Lance Armstrong Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lance-armstrong/ un blog di approfondimento culturale Thu, 28 Jan 2016 14:41:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Lance Armstrong Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lance-armstrong/ 32 32 Indagare il nostro tempo: i documentari di Alex Gibney https://minimaetmoralia.it/cinema/indagare-il-nostro-tempo-i-documentari-di-alex-gibney/ https://minimaetmoralia.it/cinema/indagare-il-nostro-tempo-i-documentari-di-alex-gibney/#respond Thu, 28 Jan 2016 15:00:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29797 Questo pezzo è uscito sul Venerdì (nella foto, Frank Sinatra: fonte immagine).

Dagli anni ottanta a oggi Alex Gibney ha diretto più di trenta documentari, raccontando personaggi (da Hunter S. Thompson a Eliot Spitzer, Lance Armstrong e Steve Jobs) e fenomeni (il più recente è Scientology in Going Clear: Scientology e la prigione della fede, tratto dall'ottimo reportage di Lawrence Wright, pubblicato in Italia da Adelphi, La prigione della fede) che del contemporaneo hanno il luccichio di superficie e il profondo lato oscuro.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì (nella foto, Frank Sinatra: fonte immagine).

Dagli anni ottanta a oggi Alex Gibney ha diretto più di trenta documentari, raccontando personaggi (da Hunter S. Thompson a Eliot Spitzer, Lance Armstrong e Steve Jobs) e fenomeni (il più recente è Scientology in Going Clear: Scientology e la prigione della fede, tratto dall’ottimo reportage di Lawrence Wright, pubblicato in Italia da Adelphi, La prigione della fede) che del contemporaneo hanno il luccichio di superficie e il profondo lato oscuro.

“Ho iniziato come montatore di film di altri”, racconta il regista, a Roma per presentare nel centenario del cantante il suo film su Frank Sinatra, Sinatra: All or Nothing At All (in primavera su Netflix Italia). “Ma alla fine era frustrante. Se il girato che hai non è bello, non riuscirai mai a cavarci fuori niente di buono. Così mi sono messo a girare i miei film. Ho cominciato con i documentari perché era molto più facile trovare i soldi per farli”.

Poi spiega come uno dei valori aggiunti del fare documentari sia la possibilità che danno di studiare e imparare. “Se decidi di raccontare una storia è perché sai già tutto di quella storia”, dice, “oppure è perché vuoi saperne di più. Nel caso di Sinatra non sono mai stato un suo fan, e non sapevo molto né della sua vita né della sua musica. Poi mi sono messo a fare ricerche e ho scoperto almeno un paio di cose interessanti. La prima è che è stato una specie di Grande Gatsby, e che la sua storia è la storia dell’America del secolo scorso. Sinatra è un uomo che parte dal nulla e si fa da sé. Lungo la strada ovviamente deve scendere a compromessi con personaggi ambigui e loschi, ma nel frattempo si batte per i diritti civili, e ha questa incredibile storia d’amore (con Ava Gardner, ndr) che definisce la sua vita. La seconda cosa che ho scoperto è la ragione per cui viene considerato un cantante così straordinario: ha imparato a controllare la voce osservando la sezione fiati delle orchestre con cui suonava. E la cosa gli ha permesso di enfatizzare le strofe nei momenti in cui avrebbe dovuto fermarsi a prendere fiato. Sinatra non si limita a cantare canzoni, ma racconta storie. È diventato un narratore di storie, e ognuno delle sue canzoni è come un film di tre minuti. Scoprirlo è stata una rivelazione”.

Gibney ha costruito il suo film (lunghissimo, quasi quattro ore, ma mai didascalico e sempre ispirato e pieno di sentimento) usando come scheletro della narrazione undici canzoni di Sinatra, così da lasciargli la possibilità (postuma ma incredibilmente viva sullo schermo) di raccontare se stesso, le sue storie, la sua vita attraverso i testi delle canzoni e il modo e il momento in cui le ha cantate.

A fare il paio con il film su Sinatra e sempre diretto da Gibney, è stato appena presentato in anteprima italiana al Festival dei Popoli Mr. Dynamite: The Rise of James Brown. Ancora Gibney su James Brown: “Ho girato Mr. Dynamite perché sono sempre stato un fan di James Brown. E più che sulla sua vita è un film sulla sua musica. L’ho chiamato The Rise, l’ascesa, e non sono andato oltre il momento in cui di colpo ha smesso di influenzare gli altri musicisti. Quello che è successo dopo, la sua caduta, non era interessante”.

