La vita è un'altra storia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/la-vita-e-unaltra-storia/ un blog di approfondimento culturale Tue, 06 Nov 2012 16:06:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg La vita è un'altra storia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/la-vita-e-unaltra-storia/ 32 32 Storie nelle storie: Inception e John Barth https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/storie-nelle-storie-inception-e-john-barth/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/storie-nelle-storie-inception-e-john-barth/#comments Fri, 15 Oct 2010 07:09:01 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3045 di Liborio Conca

Per chi è divertente Inception, il film di Christopher Nolan?
Filmone dall’immaginario labirinitico e potente, fitto di rimandi interni sin dalle prime battute, ricco di sfumature e di storie intrecciate e inscatolate al loro interno, Inception può far venire più di un grattacapo a chi se ne sta seduto in sala, per quanto possa essere comoda la poltrona che lo ospita

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Per chi è divertente Inception, il film di Christopher Nolan?
Filmone dall’immaginario labirinitico e potente, fitto di rimandi interni sin dalle prime battute, ricco di sfumature e di storie intrecciate e inscatolate al loro interno, Inception può far venire più di un grattacapo a chi se ne sta seduto in sala, per quanto possa essere comoda la poltrona che lo ospita; Nolan è un regista molto esigente, verso i produttori (a cui avrà chiesto un budget esagerato, si parla di oltre 180 milioni di dollari) e verso gli spettatori, da cui pretende una concentrazione da conservare per tutta la durata del film, un’opera tesa e calibrata con perfezione maniacale. La ricompensa, in questo caso, è rappresentata da quasi due ore e mezza di intrattenimento a quattro stelle (media del voto sulle principali testate estere, fonte Internazionale). Ritorneremo più avanti sull’etichetta «intrattenimento».
Non è semplice illustrare su due piedi la trama di Inception. C’è questo Dom Cobb, una sorta di agente che opera sulla mente delle sue vittime per rubare (estrarre) segreti da consegnare a ricchi committenti. Come fa? Costruisce sogni, vi entra, e in squadra con altri colleghi tocca le zone più delicate del subconscio, fino a raggiungere l’obiettivo. Di missione in missione, Cobb ha affinato le sue conoscenze e vinto molte sfide; la sua vita familiare, però, a causa di un’attività per così dire eticamente borderline, ne risulta segnata per sempre. Detta così può sembrare l’incrocio tra un polpettone hollywoodiano qualsiasi e Matrix, ma la costruzione che Nolan architetta per raccontare questa storia è incredibilmente raffinata e dannatamente efficace.
Qualche tempo fa, John Barth ha tenuto un incontro pubblico a Roma, cogliendo l’occasione per dire due parole sull’ultima raccolta di suoi racconti, La vita è un’altra storia. Durante il suo intervento, si è soffermato a lungo su quella che ha definito una vera mania coltivata negli anni, la sua passione per le storie dentro le storie o per le novelle che si svolgono all’interno di una cornice. Trovandosi in Italia, non poteva mancare un riferimento al Decamerone di Boccaccio; ma Barth ha fatto tanti altri esempi, su tutti naturalmente l’adorato Le mille e una notte. Ha poi raccontato di una ricerca svolta negli anni sulle opere strutturate in questo modo, per concludere che l’opera in cui ha riscontrato il numero più alto di «storie nella storia» è il Simposio di Platone, con sette livelli.
Ma torniamo a Inception. La scena madre, lunga da coprire quasi tutto il film, si svolge su un aereo che riunisce tutti i protagonisti. Ci sono Cobb, il suo fidato socio Arthur, il chimico Yusuf, il falsario Eames e Ariadne, brillante studentessa di architettura. A loro si aggiunge anche il ricchissimo giapponese Saito, finanziatore e committente dell’impresa, che insiste per prendere parte alla missione. Che consiste nell’iniettare nella mente della vittima predestinata (Robert Fischer, erede di un colosso nel campo dell’energia) un rovello tale da indurlo a compiere una scelta che avvantaggi Saito: frammentare in tante società minori la multinazionale fondata da suo padre. Le informazioni raccolte da Cobb parlano di un rapporto conflittuale tra padre in fin di vita e figlio: è su questo che la squadra dovrà lavorare.
E quindi sul volo di linea Sydney (la città dove intanto è morto il padre di Robert) – Los Angeles, si ritrovano tutti i protagonisti: Cobb, il suo team e Fischer jr. Ha inizio l’operazione. Tutti assumono un composto chimico che li fa sprofondare nel sonno (naturalmente Robert lo manda giù a sua insaputa). Per introdurre in Robert la volontà di separare in società diverse l’impero che sta per ereditare, Cobb ha creato un primo sogno (in cui il team di Cobb rapisce Fischer). Quindi, viene ricreato un sogno all’interno del sogno: questa volta, si tratta di immettere in Robert il dubbio del tutto amletico che suo zio stia cospirando contro di lui, una volta deceduto il padre (visto quanti rimandi? Il vecchio Amleto non poteva mancare). Non finisce qui: Cobb ha architettato un terzo livello di sogno. Mentre tutti dormono anestetizzati sul volo Sydney-Los Angeles, la terza costruzione onirica si svolge in una sorta di fortezza militare costruita su un monte innevato. Qui tutta la pressione psicologica operata da Cobb e dal suo team nei confronti del subconscio di Robert Fischer troverà lo sbocco finale nella riconciliazione con il padre (nella scena forse meno efficace del film, se rapportata all’importanza che riveste).

