Larry Clark Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/larry-clark/ un blog di approfondimento culturale Mon, 03 Oct 2016 13:08:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Larry Clark Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/larry-clark/ 32 32 Le leggende non muoiono mai – un documentario sui ragazzi di Larry Clark, vent’anni dopo https://minimaetmoralia.it/cinema/i-ragazzi-di-larry-clark-ventanni-dopo/ https://minimaetmoralia.it/cinema/i-ragazzi-di-larry-clark-ventanni-dopo/#comments Fri, 06 Nov 2015 13:30:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29000 (fonte immagine)

Chiedo a Hamilton Harris com'è che si protegge un ricordo, com'è che si racconta la propria storia e lui mi risponde: gira un documentario, alle tue regole.

Hamilton Harris è il ragazzo che in Kids ti insegna come si rolla una canna: oggi ha quasi quarant'anni, vive in Olanda e ha deciso che – passati vent'anni da Kids e ventuno dall'estate in cui venne girato – è finalmente arrivato il tempo di raccontare cosa ne è stato degli skater di Washington Square Park. Me lo spiega anche Peter Bici, uno dei kids, adesso vigile del fuoco e produttore del documentario The Kids, il motivo per cui lo sto intervistando: parla di lasciare andare il passato, girare qualcosa che faccia dire alle persone che altre condividono la loro storia, che state incasinate nello stesso modo. «Alla fine della giornata – conclude – non importa quanta tristezza e quanto dolore tu abbia dovuto attraversare, quello che vuoi è solo crescere e migliorare».

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Chiedo a Hamilton Harris com’è che si protegge un ricordo, com’è che si racconta la propria storia e lui mi risponde: gira un documentario, alle tue regole.

Hamilton Harris è il ragazzo che in Kids ti insegna come si rolla una canna: oggi ha quasi quarant’anni, vive in Olanda e ha deciso che – passati vent’anni da Kids e ventuno dall’estate in cui venne girato – è finalmente arrivato il tempo di raccontare cosa ne è stato degli skater di Washington Square Park. Me lo spiega anche Peter Bici, uno dei kids, adesso vigile del fuoco e produttore del documentario The Kids, il motivo per cui lo sto intervistando: parla di lasciare andare il passato, girare qualcosa che faccia dire alle persone che altre condividono la loro storia, che state incasinate nello stesso modo. «Alla fine della giornata – conclude – non importa quanta tristezza e quanto dolore tu abbia dovuto attraversare, quello che vuoi è solo crescere e migliorare».

Il film del 1995 di Larry Clark è il primo e forse migliore di tutta la sua carriera: al tempo era un fotografo cinquantenne, conosciuto per gli scatti della gioventù sporca e tossica di Tulsa, Oklahoma, città in cui era nato, e per le successive serie di Teenage Lust e A Perfect Childhood; passare dalla macchina fotografica a quella da presa viene naturale, quando incontra un giovanissimo Harmony Korine, un ragazzo che dal Tennessee si era trasferito a New York per studiare sceneggiatura alla Tisch School of Art, ma che aveva abbandonato gli studi dopo solo un semestre. Korine è amico di Harold Hunter – il ragazzo che in Kids ride in piscina – il centro pulsante di tutta la compagnia degli skater; nel giro di tre settimane Korine compone la sceneggiatura che aspettava di scrivere “da tutta la vita”, come dice lui.

Lui e Clark chiamano a fare da attori i ragazzi che gravitano attorno a quei luoghi, come Rosario Dawson, che viene reclutata mentre sedie sui gradini fuori da casa («Sei esattamente quello che sto scrivendo» le dice Korine, e il giorno dopo lei si presenta ai casting sulla bici guidata dal padre). Il fatto è che, però, il loro è un punto di vista esterno e, per quanto la sceneggiatura sia il meno possibile “scritta” e la telecamera non riesca a staccarsi dai corpi dei ragazzi, l’evento attorno a cui si muove il film – la scoperta da parte di Chloë Sevigny di avere l’AIDS, la successiva ricerca di Telly per le strade della città – è fiction, ma è anche la cosa che più si ricorda.

Peter Bici è la stessa persona che si sorprende quando uso la definizione ragazzi perduti: gli chiedo se trovarsi appiccicata una etichetta influenzi quello che accade dopo, perché in fondo di Kids ricordiamo le perdite e le parabole discendenti, forse perché più scenografiche. «Ragazzi perduti? Pensavamo di essere i ragazzi selvaggi. – mi risponde – Al tempo, non ci interessava che fossimo stati etichettati o meno, perché vivevamo liberi, senza nessuna guida se non quella dei nostri compagni. Quello che proveremo a fare con il documentario è mostrare che quanto stavamo passando lo affrontavamo come una comunità. Provenivamo da famiglie disfunzionali e molti di noi hanno scoperto lo skateboarding e quello li ha portati downtown a Manhattan, dove hanno potuto incontrare altri ragazzi come loro».