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La fuga di Filippo Simeoni che affondò Lance Armstrong https://minimaetmoralia.it/ritratti/la-fuga-di-simeoni-che-affondo-lance-armstrong/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/la-fuga-di-simeoni-che-affondo-lance-armstrong/#respond Fri, 06 Nov 2015 06:30:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28990 Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

Il 23 luglio 2004 al Tour si corre una tappa, la diciottesima, che sembra di puro trasferimento. Montagna dura il giorno prima, cronometro impegnativa il giorno dopo. I campioni si risparmiano. Gli altri, chi vuole e chi può, cercano la fuga buona. Probabile che il gruppo non vada in caccia. Una vittoria al Tour vale come minimo un rinnovo di contratto, e poi si entra nell'albo d'oro. Non è soddisfazione da poco. Si va da Annemasse a Lons-le-Saunier, 166 chilometri. Dopo una trentina  parte una fuga che può essere quella buona. Sono in sei: Flecha, Fofonov, Mercado, Joly, Garcia Acosta e Lotz. Quando il loro vantaggio è di un minuto dal gruppo esce una maglia bianconera, della Domina Vacanze, numero 198. È Filippo Simeoni che ci riprova.

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Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

Il 23 luglio 2004 al Tour si corre una tappa, la diciottesima, che sembra di puro trasferimento. Montagna dura il giorno prima, cronometro impegnativa il giorno dopo. I campioni si risparmiano. Gli altri, chi vuole e chi può, cercano la fuga buona. Probabile che il gruppo non vada in caccia. Una vittoria al Tour vale come minimo un rinnovo di contratto, e poi si entra nell’albo d’oro. Non è soddisfazione da poco. Si va da Annemasse a Lons-le-Saunier, 166 chilometri. Dopo una trentina  parte una fuga che può essere quella buona. Sono in sei: Flecha, Fofonov, Mercado, Joly, Garcia Acosta e Lotz. Quando il loro vantaggio è di un minuto dal gruppo esce una maglia bianconera, della Domina Vacanze, numero 198. È Filippo Simeoni che ci riprova.

Ci aveva già provato nella tappa di Guéret: 122 km di fuga col basco Landaluze, ripresi a 80 metri dal traguardo. Volata a McEwen. Ma stavolta alla ruota di Simeoni c’è la maglia gialla, il numero 1, Lance Armstrong. Quel che succede dopo non s’era mai visto, sulle strade del ciclismo. Dopo 14 km d’inseguimento, e tira solo Simeoni, la strana coppia raggiunge i primi.

“Bravo Simeoni, bel numero, mi dice Armstrong per sfottere. Poi va a parlottare con gli altri, in particolare con Garcia Acosta che è il più anziano. E poi Garcia Acosta si lascia scivolare al mio fianco: se Armstrong resta qui la nostra fuga è condannata. Lui dice che se ti stacchi tu si stacca anche lui, il gruppo vi ripiglia e a noi ci lascia andare. Mi sono staccato per non danneggiare dei colleghi, è finita che ha vinto Mercado e il gruppo è arrivato a 11 minuti . Potevo vincere io, o almeno provarci, e Armstrong me l’ha impedito. Questo, nel film, emerge poco”.

Il film è “The program”, diretto da Stephen Frears. Racconta la parabola di Armstrong, da giovane campione del mondo a malato di cancro, da malato guarito a vincitore di sette Tour de France, ma con l’aiuto del doping. Simeoni è andato a vederlo con una certa curiosità. “Quella che può avere chi ha già vissuto la realtà sulla propria pelle. È un film crudo, racconta bene quel che succedeva in quegli anni in certe squadre, quelle che avevano più quattrini e più tecnologia, ma anche più coperture dall’alto, così da permettersi un doping d’élite. Che ci fosse l’ombrello dell’Uci sulla testa di Armstrong il film lo fa capire chiaramente. Nemmeno coi suoi gregari si poteva competere. Se prima, ai tempi dell’Epo, c’era chi si dopava non per vincere ma per tenere le ruote, il dopo-Epo ha portato rassegnazione, almeno nelle grandi corse a tappe. Le sacche di sangue per le trasfusioni rappresentavano un doping a cinque stelle, di lusso, per pochi”.

Simeoni lavora dietro al bancone del bar aperto nel 2010 in società con il cognato. “Any bar, Any sarebbe Annalisa mia moglie. Bar tabaccheria ricevitoria lotto, d’estate gelateria con giochi per bambini all’aperto. Tabacchi, mi viene da ridere. A scuola ero il terrore dei miei compagni, gli spezzavo le sigarette prima che le accendessero. Non fumate, fa male. Adesso le vendo, e qualcuno me lo rinfaccia”. Come Armstrong gli rinfacciò di aver testimoniato contro il dottor Ferrari, prima lo definì un totale mentitore in un’intervista a “Le Monde”, poi dovette incassare la querela di Simeoni. Questo per chiarire la situazione che pesava su quel 23 luglio.

