arrivata la prossima generazione di grandi scrittori inglesi. “Da come parlavano, era chiaro che non avevano letto neanche una parola di quello che avevo scritto”, ricorda con rabbia Jeanette, che aveva già ottenuto un successo internazionale, premi letterari importanti ma non l’accettazione da quel gruppo superbo (Barnes non era presente, ma certo non avrebbe speso parole di elogio per lei). Martin Amis era il figlio di uno scrittore, Julian Barnes di due insegnanti, Jeanette Winterson era stata adottata da una coppia pentecostale che viveva in campagna e sperava (soprattutto la madre) di farne una missionaria. Amis era quindi il più abituato alla luce data dalle parole scritte, probabilmente era anche il meno adatto a perdere la testa e, come dice in un’intervista alla Paris Review, a “ricercare la posizione fetale dopo una recensione negativa”. Furono anni intensi, in cui Julian Barnes e Martin Amis fecero molte cose insieme, e la moglie di Barnes, Pat, la ragazza che era arrivata a Londra dal Sudafrica per fare l’attrice (aveva baciato Richard Burton in un film) e di cui tutti dicevano: sembra Katharine Hepburn, e anche: è troppo per Julian, diventò l’agente letterario di Martin, legando ancora più strette le vite dei due amici, le loro discussioni, la competizione e inevitabilmente l’invidia. Ma era bello andare insieme in Israele, durante una visita ufficiale di scrittori, nel 1986, e dopo circa mezz’ora di lezione sulla storia del movimento in favore del kibbutz, vedere Martin Amis alzare la mano per dire: “C’è una cosa che vorrei sapere riguardo all’argomento qui esposto e sono certo che si tratta di un argomento di grande interesse anche per il mio collega Julian Barnes: avete un tavolo da ping pong qui?”. Insieme partecipavano anche a quei famosi pranzi del venerdì (che divennero in fretta la leggenda di un nuovo gruppo Bloomsbury), cominciati a metà degli anni Settanta e promossi con naturalezza da Martin Amis: pranzi di poeti, scrittori, caricaturisti, redattori letterari (mai una donna), e molte importanti sentenze sociali e etiche, dopo lunghe riflessioni: “Il colmo della maleducazione è andare a letto con qualcuno meno di tre volte”. Fu una piccola bohème verso cui gli esclusi fantasticavano con rabbia di monopolio editoriale e trame d’establishment, e in cui Julian Barnes, allora emergente, timido e gentile, stava attento a confermarsi brillante, attento, cinico, ma mai travolgente come Amis e mai donnaiolo. Tutti scrivono, parlando di lui, “devotissimo a Pat”. La conobbe a una festa nel 1978 e il giorno dopo le scrisse un biglietto per invitarla a uscire con lui. Dopo diciotto mesi si sposarono e vissero sempre in una grande casa a nord di Londra: una vita ordinata, senza figli, in cui loro due lavoravano alle stesse ore e si fermavano alla stessa ora per il pranzo e un bicchiere di vino. La sera le cene terminavano sempre mezz’ora prima delle undici e il giorno dopo i loro ospiti ricevevano un biglietto di ringraziamento scritto a mano. Molti anni dopo, in “Livelli di vita”, Barnes ha scritto che lei era “il cuore della mia vita; la vita del mio cuore”, e che quando è morta, trent’anni dopo il loro primo incontro, il mondo ha perso il suo colore e lui voleva uccidersi. “Non sopportavo il rumore, né lo spettacolo di tanta placida normalità: altri autobus carichi di persone indifferenti alla morte di mia moglie. Costringevo gli amici a incontrarmi fuori dal teatro per farmi accompagnare al mio posto, come un bambino”.

