Kurt Vonnegut Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/kurt-vonnegut/ un blog di approfondimento culturale Thu, 04 Oct 2018 13:51:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Kurt Vonnegut Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/kurt-vonnegut/ 32 32 Tutto il tempo è il tempo https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tutto-il-tempo-e-il-tempo/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tutto-il-tempo-e-il-tempo/#comments Mon, 08 Oct 2018 06:00:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38184 Prosegue la rubrica a cura di Luca Romano in cui si parla di libri che abbiano almeno tre mesi di vita. In questo caso, un approfondimento de "I vivi e i morti" (minimum fax) di Andrea Gentile è l'occasione per raccontare il tempo in letteratura.

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Prosegue la rubrica a cura di Luca Romano in cui si parla di libri che abbiano almeno tre mesi di vita. In questo caso, l’approfondimento de “I vivi e i morti” (minimum fax) di Andrea Gentile è l’occasione per raccontare l’approccio al tempo in letteratura secondo altri due autori.

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Nel 1907, alcuni anni prima della pubblicazione de À la recherche du temps perdu di Proust, in Francia venne pubblicato un testo di Bergson che forse aprì la questione della percezione del tempo nel ‘900, Bergson infatti ne l’evoluzione creatrice scrisse:

“Se voglio prepararmi un bicchiere d’acqua zuccherata, per quanto possa darmi da fare devo aspettare che lo zucchero si sciolga. È un piccolo fatto ricco di insegnamenti. Il tempo che devo aspettare non è più infatti il tempo matematico che può applicarsi a tutto il corso della storia del mondo materiale, anche se si dispiegasse simultaneamente nello spazio. È un tempo che coincide con la mia impazienza, cioè con una certa porzione di quella che è la mia durata e che non può allungarsi o contrarsi a piacere. Non è più qualcosa di pensato, ma è qualcosa di vissuto. Non è più una relazione, ma è qualcosa di assoluto. “

Con queste parole, e in maniera più ampia e dettagliata con i suoi studi, Bergson pose un problema che prima ancora che in filosofia o negli studi scientifici, venne recepito dalla letteratura. Cosa succede, dunque, se il tempo condiviso non coincide con il tempo percepito?

L’esempio più famoso è sicuramente quello di Proust, ma nel corso del ‘900, sino ad oggi, questa ricerca sul tempo non si è ancora esaurita generando innumerevoli testi dei quali è impossibile tener conto, ma si può seguire una traccia minima per mostrare come ancora oggi la questione sia dirimente e in che modo viene affrontata.

Un passaggio necessario da fare è sicuramente Mattatoio n. 5 nel quale Vonnegut scrisse:

“Benvenuto a bordo, signor Pilgrim” disse l’altoparlante. “Domande?”
Billy si passò la lingua sulle labbra, rifletté un momento e infine chiese: “Perché proprio io?”
“Questa è una tipica domanda da terrestre, signor Pilgrim. Perché proprio lei? Perché proprio noi, allora? Perché qualsiasi cosa? Perché questo momento semplicemente è. Ha mai visto degni insetti sepolti nell’ambra?”
“Sì.” Effettivamente, Billy in ufficio aveva un fermacarte formato da un blocco di ambra levigata con tre coccinelle incastonate.
“Be’, eccoci qua, signor Pilgrim, incastonati nell’ambra di questo momento. Non c’è nessun perché.”
[…]
“Come… come ho fatto ad arrivare qui?”
“Ci vorrebbe un altro terrestre per spiegarglielo. I terrestri sono bravissimi a spiegare le cose, a dire perché questo è strutturato in questo modo, o come si possono provocare o evitare altri eventi. Io sono un tralfamadoriano, e vedo tutto il tempo come lei potrebbe vedere un tratto delle montagne rocciose. Tutto il tempo è tutto il tempo. Non cambia. Non si presta ad avvertimenti o spiegazioni. È, e basta. Lo prenda momento per momento, e vedrà che siamo tutti, come ho detto prima, insetti nell’ambra.”
“Lei ha l’aria di non credere nel libero arbitrio” disse Billy Pilgrim.

Qui Vonnegut prova a costruire un’altra possibilità di tempo, che è un tempo lineare nel quale gli eventi sono così come sono e il problema del libero arbitrio non viene nemmeno posto, semplicemente perché “tutto il tempo è tutto il tempo”. Vonnegut prova, in questo modo, a disinnescare la possibilità che le cose siano ingiustificate, se niente si autodetermina non succede nemmeno che qualcosa avvenga per caso. Quello che è, è in quel determinato modo: e si può scorrere avanti e indietro nel tempo, anche prima e dopo la propria morte, come se alla fine la morte fosse solo una tappa di un percorso di entrata in questo tempo incastonato e statico. Tuttavia Vonnegut non esaurisce la questione, ci sono delle crepe percettive per l’uomo in tutto questo, che lo portano a confrontarsi con la responsabilità delle proprie azioni.

Un altro passaggio interessante sulla questione del tempo lo porta Tahar Ben Jelloun che nel 2001 ne Il libro del buio, racconta la storia di un colpo di stato in Marocco, finito male, per il quale i ribelli vengono imprigionati in celle sotterranee senza la luce per 18 anni. In questo contesto Ben Jelloun porta una visione del tempo, lì dove non c’è più alternanza di giorno e notte. Come si misura il tempo in una prigione sotterranea sempre buia?

“Karim portava il numero 15. Era un tizio grassottello, originario di El Hajeb. […] Era uno che parlava poco, sorrideva ancora meno, ma aveva un’unica ossessione: il tempo. Poteva dire l’ora esatta al minuto, di giorno come di notte. Era quindi indicato per essere il nostro calendario, il nostro orologio, il legame con la vita lasciata dietro di noi o sopra le nostre teste. Se iniziava una conversazione con uno di noi, temeva di perdere il filo del tempo. […] Come se qualcuno avesse premuto un pulsante, l’orologio parlante si metteva in moto: – Siamo nel 1975, è il 14 maggio, sono esattamente le 9 e 36 minuti del mattino.
Proposi ai compagni di non disturbarlo più inutilmente: ci avrebbe detto l’ora tre volte al giorno, giusto perché potessimo orientarci mentalmente nel buco nero e avere l’illusione di poter controllare il tempo.”

Lì dove Bergson ha posto la questione della scissione tra tempo esteriore e tempo interiore, Ben Jelloun utilizza la letteratura per trasferire il tempo esteriore all’interno del tempo interiore. Questa trasposizione però implica nel personaggio creato un appiattimento solo sulla condizione della temporalità, perché Karim smette di parlare con le persone, smette qualsiasi attività, si estranea da sé in funzione di una ritmicità temporale da portare avanti. In questo caso il tempo viene percepito a patto di non esser vissuto.

I due esempi di Vonnegut e di Ben Jelloun, tra i tanti possibili, offrono due chiavi di lettura sul rapporto tra letteratura e tempo. Ovviamente non sono gli unici esempi, però sono estremamente importanti per mostrare la percezione del tempo lineare, come esterno al soggetto che lo esperiesce, e la percezione del tempo lineare interna al soggetto. Cosa succede, invece, se la ciclicità del tempo viene vissuta? C’è una coincidenza del tempo stesso, tra passato, presente e futuro?

In questo senso il libro di Andrea Gentile, I vivi e i morti, mostra una ricerca sulla temporalità che di rado di si è fatta in questi anni in Italia, scrive Andrea Gentile:

“Così la voce parlò.
Non era la prima volta.
Non era l’ultima volta.
Questo sarà il tempo che fu. La nube di polvere cosmica e il ferro e il nichel formarono il nuovo pianeta, poi stratificatosi, nucleo ferroso.”

O ancora:

“Fuori c’era scritto: Professore.
Bussarono. Nessuno aprì.
Bussarono. Aprì un uomo.
«Professore! Che bello rivederla. Sono il giudice Govone. Mi permetta di presentarle i miei sodali».
«Qui non c’è nessun Professore».
«Professore, non si ricorda di me?»
«Certo, lei è il giudice Govone. Quante avventure insieme».
«E allora, Professore? Lei vuole dirmi di non essere il professore».
«Lo fui».
«Ma lei è qui, davanti a noi».
«Non vede che non ci sono? Non vede che sono morto?»”

In entrambi i passaggi si evidenzia questa temporalità non lineare che va a incidere, ovviamente, sulla percezione del tempo dei protagonisti degli eventi raccontati. All’interno de I vivi e i morti si intrecciano le storie di Italia, piccola bambina costretta a uccidere il padre e  quella di Assuntina, bambina dispersa sulle cui tracce si metteranno i genitori e non solo. Il tutto avviene all’interno del paesino di Masserie di Cristo, luogo inventato in un generico sud. Ovviamente all’interno del libro numerosi personaggi si uniscono alle vicende principali, la narrazione procede come un fiume al quale numerosi affluenti giungono sino a modificarne il corso e la forza. Tuttavia c’è un meccanismo innescato da Andrea Gentile che va scardinare tutto: il tempo nel quale avvengono le vicende.

E d’improvviso il passato e il presente, i vivi e i morti, tutto coincide in una presenza costante, il fiume, con il suo scorrere e la sua forza, sembra diventare un lago immenso dalle dimensioni di una goccia d’acqua. Gentile immagina un tempo che si estende, altrimenti sarebbe impossibile la narrazione stessa, ma che nel momento in cui si estende si ritrae contemporaneamente.
In questo modo la temporalità salta e non si presenta né come puramente lineare, né tantomeno come circolare. Cosa ci sta raccontando quindi Andrea Gentile?

Bisogna fare un passo indietro e tornare alle prime pagine del romanzo per capire cosa avviene, che tipo di movimento ci può aiutare a comprendere, scrive Gentile:

“Fare arte è togliere di scena. Il senso del mondo non sta certo nel mondo. Sta fuori dal mondo. proprio come il ragno secerne il filo della ragnatela facendo uscire da se stesso e riassorbendolo in se stesso, così la mente proietta il mondo da sé e di nuovo lo dissolve in se stessa. Impossibilitare gli dei. Il tempo non ha nessun senso.”

Attraverso queste parole Gentile sembra avvertire il lettore che il passaggio attraverso il libro è quasi come un uscire da se stessi per rientrare in se stessi, ma in questo passaggio, nell’atto stesso di fare arte, il tempo non ha senso, e quindi: in che modo si può raccontare il tempo se non modificandolo e plasmandolo a seconda di quello che bisogna raccontare?
Ecco che ancora una volta la letteratura recepisce l’indagine filosofica e la rende ai lettori in forma di finzione. La questione della temporalità contemporanea viene raccontata, fuori contesto, attraverso queste sovrapposizioni di piani, queste coincidenze temporali tra la vita e la morte, tra il prima e il dopo. Esattamente come sta avvenendo da un po’ di anni all’interno dei dibattiti filosofici attraverso quella che alcuni definiscono iperstoria e che ha l’obiettivo di creare categorie attraverso le quali comprendere l’accelerazione del tempo all’interno della quale stiamo vivendo. Accelerazione dovuta ai social, a internet, alle intelligenze artificiali, alla capacità di calcolo dei processori, e a tutte le invenzioni che insieme stanno cambiando il modo di vivere e percepire il tempo.

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Per tutto il tempo che importerà qualcosa: Breece D’J Pancake https://minimaetmoralia.it/letteratura/per-tutto-il-tempo-che-importera-qualcosa-breece-dj-pancake/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/per-tutto-il-tempo-che-importera-qualcosa-breece-dj-pancake/#comments Fri, 08 Apr 2016 13:51:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30481 L'8 aprile 1979 moriva Breece D'J Pancake, autore di un'unica raccolta di racconti molto amata. Lo ricordiamo con un breve ritratto.

«Tutta l’acqua che veniva dalle vecchie montagne scorreva verso ovest. Ma la terra si è sollevata. Mi restano solo il letto del torrente e gli animali di pietra che colleziono. Sbatto le palpebre e respiro. Mio padre è una nuvola color kaki tra i cespugli di canne e Ginny nient’altro che un odore amaro tra i rovi di more, su per il crinale».

Siamo alle (se permettete: bellissime) battute finali di «Trilobiti», il racconto di Breece Dexter John Pancake contenuto nella sua unica raccolta uscita nel 1983, The stories of Breece D’J Pancake – in Italia l’ultima edizione disponibile è stata pubblicata da ISBN e prende il nome dal racconto in questione. Pancake si suicida con un colpo d’arma da fuoco alla testa  l’8 aprile 1979, quando non aveva ancora compiuto ventisette anni. Le circostanze e le motivazioni che lo indussero al suicidio restano controverse. Alcuni suoi conoscenti pensarono che si trattò di un incidente.

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L’8 aprile 1979 moriva Breece D’J Pancake, autore di un’unica raccolta di racconti molto amata. Lo ricordiamo con un breve ritratto.

«Tutta l’acqua che veniva dalle vecchie montagne scorreva verso ovest. Ma la terra si è sollevata. Mi restano solo il letto del torrente e gli animali di pietra che colleziono. Sbatto le palpebre e respiro. Mio padre è una nuvola color kaki tra i cespugli di canne e Ginny nient’altro che un odore amaro tra i rovi di more, su per il crinale».

Siamo alle (se permettete: bellissime) battute finali di «Trilobiti», il racconto di Breece Dexter John Pancake contenuto nella sua unica raccolta uscita nel 1983, The stories of Breece D’J Pancake – in Italia sono stati pubblicati per la prima volta da Isbn, prossimamente saranno nuovamente in libreria per minimum fax con traduzione di Cristiana Mennella e prefazione di Joye Carol Oates. Pancake si suicida con un colpo d’arma da fuoco alla testa  l’8 aprile 1979, quando non aveva ancora compiuto ventisette anni. Le circostanze e le motivazioni che lo indussero al suicidio restano controverse. Alcuni suoi conoscenti pensarono che si trattò di un incidente. Altri, invece, dissero che ripensando a certi suoi messaggi avrebbero potuto leggere in controluce la sua volontà di farla finita. Di sicuro il giovane scrittore non se la passava bene e sul suo umore pesavano due lutti avvenuti a distanza ravvicinata: nel 1976 Pancake perde prima il padre, dipendente del colosso della chimica Union Carbide, e subito dopo uno dei suoi amici più cari.

Morto giovanissimo – per di più a 27 anni, a quell’età che accomuna tutto un gruppo di artisti scomparsi prematuramente – dotato di sicuro talento, il cliché dello scrittore “rock” potrebbe scattare come un riflesso incondizionato. Per fortuna, niente nella sua biografia e soprattutto nelle sue storie, pervase invece da una tensione quasi sacra, un invito al raccoglimento sullo sfondo di (apparentemente) piccole quisquilie domestiche, prende questa direzione.

Pancake visse a Milton, nella Virginia occidentale, studiò letteratura e scrittura creativa all’università dello stato. Siamo nel “Nord del Sud” degli Stati Uniti, tra il Kentucky, l’Ohio e la Pennsylvania. Le sue storie sono pervase dell’atmosfera del luogo, un posto tutto sommato tranquillo che poteva d’altra parte tendere alla desolazione, paesi dove certo non doveva accadere molto, e il richiamo delle dipendenze – quella dall’alcol, ad esempio – si rivelava un rifugio abbastanza scontato. Un’America insomma quantomai lontana dalle grandi metropoli. Potrebbero venire in mente certe atmosfere recentemente rievocate da Roberto Minervini nei suoi film documentari.

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Lì tra i monti Appalachi che dominano la Virginia occidentale Pancake andava a caccia, s’armava di lenza per andare a pesca, o alla ricerca di trilobiti (fossili). Amava il cantautore folk Phil Ochs. Si diploma nel ’74 e quindi insegna per due anni all’Union Military Academy, prima di abbandonare la professione per dedicarsi più seriamente alla scrittura. Comincia a sottoporre le sue storie a editori e riviste. Una prima risposta positiva gli arriva dall’Atlantic, storica rivista culturale americana. Sono interessati a Trilobiti. In fase di lavorazione gli editor del giornale sbagliarono la punteggiatura del nome, abbreviandolo in D’J. Pancake non volle correggere le bozze. Siamo nel 1977 e Trilobiti apparve dunque sull’Atlantic. Il racconto di Breece D’J Pancake piace e stimola l’interesse degli editor di altre riviste letterarie.

Malgrado il discreto successo ottenuto, Pancake non è sereno, perlomeno non sempre. Nel ’76 sono avvenuti i due lutti che lo hanno notevolmente segnato. All’Università poi si sente emarginato, o piuttosto vuole emarginarsi: non è a suo agio con gli altri studenti, d’estrazione sociale differente, e malgrado tutto sommato la sua famiglia non fosse povera, coltiva un certo mito fatto di purezza e autoisolamento. Viveva in una misera stanza alla periferia di Charlottesville, arredata con pochi mobili e tanti libri, e lì leggeva e scriveva i suoi racconti. La notte dell’8 aprile 1979, che fosse per sua volontà (l’ipotesi che resta più probabile) o per un incidente, muore.

«Apro la porta del camioncino, scendo sulla stradina di mattoni. Guardo ancora una volta Company Hill, tutta consumata e logora. Molto tempo fa era davvero scoscesa e stava come un’isola sul fiume Teays. C’è voluto più di un milione di anni per fare questa piccola collina liscia e io ho cercato dappertutto trilobiti. Penso a com’è sempre stata lì e a come ci starà sempre, almeno per tutto il tempo che importerà qualcosa. Quando arriva l’estate, l’aria si fa afosa. Un branco di storni fluttua sopra di me. Sono nato qui e non ho mai voluto andarmene davvero. Ricordo gli occhi di papà morto che mi guardavano». (traduzione di Ivan Tassi)

Questo è l’attacco di «Trilobiti», tutto dolcemente proteso verso la millenaria infelicità degli esseri umani. Natura e uomo, intimità e vaste distese si fondono in un unico abbraccio, non necessariamente piacevole. Sappiamo che esistono il passato (il milione di anni che ha impiegato la collina per diventare liscia) e il presente – l’aria afosa dell’estate, il dolore per la perdita del padre. Decifrare quel “per tutto il tempo che importerà qualcosa” è il vero mistero di queste righe: Pancake sta parlando della sua esperienza del mondo come individuo – oppure le sue parole suggeriscono una dimensione religiosa e trascendente? Una piccola risposta può risiedere nella conversione al cattolicesimo di Breece, intorno ai 23-24 anni – fu in quell’occasione che aggiunse “John” al suo nome. Interpretazioni a parte, tuttavia, resta la bellezza puramente letteraria di un grande incipit.

Fu solo nel 1983, lo stesso anno in cui uscì Cattedrale che 12 suoi racconti vennero riuniti in un’unica raccolta. La cosa sorprendente – sorprendente per il tono dei racconti, notevolmente distanti per ambientazione e “sentire” dalle opere che andavano più per la maggiore in quel periodo – è che il libro ottiene buoni riscontri. Vende 15 mila copie ed è candidato al Pulitzer. «Il marchio», «L’attaccabrighe», «La mia salvezza», «Come dev’essere» sono altre delle storie contenute nella raccolta di Pancake, che coltivava una disciplina assai rigida nella scrittura. Joyce Carol Oates lo paragonò a Ernest Hemingway, personalmente ho intravisto echi della letteratura di Pancake nelle storie di David James Poissant, tra le più interessanti arrivate nell’ultimo periodo dagli Stati Uniti.

Uno dei suoi lettori più entusiasti fu Kurt Vonnegut, che  disse: «Si tratta semplicemente del più grande scrittore, dello scrittore più sincero che io abbia mai letto. Quello che temo è che questo gli abbia dato troppo dolore, non c’è nessun divertimento a essere così bravi. Ma né tu né io lo sapremo mai».

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Quello che Dave Eggers dice nel suo ultimo romanzo https://minimaetmoralia.it/letteratura/quello-che-dave-eggers-dice-nel-suo-ultimo-romanzo/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/quello-che-dave-eggers-dice-nel-suo-ultimo-romanzo/#comments Thu, 19 Nov 2015 06:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29176 «Come ho detto l’altro giorno, se ci fosse una specie di progetto per quelli come me, penso che potremmo davvero fare del bene».
«Stai parlando ancora di quei canali?»
«Un canale, un’astronave. Una colonia sulla luna. Anche solo un ponte. Che ne so. Ma girare in tondo, starsene seduti, mangiare a tavola… non funziona. Abbiamo bisogno di qualcos’altro».
«Che cosa vorresti costruire? Il mondo è già stato costruito».
«E quindi devo andare al passo in un mondo già costruito? È uno scherzo?»
«È lo scherzo in cui vivi».

Siamo alle battute finali dell’ultimo romanzo di Dave Eggers, I vostri padri, dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre?, pubblicato da Mondadori con traduzione di Marco Rossari.

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«Come ho detto l’altro giorno, se ci fosse una specie di progetto per quelli come me, penso che potremmo davvero fare del bene».
«Stai parlando ancora di quei canali?»
«Un canale, un’astronave. Una colonia sulla luna. Anche solo un ponte. Che ne so. Ma girare in tondo, starsene seduti, mangiare a tavola… non funziona. Abbiamo bisogno di qualcos’altro».
«Che cosa vorresti costruire? Il mondo è già stato costruito».
«E quindi devo andare al passo in un mondo già costruito? È uno scherzo?»
«È lo scherzo in cui vivi».

Siamo alle battute finali dell’ultimo romanzo di Dave Eggers, I vostri padri, dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre?, pubblicato da Mondadori con traduzione di Marco Rossari. Un ragazzo americano di 34 anni, Thomas, ha rapito un gruppo di persone, le ha portate in una vecchia base militare che sta andando in rovina, li ha legati a un palo, e li interroga – separatamente, armato di un taser e anche di una certa gentilezza. Ha preso per primo un astronauta, quindi si fa prendere la mano e porta alla base un deputato del Congresso, un suo ex insegnante, e persino la madre, e poi ancora un poliziotto, un’infermiera e una ragazza di cui s’innamora, conosciuta nelle vicinanze della base. Il libro è costruito di soli dialoghi: Thomas è un ragazzo confuso dalla vita e dal mondo, in passato forse ha subito molestie e sicuramente la madre non è stata un buon esempio, e ha deciso di celebrare un grande interrogatorio, in cerca di risposte. La frase del titolo arriva dalla Bibbia. È presa dal profeta Zaccaria, la cui tomba pare sia ad Aleppo, in Siria. “Nel Vecchio Testamento c’è una musica barocca e oscura che ho provato a evocare nel romanzo”, ha detto Eggers in un’intervista.

Una tentazione che avevo era di iniziare scrivendo qualcosa come: dopo qualche libro non riuscitissimo, bentornato Dave Eggers. In realtà è una cavolata, primo perché questa cosa di incasellare i libri secondo le loro uscite è cosa piuttosto fiacca, o debole, e secondo perché Eggers stesso ha spiegato che in realtà I vostri padri… è stato scritto prima del Cerchio, il suo penultimo libro, un romanzo che invece ho trovato parecchio brutto. E questo è anche il momento buono per spiegare che come tanti altri lettori mi sono imbattuto in Eggers all’inizio degli anni zero – solo che il mio primo libro letto è stato Conoscerete la nostra velocità, non il più noto L’opera struggente di un formidabile genio, il romanzo che ancora oggi continuo a ritrovare nelle librerie della gente più insospettabile quando mi metto a curiosare sugli scaffali delle case degli altri. E che da allora l’ho seguito (Eggers) più o meno in tutte le sue uscite, i libri, le riviste. Eggers è tipo un Fratellone mai conosciuto, sai che c’è, e spesso, non sempre, fa cose fiche.

Torniamo agli interrogatori di Thomas. Anche se I vostri padri… è un romanzo con implicazioni politiche e persino spirituali, Eggers non è Dostoevskij e Thomas non ha niente del Grande Inquisitore inventato da Ivan Karamazov. È dotato di una certa intelligenza, ma è soprattutto tremendamente confuso. E le sue domande seguono una loro logica, ma non occorre essere troppo cinici per soppesarne la buona dose di ingenuità.

Ognuno dei rapiti gli deve delle risposte. Prendiamo l’astronauta, per esempio. Il grande sogno della conquista dello spazio è stato l’orizzonte che ha fatto sognare migliaia di americani. Verso l’infinito e oltre, diceva il Buzz Lightyear di Toy Story. (È una singolare coincidenza che anche un altro romanzo americano dell’ultimo anno, Nel mondo a venire di Ben Lerner, riprenda in qualche modo il tema dello spazio, in questo caso nella versione più tragica dell’esplosione del Challenger). Quello che Thomas rinfaccia a Kev, il brillante astronauta della Nasa, è lo smantellamento del sogno rappresentato dal programma Shuttle, e il fatto che anche lui lo ha subito – senza battere ciglio. Avevamo idee ambiziose, volevamo colonizzare la luna, dice Thomas, e adesso ci restano le sfilate e le tristi stazioni spaziali e i robottini sui pianeti.

Al deputato, una personaggio che vira sul paterno, un ex militare combattente in Vietnam, figura con echi vonnegutiani (il dialogo che ho trascritto in apertura avviene tra loro due), Thomas oppone le contraddizioni del sistema politico americano, i soldi che vengono spesi nelle campagne militari anziché nel sistema previdenziale o per migliorare l’istruzione. Ma il punto, oltre queste rivendicazioni, è sempre la ricerca del grande progetto che Thomas vede mancare alla sua generazione. «Sono abbastanza sicuro che sarei venuto su meglio, tutti quelli che conosco sarebbero venuti su meglio, se avessimo preso parte a una lotta universale, a una causa più grande di noi», dice.

Se l’astronauta e il deputato rappresentano le due coordinate delle grandi questioni che tormentano Thomas, la sua indagine più intima, quella che riguarda il suo io interiore, lo porta a sequestrare il suo ex insegnante e soprattutto sua madre. Il primo, messo alle strette, confessa di aver avuto atteggiamenti abbastanza prossimi alla pedofilia. La seconda, pensa Thomas, è né più né meno la responsabile del suo profondo stato di crisi e del suo fallimento come persona. Ma la donna non arretra di un millimetro: nella durezza che le oppone, Thomas si sente ancora una volta incompreso. Legata a un palo, la donna tira fuori un ragionamento che suona così: «Tu vuoi imputare il tuo comportamento a una serie di fattori esterni. Vuoi consegnare la tua vita e le tue scelte e le relative conseguenze a delle forze che stanno al di fuori di te, ma questo è ciò che fanno i vigliacchi. Dare la colpa a tua madre? È tanto facile. Non sei mai stato un mucchio di argilla che io ho modellato».

Ma il punto (il personaggio) in cui il mondo esterno e la dimensione individuale di Thomas s’intrecciano, è rappresentato da Don Banh, un amico morto dopo una sparatoria con la polizia. Per vederci più chiaro, Thomas ha portato alla base uno dei poliziotti che hanno ucciso Dan. La vicenda è stata insabbiata con la complicità dei medici. Nel mettere alle strette il poliziotto, Thomas fa sfoggio della sua logica migliore. È come se la morte ingiusta di un amico (la morte di una persona) –  un evento dalla portata meno vasta rispetto alla teorica colonizzazione della luna e ai programmi di assistenza sanitaria – rappresenti il vero detonatore del risentimento del ragazzo. Ci infiammiamo per questioni politiche e sociali, ma la morte di una persona vicina riesce a sconvolgere più di ogni altra cosa i nostri piani, le nostre intelligenze.

E poi la morte di Don – l’esecuzione di dieci uomini armati contro un ragazzo agitato e poco più, e il successivo insabbiamento – è anche un fatto sociale. È sempre il deputato a spiegare la nuova insidia: «Quello che è successo all’ospedale è una cosa diversa. non è umano. Non è primordiale. Ecco perché non lo capiamo. È una mutazione più recente. Le cose che viviamo tutti, amore e odio e passione, il bisogno di nutrirci e gridare e fare l’amore, queste sono le cose che ogni essere umano ha in comune con gli altri. Ma c’è questa nuova mutazione, questa capacità di frapporsi tra un essere umano e una piccola questione di giustizia, per poi dare la colpa a qualche regola. Magari dire che il modulo è stato compilato in modo sbagliato».

Non so se I vostri padri, dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre? è destinato a diventare un libro decisivo per questi anni, anche se qua e là ha ottenuto buone recensioni. Probabilmente la sua stessa struttura non lo facilita, e ci sono passaggi meno riusciti, e il personaggio della misteriosa ragazza in spiaggia – come è stato notato in altre recensioni – non è propriamente riuscito o ben calato nella storia. Ma c’è la sensazione che Eggers con questo libro abbia detto cose importanti, cose che andavano dette, e che è riuscito a dirle in modo convincente.

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Quanto piace la guerra ai National Book Award https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quanto-piace-la-guerra-ai-national-book-award/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quanto-piace-la-guerra-ai-national-book-award/#comments Mon, 12 Oct 2015 13:00:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28723 di Matteo Bolzonella

Qualche mese fa, quando ho appreso la notizia che il National Book Award 2014 l’aveva vinto una raccolta di racconti sulla guerra in Iraq, sarò sincero, ho avuto paura. Ho avuto paura che il libro in questione potesse avvicinarsi allo spettro del banale,che potesse assomigliare ad un miscuglio ben scritto (si parla sempre e comunque di un vincitore dell’N.B.A.) di cliché alla American Sniper, proseguendo su una tradizione che fa del patriottismo vecchio stile americano e del lato umano del buon soldato statunitense costretto a malincuore ad obbedire agli ordini di superiori spietati, le sue teste d’ariete per far breccia nel cuore dello statunitense medio (e del botteghino medio).Timori del tutto immotivati, legati a sensazioni personali e forse dovuti a un po’ di malizioso pregiudizio, timori che mi hanno fatto rimandare la lettura di Redemployment fino all’uscita della traduzione italiana di Silvia Pareschi uscita per Einaudi lo scorso maggio.