“Una volta che ci eravamo staccati, Armstrong mi disse che avevo sbagliato due volte, mettendo in mezzo Ferrari e poi querelando lui per diffamazione. ‘Ho tanti soldi e tanti bravi avvocati, poso rovinarti quando voglio’. E poi, quando il gruppo ci riprese, mi fece il gesto della bocca cucita. Ma non è questo che mi ha fatto più male. Sono stati gli insulti pesantissimi dei colleghi italiani. Guerini s’è scusato quasi subito, Nardello dopo un po’, Pozzato mai. Servi dell’imperatore, questo sono stati. Quella sera ho pensato di ritirarmi, poi ci ho ripensato. Ero la vittima, non il colpevole. E ho il mio orgoglio: nell’ultima tappa, quella sì di trasferimento per tradizione, ho attaccato quando Armstrong stava facendo le foto coi bicchieri di Champagne, in testa al gruppo. E i suoi si sono tirati il collo per venirmi a prendere. Poi Ekimov mi ha fatto il gesto delle corna, ma io ero soddisfatto, la provocazione era riuscita. Ci ho provato anche dopo, sui Campi Elisi, sempre per provocare, per far vedere che ero vivo, ma sapevo che per me ci sarebbe stato disco rosso”.

Non l’ultimo, vedremo più avanti. Per chiudere con quel 23 luglio, va precisato perché una cosa del genere non si era mai vista. Perché un Coppi, un Anquetil, non sarebbero mai intervenuti in prima persona e in maglia gialla su un fuggitivo non pericoloso in classifica. Avrebbero stroncato prima l’iniziativa del corridore sgradito, o avrebbero mandato avanti un loro gregario a dettare le condizioni. Il gesto di Armstrong, mafioso oltre che antisportivo (ma nemmeno sanzionato dalla giuria, il che la dice lunga sulla sua intangibilità d’allora) voleva essere una pubblica umiliazione del reprobo Simeoni, ma si rivelò un boomerang perché portò molti a chiedersi i veri motivi d’un gesto tanto sproporzionato. Invece di chiudere la vicenda, Armstrong fece così accendere i riflettori sui suoi rapporti col dottor Ferrari. Grave errore. Se ne accorse due giorni dopo, quando disse a un giornalista della Gazzetta “ho fatto una cazzata”. Ma ormai era tardi.

Non è tardi, parlando con Simeoni, per capire cosa spinge un ciclista “pulito” verso il doping e poi in direzione opposta: pentimento, collaborazione con la giustizia, belle vittorie ottenute senza doping, emarginazione dal grande ciclismo con relative amarezze ma ancora speranze in un altro  ciclismo. A Sezze è presidente onorario dei Pirati (in memoria di Pantani e in omaggio a Pantani, “che era il più bravo e ha pagato per tutti”). Età massima 13 anni. Sono una sessantina. “Corre anche Simone, il primo dei miei due figli, ma non l’ho spinto io. L’altro, Antonio, è ancora piccolo”. Maglia gialloblu. Da questi colori parte il racconto.

“Le maglie gialloblù le vedevo dalla finestra, a Seregno. Erano quelle della Salus. Ero un bambino, Abitavamo vicino allo stadio Ferruccio. Mio padre da Sezze s’era trasferito in Lombardia, dove per i muratori a cottimo il lavoro era garantito. Di nove figli era l’unico maschio. Due sorelle, zia Cenzina e zia Maria, dopo avere spedito le foto, come nel film di Sordi, erano andate a sposarsi in Australia. A 9 anni mi tessero. Quando ne ho 12 la famiglia torna a Sezze. Mio padre lavora la campagna, mia madre apre un negozio di alimentari. Per me è il ritorno un trauma. Non ho amici, non conosco nessuno. Parlo con accento milanese, i compagni mi considerano un alieno e me ne fanno di tutti i colori. Fortuna che c’è Fabrizio, grande e grosso, anche lui figlio di emigranti, padre minatore in Belgio. Mi protegge da due-tre bulli che poi hanno fatto una brutta fine. A scuola vado bene, in camera ho il poster di Hinault, continuo a sognare che un giorno vincerò il Giro d’Italia, la corsa che mi affascina di più”.