Era tutto cambiato, fra Barnes e l’amore, fra Barnes e Amis e l’amicizia. I livelli di vita si erano scomposti e niente poteva rimetterli dov’erano prima. Mancavano le persone per aggiustare tutto, non si poteva tornare al proprio posto. Pat, la donna più organizzata del mondo, lasciò alcuni oggetti agli amici più cari. A Jeanette Winterson e a Martin Amis niente. Ma questi eventi lasciano tracce, e Martin Amis in “Esperienza” ha raccontato in parte quel 1995, l’anno in cui aveva da pochi mesi abbandonato la sua agente, Pat Kavanagh, la stupenda moglie del suo amico gentile che nel frattempo era diventato uno scrittore di successo, e l’aveva lasciata perché non era stata capace di trovargli abbastanza soldi. Amis aveva bisogno di cinquecentomila sterline per “L’informazione”. Le pretendeva, per ragioni terribili e vanitose insieme, e molti anni dopo ha detto che era pentito ma che non aveva avuto nessuna possibilità di scegliere e il mondo letterario attorno a lui fu felice di scandalizzarsi, di dare la colpa alla nuova moglie ricca, alla mania di rifarsi i denti, a un nuovo modo di vivere più hollywoodiano che inglese. L’agente con cui Amis tradì Pat (e Barnes) era soprannominato “lo sciacallo” e riuscì, dopo lunghe trattative, a far avere a Amis un contratto da mezzo milione di sterline, proprio all’inizio del 1995, il 12 gennaio. Fu quella la data che Julian Barnes mise sulla lettera che spedì a Martin, e che chiuse con: Vaffanculo. “La mia prima reazione fu un senso di colpa per averlo ridotto a scrivere una cosa tanto brutta. Oltre che screditante. Cristo, pensai: non devo essergli mai piaciuto. La lettera mi portò a mettere in dubbio la sostanza, per non parlare del valore, di quella amicizia che veniva a interrompere”. La lettera di Barnes resterà per sempre copyright di Barnes e non la leggeremo. “L’ultima volta che avevo perso un amico ero ancora un bambino”, scrive Amis, che un anno dopo cercò di riavvicinare Barnes, ricevendone indietro un secco rifiuto articolato, “con elementi che tendevano a confermare la mia sensazione, e cioè che i veri problemi risalissero a episodi di gran lunga precedenti al 1995”. Poteva esserci, in quel brusco addio, il riconoscimento di tratti di sé in uno dei due personaggi raccontati da Amis ne “L’informazione”? (alcuni estratti erano già stati pubblicati da “Granta” nel 1994). Poteva Julian Barnes riconoscersi in Gwyn, il mediocre di successo, figlio di un maestro di scuola, che cercava ossessivamente sui giornali, anche negli annunci immobiliari, il proprio nome? Probabilmente è soltanto un pettegolezzo editoriale utile a eccitare altri scrittori e giornalisti, a evocare somiglianze tra la grande casa di Gwyn a Holland Park e la grande casa di Julian Barnes e Pat Kavanagh, ma quella dicotomia tra il Romanziere di Successo a metà anni Novanta e il Romanziere Indimostrato a metà anni Novanta (il meraviglioso personaggio di Richard), uno che viaggia in classe turistica e l’altro in prima classe mangiando tartine al caviale, è entrata per sempre a far parte della letteratura sull’invidia. Richard piange pensando a Gwyn. Richard desidera la morte di Gwyn. Richard torna a casa e vede sua moglie inginocchiata davanti a Gwyn.

L’informazione è la massa di notizie che cerchiamo e che ci cerca e ci rende folli di invidia per i successi degli altri, avidi di nuove notizie, presagi di fallimento. L’informazione sono le meschinerie. Le informazioni a volte bastano per rovinare le amicizie dalle fondamenta, a poco a poco le rosicchiano, le insidiano e se non sappiamo liberarcene le distruggono per sempre. I giornali hanno scritto che Julian Barnes e Martin Amis si sono ritrovati, molti anni dopo, avendo anche finalmente superato entrambi la crisi di mezz’età, e avendo usato le loro vite, le loro invidie, i dolori e la morte per farne letteratura. Ma Amis scrisse in “Esperienza” (pubblicato nel 2000) che sentiva fra le dita, mentre scriveva del “vaffanculo” di Barnes, “un brivido di avversione”. “E’ stato detto che ho voltato le spalle a un amico e non è vero. Non sono io quello che volta le spalle”. E Julian Barnes, vent’anni prima, raccontando in “Metroland” l’amicizia inglese tra Chris e Toni e la loro scoperta del mondo e il fantasticare sul futuro, concluse così: “Toni, ormai, non lo vedo quasi più”.

