Laterza Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/laterza/ un blog di approfondimento culturale Wed, 07 Feb 2018 00:23:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Laterza Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/laterza/ 32 32 La frontiera: un tavolo “migrante” sulle migrazioni https://minimaetmoralia.it/altro/la-frontiera-un-tavolo-migrante-sulle-migrazioni/ Wed, 07 Feb 2018 07:00:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36008 Oggi pomeriggio presso WEGIL  (ore 18.30) ci sarà un incontro - ricordo di Alessandro Leogrande. Interverranno tra gli altri Nadia Terranova, Vittorio Giacopini, Emiliano Sbaraglia, Nicola Villa. Il pezzo che segue è uscito su "Robinson - Repubblica", che ringraziamo.

di Nicola Lagioia

Nel giro di qualche giorno il presidente dell'ex paese più potente del mondo è riuscito a esprimersi come un perfetto membro del Ku Klux Klan, mentre il rappresentante di una delle forze politiche più rilevanti nel paese che inventò il fascismo ha espresso l'urgenza di difendere la "razza bianca" in campagna elettorale. «La difesa della razza» era il quindicinale che in Italia, dal 1938 al 1942, eccelleva nello sforzo demenziale di dare una giustificazione scientifica alla Shoah.

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Oggi pomeriggio presso WEGIL  (ore 18.30) ci sarà un incontro – ricordo di Alessandro Leogrande. Interverranno tra gli altri Nadia Terranova, Vittorio Giacopini, Emiliano Sbaraglia, Nicola Villa. Il pezzo che segue è uscito su “Robinson – Repubblica”, che ringraziamo.

di Nicola Lagioia

Nel giro di qualche giorno il presidente dell’ex paese più potente del mondo è riuscito a esprimersi come un perfetto membro del Ku Klux Klan, mentre il rappresentante di una delle forze politiche più rilevanti nel paese che inventò il fascismo ha espresso l’urgenza di difendere la “razza bianca” in campagna elettorale. «La difesa della razza» era il quindicinale che in Italia, dal 1938 al 1942, eccelleva nello sforzo demenziale di dare una giustificazione scientifica alla Shoah.

Sono passati molti anni da allora, siamo nel 2018 e il vento della regressione soffia velenoso al di là e al di qua dell’oceano. La Storia non concede per fortuna repliche, ma al tempo stesso è vero che la Storia, per dirla con Montale, “non è magistra di niente”. Sul tema delle migrazioni la disinforomazione oggi fa proseliti. La riflessione sul tema è vittima di troppi interessi per imboccare una strada umana e razionale. Il gioco di alimentare la paura è la professione ben remunerata di chi lo pratica e l’impoverimento intellettuale, culturale e umano di chi se ne lascia intrappolare. Ma come stanno davvero le cose?

La Frontiera è un progetto del Salone Internazionale del Libro di Torino e BookPride, ideato da Alessandro Leogrande e Elena Stancanelli, in collaborazione con Robinson/Repubblica, Radio3 e la casa editrice Laterza, accompagnata dall’associazione Piccoli Maestri. Per provare a mettere in discussione il racconto ufficiale sull’immigrazione che vede l’arrivo degli stranieri solo in termini di emergenza, pericolo, sforzo economico, perdita d’identità, abbiamo immaginato un “tavolo migrante” che raccoglierà attorno a sé in varie tappe esperti di diverse materie: ci saranno storici, sociologi, filosofi, etologi, botanici, geografi, linguisti, i quali proveranno a rispondere alle domande che gli porremo. Ogni tappa si arricchirà dei frutti della precedente, passando dagli studi di Radio3 Fahrenheit alla redazione di Robinson/Repubblica, ai palcoscenici di Libri Come e di Book Pride, alla sede della casa editrice Laterza per trovare come ultimo approdo il Salone del Libro di Torino, dove si tireranno le somme del lavoro svolto e lo si metterà a disposizione di chi (istituzioni, cittadini, donne e uomini di buona volontà) vorrà portare avanti il discorso nella teoria e nella pratica di tutti i giorni.

Si comincia il 15 febbraio a Radio3 Fahrenheit, dove a dare vita al dibattito ci saranno Stefano Mancuso, Franco Farinelli, Enrico Alleva, Enrico Bettini, e si proseguirà di settimana in settimana fino a maggio.

La Frontiera è dedicato ad Alessandro Leogrande, uno dei più luminosi scrittori e intellettuali delle ultime generazioni, morto improvvisamente all’età di quarant’anni mentre si occupava, tra gli altri, proprio di questo progetto. Conservarne la memoria e raccoglierne l’eredità sono per noi un tutt’uno.

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La stanza profonda https://minimaetmoralia.it/libri/la-stanza-profonda/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-stanza-profonda/#comments Wed, 22 Mar 2017 07:00:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33960 È appena uscito in libreria per Laterza La stanza profonda, il nuovo romanzo di Vanni Santoni. Proponiamo un estratto dal primo capitolo.

~

... In quella, bussano. Due cazzotti, più che due colpi di nocche, sul portone.
Guardi il cellulare, in effetti sono già le quattro del pomeriggio. Apri.
Oi master.
Ciao Bollo, dici, poi ti blocchi. Accanto a lui, al vecchio Bollo che entra a colpo sicuro, lui stesso di nuovo e subito parte della stanza, un bambino. Tiene il cellulare a due mani, in orizzontale, di certo per un videogame. Capelli rossi, otto o nove anni. Davvero non sai nulla del Bollo da tutto questo tempo?
Ma...
Cosa c’è?
Chi è questo marmocchio?

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È appena uscito in libreria per Laterza La stanza profonda, il nuovo romanzo di Vanni Santoni. Proponiamo un estratto dal primo capitolo.

