La magnifica merce Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/la-magnifica-merce/ un blog di approfondimento culturale Tue, 06 Nov 2012 16:50:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg La magnifica merce Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/la-magnifica-merce/ 32 32 In principio erano i corpi gloriosi https://minimaetmoralia.it/libri/in-principio-erano-i-corpi-gloriosi/ https://minimaetmoralia.it/libri/in-principio-erano-i-corpi-gloriosi/#comments Thu, 02 Dec 2010 08:02:49 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3403 In principio erano i “corpi gloriosi”: i culturisti (cartacei/carnali) di Scuola di nudo, le infinite repliche di un archetipo celeste infine, nei libri successivi, sceso in terra, atterrato tra le palazzine della periferia romana. In Troppi paradisi il messaggero divino si chiamava Marcello Moriconi, già immortalato, con tanto di cahier fotografico, nel breve ma intenso libretto intitolato La magnifica merce.

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In principio erano i “corpi gloriosi”: i culturisti (cartacei/carnali) di Scuola di nudo, le infinite repliche di un archetipo celeste infine, nei libri successivi, sceso in terra, atterrato tra le palazzine della periferia romana. In Troppi paradisi il messaggero divino si chiamava Marcello Moriconi, già immortalato, con tanto di cahier fotografico, nel breve ma intenso libretto intitolato La magnifica merce. Si parlava ancora di lui, a lato di un più affollato condominio di borgata, nel fortunato Contagio. Nel Canto del diavolo lo spasimato cambiava nome in Massimo, ma gli attributi erano quelli. Oggi, infine, Autopsia dell’ossessione esibisce il corpo glorioso (ma forse già estinto) di un Angelo di periferia, coatto e palestrato come tutti gli altri, identico a loro nei modi e nelle parole. Le foto di Angelo, sparse nel libro a margine dei commenti dell’incantato e dolente protagonista (che questa volta non si chiama Walter ma Danilo Pulvirenti), confermano la sua natura di replicante. Il volto che contempliamo in questi nudi è lo stesso dell’apparato iconografico della Magnifica merce, e di altre, meno note, esposizioni extra-letterarie. La medesima girandola di avatar, la stessa cattiva infinità che colpisce l’oggetto del desiderio grava, simmetricamente, sul soggetto desiderante. Che si tratti di personaggi autobiografici, più o meno mistificatori, di professori universitari, autori televisivi o flâneurs delle periferie, ad occupare la scena è sempre lo stesso individuo, o meglio la stessa ossessione ambulante. Come Angelo, Danilo non sfugge al ripetersi delle incarnazioni letterarie. Anche in questo caso, nonostante l’invenzione di un nuovo personaggio, il ciclo delle varianti non può che confermare la ricorrenza del tema. Tema che proprio nella ripetizione dell’identico esibisce la sua cifra esistenziale: quella dell’ossesso, appunto.