 

Julian Barnes
Metroland
Einaudi
Traduzione di Daniela Fargione

Martin Amis
Il Dossier Rachel
Einaudi
Traduzione di Federica Aceto

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Il lungo sguardo di Elizabeth Jane Howard sulla vita a due https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-lungo-sguardo-elizabeth-jane-howard/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-lungo-sguardo-elizabeth-jane-howard/#comments Wed, 02 Jul 2014 05:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21890 Pubblichiamo un articolo di Annalena Benini apparso su Il Foglio ringraziando l'autrice e la testata.

di Annalena Benini

Sua madre, che buttava via tutte le lettere della figlia ma conservava quelle dei fratelli maschi, e che non la mandò a scuola perché non la considerava abbastanza intelligente, le disse due cose soltanto, due insegnamenti per l’età adulta: “Non rifiutare mai tuo marito” e “Quando avrai un bambino, non devi fare rumore”. Non fare rumore per ventiquattr’ore quasi uccise Elizabeth Jane Howard, quando nacque la figlia Nicola e lei aveva vent’anni, sposata con il primo che passava per fuggire dal padre che a quindici anni la baciò alla francese, dalla madre che le ripeteva quanto fosse insignificante, stupida, bruttina (era già una scrittrice importante, premiata, famosa, un suo romanzo era diventato una serie televisiva, quando la madre rispose al fratello che ne lodava la scrittura: “Peccato che Jane non abbia niente da scrivere”).

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Pubblichiamo un articolo di Annalena Benini apparso su Il Foglio ringraziando l’autrice e la testata. (Nella foto: Martin Amis, Elizabeth Jane Howard e Kingsley Amis. Fonte)

di Annalena Benini

Sua madre, che buttava via tutte le lettere della figlia ma conservava quelle dei fratelli maschi, e che non la mandò a scuola perché non la considerava abbastanza intelligente, le disse due cose soltanto, due insegnamenti per l’età adulta: “Non rifiutare mai tuo marito” e “Quando avrai un bambino, non devi fare rumore”. Non fare rumore per ventiquattr’ore quasi uccise Elizabeth Jane Howard, quando nacque la figlia Nicola e lei aveva vent’anni, sposata con il primo che passava per fuggire dal padre che a quindici anni la baciò alla francese, dalla madre che le ripeteva quanto fosse insignificante, stupida, bruttina (era già una scrittrice importante, premiata, famosa, un suo romanzo era diventato una serie televisiva, quando la madre rispose al fratello che ne lodava la scrittura: “Peccato che Jane non abbia niente da scrivere”).

Jane aveva già in mano una storia, la sua storia, e la storia dell’infelicità di sua madre, chiusa dentro un matrimonio che le aveva impedito di diventare una ballerina e aveva annientato tutti i talenti che credeva di avere, con la beffa crudele di venire abbandonata dal marito, poi, per l’amante di vecchia data. Erano storie di silenzi, bugie, tradimenti, di come le persone si adattino a stare in bilico tra potere e dolore. “Se vuoi che le cose vadano bene con una persona, comincia a tenergli nascosto qualcosa”.

Storie di quel misterioso, spesso infelice equilibrio tra ciò che volevamo e ciò che siamo diventati, in un attimo oppure in vent’anni, e di una sola, assoluta verità: non c’è davvero limite a quello che si può provare l’uno per l’altra. L’amore, la paura, l’affetto, il risentimento, l’indifferenza, il desiderio, l’odio, e a volte, dopo molti anni, in matrimoni speciali, un sentimento che contiene tutti questi sentimenti. Kingsley Amis, padre di Martin Amis, morto nel 1995 pieno di rancore verso Jane Howard, aveva giurato di amarla, aveva lasciato la prima moglie, madre dei suoi figli, per lei: fu una storia, e un matrimonio, durato diciotto anni (per lei fu il terzo, per certi versi disastroso, o forse il migliore matrimonio della sua vita, aveva quarant’anni ed era bellissima, “una dea” pensò Martin Amis adolescente quando la vide per la prima volta) ma durò in realtà tutta la vita, nel risentimento di Kingsley, e nelle cose molto cattive che scrisse di Jane Howard, che nel 1980, esasperata e infelice, lo lasciò, con un biglietto consegnato all’avvocato in cui diceva solo: non torno.

Lui era alcolizzato e lei rischiava di diventarlo, lui si alzava dal letto, sbronzo e arrabbiato, e si sedeva a scrivere, non sapeva bollire un uovo, aveva paura del buio, le diceva che era più importante che fosse lui in primo piano, e lei in secondo, una scrittrice per donne magari, una bellissima donna che prepara la cena, il pranzo, che guida l’automobile, invita gli amici nel fine settimana, offre a tutti quella meravigliosa aura bohémienne a una casa di scrittori, e si occupa dei figli di lui (come ha raccontato Martin Amis, la sua “eccezionale matrigna” lo tolse dal torpore dell’adolescenza ficcandogli in mano i libri che non aveva letto: Jane Austen, Charles Dickens, Francis Scott Fitzgerald, Evelyn Waugh, Graham Greene, William Golding).