~

… In quella, bussano. Due cazzotti, più che due colpi di nocche, sul portone.
Guardi il cellulare, in effetti sono già le quattro del pomeriggio. Apri.
Oi master.
Ciao Bollo, dici, poi ti blocchi. Accanto a lui, al vecchio Bollo che entra a colpo sicuro, lui stesso di nuovo e subito parte della stanza, un bambino. Tiene il cellulare a due mani, in orizzontale, di certo per un videogame. Capelli rossi, otto o nove anni. Davvero non sai nulla del Bollo da tutto questo tempo?
Ma…
Cosa c’è?
Chi è questo marmocchio?
Marmocchio sarai tu, dice il bambino senza staccarsi dal gioco.
Ah, allora ascolti, piccoletto. Credevo fossi tutto preso…
E presentati, su, dice il Bollo spingendolo in avanti.
Elia, dice senza staccare gli occhi dal telefono.
Ciao, Elia… Dici, e cerchi di nuovo lo sguardo del Bollo.
È il figlio della mia compagna. Ho pensato che magari c’avevi qualcosa che poteva piacere pure a lui…
Non sapevo che Laura…
Macché Laura. Con lei non stiamo più insieme da due anni.
Uh, scusa…
Mia mamma si chiama Erika, dice il bambino, e lo guardi seguire il Bollo fino agli scaffali, senza smettere di giocare.
Dunque, vediamo cosa c’hai, dice il Bollo, Inkognito e Hero Quest, sì me li ricordavo… Axis & Allies… Buono, ci sono tutti i pezzi?
Ci avrò giocato due volte…
Bene, bene.
Lì nello scatolone in alto ci sono anche i giocattoli. Sai, Transformers, G.I. Joe…
Vediamo… Uhm, sparsi così ci faccio poco, i collezionisti vogliono il kit completo, accessori e tutto, altrimenti nisba… Magari però questi piacciono a te, eh Elia? Dice, e tira fuori due Transformers dalla cassa.
Quello stacca per un attimo gli occhi dal telefono e tira uno sguardo ai due robot giocattolo:
Non sono così piccolo.
Forse hai ragione, dice il Bollo. Poi si volge a te: Exogini niente? Quelli sono buoni. I rari vanno via anche a cento euro. Comunque prendo tutto, conosco uno che magari per il blocco mi fa un prezzd-and-d-600x445accio…
Lo guardi mentre rovista tra gli scatoloni. Il Bollo, uno di quelli che non si è mai perso una giocata. Pure con la febbre, veniva. Eppure, sapresti dire chi è, ora, quest’uomo al di fuori del ruolo che ancora conserva qui dentro? Ti torna alla mente un momento, uno degli ultimi col gruppo al completo: era in corso uno scontro importante, toccava a te far muovere i nemici ma ti bloccasti, pensando a un capogiro.
Che c’hai? Subito Andre.
Ma niente, scusa… Dicevo, allora, due dei tiratori si spostano verso l’altura…
Parlavi, scollegato da quanto dicevi, dalle opzioni tattiche sulla mappa della battaglia, parlavi e li guardavi, tutti quanti assieme, attorno al tavolo, Bollo, Tiziano, Andre, Leia, Paride, Silli, e ti chiedevi, di fronte a quelle facce ridacchianti, ammiccanti, parlanti, facce amiche eppure ti chiedevi, ma questi, questi, chi sono? E ora guardi il Bollo, venuto lì, chiamato da te per prendersi i tuoi vecchi giochi da tavolo e i tuoi vecchi giocattoli, e quella sensazione si è ben fatta permanente.
Ah, il Diaclone, ottimo! Questo va via in un attimo…
Da sempre, lui che è nel giro dei fissati, li aveva notati e puntava a venderli, metà a me metà a te, diceva, e solo ora ti sei deciso a dirgli di passare. Lo guardi rovistare nelle confezioni, controllare che i pezzi ci siano tutti, col bambino che ogni tanto lancia un’occhiata, come a controllare che non appaia, sai mai, qualcosa d’interessante tra quei vecchi balocchi pronti a trasformarsi in collectibles.
Dire che eravate la generazione figlia del benessere è fin banale: c’era di più, in tutti quei giocattoli, negli infiniti cartoni animati delle TV locali che comprimevano nel pugno di stagioni della vostra infanzia venti, trent’anni dell’intera produzione del Giappone, shojo, shonen, seinen, spokon, tutto CaptainHarlock14dentro, cartoni di calcio, di wrestling, di golf, di pesca, feuilleton strappacuore, crocerossine, maghette, ragazzine cyborg, robot giganti,  pirati spaziali, treni spaziali (gatti spaziali…); per ogni samurai un ninja, e ancora cow-boy, naufraghi, la Rivoluzione Francese e la Torino dell‘800, alle sedici Garrone e alle diciassette Devilman, ragazzi-demone, ragazzi telecinetici, ragazzi che si trasformano in ragazza, surreale, fantastico, post-nucleare, post-nucleare con arti marziali… Vivevate in quel mondo di sfondamenti, anche nei giocattoli: il Medioevo del Lego e quello sballato del Playmobil, il militarismo reaganiano dei G.I. Joe e quello residuale degli Atlantic, e poi i Masters of the Universe, i Mask, le Miami e Los Angeles di Barbie che sbirciavate alle sorelline, imparentate con le giungle dal vago sentore omoerotico di Big Jim e dei suoi compari… Foste i primi ad accumulare immaginari. Anche nel passo successivo, dal giocattolo al gioco: il militarismo del Risiko, il capitalismo di Monopoli e il nozionismo di Trivial Pursuit, la casa degli orrori di Brivido, i “misteri cinesi” di Dragon, i cliché giallistici del Cluedo e quelli avventurosi dell’Isola di Fuoco, fino a cose più raffinate come la Venezia di Inkognito e il fantasy di Talisman o Hero Quest. Un’esplosione che attendeva ancora un salto di grandezza di scala con la prima maturità dei videogiochi (vogliamo dire Monkey Island? Vogliamo dire Civilization? Syndicate? Command & Conquer? Doom? Vogliamo dire Ultima? Ultima Online?): in un simile contesto, il gioco di ruolo sarebbe poi giunto come il salto di paradigma definitivo – fatteli da solo, gli immaginari; fatteli come vuoi, fatteli con chi vuoi, fattene infiniti.
Mentre il Bollo controlla i pezzi di un altro gioco, qualcosa cattura l’attenzione di Elia. I dadi a venti facce, colorati e luccicanti nell’insalatiera. Ha poggiato il telefono sul tavolo e si allunga per prenderne uno. Nel farlo, fa cadere il barattolo. Un mucchio di matite si sparpaglia a terra. Cvt4ZlXXYAIVGpu
Soliti modini, eh? Dice il Bollo al bimbo, che lo ignora. Tiene in mano il dado a venti facce che è riuscito ad agguantare, incantato dalla sua forma a icosaedro, dalla sua trasparenza verde, piena di brillantini.
Tu, intanto, raccogli i lapis. Ecco uno Staedtler giallo e nero, con la punta più stretta e lunga del normale. Affilatura a coltello, a piccolissimi tocchi:
Questo è passato dalle tue mani, eh Bollo?
Sicuro. E questo, dice raccogliendo un Fila rosa e indicando le masticature sulla coda, da quelle di Andre.
Raccogliete gli altri, in ognuno un frammento della vostra storia, i 3F a coda blu amati dal Paride, i lapis Ikea che portò il Silli nel periodo in cui metteva su casa, uno bianco marcato Borgo Paraelios arrivato dai posti dove Leia teneva i suoi corsi, i Viarco Desenho che portò Tiziano da Lisbona…
Ah guarda, ce n’è pure uno di Prada, dice il Bollo.
L’avrai portato tu.
A noi programmatori mica ce li danno. Viene da Andre…
Diciotto! Dice Elia dopo aver lanciato il dado. Come mai hai tutti questi dadi?
Ti scambi uno sguardo col Bollo. Sorridete.
Faresti meglio a non tenerlo in mano, dice a Elia, quello è il dado Veleno, sai? Una volta uccise Andre con un tiro salvezza fallito.
Chi è Andre?
Un nostro amico…
È morto?
Eh sai quante volte è morto quello… Giocava come un kamikaze…
Tieni, usa questo, dici facendo l’occhiolino al Bollo, e dall’insalatiera ne peschi uno rosso.
Se ti vedesse il Paride…
Chi è il Paride? Chiede Elia.
Un altro nostro amico.
È morto pure lui?
Il Bollo ti guarda quasi allarmato. Allora dici:
Quello era il suo dado preferito, non permetteva a nessuno di toccarlo.
Il dado Fortunello, dice il Bollo. Questo invece, dice prendendone uno giallo, è il dado Cantiere…
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Muro di casse https://minimaetmoralia.it/estratti/muro-di-casse-vanni-santoni/ https://minimaetmoralia.it/estratti/muro-di-casse-vanni-santoni/#comments Fri, 15 May 2015 16:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26799 Sabato 16 maggio alle 15 debutterà al Salone Internazionale del Libro di Torino la nuova collana Solaris di Laterza, con i quattro titoli Sottofondo italiano di Giorgio Falco, Stato di minorità di Daniele Giglioli, I destini generali di Guido Mazzoni e Muro di casse di Vanni Santoni. Presentiamo un estratto da quest'ultimo.

~

Avevi un tempo una ragazza a Brighton. Vi eravate conosciuti a una festa; a volte veniva a trovarti, altre andavi su da lei. Quando eri là, spesso andavate a ballare, occasioni in cui lei e la sua compagnia mandavano giù quantità sorprendenti di pasticche, ma ancora più frequenti erano le serate in casa a bere, nelle quali era popolare uno scherzo ai danni del primo che si addormentava ubriaco in poltrona o sul divano: per prima cosa se ne testava la reattività dandogli piccoli schiaffi o scrivendogli sulla fronte con un pennarello; appurata la non reversibilità del suo stato, gli si mettevano addosso un paio di coperte, lo si caricava su un furgone con poltrona e tutto, lo si portava in un campo fuori città e lo si mollava lì ad aspettare l’alba.

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cassemuro

Sabato 16 maggio alle 15 debutterà al Salone Internazionale del Libro di Torino la nuova collana Solaris di Laterza, con i quattro titoli Sottofondo italiano di Giorgio Falco, Stato di minorità di Daniele Giglioli, I destini generali di Guido Mazzoni e Muro di casse di Vanni Santoni. Presentiamo un estratto da quest’ultimo.

