Larry McMurtry Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/larry-mcmurtry/ un blog di approfondimento culturale Sun, 23 May 2021 09:24:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Larry McMurtry Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/larry-mcmurtry/ 32 32 Famiglia, natura e distruzione: “A volte una bella pensata” di Ken Kesey https://minimaetmoralia.it/letteratura/famiglia-natura-e-distruzione-a-volte-una-bella-pensata-di-ken-kesey/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/famiglia-natura-e-distruzione-a-volte-una-bella-pensata-di-ken-kesey/#respond Mon, 24 May 2021 07:00:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48751 Black Coffee traduce per la prima volta il romanzo di Ken Kesey "Sometimes a Great Notion" con il titolo "A volte una bella pensata", un testo prezioso e un tassello mancante dell'opera di Kesey finalmente disponibile per i lettori italiani, per chiunque sia interessato al mondo beat e alla narrativa americana che costeggia le atmosfere di William Faulkner, John Steinbeck e dello straordinario Larry McMurtry dell'epico western Lonesome Dove.

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Fine anni Cinquanta. Stanford, California, Stati Uniti. Ken Kesey, originario dell’Oregon, deve ancora scrivere il romanzo che lo imporrà come uno degli scrittori più letti degli Stati Uniti: per ora frequenta i corsi di scrittura creativa all’università di Stanford, in California, e prende parte a uno studio sulle sostanze psicoattive, MKULTRA, che studia gli effetti di psichedelici come LSD, psilocibina e mescalina sulla mente umana, mentre lavora all’ospedale per veterani a Menlo Park. Nel 1962, anche rielaborando queste esperienze già così segnanti, scrive il romanzo che lo rende celebre, anche per il film che ne viene tratto, Qualcuno volò sul nido del cuculo: il successo è immediato e questo gli permette di lasciare Stanford e trasferirsi a La Honda, sempre in California, e dedicarsi, oltre che alla scrittura, a organizzare delle feste, “Acid tests”, che coinvolgono scrittori come Allen Ginsebrg e Tom Wolfe, ma anche musicisti del calibro dei Grateful Dead, spinto dal desiderio di saggiare i confini della percezione.

Ken Kesey raggiunge in questo momento lo statuto di guru, uno scrittore rispettato e ammirato, un trascinatore e un animatore controculturale: ma Kesey non sta con le mani in mano e continua a scrivere, lavorando al suo romanzo successivo, pronto nel 1964. Si tratta del voluminoso Sometimes a Great Notion, adesso tradotto per la prima volta in italiano da Sara Reggiani per Black Coffee con il titolo A volte una bella pensata, un testo prezioso e un tassello mancante dell’opera di Kesey finalmente disponibile per i lettori italiani, per chiunque sia interessato al mondo beat, che qui si trova nelle sue fasi conclusive, e alla narrativa americana che costeggia le atmosfere di William Faulkner, John Steinbeck e dello straordinario Larry McMurtry dell’epico western Lonesome Dove.

Questo libro è segnato anche dalle vicende straordinarie che ne accompagnarono l’uscita. L’editore organizza una festa di lancio con i maggiori editori a New York, sulla costa opposta a quella in cui si trova Kesey: spostarsi in maniera semplice non rientra nel novero delle possibilità e così Kesey e i suoi sodali, i Merry Pranksters, lanciati da tempo in entusiasmanti sperimentazioni lisergiche e artistiche, salgono su un autobus, il “Furthur” divenuto poi leggendario e guidato niente meno che dallo scrittore Neal Cassady, per giungere, come un fiume in piena, a New York. Le storie di questo viaggio, il “Magical Mystery Tour”, le possiamo leggere in Electric Kool-Aid Acid Test di Tom Wolfe, altro testo troppo poco tempo rimasto in libreria dopo la ristampa mondadoriana del 2013, dove il sagace giornalista americano ricostruisce le idee rivoluzionarie del gruppo, i vagiti controculturali, la fede nella psichedelia e molti dei momenti eccezionali che hanno costellato gli anni Sessanta americani.