Kingsley Amis diceva a Jane: “Le cose devono restare così”, e lei diceva: “Perché?”. “Perché io sono più vecchio, più importante e guadagno più soldi”. Anche se aveva comprato lei le case in cui vissero, e quando Jane lasciò Amis, Amis ebbe una crisi tale che la sua prima moglie, con il nuovo compagno, dovette occuparsi di lui giorno e notte, e da allora non volle mai più incontrare Jane (si videro per caso due volte, a un party e in un ristorante, lui obeso per l’alcol, viola in faccia e ancora inferocito, disse: “Ecco mia moglie, quindi io me ne vado”. Lei sentì le ginocchia cedere per il dispiacere.

Ma quando stavano ancora insieme, ed erano a un pranzo in Scozia, Kingsley Amis ubriaco disse a Claudio Abbado che Abbado “non sapeva niente di Mozart”, e Jane si imbarazzò moltissimo). Per avere lasciato Kingsley Amis, per essersi sposata tre volte, per avere raccontato in “The Cazalet Chronicles”, di grande successo anche televisivo, la storia disfunzionale della sua famiglia, per avere avuto molti amanti (tra cui i mariti delle sue migliori amiche), e perfino per avere lasciato sua figlia, a tre anni, alla tata per diventare una scrittrice, per avere posto fine a tutti i suoi matrimoni con la fuga, Elizabeth Jane Howard, morta lo scorso gennaio a 91 anni nella sua casa di campagna, mentre scriveva il suo quindicesimo romanzo, circondata da amici, animali, nipoti e rimpianti, è l’immagine della donna libera (nata nel 1923!), indipendente, di cui gli uomini, incontrandola e corteggiandola, dicevano: “Nessuna donna della sua bellezza è così brava a scrivere”. Nessuna donna della sua bellezza ha uno sguardo così preciso sulla natura umana, così penetrante sull’infelicità, sullo scarto tra quello che diciamo e quello che pensiamo, sui dettagli delle relazioni, sulle trame dei matrimoni.

Una bella ragazza tradisce la propria grettezza dalla “egoistica quantità di sugo” che mette nel piatto, una donna si spazzola i capelli con la testa reclinata sopra il bordo del letto, pietrificata da un dolore che non mostrerà mai, un’altra aspetta, nuda a letto, che il marito vada da lei, e immagina di resistergli, pomeriggio dopo pomeriggio, sconfitta ogni giorno, senza dovere resistere a niente che non sia la somma di tre sentimenti insopportabili: l’amore, il desiderio e l’indifferenza.

Adesso che Fazi ha acquistato i diritti dei romanzi di Elizabeth Jane Howard, ed è appena uscito in libreria “Il lungo sguardo”, pubblicato la prima volta nel 1956 (Jane aveva trentatré anni) che racconta a ritroso la storia e i silenzi di un matrimonio, dal 1950 al 1926, l’anno del primo incontro, quando le speranze erano ancora intere, vorremo avere già letto anche tutti gli altri romanzi, soprattutto l’autobiografia che Martin Amis la incitò a scrivere (“The Cazalet Chronicles”) per capire, attraverso tutte queste vite degli altri, un po’ più della nostra vita. E di quei dettagli, che spiegano il mondo e i matrimoni molto più dei princìpi.

Sostiene il signor Fleming, il marito silenzioso e cinico de “Il lungo sguardo”, padre indifferente, uomo deciso a silenziare il cuore e a lasciare i soldi sul comodino alle amanti, “studioso della discordia”, che nella vita non ci sono leggi fondamentali, contorni netti, verità basilari o princìpi, né per i singoli, né, meno che mai, per la società: c’è soltanto una quantità sterminata di dettagli, infiniti, disparati, e del tutto sconnessi fra loro. Lui che non torna a casa la sera, una figlia che non ha la zavorra intellettuale necessaria a governare il proprio fascino, l’amante che non si sente amata, la moglie che dice: “Tanto so che non ami quella ragazza” al marito a cui tremano le ginocchia dal dolore, e quella sensazione di correre a perdifiato per restare sempre nello stesso posto, che secondo Elizabeth Jane Howard si applica bene alla vita di una moglie (“per tali motivi non esisteva nessun ragionevole presupposto per aspettarsi che un uomo desiderasse continuare a vivere i propri giorni nella sua familiare e sfiorita compagnia”). Antonia, la bella moglie dallo sguardo preciso sul proprio dolore, che dopo vent’anni ama ancora, contro ogni evidenza, quell’equilibrio matrimoniale sopra l’infelicità, sembra Jane.