~

Avevi un tempo una ragazza a Brighton. Vi eravate conosciuti a una festa; a volte veniva a trovarti, altre andavi su da lei. Quando eri là, spesso andavate a ballare, occasioni in cui lei e la sua compagnia mandavano giù quantità sorprendenti di pasticche, ma ancora più frequenti erano le serate in casa a bere, nelle quali era popolare uno scherzo ai danni del primo che si addormentava ubriaco in poltrona o sul divano: per prima cosa se ne testava la reattività dandogli piccoli schiaffi o scrivendogli sulla fronte con un pennarello; appurata la non reversibilità del suo stato, gli si mettevano addosso un paio di coperte, lo si caricava su un furgone con poltrona e tutto, lo si portava in un campo fuori città e lo si mollava lì ad aspettare l’alba.
Quell’immagine, l’immagine di un tale Garry ronfante sulla poltrona che avevate lasciato in mezzo a un campo arato dell’East Sussex in piena notte, e con essa l’idea di essere vittima di uno scherzo simile ma più vasto e grandioso, di cui la tua posizione era solo il punto apicale, ti sovveniva alla coscienza di concerto con la prima percezione sensoriale, quella del bracciolo scucito di un divano. Alla tua sinistra, invece, addormentato in modo orribilmente arruffato e contratto,UFOteknivalrect eppure bello nello stagliarsi dei confini del suo corpo e dei suoi abiti sulla fantasia del divano, stava Iacopo il Gori, assieme al quale diciotto ore prima avevate raggiunto quel campo dove ancora, come testimoniava il battito ininterrotto che arrivava dalla conca sotto di voi, andava svolgendosi la festa congiunta di tre tribe quasi storiche del panorama free tekno del centro Italia. Assieme a lui, e assieme alla sua ragazza Melusine, la cui voce giungeva da dietro al divano quasi chiamata dal tuo pensiero o attivata assieme al vostro contemporaneo risveglio da ineffabili telepatie psicotomimetiche, poiché intanto anche il Gori andava stirandosi e un sorriso gli si disegnava sulla faccia segnata.
Tutto ti sovviene con un dettaglio particolare, inusuale dato che il ricordo di mille feste forma nella memoria non un album di immagini, ma una sola ghirlanda di lampi, suoni, epifanie, perdite, agnizioni, tensioni, rilassamenti, balli, smostrate, esplosioni di gioia o di sorpresa; ricordi il modo in cui ti voltasti e sporgesti, e dietro al divano, steso a terra, c’era un telo a motivi geometrici con al centro la grossolana raffigurazione di un alieno coi chakra illuminati, e sul telo Toselli, il cane di Melusine, e accanto a Toselli Melusine a gambe incrociate, alle prese con due tessere e la custodia di un CD dove andava schiacciando e sbriciolando della polvere sassosa, e mentre lo faceva diceva:
Boia.
Panico eh, Melu’.
Via, fammi fare una raglia, disse Iacopo girandosi a sua volta, e sembravate persone affacciate a non si sa che disumano balcone, intente a scherzare con qualcuno giù sul marciapiede.
Io non so come fate a pippare la speed prima di prendere un caffè, non so, una pastina, dicesti.
Il caffè rende nervosi, fece Melusine, e scoppiaste a ridere mentre il sole spuntava per davvero e tutto si faceva giallo, un giallo che rispetto a quello di cinque, dieci, trenta minuti più tardi si sarebbe rivelato poco più di un chiarore clorotico, ma che paragonato al cielo prussia la cui luce relativa vi aveva svegliati poco prima, appariva come l’oro vomitato dalla più profonda e grassa terra, e intanto vi passava accanto un tipo con un rastino penzoloni dalla nuca, e alzava il lattone da mezzo litro come a brindare a voi, o meglio al vostro divano, o meglio al vostro essere su quel divano come figure teletrasportate lì da chissà che vortice, e Iacopo ricambiava il saluto e scendeva dal divano e andava accanto a Melusine e sniffava la riga più grossa tra quelle che lei gli metteva davanti, e si afferrava il setto per il bruciore e tu pensavi che forse un sorso da quel succo di pesca Santal a mezzo lì davanti – perché era vostro, quel succo, un avanzo della sera prima, risalito non si sa quando alla collinetta del divano, la quale doveva essere poi, visto il panorama piatto e antropizzato tutto intorno, la tumulazione di una piccola discarica di inerti – avrebbe potuto sostituire il caffè, la pastina, valere insomma come colazione, e da sotto giungeva adesso un passo più veloce, cassa dritta e basso in levare, centottanta o centonovanta battiti al minuto, frenchcore quasi, e Melusine si alzava in piedi e guardava verso il soundsystem più lontano, un muro di amplificatori uniforme e lievemente concavo, davanti alla cui nera lunghezza ristavano solo due persone: una ragazza, le gambe bianche che da una minigonna zebrata andavano a ficcarsi in due grosse scarpe da skate, che ondeggiava piano, facendo figure come di quadrati con le braccia e le mani, e, più vicino al muro, quasi a contatto con esso eppure immobile, un ragazzo, o ragazza, o donna, o uomo, tutto nero per la felpa col cappuccio tirato su e i pantaloni e lo zaino pure neri, piantato davanti al rimbombare violentissimo delle casse. Ore prima, quel sound aveva visto i suoi bei baccanali, ma adesso tutto, come seguendo un processo di transizione osmotica o secondo un programma dispiegatosi da solo secondo gli usi e la sensibilità della massa dei partecipanti e di ciascuno di loro, si era spostato al muro di casse principale, più grande e frontale rispetto al tumulo su cui stavate, una parete di una dozzina di metri decorata sulla sommità da televisori fermi sulla danza di puntini grigi dell’assenza di segnale, e lì davanti infatti si agitava una massa di tre o quattrocento persone, la quale appariva omogenea sotto cassa, una legione scura e organica, un’emanazione del muro stesso, i più dei suoi componenti che ballavano compatti con quel caratteristico movimento che assomiglia al remare, e più multiforme e agitata in mezzo, un ribollire di braccia e teste e volti, prima dello sfrangiamento, sgranato nei colori e negli occhi, di folle varianza nella babele di abiti e capelli e ninnoli e stati di coscienza dei gruppetti ridenti, urlanti, saltanti, abbraccianti, che costituiva il bordo di quella massa, la quale pure, presa tutta assieme, ondeggiava secondo un suo altro più uniforme e lento passo, simile a un telone o a un’ampissima bandiera agitata dal vento, fino poi ai singoli che ne punteggiavano l’intorno, le due ragazzine coi cappucci di peluche colorato che tenendosi per mano raggiungevano saltellando il banco delle birre, il tizio seduto a terra nella polvere come in meditazione e quello in sandali che ballava secondo un proprio ritmo scardinato, il bozzolo in fondo a sinistra attorno a cui si azzuffavano i cani, che era certamente una persona addormentata (si poteva mai dormire in quel casino? Forse sì, visto che vi eravate appena svegliati), la donna che poco più in là si fumava tranquilla una sigaretta guardando gli altri ballare, e ancora un vecchio con la zucca tatuata, che si abbassava fin quasi a terra a ogni calo di velocità della traccia per poi schizzare su, come rianimato, a ogni ripartenza, e ancora più a lato il ragazzino con la maglia da hockey troppo larga che armeggiava col marsupio tra banconote e buste mentre con le spalle seguiva il ritmo brutale della techno che ovunque rimbombava – e realizzavi che non era poi così lontano il vostro divano se potevi scorgere simili particolari, se potevi distinguere lo smascellare dell’una, il riso sguaiato dell’altro, la manica che asciugava della birra dal lato di una bocca, il volo di una cartina sfuggita di mano, e Melusine, che a sua volta era passata a rimirare quel deliquio festante di corpi tra il suolo battuto e l’orizzonte che si apriva al giorno, diceva
Storica.
Che?
No, dico, festa storica.
Ogni volta non voglio venire, penso che mi sono rotto il cazzo, disse Iacopo tirando su col naso, e ogni volta, cioè non proprio ogni volta, ma questa volta sì, sembra la più bella, o almeno una delle più belle.
E invece, dicesti tu, approcciando il CD.
Invece che?
Invece è tutto finito.
E su, rispose Melusine, la festa era bella, è bella, è uno scialo, guarda come stiamcover_MDC_smallo, il sole ci dà i baci, cazzo c’entra dire queste cose.
Dico solo che non è più come una volta.
Te lo spiego io, fece lei, ti sembrava meglio prima perché prima… quando sei stato la prima volta a una festa? Nel ’99? Faccio su altre tre raglie? Bene. Prima ti sembrava meglio prima perché, cos’era, il ’98, il ’97? A quei tempi avevi vent’anni.
Se ascolti ora un pezzo degli Spiral Tribe, biascicò Iacopo stropicciandosi la faccia, un pezzo di allora, sembra blues, boh, funk, tipo, da quanto è lento. Io mi sa che la prima volta che sono stato a una festa era il duemila, e mi sembrano meglio adesso. Cioè, non proprio ora magari, ma nel duemilaquattro, boh, duemilacinque…
Che non è adesso.
È più “adesso” del ’98.
L’età d’oro sarebbe quella?
L’età d’oro, se senti la gente, disse piano Melusine mentre faceva su tre righe ancora più grosse, è sempre prima.

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La sinistra non ha bisogno di un leader ma di un popolo https://minimaetmoralia.it/interventi/la-sinistra-non-ha-bisogno-di-un-leader-ma-di-un-popolo/ https://minimaetmoralia.it/interventi/la-sinistra-non-ha-bisogno-di-un-leader-ma-di-un-popolo/#comments Fri, 10 May 2013 20:22:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14319 di Christian Raimo E così si terranno a Roma, in pratica in contemporanea, due incontri annunciati come decisivi – almeno a breve termine – per la politica di sinistra in Italia. Da una parte l’assemblea nazionale del Pd che dovrebbe trovare un bandolo nella matassa di fili elettrici con quale ha rischiato di rimanere fulminata […]

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di Christian Raimo

E così si terranno a Roma, in pratica in contemporanea, due incontri annunciati come decisivi – almeno a breve termine – per la politica di sinistra in Italia. Da una parte l’assemblea nazionale del Pd che dovrebbe trovare un bandolo nella matassa di fili elettrici con quale ha rischiato di rimanere fulminata negli ultimi due mesi (un percorso di seppuku composto da elezioni nonvinte – débâcle Marini-Prodi – governo di larghe intese) e la prima uscita di quel cantiere di cui un Vendola, orfano dell’alleanza col Pd, ha invocato la necessità, battezzandolo “La cosa giusta”.

C’è per fortuna un certo strano fermento a sinistra, soprattutto tra quei milioni di persone che hanno pensato, come dire, di votare per un programma di cambiamento e si ritrovano con Capezzone e La Russa alleati di governo: c’era quasi da sperare in una sconfitta. È vero che questo fermento alle volte sembra un tremolio di un agonizzante tenuto in vita dai farmaci, ma per altri versi è vero che non si può non rendere merito a quel minimo ottimismo della volontà che porta persone quali Stefano Rodotà, per esempio, o Fabrizio Barca, o Pippo Civati o Walter Tocci o Laura Puppato o varie teste pensanti di Sel, in queste settimane, a tenere il punto sulla possibilità di uno schieramento alternativo a questo Pd diventato senza colpo ferire quell’idea di partito dove all’improvviso un Francesco Boccia è un portavoce rappresentativo.

Vari di questi ottimisti li ho incontrati qualche giorno fa alla sede della casa editrice Laterza, che aveva organizzato (come spesso e meritoriamente fa) un seminario a partire dal famoso documento di Barca, Un partito nuovo per il buon governo, e dal libro di Pietro Ignazi, Forza senza legittimità, ispiratore ideale a detta di Barca di quello stesso documento. È stata una discussione lunga (ore 17-20) articolata, interessante. Si sono di fatto condivise molte delle analisi di Barca che ha trovato in questa formula – “partito palestra” – la concezione di un partito non autoreferenziale (spaccato tra correnti etc…), non parassitario nei confronti della macchina statale (anzi addirittura “sfidante”) e capace di fare tesoro della vitalità della politica dal basso (dal terzo settore a gli amministratori locali…).

La formula sintetica per questa trasformazione Barca l’ha definita più volte nel corso del suo intervento “mobilitazione cognitiva”, termine che nel suo documento spiega così: «La mobilitazione cognitiva come superamento della tensione fra tecnocrazia e democrazia. La mobilitazione cognitiva, realizzata sulla base dei convincimenti generali che caratterizzano la “cultura” del partito, si articola in due fasi. Consiste prima di tutto nel raccogliere, confrontare, selezionare, aggregare e talora produrre conoscenza sul “che fare” dell’azione di governo attraverso un confronto pubblico, informato, acceso, aperto e ragionevole, nei luoghi del territorio, fra iscritti, simpatizzanti e “altri” singoli o membri di associazioni, genuinamente indipendenti».

L’idea di politica che si evidenzia dal documento di Barca, come dalla sua introduzione al seminario Laterza, è quella di trovare finalmente un metodo per poter rinnovare un processo democratico interrotto, per affrontare insomma insieme la questione della governance e quella del deficit di rappresentanza. E quest’ultima ben ce la abbiamo presente come piaga assoluta della vita politica italiana della Seconda Repubblica, dominata da partiti azienda, governi tecnici, leaderismi, leggi elettorali emetiche. In questo senso le parole di Barca sembrano convincenti. Lo sono, anzi. Ma – come lui stesso lamentava – lo sembrano e lo sono nel metodo, meno nel merito. E questo per due ragioni che provo a spiegare. La prima è che accanto alla gigantesca questione del deficit di rappresentanza, c’è un’altra ineludibile questione politica, che è quella del deficit di uguaglianza. O meglio della mancata percezione di questo deficit. In modo per me incredibile da anni chi fa politica a sinistra non coglie più l’uguaglianza come un valore prioritario, imprescindibile, e al tempo stesso non sa riconoscere le sperequazioni sociali.