La scelta, inedita per lo scrittore, di condurre la narrazione completamente in terza persona, non comporta gravi eccezioni. E non stupisce dunque, in un capitolo del romanzo intitolato Dopplegänger, vedere riapparire, in veste di doppio e rivale d’amore di Danilo, uno scrittore sessantenne diventato famoso grazie a un romanzo sulle borgate romane. Tutto è chiaro e conclamato, Siti gioca a carte scoperte: impossibile, o comunque terribilmente difficile, uscire dal narcisismo autobiografico, tagliare una volta per tutte quel fertile cordone ombelicale. Il tema del doppio è metafora narrativa di una più antica e sostanziale incapacità di trascendersi, la stessa che portava il protagonista del Contagio a domandarsi, alla fine del libro: «Ho teorizzato che tutto il mondo stava diventando gay; ora teorizzo che il mondo sta diventando un’immensa borgata; non sarà perché mi è mancato il coraggio di ammettere che per me un borgataro gay era diventato tutto il mondo?» Niente di nuovo sotto il sole dunque? Più o meno. Intanto, il tentativo di cogliere l’ossessione all’interno di uno spazio più asettico possibile (l’autopsia del titolo), spremerne una sorta di essenza speculativa o matematica, compendiata in una ventina di postulati definitivi. Il corollario dell’analisi in vitro è però che, di fronte a tanta ontologia, la natura per così dire secondaria della fisionomia sociale di Pulvirenti risalta come una nota vagamente stonata. Figlio di madre nobile e padre militare, moderatamente attivo sul fronte politico (dal Pc ai Ds), appassionato di lirica e di pratiche sadomaso, antiquario di professione: Danilo resta una creatura effimera. Zavorrato dal peso dei suoi predecessori, schiacciato dal dovere dell’esemplarità (o dell’essenzialità), il personaggio non riesce a spiccare il volo dell’autonomia. I connotati della finzione non bastano a nascondere l’ingombrante matrice originaria e la sua vicenda biografica (che pure iniziava bene, in quegli anni giovanili che avremmo desiderato durassero un po’ più a lungo) dà l’impressione di una sistemazione provvisoria, destinata a cure più approfondite. Il tentativo di ancorare il carattere di Danilo allo sfondo dell’attualità (politica, in questo caso), forse perciò, a momenti, sembra girare a vuoto. Il proprio debito con il presente, questa volta Siti lo paga con un assegno mezzo scoperto. Anche il linguaggio del narratore sconta in qualche modo il suo carattere derivativo: le metafore gnostiche e religiose, la fuga dal mondo nella contemplazione di un osceno sacralizzato, la correlazione scandalosa del sublime e dell’infimo. Tutto come prima, ma l’intensità è come scesa di una tacca. La presenza delle immagini fotografiche, dato significativo del romanzo e sua possibile «chance inaspettata» (per usare una vecchia espressione dell’autore), non convince fino in fondo. La dialettica di testo e immagine è a tratti monotona e il momento in cui il discorso si aggrappa all’immagine con maggiore mordente, producendo un effetto davvero toccante, è nell’unica fotografia che non riguarda Angelo, quella di Danilo bambino, mostrata appena dopo la tesissima scena del matricidio. Si tratta dell’ultima immagine del libro: a indicare, immaginiamo, una possibile via d’uscita. C’è forse una trama, una traccia interna, di romanzo in romanzo, che conduce all’Autopsia come a una fine annunciata già nel Contagio, facendone qualcosa di necessario all’economia complessiva dell’opera di Siti, alla parabola poetica di un’ossessione durata (almeno sulla carta) più di quindici anni. Ma pare, questa, una morte dura, molto dura a consumarsi. Forse, quello che osserviamo nelle pagine dell’Autopsia sono gli ultimi rantoli, l’ultimo tentativo di sbarazzarsi di un’ispirazione che comincia a diventare un limite. Non è da escludersi, comunque, che a un lettore innocente, al primo incontro con questo scrittore, il suo nuovo romanzo possa piacere senza riserve. La scrittura di Siti vola altissimo, come sempre, ed è sempre un piacere abbandonarsi al suo fraseggio così denso e preciso, al ritmo e alla ricchezza straordinaria della sua prosa poetica. Siti resta uno dei nostri massimi narratori, un grande stilista e un grande visionario. Di fronte a tanto scrittore suona quasi inopportuno lamentarsi, ma ai più bravi si chiede sempre il meglio, e l’accanito istinto di sopravvivenza dell’ossessione non basterà a convincerci del depotenziamento di una scrittura che in passato ci ha appassionato, sapendo peraltro abbandonare, e con ottimi risultati, il sentiero battuto e autobiografico della mania erotica (certi racconti della Magnifica merce, certe pagine del Contagio, Benvenuta Rachele – nella raccolta di racconti politici pubblicata da Einaudi nel 2008 – lo splendido testo sui salotti romani letto quest’estate alla basilica di Massenzio, ad esempio).Vedremo nel prossimo romanzo se il culturista avrà davvero finito di dibattersi oppure se, come la creatura di Frankenstein, continuerà a perseguitare il suo autore.

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Intervista a Walter Siti https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-walter-siti/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-walter-siti/#comments Wed, 29 Jul 2009 08:02:39 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=408 Apriamo, con questo pezzo, un piccolo ciclo di interviste che Peppe Fiore ha fatto a personaggi della letteratura, del cinema, del fumetto. Si comincia con Walter Siti. di Peppe Fiore «La cocaina è un po’ il simbolo eccellente della nostra società. La nostra è una società dopata, una cocaina a lento rilascio. Perché presuppone desideri […]

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Apriamo, con questo pezzo, un piccolo ciclo di interviste che Peppe Fiore ha fatto a personaggi della letteratura, del cinema, del fumetto. Si comincia con Walter Siti.