Tutte le donne sembrano Jane, anche la giovane e speranzosa amante Imogen, anche la figlia Deirdre, donne sofisticate (e di Antonia conosceremo la velocità, l’evoluzione intellettuale e interiore a ritroso negli anni: da una saggezza addolorata, distante, a un’ingenuità scomposta con lampi di ira e di fiducia totale), accomunate da una grande quantità di bellezza e un’altrettanto notevole quantità di vita spaventosa. Tutte le donne sembrano Jane, forse perché Jane, dentro la libertà e il talento, e quegli occhi distanti che penetravano il mondo, aveva uguali quantità di bellezza e di vita spaventosa. “Per motivi che senza dubbio risalgono a un’infanzia triste, Jane aveva un disperato bisogno di affetto. Ma, al tempo stesso, fece sempre scelte spaventose in fatto di uomini – ha scritto alla sua morte Martin Amis – In realtà mio padre, fonte di gioie e di dolori, probabilmente fu il migliore del suo carnet, nettamente al di sopra dell’orribile collezione di ciarlatani, teppisti e mascalzoni”. Li amava per poterne scrivere, scriveva di loro perché li aveva amati, non ha alcuna importanza. “Mi sarebbe piaciuto arrivare alla fine della mia vita sposata a qualcuno che conoscevo da tempo. Sarebbe stato fantastico, ma ho incasinato tutto, è questo che non capisco. Si paga sempre per tutto”.

Si paga per la libertà, si paga per l’assenza di libertà, si paga sempre per tutto, e lo si fa perdendo pezzetti di sé, o abbandonandoli da qualche parte, pensando che un giorno li ritroveremo, li recupereremo. Forse Jane Howard si riferiva a Kingsley Amis, a cui avrebbe voluto stare vicino almeno i giorni prima che morisse, dopo diciotto anni di matrimonio e quindici di nulla, ma lui le fece sapere che non era la benvenuta, di starsene dov’era. Lei disse: “Ho sempre sperato che Kingsley avrebbe dimenticato che l’avevo lasciato. Sempre. La seconda parte, quando è morto, è stata più dolorosa della prima perché non ci poteva più essere una soluzione”. Non si poteva recuperare alcun pezzetto, nessun errore era più cancellabile. Quando è morta stava scrivendo un romanzo intitolato “Errore umano”, dopo avere scritto: “Falling”, “Confusion”, “Mr Wrong”. Le interessavano gli errori, e le persone che li commettono. Le mogli che tacciono. Le figlie che ripetono gli sbagli delle madri. I matrimoni in cui lo sfinimento dell’infelicità si mescola con l’amore, con il desiderio di fuga, con l’orgoglio ferito, e dà vita a una condizione di reciproca indispensabilità e di pensieri circolari.

Elizabeth Jane Howard ha raccontato l’infelicità come se fosse un patto con la vita, una quantità perduta di pienezza necessaria per esistere. E ha raccontato l’impossibilità di capirsi, persino la volontà di non farlo mai, di non colmare il divario. Kingsley Amis una volta scrisse, come racconta il figlio nell’elogio funebre di Jane (che pure di Martin diceva, con amore, che non era un grande romanziere, perché non abbastanza interessato alla natura umana), che molti matrimoni seguono una specie di iter tipico: la moglie considera il marito leggermente troppo maleducato e incivile, e il marito considera la moglie leggermente troppo sofisticata e spocchiosa (“quando lui divenne villano, lei non poté fare a meno di sembrare più spocchiosa. L’infezione proliferò, si estese, e si trasformò in una guerra fredda”). Nelle cene con altre persone, di solito, inciviltà e spocchia a poco a poco crescono ed esplodono insieme, dando vita a momenti di spettacolare imbarazzo.