C’è un lungo articolo su Narratively, scritto da Caroline Rothstein, anche lei produttrice, che cerca di ricostruire la storia e l’eredità dei ragazzi una volta noti come kids: a emergere  è che erano solo ragazzi – una tribù di outsider che provava a diventare adulta. «Prima che il film uscisse, fare skate a New York era tutto tranne che cool. Crescere nelle case popolari, insieme a neri, portoricani e i bianchi poveri, non lo rendeva una cosa fica. Nel nostro giro c’erano bianchi, ispanici, indiani, cinesi, albanesi, musulmani, cristiani, atei, alcolizzati: lo skate era un modo per tenere le persone insieme» ha dichiarato Harris in un’intervista a Vice.

Oggi non prova esattamente risentimento per Larry Clark, ma certamente quel film ha portato la subcultura skate da una nicchia al centro della cultura pop e confrontarsi con una tale risonanza, in una città come New York poi, non è stato semplice per nessuno, ha esasperato gli eccessi. Droga, povertà, mancanza di futuro: Kids è stato un allarme che ha suonato per tutti e che ha reso i propri protagonisti improvvisamente consapevoli di sé e della propria immagine, ma incapaci di gestire le conseguenze della eco di un successo  globale; erano solo ragazzi che provavano a raggiungere l’altra sponda, qualcuno c’è riuscito, qualcuno è annegato.

Ma il documentario The Kids è prima di tutto la storia di una comunità: è questo ad essersi perso, mi dice Peter Bici, «questo non si vede nel film: eravamo una famiglia, eravamo sconsiderati, sì, ma non eravamo cattivi. Molte persone credono all’immagine che Larry Clark ha ritratto, ma quello è solo un film, no? Era bello recitare noi stessi in una storia dai colpi di scena hollywoodiani – questo a Clark e Korine è riuscito davvero bene». Kids rappresenta l’ultimo rantolo di una New York senza regole che stava scomparendo, ma talmente telegenica che anche l’ultimo film di Larry Clark, The smell of us, ne mima l’aspetto, con, al posto di St Mark Place, il Trocadero di Parigi.

Nel film del 1995 c’è una scena che amo particolarmente, con i ragazzi che camminano in mezzo al traffico, come per dire che la strada è loro, anche quando non sembrano poter rivendicarne la proprietà; Bici mi spiega che è stata girata su Houston Street/West Broadway e che oggi è rimasto poco di quella New York iconica – «È un’area gentrificata, molto nuova, il che non è una cosa cattiva di per sé, è solo una nuova New York. Ma quello che è rimasto è l’energia della città, anche quando i luoghi sembrano cambiare. New York è una dei protagonisti del documentario: è il ragazzino sporco e scombinato che è diventato uno splendido ricco adulto». Harris aggiunge che New York, nonostante la gentrificazione e la difficoltà di accedere a un’educazione, a meno che tu non te la possa permettere, mantiene una vibrazione unica, che offre a chi vuole una gamma di esperienze ad alto potenziale energetico.

È dal 2013 che il progetto è in lavorazione, fortemente influenzato dall’uscita del longform della Rothstein, Legends never die: quel titolo non è che il modo in cui viene ricordato Harold Hunter, morto per arresto cardiaco in seguito all’assunzione di sostanze nel 2006: è alla sua memoria, come a quella di Keenan Milton e Justin Pierce – il Casper del film, morto suicida nel 2000 –  che è dedicato il loro lavoro. «L’idea di scrivere Legends never die mi è venuta dal niente – letteralmente» dice Caroline, mentre racconta di come abbia portato avanti le ricerche su quella comunità grazie a Jessica Forsyth della Harold Hunter Foundation, un ente non-profit, nato dopo la scomparsa di Hunter, che aiuta gli skater della città e si promette di far diventare questo un mezzo di emancipazione e arricchimento personale. Caroline è cresciuta nei sobborghi di Chicago «ma, come dice Peter, chiunque può comprendere queste storie di dolore e perdita. Questo documentario riguarda molte più cose di quanto è successo vent’anni fa – parla di come ci rivediamo negli altri».

Hanno ragione. Il 21 ottobre di quest’anno è andato in onda un corto di Greg Hunt su un progetto della Stronghold Society del South Dakota; prodotto da Levi’s, con canzoni di Cat Power e David Pajo, racconta di Pine Ridge Reservation, una riserva di Oglaga Lakota dove la metà della popolazione ha meno di diciannove anni e non sa cosa farsene della giovinezza: con l’aspettativa di vita più bassa di tutti gli Stati Uniti, tassi di dipendenza da droghe e alcool e di suicidi altissimi, chiunque parla di un’emergenza. «C’è sempre un momento nella storia di uno skater, in cui dice che è stato fare skate a salvargli la vita»: dice il fondatore di quell’associazione.

Oggi, qua, nell’ambito di questo progetto, sono state completate un paio di piste, frequentate da un centinaio di ragazzi. «Se qualcosa va male, puoi sempre prendere lo skate. Lui non ti giudica» dichiara una ragazzina in pantaloncini e lividi, prima di tornare ad allenarsi. Quando Hamilton Harris spiega che fare skate è come la terapia, ma sei tu il tuo analista e che il documentario a cui sta lavorando riguarda tutti, penso a questi ragazzi qua: «Questa storia appartiene a una cultura giovanile globale, all’umanità. È la storia di ognuno. Questo documentario è solo un modo per ricordarlo».