di Peppe Fiore

«La cocaina è un po’ il simbolo eccellente della nostra società. La nostra è una società dopata, una cocaina a lento rilascio. Perché presuppone desideri sempre più eclatanti, esattamente come il cocainomane ha bisogno di sempre più droga. Ma se questo è vero, è vero anche il risultato: cioè una completa apatia. Io ho l’impressione che, emergenze a parte, quello che domina complessivamente oggi sia davvero una specie di chissenefrega generale: guardiamo il soffitto e speriamo che passi. È vero, intellettualmente sono un po’ disperato di mio. Ma stranamente questa convinzione è più forte quanto più nella vita privata sto bene».

contagio_blogTrovandosi a parlare con Walter Siti in una domenica mattina fitta di lividi sprazzi di pioggia, l’impressione è quella di un uomo che ha con la disperazione una consuetudine lucida e consapevolmente accudita negli anni. Arrivato nel 2008 al suo quinto lavoro narrativo (Il contagio, per Mondadori, un atlante della sopravvivenza nelle borgate romane) Walter Siti – accademico, critico letterario, curatore di Pasolini – sta portando avanti da quasi trent’anni una spietata operazione di pantografia dei sentimenti che può essere vista in controluce da libro a libro come un percorso unitario. Difatti fin dall’esordio (con Scuola di nudo, anno 1994, ma iniziato a scrivere nel 1982: quindi molto prima che la critica inventasse l’autofiction), quello che colpisce maggiormente del lavoro di Siti scrittore è la volontà spietata di squartare la propria vita per crearne un doppio narrativo che risulta sistematicamente più vero dell’originale. Una forma allucinata e autolesionista di realismo, in un corto circuito tra esperienza vissuta e esperienza raccontata dove non è mai chiaro quale delle due preesista all’altra.

«Da ragazzino facevo tutte le cose che c’erano da fare in modo inappuntabile: essere un bravo figlio a casa, essere un bravo studente a scuola, perfino un bravo ragazzo quando mi vedevano le persone per strada. E poi c’era un mio mondo fatto di perversioni sessuali, di immaginazioni erotiche, in cui gli altri non dovevano mettere bocca. Per cui questa sensazione che io ero sempre da un’altra parte è nata lì».

Così raccontando degli anni giovanili a Modena. L’infanzia e l’adolescenza di un ragazzo sostanzialmente secchione e sostanzialmente solo, che gira in bicicletta per le campagne e ha «una memoria mostruosa». La famiglia operaia torna spesso nei lavori di Siti: sono sempre agghiaccianti interni proletari fatti di silenzio e di una forma gelida e rarefatta di pietà parentale. Anche quando parla dei suoi genitori – una madre descritta come un essere vorace e impaurito, un papà di cui «già dalle elementari ho cominciato a pensare che ne sapevo più di lui» – è impressionante la dimestichezza, e per così dire l’igiene mentale, con cui Siti maneggia il dolore. Quando glie lo si fa notare, risponde semplicemente che quella è la realtà.

In effetti questo rapporto frontale con la realtà – che nei libri si traduce in un autobiografismo straniato – è proprio uno dei congegni fondamentali della sua poetica. «La letteratura non può evitare di dire la verità»: detto da Siti, più che una dichiarazione d’intenti, suona come una condanna autoinflitta. Tutta la sua opera in qualche modo testimonia come il rapporto tra scrittura e verità vada sempre a discapito dell’autore, anzi tenda alla sua uccisione. È come se per aspirare alla verità la letteratura esigesse sempre dallo scrittore un piccolo suicidio.

«Dire a mio padre e a mia madre che volevo fare lo scrittore sarebbe stato come dirgli che volevo fare la ballerina alla Scala. Io pensavo di non averne il diritto».

Il primo romanzo, infatti, Siti lo pubblica tardi, a quarantasette anni. Un libro che nasce, appunto, da un suicidio intellettuale: il progetto di un lavoro su Leopardi che avrebbe dovuto consacrare il suo percorso accademico.
«Su Leopardi ci lavorai due anni, ho ancora dei quadernoni alti così in cui schedai tutto lo Zibaldone e le biblioteche marchigiane. Arrivato a metà di questo lavoro ho avuto una crisi. Ho detto: se vado avanti così muoio. Mi sembrava di alienare completamente me stesso. Allora ho detto: a me cosa interessa veramente? Gli uomini nudi».

scuola_di_nudo_blogSi tratta di quel già citato Scuola di nudo per cui a Pisa – l’ateneo in cui ha iniziato la carriera – in molti gli toglieranno il saluto. È una vasta, dolorosa odissea attorno al corpo maschile. Anzi, attorno ad una specifica immagine celeste di corpo maschile, impuramente rifratta dentro decine di corpi terreni. Ancora una volta, la lucidità di Walter Siti nel dialogare frontalmente con le sue ossessioni è raggelante. Questo corpo d’uomo, che è astratto, una pura algebra di forme muscolari, attraversa come una cometa tutta la sua vita. Inizia a Modena: «Io a quattro anni avevo chiarissimo che un certo tipo di corpo maschile, rotondo muscoloso brillante alla luce, era il mio oggetto sessuale. Ho l’impressione che l’immagine di questo corpo ci fosse da sempre. Si trattava solo di riconoscerla».