Ne “Il lungo sguardo”, però, il divario di un matrimonio è costituito dalle speranze infrante di lei, dal tentativo disperato di non annoiare il marito mostrandogli il proprio dolore, e dall’inquietudine di lui verso la moglie, per le cose che un tempo le aveva rivelato di se stesso, per la sensazione fastidiosa che avrebbe potuto amarla di più, e che ce n’era ancora il tempo, che non avrebbe potuto amare che lei (Antonia ha quarantatré anni quando si guarda allo specchio, nel 1950, in mezzo a tazzine di caffè e bicchieri di brandy; brandy a colazione, brandy prima di dormire, caffè per togliere il mal di testa e poi di nuovo whisky a pranzo, dopo lo sherry. E sempre molta dignità, nessuna caduta per le scale, mai volti paonazzi). Ma vivere dentro un matrimonio in crisi è come stare in piedi su due rocce distanti in mezzo al mare, ognuno con in mano l’estremità di una corda, scrive Jane Howard. Uno tira verso di sé, l’altro si sente schiacciato dalla tensione. Oppure si lascia la corda molle, un peso grave nelle mani, e comunicare diventa impossibile.

Forse per questo, perché parlava di natura umana parlando di matrimonio e di amore, la considerarono a lungo una scrittrice femminile, gli editori le offrivano Martini perché “fanno bene alle donne in fase mestruale” e sua madre una volta le disse: “Il tuo primo romanzo è il migliore”, che è come dire a un’attrice che era bravissima nelle recite scolastiche da bambina. Ma attraverso l’amore, di cui Jane Howard era davvero affamata, e che negò a sua figlia per molti anni, lei ha scoperto, e raccontato, le infinite possibilità delle relazioni fra le persone: ebbe storie importanti con i poeti Cecil Day-Lewis e Laurie Lee, mariti delle sue migliori amiche, e divenne madrina delle figlie di ciascuna coppia. “Ho preso solo un po’ di quel piacere così com’è venuto ed è stato meraviglioso, e ci conoscevamo tutti e non c’è stata mai una parola sbagliata. Voglio dire, la gente pensa che sia stato piuttosto scioccante io mi aspettavo che lo fosse ma non ci scioccò, ed eravamo noi le persone dentro quella storia”. E’ stato meraviglioso, e a volte scioccante, come la libertà di amare, di non essere amati, di soffrire ferendo e di venire feriti, di non ammettere mai che si desiderava di più, una piccola cosa in più, meno dignitosa magari, ma più vera. La libertà dolorosa di dire, alla fine: “Sono sola, e non sono felice di esserlo”.

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Il mio nome è Fleming. Ian Fleming https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-mio-nome-e-fleming-ian-fleming/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-mio-nome-e-fleming-ian-fleming/#respond Wed, 23 Oct 2013 14:31:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16003 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Il 15 gennaio del 1952, alle dieci di mattina, dalle parti di Orcabessa, Giamaica, sta per nascere uno dei personaggi destinati a più grande celebrità nell’immaginario popolare contemporaneo ma nessuno può saperlo. Neppure i migliori conoscenti dell’inglese che da sei anni è venuto a vivere lì nei mesi freddi del suo inverno europeo sanno nulla di quel che sta per accadere. E probabilmente non lo sa neppure lui, mentre si aggira come un fantasma accanto alla grande scrivania della villa che si è fatto costruire, dandole un nome che richiama come un sogno o un incubo la sua passione per l’oro: Goldeneye. Fa caldo, il sole è già alto e chi passa nei dintorni potrebbe vedere soltanto una mano sottile che ondeggia dietro le finestre di una grande sala spartana. Tra l’indice e il medio della sinistra penzola un lungo bocchino nero, la cenere cade in terra, le persiane si chiudono. È una specie di penombra quel che cerca l’uomo apparentemente flemmatico e in effetti nervoso.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Il 15 gennaio del 1952, alle dieci di mattina, dalle parti di Orcabessa, Giamaica, sta per nascere uno dei personaggi destinati a più grande celebrità nell’immaginario popolare contemporaneo ma nessuno può saperlo. Neppure i migliori conoscenti dell’inglese che da sei anni è venuto a vivere lì nei mesi freddi del suo inverno europeo sanno nulla di quel che sta per accadere. E probabilmente non lo sa neppure lui, mentre si aggira come un fantasma accanto alla grande scrivania della villa che si è fatto costruire, dandole un nome che richiama come un sogno o un incubo la sua passione per l’oro: Goldeneye. Fa caldo, il sole è già alto e chi passa nei dintorni potrebbe vedere soltanto una mano sottile che ondeggia dietro le finestre di una grande sala spartana. Tra l’indice e il medio della sinistra penzola un lungo bocchino nero, la cenere cade in terra, le persiane si chiudono. È una specie di penombra quel che cerca l’uomo apparentemente flemmatico e in effetti nervoso.