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(fonte immagine)

di Matteo Bolzonella

Qualche mese fa, quando ho appreso la notizia che il National Book Award 2014 l’aveva vinto una raccolta di racconti sulla guerra in Iraq, sarò sincero, ho avuto paura. Ho avuto paura che il libro in questione potesse avvicinarsi allo spettro del banale,che potesse assomigliare ad un miscuglio ben scritto (si parla sempre e comunque di un vincitore dell’N.B.A.) di cliché alla American Sniper, proseguendo su una tradizione che fa del patriottismo vecchio stile americano e del lato umano del buon soldato statunitense costretto a malincuore ad obbedire agli ordini di superiori spietati, le sue teste d’ariete per far breccia nel cuore dello statunitense medio (e del botteghino medio).Timori del tutto immotivati, legati a sensazioni personali e forse dovuti a un po’ di malizioso pregiudizio, timori che mi hanno fatto rimandare la lettura di Redemployment fino all’uscita della traduzione italiana di Silvia Pareschi uscita per Einaudi lo scorso maggio.

Le mie paure si sono rivelate infondate: Fine missione non è privo di luoghi comuni sul soldato americano, sul suo ritorno alla vita civile, sull’Iraq. La differenza la fa la scrittura e la prospettiva di Klay, ex marine: ci sono molte cose che fanno di Fine missione un gran libro, riassunte bene da Davide Coppo in un articolo per Rivista Studio.

Poi, un paio di settimane fa, arriva l’annuncio delle varie longlist dei titoli candidati a diventare i finalisti dell’edizione 2015, e tra quelli della sezione fiction compare Welcome to Braggsville di T. Geronimo Johnson, pubblicato dal colosso Harper Collins. Il libro racconta con ironia di un gruppo di studenti di Berkley che si convince d’inscenare un linciaggio durante una celebrazione commemorativa della Guerra Civile(sponda Confederati) nella cittadina di Braggsville, Alabama, per dare una lezione ai suoi cittadini bigotti.

Certo, la guerra non sarà centrale come nei racconti di Klay, e nelle trame degli altri nove romanzi in longlist l’elemento militare siapraticamente nulla, ma non sono riuscito a non chiedermi quante volte il fattore bellico si sia infilato tra le righe dei romanzi di quello che è il più importante premio letterario americano

L’America e la guerra: una storia di formazione

Quella grande macchina indefinibile che chiamiamo società mediatica ha fatto sì che gli Stati Uniti nell’immaginario collettivo siano sempre e comunque affiancati alla guerra, positivamente o no è relativo: il secondo conflitto mondiale, la Guerra Fredda, il Kuwait, le Guerre del Golfo, l’Iraq, il Vietnam, l’Afghanistan. Il cinema a riguardo ci offre classici visti e rivisti come Cimino, Kubrick, Spielberg, Tarantino e la caterva di nomi e titoli che ancora seguirebbero e che hanno plasmato il subconscio di intere generazioni; nel mondo del fumetto, elemento base dell’educazione sentimentale americana moderna,il fattore-guerra è quasi onnipresente (vedi, su tutti, Watchmen). La letteratura ovviamente non è da meno e mentre leggevo Klay, continuavo a pensare a due nomi in particolare: Vollman e Pynchon, che sapevo vincitori di un’edizione di un National Book Award entrambi con un libro sulla guerra: il primo nel 2005 con Europe Central (Strade Blu, Mondadori) e il secondo nel 1974 con il capolavoro L’arcobaleno della gravità (BUR).  Continuavo a leggere e non facevo altro che pensare: Quanti altri come questi tre? Quante volte un libro sulla guerra ha vinto il primo premio letterario americano? Mi venivano altri nomi in mente – Hemingway e Salinger su tutti – ma non ero sicuro avessero mai vinto almeno un’edizione del premio. Ecco il motivo per cui ho passato quasi un bel po’ di tempo tra biblioteche varie e la scrivania di casa a scrutare rigo per rigo l’albo dei vincitori e dei partecipanti del National Book Award dalla sua fondazione, nel 1950.

Cosa dice l’albo dei vincitori

Sui sessantaquattro romanzi vincitori delle passate edizioni, ne possiamo individuare quattordici con la presenza – strettamente necessaria alla trama – dell’elemento bellico: tradotto, un’edizione su 4,57 ha come vincitore un libro che si può definire “di guerra”. La cosa curiosa è che dodici di questi quattordici romanzi sono stati pubblicati dopo il 1970: se si analizzassero solamente le ultime quarantaquattro edizioni quindi, la media scenderebbe, dicendoci che ogni 3,66 edizioni una l’ha vinta un libro sulla guerra.

La Seconda guerra mondiale domina sugli altri temi/argomenti nei plot presenti nell’albo, con interpreti come Shirley Hazzard (vincitrice nel 2003 con Il grande fuoco), Joyce Carol Oates con Quelli nel 1970, Saul Bellow e il suo sopravvissuto alla Shoah, Mr. Sammler nel 1971, e i già citati Vollmann e Pynchon; il secondo posto va (senza sorprese) alla guerra in Vietnam, con Albero di fumo di Denis Johnson, vincitore nel 2007, Paco’s Story di Larry Heinemann nel 1987 e Inseguendo Cacciato di Tim O’Brien nel 1979. Solo uno di questi “guerreschi quattordici” è ambientato nella guerra civile americana: Ritorno a Cold Mountain di Charles Frazier, da cui è stato tratto l’omonimo film nel 2003. Due invece sono le trame lontane dagli Stati Uniti e le loro guerre: i romanzi storici Notizie dal Paraguay di Lily Tuck, vincitore nel 2004, e Augustus – vincitore nel 1973 ex-aequo con Chimera di John Barth – di John Williams, autore del più noto Stoner. I due libri che hanno vinto il premio prima del 1970 sono Da qui all’eternità di James Jones, nel 1952, e Una favola di William Faulkner, vincitore nel 1955 e primo nella storia a portarsi a casa sia National Book Award che Premio Pulitzer (cosa finora successa solo sette[1] volte e che non si vede dal 1993).

Gli “sconfitti” illustri

A guardare l’albo, gli illustri della letteratura di guerra sembrano abbondare anche tra gli sconfitti. Niente premi per Hemingway o Salinger, solo un paio di candidature: in effetti il National Book Award attuale nasce nel 1950 (da una versione pre-war) e gran parte della produzione di Hemingway è antecedente a quella data, se non per Il vecchio e il mare, che fu uno dei finalisti all’edizione del 1953; Salinger invece ottenne due candidature al premio, nel 1952 con Il giovane Holden e  con Franny e Zooey nel 1962, anno in cui fu candidato (senza risultati) anche il postmoderno Comma 22 di Joseph Heller, classico della letteratura americana e mondiale sulla guerra ma soprattutto contro la guerra, che deve il suo nome al paradosso del Comma 22. Non possiamo dimenticare nemmeno Kurt Vonnegut con Mattatoio n°5, un must tra i romanzi storici moderni, candidato nel 1970 ma sconfitto dal già citato Quelli della Oates.

E quale esempio più raggiungibile di candidato illustre sconfitto se non proprio nell’ultima edizione, che ha visto Fine missione battere Tutta la luce che non vediamo di Anthony Doerr, romanzo storico ambientato nella seconda guerra mondiale, ancora oggi nelle classifiche di vendita americane e vincitore del premio Pulitzer 2015 per la fiction?

Questione di interpretazione (?)

Come interpretare questi dati? Bella domanda. Le guerre hanno fatto la storia americana: la Seconda guerra mondiale li ha resi liberatori ed esportatori di democrazia; durante la Guerra Fredda hanno rappresentato, con l’Unione Sovietica, la prima potenziale minaccia alla sopravvivenza di gran parte dell’umanità; Iraq, Afghanistan, Kuwait e Vietnam hanno fatto sì che nuove generazioni delle società occidentali (tra cui quelle americane) vedessero con occhi diversi quella che era – ed è tutt’ora – la nazione più potente del mondo, almeno militarmente. Ma si può davvero parlare di interpretazione di dati, di data journalism in letteratura? Da un lato è inevitabile, vista la trasparenza di quello che ci dicono: la guerra nella letteratura americana degli ultimi settant’anni c’è, la sua presenza è massiccia, quasi ingombrante, non si può ignorarla. Sarebbe da idioti, d’altro canto, limitare la fortuna e la qualità letteraria degli Stati Uniti esclusivamente al fattore guerra, rischiando pure di avvicinarsi alle posizioni complottiste secondo cui: America = guerrasempreovunque = cattiva.

Forse però la questione non sta tanto sul come interpretare questi dati (o sul come non farlo) che in mano a qualche statistico col pallino per la letteratura (o qualche letterato con il pallino per la statistica) potrebbero diventare quello che sono i dati Istat sulla disoccupazione in mano a politici di opposizione e sindacati. Questi dati non rappresentano che la conferma di un gigantesco dato di fatto: la guerra è in grado – vista la sua influenza sulle società umane – di plasmare la miglior letteratura. Ovunque e da sempre, non solo in America. È sempre stato così, fin da molto prima che Thomas Jefferson, Benjamin Franklin e compagnia firmassero la dichiarazione d’indipendenza: ci basta pensare alla prima grande opera della letteratura occidentale, che racconta la fine di una guerra durata dieci anni, da cui nascono moltissimi cliché della narrativa di guerra, vedi l’addio all’amata, profanazione di cadaveri, diserzione a causa di una donna, il dolore del padre per la perdita del figlio in guerra e così via.

La cultura americana non ha scoperto nulla di nuovo sulla guerra – ha creato nuove prospettive (Pynchon, Heller) –, ma forse ha intuito che premiare e così rendere alla portata di tutti ciò che il mondo occidentale era già abituato a vedere, a leggere e forse sottovalutare, la guerra, avrebbe fatto bene al suo ecosistema culturale e sociale.

Il parere del capostipite

Whitman, in un libro diventato pietra miliare della letteratura militare degli ultimi duecento anni, Giorni rappresentativi, a proposito della guerra di secessione americana – e della guerra in generale –, scrive (riferendosi alla Guerra di Secessione americana):

[…] Una grande letteratura dovrà tuttavia sorgere da quell’era di quattro anni quelle scene – un’era in cui sono compressi secoli di passione nazionale, quadri di prima grandezza, tempeste di vita e di morte – una miniera inesauribile per le storie, il dramma, il romanzo e anche la filosofia dei popoli a venire – invero la vertebra della poesia e dell’arte (e anche del carattere personale) per tutta la futura America – di molto più grandiosa, a mio parere, se affidata a mani capaci, dall’assedio di Troia per Omero o delle guerre con la Francia per Shakespeare.

La guerra di secessione americana è stato il primo (escludendo la Guerra d’indipendenza) evento violento interno a dividere quella faccio fatica a definire l’opinione pubblica di allora delpaese che sarebbe diventato gli Stati Uniti. La crisi spirituale di Whitman nasce in quegli anni proprio a partire da quella guerra e Giorni rappresentativi ne è una trasposizione nuda e cruda e allo stesso tempo poetica.

La guerra dunque rappresenta una «miniera inesauribile per le storie, il dramma, il romanzo e anche la filosofia»[2], e nel ventesimo secolo non c’è nazione che abbia combattuto su tanti fronti come l’America. Che sia anche per questo che la sua letteratura abbia aumentato esponenzialmente il suo valore da due secoli a questa parte?

 

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[1]The stories of John Cheevervinse il Pulitzer nel ’79, e il National Book Award solamente due anni dopo, nella categoria “Miglior libro tascabile”

[2]Da Morte di Abramo Lincoln; in Giorni rappresentativi e altre prose, W. Whitman, p. 700,

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Due caligariani a Venezia https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/due-caligariani-a-venezia/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/due-caligariani-a-venezia/#respond Sat, 26 Sep 2015 05:30:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28555 di Giordano Meacci e Francesca Serafini

Quando mi volto e la trovo - ché ogni volta c’è un momento in cui mi giro e già so che lei è sempre lì, pronta a guardarmi le spalle – Francesca sta sorridendo a Terry Gilliam. Credo di aver detto – sì, l’ho proprio detto – “She is my extra-anagraphic Sister” mentre lei già improvvisava un avvicinamento con inchino a mano tesa verso Gilliam: e Gilliam, molto divertito, replicava immediatamente la stessa coreografia: inchino settecentesco, braccio teso; finché i due si sono incontrati giurandosi, in un angloitaliano di frontiera – siamo pur sempre gente di mare, in questo momento – eterno amore, e rispetto.

E l’immagine che mi sfòlgora davanti, a questo punto, è quella di un’accogliente quadriglia affettiva; potrei passare sotto la loro stretta di mano e accennare una giga: e so per certo che Gilliam e Francesca mi seguirebbero.

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venezia

di Giordano Meacci e Francesca Serafini

Quando mi volto e la trovo – ché ogni volta c’è un momento in cui mi giro e già so che lei è sempre lì, pronta a guardarmi le spalle – Francesca sta sorridendo a Terry Gilliam. Credo di aver detto – sì, l’ho proprio detto – “She is my extra-anagraphic Sister” mentre lei già improvvisava un avvicinamento con inchino a mano tesa verso Gilliam: e Gilliam, molto divertito, replicava immediatamente la stessa coreografia: inchino settecentesco, braccio teso; finché i due si sono incontrati giurandosi, in un angloitaliano di frontiera – siamo pur sempre gente di mare, in questo momento – eterno amore, e rispetto.

E l’immagine che mi sfòlgora davanti, a questo punto, è quella di un’accogliente quadriglia affettiva; potrei passare sotto la loro stretta di mano e accennare una giga: e so per certo che Gilliam e Francesca mi seguirebbero.

Siamo arrivati a Venezia, mi dico. Piazzato a mezzastrada tra la camicia ganza di Terry Gilliam e la borsa con gli omini del biliardino di Francesca. Com’è tutto naturale, mi dico. E non è più nemmeno fatica annotarlo, mi ridico. Nonostante la notizia ferale di qualche istante dopo.

Ci hanno separati.

Quando mi volto e non lo trovo ­– è tipico di Giordano non essere mai presente nei momenti fondamentali della sua vita, come dice lui ­– sono già lì impegnata nell’inchino a Gilliam. Emozionata dal fatto che sia proprio lui il nostro primo incontro, appena scesi dal Riva che ci ha accompagnati al Lido: per l’amore antico per la sua arte (Gilliam, capite?), certo; e il dipiù di un filo rosso che lega, qualche tempo addietro, la prima proiezione di Non essere cattivo in presenza degli attori (chi se li scorda i loro occhi mentre si guardano diffratti sullo schermo?) con il pranzo romano tra Giordano e Gilliam, appunto. È la gioia che prelude alla tragedia (in fondo siamo noi quelli che fanno dire a Viviana, rabbuiata appena dopo un momento di solarità: “me chiedo sempre quanto pò durà”); e la tragedia, ora, è che ci hanno separati. Ci metto un po’ a rendermene conto – penso a uno sbaglio, a un fraintendimento – con lo sguardo di Giordano già smarrito in cerca del mio. Che è quello di chi, come un interprete simultaneo con un cattivo ritorno audio, è costretto dalla diretta a improvvisare: per convincerlo che tutto sommato non si tratta affatto di una tragedia; e nel frattempo me ne convinco anch’io. Mi pare che Saba abbia scritto da qualche parte che chi ama non aiuta. Be’, in questo gruppo che si è riunito intorno a Claudio, si può dire che ci si vuole bene parecchio e proprio per questo, nei giorni immediatamente precedenti la partenza, gli sms con Valerio, con Emanuel; i messaggi vocali di Luca e di Roberta, quelli sempre entusiasti di Alessandro o quelli postdatati di Silvia (lei di solito arriva in coda, ma arriva sempre), hanno avuto su di noi lo stesso effetto delle chicche su Cesare e Vittorio, nella prima parte del film. Siamo tutti survoltati e ci incendiamo a vicenda: per questo, stare lontani, almeno per qualche ora, può essere utile a decantare l’emozione, avendo tutti l’obbligo morale di non crollare davanti ad Adelina (la madre di Claudio). E dunque.

“No. Ma voi siete come i pappagallini”, commenta Pierangela, la cugina di Claudio. Per qualche strano motivo distributivo-organizzativo, a differenza di quel che credevamo, è così, siamo in due alberghi distinti e lontani più o meno un chilometro. Io all’Hotel Helvetia, a cento metri dall’attracco dei motoscafi taxi e dalle partenze dei traghetti; la Sister al Petit Palais, in una via che – scopriremo poi – è l’esatto prolungamento del viale rossotappetato del Festival.

Questa dimensione inseparabile appena travolta – è sempre Pierangela a rilevarlo, con la spietatezza referenziale di chi ha ben capito – mi devasta un po’ più a me. Ché in certe cose – dal corretto uso di una macchinetta per il caffè con cialde all’opinione su una giacca stazzonata o no; dal consiglio sui tempi di risposta a un’email alle rasoiate occamistiche di certe decisioni in sospeso – senza Francesca talvolta mi sento sperso e goffo come Ben Stiller al suo meglio disastroso.

Tant’è. Assia – della GoodFilms – ha già predisposto il taxi verso i lidi lontani del Lido; già in granspolvero di moda Silvia e Roberta sono votate agli appuntamenti del pomeriggio. Il taxi parte e io – forte delle indicazioni di Assia – m’avventuro per il Gran Viale, faccio non più di ottanta, novanta passi e mi fermo davanti al palazzetto rosso che è l’Hotel Helvetia. Le lettere HH insieme m’hanno sempre fatto paura, ma l’albergo sembra accogliente, la facciata che lo apparenta a un qualche gigantesco Lego mitteleuropeo, il vernaccia del tempo diluito dall’acqua di mare. Devo smetterla con tutte le mie digressioni fantasmatiche e con le divagazioni inadeguate. Animo, su. Del resto ho una sola preoccupazione, in questo momento. Quante e quali saranno le pieghe sui vestiti? La valigia speciale che mi ha prestato Fabio – marito di Francesca e parte integrante della sit-com che ci accomuna: lo schema Cunningham più Fonzie, più o meno (o, cosa che mi commuoverebbe se solo venisse confermata dalla Sister, Taxi più Latka) – dovrebbe mantenere i vestiti passabilmente impeccabili per almeno otto nove ore di viaggio.

Il fatto è che io l’ho usata per metterci quel che occorrerebbe per un viaggio di tre persone per dieci giorni; la valigia è pressata all’inverosimile e io sono ossessionato – da una settimana, almeno – dall’idea di offrirmi alla prima del film spiegazzato, e impresentabile; le righe nette e irrimediabili della stropicciatura a segnare come una ferita visibile le ferite vere che – da mesi – fatico a nascondermi; relegandole entro i margini gestibili e infantili di tanti piccoli atti mancati cambiati di segno. Ho anche una cravatta, con me, per la prima volta da anni – e nonostante non sappia fare il nodo, malgrado i trentennali insegnamenti di mio padre – perché voglio evitare qualsiasi sensazione specchiata di inadeguatezza. Del resto, quale altro modo hanno gli esseri umani per distrarsi dalle pieghe inevitabili della morte, se non quello di sottrarsi ai pensieri che li funestano attraverso le accortezze di piccole, insulse tragedie quotidiane? Il fastidio per una spettinatura, per esempio, o il rammarico per una pagina di libro strappata. L’ordine non esiste in natura. C’è solo questo caos cui cerchiamo di rimediare con le leggi fisiche private dei nostri rattoppi quotidiani. Tutto per dimenticare quell’enorme voragine abissale che ci guarda e che alle volte alza gli occhi come a voler ribadire “e lo vieni a dire a me?”

E infine. M’ha già rasserenato Francesca alla partenza. Ci sarà sicuramente una stireria, in albergo. Ci sono sempre. Posso tenere sotto controllo tutto quello che non riguarda la fine di qualcosa o una qualsiasi forma di abbandono, lo so, lo posso fare.

Stanza 202. “No. Purtroppo oggi è domenica non c’è la Signora. E domani è lunedì, posso informarmi ma… Forse può vedere domattina se è aperta la lavanderia in fondo alla strada… Ma…” Con la stessa scettica e ammiccante consapevolezza del cameriere di Straziami ma di baci saziami. Quando al veglione di Carnevale – Nino Manfredi vestito da spagnola con velo e tutto – s’allontana verso la cucina rimuginando “frappe… non so…”

Le due acca di partenza dell’Helvetia si sono trasformate nell’oh di sorpresa che – basta divagazioni, basta! – putacaso condivide la sua forma grafica con l’acronimo di Overlook Hotel. Verso l’ascensore – e ancora tengo a bada il dolore vero che mi assedia concentrandomi sui destini incerti delle stoffe – mi accorgo di Malika Ayane, un vestito rosso, sdraiata a terra a favore di fotografo; proprio nell’anticamera davanti alla reception (dietro di me) che porta al ristorante. Almeno credo che sia Malika Ayane: ma m’imbarazza troppo fissarmi sul set fotografico. Per cui resta alla periferia dell’occhio sinistro un’immagine spampanata di quella che potrebbe essere Malika Ayane.

(Tra l’altro il giorno dopo, il 7 settembre, giorno di fuoco delle conferenze e della prima, Francesca ritrova a colazione Malika Ayane al Petit Palais; aumentando il mio senso di disagio interpretativo del reale).

Tre minuti dopo l’arrivo – le finestre spalancate come da rito, la consapevolezza che il bagno è lungo quanto il corridoio su cui scorrazzava Danny sulla sua automobilina rossa – i vestiti sono già sapientemente divisi tra l’armadio e il letto in più. Faccio finta di non vederla per non darle soddisfazione, ma una qualche incerta piega sulla falda della giacca nera – a destra, in basso – c’è. Ma ho appena fatto a pugni con i demoni; so perfettamente chi rincorre cosa nelle stanze buie dell’es: così il mio nevrotico super-io m’impone la serenità. E la certezza che, dopo una nottata appesa, la giacca riprenderà la forma che deve avere per Claudio.

Il ridicolo cellulare a carbone che ancora non ho avuto il coraggio telematico di convertire in smartphone squilla con il suo ding-ding irritante e inconfondibile. È mia Sorella. “Non trovano la prenotazione”. Poi, dieci quindici secondi dopo, ancora inebetito dalle proposte operative da scriverle o telefonarle, “sono quasi in preda al panico”, l’sms. Provo a telefonare, scatta la segreteria. Un altro mezzo minuto di sguardo assorto sul mare di sguincio (a sinistra dell’affaccio); poi sulla chiesa, sull’edicola. Un altro ding-ding. “Risolto”.

Siamo invincibili. Anche separati. Anche lontani un chilometro e mezzo di Lido.

Questa Venezia è per Claudio. È un momento magico in cui le giacche nere si stirano da sole e le prenotazioni riappaiono, come bigliettini della fortuna appena sfornati con già dentro l’augurio di serenità che hai sempre sperato. ”Daje SorMaè”, ci dev’essere scritto sul registro del Petit Palais.

Lo vediamo solo noi, ma c’è scritto.

Mentre ancora mi chiedo perché – quale valore significativo assumeva in me la scelta prima della partenza – perché mi sono portato per la tregiorni veneziana non solo il solito Vonnegut da viaggio (Dio la benedica Mr Rosewater, in questo caso) ma anche uno dei volumi del Teatro di Shakespeare (La tempesta è la prima pièce raccolta; ma forse il rimando inconscio è ai Due gentiluomini di Verona); mentre mi accorgo che, nonostante tutte le camicie che sono riuscito a costringere nella borsa fabiesca, per la serata indosserò sotto la giacca una maglietta nera a maniche lunghe, Francesca mi telefona per dirmi che sta per arrivare Alessio Romano. Un’intervista.

A differenza di Giordano, io, l’ossessione per le spiegazzature non ce l’ho. Ho risolto il problema portando con me una valigia lunga quanto il vestito per la proiezione – che quindi può restare disteso e intonso come me l’ha consegnato la stireria: di Roma – che diventa subito il primo tormentone del viaggio. Tutti immediatamente indotti a prendersene gioco (“hai capito che stiamo solo tre giorni, sì?” “ah, ti piace viaggiare leggera…” e altre variazioni sul tema). Ma io mi limito ad annuire, consapevole della rivincita che mi prenderò alla proiezione quando loro saranno tutti spiegazzati e io no. Io, però, ho il problema dei tacchi. Non sono capace a camminarci e sono terrorizzata dall’idea di finire lunga sotto lo scatto impietoso di qualche fotografo sul tappeto rosso (indipendetemente dalla notorietà: chiunque cade fa ridere, c’è poco da dibattere). E mi imbarazza il pensiero dell’ondeggiare indeciso a cui mi costringerò per evitare la circostanza. Ma è così rassicurante concentrarmi su quello, già pronta a barattare con un qualche fato una condanna ai tacchi, purché a vita: solo che i fati non ci sono mai quando devono raccogliere i nostri slanci.

E infatti, lungo la strada che mi condurrà all’albergo, sono sui miei sandali rasoterra. Sulla discesetta che porta all’entrata, incrocio Paolo Mereghetti: d’impulso sfoglio a memoria il firmamento dei suoi dizionari sforzandomi di ricordare quante stelle ha riconosciuto agli altri film di Claudio, giusto per assumere l’atteggiamento giusto quando i nostri sguardi, nello spazio angusto della discesa, inevitabilmente si incontreranno. Ma la memoria mi assiste andando a nero e io passo spedita con espressione neutra. Che appena qualche istante dopo diventa interdetta, precipitando rovinosamente nello sconcerto quando scopro che non c’è nessuna prenotazione a nome mio. Il resto lo sapete già, compreso il fatto che, quando tutto si risolve, c’è Alessio Romano che mi aspetta per l’intervista. Ci raggiungerà anche Giordano, presumibilmente in taxi, appena riuscirò a comunicargli, dopo un trasloco e l’altro, dove potremo chiacchierare tranquilli senza l’imminenza di un nuovo evento, come li chiamano con accezione moderna e pedestre: se solo imponessimo alla vita una maggiore aderenza all’etimologia quante frustrazioni ci verrebbero risparmiate? E come saremmo tutti protagonisti, sempre, di ogni cosa che accade, mentre accade, dentro o accanto l’evento piccolo o grande di qualcun altro. Ma tant’è.

Dopo venticinque minuti di attesa del taxi davanti all’Helvetia (il portiere ha telefonato tre volte: la terza volta che sono rientrato per chiedere informazioni s’è proprio messo a ridere: “come non è arrivato?… … Prenda il bus”; lasciandomi sconcertato e divertito, in quest’ordine); dopo il quarto scambio di sms con Francesca e Alessio (tre cambi di indirizzo, s’è detto; pare che ogni volta che si siedono da qualche parte il luogo – il Grand Hotel, una piazza – diventino improvvisamente il set di qualche altra attività festivaliera. L’ultimo messaggio mi segnala “l’edificio bianco e basso proprio davanti al red carpet”). All’ennesimo falso allarme di una macchina bianca che poteva sembrare un taxi ma non lo era, mi decido e voto per la camminata.

“Mi scusi quanto dista la mostra da qui?”, le indicazioni stradali del passante che ho scelto come guida non sono né preoccupate né vaghe. Capisco che sono a una ventina di minuti a piedi dalla Sister e da Alessio.

Di Alessio Romano abbiamo sentito parlare la prima volta nel 2005, quando esordì con Paradise for All; un romanzo in cui – ancora studente Holden – trasformava Sandro Veronesi nel cattivo di un thriller romanzesco. E – almeno io – l’abbiamo incontrato di persona quasi dieci anni dopo. Proprio alla festa per l’uscita di Terre rare. Non si può dire che Veronesi sia uno che porta rancore, evidentemente.

Quando svolto a destra per il Lungomare Guglielmo Marconi – ma quasi tutti noi qui a Venezia, per tre giorni, ci impunteremo sempre, di primo acchito, riferendoci pavlovianamente ai lungotevere, prima che ai lungomare; vizio di forma e ritrosìa entropica della nostra appartenenza romana – camminando sotto la protezione salina delle piante che presiedono il vialone, mi appare scisso in due l’emblema del Lido così come l’ho sempre immaginato. Alla mia sinistra, il vociare dei camminanti svagati che si trasforma in brusìo d’accompagnamento alle onde: e poi il mare di Venezia; la luce che piano piano si appoggia sull’orizzonte appena sopra la linea assiepata degli stabilimenti dandogli una consistenza pastosa, e annoiata; la cartolina dell’Adriatico che si stèmpera in un fuoco fatuo di abitudini che non mi appartengono ma che sono lì, inequivocabili, tracce di vita che dai secoli degli approdi si sono inseguite fino a questo pomeriggio domenicale di settembre. E alla mia destra, le lamiere a mascherare lo stato dei lavori, la decadenza austera della sua ultima fine, l’Hotel des Bains. Dal 2010 al lavoro per trasformarsi in una serie di appartamenti delle Residenze des Bains. L’Hotel s’affaccia sulla maschera in movimento del Lido con tutto il suo portato cinematografico e letterario. Gustav von Aschenbach che s’impaglietta e trova la morte sotto gli ombrelloni perduti della giovinezza; Thomas Mann che passeggia agli Alberoni fischiettando la marcia funebre di Mahler. L’Hotel stesso che cede la sua compassione liberty alle pretese marcite dei suoi sotterranei, la sabbia e il mare che ne prendono possesso protestando per una prenotazione non registrata.

Se solo le cose potessero raccontare in una forma differente da quella, spettrale, della loro presenza silenziosa, quanto peggio sarebbe per la nostra immaginazione in movimento.

“Dove sei?” mi chiedono al telefono. “Sul lungotevere Marconi”, sì. Ma non so stabilire quanto manca alla struttura bianca e bassa che mi aspetta.