Può darsi che John Barth sia tra quanti possano apprezzare un film come Inception. O magari no: ma la struttura di Inception e di diverse opere di Barth hanno indubbiamente questa comune fascinazione per il meccanismo metanarrativo della «storia nella storia». Con una coincidenza in più: uno dei racconti di Barth che approfondisce meglio questo espediente, «Avanti con la storia», contenuto proprio nella raccolta La vita è un’altra storia, si svolge… su un aereo.
In «Avanti con la storia» Alice, la protagonista, è dunque su un aereo e sta leggendo un racconto che ha per protagonista una donna che si ritrova in condizioni esistenziali del tutto simili alle sue. L’autore (del racconto che sta leggendo Alice) infila nel bel mezzo della narrazione considerazioni di natura fisico-scientifica sulla relazione tra movimento, spazio e tempo. Inoltre, a un certo punto, si scopre che l’autore dello stravagante racconto è il compagno di viaggio di Alice: ecco che nasce un’altra storia, in cui lo scrittore dialoga con Alice, analizza il racconto da lui scritto, compie una ricognizione sui concetti matematici da lui immessi («Sto ricontrollando i numeri in questa storia astrusa», spiega alla sua compagna di viaggio… e a noi, che leggiamo Barth che racconta di un tipo che sta raccontando di un suo racconto).
Una tentazione, quella di ricontrollare i numeri in questa storia astrusa, che potrebbe venire anche a uno spettatore di Inception. Quanti livelli di narrazione ci sono davvero? I numeri che a un certo punto del film vengono snocciolati sul valore del tempo nella vita onirica e nei sogni di secondo e terzo livello, sono coerenti? Questo limbo terribile in cui si può finire prigionieri, si può superare? Sembrerebbe di sì, ma come?
Ma la seduzione del film di Nolan è talmente forte e ben confezionata da non richiedere troppi «controlli». Anzi, quasi viene da ringraziare il regista per il dubbio finale con cui conclude il film.
Eppure, c’è qualcosa che lascia in noi un sentimento vagamente sinistro alla fine di Inception: forse andrebbe ricercato nell’eccesiva perfezione riversata in un’opera che, okay, lascia senza fiato, ma che a ben vedere non è altro che un eccezionale prodotto commerciale. Curato nei minimi dettagli e con una sceneggiatura raffinata e intelligente, ma trattasi pur sempre di un grande, grandissimo videogame, spettacolare e avvincente, con un sospetto finale iniettato nello spettatore: che tra realtà e sogno non sia scontato scegliere la prima. Al contrario di quanto avviene nelle opere di Barth, realizzate con l’obiettivo di smascherare la realtà, svuotarla dalle ipocrisie, attaccando per questo anche le strutture stesse della narrativa più bigotta.

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Seminario suoi luoghi comuni https://minimaetmoralia.it/scrittura/seminario-suoi-luoghi-comuni-5/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/seminario-suoi-luoghi-comuni-5/#comments Thu, 16 Sep 2010 10:34:15 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2859 La malattia che ci colpisce, che sia un virus intestinale destinato a farci perdere un appuntamento e sprecare la notte in ginocchio davanti al water, o una cosa brutta che ci farà morire, è una forza della natura. Per quasi la totalità del tempo la narrativa parla dell’io e degli uomini, e tutto intorno agli uomini mette la natura, il mondo, come oggetti d’indagine e fonti di problemi o soluzioni.