Ha quasi quarantatre anni, è noto per i modi aristocratici, lo sguardo sarcastico e indolente, i movimenti lenti e a volte bruschi, pieni di una sprezzante malinconia. Si siede alla scrivania, osserva a lungo la pagina di carta bianca infilata nel rullo di una elegante macchina da scrivere londinese. Poi le dita cominciano a battere sui tasti. “Fumo, sudore: alle tre del mattino l’odore di un casinò dove si gioca forte è nauseante”. L’atmosfera è definita. Quel che manca è l’uomo, il protagonista, il personaggio cui Ian Fleming ha finto di non pensare per almeno una trentina di anni.

Bisogna risalire molto indietro, infatti. Non ci si può fermare al mattino di Orcabessa e allo slancio che prese la mano dell’uomo che era stato tutto fuorché scrittore. Oggi, passati i sessant’anni da quel giorno a prima vista insignificante, noi sappiamo bene che nella frenesia e nell’oscura agitazione che presero Fleming davanti alla macchina da scrivere non si nascondeva affatto l’assoluta incoscienza di ciò a cui avrebbe dato vita. Senonaltro perché James Bond, l’uomo a cui volle affibbiare una sigla il più possibile anonima ignorando che sarebbe diventata un marchio, era nato assieme a lui, nel 1908, e aveva mosso i primi passi nella sua famiglia, nipote di un ricchissimo banchiere, figlio di un eroico inglese tutto d’un pezzo, fratello di un intelligentissimo e affidabile ragazzo capace di primeggiare ovunque. Era nato assieme a lui, una specie di pecora nera, che avrebbe trovato il modo di riscattarsi con successi su cui nessuno avrebbe scommesso.

La storia oggi è nota. E mentre Adelphi riporta in libreria i romanzi a lungo oscurati dai film (ne sono usciti due, per ora: Casino Royale e Vivi e lascia morire, a cura di Matteo Codignola, traduzioni di M. Bocchiola, F. Santi) noi possiamo ripercorrerla fin dal principio, a partire dai primi passi di un bambino ipercinetico che avrebbe fatto delle debolezze che lo perseguitarono come uno stigma la forza vincente del suo eroe. Quando nacque a Londra il 28 maggio del 1908, Ian era il secondogenito di un uomo cui la ricchezza non bastava per mantenere integra l’immagine di sé da offrire al mondo. Membro del Parlamento, possidente terriero, Valentine ereditava dal padre banchiere, più che altro un’idea del dovere. Morì nella Grande Guerra e Ian, nove anni, ne lesse il necrologio sul Times, firmato da Winston Churchill. Gli ideali di rettitudine, spirito di servizio, coerenza e probità non passarono per osmosi in lui. Forse perché s’impiantarono invece nel fratello Peter mentre su Ian cominciavano a scavare un percorso labirintico e persecutorio. Peter, immediatamente patriarca della famiglia, eccelleva a Eton e a Oxford, Ian invece abbandonava Eton per un “incidente d’amore” e veniva allontanato dall’Accademia militare di Sandhurst, per indisciplina. Sempre e solo “fratello di” e “figlio di”, Ian cominciò a scoprire come le sue debolezze nell’alveo della famiglia Fleming potessero cambiare segno lontano da casa.

La svolta è datata 1927. Il luogo è un paesino austriaco ancora ignoto alle masse: Kitzbühel. Oggi, si è tentati di immaginare le montagne innevate dove le gesta di 007 verranno immortalate in epici inseguimenti tra i boschi. Ma l’ambiente è un altro: una scuola privata. Stavolta, però, tra coetanei assolutamente ignari di ciò che evoca il cognome Fleming, semmai sorpresi e quasi invidiosi per i suoi modi elegantemente cinici, l’attenzione impavida e misogina nei confronti dell’altro sesso, la rudezza mai sopra le righe del suo eloquio. Le contraddizioni, in un ambiente estraneo, suonano come tocchi eccentrici e calibrati ad arte di un ragazzo pieno di cultura e ben educato alle regole del galateo. I mesi passano veloci a Kitzbühel ma bastano a far scoprire a Ian che la sua natura può essere realizzata solo nella più assoluta libertà.