Questo settembre si è chiuso il crowfunding per il documentario: la campagna su Kickstarter ha avuto successo, le ricompense per i backer sono in arrivo e non resta che mettere insieme il materiale, costruirne di nuovo, raccontare questa storia. A quanto pare le leggende non muoiono, mai.

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Un libro per riappropriarsi di sé https://minimaetmoralia.it/libri/chloe-sevigny/ https://minimaetmoralia.it/libri/chloe-sevigny/#comments Tue, 04 Aug 2015 08:16:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28023 Questo pezzo è uscito sul Venerdì. (Fonte immagine)

Lei stessa spiega che non è un libro d'arte né uno scrapbook. "È un libro per i fan", dice. Poi si domanda: "Posso fare un libro per i fan di me stessa?" Titolo, autrice e protagonista del libro Chloë Sevigny (Rizzoli International, prefazione di Kim Gordon, postfazione di Natasha Lyonne, pagg. 230, $ 35), l'attrice di recente ha raccontato al New Yorker come l'idea di fare il libro le sia venuta durante un viaggio in Giappone.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì. (Fonte immagine)

Lei stessa spiega che non è un libro d’arte né uno scrapbook. “È un libro per i fan”, dice. Poi si domanda: “Posso fare un libro per i fan di me stessa?” Titolo, autrice e protagonista del libro Chloë Sevigny (Rizzoli International, prefazione di Kim Gordon, postfazione di Natasha Lyonne, pagg. 230, $ 35), l’attrice di recente ha raccontato al New Yorker come l’idea di fare il libro le sia venuta durante un viaggio in Giappone.

Trovandosi tra le mani un libro fotografico su di lei non autorizzato, ha deciso di farsene uno da sé, riempiendolo di ricordi pubblici e privati, di facce di amici, della sua faccia soprattutto, senza alcuna intenzione nostalgica né celebrativa. Più che una celebrazione, si direbbe una riappropriazione.

Un paio di anni fa una foto di Chloë Sevigny scattata da Larry Clark era esposta al New Museum di New York nella mostra curata da Massimiliano Gioni NYC 1993: Experimental Jet Set, Trash and No Star. Insieme a skateboard e copertine di vinili, Sevigny con i suoi capelli rasati a zero faceva da icona non solo di un certo stile (grunge, indie, post-punk), ma di una scena, di un sound, di un’attitudine che univano austerità e sentimento, trasandatezza e assoluta eleganza.

Dal suo esordio a diciassette anni come modella, Sevigny è riuscita a imporsi come una delle creature più seducenti della sua generazione. Nel 1992 appare nel video della canzone Sugar Kane della band post-punk Sonic Youth. Così racconta Kim Gordon nella prefazione al libro: “Chloë aveva diciassette o diciott’anni; aveva appena tagliato i capelli cortissimi e sembrava un ragazzino. Quando le ho chiesto da dove venisse quel suo stile unico ho scoperto che non era cresciuta studiando le riviste di moda. I suoi riferimenti erano state le copertine dei dischi del padre, il suo guardare a cinque anni a occhi spalancati Blondie o Marianne Faithfull”.

Tre anni dopo il video, Sevigny è tra i protagonisti del film scritto da Harmony Korine e diretto da Larry Clark Kids. Seguono ruoli memorabili in film di culto come The Last Days of the Disco di Whit Stillman o The Brown Bunny di Vincent Gallo. La fotografano Mark Borthwick, Terry Richardson e Juergen Teller. Posa per l’artista americana Elizabeth Peyton, celebre per i suoi magnifici ritratti degli eroi della scena musicale di fine novecento. Ancora: la dirigono Lars Von Trier, Woody Allen, Jim Jarmush, Werner Herzog. Appare in una dozzina di serie tv tra cui Big Love, Those Who Killed, The Cosmopolitans. Presto la ritroveremo nel nuovo film di Whit Stillman tratto da Jane Austen Love and Friendship.

A novembre Chloë Sevigny compirà quarantuno anni, e il New Yorker l’ha appena incoronata reginetta pubblicando un articolo dal titolo “Chloë Sevigny a quarant’anni”. Ancora Kim Gordon nel libro, a spiegarne unicità e bellezza: “Semplicemente si rifiuta di essere sexy o graziosa o carina o qualunque altra parola venga usata per dire alle ragazze cosa devono essere”.

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Aspetta primavera, Korine https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-harmony-korine-spring-breakers/ https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-harmony-korine-spring-breakers/#comments Sat, 23 Mar 2013 11:18:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13719 Questa intervista è stata parzialmente pubblicata su D la Repubblica.