Finché, finalmente, non scorgo la piazza del Festival, i festoni rossi all’entrata della Sala Grande, il Palazzo, la folla, l’edificio bianco sulla sinistra. Ma ecco che mentre sto per superare le transenne che decidono il passo per le auto, vedo anche Alessandro e così ritrovarci e salutarci in un abbraccio è un tutt’uno emozionato.

E qui, devo fare una confessione ad Alessandro. Causa astigmatismo e conseguente latitanza primaria della messa a fuoco, già da lontano – i sette, dieci metri dell’agnizione – sono stato sicuro di vedere accanto a lui Roberta, la sua compagna. Sicché, alla fine dell’abbraccio (“sto andando da Francesca”, “Luca è arrivato”, “stasera”, “dopo”), mi proseguo espansivo verso di lei. Ed è solo quando ormai sono lanciato, quando il movimento inerziale dell’abbraccio nuovo è impossibile da frenare, che mi accorgo – il cartellino al collo, l’espressione sbigottita – che non si tratta di Roberta, ma di una ragazza che ha solo una vaga rassomiglianza con lei: è della distribuzione, sta accompagnando Alessandro in giro per le attività di rito. Ma eccomi ormai abbracciante, e sorridente, mentre lei fa in tempo a dire “ma noi non ci conosciamo” e io a minimizzare, festoso, per tutti e due.

Ora, in fila per due spritz e un martini – ho appena trovato Francesca e Alessio a un tavolo sulla terrazza, la spiaggia e il lungomare che rilùcono della luce leggera di un tramonto ormai prossimo che però non li riguarda – mi rendo conto delle attività lidensi. Una sorta di frenesìa ronzante che si distribuisce da un gruppo all’altro – i pass esibiti come la strenua appartenenza a un branco specifico, o a una tribù privilegiata – al passo cadenzato degli alcolici che si scambiano.

Tornando al tavolo – tre bicchieri in due mani: con l’alcol si manifesta il mio istinto paterno e protettivo più intimo e profondo – mi accorgo, anche, ancora una volta, dello shining rasserenante che attornia mia Sorella e da lei si dipàna, come lo scudo protettivo di Sue Storm ma rivolto all’esterno. In questo paragone io dovrei essere suo fratello Johnny, quel testone della Torcia Umana perennemente alla ricerca di una Crystal di cui innamorarsi prima che s’appalèsi il Quicksilver di turno. L’intervista comincia e noi cominciamo a parlare di Claudio.

Alla fine c’è sempre un momento in cui il rammarico per i tre film di Claudio Caligari che avrebbero potuto – avrebbero dovuto – essere di più si affaccia alle soglie dell’attenzione; con un misto di rabbia e di emotività in fuga che, ogni volta, si tinge dello scarlatto indignato per un’ingiustizia ormai irrisolvibile. Però, ci diciamo con Francesca. È tutto vero.

Ma è anche vero che Claudio è uno di quei maestri di cinema per cui qualsiasi numero di film sarebbe stato comunque poco. Qual è il numero giusto di film di Kubrick? O di Fellini, di Pasolini; di Welles?

Ci sono artisti che ci lasciano sempre, comunque, con la voglia di vederne ancora, e ancora una volta. E se è vero che ci mancano tutti i film scritti e pensati da Claudio Caligari in questi trentadue anni tra Amore tossico e Non essere cattivo è anche vero che sono pochi, davvero pochi, gli artisti che possono dire di avere lasciato un segno inconfondibile, e duraturo, nell’arte che hanno tracciato con la scia luminosa e ruvida del loro passaggio. Quale che sia il numero che li prevede.

E allora con Giordano continuiamo ad avvicendarci nelle risposte – ogni tanto interrotti da incontri previsti o casuali: Giovanna Koch, che subito ci abbraccia; e Gino Ventriglia: lo sguardo perso di chi non ricordava affatto di aver curato con me anni fa I tre usi del coltello di Mamet, nella giostra rutilante degli eventi – e, al mio turno, racconto ad Alessio l’ultima delle metafore che mi ha attraversato la testa per parlare di Claudio (ne abbiamo forgiate di tutti i tipi, in questi mesi: una lunga teoria di slittamenti figurati per circuire il demone, che Valerio in conferenza stampa, poi, trasformerà in un tormentone esilarante): quella dell’agave, nella fattispecie. E mentre parlo, nella battaglia senza posa per contrastare le lacrime, sposto lo sguardo verso il mare e non trovo il sole. La luce è quella del tramonto, s’è già detto, ma il sole non c’è. Un’infanzia a passare estati davanti al Tirreno: e poi di colpo proiettata in un emisfero parallelo in cui alla bellezza manca il suo centro. Proprio come a NEC (così lo chiamava Claudio), mi dico: qui, a Venezia, senza chi se l’è inventato.

La sera, alla “Favorita”, dopo un’ora di girellamenti intorno al Petit Palais in attesa di Francesca, si apre con gli arrivi. Maurizio, poi Simone; Paolo, Simone, Laura, Moira. E poi Luca e Alessandro e le loro compagne, Alissa e Roberta; e Silvia e Roberta, e Manuela di «Fosforo» – l’ufficio stampa del film. E qui abbracci e fotografie e un’emozione diffusa nemmeno fossimo in gita: ché poi è questa l’aria che si respira. Con tanto di crocchi in attesa davanti all’entrata del ristorante, parlottare sparso e racconti di venezie andate. Perché c’è sempre una qualchevenezia trascorsa per ognuno di noi. Nel mio caso, il primo amore. Proprio in gita. Nell’aprile del 1989, secoli fa. Nel caso della Sister, anche. Con l’unica differenza che il suo primo amore – Fabio – è anche l’amore che ancora c’è, sfidando le mattane della vita con il suo cabotaggio di lunghissimo corso. Un record anche per gli standard dell’epoca delle Brontë e di Jane Austen; non solo per noi.

Quando Valerio arriva – Francesca che m’ha appena fatto, nell’ordine: una fotografia che terrò cara per sempre e tre foto fuorifuoco com’è nella classicità della nostra storia privata – gli universi s’incontrano uno nell’altro. Come in una delle primescene di Non essere cattivo, Valerio mi chiede la giacca. Deve andare a una proiezione, alle dieci – il tempo di salutare tutti e di brindare al volo – e io gliela passo volentieri. Ma gli sta troppo larga – un colpo non dappoco inferto alle mie illusioni di dimagrimento tardoestivo – e la giacca torna indietro. Un saluto alla maniera di Cesare, mi pare. Che, sottoforma di Luca, è a dieci metri da noi.

Arrivano Pierangela; e Adelina. La Signora del Lido.

Quando, nel centro esatto del Salone, Valerio e Adelina si abbracciano e l’emozione ferma le parole e la voce di tutt’e due, e Valerio chiede – perfavore, chiede – ad Adelina di provare a tenerci su per almeno altre ventiquattr’ore, e la voce rotta e emozionata di lei si nasconde tra le spalle di lui e “ma io sto ridendo” appare cristallina, e perfetta, nella maschera asburgica del carattere meraviglioso di lei, Valerio fa quello che poi ha fatto e farà per tutta la trasferta veneziana. Sdrammatizza. “E ‘ssenti che risate”, il suo commento. Mentre la sala s’inonda di luce.

Allo stesso tavolo con noi ci sono due tipi differenti di patologie divise per tre persone. Un’allergia ai crostacei (Leonardo, l’agente di Roberta); e due – più o meno – forti intolleranze al latte e derivati che costringe Luca e me a rimandare indietro, con grande tristezza, dei ravioli talmente intrisi di formaggio da farci rischiare un’improvvisazione a tema sul modello di Pulp fiction – con choc anafilattico e tutto. Con il dipiù che se Luca è un attore assoluto io sono un pessimo attore, evidentemente. E per ovvi motivi di casting ci fosse stato da sacrificare qualcuno nella scena dello choc – be’, la scelta sarebbe stata evidente e automatica.

Ci dev’essere una qualche Nemesi minore e scherzosa che si prende gioco delle referenzialità trite della vita, probabilmente. Perché un momento di panico allergologico si diffonde davvero nella tavolata. Alla fine della cena; quando un cameriere – forse a ragione stressato dal continuo di precisazioni e riorganizzazioni del pasto causa intolleranze e allergie – rovescia un bricco di latte bollente sul braccio e sui jeans di Luca. Con Alessandro – ancora una volta gli universi s’intrecciano, l’amicizia fraterna ch’è nata realmente tra loro tràcima fuori dalle maglie del film e deflàgra, limpida, nel cuore del salone – che scoppia a ridere. Semplicemente: ride. Con le lacrime giuste e immediate dei fratelli. Le stesse che poco più di trentasei ore dopo ho visto negli occhi di mia Sorella, sul treno che ci riportava a Roma – i tavolinetti pieni delle cronache del giorno prima, il nome Claudio che risplendeva dai righi degli articoli con lo stesso rigore con cui lui aveva tenuto il set per mesi – quando un sobbalzo del frecciargento mi ha infradiciato di birra aromatica. Costringendomi per tutto il tratto tra Padova e Roma a ribadire, di tanto in tanto e per evitare il giudizio dei passeggeri di turno, che l’odore stantìo di muffa e luppolo che promanava da me era frutto della mancanza di riguardo del Caso; non di una precisa volontà di puzzare.

La prima sera a Venezia si chiude alle due e mezza, a giornonuovo già cominciato. Siamo con Chiara al chioschetto numero 2 (se si viene dall’imbocco del Lungotevere Marconi dal GranViale dell’Helvetia) o numero 1 (se invece si parte dal cuorerosso del Festival).

Aspettiamo Nicola, di ritorno dalla Versiliana. Ha appena concluso una duegiorni Bologna-Toscana che lo sta riportando proprio ora alla Mostra. Gli ultimi messaggi ce lo fanno immaginare controvento sul traghetto, dalla Stazione al Lido, lo sguardo fiero dei viaggiatori conradiani – sono dodici mesi esatti, ormai, che il suo viaggio in giro per l’Italia (e non solo) lo porta in tour tra alberghi e rassegne, librerie e festival letterari – le allucinazioni di qualche raggioverde notturno che il mare di Venezia riassorbe nella Laguna.

Il tasso alcolico di mia Sorella e mio – un luogo comune che si conferma nell’esperienza – quando Nicola arriva è già alto. E però questo non ci preclude di accomiatarci dal primo giorno al Lido “alla maniera danese”, spiega Francesca, che ha una cugina sposata a Copenaghen. Pare – quando la Sister e io ci lanciamo in queste spiegazioni scientifico-antropologiche ci lasciamo sempre suggestionare dai nostri stessi intenti; reali o fittizi che siano – che i danesi, anche dopo fiumi di alcolici a varie gradazioni, concludano la serata con il totem ineguagliabile di una birretta. Ed è questo che ci prepariamo a fare, incorniciati da un selfie notturno che ci vede tutti e quattro luminosi – soprattutto Nico, ché una luce artificiale lo trasfigura, in foto, nella folgorazione di un Saulo dopo il gelato (la sua cena) – e sorridenti, alle prese con un qualche ricordo meraviglioso e futuro nel presente esatto in cui si sta manifestando.

Ci sarà il ritorno ai tre alberghi, poi. E chiacchiere notturne a passeggio sul Lungomare. E storie che riguardano la nostra comune perseveranza affettiva nel tempo. E bisognerebbe essere cuori di pietra per non commuoversi, di notte, quando Venezia è una cartolina sdraiata che nasconde i fantasmi a una Laguna salata da noi.

Questa prima notte illidata è un buonaugurio.

Buonaugùrio che si conferma nel primo sms di questo sette settembre duemilaquindici. Da Cataldo, mio fratello d’infanzia, dalla Germania. “Giodo” (l’ipocoristico dell’adolescenza liceale) “Buongiorno. Sei già a Venezia? Ti auguro una bella serata stasera. A presto. Cat”.

Alle nove e mezza, più o meno, percorrendo il Lungomare nella luce appena sveglia (qui al Lido la luce si sveglia dopo la Mostra), incontro Adelina e la famiglia Caligari. E attraverso la strada, godendomi i primi abbracci del giorno – e lo so, sono uno-che-abbraccia; ma gli affetti o sono espansi o non sono, per me – mentre (il retropensiero che comunque, a quest’altezza della trasferta, non ci lascia mai) la salastampa al completo sta assistendo alla proiezione per la stampa. Appunto.

Ora. Vi è mai capitato di provare la sensazione precisa di essere assecondati dal tempo? Di essere portati attraverso il presente come se i passi da fare, i gesti improvvisi, gl’incontri, le frasi delle persone si trasformassero immediatamente in una congerie sparsa di deja-vû da competizione?

Questo è quello che ci accade, alla Sister e a me, dal momento in cui ci muoviamo dal Petit Palais (la becco sul balconcino che, ahinoi, dà le spalle alla spiaggia, mentre telefona) fino alla Sala GQ della prima conferenza stampa.

Le notizie che arrivano dai nostri agenti all’Avana e che ci confortano delle prime impressioni e dei commenti in tempo reale ci sembrano da sùbito la conferma delle nostre più belle immaginazioni sul “come sarebbe stato accolto il film”. Pare che in salastampa abbiano applaudito. Pare che piaccia molto ai critici. Nonostante le mie mancanze telefoniche, i primi tweet – l’aggettivo più usato ci commuove, al pensiero del sorriso consapevole con cui l’avrebbe raccolto Claudio – iniziano a fioccare.

E da qui in poi è tutto un muoversi tra impressioni e dichiarazioni; Valerio si traveste da nostromo e guida la nave in mancanza del Capitano. Se gli era rimasta una qualsiasi linea d’ombra da attraversare, ormai l’ha saltata a piedi pari. Tutti noi qui seduti – davanti un numero cospicuo di critici cinematografici – siamo più una famiglia allargata nel nome di Claudio, ormai. La presenza di Emanuel, di Adelina. Se non fosse per il mare dietro di noi – e Claudio dentro di noi, sebbene temporaneamente assente e sempre presente comunque – potrebbe sembrare una riunione di classe dopo anni dalla fine della scuola. Con Adelina che commuove tutti – tutti – pronunciando (rivediamo lei in Claudio e Claudio in lei, ora più che in qualsiasi altro momento) le frasi che verranno raccolte online il giorno stesso e sui giornali il giorno dopo come compendio e làscito per le cose da dire. “Mio figlio era molto dolce malgrado quello che si pensi per il suo lavoro. Era una persona piuttosto energica e ha insegnato a me e a chi lo ha conosciuto uno stile di vita”.

Ancora carichi della grazia ferma e gentile di queste parole, appena usciti, incontriamo Marco Giusti. Valerio ci presenta, omettendo, come si fa sempre in questi casi, la ridondanza del nome famoso – chi è che non conosce Marco Giusti? ­– con Giordano già pronto, proprio grazie a questa circostanza, alla gag immarcescibile con cui sa che farò in modo che si chiuderà la chiacchierata. E che puntualmente arriva non appena Giusti finisce di farci i complimenti ­– soffermandosi poi, con una qualche esitazione, sulla linea narrativa di Debora, a cui, gli spieghiamo, Claudio teneva tantissimo, come all’orsetto della sua infanzia (sappiamo quanto si è faticato per costruirne uno in tutto uguale): ci teneva perché, lui, non ha avuto mai paura di raccontare quello che doveva essere raccontato e che sapeva prima degli altri (l’importante è scegliere la forma: “l’arte è forma”, il mantra che ci ha fatti riconoscere subito). A raccontare quello che tutti qui – la sua famiglia variamente goffa e imbarazzata: e sì, lo sappiamo, nella lista dei luoghi comuni da sciorinare in occasione dell’uscita di un film al primo posto c’è proprio questo: definirsi “una famiglia”; ma ricordo che a pronunciarlo al microfono, nel novanta per cento dei casi, è il regista – cerchiamo di rimuovere in questa avventura. La morte del bambino: che indietro indietro fino a Pascoli e nei secoli che lo precedono è l’artista, va da sé. Talmente lucido e puro da non avere paura a mettere in scena ciò che con i suoi sforzi per continuare a vivere ci stava convincendo che nella realtà non sarebbe mai accaduto. E a quel punto, nei saluti, con Giusti a ribadire i complimenti, la chiusa preannunciata. Guardo Giordano, guardo Giusti e accenno un sorriso commosso stringendogli la mano: “Grazie, Enrico [Ghezzi]: a Claudio avrebbe fatto piacere”.

Poi ci portano nella Sala Grande per la Conferenza Stampa ufficiale. E succede, di nuovo, quello che non dovrebbe mai succedere. (Che non succede mai, in realtà, nella sostanza: perché è impossibile; ma che è già due volte che invece càpita nella resa accessoria degli spazi comuni).

Ci separano di nuovo, me e Francesca. Uno da una parte una dall’altra della lunghissima tavolata (undici persone più la moderatrice). Non faccio in tempo a terrorizzarmi per la presenza, vicino al microfono, delle cuffiette – in caso di domande in lingua altra dall’italiano, immagino – già rendendomi conto che non sarò in grado, nel caso dovessero servirmi, di accenderle; e quindi – sempre nel caso dovessero servirmi – non riuscirò a sentire la traduzione della domanda. E quindi mi troverò – ne sono certo – a ripetere it’s a musical journey come Larry Mullen, jr (o Adam Clayton, ormai mi sfuggono anche i càrdini della formazione) ai tempi dell’intervista per Rattle & Hum.

Mi calmo soltanto rendendomi conto che sarà molto difficile che – con tutti gli attori, i produttori e Valerio presenti – si possa cominciare da sùbito con una domanda agli sceneggiatori.

Che infatti, puntualmente, arriva per prima.

Ora. Questa cosa la raccontiamo così com’è andata. Perché comunque fa sempre bene riflettere su come le cose si prendono il mondo e come il mondo si manifesta nelle cose che càpitano. Appunto.

Nonostante la ferma chiarezza della presenza dei due sceneggiatori del film – la cui sostanziale e inossidabile simbiosi è stata peraltro segnalata come parecchio evidente, il giorno dopo – le domande che i giornalisti fanno sulla sceneggiatura si rivolgono sempre allo sceneggiatore.

Mi guardano negli occhi, parlano con me. Nel primo caso, dopo la prima risposta, mi sembra normale – in modo goffo e ridondante, con tanto di annuncio al microfono – l’alternanza con Francesca. Che infatti, dopo un sollecito di Valerio (attento a ogni dettaglio, sempre più protettivo), risponde – e suo sarà il passaggio decisivo sul fatto che con il materiale scritto si sarebbero potuti girare tre Non essere cattivo – e spiega. Con quello stato di grazia luminoso che è stato, nel film, anche quello di Luca, Alessandro e Silvia e Roberta. E che molto probabilmente è ancora una luce che si diffonde a far tempo dalla scintilla di Claudio.

Ma ecco che in séguito, quando continuano a dire lo sceneggiatore e mia Sorella e io ci barcameniàmo passandoci la palla come in tutte le partite che giochiamo, un dubbio larvale ci possiede. Dubbio che continua e si allarga anche dopo, quando ormai la conferenza è terminata e siamo davanti allo specchio grande dell’Oréal, appena prima del photocall già cominciato.

Non possiamo non vederci una forma latente e diffusa di maschilismo, è più forte di noi. Poi sarà anche vero che le interpretazioni sono figlie dei tempi in cui si fanno: ma tant’è. Il dubbio c’era. E non esplicitarlo sarebbe un’omissione peggiore dell’averlo pensato.

Anche perché poi – tenendo conto che da sempre con Giordano ci concediamo il lusso del noi anche a distanza e senza neanche il bisogno di concordare (Otelma e Eugenides arrivano molto dopo) – nessun fastidio momentaneo può sovrastare nel ricordo l’ennesimo tormentone, questa volta prontamente innescato da Riccardo Sinigallia, sul fatto che sì, era giusto così: perché lo sappiamo tutti che ha scritto tutto lui, no?

Non facciamo in tempo a rasserenarci ridendo con Riccardo – Francesca rilancia, incalzandolo e attribuendomi la paternità segreta di tutti i suoi libri – e al pensiero che il photocall riguarda Valerio e i quattro attori – l’anfiteatro di fotografi che urlano “qui”, “sinistra”, “a destra”, “guarda qui” è un concerto per flash e voci che si affaccia di là dalla vetrata – che Manuela ci fa segno di raggiungere gli altri.

(Per dare conto dello stato confusionale, io ho appena salutato me stesso allo specchio grande: perché la silohuette in grigio mi ricordava qualcuno che conosco).

E qui – io che cerco di attraversare la pedana fuorviato dalle foto scolastiche di rito e Valerio che mi salva facendomi segno di fermarmi – comincia il momento-Dostoevskij.

Lo stesso atteggiamento terrorizzato del caro Fëdor davanti al plotone d’esecuzione; qualche minuto prima che arrivasse la notizia che la pena di morte era commutata in Siberia, e prigione.

A rivederle ora, da qui, le fotografie mostrano una Sister decisamente più spigliata; che ha compreso sùbito che il modo migliore per non venire ritratti nel pieno dello sgomento agonizzante e senzarespiro è quello di muoversi lungo l’arco dell’anfiteatro con un movimento del volto calmo, e arcuato, appunto. Tutto il contrario degli scatti nervosi che m’apparentano al Woody Allen alle prese con lo stress da evasione in Prendi i soldi e scappa.

E, credèteci. Si vede.

Poi è tutto un frullatore di pezzi che cominciano a uscire, e di telefonate che arrivano da chi li ha letti e vuole commentarli (e da Giordano che se li deve far leggere perché: brother, però, quando cazzo te lo compri uno smartphone?). È il mascara nuovo, troppo carico, che sconfina prefigurando l’epilogo della serata; i tacchi – sì, siamo al momento dei tacchi: come farò a stare tutto il tempo quassù? – e le contorsioni per riuscire a chiudere da sola la lunga zip posteriore del vestito che in questo modo – al dunque sigillato – mostra le pieghe del contorsionismo e mi dico: visto, Gio, spiegazzata anch’io. Spiegazzati, nonostante gli sforzi: proprio come Cesare e Vittorio che ci aspettano in sala grande.

Ecco. Cos’è questo applauso che continua, e continua; ormai da dieci minuti. Sono finiti i titoli di coda. Siamo tutti commossi in modo straziante e stordito. Ci siamo abbracciati a lungo, la commozione è straripata attraverso i vestiti, lungo le file della platea e su su fino alla galleria dove, in piedi, seguiamo Adelina accompagnata da Valerio, e da Luca, e da Alessandro, che sta ricevendo a nome del suo unico figlio quell’amore e quegli applausi che Non essere cattivo ci hanno regalato. A tutti noi, qui, in sala. Mentre mia Sorella non riesce a frenare le lacrime: e io invece mi chiedo – la cravatta nera annodata in pochi secondi da Luca poco prima di muoverci in macchina – cosa sia esattamente questo groppo che non va né su né giù e che mi costringe a oscillare, a destra e a sinistra, il dondolìo incessante – mentre l’applauso continua – di quando sono emozionato senzatregua. Ai matrimoni – nelle mie lunghe performance da testimone – o negl’incontri di famiglia più distanziati e lontani.

Gli applausi non finiscono; ogni volta che c’è un accenno di fine ricominciano e si riprendono la sala, quasi fosse proibito, stasera, pensare a una qualsiasi forma di interruzione, o di conclusione. La fine è fuori dalla sala, stasera. E i mondi che Non essere cattivo ha raccolto e intrecciato attraverso lo sguardo lucente di Claudio si sono dati appuntamento qui, e si rincorrono l’uno nell’altro applaudendo. “Cla’, io non lo so quant’è durato l’applauso” scriverà il giorno dopo mia Sorella in un tweet che attraversa le dimensioni e si lascia andare alla più perentoria, e struggente, delle insensatezze: quella di farsi sentire a parlare da soli con i morti che abbiamo amato. “Ma so che era per te”.

Come quelli che proseguono, alla festa, dove è riunita tutta la “banda” – io costantemente allacciata a Giordano per la paura di cadere – al centro della pista in cui il Corto balla col Grasso che balla col Brutto che balla con Cesare che balla col Lungo che balla con Vittorio: e tutti balliamo, con le persone che si mescolano ai personaggi – Linda e Viviana in mezzo a tutti, stellanti – e la vita e l’arte che si intrecciano perché lì, nell’universo di Claudio, nel nostro: “o vita e arte sono la stessa cosa, o non sono”. Finché c’è da salutare Valerio, in un abbraccio che dura quanto l’applauso, e che si conclude a modo nostro: “però, ora, Valè, testa al Frosinone” (l’avversaria della nostra Roma – e qui Giordano, col cazzo che sei incluso nel noi – nel turno successivo di campionato).

E allora guardàteci, alle quattro e mezza del mattino. Mia Sorella a braccetto con me. Stiamo attraversando il Lungotevere Marconi, passiamo davanti al red carpet che poche ore prima ci ha visti siamesi e impauriti, il passo lento dei tacchi alti dell’una che si trasformava nel passo cadenzato dell’altro.

Abbiamo salutato tutti, tutti frastornati dall’accoglienza del film. Dal senso di mancanza che ci prende alla gola mentre ci travàlica la gioia per Claudio; e per Non essere cattivo.

Abbiamo lasciato Luca, e Alessandro, e Silvia e Roberta “terrorizzati e puri” così come li descriverà Valerio in un pezzo suo – significativamente intitolato Fatti nostri – qualche giorno dopo la mostra. Fotografàndoli per sempre nella Bellezza senza remore che li ha circondati al Lido.

“Perché il Maestro ti guarda negli occhi e ti riconosce ma anche tu riconosci il Maestro”; il mantra di Silvia che ci seguirà per sempre come una festa mobile, qualsiasi persona diventeremo in séguito.

Le braci di un’unica stella raccolte da Roberta, il coraggio di cui ha parlato Luca, il segno del Maestro di Alessandro. La metafora numero 7 di Valerio.

Guardàteci mentre tutto questo ci circonda nel silenzio vuoto della strada; ora che oltre a noi due non c’è davvero nessuno: e sembra quasi una favola aliena, un vuoto interstiziale tra una dimensione e l’altra che ha lasciate intatte e addormentate solo le cose.

Guardàteci mentre ci incamminiamo, scalzi tutt’e due – perché la Sister al dunque ha risolto così il problema di tacchi e a me non m’è sembrato giusto lasciarla scalza da sola – lungo il mare, diretti al Petit Palais. Visti da dietro, possiamo sembrare Totò e Ninetto alla fine di Uccellacci e uccellini. E così, frastornati e commossi, ci viene da ridere, un po’, a pensare a quanto ne avrebbe riso lui, Claudio, dei suoi sceneggiatori scalzi nella notte veneziana.

Poi, prima di separarci, mentre guardo questo scemo di fratello extra-anagrafico (tanto ormai lo sa anche Gilliam), adorato ancorché juventino (è comunque sempre bene ricordarlo), scalzo, vicino a me, un’illuminazione: sull’Adriatico non c’è il tramonto sul mare. Ma l’alba sì. Il mare, qui, scintilla di bellezza col suo centro all’inizio. In culo alla fine, ai tramonti, alla puta muerte, qui non è finito proprio niente. Qui, Cla’, la storia è solo cominciata.

E noi non lo sappiamo se sprovveduti, raffazzonati, imprecisi e limitati come siamo tutti noi vivi, se ci siamo riusciti, qui a Venezia, a essere all’altezza della tua classe; se siamo stati capaci di non farti fare brutta figura, magari disperàndoti in un allargare di braccia sconsolato, tra le smemoratezze e l’alcol, gli sproloqui e le lettere d’amore.

Quello che ti possiamo dire – e sai già, ce l’hai insegnato tu, che è la verità che i vivi si regalano per non morirne – è che ci abbiamo provato. Cazzo se ci abbiamo provato.

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Lo scrittore del momento, visto di persona, è più alto di quanto immaginassi, il suo volto, benché chiaramente riconoscibile per via di alcuni tratti molto singolari, con il passare dei minuti, mentre ci guardiamo durante l’intervista, diventa più sfuggente, come succede ai visi delle persone care quando muoiono; in un modo difficile da spiegare il ricordo si sfoca, l’immagine si sfalda, e si moltiplica in una serie di alternative, tutte in qualche misura contraffatte.

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di Leonardo Merlini

Lo scrittore del momento, visto di persona, è più alto di quanto immaginassi, il suo volto, benché chiaramente riconoscibile per via di alcuni tratti molto singolari, con il passare dei minuti, mentre ci guardiamo durante l’intervista, diventa più sfuggente, come succede ai visi delle persone care quando muoiono; in un modo difficile da spiegare il ricordo si sfoca, l’immagine si sfalda, e si moltiplica in una serie di alternative, tutte in qualche misura contraffatte. Così lo scrittore del momento a volte somiglia terribilmente a Gary Oldman, poco dopo però prende le fattezze di un Tommy Lee Jones, oppure bordeggia l’idea di un Mel Gibson. Prima di tornare, senza preavviso nel bel mezzo di una delle molte pause di riflessione tra una parte di risposta e la successiva, a essere solo se stesso. Emmanuel Carrère mi sorprende in diversi modi: non porta la camicia dal collo un po’ liso e dal taglio regular che mi sarei aspettato da un intellettuale parigino, non è spigoloso nel relazionarsi con un estraneo come i suoi libri mi avevano fatto temere e, soprattutto, accetta di buon grado di parlare in inglese, lingua che maneggia senza francesismi da luogo comune (e proprio nello specchio dei luoghi comuni rivedo adesso con una certa vergogna riflesso il mio volto), anche se la parola literature, un paio di volte lo depista, ma lui, comunque, non si lascia intimorire. Il nostro incontro avviene al Circolo dei lettori di Milano, in una stanza che di primo acchito mi sembra assomigliare a molte altre, con tutti i crismi dell’antico palazzo meneghino, ma che poi, riguardando le foto scattate durante l’intervista, si rivela ricca di una serie impressionante di dettagli curatissimi, dal tappeto alla disposizione dei libri su alcuni tavolini, solo apparentemente marginali nel grande disegno dell’arredamento neoclassico.