Il libro di Kesey adesso pubblicato da Black Coffee è arricchito da una partecipata, divertente e attenta prefazione di Marco Rossari che non solo ricostruisce ciò che si muove, tantissimo, in questo romanzo, ma anche tutto ciò che ruotava attorno a Ken Kesey, la sua provenienza familiare e la società che si trasformava intorno a lui. Il titolo in lingua originale prende le mosse dalla canzone Goodnight, Irene, classico folk reso celebre da Lead Belly: «Sometimes I lives in the country / Sometimes I lives in the town / Sometimes I haves a great notion / To jump into the river an’ drown» recitano alcuni versi ripresi in esergo e nel romanzo di Kesey, che con il suo titolo sembra prendersi gioco anche linguisticamente dell’idea di nazione (“notion”-“nation”), troviamo la dialettica tra campagna e città, tra un mondo antico e uno moderno, e il pensiero, mai troppo nascosto, di un tuffo finale e irreversibile nel fiume, simbolo probabilmente di una natura a cui, alla fine, tutto ritorna e tutto cede.

Ambientato all’inizio degli anni Sessanta in un paese dell’Oregon, nel luogo del «febbrile scontro degli affluenti che sfociano nel Wakonda Auga», A volte una bella pensata potrebbe essere ridotto a un elaborato e intrigante romanzo familiare. Protagonista è la famiglia Stamper che approfitta di una rivolta sindacale degli operai del legno per continuare e lavorare e migliorare così la propria posizione, scatenando l’indignazione del paese, ed è la storia del padre Henry e dei suoi due figli, Hank, sempre lanciato nella conquista dell’approvazione paterna, e Lee, che invece lascia gli studi universitari per dare una mano all’azienda di famiglia tornando nell’Oregon, desideroso anche di chiudere una volta per tutte una storia rimasta in sospeso con il fratello Hank, con cui condivide il padre, ma non la madre.

Ma ciò che rende straordinario questo romanzo e che lo trasforma in una delle testimonianze più importanti sugli Stati Uniti degli anni Sessanta è la capacità di Kesey di immergere le vicende tra le pieghe della storia, senza però mai essere didascalico. L’opposizione tra un’America aperta al futuro e la resistenza di chi invece è attaccato al poco che ha, prende le sembianze dello scontro tra i due fratelli, tra Hank, provinciale, violento e accecato dal desiderio di venire finalmente considerato dal padre come un suo pari, e Lee, studioso e riflessivo, che quel mondo all’inizio non lo capisce ma con cui sente in qualche modo di dover fare i conti assecondando una strana attrazione. Uno scontro arricchito da un terzo e ambiguo oggetto del desiderio, Viv, la moglie di Hank, «la mia colonna di fuoco verso la salvezza, la mia torcia…», che con il procedere del romanzo diventa sempre più un elemento imprescindibile all’interno delle relazioni di forza che irrorano la storia.

Ma nella vita non c’è nero o bianco, la vita è fatta di sfumature e di accettazioni che sbiadiscono i toni sicuri delle idee e delle sicurezze, e così succede nel rapporto tra i fratelli, la cui relazione viene splendidamente raccontata in poche righe da Kesey, un piccolo saggio della sua scrittura che mescola in maniera naturale racconto e analisi psicologica in un continuo oscillare di punti di vista: «Risalirono la spiaggia. Hank davanti e un tremante Lee dietro: siamo legati, fratello, ammanettati insieme per tutta la vita, proprio come gli uccelli sono legati alle onde in una canzone di pazienza e panico. Duettiamo così da anni, io che pigolo e pilucco briciole e tu che fracassi e ruggisci, solo che adesso, fratello mio, i ruoli si stanno invertendo, e tu affranto inizi a intonare il canto del panico mentre io sento montare dentro il prolungato e mesto ruggito della pazienza in ritirata».