Lo spring break sono le vacanze di primavera. Per una settimana gli studenti dei college americani (e non solo) staccano con lo studio e si dedicano agli eccessi. Eccesso di alcool, eccesso di droghe, eccesso di sesso, eccesso di mare, eccesso di tutto. Sono loro gli Spring Breakers del nuovo film del già enfant prodige del cinema indipendente americano Harmony Korine. Presentato a Venezia all’ultima Mostra del cinema, “prodigioso” come i precedenti film del regista, il film è uscito nelle sale italiane il 7 marzo. Protagoniste della storia sono quattro ragazze (impeccabilmente interpretate da Selena Gomez, Vanessa Hudges, Ashley Benson e Rachel Korine, moglie del regista). Quattro studentesse annoiate dall’università che aspettano le vacanze di primavera per divertirsi un po’, e quando si accorgono di essere a corto di soldi e non potersi permettere il viaggio decidono di fare a modo loro. A modo loro significa: facciamo una rapina, rapiniamo il fast food vicino, rapiniamo i clienti, rubiamo tutti i soldi che ci servono per goderci la nostra cazzo di vacanza. Dicono: “Facciamo finta di essere in un cazzo di videogioco”.

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Questa intervista è stata parzialmente pubblicata su D la Repubblica.

Lo spring break sono le vacanze di primavera. Per una settimana gli studenti dei college americani (e non solo) staccano con lo studio e si dedicano agli eccessi. Eccesso di alcool, eccesso di droghe, eccesso di sesso, eccesso di mare, eccesso di tutto. Sono loro gli Spring Breakers del nuovo film del già enfant prodige del cinema indipendente americano Harmony Korine. Presentato a Venezia all’ultima Mostra del cinema, “prodigioso” come i precedenti film del regista, il film è uscito nelle sale italiane il 7 marzo. Protagoniste della storia sono quattro ragazze (impeccabilmente interpretate da Selena Gomez, Vanessa Hudges, Ashley Benson e Rachel Korine, moglie del regista). Quattro studentesse annoiate dall’università che aspettano le vacanze di primavera per divertirsi un po’, e quando si accorgono di essere a corto di soldi e non potersi permettere il viaggio decidono di fare a modo loro. A modo loro significa: facciamo una rapina, rapiniamo il fast food vicino, rapiniamo i clienti, rubiamo tutti i soldi che ci servono per goderci la nostra cazzo di vacanza. Dicono: “Facciamo finta di essere in un cazzo di videogioco”.

Con un mirabile piano sequenza circolare in camera car, assistiamo così dall’auto e dalle vetrine del fast-food all’altrettanto impeccabile rapina. Due delle ragazze, passamontagna in testa e armi in mano, entrano, urlano, sbattono le armi sui tavoli, mettono paura, ottengono tutti i soldi che chiedono, escono, vanno via. E del film è solo l’inizio.

Nel cast anche James Franco, al suo meglio (e quasi irriconoscibile) nel ruolo di Alien, rapper e gangster che a un certo punto della storia fa uscire le ragazze di galera e le fa entrare nel suo mondo. Un mondo che estremizza ulteriormente tutti gli eccessi dello spring break e lo trasforma in qualcosa di più universale, di condiviso, a Miami come a Napoli. Di Korine Franco dice: “Uno dei pochi registi americani che spinge al limite stile e contenuti”.

E “spingere” è una delle parole più ricorrenti nei discorsi di Harmony Korine, che in circa venti minuti di conversazione mi spiega antefatti, making of del film e poetica. Ripete “spingere”, e poi “selvaggio” e “sfrenato” ed “esplosione”. E così via, ricreando dal solo vocabolario una sua idea di cinema che sta prevalentemente nel tendere al massimo estetica, narrazione o percezione della realtà che sia.

Acclamato dalla critica già dalla sua prima sceneggiatura (Kids di Larry Clark, scritto quando aveva ventun anni) e dalla sua prima regia (Gummo, due anni dopo). Apprezzato da registi come Gus Van Sant, Bernardo Bertolucci e Werner Herzog (che ha interpretato due dei suoi film, Julien Donkey-Boy e Mister Lonely), Harmony Korine, quarant’anni appena compiuti, non è più il regista ragazzino capace di raccontare con schiettezza, irriverenza e assoluto talento la propria generazione e il proprio mondo. Adulto racconta la realtà attraverso mondi metaforici e non per questo meno reali. Usa la realtà per spiegare la realtà. Prende distanza dal cinéma vérité cercando strade più impervie ma più efficaci nel descrivere lo stato delle cose. Perché, dice, “per raccontare la realtà devi allontanarti dalla realtà. Devi girarle intorno”.

E mi spiega come tutto quello che ha di un film prima di girarlo è un’idea. “Lo spring break per esempio mi interessava come fenomeno già da un po’. Ritagliavo foto e le raccoglievo. Foto scattate in Florida, foto di ragazzi e ragazze che in quei pochi giorni di vacanza danno di matto, fanno cose strane, fanno sesso sulla spiaggia, esagerano con droghe e alcool e tutto, vivono il divertimento in modo selvaggio ed esasperato. Di lì m’è venuta l’idea che avrei potuto usare lo spring break come metafora per raccontare qualcos’altro. Sono partito da un’immagine di un gruppo di ragazze in spiaggia in bikini che si diverte e ho iniziato a lavorare d’immaginazione costruendoci sopra una storia”.