“Mi diplomo ragioniere, ho due fratelli laureati in Economia e commercio, ma la passione per il ciclismo è troppo forte. Vado a correre per la Sic di Jesi, tre anni fuori casa, anni belli perché a Jesi mi hanno trattato come un figlio. Nell’ultimo anno da dilettante mi accorgo che qualcosa non quadrava. Mi battevano corridori che fino a pochi mesi prima battevo. Vado in Abruzzo dal dottor Santuccione e mi faccio spiegare come funziona l’Epo. Me lo spiega, ma resisto alla tentazione. Passo professionista con la Carrera di Pantani e Chiappucci. E le cose quadrano ancora meno. A fine ’96 mi decido e vado dal dottor Ferrari, che in gruppo chiamano dottor Mito, il più bravo allievo del professor Conconi. Molto celebrati anche dalla stampa. Ferrari mi dice che non ha tempo da perdere con quelli scarsi, può assistermi solo se supero alcuni test, in pratica valuta la mia cilindrata. Supero i test, posso accedere al trattamento. Ferrari è un grande, nel suo campo. Affascina. Prima del Giro del Trentino e dopo adeguati trattamenti mi dice che posso finirlo nei primi cinque. Finisco quinto. Al Giro d’Italia vado forte ma per una tendinite mi devo ritirare quando sono diciassettesimo in classifica”.

Nessun rimorso? “No, facevo quello che facevano in tanti, probabilmente tutti. E come tutti vedevo l’Epo come medicina, non come doping. Veniva a costare sui 10 milioni l’anno, allora non c’era l’euro, più 5 o 6 in farmaci. L’Epo funziona a patto di allenarsi intensamente e seguire una dieta ferrea. Una terapia. Non percepivo né l’inganno che attuavo né i pericoli che correvo. Molte morti sospette di giovani corridori, nel sonno, in quegli anni. La molla mi è scattata nel ’99, quando hanno perquisito la casa del dottor Ferrari e poi, in base alle cartelle cliniche, le case dei corridori che si erano rivolti a lui. Anche la mia, all’alba. Carabinieri che rovistano nel frigorifero, aprono i cassetti, mia madre agitata che mi dice: Filippo, cos’hai combinato? Non mi hanno trovato medicinali, solo appunti su taccuini. Avrei potuto cavarmela come altri, ma ho capito che sbagliavo e non si poteva continuare su quella strada”.

“Al processo ho confermato la testimonianza, mi hanno squalificato per nove mesi, poi ridotti a quattro. Con chi mi conosceva non ho avuto problemi, ma per il gruppo ero diventato l’infame, la spia, quello che sputa nel piatto dove ha mangiato. Devo ringraziare Vincenzo Santoni, che mi ha permesso di tornare a correre e di cavarmi qualche soddisfazione. Vincere senza doping, due tappe alla Vuelta e, a 37 anni, il campionato italiano. Ma a quella vittoria è legata l’amarezza più grande: la Gazzetta, che organizza il Giro d’Italia, mi ha escluso da campione d’Italia preferendo invitare una squadretta galiziana. Una carognata. Sarà un caso, ma Armstrong aveva annunciato il suo ritorno alle corse proprio in quel Giro. Ed è col suo ritorno che si sono scoperti gli altarini. Ho scritto a Berlusconi, che era premier, e non mi ha risposto. Avrei dovuto scrivere a Napolitano. Sono andato in federazione e ho restituito polemicamente la maglia tricolore. E per questo mi hanno squalificato tre mesi. Nel 2009 ho chiuso”.

Bilanci. “Ho dato al ciclismo 29 anni di vita e ho dato più di quanto ho ricevuto. Ma qualcosa mi ha dato: un sacco di sogni, ricordi di ogni tipo, gioie e dolori, mi ha formato il carattere, mi ha fatto girare il mondo. Avrei potuto correre fino a 40 anni, ma psicologicamente ero devastato. Ogni tanto qualcuno mi chiede se, a distanza di anni, mi sono pentito di avere testimoniato al processo di Bologna. Se non volevo rogne, era meglio tacere. Ma in un certo senso mi sentivo costretto a parlare, a mandare un segnale forte. E non ho fatto nomi di corridori, solo di medici. Ad Armstrong hanno tolto tutto, ma non ne sono felice. Nella vicenda tra lui e me nessuno ha vinto, tutti hanno perso. Più che con lui, ce l’ho con chi ha governato il ciclismo e gli ha permesso di fare quello che ha fatto. Da quando Riccardo Viola è presidente Coni del Lazio, giro per le scuole medie, porto un dvd che riassume la mia carriera e insisto sulle quattro colonne, per me, dello sport a giovani: sacrificio, impegno, allenamento e studio. Mi chiedono se il ciclismo è più pulito rispetto a quando correvo e dico di sì, ci voleva poco. Ma quanto è pulito? Non lo so, lo vedo in tv, so che se tornassi nel mondo del grande ciclismo ci entrerei a testa alta e molti dovrebbero abbassare gli occhi. Ma non ho voglia di tornarci. Il mio ciclismo sono questi ragazzini, i Piratini. E gli raccomando di sognare, di continuare a sognare finché possono. A smettere, c’è sempre tempo”.