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28. Le particelle elementari

La malattia che ci colpisce, che sia un virus intestinale destinato a farci perdere un appuntamento e sprecare la notte in ginocchio davanti al water, o una cosa brutta che ci farà morire, è una forza della natura. Per quasi la totalità del tempo la narrativa parla dell’io e degli uomini, e tutto intorno agli uomini mette la natura, il mondo, come oggetti d’indagine e fonti di problemi o soluzioni.

D’altra parte ci sono volte in cui a pensare a ciò che ci ha fatto la natura ci viene di considerarla tanto rispetto da attribuirle intelligenza. La nuvoletta dell’impiegato che rovina la partita di calcio in Fantozzi è un modo per rappresentarlo. Al di là degli esperimenti fantasiosi, dal comico e il grottesco fino al Signore degli Anelli e i suoi alberi lenti che camminano e parlano piano, considerare la natura come una cosa attiva e potente ci costringe a ulteriori considerazioni su cos’è la soggettività: pensare a fondo a una zanzara che ci punge o a uno sportello della cucina il cui spigolo ci finisce sempre contro la testa, ci porta a vederli come esseri dotati di volontà, di cattiva volontà.
La sensazione poi si può rivoltare e portarci a sentire noi stessi e i nostri corpi come privi di soggettività unificante come lo sono le cose, gli esseri che ci hanno colpiti. Un virus è una cosa che non ha soggettività, che entra in un corpo, il nostro, che potremmo anche considerare come cosa sorda, stupida, priva di coscienza. In questo modo è come se ci si addormentasse un braccio: è nostro e non è più nostro.
Un capitoletto di un racconto di John Barth mi costringe a pensare queste cose e a rendermi conto di quanti fenomeni che accompagnano la mia vita e quella di chi non conosco sfuggono alla parte di me che si considera innamorata della letteratura. La pagina in questione racconta di una zecca che se ne sta su una foglia d’edera in attesa di finire nella carne di un uomo e farlo ammalare. Una zecca solitaria “senza averne coscienza se ne sta in attesa, trasportando involontariamente nel proprio corpo innumerevoli microrganismi di Rickettsia rickettsii, il virus o batterio (le rickettsie hanno alcune caratteristiche di entrambi) che causa la febbre tifoidea”. “Senza avere alcuna consapevolezza del loro paziente ospite, così come non ne hanno le cellule tumorali del pancreas di Frank Pollard, i microrganismi metabolizzano tranquillamente”
Il fatto che la zecca possa fare danni a un uomo, e presto li farà, e il fatto che la sua maniera inconsapevole di far male la accomuni alle cellule tumorali del pancreas del protagonista del racconto, spinge Barth a far quasi un processo alle intenzioni a queste cose minuscole e invisibili: a confrontarle con i problemi che ci poniamo noi. Con la stessa stramberia di un missionario sbarcato con i conquistatori, che insegnava agli indios un’altra lingua perché potessero ricevere il Vangelo, Barth più o meno esamina la zecca alla luce di ciò che interessa noi e la nostra coscienza, che struttura le nostre domande più profonde: “Della luna, delle stelle e dei pianeti, della imminente convergenza della Terra con il pulviscolo meteoritico, del terrazzo dei Pollard su Fenwick Island e dei suoi occupanti, per non parlare delle loro preoccupazioni, il D. variabilis è inconsapevole, anche se non lo è del tutto del suo suolo sabbioso, della rugiada e dell’aria afosa, della foglia su cui si trova, degli aghi di pino nero tutt’attorno, e della gamba avvolta da jeans neri che adesso avanza tra quegli aghi, che ora si inginocchia sull’edera”.
La soggettività è un mistero e di solito in letteratura trovo questo mistero declinato in tre modi: 1) con la descrizione di un individuo le cui facoltà mentali sono considerate mediamente o altamente sviluppate e possono quindi fare da specchio alla maggioranza dei lettori proponendo un percorso standard di conoscenza e riflessione e immedesimazione (Il rosso e il nero); 2) con la descrizione di un personaggio poco formato, uno per intenderci che non leggerebbe il romanzo di cui è protagonista (L’urlo e il furore); 3) con la descrizione di un personaggio che ha una precisa malattia mentale e conseguente scarto cognitivo – strategia oggi di moda e che solleva molte questioni (un esempio è Lowboy di Nick Wray e il genere ormai ha un nome, “neuro novel”, ne parla in modo interessante Marco Roth sulla rivista americana N+1 in “The rise of the Neuro Novel”). E fin qui si tratta di umani e dei diversi livelli di consapevolezza che possono avere. Fingendo o ipotizzando una continuità tra noi e il resto del mondo, Barth prova a esaminare, oltre che gli umani, una zecca. È un esperimento che trovo struggente, che mi addolora, perché mi costringe a pensare a quale bizzarro corpuscolo pieno di voglia di fare potrebbe un giorno togliermi dal mondo e alla banda di assassini impuniti ed eccentrici e pluripregiudicati cui appartiene, e mi costringe a pensare che anch’io che sono un uomo e a differenza di una zecca potrei essere il protagonista di un romanzo, sono un corpo che ha in comune con la zecca la stessa ottusità nel fare ciò che sono programmato per fare e nel ricevere informazioni: se il virus vuole entrare, sono costretto a farlo entrare.