Quanto conta l’improvvisazione nel suo cinema?

È importante ma non improvviso mai del tutto. Quando giro una sequenza quello che cerco di fare è mettere in circolo energia tra gli attori, in modo che diventino loro stessi sfrenati e selvaggi. In Spring Breakers la sceneggiatura era minima ma esisteva, così come esistevano i dialoghi. Ho solo spinto agli estremi la mia regia e l’interpretazione che ne hanno fatto gli attori.

Quanto contano gli attori per la riuscita di un film?

Direi che gli attori sono tutto, sono essenziali. E sceglierli bene fa parte del mestiere. C’ho messo un po’ a mettere insieme quel cast lì, e alla fine ha funzionato perfettamente.

Per ambientare il film ha preferito la piccola St. Petersburg, Florida, a Miami. Perché?

Miami mi sembrava troppo grande. E mi piaceva l’aspetto che aveva St. Petersburg di notte, deserta, più provincia americana, un luogo come un altro, non necessariamente e solo Miami, Florida.

Spring Breakers usa molta più finzione degli altri suoi film, per certi versi anche più sperimentale, eppure racconta forse in modo anche più autentico la realtà. 

Parlerei più di iperrealismo. È sempre il mondo reale quello che racconto e che si vede nel film, è solo esasperato, è ancora una volta selvaggio, sfrenato. E sì, sicuramente questo è il più sperimentale dei miei film, in cui ho cercato di ottenere un crescendo di trascendenza, una tensione al limite, per poi far sparire tutto.

Ha iniziato come regista a ventun anni. Ora che ne ha quaranta ha lavorato con un cast di ventenni. Com’è stare dall’altra parte? Essere l’adulto della situazione?

È stranissimo. Sono sempre convinto di avere ventun anni. E non credo di avere cambiato il mio modo di fare cinema. Scrivo le sceneggiatura di gran corsa, e giro immediatamente e in poco tempo. Non credo di essere cambiato molto.

Chi guarda i suoi film tende a guardare più l’arte della realtà. La sua sperimentazione però sembra più una ricerca della realtà che un’esplorazione artistica. A lei cosa sta più a cuore quando gira i suoi film?

Difficile rispondere. Arte e realtà sono due cose collegate. La poesia è più importante del cinéma-vérité. C’è qualcosa che va al di là della realtà e che è legato al sentimento. Ed è quella cosa lì che cerchi facendo cinema. Cerchi una magia. E lo stesso vale per il tuo pubblico. Il pubblico vive nella realtà, conosce la realtà, ha a che farci tutti i giorni. Quando va al cinema vuole vedere un’altra cosa. Vuole vedere qualcosa di più profondo, che va al di là, che sia più trascendente, che appartenga alla dimensione dei sogni.

Però il cinema onirico di Fellini non le piace…

No, non è che non mi piaccia Fellini. Preferisco altri. C’è Pasolini, o anche Rossellini, o Visconti prima di Fellini. Ma non vuol dire che Fellini non sia un gran regista.

Fellini si muoveva tra sogno e realtà, lei sembra ruotare sempre e comunque intorno alla realtà.

Credo si tratti più di un andare e tornare dalla realtà. Di prendere cose diversissime tra loro e però reali, e mescolarle, e metterle in un contesto che non è il loro ma è reale, e a quel punto aspettare l’esplosione.

Una delle scene più belle di Spring Breakers è il lungo piano sequenza circolare della rapina a inizio film. Quello lo aveva già scritto in partenza?

Non ne sono sicuro. C’era nella prima sceneggiatura, ma non credo fosse scritto come un unico piano sequenza circolare. Quantomeno non l’avevo pensato così lungo.

Poi, alla fine, come in un film di Tarantino o di Bertolucci, lei salva le ragazze. Lo sapeva dall’inizio che sarebbe finita così?

Un finale così dava più senso al tutto. È sì un lieto fine ma appartiene comunque alla dimensione dei sogni, non hai nessuna certezza che quello che vedi stia accadendo realmente. Del resto i personaggi di un film esistono in quella dimensione lì, ed esistono al di là del bene o del male. Quello che ho cercato di fare è stato trattarli così, al di là del bene e del male.

E non giudicare.

Sì, non giudicare.

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Marfa Girl, il mio film migliore. Una conversazione con Larry Clark https://minimaetmoralia.it/cinema/marfa-girl-intervista-larry-clark/ https://minimaetmoralia.it/cinema/marfa-girl-intervista-larry-clark/#respond Mon, 07 Jan 2013 09:55:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12231 Questo pezzo è uscito su Orwell. (Fonte immagine)

Prima di salutarmi mi dice: “Com’è che diceva John Lennon? La vita è quello che ti capita mentre tu stai facendo altro”.