E il riconoscimento arriva a Roma cinquant’anni dopo, incarnandosi in quel Marcello Moriconi che nasce in un racconto de La magnifica merce, domina Troppi Paradisi, esplode ne Il contagio e tappezza dei suoi pettorali, due placche divine, lo studio dello scrittore (sorvegliando il lento trascorrere del turismo religioso verso Via della Conciliazione).

A Marcello, Walter Siti ha dedicato centinaia di pagine. Tutte, effettivamente, scritte come rivolgendosi ad un’immagine interiore che preesisteva alla realizzazione di carne. Marcello è un fragile compromesso tra artificiale (la palestra, gli anabolizzanti) e umano (anzi umanissimo: si commuove quando gli muore un pesce rosso, è schiavo della cocaina). Leggendone e sentendone raccontare, si ha davvero la conferma che la figura narrativa del culturista di borgata sia la rappresentazione estrema di quella scissura che attraversa tutta l’esperienza biografica e letteraria di Siti stesso. Realtà e simulazione: la medesima faglia che porta fatalmente alla televisione, presenza eccellente di Troppi Paradisi e in generale nelle giornate di Siti.

«Almeno cinque o sei ore di televisione me le sono sempre fatte. Ma è una cosa molto poco di testa: la guardo perché sono solo e mi fa compagnia» dichiara, con la solita agghiacciante compostezza «In realtà anche se in televisione sono sempre tutti allegri, c’è molta tristezza nella ricezione televisiva. Di fatto la televisione ha a che fare con la miseria di molte vite individuali. Penso che disinteressarsi di una cosa che va a formare l’ottanta percento della testa delle persone sia una cosa sbagliata. E trovo che adesso tutte queste meraviglie degli intellettuali per come sono andate le elezioni sono veramente risibili. Perché mi chiedo dov’erano».

Siti è in pensione da un anno. Ha lasciato l’insegnamento (per circa vent’anni è stato professore di letteratura italiana contemporanea all’Aquila) e può dedicarsi completamente alla sua opera. Una cosa che, dice, avrebbe dovuto trovare il coraggio di fare molto tempo prima. Ad un certo punto della nostra conversazione, pronuncia questa frase: «Io credo di non avere mai scelto in realtà. Penso che a un certo punto ho accettato che la strada fosse quella, ma come l’acqua che se ne va per la via di minore resistenza. Io credo di aver cominciato a oppormi all’ovvietà soltanto negli ultimi sei o sette anni».

Siti_blogDietro gli occhiali, le pupille di Walter Siti sembrano in certi momenti ritrarsi all’indentro, come per una specie di timidezza congenita allo sguardo a fronte delle parole che dice. E in effetti ascoltandolo viene davvero il dubbio che, forse, c’è qualcosa di vagamente disumano nell’aver fatto della propria vita lo strumento (attenzione: non l’oggetto) della propria narrativa. Da venticinque anni quest’uomo sottopone se stesso ad un’autopsia poetica per trasformare le sue frattaglie, con esiti altissimi, in romanzo: forse è qualcosa che ha a che fare con il coraggio della scrittura, o viceversa con il bisogno fetale di riasciugarsi completamente dentro la propria opera. Ma esiste davvero una ragione per continuare a stare volontariamente in trappola dentro un loop infinito tra vita e scrittura, se il risultato dev’essere sempre questa condizione di lucidità ustionante?
Evidentemente sì.

«In questi vent’anni la cultura umanistica è completamente crollata e noi che insegnavamo alle facoltà di lettere non ce ne siamo occupati. E penso che questa sia stata la colpa più grave della nostra generazione. Io credo che fare gli storici dei sentimenti, cioè capire che cosa ne è stato dei sentimenti in questi anni televisivi, mediatici, sia un lavoro fondamentale. Che ne è stato dell’amore? Capirlo diventa un lavoro politico. Ed è un lavoro che si può fare soltanto con il romanzo. Per quanto riguarda il mondo letterario, quello ormai non mi interessa più: sono troppo vecchio. Preferisco bazzicare le borgate».

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