Una volta, in una email che oggi non so dire se mi imbarazza o mi fa sentire fiero, ho scritto a Giuseppe Genna, di cui avevo amato moltissimo il romanzo Italia De Profundis, che non sapevo che cosa si dovrebbe dire a uno scrittore che si ammira per esprimere la propria passione per il suo lavoro senza sembrare un perfetto idiota o, come direbbe Kurt Vonnegut, un bambino di 6 anni [1]. Con il passare del tempo continuo a non sapere quale sia la risposta – certo, i complimenti fanno sempre piacere agli scrittori, normalmente attenti e premurosi nei confronti del proprio ego, ma non basta, soprattutto non basta a me – ma con il mestiere ho anche capito che se non puoi direttamente assaltare la Bastiglia, almeno puoi provare a girarci intorno, cercando una via meno battuta per fare breccia, nell’interlocutore, e soprattutto dentro di te. Dunque scelgo di mettermi un abito più istituzionale – del resto stiamo pur sempre parlando di un autore Adelphi – e comincio dall’ultimo libro, Il Regno, storia di una crisi mistica personale che poi diventa narrazione delle vicende dei primi cristiani, in particolare San Paolo e l’evangelista Luca. Parlo del ruolo dei libri, in questo caso si dovrebbe scrivere Libri con la maiuscola, che hanno sostenuto e sostengono le grandi religioni, e domando a Carrère – uno che ha avuto anche una certa vicinanza ad abissi che qualcuno definirebbe diabolici, come dimostra un libro come L’avversario – come si sia sentito affrontando con un libro (con la minuscola) una storia così poderosa e ponderosa. ”Non volevo competere con i testi sacri – mi ha risposto -. E’ stato un progetto ambizioso, ma è nato come qualcosa puramente narrativo, partendo dall’idea di una sceneggiatura per una serie tv. Ho iniziato leggendo e rileggendo gli Atti degli apostoli e le lettere di San Paolo, che sono i documenti fondamentali per questo tipo di lavoro. E non c’era un progetto teologico, l’ho concepito in un senso solo narrativo e drammatico”. Altro punto che depone a favore del fatto che, nonostante tutte le arie che mi posso dare, i miei stupori sono sempre un po’ provinciali: le parole “serie tv” ed “Emmanuel Carrère” non le avrei immaginate possibili nella stessa frase, e invece arrivano, con naturalezza, nell’inglese caldo dello scrittore, come se fossero semplicemente un fatto. Diceva Germano Celant di Piero Manzoni: “Non confida che il ragionamento possa raggiungere la verità. La verità è” [2]. Una posizione di fronte alla quale mi sembra che Carrère, autore per sua stessa definizione di (solo apparentemente) ossimorici “non fiction novels” [3], si possa sentire del tutto a suo agio [4] e che, ovviamente, gli consente di continuare a coltivare i propri dubbi (“Sono molto importanti anche nella religione”, mi dirà più tardi, confermandomi che in ogni caso è stato un credente, per quanto entusiasta per un certo periodo, sostanzialmente molto particolare e in fondo solitario. Condizione naturale per chi si sceglie il mestiere dello scrittore, direte voi, e avete ovviamente ragione).

Al centro della storia, oltre naturalmente a Carrère stesso, la figura di San Paolo, ma allo scrittore si capisce subito che piace di più quella di Luca. “L’evangelista – mi ha spiegato – è un personaggio molto umano e piacevole, ma è anche uno scrittore, io ho pensato, magari con una certa presunzione, che avrei potuto capire qualcosa su di lui attraverso la sua scrittura, in quanto era una sorta di collega”. Ma qual è il rapporto, e in un libro come Il Regno la domanda è quasi inevitabile, dato anche il parallelismo con l’autore di uno dei Vangeli, tra la Verità (maiuscola) e la letteratura (sempre minuscola, anche per i più grandi)? “Considerando la vasta questione della Verità – mi ha risposto – da un lato c’è Gesù che dice ‘Io sono la verità e la vita’, dall’altro c’è Pilato che dice ‘Che cos’è la verità?’, che è una posizione relativista che in un certo senso è la mia. C’è anche una terza via, che mi piace molto, ed è racchiusa in una frase di Kafka che ho citato nel libro, anche se non ho mai trovato esattamente la fonte di questa frase [5], che dice: ‘Io sono molto ignorante, ma questo non significa che la verità non esista’. Io sono d’accordo con lui, ci sono cose delle quali non so nulla, ma ciò non significa che queste cose non esistano”.
Quello che esiste, di certo, sono i libri di Carrère, il suo – sempre se crediamo alla Paris Review – “take-no-prisoners exhibitionism” che ha come bersaglio in primo luogo lui stesso o, meglio, il personaggio che nelle pagine di Limonov, L’avversario o Il Regno, dice “io” e si chiama Emmanuel Carrère. A un certo punto, dopo esserci annusati abbastanza a lungo, dopo aver sentito che di fronte a me c’era una persona che rispondeva, e non intendo alle domande ufficiali dell’intervista (prevedibilmente inserite in uno spettro piuttosto circoscritto e gestibile per ambo le parti senza troppa fatica), ma al gioco di suggestioni e di rilanci che alimenta la partita sotterranea di ogni intervista, quel confronto strategico tra chi (io) tenta di costruire un discorso che sia al tempo stesso ampio e particolareggiato (nella costante e infantile speranza di colpire il famoso scrittore, costringendolo a venire allo scoperto, abbandonando per qualche istante il ruolo sociale che il rituale giornalistico impone) e chi (lui) affronta con cortesia e disponibilità una cosa che è parte del lavoro, ma nella quale non conviene quasi mai esporsi troppo, soprattutto se sei lo scrittore del momento, dopo aver capito che era il momento di affondare, prendo in mano il coraggio e la sparo: chi è – gli chiedo – il personaggio Emmanuel Carrère, che percentuale di verità c’è in lui e quanta inevitabile finzione, dato che, indubitabilmente, si tratta comunque di un personaggio letterario [6] ?
Questa volta la pausa è lunga, Carrère si guarda intorno più volte. Io tengo duro, resto zitto, aspetto massaggiandomi piano la barba, incredibilmente resisto alla fretta di rimediare al suo silenzio e al mio panico sempre più forte all’idea di avere detto una enorme cazzata. Ma poi mi guarda con quegli occhi da attore camaleontico e triste, aspetta ancora un istante, quindi risponde: “Per prima cosa – e lo dice pensandoci molto, o almeno riuscendo a farmelo credere in modo convincente – io cerco di essere più sincero che posso, ma la sincerità non è abbastanza. Puoi mentire anche essendo sincero”. Bingo, nel mio cervello si stappa una bottiglia di chinotto (meglio non esagerare con l’autocelebrazione), ho un titolo, penso, e comincio a rilassarmi, errore imperdonabile, perché Carrère fiuta e rilancia sul tavolo della complessità. “Quello che tento di fare – aggiunge – è sia il ritratto del protagonista della storia, sia un autoritratto. Io ho bisogno di fare il ritratto di qualcun altro per arrivare a fare il mio autoritratto. E ho bisogno di fare un autoritratto per poter creare qualcun altro. C’è questo tipo di interazione”. Ha stravinto lui, altro che titolo, qui c’è sintetizzato tutto il metodo di lavoro degli ultimi libri, la strategia che lo ha reso grande e celebrato, un significante e un altro significante, che insieme, questo è il punto, fanno un Significato.
Poi, e ciò conferma che anche un grande scrittore sa essere premuroso nei confronti di chi gli sta di fronte, aggiunge, fingendo di cedermi i tre punti: “Lo so che non ho risposto alla domanda, ma perché in realtà non sono in grado di rispondere”. Noi però sappiamo che c’è gente che per una risposta così potrebbe offrire il proprio regno. Mica per un cavallo.

Doppi, specchi, depistaggi. La situazione, direbbe Roberto Bolaño, a questo punto si è decisamente complicata. E per i personaggi di questo racconto (perché quello è, lo sto scrivendo ora davanti a una tastiera, è notte, la birra è quasi finita e anche io fatico a definire chi è che dica io in questo pezzo, che non so sinceramente cosa sia) non ci sono più vie d’uscita: intervistatore e intervistato, cronista e Autore, destini segnati, immutabili. Non fosse che in mezzo a noi due, in quello spazio che serve alla mia videocamera per avere un respiro e un’inquadratura, in quella distanza che disperatamente tento tutte le volte di annullare (illudendomi ogni volta di esserci riuscito, quando invece è mantenerla il vero appiglio per il successo dell’impresa) si stende il fantasma multiforme della letteratura, quella che trasuda da tutti i non fiction novel di Emmanuel Carrère, quella che ci offre, imprevista e scontata, la via d’uscita, a me e a lui, per passare indenni ancora una volta attraverso questo rito scioccante che consiste nel cercare di scoprire qualcosa di un’altra persona attraverso le cose che ha scritto e quelle che io a mia volta scriverò, in un circolo infinito di riflessi potenzialmente portatori della peste della noia. Ma la letteratura arriva e, ancora una volta (mentre rinnova la condanna eterna per ciascuno di noi due – ma ognuno si sceglie la condanna che vuole nel mondo del libero capitalismo) ci salva la vita. “Il punto, quando si scrive letteratura, e il genere non conta niente, per me è che più sei libero, migliore sarà il risultato – sta dicendo adesso Carrère -. Se io sento che in quel contesto potrò essere libero allora sceglierò una cornice romanzesca. Ci sono per esempio dei libri di storia che sono molto più vicini alla mia idea di letteratura rispetto a tanti romanzi”. Bravo, fin qui, ma anche un po’ prevedibile, vagamente farisaico direbbe un sagace evangelista Luca. Poi però arriva il colpo di coda, che ancora una volta cambia le regole del gioco o, se preferite, la sintassi della lingua comune che, ciascuno straniero alla propria, stiamo parlando seduti composti sulle sedie confortevoli del Circolo dei lettori meneghini. “Personalmente – aggiunge lo scrittore – non credo che sia una cosa buona andare troppo in cerca della qualità letteraria, io credo che la letteratura compaia quando vuole lei e non dipenda da te. Puoi anche voltarle completamente le spalle e fare comunque della buona letteratura”.

Chiaramente abbiamo finito, io ho finito, è successo quello che speravo: mi sono perso nonostante avessi in mano la mappa esatta di ogni strada possibile, ossia un libro. Nella fattispecie di Emmanuel Carrère, ma a quest’ora è un dettaglio che perde almeno in parte il proprio significato esclusivo. Però, siccome il tarlo dell’invidia mi rode anche mentre mi sforzo di allontanarlo da me, mi gioco un’ultima domanda: ma tutto questo successo – gli chiedo – non ti spaventa? (e sto chiaramente parlando per me). “Ci sono due cose che sono in contraddizione risponde lui con un sorriso che mi sembra decisamente magnanimo – e con entrambe ti devi confrontare: la prima è che il successo è una cosa molto bella per l’ego, il che significa che non è molto positiva per il sé”. Uhm, buona, ma si può fare meglio, forza Emmanuel. “E’ una cosa molto pericolosa, devi essere molto molto cauto con il successo, perché ti può rendere decisamente stupido e pretenzioso. Questo è il lato negativo, il lato pericoloso”. Mi sto per addormentare, ma ecco la freccia che arriva, grazie al cielo.”D’altra parte – conclude lo scrittore – nel successo c’è per me anche un aspetto molto positivo, perché ti dà molta fiducia per fare cose coraggiose. Se vedi che i lettori ti hanno seguito in imprese anche molto strane e rischiose, andando ben oltre le tue aspettative, senti la sicurezza per provare qualcosa di più difficile”.
Adesso sono davvero esausto, volevo che Emmanuel Carrère, lo stesso tizio che ha fissato negli occhi l’avversario Jean-Claude Romand e ne ha cavato un libro meraviglioso e impossibile, lo stesso che adesso mi guarda con una serie di rughe sul viso che sembrano finte, dal tanto che sono curate, quello che ha provato a scrivere di nuovo un Vangelo e gli Atti degli apostoli, dicesse che ha voglia di fare ancora qualcosa di più difficile. Qui dovevamo arrivare. Pronti, naturalmente, per partire ancora verso chissà quale altra destinazione.
Wow [7].

——————-

[1] Indimenticabile, in questo senso, la lettera che il miliardario buono e un po’ stupido Eliot Rosewater spedisce allo scrittore di fantascienza e reietto Kilgore Trout in Mattatoio n.5: “Lei dovrebbe essere presidente del mondo”, scrive, tra l’altro, Rosewater.

[2] Germano Celant, Su Piero Manzoni, Abscobdita

[3] Cfr. l’intervista di Emmanuel Carrère alla Paris Review, The Art of Nonfiction No. 5

[4] Così come, pur con altre sfumature, si sentirebbe a proprio agio un Philip K. Dick, di cui Carrère è stato anche biografo appassionato

[5] Qui non resisto e gli dico, quasi con certezza, che la citazione è tratta dai Quaderni in ottavo dello scrittore praghese. Mentre lo dico sento il leggero brivido dell’azzardo e capisco che, in una qualche misura anche tutt’altro che spettacolare, la letteratura (e la componente di invenzione che porta con sé, anche se in Carrère questa convergenza sembra meno immediata, e quindi più mediata) è il mio destino (con la minuscola, mai esagerare). Nei giorni successivi non sono mai andato a verificare se la mia risposta fosse quella giusta. Scrivo adesso che non lo farò mai.

[6] Mi rendo conto ora, giorni dopo l’evento reale dell’intervista con Carrère, che fare questa domanda nel corso di un incontro che aveva come tema un libro sui primi cristiani poteva portare con sé implicazioni ben più vaste dell’ombelico del giornalista e perfino di quello del grande scrittore. Implicazioni complesse che hanno a che fare con altri libri, nei quali, per esempio, un personaggio chiave è chiamato Gesù…

[7] Forse un francese direbbe “Superbe!”, ma sinceramente chissenefrega

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Le iguane di Vonnegut https://minimaetmoralia.it/letteratura/le-iguane-di-vonnegut/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/le-iguane-di-vonnegut/#comments Sat, 11 Apr 2015 05:00:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26175 L'11 aprile 2007 moriva Kurt Vonnegut. Pubblichiamo un intervento di Giordano Meacci apparso all'epoca sul Riformista. (Fonte immagine)

Due pagine in sequenza della «Repubblica» di qualche giorno fa, il 12 aprile, erano dedicate, rispettivamente, allo scetticismo di papa Ratzinger nei confronti di Darwin e al “paradiso perduto” delle Galapagos per eccessivo “affollamento turistico”. Benedetto XVI (a braccia aperte, sorridente, al balcone) sembrava affacciarsi su un pubblico di iguane marine in posa. Le due pagine, legate – evidentemente – dal barbone profetico di Charles Darwin, davano vita a un accostamento vonnegutiano. E così, sfogliando il giornale, proprio mentre cercavo di esorcizzare la notizia della morte del geniale tabagista di Indianapolis, mi sono ricordato di Leon, il figlio fantasma di Kilgore Trout – lo scrittore di fantascienza alter-ego di Kurt Vonnegut – che in Galapagos descrive un’umanità nuova, inconsapevole della morte e profondamente mutata, parlando dal futuro quasi impensabile di “un milione di anni dopo” il 1986. Esseri umani che hanno ormai perduto la zavorra dei loro “tre chili di cervello” senza i quali «il nostro» sarebbe stato «un pianeta del tutto innocente».

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L’11 aprile 2007 moriva Kurt Vonnegut. Pubblichiamo un intervento di Giordano Meacci apparso all’epoca sul Riformista. (Fonte immagine)

Due pagine in sequenza della «Repubblica» di qualche giorno fa, il 12 aprile, erano dedicate, rispettivamente, allo scetticismo di papa Ratzinger nei confronti di Darwin e al “paradiso perduto” delle Galapagos per eccessivo “affollamento turistico”. Benedetto XVI (a braccia aperte, sorridente, al balcone) sembrava affacciarsi su un pubblico di iguane marine in posa. Le due pagine, legate – evidentemente – dal barbone profetico di Charles Darwin, davano vita a un accostamento vonnegutiano. E così, sfogliando il giornale, proprio mentre cercavo di esorcizzare la notizia della morte del geniale tabagista di Indianapolis, mi sono ricordato di Leon, il figlio fantasma di Kilgore Trout – lo scrittore di fantascienza alter-ego di Kurt Vonnegut – che in Galapagos descrive un’umanità nuova, inconsapevole della morte e profondamente mutata, parlando dal futuro quasi impensabile di “un milione di anni dopo” il 1986. Esseri umani che hanno ormai perduto la zavorra dei loro “tre chili di cervello” senza i quali «il nostro» sarebbe stato «un pianeta del tutto innocente».

L’ultimo scherzo del vecchio Vonnegut, che proprio in Galapagos univa l’apocalisse alla “Crociera-Natura del Secolo”, le scuse piene di amarezza di uno spettro per certi comportamenti della nostra specie – anche «un milione d’anni dopo» – alla citazione preferita di Kilgore Trout (piazzata significativamente in epigrafe): l’Anna Frank di «nonostante tutto, io continuo a credere nell’intrinseca bontà del cuore umano».

Perché questo Kurt Vonnegut ha fatto per sessant’anni: ha raccontato le incredibili oscillazioni della natura umana dall’alto ineffabile della Nona Sinfonia al basso dei campi di sterminio e del – fanno fede le sue risposte all’intervista del «Weekly Guardian»: la stessa, però, in cui ha detto che la persona che ammirava di più era Nancy Reagan – darwinismo sociale. Ma: attenzione, questo senza mai cadere nell’equivoco rassicurante di una qualche tentazione manichea. Nelle sue storie è sempre venuta prima la vita complessiva degli esseri umani: è la vita, con tutte le sue digressioni grottesche, a condizionare la sorte particolare dei personaggi: siano spie rimaste ingabbiate dal triplo gioco che gli è stato imposto, o ragazzi che – senza un preciso motivo: e cogliendo l’attimo sbagliato tra tutti gli altri – imbroccano l’unica traiettoria possibile in grado di uccidere una casalinga che passa l’aspirapolvere a otto isolati di distanza. Senza mai dimenticare che l’ironia non è un accessorio della coscienza ma una vera e propria percezione del mondo. «Tutte le persone, vive e morte» – l’epigrafe-cartiglio di Cronosisma – «sono puramente fortuite».

«È mio profondo convincimento», ha scritto Vonnegut all’inizio degli anni Novanta, «che quelli di noi che diventano umoristi (suicidi o no) si sentono liberi (al contrario della maggioranza delle persone, che non lo sono) di parlare della vita come di un brutto scherzo, anche se la vita è tutto quello che c’è e potrà mai esserci». La vita, sotto l’ègida incerta e paradossale dei buoni che uccidono, bombardandoli, una città e centotrentacinquemila civili: gli occhi di chi ha visto Dresda dal mattatoio numero cinque e con quegli occhi sopravvissuti è stato poi costretto a guardare oltre le macerie.

Perché con Vonnegut, si sa, si ride dei limiti fluttuanti della condizione umana; e però resta, indelebile, la consapevolezza di quel fardello di tre chili che ci riempie la testa: e ce la libera, o ce l’appesantisce e basta, a seconda dell’uso che ne facciamo.

Così in Ghiaccio nove (Cat’s Cradle, il titolo originale), attraverso la fondatezza meravigliosa di una teoria – un modo per innescare un processo di glaciazione a catena delle molecole d’acqua – la scienza, come premio a sé stessa, trasforma il pianeta in un Inverno permanente. E sulla figlia naturale della scienza, la tecnologia – di nuovo: lo spettro della fissione che diventa Hiroshima – si fondano parecchie delle storie di Vonnegut. Tanto che in uno dei suoi ultimi scritti, ancora rammaricandosi, dopo anni, dell’etichetta di scrittore di fantascienza degli inizi, ha ribadito «i romanzi che non fanno nessun riferimento alla tecnologia rappresentano la vita in maniera imperfetta, così come rappresentavano la vita in maniera imperfetta i vittoriani che eliminavano ogni riferimento al sesso». E ha identificato “l’inizio della fine” non già in «Adamo ed Eva e la mela proibita», ma in Prometeo e nel furto del fuoco: il dono agli umani, l’ira degli dei e la sua – inevitabile – punizione. «E adesso è evidente che gli dei avevano ragione», visto che non ci siamo limitati a preparare “pasti caldi” ma ci siamo dati a una «gran baldoria termodinamica a base di combustibili fossili».

Gli uomini sono destinati a compiere gli stessi errori di sempre, ci racconta Vonnegut in Cronosisma; quando immagina che una frattura nel continuum spazio-temporale crei un déjà-vu “lungo dieci anni” in cui tutti quanti non possono fare altro che ripetere l’esistenza già compiuta, senza poter deviare dalle proprie azioni:  neppure salvare la propria vita, o quella di una persona cara, se non sono riusciti «a farlo nella prima occasione». Ma è anche vero – qui, di nuovo, la cifra emotiva di Vonnegut – che pur nella loro limitatezza e stupidità gli uomini, alle volte – almeno una – sanno comporre la Nona Sinfonia.

E seppure con tutta l’ironia che lo contraddistingue, il pessimismo disincantato con cui guarda alle pochezze di tutti noi esseri umani, presuntuosi «cugini di primo grado di gorilla, oranghi, scimpanzé e gibboni», Kurt Vonnegut è anche uno dei pochi scrittori che ha avuto piena fiducia nel ruolo liberatorio e illuminante della letteratura. Al tempo stesso consapevole – qui la sua grandezza ossimorica – dell’inganno delle parole: e del fatto che, come scrive Eugene Debs Hartke in margine al computo finale di Hocus Pocus, «solo perché alcuni di noi sanno leggere e scrivere e far di conto, questo non vuol dire che meritiamo di conquistare l’Universo».

Pare che Carver, poco prima di morire, abbia detto a Tess Gallagher, con giusta consapevolezza, «Ora siamo là fuori. Nella letteratura». Be’, adesso che anche Kurt Vonnegut è là fuori, nella letteratura; adesso che Jonathan Swift ha finalmente incontrato qualcuno con cui condividere lo stesso rancore affettuoso per gli esseri umani, sarà forse il caso di ricordare che è stato il come di Vonnegut a chiamarlo “là fuori”, insieme con il cosa.

La sua capacità di reinventare l’autobiografismo, gli elenchi assonanti di storia privata e Storia ricreata, la riscrittura del mondo attraverso le testimonianze diffratte di Billy Pilgrim e – soprattutto – Kilgore Trout, le riflessioni metalinguistiche brandite come scansioni ritmiche tra una divagazione e l’altra («Sono veramente prolisso»). Tutto questo fonda una tradizione e progetta un vicolo cieco. Perché Vonnegut è uno di quei maestri – e immagino una sua battuta mentre scrivo – che possono essere seguiti solo nel gesto: nella loro straordinaria libertà nell’assecondare la propria fantasia. Ma non ci si può avvicinare allo stile (quindi alla resa scritta, di quel gesto) senza cadere nelle grinfie maldestre dell’epigonia.

«Alla larga dalla vita!», dice Rudolph Waltz nel Grande tiratore. Ed è forse, paradossalmente, la più grande menzogna dei personaggi di Vonnegut. Perché è proprio di questo che Vonnegut si è preoccupato, della vita in tutte le sue forme: sempre per esorcizzare quello spettro nero intorno alle pagine che è poi il vero limite di cui si nutre la scrittura. Che, come gli uomini, non è comunque fatta per restare. Lo sa bene Leon, il figlio fantasma di Kilgore Trout che scrive le sue parole, un milione di anni dopo il 1986, «nell’aria, tracciandole con la punta dell’indice della» sua «mano sinistra, ch’è fatta d’aria anch’essa». Sa che dopotutto le sue «parole dureranno nel tempo come ciò che ha scritto» suo «padre, come ciò che hanno scritto Shakespeare e Beethoven o Darwin. Tutti, in conclusione, hanno scritto sull’aria con l’aria».

Comunque, c’è ancora un po’ di tempo.

E: se vi càpita, provate a guardare la foto delle iguane marine delle Galapagos: per quanto a rischio di estinzione, limitate, goffe e apparentemente incapaci di pensare con esattezza alla loro morte, sembra proprio che siano in posa, fiere di lasciare una traccia futura della loro presenza; e che ridano. In modo molto più naturale di Benedetto XVI, forse condizionato dalla presenza del microfono.

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Quando siete felici, fateci caso: parola di Kurt Vonnegut https://minimaetmoralia.it/estratti/quando-siete-felici-fateci-caso-kurt-vonnegut/ https://minimaetmoralia.it/estratti/quando-siete-felici-fateci-caso-kurt-vonnegut/#comments Fri, 06 Feb 2015 10:28:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25342 È in libreria per minimum fax Quando siete felici, fateci caso, una raccolta di discorsi di Kurt Vonnegut agli studenti americani. Ne pubblichiamo un estratto. Traduzione di Martina Testa.

Come fare soldi e trovare l’amore!

Fredonia College, Fredonia, New York, 20 maggio 1978 

di Kurt Vonnegut

La portavoce di voi studenti ha appena detto che è stufa marcia di sentire gente che dice: «Sono contento di non essere un giovane nel mondo di oggi». Be’, l’unica cosa che mi sento di dire è: «Sono contento di non essere un giovane nel mondo di oggi».

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È in libreria per minimum fax Quando siete felici, fateci caso, una raccolta di discorsi di Kurt Vonnegut agli studenti americani. Ne pubblichiamo un estratto. Traduzione di Martina Testa.

Come fare soldi e trovare l’amore!

Fredonia College, Fredonia, New York, 20 maggio 1978 

di Kurt Vonnegut

La portavoce di voi studenti ha appena detto che è stufa marcia di sentire gente che dice: «Sono contento di non essere un giovane nel mondo di oggi». Be’, l’unica cosa che mi sento di dire è: «Sono contento di non essere un giovane nel mondo di oggi».

Il rettore della vostra università voleva eliminare ogni forma di pensiero negativo dal suo discorso di saluto, e quindi mi ha chiesto di farvi questo annuncio: «Tutti quelli che hanno ancora in sospeso il pagamento del parcheggio sono pregati di saldare il conto prima di uscire da questo edificio, altrimenti si ritroveranno una sorpresina sul libretto».

Quando ero ragazzino a Indianapolis c’era uno scrittore umoristico di nome Kin Hubbard. Ogni giorno scriveva una freddura di qualche riga per l’Indianapolis News. A Indianapolis c’è un gran bisogno di scrittori umoristici. Spesso era arguto quanto Oscar Wilde. Disse, ad esempio, che era meglio avere il proibizionismo che stare senza alcol. Disse che chiunque sostenga che il sapore della birra analcolica si avvicina a quello della birra è incapace di misurare le distanze.

Do per scontato che le cose veramente importanti vi siano già state insegnate nel corso dei quattro anni qui e che non abbiate bisogno di sentire granché dal sottoscritto. Buon per me. Ho solo una cosa da dire, in pratica: questa è la fine; questa è sicuramente la fine dell’infanzia. «Ci dispiace tanto», come dicevano durante la guerra del Vietnam.

Forse avrete letto il romanzo Le guide del tramonto di Arthur C. Clarke, uno dei pochi capolavori della fantascienza. Tutti gli altri li ho scritti io. Nel romanzo di Clarke, i personaggi sono soggetti a mutamenti evolutivi fenomenali. I figli diventano molto diversi dai genitori, meno fisici, più spirituali; e un bel giorno si uniscono tutti a formare una sorta di colonna di luce che parte spiraleggiando verso l’universo, per una missione sconosciuta. Il libro finisce lì. Voi ragazzi, tuttavia, assomigliate molto ai vostri genitori, e dubito che schizzerete radiosamente nello spazio appena avrete il diploma in mano. È molto più probabile che andiate a Buffalo, Rochester o East Quogue – o Cohoes.

E immagino che tutti voi desideriate, fra le altre cose, fare soldi e trovare il vero amore. Ve lo dico io come fare soldi: lavorate molto sodo. Ve lo dico io come trovare l’amore: vestitevi bene e sorridete sempre. Imparate le parole di tutte le canzoni appena uscite.

Che altri consigli posso darvi? Mangiate tanta crusca in modo che la vostra dieta abbia il necessario apporto di fibre. L’unico consiglio che mio padre mi abbia mai dato è stato questo: «Non ti ficcare niente nelle orecchie». Dentro le orecchie ci sono le ossa più piccole di tutto il corpo umano, lo sapete?, e anche il senso dell’equilibrio. Se vi maltrattate le orecchie, rischiate non solo di diventare sordi, ma anche di cadere per terra in continuazione. Quindi lasciatele in pace. Stanno benissimo così come sono.

Non ammazzate nessuno – anche se nello stato di New York non è in vigore la pena di morte.

In pratica, questo è quanto.

Un’altra cosa che potreste fare, come optional, è rendervi conto che ci sono sei stagioni, non quattro. La poesia delle quattro stagioni è completamente sbagliata per questa parte del pianeta, ecco forse perché siamo quasi sempre così depressi. Insomma, spesso e volentieri la primavera non sembra affatto primavera, e novembre non c’entra niente con l’autunno, e così via. Ecco la verità sulle stagioni: la primavera sono maggio e giugno! Cosa c’è di più primaverile di maggio e giugno? L’estate sono luglio e agosto. Fa un caldo boia, no? L’autunno è settembre e ottobre. Le vedete le zucche? Sentite l’odore di quel falò di foglie secche. Poi viene la stagione chiamata «Chiusura». È il periodo in cui la natura chiude i battenti. Novembre e dicembre non sono l’inverno. Sono la chiusura. Poi arriva l’inverno, gennaio e febbraio. Accidenti! Quanto sono freddi! E poi cosa arriva? Non la primavera. La riapertura. Che altro potrebbe essere aprile?