A sessantanove anni Larry Clark ha fatto il suo film più bello. Lo penso uscendo dalla sala dell’Auditorium, al Roma Film Festival. Marfa Girl è stato presentato in anteprima e tra qualche giorno farà vincere a Clark il premio come miglior film del festival. Il primo premio nella carriera del regista per un film che non uscirà mai in sala e nemmeno in dvd – Marfa Girl si può vedere solo in streaming sul sito larryclark.com a 5 dollari e 99 centesimi. “Ho deciso di metterlo direttamente in rete per mandare Hollywood a quel paese”, ha dichiarato Larry Clark dal primo giorno che ha messo piede a Roma, passando una settimana a rilasciare interviste in cui imprecava contro produttori e distributori, facendo nomi e cognomi di chi a oggi gli tiene bloccati film che forse non girerà mai, “perché sono pensati per essere interpretati da ragazzini che tra un anno non saranno più ragazzini”.

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Prima di salutarmi mi dice: “Com’è che diceva John Lennon? La vita è quello che ti capita mentre tu stai facendo altro”.

A sessantanove anni Larry Clark ha fatto il suo film più bello. Lo penso uscendo dalla sala dell’Auditorium, al Roma Film Festival. Marfa Girl è stato presentato in anteprima e tra qualche giorno farà vincere a Clark il premio come miglior film del festival. Il primo premio nella carriera del regista per un film che non uscirà mai in sala e nemmeno in dvd – Marfa Girl si può vedere solo in streaming sul sito larryclark.com a 5 dollari e 99 centesimi. “Ho deciso di metterlo direttamente in rete per mandare Hollywood a quel paese”, ha dichiarato Larry Clark dal primo giorno che ha messo piede a Roma, passando una settimana a rilasciare interviste in cui imprecava contro produttori e distributori, facendo nomi e cognomi di chi a oggi gli tiene bloccati film che forse non girerà mai, “perché sono pensati per essere interpretati da ragazzini che tra un anno non saranno più ragazzini”.

Criticato da alcuni per il suo ostinarsi a raccontare sempre e solo storie di adolescenti, amato da altri più per il suo Kids d’esordio che per gli altri suoi film, Larry Clark con Marfa Girl spariglia le carte. Gli adolescenti ci sono sempre, ma la vita irrompe e prende il sopravvento sul resto. La vita è quello che ti ritrovi davanti guardando il film. La vita, mi dirà tra poco, è quello che gli è capitato durante le riprese. E che gli ha permesso di fare il suo film migliore.

Che si tratti di un film politico Clark lo ripete più volte, e aggiunge che è un film sugli immigrati in America. Per girarlo ha scelto Marfa, una piccola cittadina del Texas, millenovecento abitanti, sessanta miglia dal confine col Messico. “È un microcosmo di quella che è l’America. Metà degli abitanti sono bianchi, nati lì, metà sono ispanici, sempre nati lì. Gli ispanici vengono presi di mira dalla polizia di confine”. Gli ispanici di Marfa sono ragazzini messicani-americani nati e cresciuti a Marfa. I poliziotti li conoscono, conoscono le loro famiglie, e ciononostante li fermano con ogni pretesto. “Puro razzismo”, continua Clark. La storia che racconta nel film è quella di Adam Mediano, un quindicenne ispanico di Marfa. Nei centosei minuti del film lo seguiamo nei giorni vicini a quelli del suo sedicesimo compleanno. Adam si avvia verso l’età adulta, con la consapevolezza che l’unica promessa di un posto come Marfa è un no future. “La città è poverissima, e i ragazzi che escono dal liceo non hanno nessuna prospettiva”, continua Clark. “L’unico lavoro in città è il Dairy Queen. Tre o quattro di loro finito il liceo riescono a rimediare un posto lì, altrimenti il meglio che possono sperare è andarsene”.

Intorno a Adam c’è anche una comunità di artisti che gravita intorno alle due fondazioni della città, la Chinati Foundation e la Donald Judd Foundation, entrambe nate in memoria dello scultore Donald Judd che nel 1973 si trasferì a Marfa e vi rimase fino alla morte, vent’anni dopo. “La prima volta che sono venuto a Marfa è stato un anno e quattro mesi fa, su invito di un amico artista che abitava lì”.

“Che la città abbia qualcosa di magnetico me ne sono accorto già quella prima volta”, continua Clark. A renderla così affascinante pare sia la collisione di culture generata dalla coabitazione della gente del luogo, conservatrice e cattolica, e degli artisti, liberal e disinibiti. “Il tutto in una città che ha un’estetica ferma agli anni cinquanta”. Finito lì per caso, innamoratosi di Marfa, Larry Clark decide di scriverci sopra una storia e di trasformarla in un film. Ci torna ancora un paio di volte, poi va a Los Angeles e in due giorni trova qualcuno disposto a produrre il film. “A quel punto però avevo solo la storia e mi serviva una sceneggiatura, che ho scritto mentre giravamo il film. Mi svegliavo presto tutte le mattine e scrivevo scrivevo scrivevo. All’inizio avevo due protagonisti, due ragazzini inseguiti dalla polizia. Lì però mi sono detto, a che mi serve averne due? Uno può bastare. Da lì in avanti Adam è diventato l’unico protagonista. E la cosa ha funzionato”. Lo stesso è successo in altri momenti delle riprese, con una sceneggiatura che proprio perché improvvisata ottiene un maggiore grado di realtà. “E di libertà”, aggiunge Clark. “Se lavori con una sceneggiatura scritta, devi rispettare delle regole, e io non voglio regole, io voglio divertirmi.