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Alex Schwazer: un elogio al fallimento https://minimaetmoralia.it/sport/alex-schwazer-un-elogio-al-fallimento/ https://minimaetmoralia.it/sport/alex-schwazer-un-elogio-al-fallimento/#comments Fri, 21 Sep 2012 09:48:51 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9535 Pubblichiamo un articolo di Daniele Manusia su Alex Schwazer.

Positivo a un controllo anti-doping pochi giorni prima della sua partenza per le Olimpiadi di Londra, Alex Schwazer non ha dato spiegazioni convincenti sulle modalità con le quali è finito in quel pasticcio. Si può davvero comprare l'EPO in una farmacia turca, portarla in Italia e tenerla in frigo? Si è dopato sul serio grazie a dei tutorial di Youtube o qualcuno lo ha aiutato?

Nonostante questi dubbi legittimi, la conferenza stampa strappalacrime con cui ha reso pubblica la propria colpevolezza, ha persuaso il pubblico delle difficoltà e della pressione che lo hanno spinto a commettere quell'errore fatale per la sua carriera. Anche Carolina Kostner, sua fidanzata, si è detta arrabbiata per l'errore sportivo e colpita al tempo stesso dal coraggio con cui Alex ha affrontato le telecamere per raccontare il “suo dramma”.

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Pubblichiamo un articolo di Daniele Manusia su Alex Schwazer.

Positivo a un controllo anti-doping pochi giorni prima della sua partenza per le Olimpiadi di Londra, Alex Schwazer non ha dato spiegazioni convincenti sulle modalità con le quali è finito in quel pasticcio. Si può davvero comprare l’EPO in una farmacia turca, portarla in Italia e tenerla in frigo? Si è dopato sul serio grazie a dei tutorial di Youtube o qualcuno lo ha aiutato?

Nonostante questi dubbi legittimi, la conferenza stampa strappalacrime con cui ha reso pubblica la propria colpevolezza, ha persuaso il pubblico delle difficoltà e della pressione che lo hanno spinto a commettere quell’errore fatale per la sua carriera. Anche Carolina Kostner, sua fidanzata, si è detta arrabbiata per l’errore sportivo e colpita al tempo stesso dal coraggio con cui Alex ha affrontato le telecamere per raccontare il “suo dramma”.

Ho guardato e riguardato più volte quella conferenza e ritengo che la sua bellezza consista esattamente nella distanza tra la verità e le menzogne di Schwazer. O meglio, tra la verità – ammesso che esista una cosa di questo tipo in qualche angolo recondito della realtà che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni – e l’impossibilità per Schwazer, considerate le circostanze, di dire la verità. Tra la compassione per una confessione sincera e la repulsione per delle lacrime di coccodrillo. A metà strada tra Open di Agassi e le interviste di Michele Misseri, la versione dei fatti di Schwazer segna il suo punto di rottura, il limite a cui si può spingere con gli strumenti del linguaggio. Chiedergli di più sarebbe pretendere che si aprisse la gabbia toracica e parlasse davvero col cuore in mano.

La storia raccontata da Schwazer col suo italiano di Bolzano, la polo blu, i capelli voluminosi e spettinati lavati quella stessa mattina, è quella di un ragazzo di ventitre anni capace di vincere l’oro olimpico – con record – nella 50 chilometri di marcia a Pechino, a cui è stata conferita l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, e che è andato in crisi subito dopo. L’anno successivo l’Olimpiade si ritira per problemi di stomaco dai Mondiali di Berlino. Agli Europei di Barcellona, nel 2010, arriva secondo nella 20 chilometri ma si ritira nuovamente, per una contrattura, nella distanza più lunga. Dopo quella gara avrebbe dichiarato alla Gazzetta: “Non mi diverto più. Se arrivo secondo è già una delusione”. (…) “Ho la sensazione che il mio corpo faccia di tutto per non fare fatica”. Risalgono a quel periodo i suoi contatti con il dott. Ferrari, medico preparatore di ciclisti (tra gli altri, di Lance Armstrong), a cui Schwazer dice di aver chiesto solo delle tabelle di allenamento. Poi litiga col suo allenatore, Sandro Damilano, e si allontana dal centro di riferimento per la marcia italiana, a Saluzzo, per allenarsi da solo a casa sua. C’è chi dice che sia cambiato in peggio dopo l’Olimpiade e che gli pesi essere identificato come il fidanzato della Kostner. Nel frattempo arriva nono ai mondiali di Daegu del 2011. Siamo così arrivati alla vigilia delle Olimpiadi della scorsa estate, in vista delle quali Schwazer si carica di aspettative eccessive, del desiderio di “tornare molto più forte di prima”.