Un ulteriore consiglio facoltativo: Se mai doveste trovarvi a tenere un discorso, cominciate con una battuta, se ne sapete una. Sono anni che cerco la battuta più bella del mondo. Credo di averla trovata. Adesso ve la dico, però dovete aiutarmi. Dovete dire: «No» quando alzo la mano così. D’accordo? Mi raccomando.

Sapete perché la panna è tanto più costosa del latte?

pubblico: No.

Perché le mucche odiano accucciarsi su quei cartoni così piccini.

Questa è la battuta più bella che conosco. Una volta, quando lavoravo per la General Electric a Schenectady, dovevo scrivere dei discorsi per i dirigenti dell’azienda. In un discorso per un vicepresidente ci misi la battuta sulle mucche e i cartoni piccini. Il tizio stava leggendo il discorso, e quella battuta non la conosceva. Ha cominciato a ridere e non è più riuscito a smettere, hanno dovuto portarlo via perché gli sanguinava il naso. Il giorno dopo mi hanno licenziato.

Come funzionano le battute di spirito? Quando sono belle, l’inizio vi sfida sempre a pensare. Siamo animali talmente pronti a prendere le cose sul serio. Quando vi ho fatto quella domanda sulla panna, non siete riusciti a trattenervi. Avete davvero cercato di pensare a una risposta sensata. Perché il pollo attraversa la strada? Perché i pompieri portano le bretelle rosse? Perché hanno seppellito George Washington sul fianco di una collina?[1]

La seconda parte della battuta annuncia che nessuno vuole che pensiate, nessuno vuole sentire la vostra splendida risposta. È un tale sollievo incontrare finalmente qualcuno che non vi richieda di essere intelligenti. Si ride di gioia.

E in effetti ho progettato tutto questo discorso per permettervi di essere stupidi quanto volete, senza stress e senza punizioni di alcun tipo. Ho perfino scritto una canzoncina ridicola per l’occasione. Non ha la musica, ma di compositori è pieno il mondo. Uno di sicuro si farà avanti. Le parole fanno così:

Addio ai professori con questa cerimonia.
Andiamo a fare festa, ma con parsimonia.
Ti amo così tanto, Sonia,
Che voglio comprarti una begonia.
Anche tu mi ami, vero, Sonia?

Visto? Stavate cercando di indovinare quale sarebbe stata la rima successiva. Ma non importa a nessuno quanto siete intelligenti.

Sto facendo lo scemo in questo modo perché provo molta pena per voi. Provo molta pena per tutti noi. La vita tornerà a essere molto dura, appena finirà tutto questo. E il pensiero più utile a cui potremo aggrapparci quando si scatenerà di nuovo l’inferno è che non siamo membri di generazioni diverse, tanto dissimili fra loro, come alcuni vorrebbero farci credere, quanto gli eschimesi e gli aborigeni australiani.

Siamo tutti così vicini nel tempo che dovremmo considerarci fratelli e sorelle. Io ho parecchi figli – sette, per la precisione – decisamente troppi per un ateo. E ogni volta che i miei figli si lamentano con me dello stato del pianeta, rispondo: «State zitti! Io qui ci sono appena arrivato. Mi avete preso per Matusalemme? Pensate che le notizie del telegiornale mi piacciano più che a voi? Vi sbagliate».

In questo momento stiamo tutti condividendo più o meno lo stesso arco di vita.

Cos’è che le persone un po’ più anziane vogliono dalle persone un po’ più giovani? Che gli riconoscano il merito di essere sopravvissute così a lungo, e spesso in maniera creativa, in condizioni difficili. Le persone un po’ più giovani sono intollerabilmente restie a riconoscergli questo merito.

Cos’è che le persone un po’ più giovani vogliono dalle persone un po’ più anziane? Più di tutto, credo, vogliono che venga ammesso, senza ulteriori indugi, che sono ormai uomini e donne a tutti gli effetti. Le persone un po’ più anziane sono intollerabilmente restie ad ammetterlo.

Perciò mi prendo io la responsabilità di dichiarare questi giovani che si laureano oggi uomini e donne. Nessuno deve più trattarli come bambini. E loro non devono più comportarsi come bambini – mai più.

Questo è un cosiddetto rito di passaggio all’età adulta.

Mi rendo conto che arriva un po’ tardi, ma meglio tardi che mai.

Ogni società primitiva che sia mai stata studiata aveva un rito di passaggio all’età adulta, con il quale quelli che prima erano bambini diventavano indiscutibilmente uomini e donne. Alcune comunità ebraiche onorano tuttora questa antica pratica, come sappiamo, e secondo me ne traggono beneficio. Ma, in generale, le società ultramoderne e massicciamente industrializzate come la nostra hanno deciso di sbarazzarsi dei riti di passaggio all’età adulta – a meno che non si voglia contare il rilascio della patente di guida a sedici anni. Se lo si vuole contare, va detto che come rito di passaggio ha comunque una caratteristica molto insolita: l’età adulta può essere successivamente revocata da un giudice, anche a una persona anziana come me.

Un altro evento nella vita dei maschi americani ed europei che potrebbe essere considerato un rito di passaggio è la guerra. Se un maschio torna a casa dalla guerra, specie se ha riportato ferite serie, tutti concordano: quello è indubbiamente un uomo.

Quando sono tornato a casa, a Indianapolis, dopo aver combattuto in Germania nella seconda guerra mondiale, un mio zio mi disse: «Perbacco, adesso sì che sembri un uomo». Avrei voluto strangolarlo. Se l’avessi fatto, sarebbe stato il primo tedesco che uccidevo. Ero un uomo anche prima di andare in guerra, ma lui col cavolo che l’avrebbe ammesso.

Io avanzo l’ipotesi che privare i giovani maschi di un rito di passaggio all’età adulta nella nostra società attuale sia un espediente, ideato in maniera astuta ma inconscia, per rendere quei maschi ansiosi di andare in guerra, per quanto possa essere terribile o ingiusta una guerra. Esistono anche guerre giuste, ovviamente. Si dà il caso che la guerra in cui ero ansioso di combattere io fosse giusta.

E quand’è che una femmina smette di essere una bambina e diventa una donna, con tutti i diritti e i privilegi che ne conseguono? La risposta la sappiamo tutti, istintivamente: quando fa un figlio all’interno del matrimonio, è chiaro. Se quel primo figlio lo fa al di fuori del matrimonio, è ancora una bambina. Cosa potrebbe esserci di più semplice, più naturale e più ovvio – o, al giorno d’oggi e in questa società, di più ingiusto, insignificante e semplicemente stupido?

Secondo me faremmo meglio, per il nostro stesso bene, a ripristinare i riti di passaggio all’età adulta.

Non solo dichiaro questi giovani che si laureano oggi uomini e donne. Con tutti i poteri concessimi, li dichiaro anche dei Clark. Molti di voi sapranno senz’altro che tutti i bianchi di nome Clark discendono da abitanti delle Isole Britanniche che si distinguevano per la loro capacità di leggere e scrivere.[2] Un nero di nome Clark, ovviamente, discende con ogni probabilità da qualcuno che era costretto a lavorare senza paga né diritti di alcun tipo per un bianco di nome Clark. Famiglia interessante, i Clark.

Mi rendo conto che voi neolaureati avete tutti un certo grado di specializzazione. Ma di fatto avete passato buona parte degli ultimi sedici anni o più a imparare a leggere e scrivere. Gli individui che sanno farlo bene come voi sono un miracolo e, per come la vedo io, ci danno il diritto di sospettare che forse, in fondo, siamo davvero persone civili. Imparare a leggere e scrivere è tremendamente difficile. Ci vuole un’eternità. Quando rimproveriamo i nostri insegnanti per i bassi punteggi dei loro studenti nelle prove di lettura, fingiamo che sia la cosa più facile del mondo, insegnare a qualcuno a leggere e scrivere. Provateci, qualche volta, e scoprirete che è quasi impossibile.

A che serve essere un Clark, adesso che abbiamo i computer, i film e la tv? Clarkeggiare, attività assolutamente umana, è qualcosa di sacro. La tecnologia no. Clarkeggiare è la forma di meditazione più profonda ed efficace praticata su questo pianeta, e supera di gran lunga qualunque sogno fatto da un guru indiano in cima a una montagna. Perché? Perché i Clark, leggendo bene, sono in grado di pensare i pensieri delle menti umane più sagge e più interessanti di tutti i tempi. Quando i Clark meditano, anche se personalmente hanno solo un intelletto mediocre, meditano con i pensieri degli angeli. Cosa potrebbe esserci di più sacro?

E questo è quanto, in fatto di età adulta e di Clark. Rimangono da trattare soltanto due altri argomenti fondamentali: la solitudine e la noia. Qualunque sia la nostra età in questo momento, è sicuro che durante il resto della nostra vita ci annoieremo e ci sentiremo soli.

Ci sentiamo così soli perché non abbiamo abbastanza amici e parenti. Gli esseri umani dovrebbero vivere in famiglie allargate stabili, di mentalità affine, composte almeno di cinquanta persone ciascuna.

La portavoce di voi studenti ha lamentato la crisi dell’istituzione del matrimonio in questo paese. Il matrimonio è in crisi perché le nostre famiglie sono troppo piccole. Un uomo non può rappresentare un’intera società per una donna, e una donna non può rappresentare un’intera società per un uomo. Ci proviamo, ma c’è poco da meravigliarsi se così tanti di noi non reggono.

Quindi consiglio a tutti i presenti di entrare a far parte di associazioni di ogni tipo, per quanto possano essere ridicole, semplicemente per avere più persone nella propria vita. Poco importa se tutti gli altri membri sono dei coglioni. Quello che ci serve è un gran numero di parenti di qualunque tipo.

Quanto alla noia, Friedrich Wilhelm Nietzsche, filosofo tedesco morto settantotto anni fa, aveva da dire questo: «Contro la noia perfino gli dei combattono invano». È normale annoiarsi. Fa parte della vita. Imparate a tollerarlo, altrimenti non sarete mai quello che ho dichiarato che siete voi neolaureati: uomini e donne maturi.

Concludo facendovi notare che la stampa, che si occupa di sapere e capire tutto, spesso constata che i giovani sono apatici (specie quando gli opinionisti e i commentatori non trovano altro di cui parlare o scrivere). La nuova generazione di laureati forse non ha assunto un certo tipo di vitamine o di minerali, magari il ferro. Hanno il sangue stanco. Gli serve il Geritol.

Be’, in quanto membro di una generazione più vispa, con un luccichio negli occhi e il passo scattante, vi voglio dire cos’è che ci teneva belli carichi quasi tutto il tempo: l’odio.

Per tutta la vita ho avuto gente da odiare, da Hitler a Nixon – non che siano minimamente paragonabili nella loro malvagità. È tragico, forse, che gli esseri umani riescano a trarre così tanta energia ed entusiasmo dall’odio. Se vi volete sentire alti tre metri e capaci di correre per cento chilometri senza fermarvi, l’odio batte di gran lunga la cocaina pura. Hitler ha fatto risorgere un paese sconfitto, in bancarotta e mezzo morto di fame grazie all’odio e nient’altro. Pensate un po’.

Perciò a me sembra abbastanza probabile che i giovani di oggi negli Stati Uniti d’America non siano effettivamente apatici, ma lo sembrino soltanto alla gente che è abituata ad arrivare all’estasi attraverso l’odio, insieme ad altre cose ovviamente.

I ragazzi che si laureano qui oggi non sono sonnacchiosi, non sono indifferenti, non sono apatici. Stanno solo portando avanti l’esperimento di fare a meno dell’odio. È l’odio la vitamina, o il minerale, o come lo vogliamo chiamare, che manca nella loro dieta; si sono accorti giustamente che l’odio, a lungo andare, è nutritivo quanto il cianuro. Quella in cui si stanno cimentando è un’impresa molto esaltante, e gli faccio i miei migliori auguri.

 

1. Sono tre freddure molto comuni negli Stati Uniti; le risposte sono rispettivamente: per arrivare dall’altra parte; per tenersi su i calzoni; perché era morto. [n.d.t.]

2. Il cognome inglese Clark deriva dalla parola latina clericus, che indicava uno scrivano, o in genere un erudito, all’interno di un ordine religioso. [n.d.t.]

 

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Quell’intervista che rivela lo scrittore https://minimaetmoralia.it/libri/maestri-di-finzione-francesca-borrelli/ https://minimaetmoralia.it/libri/maestri-di-finzione-francesca-borrelli/#respond Tue, 09 Sep 2014 15:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23155 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.
«Amo pianificare i miei romanzi dall’inizio alla fine», dice Orhan Pamuk. Gli risponde, idealmente, Javier Marías: «sono il contrario del romanziere che sa tutto già prima di cominciare a scrivere». Si alza la voce di Toni Morrison: «quando comincio a scrivere un libro mi è già chiaro dove andrà a parare l’intreccio». Si intromette Michael Cunningham: «all’inizio non ho ben chiaro dove mi sto indirizzando».

Le idee dei grandi scrittori danno l’illusione, di solito, di essere verità universali sulla produzione letteraria. Non ci si accorge mai – come capita ascoltandoli tutti insieme – di quanto siano soggettive e instabili le loro posizioni. È un coro polifonico il risultato del libro orchestrato da Francesca Borrelli, Maestri di finzione (Quodlibet, pp. 610, euro 28), in cui sono raccolti venti anni di incontri e letture con autori di tutto il mondo.

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«Amo pianificare i miei romanzi dall’inizio alla fine», dice Orhan Pamuk. Gli risponde, idealmente, Javier Marías: «sono il contrario del romanziere che sa tutto già prima di cominciare a scrivere». Si alza la voce di Toni Morrison: «quando comincio a scrivere un libro mi è già chiaro dove andrà a parare l’intreccio». Si intromette Michael Cunningham: «all’inizio non ho ben chiaro dove mi sto indirizzando».

Le idee dei grandi scrittori danno l’illusione, di solito, di essere verità universali sulla produzione letteraria. Non ci si accorge mai – come capita ascoltandoli tutti insieme – di quanto siano soggettive e instabili le loro posizioni. È un coro polifonico il risultato del libro orchestrato da Francesca Borrelli, Maestri di finzione (Quodlibet, pp. 610, euro 28), in cui sono raccolti venti anni di incontri e letture con autori di tutto il mondo. «Un’intervista può essere per me terribile», le dice Anna Maria Ortese, ma fortunatamente ciò non vale per tutti. Don DeLillo, per esempio, le concederà ben sei interviste, che coprono un arco temporale che va dal 1999 al 2012.

Anticipate da un breve testo che inquadra l’opera complessiva e il romanzo più recente, le interviste scansano i riferimenti biografici: non riguardano mai la vita privata, il contesto dell’incontro, né annotano vezzi, look, o segni distintivi (a parte evocare i cappelli di Amélie Nothomb, la sedia a rotelle di Toni Morrison, i giubbotti di pelle di Paul Auster). Tutto ciò che interessa Francesca Borrelli è un dialogo serrato sui testi, su singole frasi citate, trame, allegorie, psicologie dei personaggi, quasi assecondando l’adagio di Jacques Derrida secondo cui non c’è nulla al di fuori del testo («il n’y a pas de hors-texte»).

Le domande non sono mai interscambiabili, ogni autore ha le sue. Alcune contengono intuizioni critiche che bastano da sole a far luce sui testi: a Yehoshua chiede se il giovane arabo del primo romanzo L’amante (1977) non «trovi un suo prolungamento in Rashed», personaggio di La sposa liberata (del 2001). Utilizza poche parole per tratteggiare la narrativa di uno scrittore, come nel caso di Jeffrey Eugenides: «immune da cadute di tono». A volte affiora un’antipatia: «il carattere bizzoso. Esigente come una regina nata in miseria» riferito a Jamaica Zincai; o una nota negativa, come su Paul Auster: «i suoi alterni risultati e l’inclinazione a concentrarsi sulla sua persona mi hanno dissuaso dall’incontrarlo più di una volta».

Francesca Borrelli parla di mare con Derek Walcott, di cioccolata bianca con Amélie Nothomb, di Raymond Carver con Tobias Wolff, di Effie Briest con Günter Grass. Si confronta con David Foster Wallace, Emmanuel Carrère, Jennifer Egan, Julian Barnes, Kurt Vonnegut, Ian McEwan, e molti altri.

Le oltre 600 pagine di Maestri di finzione appaiono come un planetario con le rotte tracciate delle influenze di decine di classici contemporanei. Di ogni autore si riscontrano elementi di continuità e discontinuità, debiti, fuoripista. Se è vero, come dice Anna Maria Ortese, che «spesso non sappiamo nulla di ciò che abbiamo nell’animo, finché uno scrittore non ce lo rivela», può capitare che sfugga anche cos’abbia nell’animo uno scrittore, ma che un intervista ce lo riveli.

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La carneficina di Gaza e il tempo immobile degli intellettuali https://minimaetmoralia.it/mondo/e-possibile-difendere-gaza-per-gli-intellettuali-italiani-e-possibile-parlare-di-israele-senza-essere-tacciati-di-antisemitismo/ https://minimaetmoralia.it/mondo/e-possibile-difendere-gaza-per-gli-intellettuali-italiani-e-possibile-parlare-di-israele-senza-essere-tacciati-di-antisemitismo/#comments Fri, 08 Aug 2014 08:55:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22718 di Lorenzo Galbiati

Il 14 luglio su questo blog culturale Christian Raimo scrive, citando Vonnegut, che “Non c’è nulla di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non abbiano più niente da dire o da pretendere”. Questa frase presa da Mattatoio n° 5 viene in soccorso a Raimo, che non sa quale narrazione sviluppare sull’attuale carneficina di Gaza. Raimo sceglie il silenzio, che considera l’unica soluzione intelligente: “Se siamo umani, non c’è nulla di intelligente da dire sugli ultimi bombardamenti a Gaza, su questa fase di guerra che non è ancora ufficialmente guerra o lo è appena diversamente dal solito.”

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di Lorenzo Galbiati

Il 14 luglio su questo blog culturale Christian Raimo scrive, citando Vonnegut, che “Non c’è nulla di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non abbiano più niente da dire o da pretendere”. Questa frase presa da Mattatoio n° 5 viene in soccorso a Raimo, che non sa quale narrazione sviluppare sull’attuale carneficina di Gaza. Raimo sceglie il silenzio, che considera l’unica soluzione intelligente: “Se siamo umani, non c’è nulla di intelligente da dire sugli ultimi bombardamenti a Gaza, su questa fase di guerra che non è ancora ufficialmente guerra o lo è appena diversamente dal solito.”

È difficile capire come un intellettuale possa concepire qualcosa di più infelice del proclamare il silenzio l’unica cosa intelligente di fronte a una strage (termine più appropriato di “guerra”). E certo Vonnegut non può fare velo a Raimo: la sua frase parla del narrare un massacro, non del prender posizione in proposito. Come narrazione, dice Vonnegut, c’è ben poco da dire: son tutti morti. Certo, perché Vonnegut parla di un massacro già finito, passato alla storia. Noi invece stiamo vedendo con i nostri occhi la storia, stiamo assistendo al massacro in diretta, e anche alla sua mastodontica copertura e giustificazione mediatica. L’intellettuale, se è tale, in questi casi alza la voce per denunciare il crimine o sta zitto?

I massacri possono essere noiosi da narrare quando sono già finiti, ciò non toglie che la letteratura possa farli rivivere in modo artisticamente significativo. Ma quale intellettuale può credere di potersi esimere dal denunciare un massacro in corso? Com’è possibile che Raimo abbia scelto di parlare per annunciare il suo silenzio?

Raimo si ispira a uno “status di Ida Dominijanni su facebook che diceva: “Ho letto vari post e relativi dibattiti su quello che sta succedendo a Gaza. Posso dire una cosa che non piacerà a nessuno? Io la ripetitività del conflitto israelo-palestinese non la reggo più. E nemmeno quella dei relativi dibattiti”. Di fronte a una carneficina in corso, Ida Dominijanni dichiara che non regge più “la ripetitività del conflitto israelo-palestinese”. Se questa frase è infelice per uno scrittore, un intellettuale, risulta un assurdo per una giornalista, tanto che diventa lecito per un lettore considerarla organica con la propaganda sionista. E Michele Serra, riprendendo l’articolo di Raimo che cita Dominijanni, non trova di meglio, sdraiato sulla sua Amaca, che accodarsi al silenzio connivente che l’intellighenzia di sinistra coltiva verso la carneficina di Gaza.

Il silenzio è infatti oggettivamente connivente. Se poi ci si chiede: “ma perché proprio per questa carneficina certi intellettuali scelgono il silenzio? Perché tutte le altre volte si condannava il silenzio?” Le uniche risposte sensate sono che gli intellettuali hanno abdicato al loro ruolo; o hanno una sudditanza psicologica verso le parole d’ordine di una precisa propaganda di potere (“l’antisionismo è un travestimento dell’antisemitismo”) che li costringe a mille faticosi distinguo e specificazioni che alla fine perdono il senso di quel che vogliono dire; o hanno perso in lucidità e coraggio (sono forse ottusi?); o… sono organici alla propaganda sionista, cioè sono in malafede.

Poichè evito i processi alle intenzioni, preferisco escludere la malafede e concentrarmi sul perchè gli intellettuali hanno abdicato al loro ruolo. La risposta qual è?

Rileggo Dominijanni e Raimo, e quel che mi stupisce è la loro insistenza sulla parola “ripetitività”, riferita al supposto “conflitto” israelo-palestinese (è una colonizzazione, una pulizia etnica, non un conflitto). Ripetitività suggerisce concetti quali “è sempre tutto uguale”, “la storia si ripete ciclicamente”, “il tempo si è fermato”. È Raimo a scrivere: “Lo scandalo della tragedia lascia il passo, è terribile dirlo ma è innegabile, a una sensazione di ripetitività, di moto inerziale”.

Se la storia è ripetitiva, tutta uguale, ciclica, ferma, allora fermiamoci anche noi dal narrarla: non vorremmo essere noiosi.

Ed ecco che gli intellettuali si fanno strumenti organici della normalizzazione in atto, a ogni livello della vita pubblica occidentale, nell’accettare il crimine dell’embargo su Gaza, così come della colonizzazione di Gerusalemme est e della West Bank.

Del resto, sta forse succedendo qualcosa in Palestina? No, è sempre tutto uguale.

A Gaza l’embargo, che prosegue dal 2007, ha forse ridotto la popolazione al limite della catastrofe umanitaria, a prigionieri di un lager a cielo aperto, cui arrivano a piccole razioni, decise da Israele, alimenti, acqua, materiali, luce? No, è tutto uguale.

A Gerusalemme est continuano forse più numerose le demolizioni delle case palestinesi, al fine di pulirla etnicamente, renderla a stragrande maggioranza ebraica ed integrarla in Israele come capitale unica? No, è tutto uguale.

Nella West Bank prosegue forse a spron battuto la costruzione di nuove colonie, in modo da sottrarre ancora più terra ai palestinesi e rinchiuderli in sempre più piccoli bantustan accerchiati da coloni come i tre adolescenti rapiti e uccisi circa un mese fa? No, è tutto uguale.

È forse vicino il momento in cui lo “stato ebraico” si impossesserà di tutta la terra fino al Giordano e diventerà definitivamente uno stato di apartheid, nel quale i palestinesi vivranno autonomi nelle loro gabbie, amministrate da loro ma in tutto e per tutto controllate dall’esercito e dall’amministrazione sionista? No, è tutto uguale.

È forse vicina la fine della possibilità di uno stato palestinese vero, autonomo? No, è tutto uguale.

È forse vicina la distruzione del popolo palestinese? No, è tutto uguale.

Nella storia si è sempre assistito al genocidio di intere culture o popoli, o parti di essi, come conseguenza della colonizzazione di un invasore. Tutti lo sanno. Ma nel caso della Palestina nessuno lo vede, nessuno lo dice, la storia si ferma e il genocidio diventa per gli intellettuali (Raimo) “una figura retorica” che indica qualcosa di “ricorsivo”.

Ripetitività, figura retorica ricorsiva.

L’intellettuale abdica al suo ruolo perché vede una realtà sempre uguale, crede non ci siano novità da narrare, come se non considerasse suo compito confrontarsi o incidere nella realtà bensì fare narrazioni della realtà, agire su un piano ad essa parallelo e del tutto autoreferenziale. La realtà è fuori, al di là da tutto questo. E quando chi vive nella realtà, e si confronta ponendo la realtà, e non le sue narrazioni possibili, come base di una partecipazione etica al presente, fa notare all’intellettuale che il suo atteggiamento si qualifica come connivenza – se non complicità – l’intellettuale rifiuta sdegnato la critica, di fatto non la capisce nemmeno, perché si pone su un altro piano, quello nel quale, insieme agli altri eletti, si confrontano narrazioni sempre più intelligenti, originali, e soprattutto fini a se stesse – o si tace.

I problemi di cui soffre l’intellettuale hanno quindi due cause. La prima è la miopia, che causa il congelamento del suo sguardo, tanto che vede il tempo fermo in Medio Oriente, se non ciclico. La seconda è la dislessia/disgrafia, che lo porta a credere di dover parlare solo quando può fornire una narrazione originale, altrimenti meglio il silenzio, perciò se un crimine si ripete meglio non denunciarlo (o questo vale solo per la Palestina?).

Parlo dell’intellettuale, dello scrittore, e non solo di Christian Raimo, perché quanto ho descritto è ciò che vedo nel web, nei siti o blog di letteratura e politica.

Un post dal titolo e dall’introduzione in cui l’estrema sintesi coincide con l’estrema ottusità è il pezzo “No” del 15 luglio su Il primo amore, a firma Baratto e Moresco, in cui si legge: “Razzi di Hamas su Israele e bombe israeliane su Gaza: era il gennaio 2009 e l’operazione si chiamava “Piombo fuso”. Di getto, sull’onda dell’emozione e della disperazione, scrivemmo a due mani questo pezzo. Lo ripropongo qui oggi, mentre di nuovo cadono razzi di Hamas su Israele e bombe israeliane su Gaza.”. Sembra che si stia assistendo non a una carneficina criminale ma a uno spettacolo balistico perfettamente simmetrico (razzi da una parte e bombe dall’altra) e uguale al 2009, anno nel quale si direbbe che gli autori abbiano scritto una narrazione definitiva, pronta per essere riciclata in ogni momento, della realtà descritta come “razzi di Hamas – bombe di Israele”. Nessun cenno alle persone, nessuna presa di posizione. Nell’articolo del 2009, che si potrebbe considerare moderatamente filosionista, gli autori sentono il dovere di esplicitare all’inizio il loro debito verso la cultura ebraica e la loro preoccupazione per un presunto antisemitismo di sinistra, per il quale scrivono, parafrasando un discorso del Presidente della Repubblica Napolitano (e della propaganda filosionista): “poiché tale antisemitismo non può essere ammesso col suo vero nome, lo si traveste lessicalmente da antisionismo”.

Andrea Inglese su Nazione Indiana il 21 luglio posta “Il tempo congelato della politica israeliana”, nel quale ricicla un suo articolo del 2006 che “riguardava la politica di “rappresaglia” scelta da Israele in Libano contro Hezbollah. Basterebbe cambiare alcuni nomi e alcune date, per rendere queste riflessioni sinistramente attuali. Hamas al posto di Hezbollah, Gaza al posto di Libano, 2014 (o 2009) al posto di 2006. Come se nulla fosse accaduto. Tempo congelato. Coazione a ripetere.”

Le uniche cose che Inglese modificherebbe, per attualizzare il suo pezzo del 2006, sono che ora “le proporzioni sono più macabre”, e che l’antisemitismo – che Inglese continua a considerare esistente anche quando prende “come alibi” l’occupazione israeliana – non deve diventare a sua volta “un’alibi per legittimare una politica d’occupazione”.

Come si vede, anche in questo caso, la storia non dà adito a una nuova narrazione in quanto la si concepisce come ciclica, come “se nulla fosse accaduto”. Nuovamente non ci si accorge che questa storia supposta immutabile (congelata) in quanto vittima di coazioni a ripetere, è la proiezione della propria visione dell’oppressione israeliana in atto nei territori occupati (considerati pezzi di Giudea e Samaria, per l’ideologia colonialista sempre più diffusa tra gli ebrei israeliani e della diaspora).

Va detto, quanto meno, a merito di Inglese, di non aver messo sullo stesso piano israeliani e palestinesi sia dal punto di vista delle rispettive posizioni morali (il primo è l’oppressore, il secondo è l’oppresso) sia dal punto di vista storico-politico. Inglese, infatti, a differenza degli autori già citati, attribuisce ad Israele la “coazione a ripetere” una politica di rappresaglia, riconoscendo implicitamente alle sue vittime, Hezbollah e Hamas, vale a dire libanesi e palestinesi, la volontà e la legittimità di filarsi la loro storia. Insomma, il congelamento della storia del popolo palestinese oppresso è causato dalla politica di rappresaglia – criminale, aggiungo io – israeliana, non dal “botta e risposta” tra Hamas e il governo israeliano (razzi di Hamas, bombe di Israele).

Su Carmilla non esce nulla sulla nuova carneficina di palestinesi fino al 24 luglio, quando si ricicla un articolo di Moni Ovadia, “Perché Israele non vuole la pace”, scritto appositamente per altre testate per denunciare il massacro in corso. Il sito di “letteratura, immaginario e cultura di opposizione” si affida quindi a un esterno per prendere posizione sui fatti di Gaza.