Marfa Girl è il film più difficile che abbia mai fatto, ed è il primo film in cui me la sono goduta dall’inizio alla fine. Gireremo presto una seconda parte di Marfa Girl, che comincerà con Adam sedicenne con in braccio due bambini che ha appena avuto da due madri differenti. Già adesso mi chiedo come farà. Ed è esattamente questa la cosa divertente, dovere immaginare come fare a risolvere situazioni problematiche”.

“L’adolescenza è l’età in cui si è più forti”, dice. E poi dice che “a quell’età sei costretto a sviluppare le più disparate tecniche di sopravvivenza. Ci sono ragazzi che in modo assolutamente improbabile e miracoloso riescono a sopravvivere alla strada”. Poi cita Alfred Hitchcock e Sipario strappato. “Nel film ci sono Paul Newman e Julie Andrews che devono uccidere un uomo e faticano moltissimo. Lo colpiscono, lo pugnalano, cercano di ucciderlo in tutti modi e sembrano non riuscirci. In tutto ci mettono qualcosa come dieci minuti”. Mi racconta quella scena del film, e poi aggiunge: “Non è per niente facile uccidere qualcuno. E invece nei film hollywoodiani in una sola sparatoria hai fatto fuori tutti. Nei miei film non voglio soluzioni facili, e se qualcuno muore il pubblico deve capire perché è morto, e deve essere consapevole delle conseguenze di quella morte. Perché le conseguenze ci sono. Cerco di fare film che abbiano lo stesso peso della vita vera. E se Marfa Girl è il mio preferito è proprio perché i personaggi fanno casini, proprio come nella vita vera, ma affrontano le conseguenze di quello che fanno. Ci sono registi che col passare degli anni tendono a semplificare. Io vado nella direzione opposta, cerco di fare film sempre più contorti. Perché la vita è contorta, ed è morbosa. La vita non ha niente di perfetto”.

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Città di quarzo vs Los Angeles. Due visioni della Città degli Angeli https://minimaetmoralia.it/libri/citta-di-quarzo-vs-los-angeles-due-visioni-della-citta-degli-angeli/ https://minimaetmoralia.it/libri/citta-di-quarzo-vs-los-angeles-due-visioni-della-citta-degli-angeli/#comments Mon, 06 Aug 2012 09:16:18 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8821 Pubblichiamo un articolo di Nicola Bozzi sui libri che raccontano Los Angeles.

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Pubblichiamo un articolo di Nicola Bozzi sui libri che raccontano Los Angeles.

di Nicola Bozzi

Quando ero piccolo per me il cosiddetto “sogno americano” era indistinguibile dall’icona della Statua della Libertà e dalla skyline di Manhattan, con quei grattacieli così esotici, ma allo stesso tempo più veri del vero, che gli si affollano dietro. Rispetto all’ostentata verticalità di New York la sua controparte Los Angeles mi impressionava molto meno. Con i suoi edifici bassi e radi, e la strada larga e trafficata in mezzo a farla da padrone, mi ricordava il più familiare (ma decisamente meno celebrato) paesaggio calabrese in cui da sempre incontro i miei parenti di giù.

Crescendo ho iniziato ad associare al paesaggio californiano, se non strettamente a LA, anche un certo tipo di punk rock, lo skate, il porno e i film di Larry Clark (che poi sono un mix dei precedenti). Tutte cose reiterate e abbondantemente patinate da Mtv, al punto che se ci vedi uno skater si porta dietro come minimo una carovana di cinque hummer con dentro altrettante strapponcine made in Beverly Hills/Orange County (fermate obbligate nel mondo del lusso banalizzato). Del resto, a parte la strada, l’unica immagine che tutti conoscono della città è la scritta Hollywood, simbolo di sogni irraggiungibili e, quindi, un po’ stupidi.

Per farla breve, finché non ci sono stato personalmente a me Los Angeles interessava poco. Da quando sono tornato, però (saranno stati i burritos, o forse la spaziosità quasi metafisica delle strade della polverosa downtown) la Città degli Angeli ha avuto un posto diverso nel mio cuore e, di conseguenza, mi sono dovuto documentare.

Se volete leggere un libro su Los Angeles sicuramente ce ne sono tanti. Io ne ho letti due e, per motivi diversi, li consiglio entrambi. Il primo è Città di quarzo (manifestolibri, 2008), scritto nel 1990 da Mike Davis, mentre il secondo è Los Angeles, l’architettura di quattro ecologie (Einaudi, 2009), scritto invece nel 1971 dal critico di architettura Reyner Banham.