La relazione tra i due fratelli è solo uno dei temi di questo libro, che analizza i sentimenti umani più elementari e quindi più veri, come la vendetta, la prevaricazione o il desiderio di approvazione, di questa vicenda ambientata in splendidi paesaggi naturali dove la natura umana sembra essere un accidente casuale. Questa impressione di una «natura matrigna» e disinteressata viene confermata per esempio dal lavoro perpetuo dell’acqua, quella che cade dal cielo e quella che risale regolarmente dal fiume, un movimento naturale e disinteressato che costringe gli uomini a rattoppare continuamente le loro case, operazione che invece gli Stamper non fanno, preferendo una casa sbilenca e precaria, forse testimonianza proprio di quanto questa tra l’uomo e ciò che lo circonda sia in fondo una lotta impari che non può essere vinta e che non vale la pena combattere visto l’incombere continuo della rovina («Vi è un fatto singolare, tuttavia: non sorgono case direttamente sulla sponda del fiume – a esclusione della maledetta casa degli Stamper.»).

Come scrive Rossari riferendosi a un’annotazione del prefatore dell’edizione per Penguin del libro, c’è un’immagine di questo romanzo di cui è difficile liberarsi, ed è quella che racconta di un cervo che, dopo essere stato catturato e issato al bordo della barca, «bello che andato», stupisce gli uomini per la natura della sua paura: «non se la stava facendo sotto perché miseriaccia ladra stava per affogare o perché s’era ritrovato su una barca con noi. Per quel poco che potevo vedere, non aveva paura di qualcosa di preciso. Era paura punto e basta». Arrivati a riva il cervo improvvisamente sembra riprendersi e si lancia in acqua, ma non per nuotare verso la riva come gli uomini si aspettano, ma per puntare verso l’indefinito, irrazionale forse, se mai la razionalità possa esistere, ma libero: «Ha girato il culo, verso una bella onda che stava arrivando, e ha puntato al largo, più spaventato che mai». Un comportamento inspiegabile ma che, come suggerisce anche Rossari, svela anche il tema che accomuna tutte le forze vibranti che si muovono in questo libro, e che si collega idealmente al romanzo precedente di Kesey e alla sua vita, quello della libertà.

Ma Kesey non è uno scrittore accomodante o che pare mosso da un desiderio di consolare, quanto invece un uomo bramoso di lasciare solchi profondi nelle menti di chi legge. E così, in questa straordinaria epopea che mostra le sfide tra gli uomini guidate dal desiderio di dominio, quelle senza scampo contro la natura e la presenza perpetua della morte come elemento imprescindibile per la vita, forse l’unica via di fuga è proprio la libertà, la forza di scegliere di essere liberi, percorribile però solo a patto di provare a immaginare e capire cosa questa significhi.

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Americana: Larry McMurtry https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/americana-larry-mcmurtry/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/americana-larry-mcmurtry/#comments Sat, 01 Aug 2020 06:00:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43898 Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dalla versione aggiornata di Americana, raccolta di saggi dedicati alla narrativa degli Stati Uniti in libreria per minimum fax.

Ormai ottantaquattrenne, autore di più di quaranta tra romanzi e raccolte di racconti, sceneggiatore di fama – premiato con l’Oscar per la trasposizione cinematografica di «Brokeback Mountain», magnifico racconto di Annie Proulx – Larry McMurtry è rimasto a lungo fuori dai radar dell’editoria italiana, pur essendo considerato negli Stati Uniti uno scrittore di primissima grandezza.

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dalla versione aggiornata di Americana, raccolta di saggi dedicati alla narrativa degli Stati Uniti in libreria per minimum fax.

Ormai ottantaquattrenne, autore di più di quaranta tra romanzi e raccolte di racconti, sceneggiatore di fama – premiato con l’Oscar per la trasposizione cinematografica di «Brokeback Mountain», magnifico racconto di Annie Proulx – Larry McMurtry è rimasto a lungo fuori dai radar dell’editoria italiana, pur essendo considerato negli Stati Uniti uno scrittore di primissima grandezza.

Le traduzioni delle sue opere sono state nella maggior parte dei casi legate a fattori esogeni (soprattutto le loro versioni cinematografiche, spesso di notevole successo: da Hud il selvaggio, con un Paul Newman al meglio di sé nel ruolo del protagonista, a L’ultimo spettacolo di Bogdanovich, fino a Voglia di tenerezza), e fortemente discontinue nel tempo. È probabile che dietro questa fortuna incerta si nascondesse un doppio pregiudizio: verso il western prima di tutto, genere che ha sempre goduto di una grande credibilità a livello cinematografico ma al quale non è mai stata riconosciuta piena dignità letteraria; e verso l’atmosfera epica e insieme nostalgica che si respira in molti dei romanzi migliori di McMurtry e che, in pieni anni Ottanta, è stata letta – e criticata – come un endorsement indiretto del reaganismo.