Su Le parole e le cose, il 14 luglio esce un saggio del 2004 (a firma Daniele Balicco) su Edward Said, riciclato dalla rivista Allegoria, che discute con grande tempismo il problema di quale soluzione adottare per la Palestina: due popoli-due stati o uno stato binazionale? Discutiamone mentre è in atto una carneficina. Poi nulla fino al 27 agosto, quando esce un breve articolo “Fobie contrapposte”, riciclato dalla rivista “il Ponte”, di Rino Genovese, molto politicamente corretto ed equidistante tra le parti in causa. Recita l’incipit: “Il nodo è inestricabile. Islamofobia e giudeofobia si tengono a vicenda.” Ma Genovese sembra più preoccupato della giudeofobia che si starebbe diffondendo in Francia che della carneficina in corso a Gaza.

Solo il 1 agosto compare, su Carmilla, un articolo contro l’attuale carneficina di Gaza. È un articolo di taglio marxista-antimperialista, che prende chiaramente posizione, chiama Israele “stato fascista” e dichiara che “non vincerà mai questa guerra” nemmeno se radesse al suolo Gaza. Motivo? Non perché vincerà Hamas, ma perché vinceranno le petromonarchie del Golfo, a cui Israele diventa sempre più legato.

Come si vede, manca in questo articolo qualsiasi discorso sulla situazione nella quale si inscrive la carneficina di Gaza, che non è una “guerra”, ma uno dei tanti massacri che si verificano nel corso della colonizzazione della Palestina, con annessa pulizia etnica. Israele sta perdendo sul piano dell’immagine mondiale? E forse anche sul piano geopolitico? No, non sta perdendo. Semmai si sta indebolendo. Ma Israele sta riuscendo nel suo scopo, la colonizzazione della Palestina, che comporta inevitabilmente la distruzione della nazione (intesa come popolo che vive sulla sua terra) palestinese.

L’autore, Sandro Moiso attacca, in modo confuso e generico, i pacifisti e i cattolici (uniti da un “umanitarismo becero”), gli occidentalisti e dei non meglio precisati “filistei” (parola fuori luogo, visto il contesto: la carneficina di palestinesi), “soprattutto di sinistra, [che piangono] sugli orrori della guerra. Lasciamoli scoprire che ad ogni tornata di guerra l’antisionismo si trasforma, troppo spesso, nel più bieco e volgare antisemitismo. Lasciamoli credere che il sionismo sia divenuta l’unica espressione possibile dell’ebraismo. Tutti uniti nel dire che non è più possibile schierarsi in questo conflitto, ma lasciateli perdere perché sono già politicamente e socialmente morti.”

Come si vede, anche in questo pezzo si mette in guardia da un presunto antisemitismo di sinistra, ma stavolta l’antisemitismo deriverebbe dall’antisionismo (ne riparlerò). A confondere i piani, arrivano altre affermazioni dell’autore che, contraddicendosi, dopo aver sostenuto che il sionismo non è l’unica espressione possibile dell’ebraismo, arriva a scrivere che “[a Gaza] non vince l’ebraismo che, sempre di più, viene accomunato alla responsabilità dei massacri perpetrati in Palestina, nonostante le voci critiche nei confronti del sionismo armato israeliano che provengono, sempre più numerose, dall’ambito della comunità ebraica internazionale e anche, seppure in maniera minore, dall’interno della stessa Israele. Nel corso degli anni il governo sionista ha spinto il paese tra le braccia dei peggiori avversari e dei più acerrimi nemici dell’ebraismo: le destre di governo occidentali (dal Partito Repubblicano negli USA a Forza Italia qui da noi)” Se il governo sionista ha spinto il paese, cioé Israele, tra le braccia dei più acerrimi nemici dell’ebraismo, allora non si capisce più come si possa distinguere Israele dall’ebraismo. L’autore in pratica ritorce contro di sè le accuse verso i filistei che vedono in Israele l’espressione mondiale dell’ebraismo.

Questo corto circuito è emblematico di una serie di questioni intorno a due temi tra essi collegati: il rapporto tra Israele ed ebrei (israeliani o delle comunità della diaspora), e tra Israele ed ebraismo. Di questi temi, che Moiso ha il merito di sollevare, non vedo tracce di narrazioni da parte dei nostri scrittori o intellettuali.

Il primo tema. Moiso mette il dito nella piaga quando afferma che l’ebraismo è sempre più accomunato alla responsabilità dei massacri in Palestina. Perché basta ascoltare la tv, leggere i giornali e informarsi sul web per capire quanto le comunità ebraiche della diaspora europee, e in parte americane, appaiano come una propaggine di Israele, un suo ufficio di propaganda. Le voci critiche nei confronti del sionismo, che secondo Moiso sono sempre più numerose (forse perché prima si contavano sulle dita delle mani?), sono in realtà pochissime, e del tutto isolate, osteggiate da Israele e da quasi tutti gli ebrei della diaspora.

Tanto per fare alcuni esempi: Gideon Levy, l’unico giornalista di una importante testata israeliana ad aver detto chiaramente che Israele con questa operazione su Gaza ha lo scopo di uccidere arabi, è stato minacciato di morte e ora vive sotto scorta; Ilan Pappé, lo storico autore de La pulizia etnica della Palestina, è migrato in Gran Bretagna perché gli impedivano di lavorare in Israele; gli attivisti nonviolenti Jeff Halper (che si occupa della ricostruzione delle case palestinesi demolite) e Michel Warschawski (che si occupa di informare e manifestare contro l’occupazione della Palestina) sono voci del tutto isolate nel contesto israeliano. Nel mondo, Richard Goldstone dell’ONU, reo di aver redatto un rapporto realistico sulla prima carneficina di Gaza, è stato isolato dalla sua comunità, chiamato “ebreo-che-odia- se-stesso”, cioè ebreo antisemita, fino a quando non ha parzialmente ritrattato; Richard Falk, dell’ONU, e Noam Chomsky, rei di criticare le politiche genocide di Israele, sono stati espulsi da Israele l’ultima volta che ci sono andati, e vengono sistematicamente insultati (come ebrei antisemiti o altro); Norman Finkelstein, l’autore dell’Industria dell’Olocausto, viene sempre contestato, è stato espulso da Israele, e di recente arrestato a New York mentre manifestava contro il massacro di Gaza. Passiamo all’Italia: gli Ebrei contro l’occupazione (che sono pochissimi), che appartengono alla Jewish Voice For Peace, vengono spesso scherniti dagli esponenti delle comunità ebraiche su vari siti web; Gad Lerner e Moni Ovadia sono usciti dalla comunità ebraica milanese per i continui insulti (riconducibili sempre allo stesso: ebreo-che-odia-se-stesso) che ricevevano (Moni Ovadia ha detto di ricevere anche minacce, e del resto basta leggere i commenti alla sua pagina facebook per rendersi conto della quantità e della qualità degli insulti e delle minacce che riceve; di recente, un commentatore, con il nome scritto in ebraico, lo chiamava “goy Ovadia”).

È la stragrande maggioranza degli ebrei, israeliani e della diaspora, con le loro istituzioni, associazioni, che stanno creando l’equivalenza tra Israele e popolo ebraico, e quindi tra l’agire di Israele e l’ebraismo. Ogni ebreo critico delle politiche di Israele viene di fatto estromesso dall’appartenenza al popolo ebraico (e figuriamoci come viene considerato se critica la natura ebraica di Israele!), considerato un traditore, un ebreo che odia se stesso, un antisemita, un goy. Un intellettuale dovrebbe rendersi conto di questa degenerazione in atto nell’ebraismo internazionale, e denunciarla, invece di affaticarsi a ripetere che Israele ed ebrei sono due cose distinte. A sinistra, non è vero che ci sono antisemiti travestiti da antisionisti (come succede invece a destra in alcune formazioni neofasciste o neonaziste, o rossobrune: nazimaoiste?): semmai ci sono degli antisionisti convinti che rischiano di diventare antisemiti perché la propaganda filosionista di molte comunità ebraiche della diaspora è talmente forte e diffusa, talmente capillare e specchiata in quella israeliana (nelle università israeliane ci sono studenti volontari che lavorano nelle “war rooms”, stanze apposite per la propaganda nel web, e alcuni docenti israeliani sostengono che anche all’estero gli ebrei militanti si organizzano per fare propaganda nel web, distribuendosi per aree di azione e target) che la complicità nei crimini di Israele è sempre più distribuita tra gli israeliani e la comunità ebraica internazionale. È infatti difficile distinguere le dichiarazioni di un politico israeliano da quelle di molti esponenti delle comunità ebraiche: entrambi sostengono i crimini di Israele, spesso negando ogni evidenza – di recente un esponente di spicco di una comunità italiana ha proposto il Nobel per l’esercito israeliano, poiché avrebbe il merito di evitare l’uccisione di molte vite; non molti mesi fa, aveva dichiarato che gli ebrei italiani dovevano prepararsi a migrare in Israele a seguito di alcune dichiarazioni di Beppe Grillo.

Sempre meno persone potranno resistere all’incessante propaganda internazionale filosionista che stanno facendo instancabilmente molte comunità ebraiche: sono loro a diffondere l’equazione “Israele uguale ebrei”, vale a dire “criticare Israele uguale essere antisemiti”; perciò è responsabilità degli ebrei filosionisti la trasformazione dell’antisionismo in antisemitismo. Sarà sempre più difficile, per tutti, rimanere su posizioni intermedie, non schierarsi apertamente pro o contro Israele, e di conseguenza non essere considerati amici degli ebrei o antisemiti. Solo chi rimarrà aggrappato alle voci ebraiche – o traditrici dell’ebraismo? – del dissenso potrà evitare di cadere in questi opposti estremi.

Se quindi prosegue questa identificazione tra popolo ebraico ed Israele, e se Israele continuerà a commettere crimini contro l’umanità, con l’aggravante di considerarsi lo stato più morale del mondo, diventerà sempre più insensato distinguere l’antisionismo dall’antisemitismo, il che significa che l’antisemitismo storico, ossia l’odio e la discriminazione degli ebrei in quanto ebrei, è virtualmente finito. Se gli intellettuali si rendessero conto di questo, la finirebbero di fare discorsi intorno a una parola oggi svuotata di ogni significato come ”antisemitismo” e inizierebbero a preoccuparsi dell’antiarabismo di matrice europea e di un altro razzismo oggi sempre più diffuso e pernicioso in Occidente: quello presente in Israele, e in molte comunità ebraiche, verso chiunque si opponga all’ideologia sionista, sia esso ebreo o goy. È infatti questo razzismo che permette di uccidere senza alcun senso di colpa, anzi facendosene vanto, circa 2000 palestinesi, quasi tutti civili, pensando pure che sono loro, i palestinesi, a cercarsela, perché vogliono fare i martiri.

Infine, il secondo tema. Come è cambiato l’ebraismo da quando si è diffuso il sionismo? E, in particolare, da quando si è formato l’autoproclamatosi “stato ebraico”? Chi sostiene la legittimità dell’esistenza di Israele (sarebbe bello capire entro quali confini!), si pone la questione dell’ebraicità dello stato o lo considera, come vuole la propaganda sionista, né più né meno uno stato nazionale come tanti altri?

Perché, se è normale che vi sia uno stato ebraico, dove ogni ebreo può farvi ritorno, significa che le sorti dell’ebraismo sono strettamente collegate a quello stato. Non si può essere indifferenti, se si è ebrei, a quel che fa uno stato che si dichiara ebraico, perché l’identità dello stato richiama l’appartenenza al popolo ebraico. È “ebraica” la carneficina che Israele sta compiendo a Gaza? È connaturata con l’ebraismo? È, cioè, ebraico l’agire politico di Israele?

Mi chiedo se qualche intellettuale, tra quelli che parlano sempre di antisemitismo, si sia mai fatto queste domande. E soprattutto, mi chiedo se c’è qualcuno che si sia mai preso la briga di tentare di rispondervi.

Le domande che ho posto non sono da indirizzare solo a Israele: anche un musulmano non può non interrogarsi sull’agire politico di una repubblica islamica. E un italiano su quel che fa l’Italia, o meglio, su quali siano le peculiarità di uno stato italiano. Nel caso di Israele, però, la situazione è più complessa poiché essendo l’ebraismo una religione, oltre che l’identità storica di un popolo, essere ebraico significa contemporaneamente appartenere a un popolo e a una religione (un ebreo che cambia religione perde il diritto al ritorno in Israele, un goy che si converte all’ebraismo diventa ebreo e lo acquista). Quindi, il carattere ebraico di Israele interroga tutta la tradizione ebraica, dall’appartenenza per sangue alla cultura, dalle idee politiche alla religione. E la natura ebraica di Israele poteva NON portare alla pulizia etnica della Palestina, terra abitata da non-ebrei, alla colonizzazione della West Bank e di Gerusalemme est, all’embargo di Gaza, alle croniche, ripetitive carneficine di Gaza che tanto annoiano i nostri intellettuali? È ebraico tutto questo, è questo che è diventato l’ebraismo? O tutto questo è un tradimento dell’ebraismo, una sua degenerazione? È ebraico che uno stato sia “ebraico”?

Le risposte a queste domande non potranno essere eluse ancora per molto tempo, e non potranno che essere nette, perché la storia, per quanto annoi i nostri intellettuali, non è ferma, anzi in Medio Oriente sta andando avanti e si approssima a soluzioni sempre più radicali.

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Giovani una volta sola, ma immaturi per sempre https://minimaetmoralia.it/musica/giovani-una-volta-sola-ma-immaturi-per-sempre/ https://minimaetmoralia.it/musica/giovani-una-volta-sola-ma-immaturi-per-sempre/#comments Mon, 04 Aug 2014 14:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22627 Questo pezzo è uscito sul numero di luglio di Marie Claire.

Questo è un bel momento per essere giovani. Tra le ossessioni della cultura pop dei nostri anni, accanto al cibo, alle app per incontri, ai fenomeni compulsivi online, alle celebrità home-made ci sono loro: i ragazzi adulti. Quelli che hanno un'età biologica in cui neanche possono comprarsi del vino legalmente ma hanno l'età percepita di star consumate. Li troviamo pressoché in ogni campo, dalla Silicon Valley all'alta cucina, dal diciassettenne Nick D'Aloisio pupillo di Marissa Mayer, CEO di Yahoo, allo chef quindicenne Flynn McGarry che ha imparato a cucinare su internet a undici anni, seguendo tutorial e lasciandosi ispirare da piatti instagrammati, e lo racconta al New York Times buttando là frasi come: “Mi annoio di tutto velocemente, pianifico di aprire entro i diciannove anni un ristorante”. Io a diciannove anni imparavo a mangiare senza sporcarmi le magliette. Sto ancora imparando. Questo è un bel momento per essere giovani, anche se i giovani ci tengono molto a dimostrarsi adulti.

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Questo pezzo è uscito sul numero di luglio di Marie Claire. (Nella foto: Lorde. Fonte immagine)

Questo è un bel momento per essere giovani. Tra le ossessioni della cultura pop dei nostri anni, accanto al cibo, alle app per incontri, ai fenomeni compulsivi online, alle celebrità home-made ci sono loro: i ragazzi adulti. Quelli che hanno un’età biologica in cui neanche possono comprarsi del vino legalmente ma hanno l’età percepita di star consumate. Li troviamo pressoché in ogni campo, dalla Silicon Valley all’alta cucina, dal diciassettenne Nick D’Aloisio pupillo di Marissa Mayer, CEO di Yahoo, allo chef quindicenne Flynn McGarry che ha imparato a cucinare su internet a undici anni, seguendo tutorial e lasciandosi ispirare da piatti instagrammati, e lo racconta al New York Times buttando là frasi come: “Mi annoio di tutto velocemente, pianifico di aprire entro i diciannove anni un ristorante”. Io a diciannove anni imparavo a mangiare senza sporcarmi le magliette. Sto ancora imparando. Questo è un bel momento per essere giovani, anche se i giovani ci tengono molto a dimostrarsi adulti.

Non è solo questione di successo in campi dove per eccellere occorrono anni di sacrifici, è che ora hanno iniziato a raccontarsi da soli. Hanno un livello di riflessività che mancava agli adolescenti indagati da Stanley Hall, lo psicologo genetico che studiò per primo il fenomeno nel 1898 in balia a crisi esistenziali dovute all’invecchiamento. Anche se, va notato, tra le fonti d’ispirazione per le migliaia di pagine Hall usò il diario di Marie Bashkirtseff, una tubercolotica piena di turbe e velleità narcisiste, perché anche lui sapeva che l’adolescenza va raccontata quando la stai vivendo. (E preferibilmente quando respiri.)

Parlare di giovani non è semplice. Qualsiasi cosa loro facciano ci sembrano sempre troppo giovani, come noi sembriamo sempre vecchi a loro. Una deformazione prospettica. O li sopravvalutiamo o li sottovalutiamo. Viviamo nella stessa epoca ma ridiamo di cose differenti, ci escludiamo, ognuno rimane nella propria stanza e alle pareti abbiamo quasi sempre idoli differenti. Mettiamocelo in testa: ne avremo sempre una percezione distante. Quando qualcuno di loro condivide con noi umorismo, cult culturali e stile di vita diciamo che è maturo. Quando fa cose assurde, invece, ce ne stupiamo: dimenticate che le macchine da milioni di dollari che intrattengono i vostri figli hanno comunque l’età per permettersi di fare idiozie e non sono modelli adulti da imitare. Loro sono giustificati, noi no.

Un tempo era più semplice: gli adolescenti erano cretini, e quando smettevano di esserlo erano considerati adulti. Un tempo era semplice: le star della musica le si creava in laboratorio con un mix di professionismo e soldi spesi nel marketing, nella speranza di riuscire a trovare la formula di successo per sedurre quel pubblico di giovani in ormone. Oggi è diverso. Oggi accendono la webcam e si mettono in scena in piena indipendenza, parlano al loro pubblico, costruiscono la loro identità sui social in modo orizzontale, accanto agli adulti. Hanno iniziato a rispondere in modo brillante alle interviste, a sviluppare le voci ancor prima dei corpi, a fare esperienze precoci, a essere riflessivi e risolti e a parlare anche a noi, che l’adolescenza l’abbiamo passata da un po’, diventando i consumi culturali transgenerazionali della nostra epoca; in altre parole: ci crescono.

Prendiamo George Ezra, vent’anni appena compiuti, due singoli di successo, la sua Budapest è in ogni radio e sugli schermi di Mtv passa il video col suo faccione disarmonico e glabro. In un’intervista in cui apparentemente parla dell’imminente album, delle aspettative e del futuro, in realtà rivela la sua idea di giovinezza: “Il primo album è unico. Probabilmente passerà il tempo e mi guarderò dietro pensando: ‘beh, che schifezza’. Sono sicuro che lo ascolterò e mi dirò ‘suoni giovane’”. Quando il giornalista gli ribatte che no, la sua voce è tutto fuorché giovane, lui ammette: “Sì, ma probabilmente gli interessi cambieranno, penserò ‘perché stavi sprecando tempo?’”. Passi avere la voce da Johnny Cash, ma sputare sulla giovinezza usandola in senso negativo proprio no. Non lo sa che ci sono quaranta-cinquantenni, con gli stessi sogni irrisolti di quando avevano vent’anni, che farebbero di tutto per suonare giovani? Non lo sa che c’è gente adulta che va in discoteca, prende aperitivi in luoghi universitari e sogna di diventare scrittore affermato all’età in cui solo Céline ce l’ha fatta? Età biologica venti, età percepita cinquanta. Non è il solo.

King Krule, inglese, età biologica 19, età percepita 30. La sua è una voce baritonale in un corpo di cinquanta kg scarsi. Ha appena pubblicato 6 Feet Beneath the Moon e già si lamenta di una traccia, scritta a quattordici anni, “Easy, Easy”, liquidandola come naïve. (È nata da una conversazione telefonica in cui raccontava la pessima giornata a un amico che gli rispondeva: stai easy, le cose vengono e vanno). In quel periodo Krule, il cui nome reale non suona meno inusuale, Archy Marshall, è un moderno poeta romantico: passa le notte insonni a lasciarsi ispirare da Pixies e Libertines e tanto jazz, non va a scuola e gli diagnosticano problemi mentali.

Lui riassume così: “So che suona terribile, ma non cambierei niente di come sono andate le cose, perché ha contribuito tutto a definire una personalità forte”. Al Guardian ha rivelato di non voler diventare uno di quei trentenni che si sentono ancora teenager: “Mi sono liberato di un sacco di cinismo e rabbia. Voglio continuare a fare musica e crescere come persona. Ora voglio essere un trentenne, sai?”. Attento a ciò che desideri: si avvera presto.

Poi c’è Lorde, età reale 17, età percepita 45. È la compagna di scuola che legge Sartre sotto a un cipresso. Sempre pallida, sorride poco e si sente bella solo con il nero e il rossetto scuro. Ha una chioma riccia e sa tenere il palco con la disinvoltura nelle pose che hanno i grandi. Ha scoperto di essere diventata famosa fissando il numero di like crescere sulla pagina Facebook. Il singolo con cui è entrata nelle nostre cuffie è Royal, che critica l’ossessione del pop per il lusso. Quando aveva appena sei anni era già così sveglia da dimostrarne ventuno, tanto da convincere la madre a metterla in un istituto per ragazzi prodigio. La lasciò lì un paio di settimane, poi ci ripensò e infilandola in macchina le disse: “Crescerai insieme a tutti gli altri in questo mondo”.

L’importanza di avere una madre che non ti fa sentire speciale può farti del bene. Lorde ha le idee chiarissime: “Voglio creare qualcosa per i ragazzi della mia età che li rappresenti in qualche modo”. Cioè vuole essere la voce della sua generazione, o di una generazione come direbbe Lena Dunham. Parlare di giovani è difficile, è più facile che i giovani parlino di noi.

L’ossessione sull’età di Lorde ci ha perseguitato fino al momento in cui un sito di gossip americano ha comprato il suo certificato di nascita per sciogliere ogni dubbio. Tutti ripetono che è troppo matura e colta per essere così giovane, con tutte quelle metafore e livelli narrativi nelle canzoni. Le cose peggiorano quando dice di non badare a ciò che dicono di lei online o al modo in cui la società dello spettacolo crea popstar omologate. In un ritratto di Vanity Fair si è presentata scherzando: “Ciao, sono Ella, e in realtà ho 45 anni”.

I giornalisti ogni volta ripetono che questi non sono teen “normali”, che sono maturi, che sono consapevoli, che leggono Kurt Vonnegut e ascoltano Fela Kuti e sanno raccontarsi in modo disincantato. Come se ribellarsi all’establishment credendo di non farne parte, essere un po’ disillusi ma mai fino in fondo, mantenendo un senso di ottimismo, e auto-definirsi in opposizione a ciò che non si è non siano tutte caratteristiche tipiche della giovinezza. Come se non avessimo tutti conosciuto teenager che fanno esattamente queste cose: leggere autori di culto, pensare alla morte inquadrandosi soffrendo, raccontare esperienze eccezionali di crescita, vivere. Come se non fossero atteggiamenti autenticamente da giovani solo perché continuiamo a fare lo stesso noi, che non abbiamo ancora imparato a calibrare le nostre aspirazioni al nostro reale talento, che non abbiamo ancora accettato le nostre possibilità oggettive e continuiamo ad avere i sogni di quando eravamo tanto giovani. C’è un momento in cui passa il tempo e smetti di crescere, è il momento in cui inizi a invecchiare.

All’improvviso, un dubbio: e se ci sbagliassimo? Se tutto ciò che attribuiamo ai giovani non fosse che una proiezione di noi stessi; se cioè non fossero loro a imitare noi per sembrare grandi, ma il contrario: se fossimo noi a conservare tracce della nostra giovinezza. Le case editrici dei quarantenni sono i corsi di Photoshop dei ventenni: passano gli anni ma vogliamo rimanere giovani creativi per sempre. Il confine dev’essersi perso quando siamo tornati a vivere con i nostri genitori, nelle stanze in cui siamo cresciuti, o da cui non ce ne siamo mai andati. Sarebbe tanto grave ammettere che non sono (solo) gli adolescenti a comportarsi da adulti ma noi a vivere e pensare come teenager?

L’infinità della giovinezza è breve, o così credevamo prima di prolungarla con ogni mezzo. Un giorno forse cresceremo, cioè torneremo saggi e sagaci come i migliori ragazzi, e chiederemo a noi stessi: “Perché stai sprecando il tuo tempo?”. Poi torneremo a farci selfie e preoccuparci di quanti like ottenere sui nostri status, scansando gli hater, perché come scrive Philip Roth in uno dei libri capitali sulla vita, Il teatro di Sabbath: si è giovani una volta sola, ma immaturi per sempre.

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Lode all’impotenza https://minimaetmoralia.it/interventi/lode-allimpotenza/ https://minimaetmoralia.it/interventi/lode-allimpotenza/#comments Mon, 14 Jul 2014 21:59:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22105 “Non c’è nulla di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non abbiano più niente da dire o da pretendere”. Questa frase di Kurt Vonnegut da Mattatoio n°5 mi viene ogni volta, da ultima, in provvidenziale aiuto, quando prima la ragione poi l’istinto poi i muscoli involontari hanno terminato il loro lungo corso di reazioni, e io rimango afasico, abulico, sperando che questo senso di letteralmente infantile impotenza mi restituisca almeno una forma di adesione alla realtà.

Se siamo umani, non c’è nulla di intelligente da dire sugli ultimi bombardamenti a Gaza, su questa fase di guerra che non è ancora ufficialmente guerra o lo è appena diversamente dal solito. Le immagini parlano da sole, si dice; ma in definitiva non è nemmeno vero: alle volte le immagini, infilate in un’homepage infastellata di commenti ai mondiali o in una timeline qualunque, non dicono nulla. I ragazzi israeliani assassinati, il ragazzo palestinese bruciato vivo, i razzi di Hamas, la ferocia idiota di Benyamin Netanyahu, l’inefficacia politica di Abu Mazen, i cento morti di quattro giorni di raid… Lo scandalo della tragedia lascia il passo, è terribile dirlo ma è innegabile, a una sensazione di ripetitività, di moto inerziale. Le analisi geopolitiche sono delle versioni aggiornate, sempre un po’ al peggio, delle analisi geopolitiche di un anno o cinque o dieci anni fa. Il conflitto israelo-palestinese è diventato una figura retorica che indica qualcosa di irrisolvibile e ricorsivo.

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“Non c’è nulla di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non abbiano più niente da dire o da pretendere”. Questa frase di Kurt Vonnegut da Mattatoio n°5 mi viene ogni volta, da ultima, in provvidenziale aiuto, quando prima la ragione poi l’istinto poi i muscoli involontari hanno terminato il loro lungo corso di reazioni, e io rimango afasico, abulico, sperando che questo senso di letteralmente infantile impotenza mi restituisca almeno una forma di adesione alla realtà.

Se siamo umani, non c’è nulla di intelligente da dire sugli ultimi bombardamenti a Gaza, su questa fase di guerra che non è ancora ufficialmente guerra o lo è appena diversamente dal solito. Le immagini parlano da sole, si dice; ma in definitiva non è nemmeno vero: alle volte le immagini, infilate in un’homepage infastellata di commenti ai mondiali o in una timeline qualunque, non dicono nulla. I ragazzi israeliani assassinati, il ragazzo palestinese bruciato vivo, i razzi di Hamas, la ferocia idiota di Benyamin Netanyahu, l’inefficacia politica di Abu Mazen, i cento morti di quattro giorni di raid… Lo scandalo della tragedia lascia il passo, è terribile dirlo ma è innegabile, a una sensazione di ripetitività, di moto inerziale. Le analisi geopolitiche sono delle versioni aggiornate, sempre un po’ al peggio, delle analisi geopolitiche di un anno o cinque o dieci anni fa. Il conflitto israelo-palestinese è diventato una figura retorica che indica qualcosa di irrisolvibile e ricorsivo.

Stamattina leggevo questo editoriale su Internazionale di Gideon Levy, riassumeva l’escalation delle ultime settimane e a un certo punto diceva: “Il seguito, però, è già scritto da un pezzo nelle cronache di tutte le operazioni insensate e sanguinarie condotte a Gaza in ogni epoca. Stupisce, semmai, che da un’operazione militare all’altra sembra che nessuno impari niente. L’unica cosa che cambia sono le armi impiegate”. Ieri leggevo uno status di Ida Dominijanni su facebook che diceva: “Ho letto vari post e relativi dibattiti su quello che sta succedendo a Gaza. Posso dire una cosa che non piacerà a nessuno? Io la ripetitività del conflitto israelo-palestinese non la reggo più. E nemmeno quella dei relativi dibattiti”.

Nel thread che si sviluppava Dominijanni riceveva un po’ di insulti. Pro-Hamas, pro-Netanyahu, occorre schierarsi, le rimproveravano, dire la propria, anzi – come veniva ribadito – occorre urlarla, la propria. Lo sdegno, la rabbia contro l’indifferenza!
È possibile, mi chiedevo, che una posizione come quella di Dominijanni venga scambiata per indifferenza? È possibile che un invito al silenzio, che una resa alla ferale stanchezza venga presa per connivenza? Non solo è possibile, è naturale. Fa parte di una sorta sopravvivenza emotiva pubblica.