Quella grande immagine evocata da Marx nel Manifesto del partito comunista di una storia dominata dalla polarità tra oppressori e oppressi, oggi sembra un mosaico antico da non spolverare se non in qualche occasione nostalgica, un testo storico da interpretare assolutamente inutilizzato come chiave del presente. La differenza tra classi, pare, non sia più un problema perché non viene percepita. E se non c’è coscienza di classe, figuriamoci come possiamo pensare che ci sia lotta, conflitto, in nome di un principio di uguaglianza.
Questa parola “uguaglianza” ricorre solo una volta e mezzo nel documento di Barca, alla fine – nelle chiose – come a chiarire in cauda che è vero sì tutta questa necessità di trasformazione della struttura del partito certo va urgentemente compiuta proprio perché la crisi ha accentuato le disuguaglianze, ma che questa constatazione non è vissuta con l’urgenza di chi sta dalla parte delle vittime, evidentemente.

La sensazione di una disuguaglianza di classe feroce invece è schiacciante per chiunque viva in Italia, mistificata nel frame di asimmetrie (la questione generazionale, casta contro cittadini, precari contro tutelati, centro contro periferia, Nord/Sud…) che nascondono (mimano al massimo) la questione di analisi di classe e la rendono in definitiva assente.
[Faccio un esempio magari demenziale, ma a me utile: quando voglio capire dov’è questa benedetta linea che separa una classe dall’altra, la penso così: c’è una parte di italiani che va dal dentista e una parte che non può permetterselo: guardo le persone che mi stanno intorno e capisco con chi ho a che fare].

E soprattutto questa opacizzazione, questa sparizione della rappresentazione della società come divisa in classi, se ci pensiamo, è il vero “discorso di destra”: tanto per il berlusconismo che pensa l’Italia fondamentalmente come una società che si regge sul collante dell’abusivismo, di un reaganismo in formato paesanissimo, tanto per il grillismo. Anche Grillo, notiamolo, non può fare a meno di riconoscere un mondo diviso davanti ai suoi occhi, ma avendo buttato a mare qualunque capacità di analisi marxista, evoca come soluzione un feticcio del valore dell’uguaglianza: quell’uno vale uno, che sembra uno slogan orwelliano uscito male. Eppure quanta cattiva efficacia.

Del resto che il Movimento Cinque Stelle abbia incarnato in questo passaggio, consapevolmente o meno, la sordina alla rivolta sociale, è un’idea che hanno espresso in maniera articolata e persuasiva i Wu Ming un paio di mesi orsono (leggi). A rileggerlo alla luce della situazione non immediatamente post-elettorale, quel post sembra una profezia avveratasi troppo in fretta e troppo bene. (Debitore dell’analisi di Wu Ming l’altra sera alla Laterza era anche il senatore della sinistra Pd Tocci, che malinconicamente alzava le braccia, come avvinto malgré soi dal pessimismo della ragione). È così insomma per raggranellare il consenso di un quarto del Paese, il Movimento Cinque Stelle si è inventato questi due feticci: quell’uno-vale-uno come feticcio che evoca l’uguaglianza, e la Rete (con le sue parlamentarie e le sue quirinarie) come feticcio che evoca la rappresentanza. Il risultato è che oggi di queste due questioni politiche urgentissime ne abbiamo delle versioni parodiche.

In più in Italia è avvenuto un altro processo, innavertito e singolare. Ci pensavo qualche giorno fa leggendo un anomalissimo articolo di Žižek (uscito in inglese sul New Statesman, tradotto in italiano da Internazionale, consultabile qui: http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2013/4/18/32814-il-semplice-coraggio-della-scelta-un-tributo-da-sinistra/). Il filosofo sloveno faceva un paradossale peana alla Thatcher perché aveva saputo incarnare le doti di un Comandante: «Dopo che gli specialisti (economisti ed esperti militari, psicologi, meteorologi) propongono le loro analisi, qualcuno deve assumersi la responsabilità più semplice e proprio per questa ragione più difficile, quella di convertire questa complessa moltitudine in un semplice sì o no». Abbozzando un bilancio della stagioni di movimenti del 2011-12 (dalle primavere arabe a Occupy), Žižek finiva con l’invocare – dopo questi mesi di rivoluzioni, partecipazione dal basso, democrazia diretta – «l’avvento di una Thatcher della sinistra: un leader che ripeta i comportamenti della Thatcher nella direzione opposta, trasformando l’intero campo di presupposti condivisi dall’elite politica odierna di tutti i principali orientamenti». Non capisco se è un mito che ho poco adorato, ma sotto mentite spoglie ecco riemergere l’ennesima versione di un partito leninista ancora più ristretto. Perché, mi chiedevo, Žižek dopo essere stato uno dei teorici di riferimento di questi anni di rivoluzioni e mobilitazioni adesso chiede questo redde rationem? Cosa solo spinge a quest’accelerazione autoritaria?

Una domanda simile me la facevo l’altro giorno leggendo del dibattito interno al Pd, perché un simile anelito mi sembrava sia oggi espresso da molti: la mania che si trovi il prima possibile una leadership convincente. Qualunque, pure Letta e il suo governo acchiappachiunque, pure Renzi con le sue comparsate da Maria De Filippi, pure Renzi più giovani turchi, pure Barca in connessione chimerica con Renzi, o Barca da solo… Santo cielo, è un desiderio rispettabile certo, verrebbe da dire se si fosse d’accordo con Žižek, ma se almeno in Italia ci fosse stata una rivoluzione. Però: se persino i referendum sull’acqua e il nucleare pare abbiano avuto la gloria effimera di una hit dell’estate per una parte consistente (tutta? quasi tutta?) della sinistra parlamentare, se le persino quel pallido tentativo di partecipazione democratica delle primarie ha rappresentato un rito del tutto sterile, perché oggi dobbiamo evocare una leadership? Che cosa dovrebbe canalizzare questa leadership? Il vuoto?

Questo che chiamerei “leninismo senza rivoluzione” oscura a sua volta due dei problemi decisivi che rimangono irrisolti per un partito di sinistra che voglia avere un futuro…

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[L’immagine d’apertura è di Gabriele Frongia, che ringraziamo per la disponibilità]

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Incubo manoscritti https://minimaetmoralia.it/editoria/incubo-manoscritti/ https://minimaetmoralia.it/editoria/incubo-manoscritti/#comments Mon, 18 Feb 2013 16:36:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13136 Questo pezzo è uscito su IL. (Immagine: Giant Wall Book di Anouk Kruithof.)

di Andrea Gentile

Uno propone il suo romanzo fantasy alla Laterza. Un altro propone il suo saggio sulla neuroscienza alla Piemme. È mitologica, temuta dagli editor, fonte di incubi ma anche di effetti esilaranti: è la figura del «manoscrittaro».

È la solita storia: per sentirsi scrittori basta guardare la luna. Guardi la luna; dunque sei profondo; dunque sei uno scrittore.

Poi però, dopo il duro lavoro, bisogna trovare un editore. E qui nasce la nota e irredimibile figura del «manoscrittaro».

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Questo pezzo è uscito su IL. (Immagine: Giant Wall Book di Anouk Kruithof.)

di Andrea Gentile

Uno propone il suo romanzo fantasy alla Laterza. Un altro propone il suo saggio sulla neuroscienza alla Piemme. È mitologica, temuta dagli editor, fonte di incubi ma anche di effetti esilaranti: è la figura del «manoscrittaro».

È la solita storia: per sentirsi scrittori basta guardare la luna. Guardi la luna; dunque sei profondo; dunque sei uno scrittore.

Poi però, dopo il duro lavoro, bisogna trovare un editore. E qui nasce la nota e irredimibile figura del «manoscrittaro».

Innumerevoli sono le armi che costui utilizza per convincere gli editor a pubblicare il suo libro. Tra le tante, l’originalità. Il suo stile è differente dagli altri manoscrittari; è importante distinguersi.

Fenomenologicamente, c’è il «manoscrittaro Nobel»: è quello che è arrivato terzo al premio Cazzabubbola di Sant’Agapito, motivo per cui la sua strada letteraria è irrefutabilmente in discesa. C’è il «manoscrittaro visionario»: «Ciao, sono il tuo amico Carlo, ci siamo conosciuti ieri sera alla presentazione di un libro della tua casa editrice. A essere sincero – gli scrittori come me sono sinceri non solo sulla carta, anche nella vita! – non ci siamo conosciuti, ma io ti ho guardato intensamente, e mi sembra di conoscerti benissimo; per questo sono convinto che apprezzerai il mio romanzo postmoderno Le onde degli angeli verdi!». Immancabile il «manoscrittaro analfabeta». Egli propone sinossi di questo tipo: «Racchiusa in una cornice strabiliante dove la morte e romanzo, si coniugano per spiegare una vita percorsa da note romantiche». Non manca, naturalmente, il «manoscrittaro stalker», figura che può comunque confluire nelle precedenti: è colui che assedia l’editor su tutti i social network e poi persino sotto casa. Citofona alle due del mattino e dice all’editor: «Sono Tonino, leggimi ora!».

Ma siamo in epoca di self-publishing. La pratica è comoda, rapida, soddisfacente. E salvifica: si elude, con una piroetta impacciata, il giudizio drastico dell’editore.