A segnare quella che con ogni probabilità rappresenta una svolta decisiva nello status di questo grande narratore è stata la ripubblicazione, da parte di Einaudi, di Lonesome Dove, già tradotto nel 1986 da Mondadori con l’improbabile e filologicamente scorretto titolo Un volo di colombe; una vera e propria opera mondo, nata come sceneggiatura per un cast che avrebbe dovuto includere giganti come John Wayne, Henry Fonda e James Stewart e poi trasformatasi in un romanzo fluviale, nel quale il trasferimento di una grande mandria dal Texas fino in Montana consente all’autore una rivisitazione completa e affascinante di tutti i grandi temi dell’epopea western: dalla brutalità di un mondo dominato dagli uomini ai conflitti etnici e sociali sui quali è stata edificata una nazione.

Western revisionista, dunque, in un certo senso: canto del cigno di un mondo già in dissoluzione, ma anche storia epica, tanto più emozionante in quanto residuale, che prende forma attraverso il ritratto dei due ex Texas Ranger che guidano la mandria: Gus McRae e Woodrow Call, ultimi paladini di un mondo che è già tramontato ma che permane nel fondo dell’anima sotto forma di natura e paesaggio.

Come recita l’epigrafe di Lonesome Dove: «I nostri avi avevano la civiltà dentro; fuori, la natura selvaggia. Noi viviamo nella civiltà che loro hanno creato, ma in cuor nostro quel mondo selvaggio perdura. Viviamo ciò che loro sognarono, e ciò che loro vissero, noi lo sogniamo».

Il successo di Lonesome Dove, salutato dalla critica e dai lettori come un nuovo, credibile candidato al titolo di grande romanzo americano, segna la definitiva consacrazione, anche italiana, del western come genere letterario. Una consacrazione che arriva con trent’anni di ritardo e che si sarebbe dovuta concretizzare già nel 1985, quando alla pubblicazione negli Stati Uniti del capolavoro di McMurtry, premiato con il Pulitzer, si era accompagnata quella di Meridiano di sangue, il brutale e metafisico capolavoro di Cormac McCarthy.

Una consacrazione che si è invece imposta in modo più graduale e progressivo solo nell’ultimo decennio, attraverso il recupero di una serie di grandi western come Warlock di Oakley Hall, Il Grinta di Charles Portis e Piccolo grande uomo di Thomas Berger, il successo della saga di Philipp Meyer, Il figlio, e il rinnovato interesse per le incursioni nel genere di autori popolari come Joe Lansdale (La foresta ma soprattutto Paradise Sky).

È proprio da un confronto con Meridiano di sangue che può essere utile partire per comprendere a pieno lo spazio specifico che Lonesome Dove si è conquistato nel canone americano e ora – fortunatamente – anche da noi. Il romanzo di McCarthy e quello di McMurtry, pur nelle loro differenze di stile (un barocchismo feroce e venato di retorica biblica da un lato e un realismo rigoroso e puntellato da un ineguagliabile orecchio per i dialoghi dall’altro), sono accomunati da uno sguardo crepuscolare e al contempo ancora compiutamente epico, che trova il proprio punto di sintesi nella costante presenza della morte.

I massacri di Meridiano di sangue, che rasentano il grand guignol e dei quali si rendono ugualmente responsabili banditi bianchi e nativi, trovano un corrispettivo meno esasperato ma altrettanto straziante negli incidenti, nelle sparatorie, negli stupri che accompagnano tanto il viaggio di Gus McRae e di Woodrow Call quanto le vicende personali del loro antico compagno di avventure, Jake Spoon, che torna a Lonesome Dove ricercato per omicidio e nel giro di pochi giorni conquista la puttana del paese, Lorena, ma soprattutto convince i suoi vecchi partner a lanciarsi nell’impresa di trasportare una grande mandria fino in Montana per impiantarvi un ranch.