Sempre in questi giorni leggevo un bellissimo libro ormai introvabile che fu pubblicato nel 2008 da Isbn, Il sesso del terrore di Susan Faludi. A un certo punto si racconta del linciaggio mediatico a cui fu esposta dopo l’11 settembre Susan Sontag, rea di aver scritto un breve pezzo sul New Yorker che mostrava troppi tentennamenti e punti interrogativi. Aveva incluso frasi del tipo ”Un briciolo di coscienza storica potrebbe aiutarci a capire ciò che è accaduto e cià che sta per accadere?” e “Nessuno dubita che l’America sia forte. Ma non è l’unica dote che deve avere”. Per quel quel breve editoriale Sontag fu appellata da una stampa insolitamente compatta come “un alleato del diavolo”, “una boriosa”, “una squilibrata”, “malata di idiozia morale”, “straordinariamente stupida”… e la cosa continuò per un bel po’ con politici che le auguravano l’inferno e giornalisti che la ridicolizzavano: ce l’hai contro gli stupratori ma tolleri i terroristi.

Ammutolire, fermarsi, non urlare, è un peccato grave di fronte alle immagini di una strage. Non cedere alle reazioni di pancia, un errore da intellettuali vigliacchi.

Ho letto centinaia, anzi migliaia di pagine sul conflitto israelo-palestinese. Insegno storia, mi capita quasi ogni anno di dedicare un approfondimento alla questione. Ci sono dei testi che spiegano in modo scrupoloso, intelligente, storicamente inappuntabile, cosa è accaduto lì negli ultimi 70 anni, e anche prima. Ho letto romanzi, fumetti, ho visto film, speciali tv, anche cartoni animati, compulsato articoli, dossier, infografiche… Ho conosciuto personalmente alcuni che hanno vissuto lì, che c’hanno lavorato, che hanno fatto i volontari, che c’hanno studiato, che c’hanno perso letteralmente la vita, tipo Vittorio Arrigoni. Sono una persona che riconosce la complessità, come moltissimi altri, mi piace chi sottolinea l’importanza dei contesti. Eppure a un certo punto raggiungo una specie di stallo emotivo. Non so più che dire. Non desidero più approfondire. Non mi sorprende, non mi sciocca più nulla. Niente mi aiuta a ragionare.

Un anno fa contattai, perché volevo raccontare la sua storia in modo più approfondito, una donna di cui avevo letto un’intervista su internet. Era su Una città, una rivista fatta benissimo, a cui sono affezionato, e che è composta esclusivamente di interviste – interviste fatte a chiunque, a Zygmunt Bauman come all’operaia appena assunta dalla Zanussi. Questa, una testimonianza senza praticamente domande, l’avevano realizzata Barbara Bertoncin e Mattia Sansavini a Caterina Brau, insegnante in pensione, sopravvisuta all’attentato del 27 dicembre 1985 all’aeroporto di Fiumicino ad opera di un commando terroristico palestinese legato a Abu Nidal – ci furono 13 morti, e circa 100 feriti: una di questi fu Caterina Brau, che perse una gamba.

Quello che mi colpì nell’intervista è che parlava poco del momento della strage, ma parlava del dopo.

Parlava di sé.
“Il ritorno alla vita normale? Mah, in realtà non è stato più come prima.
Ma in fondo nella vita delle persone capita sempre un evento che segna un prima e un dopo, una malattia, la nascita di un figlio, la morte di una persona cara… uno qualsiasi di questi eventi fa in modo che niente sia più come prima.
Prima camminavo molto, ero un tipo abbastanza sportivo, andavo in bici, correvo… Non ho più potuto, però la vita è andata avanti, certo con delle limitazioni. Ma, cosa vuoi, una volta che rischi di morire, poi sì, ti dispiace non fare certe cose, però tutto sommato non è che sia una cosa così terribile.”

Parlava della condizione della vittima.
“All’epoca non c’era niente per le vittime di questo tipo di eventi. Io poi, essendo non-credente da sempre, non c’avevo neanche un sacerdote. Ho avuto l’appoggio dei miei genitori, di mio marito e anche degli amici, che sono stati molto importanti. E poi la gente, ho ricevuto tante attestazioni d’affetto. Dalle istituzioni invece niente. In Italia ancora non erano previsti risarcimenti per le vittime del terrorismo.”

Parlava degli attentatori, dell’unico sopravvissuto del commando, Khaled Ibrahim Mahmoud, arrestato e uscito di galera nel 2008.
“La prima volta che il ragazzo palestinese è stato messo in semilibertà sul Corriere è apparsa l’intervista a una delle vittime, un uomo. Ricordo che era molto arrabbiato che questo giovane potesse andare a coltivare un giardino dopo quello che aveva fatto. Non ricordo il nome, ma siccome non condividevo assolutamente la sua opinione, non mi è venuto neanche in mente di cercarlo.
Quel poveraccio aveva solo diciott’anni. Una storia terribile: aveva perso tutta la famiglia a Sabra e Chatila quand’era ancora un bambino. Se ci pensi, il passaggio tra il suo prima e il suo dopo, quel giorno in cui, a otto anni, è tornato a casa e non ha più trovato i suoi cari, è stato forse peggiore del mio. Dopo quella strage, l’avevano arruolato in un gruppo terroristico che gli deve aver fatto un vero lavaggio del cervello e alla fine si è ritrovato in questa situazione con i compagni morti. Perché sono morti tutti tranne lui. Erano quattro e tre sono morti; c’era anche il famoso quinto uomo che doveva essere il capo, ma non si è presentato…
Che dire? A diciott’anni è facile sbagliare, coinvolgersi in cose più grandi, essere additato come l’autore… cioè, lui sicuramente ha sparato, lo ammette, non è che neghi questo fatto, però secondo me lui era una pedina in un ingranaggio più grande. Questa vicenda del Medio Oriente non è mai del tutto chiara, non si sa chi spara a chi.
Comunque ha fatto 26 anni e ora è fuori. Va bene così. È giusto che abbia un’altra opportunità. È quello che penso anche dei terroristi nostrani: devono pagare però è giusto che poi abbiano un’altra possibilità.
Capisco che per una vittima sia difficile accettarlo, ancor di più per i familiari, perché magari ti hanno tolto un padre, però quando si è giovani si fanno un sacco di cavolate.”

E parlava del perdono, della possibilità di una rappacificazione.
“No, non ho mai pensato di incontrarlo. In fondo facciamo parte della stessa storia ma con ruoli diversi, siamo due che si sono sfiorati per caso.
Non posso dire che mi sia indifferente perché ho comunque seguito le sue vicende da lontano, ci ho pensato ogni tanto a come stava, a cosa voleva dire per lui essere l’unico vivo del gruppo, però non ho mai avuto il desiderio di incontrarlo. Credo che sarebbe malsano, per tutti e due; no, non mi piace neanche l’idea. Voglio dire, non lo odio, ma non lo amo neanche. Queste cose all’italiana del perdonismo, del Carramba che sorpresa, non fanno per me.
È successo, te ne devi fare una ragione, dopodiché, senza perdonare, senza odiare, le strade si dividono…”

Questa di Caterina Brau insomma è una pagina che ho salvato sul desktop. (Qui c’è tutta l’intervista). E mi ricordo che quando – dopo essermi preparato, documentato su quegli anni, Abu Nidal, i suoi rapporti conflittuali con Arafat e ambigui con il Mossad, ma anche i dilemmi etici sul tema del perdono, i ragionamenti sul paradigma della vittima – telefonai a questa donna, sapevo non solo citare a memoria dei passi di quest’intervista, ma dimostrarle che avevo fatto mio il suo punto di vista. Volevo che me ne parlasse ancora, che ci potessimo incontrare anche, dal vivo, e che potesse svolgere, attraverso la sua semplice presenza umana, una funzione testimoniale, facile da utilizzare, utile come bussola in tempi di risentimenti e desideri di semplificazione e vendetta come questi. Mi rispose che non voleva parlarne più di quella storia, che la vita va avanti, e che tutto quello che aveva da dire, l’aveva detto nell’intervista. Insistetti, ma poi, di fronte alla sua reticenza, accettai. Lì per lì ci restai male. Ma come, mi dicevo, sei riuscita a fare un percorso personale certo doloroso, eppure così chiaro e consapevole, e adesso non lo condividi?
Ecco, oggi, a distanza di un anno, capisco perfettamente il perché di quel no.

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Donna e il cardellino https://minimaetmoralia.it/libri/il-cardellino-donna-tartt/ https://minimaetmoralia.it/libri/il-cardellino-donna-tartt/#comments Tue, 15 Apr 2014 09:02:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20018 Ieri Donna Tartt ha vinto il premio Pulitzer per la narrativa con il romanzo Il cardellino (Rizzoli). Pubblichiamo la recensione di Nadia Terranova uscita su IL a novembre 2013. (Fonte immagine)

di Nadia Terranova

Inizia come una fiaba, con il sapore di una festa interrotta, guastata da un maleficio che cambia per sempre la vita del protagonista. Solo che The Goldfinch, il nuovo romanzo di Donna Tartt (Little, Brown & Co. 2013, uscirà per Rizzoli a marzo 2014 con il titolo Il cardellino) non parla di una principessa sull'altare o di una neonata in attesa del battesimo ma di Theo Decker, tredicenne figlio di genitori separati, che un giorno in cui è stato sospeso da scuola va a una mostra di pittura insieme alla madre; il suo castello è il Metropolitam Museum di New York («A me – un ragazzo di città sempre confinato tra quattro mura – interessava soprattutto per gli spazi enormi»); a esplodere non è l'ira di una fata esclusa dalla lista degli invitati ma la bomba di un attentato terrorista.

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Ieri Donna Tartt ha vinto il premio Pulitzer per la narrativa con il romanzo Il cardellino (Rizzoli). Pubblichiamo la recensione di Nadia Terranova uscita su IL a novembre 2013. (Fonte immagine)

di Nadia Terranova

Inizia come una fiaba, con il sapore di una festa interrotta, guastata da un maleficio che cambia per sempre la vita del protagonista. Solo che The Goldfinch, il nuovo romanzo di Donna Tartt (Little, Brown & Co. 2013, uscirà per Rizzoli a marzo 2014 con il titolo Il cardellino) non parla di una principessa sull’altare o di una neonata in attesa del battesimo ma di Theo Decker, tredicenne figlio di genitori separati, che un giorno in cui è stato sospeso da scuola va a una mostra di pittura insieme alla madre; il suo castello è il Metropolitam Museum di New York («A me – un ragazzo di città sempre confinato tra quattro mura – interessava soprattutto per gli spazi enormi»); a esplodere non è l’ira di una fata esclusa dalla lista degli invitati ma la bomba di un attentato terrorista.

Nel caos dopo la deflagrazione, Theo si ritrova accanto a un uomo agonizzante da cui riceve un anello d’oro e un incarico enigmatico. Fine degli archetipi fiabeschi: il protagonista viene scaraventato in un romanzo per adulti e in un mondo improvvisamente contemporaneo e ostile.

Theo, entrato al Metropolitan da adolescente qualunque, ne esce come un semi-orfano invecchiato: ha perso la madre, ha visto morire lo sconosciuto cui si è aggrappato dopo la tragedia, ha camminato – letteralmente – su un certo numero di cadaveri. Andando via porta con sé The Goldfinch (Il cardellino), un quadro del 1654 di Carel Fabritius, allievo di Rembrandt. A poco a poco il cardellino (è buffo come il sostantivo italiano perda la forza di quello inglese: un peccato di cui non si potrà incolpare nessun traduttore) diventa il mistero in cui Theo può specchiarsi e forse riconoscersi. In fondo è stata la madre, appassionata di Fabritius, a proporgli di andare al Met quel giorno e le circostanze in cui è morta sono simili a quelle in cui è morto il pittore, vittima, insieme a tante sue opere, dell’esplosione di un magazzino di polvere da sparo.

Mentre incontra la realtà (adulti inadeguati, falsari, droghe) Theo trova come uniche vie di fuga il sogno, l’arte e l’amore ossessivo per una ragazza bellissima di nome Pippa. Più ha a che fare con un padre alcolizzato che lo ha già abbandonato una volta da bambino, più il ricordo della madre si idealizza e torna a tormentarlo, mentre la New York protettiva e magica dell’infanzia si trasforma nella Las Vegas del gioco d’azzardo. Un po’ Pip di Grandi speranze, un po’ Oliver Twist, il nostro eroe onora lo spirito dickensiano del romanzo lottando per formare la propria personalità, cercando la sua strada in un mondo che non sa far altro che ferirlo.

A Las Vegas Theo incontra Boris, un altro adolescente alla deriva (non esistono adolescenti che non lo siano, però loro lo sono più di altri), e i due diventano subito amici. Quando si parlano per la prima volta, Boris chiama Theo Harry Potter deridendolo per come è vestito mentre Theo nota che la voce di Boris, oltre a un forte accento australiano, ha «una sfumatura da Conte Dracula, o forse da agente del Kgb». Si prendono in giro, quindi si scelgono. Secondo Stephen King, autore di una recensione entusiasta, le dinamiche fra i due adolescenti sono raccontate con una precisione miracolosa, da lui ritenuta quasi impossibile per un’autrice. Un dettaglio che ritorna nella vita della Tartt: ha recentemente dichiarato che nel 1992, all’epoca del suo esordio, un importante editor l’aveva scoraggiata dicendole che non esistono romanzi di successo scritti da una donna che assume il punto di vista di un uomo. Ventuno anni dopo, Dio di illusioni è diventato il bestseller che conosciamo e lei può permettersi di fare il bis con una nuova voce narrante maschile. Tartt non specifica se quell’editor lavorava da Knopf, che pubblicò il libro (raccomandato a un agente letterario da Bret Easton Ellis), fatto sta che nel frattempo ha cambiato editore.

In The Goldfinch la storia viene raccontata da Theo adulto, rinchiuso ad Amsterdam in un albergo quattordici anni dopo l’attentato, e questa misteriosa reclusione aggiunge alla storia la dinamica del thriller. Tornando indietro nel tempo con Theo, parteggiamo per lui come un tempo abbiamo tifato per Holden (anche se il Salinger di riferimento, citato a pagina 17, è Franny e Zooey) e restiamo dalla sua parte anche quando l’ironia viene a mancargli lasciandolo fragile e disorientato. Accettiamo che la sua storia di formazione sia morale, sebbene mai banalmente moralista, proprio come nei racconti di Kurt Vonnegut, e abbiamo la sensazione che in questa scelta poco ammiccante dell’autrice ci sia qualcosa di coraggioso, qualcosa che la nostra letteratura ha perso. L’unico senso che possiamo e forse dobbiamo dare al nostro mondo è raccontarlo a qualcuno che amiamo («Ho scritto tutto questo, stranamente, con l’idea che un giorno Pippa lo leggerà – cosa che ovviamente non accadrà mai»).

Può sembrare curioso che in un romanzo dichiaratamente dickensiano siano così riuscite le descrizioni della ricchezza, dell’eleganza. Ma sappiamo già, perché ce l’ha spiegato Flannery O’ Connor, che agli americani non è dato saper raccontare la vita dei poveri (di contro, nessun europeo ha mai raccontato il lusso come Fitzgerald). In The Goldfinch, appena incontriamo Hobie con la sua sfarzosa vestaglia di seta ci aggrappiamo speranzosi a lui. Il suo affascinante negozio di antiquariato e perfino il suo appartamento, dove risuonano rumori fuori moda come lo scricchiolio del pavimento e il ticchettare degli orologi per i quali in un attimo «ti ritrovi nel 1850 o giù di lì», diventano le nostre botteghe dei giocattoli, ci riportano alla dimensione fiabesca che abbiamo perso. Al contrario di quanto avviene con i membri della benestante famiglia Barbour cui Theo si appoggia subito dopo la tragedia, di Hobie sentiamo di poterci fidare grazie a quell’istinto coltivato da bambini, quando, nella sterminata letteratura di orfani cui disponevamo in biblioteca e alla tv, da Huckleberry Finn a Candy Candy, eravamo subito in grado di riconoscere i ricchi cattivi dal benefattore che avrebbe aiutato il nostro beniamino.

Con l’ultima pagina, non è solo a Theo che diciamo addio: sappiamo che dovremo pazientare a lungo prima di ritrovare un nuovo universo creato dalla colta, malinconica raffinatezza di Donna Tartt. L’autrice ha sempre dichiarato che avrebbe scritto solo cinque romanzi, uno per ogni decade della sua vita adulta. The Goldfinch è il terzo, dopo Dio di illusioni (1992) e Il piccolo amico (2002), in Italia tutti tradotti da Rizzoli. Arriva con un anno di ritardo ma perfettamente in tempo per i cinquant’anni dell’autrice, nata nel 1963. La battuta più frequente fra i suoi detrattori è: «E ci ha messo dieci anni a scrivere questa roba?». I fan possono sperare che la risposta sia no e che, arrivata a settant’anni, Donna Tartt apra i cassetti rivelando di avere bleffato.

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Sia Lode Ora a una Città di Fama. New York, un personal essay https://minimaetmoralia.it/reportage/new-york-un-personal-essay/ https://minimaetmoralia.it/reportage/new-york-un-personal-essay/#comments Thu, 16 Jan 2014 11:22:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17554 di Leonardo Merlini

1.

Lo skyline lo si affronta subito, sull'Airtrain che unisce i terminal dell'aeroporto JFK: è lì, chiarissimo nel controluce che sagoma, con la sua evidenza sfumata dalle nuvole. L'Empire State Building marca il proprio territorio e non ammette rivali, la Liberty Tower è solo una periferia della percezione, alta sì, ma distante dal cuore di una linea di iconicità che si staglia precisa prima nella testa di chi arriva a New York, piuttosto che nella effettiva percezione visiva dell'occasione. Come in un gioco di filosofie che si specchiano, la potenza, ossia l'idea di un panorama costruita pazientemente in anni di applicazione alla cultura di massa, prevale senza fatica sulla limitata portata dell'atto, condannato a una definizione di confini che lo rende automaticamente poco interessante. Così non è un caso, anzi è la manifestazione delle leggi di Harold Bloom[1], che alcuni giorni dopo tra gli scaffali di Strand Books trovi una copia autografa e scontata di How Literature saved my Life di David Shields, uno scrittore e critico che da anni si interroga sulla incommensurabilità tra il linguaggio e l'esperienza. Tradotto, tra l'arte e l'esistenza, quindi tra ciò per cui vale la pena vivere e ciò che dovrebbe essere questa cosa chiamata "realtà"... Potenza e atto di una settimana a New York[2], già racchiusi nella prima occhiata alla città, gettata da un ponte alla Arthur Miller, pochi minuti dopo aver superato i test d'ingresso dell'Immigration degli Stati Uniti. Prima che le cose succedano, prima che l'atto si manifesti, la potenza ha già giocato, e stravinto, la sua partita. Affannarsi, dunque, non vale la pena.

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di Leonardo Merlini

1.

Lo skyline lo si affronta subito, sull’Airtrain che unisce i terminal dell’aeroporto JFK: è lì, chiarissimo nel controluce che sagoma, con la sua evidenza sfumata dalle nuvole. L’Empire State Building marca il proprio territorio e non ammette rivali, la Liberty Tower è solo una periferia della percezione, alta sì, ma distante dal cuore di una linea di iconicità che si staglia precisa prima nella testa di chi arriva a New York, piuttosto che nella effettiva percezione visiva dell’occasione. Come in un gioco di filosofie che si specchiano, la potenza, ossia l’idea di un panorama costruita pazientemente in anni di applicazione alla cultura di massa, prevale senza fatica sulla limitata portata dell’atto, condannato a una definizione di confini che lo rende automaticamente poco interessante. Così non è un caso, anzi è la manifestazione delle leggi di Harold Bloom[1], che alcuni giorni dopo tra gli scaffali di Strand Books trovi una copia autografa e scontata di How Literature saved my Life di David Shields, uno scrittore e critico che da anni si interroga sulla incommensurabilità tra il linguaggio e l’esperienza. Tradotto, tra l’arte e l’esistenza, quindi tra ciò per cui vale la pena vivere e ciò che dovrebbe essere questa cosa chiamata “realtà”… Potenza e atto di una settimana a New York[2], già racchiusi nella prima occhiata alla città, gettata da un ponte alla Arthur Miller, pochi minuti dopo aver superato i test d’ingresso dell’Immigration degli Stati Uniti. Prima che le cose succedano, prima che l’atto si manifesti, la potenza ha già giocato, e stravinto, la sua partita. Affannarsi, dunque, non vale la pena.

Poi, in un modo che ogni volta mi lascia basito testimone di un ennesimo miracolo, i fatti accadono, in un battibaleno. Così sul volo Delta che mi riporta a Milano, appena finito il vegetarian meal puntualmente fornitomi dalla compagnia – molto prima che agli altri passeggeri, in virtù della precedenza che va educatamente riservata alle categorie protette – mentre in cuffia sto ascoltando una canzone dei R.E.M. interpretata da Thom Yorke, nel libro di Shields mi imbatto, per l’ennesima volta, ma in questo caso la scossa è di magnitudo poderosa, in una serie di frasi che so con certezza essere state scritte solo perché io le leggessi, perché mi fornissero l’interpretazione, lasca finché volete, ma univoca, della possibilità di senso – perdonatemi l’eccesso, ma è di questo che voglio parlare – di tutte le cose, compresa New York, dalla rampa del Guggenheim al negozio di specialità italiane di Francesco “Frank” Caputo, che senza falsa modestia, mi ha detto che la sua home made mozzarella è la più famosa della città, e forse anche di tutti gli Stati Uniti.

Citando il giovane poeta e studioso Ben Lerner, Shields mi ricorda che la letteratura è l’altro lato di uno specchio, che possiamo interpretare solo grazie al riflesso della nostra lettura. Ma questo riflesso ci permette di prestare attenzione a noi stessi, di esperire la nostra stessa esperienza che, aggiungo io, altrimenti resta inesplicabile, un aborto, un ingranaggio senza applicazione né utilità, un cappotto sulla spiaggia di Coney Island in pieno agosto. Al tempo stesso, e nello specifico si parla di una poesia di John Ashberry, la vera letteratura resta altro da noi, incisa nel punto più lontano dello specchio. You have it but you don’t have it / You miss it, it misses you / You miss each other[3]… Benvenuti a casa mia, dove ogni porta conduce in due stanze diverse al tempo stesso, egualmente immaginarie e reali. Come una città-mondo che, ingenuamente, mi ostino a chiamare “New York”.

2.

La mattina presto, quando il jet-lag perde il controllo e mi abbandona a una totale incertezza percettiva, le strade di Carrol Gardens sono luminose e fredde. Molti negozi sono ancora chiusi, ma un barbiere è già al lavoro con almeno un paio di clienti nel salone, mentre tre operai apparentemente russofoni discutono con una certa animazione, ma senza animosità, davanti a una chiesa cattolica. Ho in mano la mia copia di Roth Unbound[4], la nuova biografia dello scrittore di Newark e ancora non so che, due giorni dopo più o meno, il vento gelido che soffia dall’Hudson River mi respingerà letteralmente via dalla sponda del West Side, impedendomi di gettare uno sguardo vagamente morboso su quel New Jersey che tanto ha significato per il buon Philip, lasciandomi così una volta di più solo la mia immaginazione, ben istruita dai racconti rothiani, ma senza quell’aggancio alla “realtà” che in fondo mi ostino, con dabbenaggine donchisciottesca, a cercare di raggiungere e, soprattutto, codificare.

Mi torna ancora in soccorso Shields – una specie di doppelganger, per dirla con lui e con la mia megalomania – e la sua Reality Hunger[5] che si è fatta manifesto (mi verrebbe da dire futurista, ma perché di questo andrò a parlare al Guggenheim) sfruttando citazioni altrui, creando, una volta di più qualcosa che ha per me l’evidenza della “verità”, ma che deriva dall’accostamento, e qui si si potrebbe anche spendere la parola “dadaista” senza vergognarsi troppo, di una serie di apocrifi che, sommati e giustapposti, conducono lo sperduto giornalista alla rivelazione impudica dell’originalità. E quindi quando chiedo un tè e un muffin al cioccolato nella caffetteria Brooklyn Bread – dove le commesse parlano tra loro in spagnolo e sono decisamente diffidenti nei miei confronti, pur senza perdere un centimetro di gentilezza (ma con la mia abitudinarietà nei giorni successivi sono certo di averle almeno un po’ conquistate) – ho la sensazione di compiere una azione reale, il che, al tempo stesso, mi gratifica e mi terrorizza. La temperatura infernale dell’infuso, che incautamente cerco di assaggiare appena seduto al mio tavolo, ricorderà però subito alla mia lingua che i livelli di realtà sono un tema interessante, ma talvolta doloroso. Dalla mattina dopo solo succo d’arancia.

3.

La trilogia di New York di Paul Auster, che un po’ tautologicamente è l’unico testo di fiction che mi sono portato in viaggio[6], si apre con un telefono che squilla nella notte. Sul taxi che attraversa il Manhattan Bridge, guidato senza tassametro attivo da un indiano al tempo stesso spregiudicato e timido, non è squillato nessun telefono. Ma la sensazione che provo quando mi trovo faccia a faccia con i grattacieli del distretto finanziario illuminati in maniera del tutto innaturale, eppure così precisa, ha la stessa evidenza di quella chiamata cui Quinn alla fine decide di rispondere inventandosi una nuova identità. Da quella prospettiva notturna, sopraelevata e aggettante, respiro a pieni polmoni l’odore dolciastro e appiccicoso della fantascienza, il gusto proustiano di una madeleine che ho sognato di intingere nel tè per tutta la vita (e ci ho provato più di una volta, ma senza epifanie, probabilmente perché sbagliavo a decodificare l’oggetto della transizione mnemonica) e che adesso assaporo, nella irrefrenabile vaghezza di un attimo in movimento, che è insieme scoperta e deja-vu.

Mi sembra, dalla mia prospettiva pervicacemente provinciale, di comprendere il significato della parola “futuro”, ma è una comprensione che nasce già mediata dal peso strutturale della consapevolezza che sia un approdo banale e semplicistico. Per un attimo però quel futuro si è librato sotto di me, libero come un verso di Eliot, sempre quel verso di Eliot[7] buono per tutti i ponti del mondo, benché ambientato solo sul London Bridge, che nella mia ostinazione mi capiterà di declamare con voce sommessa nel sotterrano di Strand nella mia personale interpretazione dell’inglese dalla Waste Land. Poco prima mi ero imbattuto tra i banchi della literary non fiction, nella versione peluche di Kurt Vonnegut, e la cosa curiosa è che io lo avevo riconosciuto, il che testimonia sì la perizia di chi ha realizzato il gadget, ma pure, e in modo piuttosto chiaro che:

a) la professione giornalistica ha ridotto drasticamente la mia capacità di genuino stupore

b) è molto probabile che in me ci sia qualcosa che non va, e che la colpa potrebbe essere, almeno in parte, della letteratura.

Nonostante il titolo di Shields, infatti, è evidente che la letteratura non salva la vita di nessuno (e lo stesso critico lo ammette)[8] e che anzi, in molte situazioni, è un fardello da portarsi addosso come l’uomo bianco di Kipling, abbandonato in una giungla ostile nella quale le buone maniere britanniche hanno perso la loro rassicurante certezza, schiacciate dalla rabbia visionaria di un colonnello Kurtz qualunque che predica verità indecifrabili e che, se solo potesse, non esiterebbe un attimo ad applicare il fuoco alla stessa Biblioteca di Babele, forse anche a ragione. Ma perso nella notte newyorkese, dopo aver aspettato per mezz’ora al freddo di essere ammesso nel ristorante cinese più in voga del momento[9], ciò che avevo imparato dai libri, da quelli di Remarque e di Robert Lowell, da Miranda July, naturalmente da Philip Dick e perfino da Olivier Adam (citare un francese nella notte di New York ha qualcosa di iconoclasta che ancora titilla il mio ego infantile, anche se ormai l’era di George W. Bush sembra lontana anni luce), era la mia unica ancora di salvezza, l’unica speranza di comprensione, per cui, mentre guardavo rapito quell’inenarrabile casino architettonico, che non avrei più rivisto in quel modo nei giorni successivi, mi sono accorto di essermi messo segretamente a pregare lo spirito impenitente di Nathan Zuckerman, chiedendo a lui di rassicurarmi, di restituirmi – dall’alto della sua grandezza di personaggio di fiction – un briciolo di normalità, un attimo di appercezione, una pillola di cinismo che fosse antidoto efficace al morso vipereo di tanta bellezza.

In due, su quel taxi, abbiamo guardato Medusa negli occhi – e abbiamo guardato, con altrettanto stupore, i nostri stessi occhi che reciprocamente si riconoscevano nella notte – e non ne siamo stati pietrificati, forse per buona sorte, forse per intrinseco coraggio, chissà, forse perché, temerari, avevamo in realtà già vissuto mille volte quel momento. Probabilmente in un libro, o quantomeno nella sua proiezione interiore, un’ombra simile a quelle che rendevano arbitrarie le percezioni dei poveri cristi filosofici incatenati per l’eternità alla Caverna del primo grande mentitore idealista. Uno scrittore, per l’appunto. Anche se Platone, come ogni duro che si rispetti, probabilmente non ballava. Ma sul cadavere della Gorgone, in quel breve e infinito istante di distinzione e unità, noi abbiamo danzato per sempre, certi che le luci di Lower Manhattan, dove ho scelto di non tornare nelle mie giornate di nomadismo urbano, non si sarebbero spente mai più (e che avremmo vissuto in eterno, ovviamente, ma questo lo pensa chiunque e parlarne in toni semplicistici non è interessante). Per sempre lassù, scriveva David, l’altro, quello di cui mi sono spesso sentito (come tutti direbbe Walter Siti) una sorta di alter ego. Ed ecco che mi rendo conto che pure io ho trattenuto il fiato, mentre sorvolavamo l’immagine warholiana dell’idealtipo della metropoli moderna (il contemporaneo, con le sue risapute asprezze, in certi campi non abita più qui, guarda ad Oriente), come se il ponte non fosse altro che il trampolino dal quale quel ragazzino si è affacciato un giorno, e da cui continua ad affacciarsi, senza mai saltare[10].