Da «D’ora in poi e per sempre», di John Barth,

contenuto in La vita è un’altra storia.

Dieci metri a sud-ovest e tre al disotto dei lettini dei Pollard, su una foglia d’edera sotto uno dei pini neri vicino al terrazzo del villino che hanno in affitto sulla spiaggia, una solitaria zecca del cane, un Dermacentor variabilis, senza averne coscienza se ne sta in attesa, trasportando involontariamente nel proprio corpo innumerevoli microrganismi di Rickettsia rickettsii, il virus o batterio (le rickettsie hanno alcune caratteristiche di entrambi) che causa la febbre tifoidea nell’uomo e in diversi altri mammiferi. Senza avere alcuna consapevolezza del loro paziente ospite, così come non ne hanno le cellule tumorali del pancreas di Frank Pollard, i microrganismi metabolizzano tranquillamente, di fatto “in attesa” come la zecca stessa, alla quale la colonia di rickettsie è stata trasmessa direttamente dalla uova materne, senza alcun mammifero a fare da ospite intermedio. Della luna, delle stelle e dei pianeti, della imminente convergenza della Terra con il pulviscolo meteoritico, del terrazzo dei Pollard su Fenwick Island e dei suoi occupanti, per non parlare delle loro preoccupazioni, il D. variabilis è inconsapevole, anche se non lo è del tutto del suo suolo sabbioso, della rugiada e dell’aria afosa, della foglia su cui si trova, degli aghi di pino nero tutt’attorno, e della gamba avvolta da jeans neri che adesso avanza tra quegli aghi, che ora si inginocchia sull’edera. La zecca approfitta senza fretta dell’incontro fortuito salendo sui pantaloni umidi di rugiada e, dopo un attimo, dirigendosi verso il caldo tessuto animale che vi percepisce al disotto e quindi verso il pasto a base di sangue che è la meta ultima delle sue intenzioni. Le migliaia di inconsapevoli rickettsie che trasporta non percepiscono nemmeno questo, né lo faranno neppure quando il vascello su cui viaggiano attraccherà alla pelle umana, getterà la sua immaginaria passerella attraverso l’epitelio, e, nell’issare a bordo il suo carico di sangue, involontariamente le scaricherà da un mondo in un altro, sulla loro terra involontariamente promessa.

Leggi le precedenti puntate del seminario sui luoghi comuni:
27. Ritratto di signora
26. L’avvocato del diavolo
25. Ai confini della realtà
24. Ma è pazza?
23. La città vestita a vesta
22. Domenica
21. Boccaccesco
20. Understatement
19. Fordismo
18. Coprimi di soldi
17. Un uomo serio
16. La matrice
15. But I Digress
14. Amore e morte
13. Come sfruttare orribilmente tua sorella e uscirne sconfitto
12. Se la montagna non va a Maometto
11. La livella
10. Prima che il gallo canti mi avrai frainteso tre volte
9. La realtà nonostante l’autore
8. Scene di lotta di classe
7. Pettegolezzi
6. Culto della personalità
5. Il giovane moralista
4. Le leggi della fisica
3. Idiosincrasie di un protagonista
2. Compassione per la comparsa
1. Il viale per lo struscio

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