Lulu e il Miolibro.it hanno segnato la strada. E ora anche i grandi gruppi editoriali si tuffano nel mondo dell’autopubblicazione (per esempio la Mondadori, con un progetto affidato all’editor Edoardo Brugnatelli). Nasce dunque il «manoscrittaro selfpublishing».  Figura contraddittoria; la sua essenza – essere appunto un manoscrittaro – si dissolve in un lampo. Il tempo di pagare, e dunque tramutare il suo manoscritto in libro o ebook. Il suo ego crescerà fino ad annientare tutti i precedenti manoscrittari? O resisteranno comunque i manoscrittari Nobel, i visionari, gli analfabeti, gli stalker? Noi speriamo di sì. D’altronde, sono quelli più sani: in fondo, sono solo alla ricerca di un sano «NO».

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L’alternativa dei “nove su dieci” https://minimaetmoralia.it/libri/lalternativa-dei-nove-su-dieci/ https://minimaetmoralia.it/libri/lalternativa-dei-nove-su-dieci/#comments Wed, 30 May 2012 13:00:56 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7926 Pubblichiamo una recensione di Claudio Gnesutta sul libro di Mario Pianta «Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa» (Laterza).

di Claudio Gnesutta

Crisi finanziaria, crisi del debito pubblico, austerità. Sembra che non ci sia alternativa per un paese in difficoltà come il nostro. Ma chi ha pagato, effettivamente, il conto della crisi? La risposta la dà il titolo del libro di Mario Pianta Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa (Laterza, 2012, 12€). È sui “nove su dieci” più poveri che ha gravato il peso del declino e del riaggiustamento economico, mentre i più ricchi – “uno su dieci” degli italiani - hanno beneficiato del lungo processo che ha portato a quest’esito disastroso, e si sono ora posti al riparo dai costi della crisi. Le soluzioni, proposte ed attuate, per superare la crisi hanno l’effetto di approfondire le disuguaglianze esistenti, deprimendo le forme di partecipazione politica e indebolendo la democrazia.

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Pubblichiamo una recensione di Claudio Gnesutta sul libro di Mario Pianta «Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa» (Laterza).

di Claudio Gnesutta

Crisi finanziaria, crisi del debito pubblico, austerità. Sembra che non ci sia alternativa per un paese in difficoltà come il nostro. Ma chi ha pagato, effettivamente, il conto della crisi? La risposta la dà il titolo del libro di Mario Pianta Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa (Laterza, 2012, 12€). È sui “nove su dieci” più poveri che ha gravato il peso del declino e del riaggiustamento economico, mentre i più ricchi – “uno su dieci” degli italiani – hanno beneficiato del lungo processo che ha portato a quest’esito disastroso, e si sono ora posti al riparo dai costi della crisi. Le soluzioni, proposte ed attuate, per superare la crisi hanno l’effetto di approfondire le disuguaglianze esistenti, deprimendo le forme di partecipazione politica e indebolendo la democrazia.

Le radici della debolezza strutturale dell’Italia, che l’ha resa così vulnerabile di fronte al crollo della finanza del 2008, sono molte e complesse. L’incompiutezza dell’Europa, l’inadeguatezza della politica a fronteggiare l’evidente declino del nostro apparato produttivo, l’indifferenza nei confronti della deriva dei conti pubblici, il disinteresse, se non peggio, per l’estendersi delle disuguaglianze sociali, tutto questo è ricostruito nei primi tre capitoli del volume; il capitolo conclusivo presenta una “via di uscita”, con le alternative possibili a “questa” austerità.

Vediamo le linee portanti della sua argomentazione, che sono di grande interesse. Punto fermo è la valutazione che il liberismo “va messo in soffitta” in quanto l’esperimento che “il mercato – lasciato a se stesso – sia capace di far crescere l’economia, trovare le produzioni giuste e creare occupazione” è risultato fallimentare come dimostra la lunga recessione che ci coinvolge e di cui non si intravede la conclusione. L’intervento pubblico deve impegnarsi a “indirizzare la produzione delle imprese private, regolare e organizzare i mercati, creare lavoro e redistribuire in modo egualitario i redditi.” Per quanto possa sembrare ovvia e ampiamente condivisa, una tale ridefinizione della politica economica delinea una “visione” radicalmente contrapposta a quella che da lungo tempo la vulgata mediatica, anche nella forma aulica dai “professori”, propaganda come l’unica ammissibile. Essa comporta un rovesciamento egli obiettivi da perseguire e degli strumenti da adottare, nonché una ridefinizione dei vincoli che l’azione pubblica deve affrontare per ottenere i fini perseguiti: l’obiettivo è la stabilità sociale più che l’efficienza economica; lo strumento è la politica industriale piuttosto che quella finanziaria; i vincoli da allentare sono i condizionamenti della finanza più che le relazioni di lavoro.

L’obiettivo di “rimettere le persone al centro” significa considerare come preminente la qualità della loro vita riconoscendo che esse non sono la causa della crisi, ma l’oggetto: “Dopo decenni di politiche che hanno creato disoccupazione, precarietà e impoverimento, serve mettere al primo posto la creazione di un’occupazione stabile, di qualità, con salari più alti e la tutela dei redditi più bassi”. L’attenzione dell’azione politica va spostata sulle condizioni di vita dei lavoratori, non solo di chi un lavoro ce l’ha (e lo vuole mantenere), ma anche di chi questo lavoro non ce l’ha, non lo può avere, lo ha perso senza ritrovarlo o senza poterlo ritrovare. Di fronte a questa priorità, l’economia è un vincolo con cui fare i conti, ma non l’obiettivo al quale subordinare la vita sociale: la contrapposizione con la visione della politica economica corrente non potrebbe essere più drastica.

La ridefinizione dell’obiettivo spiega l’importanza che assume nella proposta di Pianta la politica industriale – di una politica del lavoro e per il lavoro – in quanto strumento per riformare la struttura produttiva e di favorire contemporaneamente il riequilibrio sociale. Si tratta di spostare l’asse dell’intervento riformatore dall’offerta dei lavoratori a prestare la loro opera (centrale invece nella visione della cosiddetta “riforma del mercato del lavoro”), al rilancio di una domanda di lavoro delle imprese attuando politiche che non siano di crescita senza qualità. La questione è cosa e come produrre, e la risposta risiede nell’individuare come aree da privilegiare la “crescita delle conoscenze, delle tecnologie, degli investimenti e delle attività economiche in direzioni che migliorino le prestazioni economiche, le condizioni sociali e la sostenibilità ambientale”.

Nell’attuale situazione recessiva, non è però possibile puntare solo sulla politica industriale; occorre accompagnarla con interventi di sostegno e di stabilizzazione della domanda, declinati in funzione dell’espansione dello stato sociale (rafforzamento degli ammortizzatori sociali, reddito di cittadinanza ecc.). Politica industriale per rilanciare il lavoro e politiche di welfare per contenere gli effetti negativi dovuti ai riaggiustamenti dei mercati sono due aspetti inevitabilmente connessi nell’obiettivo di favorire un assetto sociale più equilibrato. Naturalmente sono ben presenti le difficoltà di trovare, nella presente situazione, i fondi necessari a per il rilancio dell’economia e la ricostruzione sociale. Oltre che dall’Europa, le risorse dovrebbero venire da “una grande redistribuzione” che determini uno spostamento strutturale del carico fiscale dal lavoro alla ricchezza: “va colpito in primo luogo lo stock di ricchezza accumulata negli ultimi vent’anni, che non ha sostenuto gli investimenti e lo sviluppo del paese.”

Proposte come queste per la crescita dell’occupazione, la ristrutturazione industriale, il consolidamento del welfare incontrano numerosi vincoli, sia in campo economico che in quello politico. Un primo vincolo da affrontare è quello europeo che tuttavia – all’indomani della vittoria del socialista François Hollande in Francia – potrebbe essere rovesciato in una risorsa, se le politiche dell’Unione abbandonassero i “dogmi della finanza e del liberismo” per consentire ai paesi in difficoltà (e l’Italia tra essi) un aggiustamento meno gravoso. Le politiche di austerità imposte dall’Europa accentuano la crisi fiscale e prolungano la recessione. Sono invece necessarie politiche che utilizzino le risorse dell’Unione per sostenere la domanda europea, riequilibrare gli assetti produttivi, difendere le economie reali dall’aggressività della finanza globale. La mancata consapevolezza dell’urgenza di un tale intervento rischia di far implodere il progetto europeo; i singoli paesi, lasciati soli, non essendo in grado di contrastare la pressione dei mercati finanziari cui nulla interessa dei bisogni sociali, si espongono allo smantellamento dell’intervento pubblico e a una grave lacerazione della società che, se “generalizzata a tutta l’Europa, provocherebbe una depressione più grave di quella degli anni Trenta.” Appare ampiamente fondata la critica di ampi settori europei sulla governance economica europea che chiedono che la questione del debito pubblico venga affrontata “in modo che sia sostenibile per i paesi in crisi, accettabile per i paesi forti e attento a non distruggere l’Unione monetaria e l’euro.” L’obiettivo di “ridimensionare la finanza, controllare l’economia, praticare la democrazia” è una ridefinizione radicale della politica economica europea, ma la sola che le può garantire un futuro di civiltà.

L’altro vincolo che viene sottolineato nel volume è quello politico: “La crisi economica è vista anche come fallimento dei processi politici della democrazia rappresentativa nel proteggere le condizioni di vita dei cittadini.” Negli ultimi vent’anni in Europa i governi, anche di centro-sinistra, hanno sposato acriticamente le politiche liberiste confidando nei benefici attesi della globalizzazione. Nell’affrontare la crisi che ne è conseguita, non riescono a intravedere alternative alle politiche di austerità che continuano a colpire la parte più debole della società; la scelta di delegare alle forze economiche le decisioni su come riformare la società priva le forze politiche di una effettiva incidenza sul mondo reale. La politica rischia di essere considerata irrilevante da parte di un corpo sociale che avverte di essere lasciato in balia di un futuro di grande incertezza.