Sintetizzare la trama di Lonesome Dove è pressoché impossibile: ai movimenti della mandria, guidata da McRae e Call insieme a un gruppo di cowboy più o meno improvvisati (tra i quali spiccano altri personaggi memorabili come il giovane Newt, che molti ritengono il figlio naturale e mai riconosciuto di Woodrow, e i due fratelli irlandesi Sean e Allen O’Brien), si accompagnano quelli dello sceriffo July Johnson, partito insieme al figliastro Joe a caccia di Jake Spoon, e quelli del suo vice, Roscoe (altra figura difficilmente dimenticabile, nella sua passività e imperizia), che deve rintracciare July per avvertirlo della scomparsa della moglie e madre di Joe.

In quasi mille pagine, che scorrono ariose tra commedia a dramma senza mai un momento di stanchezza o appannamento, McMurtry segue l’evoluzione dei personaggi e ne scandisce gli incontri in un paesaggio maestoso e ancora selvaggio, violento, polveroso ed elegiaco come le anime che lo percorrono.

Il senso del viaggio cui, dopo anni trascorsi gestendo un emporio nel paesino del Texas ai confini con il Messico che dà il nome al romanzo, si sottopongono due uomini già avanti negli anni non sta certo nella ricerca di ricchezza o benessere: si riduce, piuttosto, al bisogno di sfuggire alla civiltà e alla sua avanzata. Non mancano scene esemplari per comprendere questo che è l’unico punto fermo nelle vite dei due vecchi Texas Ranger, ma una in particolare, virata sui toni della commedia amara, merita una breve citazione.

Entrati nel saloon di un vecchio amico per bere un bicchiere, Gus e Woodrow scoprono che il locale ha cambiato proprietario, e che la nuova gestione non ha nessun rispetto per il passato o per la leggenda dalla quale sono circonfusi. Gus commenta a modo suo i motivi di tale indifferenza: «È perché non siamo morti. Se un migliaio di Comanche ci avesse intrappolati in una valle e sterminati tutti, come hanno appena fatto i Sioux con Custer, avrebbero composto canzoni su di noi per cent’anni». E davanti alle obiezioni del taciturno Woodrow, precisa ancor meglio il suo pensiero: «Se viviamo altri vent’anni, saremo noi gli indiani. A giudicare da come si sta popolando questo posto, tra poco ci saranno solo chiese e mercerie. E prima che ce ne rendiamo conto, raduneranno noi vecchi turbolenti e ci rinchiuderanno in una riserva perché le signore non si spaventino».

Nel West già crepuscolare dei tardi anni Settanta dell’Ottocento, a rimanere incontaminato è un paesaggio ora aspro e respingente, ora di stordente bellezza, che McMurtry sa rendere in tutte le sue sfumature attraverso lo sguardo in soggettiva ora dell’uno, ora dell’altro personaggio. Si pensi, tra i tanti possibili esempi, alla magnifica scena del diluvio che sorprende la mandria e i cowboy a pochi giorni dalla partenza, annunciato da una tempesta di vento e polvere che così si presenta agli occhi stupefatti del neofita Newt:

Aveva avuto intenzione di tornare al carro, ma il temporale non gliene lasciò il tempo. Mentre Soupy si sistemava la bandana, si voltarono indietro e videro sbuffi di sabbia simili a basse nuvolette che soffiavano nella luce incerta attraverso i mesquite appena a sud. Le nuvolette sembravano vive, sgusciavano attorno ai mesquite e accanto al chaparral come lupi in corsa, scivolavano sotto il ventre dei bovini e poi si sollevavano e gli soffiavano sul dorso. Dietro a quegli sbuffi veniva un fiume, non d’acqua ma di sabbia. Newt diede dolo un’occhiata, per orientarsi, e la sabbia gli riempì gli occhi e lo accecò.