4.

Dalla biografia di Roth apprendo che, da giovane, lo scrittore in certe serate di cameratismo maschile divorava anche “una mezza dozzina di bagel”. Poi, tra parentesi, l’autrice nota che lui ci ha tenuto a precisare che, all’epoca, i bagel non erano grandi come adesso. Altrove vengo informato (con una certa dose di autocompiacimento conseguente, ndr) che l’adolescente Philip prevedeva in un questionario che in futuro avrebbe svolto la professione di “giornalista” e che il college dei suoi desideri si chiamava “Northwestern”. La parentesi, che subito accorre, precisa che in realtà Roth non sapeva nulla di questa scuola, solo che gli piaceva il nome. Una terza parentesi creativa contempla la presenza dell’avvenente Betty Powell nascosta sotto il letto nel dormitorio maschile del futuro romanziere… Insomma, mentre negli spazi ufficiali si svolge il rito formale e accademico della biografia, la vita di Philip Roth, quella che lui deve aver percepito di avere effettivamente vissuto (quindi quella che per lui, o quantomeno per i suoi ricordi di uomo maturo, è stata la vita vera) ci viene proposta in sordina, stretta tra quei caratteri pudichi a forma di mani che tendono a restringere e contenere, neanche fossero quel colonnato infame del Bernini che per Giulio Carlo Argan stringeva in una morsa di controllo e repressione le folle cattoliche adunate in piazza San Pietro a Roma…

Dunque le informazioni, quelle che smuovono i fondali, quelle che “esistono”[11], si trovano ai margini, e il lettore è quasi invitato a trascurarle, come se fossero solo facezie. Ma David Foster Wallace – ovviamente è lui il secondo David di cui si parla qui –  potrebbe replicare, e lo ha fatto, investendo una grande fetta della propria vita e tagliando freneticamente il suo romanzo totale per ridurlo a poco più di mille pagine, che la facezia è per sua stessa natura infinita[12] e che il mondo, la splendida e impossibile antinomia della Ragione di Kant, trova la propria possibilità di senso forse SOLO tra parentesi, nell’angolo del trascurabile, dietro il banco dove corre a nascondersi il bambino timido insopportabilmente vessato dai bulli. Luoghi che, come la letteratura, sono talmente specifici e intimi per il singolo, da non poter fare altro che diventare universali, pertanto sconfinati, infiniti. Parentesi che contengono tutto e di più, parentesi che ho scelto di aprire arrivando, solo e profano, a New York sulla linea A della Subway in un pomeriggio di sole radente. E dentro queste parentesi ho potuto toccare il mondo contenuto nell’uovo di cristallo che avevo perso mesi a fissare, e che credevo di conoscere in ogni suo piccolo dettaglio, e ne parlavo come se realmente lo conoscessi. Solo che, miopia o miniaturizzazione, non ne coglievo le parentesi, e quindi in “realtà” non avevo ancora visto nulla.

Come l’impostore di Dick, nell’arco di cinque giorni ho capito che io ero quello che, passando davanti alla sede orwelliana dei testimoni di Geova a Dumbo – un enorme palazzo stalinizzante con la scritta “WATCHTOWER” sul tetto – si è messo a ricordare l’omonimo racconto di J.G. Ballard[13] nel quale gli alieni osservavano gli umani da delle misteriose torri pendenti dal cielo, senza fare nulla, senza neppure farsi vedere, solo… essendoci. Ho capito che di notte a Williamsburg il vento freddo fuori e i diner anni Cinquanta dentro erano evidenti metafore della possibilità postmoderna di essere felici, e in questo quadro (chiaramente una copia di Nighthawks di Hopper) ero, per una volta, attore. Ho capito che i newyorkesi erano come me è che io ero i newyorkesi, tutti loro, indistintamente, insieme. Le parentesi erano fatte di Rosenquist e formaggio fritto, bottiglie di San Pellegrino e J-walking, lunghe dita femminili in un bar a Cobble Hill e proiezioni della Città di vetro, viste dalla terrazza del New Museum oppure dal locale di proprietà del musicista Moby[14], bagel alla cipolla fraintesi è comprati per colazione e la poliziotta che, un lunedì mattina spruzzato di neve, mi ha sorriso su President St. a Brooklyn dicendomi: “First taste of winter”. Le parentesi, per una volta, erano fatte di me.

(Io sono il corvo Joe, ripetono i Baustelle in cuffia, mentre trafiggo da solo il cuore della metropolitana, nell’ora di punta di un giorno qualunque. Faccio spavento).

5.

È domenica quando attraverso a piedi il ponte di Brooklyn, una mattina di sole nella quale il lampo d’acciaio di Frank Gehry è signore assoluto (seppur sfuggente) dell’altra sponda dell’Hudson. Di qui invece le scale di pietra, strette, e la necessità di arrivare a salirle solo dopo avere raccontato un pezzo di sé a qualcun altro, con intimità e meno reticenza, tra vortici di foglie innescati dal vento e desiderio di assomigliare a quei mattoni del ponte, fotografie di un altro tempo che persiste nella memoria rinnovata, parole materiche disarmanti. Come accade per le scalinate penitenziali dei devoti, sul ponte si può approdare soltanto con il cappello in mano e fare contrito. Perché lassù non sai che cosa capiterà, e, se fortunati, si potrà pure incontrare l’America.

Molte razze, molti popoli, molte nazioni – scrive un ispirato D.H. Lawrence a proposito di Moby Dickal riparo della bandiera a Stelle e Strisce. Uomini segnati dalle strisce di molti scudisci. A volte fino a veder le stelle. In una nave folle, al comando di un folle capitano, impegnati in una folle e fanatica caccia. […] È un’impresa pratica, estremamente pratica nel suo funzionamento. L’industria americana!”[15].

È questo ciò che mi arriva, dritto alla mascella, quando sbuco sotto la luce perfetta del disteso mezzogiorno: un jab di folla e slogan religiosi, e magliette stampate per l’occasione, e gente che vuole dire la sua al mondo, da uno dei luoghi simbolo del mondo. Sono organizzati, in gruppi subito riconoscibili, e ciascuno brandisce la propria appartenenza con orgoglio, e un sottile alito di fastidio verso quelle altrui, peraltro ben mascherato sotto i sorrisi e la comunanza confessionale. Si muovono con determinazione, al tempo stesso felici (in modo ingenuo e quasi commovente, per certi versi) e incuranti dell’assoluta anti-ordinarietà dello scenario della loro sfilata domenicale. Come se tutto fosse dovuto, come se la loro fede, da sola, bastasse a garantire quella sensazione di cittadinanza che è la cifra e la chimera più profonda di questo luogo. Precisi nel marcare il territorio, inappuntabili nel rivendicare il proprio spazio vitale, vivi, e consapevoli di esserlo, al limite della tracotanza. Come se fosse facile, come se fosse naturale… Certo, Achab tarda a farsi vedere sul ponte (arriverà quando io meno me lo aspetto), ma la sua ciurma è schierata, pronta una volta di più a soggiogare il mondo con la forza di una convinzione[16].

Così, circa a metà del ponte, dopo che una striscia burlona di vernice ha regalato qualcosa da raccontare ai miei pantaloni, mi rendo conto che in mezzo a tutti questi credenti è inevitabile che si aggiri anche un Mickey Sabbath[17], furtivamente osceno, con indosso una giacca a vento troppo larga, sbiadita, e in tasca ancora il ricordo delle mutandine dell’ultima conquista immaginaria. Inevitabile, perché è  l’America a esigerlo, con la sua magnifica ossessione per le possibilità. Non l’ho incontrato – statisticamente era improbabile – ma sono certo di averlo sentito bisbigliare alle mie spalle un commento ammirato sulle tette di una manifestante afroamericana particolarmente infervorata. E lei, perfettamente a proprio agio, le ha scosse con più entusiasmo, mentre intonava il ritornello di un inno al Signore, guardando Sabbath dritto negli occhi.

God bless you all.

God bless New York City.

6.

Questa storia finisce, come era prevedibile, dove era cominciata, a fissare la luce precisa del pomeriggio sul treno velocissimo che unisce i terminal dell’aeroporto Kennedy. Vedo degli stagni e un aereo che, decollando, li sorvola con gentilezza, vedo dei francesi che ondeggiano pericolosamente a ogni fermata del convoglio, vedo me stesso riflesso nei finestrini e la mia espressione mi è indecifrabile, come se fosse sospesa sopra qualcosa che non c’è, definitivamente condannata all’incertezza. Sono da solo, come raramente mi era capitato di essere in questi giorni americani[18] e mi sento come un qualunque Alessandro Magno, euforico e al tempo stesso perso davanti alla grandezza del mondo e all’ardimento dell’impresa. Uso la strategia dell’ordinario, mi concentro su ogni passo, su ogni aspetto tecnico della procedura d’imbarco, con la conseguenza di dilatare a dismisura la consapevolezza della fine di qualcosa. Il volo, per quanto segnato da turbolenze di lunga durata, sarà solo un dettaglio, quasi una presa in giro, e nell’istante in cui prenderò in mano lo spazzolino da denti, ormai sui cieli italiani, mi sembrerà di non essere mai arrivato a New York, e mi ricorderò dei sogni fatti negli anni Novanta in cui questo nome aveva di volta in volta immagini diverse, proiezioni di coscienza e di paure, fantasie che neanche Bruno Schulz. Come se niente…

E ad aggravare questa sensazione arriveranno anche i miei “no” alle domande di parenti e amici: “Hai visto Ground Zero? E il Rockefeller Center? Sei salito sull’Empire? (Lo so, la Lonely Planet diceva che era obbligatorio, lo so) E la Statua della Libertà?” L’ho vista, risponderò. L’ho vista, piccola ma inconfondibile, dalla fermata della metro di Smith St., e in mezzo a noi c’era una grata di metallo, cui mi sono aggrappato più di una volta, cercando di fermare la città e di abbracciarne ogni sfumatura, dalle cartoline agli angoli più spigolosi, amandole tutte nello stesso modo infantile, inutile e doloroso. E quando mi chiederanno, perché lo faranno, “Ma allora che cosa hai visto?”, per questa volta non tirerò fuori la storia del non-lo-so-neppure-io o dell‘in-fondo-New-York-non-esiste, oppure è-solo-uno-stato-d’animo, l’ho già detto e scritto troppe volte, mi sto annoiando da solo. No, questa volta non parlerò di come sia difficile vedere qualunque cosa o di come in fondo la filosofia ci insegni che non possiamo mai dire che cosa abbiamo visto “davvero”. Basta. Ci hai rotto i coglioni. Hanno ragione (almeno in parte). Stavolta dirò che nelle mie percezioni confuse e nei miei dubbi c’ero io, che le mie storie e le mie incertezze nascondono (e svelano) la mia vita, e che proprio per la loro stranezza frastagliata sono l’unica prova del fatto che io di lì, in mezzo a giorni di novembre quasi sempre ventosi e assolati, ci sono passato realmente. Dirò anche, nonostante Italo Calvino e le sue città che si modellano sull’occhio e soprattutto sul racconto di Marco Polo, che mi terrò molti segreti, tutti quei ricordi di cui non ho scritto, e di cui inevitabilmente, a un certo livello conscio, (non) mi dimenticherò. Perché lì dentro, oltre a un’idea chiamata New York ci sono (stato) anch’io.

Ancora una cosa

Quando stiamo per entrare alla Neue Gallery il cielo si fa cupo e si alza il vento. Del resto è Vienna quella che adesso attraversiamo, non più un angolo dell’Upper East Side. Vienna fine Ottocento, un posto dove le cose accadevano e dove neppure il perbenismo asburgico riusciva a spegnere le braci oltraggiose del desiderio. È giusto quindi che ad accoglierci ci siano almeno un paio di Egon Schiele, e che all’ingresso dello shop facciano bella mostra di sé occhiali da sole ispirati al dottor Freud. Ma l’emozione più intensa non sarà la splendida libreria a darmela e neppure il rinomato caffè che mette in coda tanti raffinati newyorchesi. Sarà qualcosa di più scontato, sarà Kandinsky, visto e rivisto, amato e poi dimenticato, una specie di vecchio amico d’infanzia reincontrato per caso, se credete nel caso, molti anni dopo. Più vecchio, un po’ imbolsito, ma per me sempre così inspiegabilmente evidente. Il buon vecchio Vassilij, come se gli ultimi vent’anni non fossero mai passati. Ho paura di pensare di essere venuto a New York (anche) per questo…

In ogni caso i temporali, prima o poi, passano, e all’uscita dalla Neue una signora ci invita ad affrettarci a entrare a Central Park perché c’è ancora da vedere un frammento di tramonto sopra il lago intitolato a Jackie Kennedy[19]. E allora corriamo.

 


[1] E anche di Jonathan Lethem, visto che ho cercato per giorni di diventare parte dell’anima di Brooklyn, con una determinazione cocciuta che mi ha fatto pensare che magari il quartiere fosse spaventato dalla mia nitida sensazione di sentirmi a casa su Court St. e pure passando di notte sotto le impalcature da film noir della metropolitana sopraelevata a Smith St.

[2] E per estensione di tutti i miei ultimi 25 anni, passati a pensare l’America, passati ad aspettare, drogandomi follemente di rappresentazioni, il momento in cui sarebbe successo qualcosa, quella cosa che è Hemingway e Philip Roth, Wes Anderson e Billy Crystal, Joan Didion e Blue Train, la birra di Pollock, l’ingresso al MoMA e la mia personale religione che ruota intorno alle grandi tele di Mark Rothko, le lacrime durante il volo di andata guardando un film di fantascienza con tanto di robot giganti, e le ragazze, una in particolare, che fanno acquisti da Uniqlo sulla Fifth Avenue, tutto questo insieme, in un unico momento espanso, l’esplosione nucleare nel suo momento perfetto, solo deflagrazione e spettacolo, prima dello strazio inalienabile del fall out…

[3] John Ashberry, Paradoxes and Oxymorons

[4] Claudia Roth Pierpont, Roth Unbound  – A Writer and his Books, Farrar Straus and Giroux. Il libro l’ho acquistato la mattina di sabato in una libreria molto cool a Dumbo. La sera, ritrovandomi con l’amico che viaggiava con me, ne ho ricevuta in regalo da lui un’altra copia. Nessun dubbio che i libri scelgano noi con una certa perseveranza.

[5] Fame di realtà, edito in Italia da Fazi. Un testo di teoria letteraria che ha portato un’aria nuova.

[6] Nei giorni successivi andrò a spasso per Park Slope con la segreta speranza di incrociare Auster o, per lo meno, il suo personaggio Quinn, ossia uno che finge di essere l’investigatore privato che nel libro risponde al nome di Paul Auster, circolo piuttosto intrigante che si chiuderà in maniera del tutto imprevista, io ormai tornato a Milano senza aver coronato l’incontro, con una dedica per me sul suo ultimo libro che le mani eleganti di un’amica hanno consegnato proprio allo scrittore, come documentato da una foto fatta con l’iPhone.

[7] Stetson! You who were with me in the ships at Mylae

[8] Ovviamente è altrettanto chiaro che, a un prezzo che a molti potrebbe apparire troppo alto, in un’altra delle molteplici dimensioni dell’universo delle SuperStringhe la salva effettivamente, almeno la mia di vita, e forse anche quella dell’ottimo David – chissà che, attraverso vie piuttosto imperscrutabili non lo abbia fatto anche per un altro David, che nel 2008 ha deciso di avere visto abbastanza – fornendoci una chiave interpretativa per il completo caos di una qualunque ordinaria giornata, quotidianamente folle come Achab che attraversa frenetico il ponte del Pequod, battendo ostinatamente il proprio arto artificiale.

[9] Essendo pure venerdì – qualunque cosa significasse a quel punto della mia giornata iniziata 23 ore prima in un’alba ordinaria della provincia milanese – l’attesa per le vie di Chinatown era stata in fondo più che ragionevole.

[10] (Qualcosa che assomiglia all’immortalità). Cfr. David Foster Wallace, Brevi interviste con uomini schifosi

[11] Per quanto ancora David Shields mi ricordi in modo inconfutabile che per chi è affetto dalla sindrome letteraria l’unica dimensione di possibile verità – possibile, si badi – risiede nella parola scritta, cioè, cosa che terrorizzava il giovane Salinger che probabilmente ne aveva visto su di sé le nefaste conseguenze, un fatto si libera dal suo essere una cosa del tutto priva di significato e di rilevanza solo nel momento in cui viene scritto o, per estensione, letto, e in entrambi i casi lo scenario, per quanto esaltante, ha pure senza dubbio uno sfondo di Terra Desolata individuale, e individualista. Per la precisione Shields scrive: “Se non la scriverò, l’esperienza non verrà realmente registrata. Il linguaggio, prima passato da prigione a rifugio, torna a essere prigione”.

[12] Cfr. Infinite Jest, l’opera mondo di DFW.

[13] Essi ci guardano dalle Torri. Titolo originale: The Watchtowers

[14] Lui non c’era quel pomeriggio, ma il gestore è stato squisito, perfetto anche senza l’aggravante della celebrità.

[15] D.H. Lawrence, Classici Americani

[16] (E i lillà continuano, facendosi beffa della storia, o meglio delle balbuzie dei suo analisti razionali, a fiorire nel prato davanti alla casa. Anche se il Capitano – mio Capitano – se ne è andato, anzi, soprattutto perché lui se ne è andato.

[17] Il protagonista del monumentale romanzo di Philip Roth, Il Teatro di Sabbath, National Book Award nel 1995. Difficile dirlo, ma molto probabilmente è il capolavoro di Roth. Harold Bloom e J.M. Coetzee concordano

[18] Anche se perfino gli addetti alla security del JFK saranno gentili con me, in modi che mi indurranno, ciclotimico quale sono, a preziosi e strazianti attimi di commozione: piangerò, di nascosto, riconsegnando a un’altra viaggiatrice i guanti di lana di alpaca che aveva dimenticato nel cestino degli effetti personali dopo il body scan.

[19] (Gli eredi Onassis non me ne vogliano)

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La nostra distopia culturale https://minimaetmoralia.it/cultura/la-nostra-distopia-culturale/ https://minimaetmoralia.it/cultura/la-nostra-distopia-culturale/#comments Wed, 05 Jun 2013 08:53:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14558 Questo articolo è uscito sul n. 26 di alfabeta2.

L’immaginario italiano come spazio concentrazionario

Nel 1961, Kurt Vonnegut pubblicò quello che è ancora oggi uno dei migliori racconti distopici di sempre. Harrison Bergeron tratteggia in poche, dense pagine una società paralizzata (in un’America “senza tempo”), in cui viene tecnicamente impedito a tutti di pensare: la gente guarda orribili e inutili programmi in tv, e per quelli un pochino più intelligenti l’Handicapper General – che tutto vigila e controlla attraverso i suoi agenti – ha predisposto un dispositivo radiofonico nelle orecchie, che a intervalli regolari trasmette allarmi, campane, esplosioni che impediscono a persone come George, il padre di Harrison, di “trarre un indebito vantaggio dal proprio cervello”. Il presupposto è che la cultura sia intrinsecamente pericolosa, dal momento che esaspera le contraddizioni invece di comporle e impedisce il conseguimento di un’agghiacciante “uguaglianza”, basata sullo spegnimento delle funzioni intellettuali e critiche. Sulla stupidità programmata.

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ettore scola-c'eravamo tanto amati (1974)

Questo articolo è uscito sul n. 26 di alfabeta2.

L’immaginario italiano come spazio concentrazionario

The year was 2081, and everybody was finally equal.

Kurt Vonnegut, Harrison Bergeron (1961)

 
I.

Nel 1961, Kurt Vonnegut pubblicò quello che è ancora oggi uno dei migliori racconti distopici di sempre. Harrison Bergeron tratteggia in poche, dense pagine una società paralizzata (in un’America “senza tempo”), in cui viene tecnicamente impedito a tutti di pensare: la gente guarda orribili e inutili programmi in tv, e per quelli un pochino più intelligenti l’Handicapper General – che tutto vigila e controlla attraverso i suoi agenti – ha predisposto un dispositivo radiofonico nelle orecchie, che a intervalli regolari trasmette allarmi, campane, esplosioni che impediscono a persone come George, il padre di Harrison, di “trarre un indebito vantaggio dal proprio cervello”. Il presupposto è che la cultura sia intrinsecamente pericolosa, dal momento che esaspera le contraddizioni invece di comporle e impedisce il conseguimento di un’agghiacciante “uguaglianza”, basata sullo spegnimento delle funzioni intellettuali e critiche. Sulla stupidità programmata.

Ecco, l’Italia degli ultimi trent’anni ha funzionato più o meno così. Nel 1982 – agli albori cioè di questa dinamica – Antonio Porta consegnò a “Nuovi Argomenti” alcune riflessioni illuminanti, chiamando esplicitamente “schizofrenia” l’incipiente e costante dissociazione italiana dalla realtà: “Italiani significa essere esposti a continue e improvvise lacerazioni, essere quasi inermi di fronte al pericolo di una schizofrenia costante. L’essere dell’italiano è fatto di sostanza schizoide. Ciò accade senza alcun sovraccarico di patetismo; nulla di meno straziante o intimo di questa schizofrenia: essa accade come ad ‘un altro’, e di fatto molti italiani vivono esattamente come se accadesse sempre ‘a un altro’. Il metafisico ‘altro’ di lacaniana memoria è utilizzato dall’essere italiano per scaricare ‘fuori’ ogni possibile disturbo privato, conseguenza dello stato di schizofrenia costante” (Schizofrenia italiana, “Nuovi Argomenti”, n. 4, terza serie, ottobre-dicembre 1982, pubbl. anche qui).

Ciò che più impressiona è che la cultura abbia svolto nel nostro Paese un ruolo del tutto analogo a quello prefigurato da Vonnegut. Invece di criticare radicalmente la realtà, spiegando chiaramente, ostinatamente e anche crudamente quello che accade, la produzione culturale italiana – quella maggioritaria, certo, e con le dovute eccezioni: ma il discorso non per questo cambia – ha scelto progressivamente di dedicarsi all’acquiescenza, supportando attivamente l’immensa opera di rimozione e negazione che nel frattempo prendeva forma in ogni settore della società.

Il problema riguarda quindi da vicino il tipo di percezione della cultura nel nostro Paese: perché ad ogni taglio (sempre più devastante di quello precedente) imposto ad un singolo settore culturale, non segue di fatto alcuna reazione dell’opinione pubblica? Dell’opinione pubblica, non degli appartenenti a quel settore, degli operatori, degli ‘addetti ai lavori’: è una domanda sgradevole, ma bisogna sul serio cominciare a porsela per capirci qualcosa. Perché negli ultimi mesi il dibattito pubblico sulla cultura si è fatto vivace e a tratti anche serio, ma nella maggior parte dei casi non sembra che ci sia un’idea abbastanza chiara di che cosa in definitiva sia questa “cultura” di cui si parla, e del perché sia così importante (a dire il vero, spesso non sembra che si avverta neanche l’esigenza di averla, un’idea del genere).

La cultura, in Italia, non è purtroppo percepita a livello diffuso come un bene primario e comune, come un servizio di cui non si possa proprio fare a meno. La cultura, anzi, è considerata al contrario nella maggior parte dei casi – con ostilità e fastidio – appannaggio di pochi, privilegio senza neanche le attrattive dei privilegi socialmente desiderabili: una produzione del tutto autoreferenziale, connessa cioè a cricche-caste-gruppetti, assolutamente non popolare (nel senso vero e profondo del termine), e per questo fondamentalmente scollegata dalla vita di ognuno, dalle proprie esigenze reali, dal mondo in cui le esistenze individuali e collettive si svolgono. La produzione culturale nazionale, cioè, tranne sporadiche eccezioni, non “racconta” più nulla di rilevante per la nostra identità, per capire chi siamo e che diavolo ci sta succedendo. Non costruisce mitografie in cui riconoscersi. Come si può dunque pretendere, con queste premesse, che un popolo intero scenda in piazza a difendere un bene che non sente come proprio, come una parte importante di se stesso? Ciò è accaduto non per caso, ma perché si è voluto che accadesse, perché si è scelto che accadesse: è sufficiente pensare a quali sono i prodotti culturali di massa che hanno formato le ultime due, tre generazioni di italiani, per capire di cosa stiamo parlando.

II.

Eppure, non è sempre stato così: pensiamo solo alla commedia italiana (Monicelli, Risi, Scola), o al cinema politico e d’inchiesta (Rosi, Petri, Damiani) dagli anni Cinquanta agli anni Settanta. Per dire, è sufficiente che consideriate a tre film come Roma bene (1971) di Carlo Lizzani, Vogliamo i colonnelli (1973) di Mario Monicelli e Signore e signori, buonanotte (1976) per avere un’idea di come questi autori – questi uomini – si relazionavano con il proprio contesto, e che cosa facevano dei materiali che la realtà (sotto gli occhi di tutti, allora come oggi: e, in molti casi, pressoché immutata) metteva a loro disposizione. Quei registi – e quegli scrittori, e quegli artisti – riuscivano a portare avanti, insieme e senza spocchia, un intero e articolato processo di costruzione identitaria, rendendolo fruibile e popolare.

Certo, c’erano anche gli scrittori, gli artisti e i registi che in pochi capivano: ma anche i loro contenuti trovavano il modo di essere veicolati, attraverso lo strumento dell’ironia (Gassman-Bruno ne Il sorpasso che dice a Trintignant-Roberto: “L’hai visto L’eclisse? Io c’ho dormito, ‘na bella pennichella… bel regista Antonioni!”; oppure Elide, la moglie di Gassman-Gianni Perego in C’eravamo tanto amati, che al culmine del suo processo di formazione intellettuale si trova a riflettere sull’incomunicabilità allestendo addirittura intere pareti di cornici vuote pre-concettuali, e dunque ancora Antonioni: cioè, a tradurre in termini culturali la sua personale assenza di comunicazione con il marito, che non l’ha mai amata). Ovviamente, c’è sempre il rischio che questa sia una versione idealizzata e ipersemplificata, ma io non credo: “[Monicelli] fingeva orrore alla sola idea che potesse volersi far considerare un artista o che qualcuno pensasse che si dava delle arie, o peggio ancora, che facesse del cinema per parlare di sé. La sua disponibilità lo fece considerare poco ‘autore’ da una critica che prendeva sul serio solo i registi che visitavano il proprio universo inconfondibile” (Masolino D’Amico, Quell’ultimo sorriso contro la retorica, “La Stampa”, 15 settembre 2012, p. 31).

Il punto è sempre quello: collegare dati, fatti, eventi, personaggi, processi storici, osservarli da vicino e produrre senso (un senso che possa essere condiviso), anche a costo di rinunciare a una fetta di “autorialità” (tutta di facciata, in ogni caso). La narrazione – coinvolgente, efficace, ulcerante, oltraggiosa – è ciò che veicola questo meccanismo. Esattamente ciò che manca, quasi del tutto, nell’Italia di oggi. Risultato: è assente la rappresentazione culturale di un’intera epoca; non esiste racconto per la nostra nuova, terrificante condizione. Quindi, non c’è ancora comprensione diffusa (e del resto, confusione e paura e bisogno di rassicurazione sono gli ingredienti imprescindibili di ogni distopia che si rispetti: ogni forma di controllo sociale si fonda cioè su periodici “due minuti d’odio”, come in 1984).

E qual è questa nostra condizione? Basta considerare con attenzione il linguaggio della distopia italiana (a suo modo, una peculiare variante di Neolingua): per Mario Monti, per esempio, i giovani italiani sono stati ridotti senza mezzi termini negli ultimi anni a “scudi umani”, alla mercé dei diversi corporativismi nazionali. La nostra si configura cioè da tempo come una distopia “generazionale”, in gran parte inedita nella storia occidentale: come ha scritto di recente Nicola Lagioia, “attraversare l’ultimo decennio è stato come vivere in casa di genitori alcolizzati. Il paragone è forte, ma è difficile trovarne uno più calzante per riunire in un’unica patologia irresponsabilità, tirannia e amorevole paternalismo in contraddizione con se stesso.” (E c’è sempre questa idea del sequestro, della costrizione in spazi claustrofobici, che sembra perseguitare e ossessionare come un fantasma attitudinale, sin dal 1978 di Moro e dal 1981 di Alfredino, la nostra società e i suoi testimoni: questo sequestro riguarda i discorsi e le interpretazioni, cioè ancora una volta la cultura, prima ancora che i beni, le risorse, le opportunità). Sono metafore crudeli, ma indubbiamente efficaci – e umilianti.

L’umiliazione collettiva è stata del resto riconosciuta da più parti come un tratto caratteristico, fondante addirittura, per comprendere ciò che è accaduto agli italiani negli ultimi decenni: “un’umiliazione che si sostanzia non solo nell’attuale assetto socioeconomico e nel relativo telaio infantilizzante che ne deriva, ma soprattutto in quella paradossale complicità che queste generazioni hanno mostrato nei confronti del telaio medesimo. Si tratta di uno stato d’animo che sembra governare il pensiero e la sensibilità degli ultimi vent’anni, un tempo sufficiente ad averne determinato la normalizzazione e quindi, almeno all’apparenza, la neutralizzazione. L’umiliazione oggi innerva di sé pratiche e immaginario e viene travestita con gli abiti del vittimismo o dell’autoironia: in entrambi i casi l’esperienza del dolore più incandescente viene in qualche modo addomesticata” (Giorgio Vasta, La narrativa dell’umiliazione, “minima&moralia”, 6 dicembre 2011).

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