Dopo 26 minuti di giornalismo d’inchiesta (il viaggio in Turchia, la medicina nel frigo, la fidanzata Carolina e l’incontro così sospetto col dottor Ferrari nel parcheggio di Verona Nord – giornalismo d’inchiesta e problemi logistici: “Ma se io andavo a casa, dovevo andare da lui a Ferrara per poi tornare su?”), Schwazer sembra illuminarsi. Un cronista più creativo degli altri lo paragona a un marito che lascia in giro tracce dell’adulterio perché la moglie se ne accorga. “Chiedi a mia madre quante volte a casa ho detto: basta, non ce la faccio più”, risponde Alex. “E lei ti diceva no, vai avanti?” – “Tutti. Non puoi smettere. Hai il potenziale per essere il più forte. Come fai in uno sport come il mio che vinci le Olimpiadi a 23 anni a dire il giorno dopo basta? Ma io ero stufo, io non ce la facevo più”.

Quando poi gli chiedono che differenza c’è tra lui e la sua ragazza, anch’essa sportiva di alto livello, anch’essa costretta a lunghi ed estenuanti allenamenti lontana dagli affetti, Schwazer racconta: “Io ho parlato tante volte con lei. E… la grande differenza, penso, è che lei ama il suo sport. Lei pattina perché le piace. Io il mio sport lo faccio perché sono bravo. Perché alla gara X, se tutto va bene, vado forte. Ma io non ho piacere ad allenarmi 35 ore la settimana, facendo sempre la stessa cosa. Perché io ho fatto delle giornate dove arrivavo alla sera distrutto e solo pensare al mattino dopo che dovevo di nuovo faticare, e solo faticare per 3 ore, mi veniva la nausea, sinceramente”.

In quanto spettatori, per noi è naturale guardare gli atleti della marcia, deformati da quell’andatura innaturale, che non è né camminare né correre, chiedendoci: chi glielo fa fare? Sembra impossibile, però, che qualcuno possa eseguire quello stesso sforzo ponendosi questa stessa domanda. (Non devo perdere contatto col terreno, non devo piegare il ginocchio della gamba a terra, ho fame, sete, mi fa male tutto, avanti così, aumenta il ritmo, mancano solo 40 chilometri – ma chi me lo fa fare?). Come Agassi, Schwazer dichiara di non aver mai amato il suo sport. Ma siamo in Italia, e se Agassi è vittima di un padre-allenatore che lo costringe, bambino, sotto il sole del deserto, Schwazer a quasi trent’anni non è in grado di prendere una decisione senza chiedere il permesso alla madre. Mamma, posso smettere di fare il Campione Olimpico?

Nonostante tutto questo non sia una novità per lui – “Io anche da giovane ho sempre faticato, perché io ho fatto marcia a 16 anni. Prima di andare a scuola, da solo, facendo marcia, dove tanti mi prendevano pure per il culo” – Schwazer non si è mai sentito libero di smettere. “Non lo fai, dici che vai avanti, fino a un’età dove per tutti è comprensibile che tu smetti”.

Lo stesso concetto lo esprime più tardi (al minuto 40 circa), quando dopo aver descritto la differenza tra la 20 e la 50 chilometri di marcia Alex cambia tono con un salto emozionante: “…purtroppo… Purtroppo nella vita uno può fare solo quello che sa fare, perché se vuole fare quello che non sa fare, sbaglia come nel mio caso. E io in questo caso non sono più stato lucido, e volevo tutto e… bon, adesso ho perso tutto”. Schwazer, in effetti, sta esprimendo il rammarico di non aver deciso di correre soltanto la 50 chilometri, mescolandolo col rimpianto per aver provato a imbrogliare, lui che non ne è capace. So che non potrei prendere una frase intera e tagliarla a metà per darle il senso che più mi piace, ma quando ho sentito questo punto della conferenza per la prima volta sono saltato sulla sedia prima che la finisse: Purtroppo uno nella vita può fare solo quello che sa fare.

In alcuni momenti, se non si stesse scusando per aver deluso le speranze di tutti, sembrerebbe quasi che Schwazer abbia intenzione di criticare le contraddizioni di una società che sbandiera valori come fatica e sacrificio solo come preambolo al successo: “Voi non avete idea di quanti sacrifici io ho fatto per questa gara. Però poi cosa succede? Va male la gara e sei un grande coglione. Scusatemi la parola. E io non ho più voglia di essere giudicato per la singola prestazione. Così come non mi è mai piaciuto essere osannato quando vinci. Perché questa non è la realtà. E  lo sanno solo chi fa sport ad alto livello, chi sa faticare ogni giorno sa questo che io sto dicendo adesso”.