Una capacità progettuale alternativa si può rintracciare nei movimenti sociali e nelle pratiche di democrazia partecipativa e deliberativa espresse dalla società civile negli ultimi decenni, in un quadro di alleanze sociali con tutti i soggetti aperti al cambiamento. È una condizione per una “nuova” politica, capace “di dare voce al protagonismo di quel 99% dei senza-potere”, con il riconoscimento della “pari dignità tra le diverse forme dell’azione politica – nei movimenti, nel sociale, nel sindacato, oltre che nei partiti.” Il richiamo è per una politica “buona, forte e partecipata”, fondata su valori condivisi  – i principi della Costituzione, il benessere, l’uguaglianza, la sostenibilità ambientale –, capace di governare in modo efficace e di guardare al futuro.

Serve un ritorno alla politica: “per far funzionare l’azione pubblica in questa direzione, è necessario che molti, tra quei nove su dieci degli italiani, decidano di ‘riprendersi’ la politica” in modo da poter “costruire una nuova egemonia sulla politica e sull’economia”, con un “blocco sociale post-liberista” a sostegno del progetto alternativo di una società di democrazia allargata ed economicamente sostenibile. È questo il nodo cruciale per superare l’esistente blocco sociale che con un “consenso passivo al potere della finanza e del privilegio” ha sostenuto finora il progetto liberista, dimostratosi illusorio ma che ancora ripropone le sue ricette recessive, prospettando un sicuro e drammatico aggravarsi della crisi e un impoverimento diffuso.

Il quadro dell’analisi di Pianta rende evidente la complessità di un’alternativa consapevole rispetto alla semplicità della richiesta di austerità. La via d’uscita prospettata – che riprende molte delle proposte avanzate dalla Campagna Sbilanciamoci sulla politica italiana ed europea – richiede un approfondimento della fattibilità delle singole iniziative e delle possibili ricadute economiche e sociali, ma pone l’esigenza di affrontare le attuali difficoltà – declino economico, ampliamento del divario tra ricchi e poveri, emergenza del debito pubblico – con un’ottica profondamente diversa dalla visione neoliberista dimostratasi socialmente fallimentare.

Un cambiamento di questo tipo richiede tempi lunghi e un profondo scontro sociale poiché contesta posizioni di rendita che si sono rafforzate negli ultimi decenni; contraddice convinzioni sedimentate e mediaticamente diffuse da un più che decennale pensiero unico neoliberista; richiede di affrancarsi da una finanza che funziona come strumento disciplinatore dell’esistente. Per quanto complesso sia, questo è il terreno sul quale si gioca oggi la forma futura della nostra società. E qui “Nove su dieci” offre un utile contributo, una chiave di lettura di quanto è successo e una prospettiva di cambiamento: “i contenuti di questa politica sono chiari, le proposte sono molte, concrete, realizzabili. Sicuramente controverse, ma largamente condivise. Capaci di dare benefici economici concreti a nove italiani su dieci, e di far vivere proprio tutti in una società meno degradata, insicura e ingiusta.” Pagine da leggere e proposte da praticare, per chi è alla ricerca di un’alternativa.

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A Firenze si sbuffa https://minimaetmoralia.it/libri/a-firenze-si-sbuffa/ https://minimaetmoralia.it/libri/a-firenze-si-sbuffa/#comments Tue, 27 Mar 2012 08:59:38 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7187 La recensione di Giorgio Vasta al libro di Vanni Santoni, «Se fossi fuoco, arderei Firenze» (Laterza, Contromano), apparsa in forma ridotta su «Repubblica». 

A Firenze si sbuffa. Di fatica, salendo verso piazzale Michelangelo per osservare la città dall’alto, oppure di impazienza mentre in macchina si manovra per venire fuori dai viali esterni che ti tengono saldamente in ostaggio circolando infiniti intorno alla città. Per una o per l’altra ragione – e per tante altre ancora, non ultima la percezione traumatica di come Firenze sembri ormai perduta a se stessa, cinicamente concentrata sul suo destino autotrofo – a Firenze si sbuffa.

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La recensione di Giorgio Vasta al libro di Vanni Santoni, «Se fossi fuoco, arderei Firenze» (Laterza, Contromano), apparsa in forma ridotta su «Repubblica». 

A Firenze si sbuffa. Di fatica, salendo verso piazzale Michelangelo per osservare la città dall’alto, oppure di impazienza mentre in macchina si manovra per venire fuori dai viali esterni che ti tengono saldamente in ostaggio circolando infiniti intorno alla città. Per una o per l’altra ragione – e per tante altre ancora, non ultima la percezione traumatica di come Firenze sembri ormai perduta a se stessa, cinicamente concentrata sul suo destino autotrofo – a Firenze si sbuffa.
In Se fossi fuoco, arderei Firenze (Laterza 2011) Vanni Santoni – di Montevarchi ma residente nel capoluogo toscano – raccoglie in centocinquanta ardentissime pagine il senso di insofferenza e di tenerezza che deriva dall’ingaggiare un corpo a corpo con la propria origine. Il dispositivo al quale la narrazione si affida è quello della ronde: un primo personaggio arriva in città, passa il testimone a un secondo personaggio che compie un altro pezzetto di percorso cittadino per lasciare voce e spazio a un terzo personaggio ancora e così via, vagando e divagando e intersecando percorsi e figure e situazioni e luoghi, in un girotondo errante che si fa sempre più strategico e necessario, misura non solo della sostanza più intima della Firenze contemporanea ma probabilmente, tramite sineddoche, dell’Italia nel suo complesso.
Perché se Firenze è oggi la città della giovinezza come autocombustione e come eterna procrastinazione dell’età adulta, allora il legame con il Paese si fa ineludibile. A Firenze si cammina, si corre, ci si affanna (si sbuffa) in un giostra giocosa e accidiosa, tutti inseguendo quell’esse est percipi al quale si domanda la prova della propria esistenza reale (“sono come un bambino che quando si fa male vuole essere visto altrimenti non piange, cos’è questo bisogno di farmi vedere?”).
A piazza Santo Spirito e in generale nei locali d’Oltrarno si affollano personaggi sempre più disperatamente provvisori e rarefatti (e Personaggi precari, quasi a segnare continuità e coerenza di sguardo, è il titolo del primo libro di Santoni),wannabe da bancone che immaginando progetti artistici danno vita a quella “scena minuscola” – di volta in volta letteraria teatrale musicale cinematografica – tramite cui si prova a inventarsi un frammento di direzione e di senso.
Ma per questo grumo di ipotesi e aspettative Firenze si rivela matrigna, un cannibale capriccioso, una specie di Cronos affamato che si prende gioco dei corpi un po’ divorandoli e un po’ lasciandoli vagare nel proprio ventre, ognuno persuaso che lì dentro – in Borgo Pinti o in via Ghibellina, in via dei Serragli, a Porta Romana o da qualche parte nei pressi del Cimitero degli Inglesi – ci sia qualcosa, qualcuno, da trovare.
Nel libro di Santoni, dunque, Firenze genera allucinazioni. Spaziali, temporali, sociali, semantiche. Allude, promette un futuro anche microscopico, lascia supporre ma poi nei fatti scarta di lato, si sottrae e scompare. A tenerla in piedi sembra non ci sia altro che l’idealizzazione ostinata di ciò che fu, il divoramento senza fine del tempo trascorso: “Chissà, forse Firenze è ormai inadatta a produrre arte, la sua aura è ormai lisa, spanata, sputtanata. Condannata a volgersi sempre al passato.” Il Rinascimento smette di essere una risorsa e si trasforma in alibi. Per quanto – e per Santoni è una consapevolezza che innerva di sé l’intera narrazione – “sotto la guaina orribile dell’oleografia c’è una vertigine di significato”.
In Se fossi fuoco c’è un’ulteriore consapevolezza di ordine specificamente letterario: Santoni sa che se si trasforma una città in libro – e in questo libro Firenze esiste fittamente, di continuo rivelata dalle decine di voci in cui si frantuma lo sguardo del narratore – allora si dovrà andare in giro per i viali e per i vicoli della lingua, di quell’italiano al quale l’autore dà serenamente del tu, generando una sintassi che mima la convulsa topografia fiorentina per trascorrere dalle “scintille” alle “fiamme” alle “braci” (le tre forme del fuoco che nominano le parti in cui il libro è scandito).
A Firenze si sbuffa. Di fatica e di impazienza, di tensione e frustrazione, di insofferenza e tenerezza. Correndo a casaccio nel nostro tempo incendiato.

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Apocalypse town https://minimaetmoralia.it/interventi/apocalypse-town/ https://minimaetmoralia.it/interventi/apocalypse-town/#comments Fri, 09 Mar 2012 13:51:21 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6930 Nicola Villa ci presenta un saggio uscito qualche settimana fa per l'editore Laterza, di Alessandro Coppola, «Apocalyplse town. Cronache dalla fine della civiltà urbana». Partendo dalle "città fantasma" della regione americana del Rustbelt, da tempo avvilite da un massiccio spopolamento e ormai abbandonate all'autodistruzione dalla stessa amministrazione comunale, passando per la moderna Bufalo e per i deserti alimentari delle periferie di Detroit e Philadelphia, fino agli esperimenti di agricoltura urbana sostenuti a New York, Coppola ci racconta di territori e popolazioni in cui, per necessità, ci si inventano nuovi modelli di vita comunitaria e molto diversi dalla società contemporanea a cui siamo abituati.

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Nicola Villa ci presenta un saggio uscito qualche settimana fa per l’editore Laterza, di Alessandro Coppola, «Apocalyplse town. Cronache dalla fine della civiltà urbana». Partendo dalle “città fantasma” della regione americana del Rustbelt, da tempo avvilite da un massiccio spopolamento e ormai abbandonate all’autodistruzione dalla stessa amministrazione comunale, passando per la moderna Bufalo e per i deserti alimentari delle periferie di Detroit e Philadelphia, fino agli esperimenti di agricoltura urbana sostenuti a New York, Coppola ci racconta di territori e popolazioni in cui, per necessità, ci si inventano nuovi modelli di vita comunitaria e molto diversi dalla società contemporanea a cui siamo abituati.