Quel che segue sono mestieri disparati solo all’apparenza, il bagaglio di esperienza e informazioni che andrà a formare il retroterra dell’eroe che sta crescendo dentro Ian Fleming. Le necessità economiche spingono infatti il giovane a rincorrere qualsiasi opzione. La grande eredità che il padre ha lasciato a sua moglie vincolandola a una promessa di fedeltà (ogni lascito andrebbe perso se la madre di Ian dovesse risposarsi – un’ombra di vedovanza per necessità destinata a perseguitare l’intera famiglia) e a cui Ian non può attingere finché la madre è in vita si somma all’eredità del nonno che, scomparso nel 1933, non lascia nulla ai nipoti. Di necessità virtù. Innanzitutto, un impiego come giornalista alla Reuters, dove Ian si distingue in un servizio sui primi processi staliniani. Poi un impiego come broker alla City che gli porta parecchio denaro e anni scanditi da cene eleganti e gioco d’azzardo.

Si comincia a parlare di “Fleming flair”, lo stile aristocratico e corrosivo, distaccato e tuttavia passionale che ormai conosciamo come il segno caratteristico di un uomo che si presenterà “Bond, James Bond”. Ma Fleming si annoia. Non gli basta una bibliomania che lo spinge a collezionare prime edizioni storiche e a dirigere una rivista letteraria di gran pregio. Nel 1939 comincia una vita di azione nei servizi di spionaggio per l’Intelligence della Marina Militare. Durante la guerra, decine di idee strampalate e geniali nascono dalla sua fantasia snob e folle. Braccio destro dell’Ammiraglio Godfrey che si fida ciecamente di un esperto di economia, politica estera, buone maniere, carte e ristoranti, uno che è anche capace di scrivere lettere brillanti e stilisticamente perfette, Fleming incontra personaggi come Hoover, decide le sorti di gruppi speciali, intrattiene e inventa e soprattutto viaggia e viaggiando scopre un’isola paradisiaca: la Giamaica.

Il sogno di fuga, dopo la guerra, comincia a diventare realtà. Tornato al giornalismo, Fleming scandisce l’anno in due parti e i tre mesi di freddo passano lì. Il gioco dura sei anni, finché una delle donne che il suo alter ego 007 saprà bene come trattare, incinta, lo costringe a fermarsi. È allora che l’amore per i libri si trasforma. Le amicizie letterarie che Fleming ha coltivato (su tutti Patrich Fermor, il grande viaggiatore) stanno per diventare amicizie di colleghi. È il 15 gennaio 1952, infatti. La stesura del primo romanzo dura poco. Si conclude il 18 marzo, sei giorni prima del matrimonio. Fleming è sferzante: sostiene di aver scritto il libro per alleggerire la pena dell’incipiente celebrazione. Ma quando Casino Royale esce, in un’edizione di gran pregio che Fleming è riuscito a farsi accordare dall’editore – cuori rossi e finimenti dorati che Adelphi ha rievocato nella nuova edizione –, il carattere di Bond conquista i lettori. Nei successivi dodici anni Fleming scrive incessantemente, producendo un romanzo all’anno, più una manciata di racconti. Tra gli appassionati spiccano scrittori del calibro di Raymond Chandler, Kingsley Amis, Evelyn Waugh e Somerset Maugham. Il percorso di trasformazione da erede scapestrato in uomo si è compiuto. E fa sorridere di amarezza che sia nel momento in cui la madre muore che anche per lui giunge il momento di dire addio.

Quando l’anziana donna si spegne, Fleming ha il corpo appesantito da anni di stravizi che gli hanno già procurato un infarto e esce da un’influenza che si è trasformata in pleurite. I medici lo sconsigliano, gli intimano di restare fermo. Lui non ne vuole sapere. Il 12 agosto, cinquantasei anni, non sopravvive a un attacco cardiaco. Le sue ultime parole sono per gli infermieri dell’autoambulanza: “Mi spiace disturbarvi, ragazzi. Non capisco come abbiate fatto a essere qui tanto in fretta col traffico che congestiona le strade in questi giorni”.

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