Che in Schwazer ci sia il desiderio di sfogarsi delle colpe altrui oltre che di confessare le proprie è evidente quando dice cose come: “Io avevo voglia di nuovo di avere una preparazione che ha senso. Perché  tante volte in Italia succede che tutto va un po’ a caso e se l’atleta sta bene e fa la gara bene, è il merito sempre di tutti. E però quando va male, eh, l’atleta è debole di testa”. Oppure: “Sai quante volte io ho letto: Ah, Alex Schwazer è scoppiato. Ritirato. Cambio allenatore. Non c’ha più la testa. Fa troppe feste. Troppi sponsor. Troppe pubblicità. Una pubblicità ho fatto, solo che lo sponsor è grande e la fa vedere tante volte. Cosa leggo? Troppe pubblicità. Tre giorni in vita mia ho fatto. A casa mia son venuti”. Ma quella era la conferenza stampa in cui Schwazer doveva confessare a un paese intero di aver preso l’EPO, di essersi dopato, e per una cosa come il doping non ci sono scuse che tengano. Schwazer d’altra parte non cerca giustificazioni, vuole prendersi tutta la colpa. Ci tiene, anzi.

La questione delicata del doping necessiterebbe di un dibattito serio ma all’interno del discorso di Schwazer il ricorso all’EPO è giustificato esclusivamente dalla fatica e dai dolori continui. Non solo si trova davanti a un pubblico che dà per scontato che l’uso di sostanze dopanti sia da condannare, ma una parte di Schwazer la pensa allo stesso modo. Quella parte vittima dei sensi di colpa che lo ha spinto a lasciarsi sottoporre al controllo pur sapendo che sarebbe risultato positivo, anziché farsi negare dalla madre e saltarlo senza rischiare nulla, come da regolamento – Mamma, posso fare sega al controllo anti-doping?. Quella parte che teme di poter essere giudicato anche in futuro come un “drogato”.

Da alcune frasi, però, si capisce che Schwazer non ha le idee così chiare: “Perché il doping, non è solo il doping che ti fa forte. Ma tu in prima linea devi allenarti bene, devi sapere cosa devi mangiare la sera per fare poi l’allenamento. Questo purtroppo adesso è lo sport. Non si fa più, non si va più alle Olimpiadi e il giorno prima ci si ubriaca con l’amico che poi il giorno dopo lo trovi in gara”.

Schwazer si perde nel labirinto dei suoi ragionamenti: “Io spero di essere un esempio per loro – per i giovani – nel senso di non fare questa cosa. Perché la vita è tutt’altro, ecco. Io a casa ho 4 medaglie: una olimpica, due Mondiali e un’Europeo. Però nella vita conta tutt’altro: conta la famiglia che oggi è qua, gli amici che oggi sono qua. E mettere tutto in gioco solo per andare forte ad una gara, non ha senso”. Partito per mettere in discussione il doping, Schwazer finisce per dubitare del valore stesso della competizione sportiva. Sono le medaglie appese al muro che paragona in termini negativi alla famiglia e agli amici, non il doping o le conseguenze del doping. Anzi, dato che quelle medaglie le ha vinte da pulito, a pane e acqua, sono l’allenamento, la fatica e i sacrifici simbolizzati da quelle medaglie a non avere senso.

“Noi viviamo in un paese, io dico sempre, abbastanza… bello, poi qua in provincia si sta bene. Non è che siamo morti di fame. Che o vinci l’Olimpiade e ti metti a posto tutta la vita, o sennò devi… crepare quasi. In confronto di tante altre Nazioni. (…) In altre Nazioni non è così. La gente ha meno scelta, è per quello che ha più voglia. Deve. Deve andar forte. E questo, i ragazzi qua, lo devono capire”. Se prova a mettere ordine, colpa anche di una lingua non del tutto sua, Schwazer si confonde: “Non è un vant.. svant… io ho sempre pensato che per me è uno svantaggio, no? Che sto già bene. Ma devi pensarlo in un’altra maniera: è un vantaggio, che tu stai già bene. E se lo vedi così ti togli tanta, tanta pressione. È questo che io non sono riuscito a fare”.