Sull’onda del successo di Lonesome Dove, Einaudi ha proposto ai lettori italiani il suo sequel, Le strade di Laredo, pubblicato negli Stati Uniti nel 1993. Al centro del romanzo – tradotto da Margherita Emo, che aveva già «firmato» Lonesome Dove e che qui è stata affiancata da Cristiana Mennella – campeggia nuovamente il taciturno e melanconico Woodrow Call, tornato nel suo Texas dopo la spedizione in Montana e incaricato dalle Ferrovie di dare la caccia a un giovane bandito messicano, Joey Garza, che si è reso responsabile di una serie di sanguinose rapine ad altrettanti treni e si è lasciato dietro almeno trenta cadaveri.

Abbandonato dall’ultimo tra i suoi vecchi compagni di avventure, Pea Eye, che si è fatto una famiglia e non è disposto ad abbandonarla e affiancato da Ned Brookshire, un goffo ragioniere che viene dall’Est e la cui incongruenza è simboleggiata dal fedora che porta sulla testa e che gli vola via al minimo colpo di vento, Call si avventura alla ricerca di Garza, portando con sé una visione matura e consapevole del proprio passato, e del futuro che lo attende:

In effetti, il loro lavoro non era mai stato glorioso, ma sempre sanguinoso, duro e stancante, dalla prima incursione contro i Kiowa fino a quel momento. Non c’erano trombe, né parate e neanche tante certezze, nella vita da ranger. Call aveva ucciso diversi uomini, indiani, bianchi e messicani, dei quali ammirava il coraggio; in alcuni casi aveva perfino ammirato i loro ideali.

Call sa perfettamente che messicani, Comanche e Kiowa sono stati derubati della loro terra, e arriva a pensare che, «fosse stato al posto loro, avrebbe combattuto con lo stesso accanimento». Per questo, pur impegnandosi personalmente ad arrestarli e in taluni casi a ucciderli, non li ha mai giudicati. Giudica invece e condanna, pur comprendendo le sue ragioni, il vecchio amico Pea Eye: e questo perché «per come la vedeva Call, c’era un obbligo più forte di tutti, e quell’obbligo era la fedeltà. Gli sembrava il principio più elevato, la fedeltà. Lo anteponeva all’onore. […] Un uomo non abbandonava i compagni, il suo gruppo, il suo capo. Altrimenti, secondo Call, era una persona indegna».

La fedeltà è il vero motore di Le strade di Laredo, come la fuga dalla civiltà lo era di Lonesome Dove; è ciò cui si intende restare fedeli, invece, che muta di personaggio in personaggio. È ovviamente la fedeltà tradita a tormentare Pea Eye fino a indurlo a lasciare la moglie Lorena e i suoi cinque figli per raggiungere Call; è la fedeltà al mito e alla leggenda che permette a Ted Plunkert, il vicesceriffo di Laredo che si è unito alla caccia a Joey Garza, di proseguire nell’impresa anche quando si accorge «che stava viaggiando con un uomo vecchio e rigido, uno che faticava a sollevare bene il piede per infilarlo nella staffa»; un uomo con «un’aria grigia, stracca, l’aria di uno che non era né giovane né in salute». Ed è la fedeltà ai propri doveri di madre, più che l’amore verso un figlio crudele, insensibile, carico d’odio, che spinge Maria, la madre di Joey – straordinario personaggio di donna ferita e umiliata quanto indomabile – a cercare il figlio per avvertirlo che Call è sulle sue tracce.

Romanzo di personaggi, di dialoghi, di digressioni nella storia e nel mito – campeggiano nelle sue pagine figure realmente esistite, dal giudice Roy Bean al fuorilegge John Wesley Hardin, cantato da Bob Dylan in uno dei suoi dischi più celebri – Le strade di Laredo non ha probabilmente lo stesso afflato epico di Lonesome Dove. Manca soprattutto, in molte sue pagine, quel paesaggio immenso e incontaminato che, nel capolavoro del 1985, assurgeva ad autentico coprotagonista, arrivando a tratti a sommergere e assorbire le figure umane in movimento. Non manca, invece, quella forza narrativa, quella capacità di assecondare il gusto popolare senza rinunciare alla qualità letteraria, che ha indotto David Foster Wallace a includere McMurtry tra gli autori «da supermercato» che ogni scrittore ambizioso dovrebbe tenere sul proprio comodino

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