Case abbandonate, infestate da erba alta e piante rampicanti che ne soffocano i resti. Strade deserte e silenziose, attraversate soltanto da qualche coniglio o cervo. Grattacieli vuoti che si stagliano in lontananza e sembrano sorgere da boschi cittadini. No, non è uno scenario da fantascienza, un paesaggio post-atomico dove aleggia il ricordo dell’uomo e delle sue costruzioni, né si avverte il passaggio di un cataclisma ambientale, un terremoto o un uragano che sia. Le rovine descritte sono quelle di Youngstown – una città dell’Ohio dal nome piuttosto ironico – uno dei poli industriali ed economici della cosiddetta Rust Belt, la cintura della ruggine (un tempo Steel, dell’acciaio), insieme a città come Detroit, Cleveland e Flint che stanno vivendo da decenni una crisi progressiva, non traumatica né violenta, uno spopolamento abitativo e una fuga di capitali.

È questo il punto di partenza di un libro curioso e sorprendente, perché non si tratta né di un saggio di urbanistica né di sociologia: a voler dare un’etichetta si potrebbe parlare di “etologia urbana”. Si tratta di Apocalypse town. Cronache dalla fine della civiltà urbana di Alessandro Coppola (Laterza 2012), un vero e proprio viaggio nella crisi di molte delle città americane che rappresentavano, neanche vent’anni fa, il core del motore economico statunitense. Un cuore della produzione che si è progressivamente indebolito a favore del fringe, dei margini occidentali, la cosiddetta Sun Belt californiana e texana che ha nella Silicon Valley la sua punta di diamante, emblema dell’esplosione dell’industria dell’elettronica a sfavore di quella tradizionale pesante.  
Ma questa è solo una macro-spiegazione della deurbanizzazione che sta toccando molte città come Youngstown, la prototipica città industriale equidistante da Chicago e New York che ha visto la sua popolazione dimezzarsi in poco più di sessant’anni: tra le cause vi è infatti il fenomeno del suburbio, il progressivo insediamento di decine di milioni di statunitensi, per lo più rappresentanti Wasp (anglosassoni bianchi e protestanti), che dal dopoguerra hanno rinunciato alle città per le villette con giardino di una sterminata periferia, raggiungibile solo con la macchina, unico mezzo anche per i giganteschi supercenters, divenuti i centri economici e di consumo. Così è fallita l’utopia americana del melting pot: i bianchi ricchi nei sobborghi periferici e i poveri neri (ma anche ispanici e orientali) nei quartieri ghetto della città abbandonata. A questo movimento naturale anti-urbano – un mito fondativo della nazione a ben vedere se si pensa alla città come “origine di tutti i mali per la democrazia americana” come diceva Thomas Jefferson o all’elogio della wilderness nel Walden di Henry David Thoreau – si è aggiunta la goccia che ha fatto traboccare il vaso, la più recente crisi dei mutui subprime del 2008 che ha colpito, in misura massiccia, i beni immobiliari vanificando ogni possibile recupero economico degli stessi.

Allora nella cronaca di Coppola si insinua un dubbio, prevalentemente politico, sulla messa in discussione del culto incondizionato della crescita: e se dalle macerie non dovesse mai rinascere nulla? Se queste archeologie urbane, invece che un problema, rappresentassero un’occasione per inventare nuovi modelli di sviluppo? È questo dubbio che innesca quella che potrebbe essere definita la shrinkage culture, l’insieme delle ipotesi per una decrescita virtuosa e intelligente delle città, il restringersi dei servizi e il risparmio delle risorse. Ma non è tutto, perché di questa logica della decrescita fa parte il riciclo sistematico di case ed edifici, grazie prima a una serie di associazioni di volontari e poi all’interesse delle istituzioni che si sono accorte dei vantaggi del recupero. La decostruzione urbana è oggi un business milionario che ha fatto, per esempio, di Buffalo, il santuario della vecchia America industriale in crisi, la capitale della decostruzione. Oppure il caso di Baltimore, divenuta in pochi anni la città dei festival che attrae milioni di turisti nell’Inner Harbour, il porto industriale riconvertito a parco divertimento di consumatori di ogni tipo (dai libri alle canne da pesca passando per le ciambelle): un esempio problematico perché mentre un’area piuttosto ristretta della città viene recuperata, creando ricchezza e nuovi posti di lavoro, i ghetti a pochi chilometri di distanza restano in mano alle bande criminali e vedono solo i soldi dello spaccio di droga.

A partire dalla decostruzione urbana, Coppola analizza i ghetti affrontando quello che è il tema centrale del libro: la fame. Infatti tra i capitoli più interessanti di Apocalypse town vi sono proprio quelli che riguardano il cibo, il fatto che nel ghetto, con il crescente dato della food insecurity, si è verificato il fallimento del mito americano dell’abbondanza e del cibo anche per i più abbienti. I ghetti urbani sono dei deserti alimentari, mal serviti dalla catena distributiva (i supermercati sono fuggiti fino agli svincoli dei sobborghi), invasi dalle catene di cibo spazzatura come McDonald e Kentucky Fried Chicken. Dei veri e proprio food desert dove le classi inferiori mangiano male (si pensi ai numeri sull’obesità concentrata in provincia) e spendono persino di più di quelle superiori, perché la fuga delle banche ha causato il proliferare dei check-casher, più pratici nell’immediato ma che producono col tempo uno strozzinaggio legale. Anche in questo caso esiste una reazione sociale, una prospettiva al disastro alimentare, rappresentata dalla rinascita dell’agricoltura urbana, dal moltiplicarsi degli orti urbani, dalla crescita del “buy local” e dal mito di città, in futuro, autosufficienti e sostenibili. Nonostante l’agricoltura urbana abbia una lunga storia negli Usa, e anche in Europa, quello degli orti in città è un tema molto di moda, trattato superficialmente dalle riviste e nei paginoni interni dei giornali, ma al di là delle chiacchiere è un tema serio che riguarda l’economia, la bonifica dei terreni e soprattutto l’educazione alimentare in alcune comunità locali che avevano rinunciato da tempo a queste prospettive. Inoltre, ancora una volta, il fenomeno è nato dal basso, grazie ai desideri e alle visioni di gruppi, spesso volontari, che hanno influenzato le politiche di sindaci e governatori e che sono ora inseguiti dalle istituzioni alla ricerca di soluzioni alla crisi.

Nei crateri lasciati dallo sviluppo sembra fiorire l’utopia, ci racconta Coppola: “visioni del futuro spesso ingenue e irrealistiche, ma che in territori espulsi dalla corrente principale della storia vengono a rappresentare forze potenti di trasformazione delle società locali”. Le prospettive di reinvenzione economica e sociale determinate dalla crisi, il praticare l’obbiettivo dopo decenni di stallo e autoinganni sistemici, sono alcuni degli aspetti più entusiasmanti dell’analisi contenuta in Apocalypse town. Un libro uscito, per coincidenza, qualche settimana dopo la morte di Pino Ferraris, uno storico sui generis di cui Coppola è stato anche un interlocutore, il cui pensiero e le cui riflessioni sono tornate, oggi più che mai, attualissime.

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Diario di un’insegnante https://minimaetmoralia.it/scuola/diario-di-un-insegnante/ https://minimaetmoralia.it/scuola/diario-di-un-insegnante/#respond Tue, 13 Sep 2011 07:30:06 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5165 Questo intervento dedicato al libro di Silvia Dai Pra’, Quelli che però è lo stesso (Contromano-Laterza) è uscito sul numero di luglio della rivista Gli Asini. Ringraziamo l’autrice e la rivista per averci permesso di riproporlo anche a voi lettori di minima.

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Questo intervento dedicato al libro di Silvia Dai Pra’, Quelli che però è lo stesso (Contromano-Laterza) è uscito sul numero di luglio della rivista Gli Asini. Ringraziamo l’autrice e la rivista per averci permesso di riproporlo anche a voi lettori di minima.

di Federica Lucchesini

Il “diario di un/una insegnante” (DDI) è in fondo un genere letterario: ha le sue marche di stile e di contenuto, una tradizione fatta di pochi classici e una moltitudine di epigoni di varia qualità. Tra i primi si pensi al Diario di una maestrina di Maria Giacobbe e a Un anno a Pietralata di Albino Bernardini, per i secondi ai libri di prof blogger, umoristi, arrabbiati, strappacuore, acide, disperati, snob ecc. recensiti ogni tre mesi sulle pagine dei settimanali o ai reperti degli anni passati che si scovano regolarmente sulle bancarelle dell’usato. Ogni stagione uno o due DDI escono dal circuito dei lettori fidelizzati, gente del mestiere solitamente, perché identificati come adatti ad alimentare il sempreverde dibattito sulla scuola ma raramente sono davvero i più adatti allo scopo e mai hanno un loro intrinseco valore letterario.

Lo schema narrativo tipico del DDI prevede che l’insegnante sia al suo primo incarico, in assoluto o in una scuola nuova, e che l’ambiente socio culturale in cui finisce a lavorare le sia estraneo. La narrazione è, ovviamente, scandita sui tempi scolastici: tri o quadrimestri, dall’autunno all’inizio dell’estate, in un crescendo di conoscenza e di confidenza con l’ambiente e il mestiere. La situazione iniziale è di timore, estraneità, inesperienza e grande fatica; l’istituzione è sempre dipinta come di nessun aiuto e respingente. Ben presto tra colleghi e alunni emergono i caratteri chiave: nomi e/o cognomi, reiterati come in un appello quotidiano, si legano a personaggi, destinati alcuni ad acquisire spessore e significato, altri a rimanere solo macchiette o tipi. Si arriva alla primavera: la maestra o il prof hanno lavorato duro e giungono le meritate soddisfazioni. La sintonia col mondo delle alunne e degli alunni è trovata; lo scontro con l’istituzione registra uno o due episodi salienti. La primavera segna insomma l’acme della vicenda narrata mentre la fine dell’anno, al sopraggiungere dell’estate, è il tempo del raccolto: il rito conclusivo degli scrutini adombra nella sorte di promossi e bocciati il confronto incerto e spesso ingiusto che fuori le mura della scuola attende alunni e alunne, mentre la prof o il maestro ripartiranno per chissà dove.