Partiamo da Città di quarzo. Davis è forse l’unico urbanista best-seller, forse perché scrive in modo gocciolante e trasversale, sia di testa che di panza. Città di quarzo parla di tutto ciò che è LA, mettendoci il colore necessario ma senza perdere di vista i rapporti di potere strutturali, mischiando toni giornalistici con approfondimenti più estetici e senza risparmiare commenti sardonici o giudizi diretti. In un certo senso, se vogliamo fare un esempio nostrano, lo possiamo paragonare stilisticamente a Roberto Saviano (per quanto decisamente marxista). In fin dei conti anche Davis ha un gusto per il dettaglio che convive con l’ossessione per gli aspetti economici degli argomenti che tratta, e pure lui è stato accusato di eccessiva drammaticità e di metterci troppo del suo.

Aldilà dello stile, Città di quarzo è uno sguardo quasi cubista su Los Angeles, che ne cattura lo spirito da diversi punti di vista contemporaneamente. In primo luogo ne traccia una storia cronologica, arricchendola man mano di digressioni e rifrazioni varie, approfondendone le politiche, la cultura e la conformazione architettonico-urbanistica. Davis svela la città misteriosa dei film noir, del cinema sperimentale, dell’occultismo vip e di Scientology, ma denuncia anche l’architettura ostile delle gated communities (sobborghi recintati per ricchi diffidenti, rifugiati sulle colline) e persino dell’architetto decostruttivista Frank Gehry. Da attivista incazzato, Davis ci parla anche di lavoratori scioperanti, dell’economia politica del crack e del ruolo delle gang, anticipando profeticamente le rivolte che sarebbero seguite un paio d’anni dopo la pubblicazione del libro. Aldilà della sua esaustività sul tema LA, e non solo, Città di quarzo è uno di quei libri che gasa e arricchisce, una lezione su come guardare le città in generale.

Passiamo a Los Angeles di Banham. A partire dall’autore, si tratta di un libro completamente diverso rispetto a quello di Davis. Banham è british, quindi europeo, quindi a prescindere affascinato dal mito degli spazi americani, a maggior ragione per il fatto che si occupa(va) di architettura. Al contrario però di chi nel vecchio continente snobbava l’urbanizzazione sregolata su scala poco umana della metropoli californiana, lui scrive un saggio che diventa una specie di manifesto celebrativo delle peculiarità losangelene, così ottimista da meritarsi una sarcastica pagina anche in Città di quarzo. Paradossalmente, l’approccio quasi etnografico da turista di Banham (del tipo “guarda che bello, allora è così che fanno le cose qui”) sembra essere più in linea con lo spirito marcatamente individualista della città rispetto a quello più radicato del nativo californiano Davis (che invece è più “le cose sono fatte così, ma dovrebbero essere fatte diversamente”).

Per riassumere il contributo del critico britannico alla ricerca urbanistica su Los Angeles, basta guardare alle quattro “ecologie” alle quali si accenna già nel titolo: Surfurbia, le colline pedemontane, le pianure di Id e (quella penso più caratteristica) Autopia. Al racconto di queste si inframmezzano descrizioni degli stili architettonici della zona (Banham celebra per esempio il contributo delle ville di Los Angeles al movimento modernista) o approfondimenti di aspetti particolari dei costumi locali (come l’uso dell’auto a tutti i costi). Piuttosto che farvi un bignamino di cos’è effettivamente ciascuna ecologia, spenderei qualche parola proprio sulla scelta del termine, “ecologie”. Che al nostro Reyner LA piaccia l’abbiamo capito, ma lui non è uno scemo qualsiasi che si fa impressionare a caso. Quello che il critico ammira maggiormente della città è la convivenza di mondi diversi che, nonostante l’apparente anti-praticità, mantengono ciascuno il proprio equilibrio interno. Così le comunità delle colline, che per Davis sono elitiste, praticano “l’arte dell’enclave”, mentre le infernali e depersonalizzanti corsie delle autostrade diventano un ambiente a sé, un posto dove trovarsi a proprio agio mentre il mondo ti scorre di fianco.

A parte l’ovvio contrasto pessimismo/ottimismo, c’è da dire che il libro di Davis è molto meno specifico di quello di Banham. Mentre Los Angeles parla più strettamente di architettura e urbanistica, a partire dal titolo Città di quarzo è una lettura più variegata e, tra virgolette, per tutti (ma sempre saggio è). Volendo consigliare una scaletta, insomma, penso vada letto prima Davis per poi sciacquarsi un po’ via il retrogusto apocalittico con la presa bene di Reyner, che anche a livello tattile ha una copertina più flessibile ed è più leggero, nonché scritto più arioso e meno fitto.

Quali che siano le vostre preferenze letterarie, però, un viaggio a Los Angeles se vi scappa di andare oltreoceano vi consiglio di farvelo. Che siate dei fan della strada o no, che vi piaccia Gehry o no, che vi piaccia il cibo messicano o no, la città degli angeli è così porosa e sgranata che, in quel vuoto sconfinato, si può trovare di tutto. E quindi anche quello che sognate voi.

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