Agli occhi dei giornalisti Alex è, o sembra, “una bellissima persona”, uno che usa l’intercalare “ecco” e chiude le sue frasi con un “no?” retorico – che crede, cioè, che la sua visione delle cose debba essere largamente condivisa, e lo è – uno che dice cose come: “Per me non è un problema essere uno normale, anzi io sogno questo”. Ma a qualcuno i conti non tornano. “Se volevi tornare a una vita normale, quello che non capisco, bastava ritirarsi”, gli dice una giornalista. “Secondo te era così facile?” – “Non ha senso farsi beccare per tornare a fare una vita normale” – “Sì. Se uno pensa normalmente sì”. Schwazer veniva da un periodo fallimentare e sapeva bene a cosa sarebbe andato incontro se avesse solo continuato a fallire. Se fosse arrivato decimo, come gli suggerisce un giornalista. “Sì, adesso detto così, con tranquillità. Poi cosa sarebbe successo? Se io non avessi vinto la medaglia, chi la vince? Spero per gli altri, ma cosa sarebbe successo? Di nuovo, ho fallito tutto. Io penso che questo è la verità”.

La verità di Schwazer è paradossale: sono quello stesso ambiente provinciale e privilegiato, quella presunta normalità a cui ha tanta fretta di tornare che avrebbero dovuto, in teoria, liberarlo dalle pressioni e che gli hanno impedito, di fatto, semplicemente di smettere.

Cosa sarebbe successo se fosse arrivato decimo? Avrebbe dovuto ricominciare ad allenarsi per la prossima gara, per trovarsi dopo poco, di nuovo, di fronte allo stesso conflitto. Non è stata la paura di fallire che ha spinto Schwazer al doping, quanto piuttosto la paura di fallire troppo poco. Si commuove, quando racconta che la sua fidanzata è dispiaciuta per lui – “Perché non me lo merito” –  ma, sarà l’affetto che ci impedisce di vedere quello che serve davvero a chi amiamo, è vero forse il contrario. Schwazer ha fallito in modo talmente clamoroso da non avere più la possibilità di tornare indietro, ha voluto fare del suo fallimento qualcosa di grande, con molto dolore, certo, ma anche con passione. “Posso solo dire ancora una cosa? Per me è una cosa importante. Che io non devo coprire nessuno. Perché io non voglio nessuna diminuzione della mia pena. Io non voglio ritornare più, io voglio una vita normale”.

PREQUEL: Il Fu Campione Olimpico

Se nessuno ha parlato mai di “dramma” prima che si dopasse, Schwazer ha mostrato da sempre una spiccata tendenza alla drammatizzazione. Dopo aver fatto il gesto di Braccio di Ferro durante la gara, Alex vince la 50 chilometri di marcia a Pechino piangendo durante tutto l’ultimo giro. Nell’intervista successiva non riesce a parlare. “Sono emozionatissimo”, dice, scoppiando di nuovo a piangere. Adesso possiamo notare come le lacrime di gioia di Schwazer siano incredibilmente simili a quelle di vergogna che vedremo in seguito, ma l’intervistatrice dai capelli rossi, all’oscuro dei futuri avvenimenti, riempie il vuoto televisivo con quanto di più lontano possa esserci dal vuoto abissale su cui sembra affacciarsi Schwazer nella vittoria e nella sconfitta: “Ma lo sappiamo perché. Perché tu sapevi di essere il più grande”. Alex scuote la testa. “È che…”, prova a dire, ma lei lo interrompe: “È che ci hai messo tanto in questa medaglia”. Alex scuote la testa con maggiore energia. “È che non è stato facile per me quest’anno. A luglio è morto mio nonno… è stato molto importante per me”. Poi torna in sé. In quel sé artificiale che corrisponde all’immagine dello sportivo imbattibile: “In queste condizioni non mi batte neanche Superman”. Sì, vabbè.

Dopo il ritiro dei Mondiali del 2009 si presenta nella postazione dei commentatori Rai. “Come stai?”, gli chiedono. “Forse non mi sono mai vergognato in vita mia come in questo momento”. Di fronte al solito problema del vuoto il commentatore dice: “Ci sono dei silenzi, a volte, che dicono molto di più”. Alex però continua: “Un conto è se fai un anno di festa e ti ritiri…”. Il commentatore è in difficoltà al punto che non riesce a farlo girare a favore di telecamera: “Ma è meglio che fate vedere la gara” – “No. Tu sei il Campione Olimpico”. Gli sforzi del commentatore per fargli dire qualcosa che rientri nei parametri del buonsenso sono commoventi. “È un obbligo. So che in questo momento vorresti essere su un’isola deserta, lontano, ma… cosa viene fuori… rabbia… stai facendo un piccolo esame di coscienza per chiedere forse ho sbagliato lì, forse ho sbagliato lì… no? Cioè, sono questi ultimi giorni che ti hanno presentato il conto alla fine?“ – “Forse negli ultimi mesi dovevo vivere un po’ di più. Eh eh”, risponde Alex con una risata sarcastica.

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