Chiaramente questa traccia è dettata dalla natura di resoconto più che da convenzioni letterarie: chi sta nella scuola sa che così funziona l’anno scolastico e così lo registra la coscienza. Quanto poi a ricavarne un bel libro è un’altra faccenda e dipende dalla qualità letteraria della scrittura e dalla capacità dell’autore di trascendere la cronaca per un apporto di verità e conoscenza.
Quelli che però è lo stesso di Silvia Dai Pra’, edito da Laterza nella collana Contromano, appartiene indubitabilmente al genere DDI e altrettanto indubitabilmente ne travalica i confini: non solamente è il ritratto originale del funzionamento di un istituto della periferia romana e di un individuo vivo che piomba come impiegato nel meccanismo dell’istituzione ma è anche un intelligente e prezioso reportage sul “mondo popolare” della periferia metropolitana, che escluso Walter Siti, con la sua forte prospettiva, non si trova narrato né compreso nella letteratura d’arte o di ricerca italiane. Non è insomma il libro di una sola stagione e ha molto da dire. La narrazione in prima persona è la cifra dei testi editi nella collana laterziana nonché una moda recente della letteratura italiana che non osa costruire grandi narrazioni o spietate autoanalisi: qui però è finalmente necessaria, e non banalmente soltanto perché l’io narrante è la forma del diario. La voce che racconta è veramente viva, si interroga sulla sua situazione, da dove guarda da dove parla, cercando di comprendersi senza sconti né compiacimenti, sia all’interno di una generazione che nel ruolo di una lavoratrice della scuola.
Silvia ha trent’anni, una vivace vita culturale e sociale a Roma, è piena di interessi, vuole scrivere e ha appena concluso brillantemente un dottorato come ultima tappa di una brillantissima carriera di studi che la porta, per circa mille euro al mese, ad accettare un incarico annuale in un istituto professionale di Ostia, corso serale compreso. Come spiega bene nelle prime pagine non si tratta di Trento Padova o Firenze: al serale di Ostia non ci sono stranieri o adulti super motivati. Roma è metropoli e guarda a sud, sui banchi trova «loro: i ragazzi espulsi da tutte le scuole del regno». E ci trova anche gli adulti della mutazione culturale italiana, incalzati dalle difficoltà, dalla meschinità e dalla grettezza di chi è mal cresciuto con brutto lavoro e brutta televisione. Dei non adulti insomma, indistinguibili nell’irresponsabilità e nei consumi dai giovanissimi: «sulla pelle hanno gli stessi tatuaggi dei ragazzi, sulle unghie gli stessi adesivi zebrati, ai piedi le stesse zeppe in odor di tendinite, sui banchi appoggiano le stesse tette, gonfie, esposte, solo più esauste». Potrebbe parere questo un luogo comune eppure Dai Pra’, nel correre felice della sua prosa, è sempre guardinga contro i falsi pensieri e gli stereotipi, pronta a verificarli al fuoco dell’autoironia. Sorveglia se stessa, i propri pensieri, ignoranze e certezze, si rispecchia per smascherarsi e per vedersi trasformata dall’esperienza che sta vivendo: «storie che ancora aleggiano dentro di me e che io, stasera, mi porterò appresso, nonostante all’inizio dell’anno mi fossi promessa di non diventare lei, la professoressa crocerossina che si affanna dietro i problemi degli studenti» e difatti non ci diventa ma in compenso racconta una salute possibile nelle relazioni anche a scuola, nonostante la scuola.
Nelle cornici ben tratteggiate (lo scempio architettonico del quartiere; i corridoi, le aule, le formalità del tempo scolastico) Silvia Dai Pra’ avvicina progressivamente l’universo delle ragazze e dei ragazzi, lo racconta attraverso i dialoghi, i piccoli episodi, la descrizione attenta di vestiti e acconciature, di modi di dire, di riferimenti e ritornelli “sub-culturali”, della maniera di stare assieme, leggere il mondo e diventare grandi. Le riesce meglio di tanti libri di sociologia, psicologia o narrativa che pure ci provano, come ad esempio il francese Bégaudeau ne La classe, di cui pure si parlò abbastanza qualche anno fa e che dimostrava un’attenzione simile nel registrare le dinamiche di relazione dentro le aule. Il fatto è che in Quelli che però è lo stesso la voglia di conoscere è di altra qualità, la neo prof Silvia mette realmente in gioco se stessa nelle relazioni e nel modo di insegnare e non perché abbia una vocazione pedagogica o un ruolo intellettuale da impersonare ma semplicemente perché si riconosce come una persona impegnata a diventare se stessa, come i ragazzi dall’altra parte della cattedra, nella loro stessa città e tempo. Le interessa vivere e comprendere, perciò verifica le vicinanze e le distanze da quelli incontra, che siano alunne colleghi o bidelle, misura le differenze in termini di reazioni, di libertà e possibilità, scrivendone.

Purtroppo, per quanto metta continuamente alla prova le sue percezioni, ciò che l’io narrante al fondo registra è l’incomprensione della spietata assenza di senso in cui debbono vivere la loro giovinezza i suo fratelli e sorelle minori. La città metropolitana si rivela in periferia come cattività del vacuo, un grado zero delle passioni (crescere, amare, avere amici, passioni, lavori e rapporti) rimaste nude e lasciate in balia della ciancia commerciale, tra rottami di discorsi feroci, rifiuti della complessità. La bruttezza materiale e culturale dell’ambiente circostante, la povertà linguistica ed estetica, l’inedia culturale sembrano azzerare il tempo individuale e collettivo,
bloccando tutti i destini sotto una dominazione che non si sa se più o meno feroce di quella di un tempo ma sicuramente profondissima e cattiva. Questo è ciò che decifra il lettore mentre segue la cronaca dell’anno scolastico e delle scoperte della giovane intellettuale sul lavoro nella scuola. Con ironia e leggerezza sono toccati anche i piccoli, claustrofobici drammi del giovane impiegato scolastico: il valore dei gesti e delle riflessioni annullato nella ripetizione inesorabile di formule e rituali stantii; la pretesa di fare bene un lavoro serio e l’idea che le regole abbiano un loro fondato valore svelati come fantasmi dell’adolescenza. E poi ancora: la sensazione di essere una contro tutti; sentirsi completamente diversa dalle altre colleghe e sospettare che non sia più vero; il domandarsi se la propria sia connivenza oppure solo una resa senza importanza perché tanto il luogo della lotta non può essere lì dove si viene inevitabilmente trascesi dalla macchina istituzionale, falsificati nella minuscola parte assegnata nell’apparato teatrale del carrozzone.

Si ride leggendo della preside Concetta Rossi Esposito, sintesi dell’arroganza settentrio-meridionale concessa in questo paese a un funzionario ignorante e trafficone elevato al grado di manager di millequattrocento alunni; si ride delle solite macchiette: la prof anti berlusconiana ma iper-giustizialista, la borghese del quartiere bene che insegna per sfizio ed è paternalista in maniera cinica e nauseante, il collega col doppio lavoro sempre assente e il belloccio inconcludente che a quarant’anni è precario e già divorziato. Tutte e tutti pronti a scrivere e dire il falso, ad autogiustificarsi con foga, disposti a cercare di capire solo fino al punto in cui non gli costa nulla. È divertente ma fa male, perché non deve andare così ed è dei ragazzi e delle ragazze che si fa spreco. Non accade solo a scuola, certo, eppure è il posto dove gli si dice di andare e di restare, dove loro stessi confusamente si aspettano di fare esperienza di vita e di comunità, di dover e poter credere alla retorica buona. Nel libro la Dai Pra’ lo dimostra esemplarmente con l’episodio della visita a Montecitorio, che potrebbe essere banalmente didascalico e invece è intenso: loro, «i barbari», non fanno chiasso ma guardano tutto attentissimi e restano delusi dall’assenza di decoro e impegno dell’aula. Nonostante sappiano (e lo dicano e pensino male con le parole del qualunquista sotto proletario-sub culturale) che la politica è tutta corrotta, pur tuttavia si aspettano qualcosa. La sintonia e il patto di lealtà con queste aspettative profonde e inespresse fa la differenza tra un’insegnante inutile e una come la Silvia di Quelli che però è lo stesso. La quale non si sa se continuerà a farlo, non ha il pallino della didattica o della pedagogia, non la prende come una missione e non trae bilanci o verità però permette di intuire una possibilità. Si può stare nella scuola come persona viva e vera, non dormiente e non quieta. Senza andare di petto contro la stolidità della forma morta dell’istituzione e del potere (almeno fin quando non si saranno trovate abbastanza compagne e compagni) ma portando nella scuola se stessi, i propri studi, portandoci il mondo, fertilizzando con le proprie inquietudini e passioni l’insegnamento, pensando davvero e non solo a parole che «insegnare è un bel mestiere», aprendo la porta dell’aula alla crisi economica, a quella dei modelli familiari e sentimentali, alla catastrofi politiche e culturali apparecchiate per le ultime generazioni, senza infingimenti. Alla fine dell’anno scolastico l’io narrante sembra trasformato e in meglio, perché comunque la giovane donna è andata e ha visto e ha vissuto, cercando di mistificare il meno possibile. Con umiltà, con poche illusioni e senza megalomania, ridistribuendo quello che può e impegnandosi a capire il prossimo. Sono soprattutto loro, i ragazzi e le ragazze, che a fine lettura rimangono impressi. I coatti, i burini, le strappone, il gruppo HelloKitty e i fascistelli, dannati forse e pure ancora innocenti e incompiuti, finalmente raccontati con rispetto e sensibilità. Alcuni personaggi spiccano più di altri, ovviamente, ma le corde più profonde (insegnare è un mestiere così umano e delicato) le tocca la relazione con Nadjette. L’alunna di origine marocchina che pare e forse è diversa da tutte le altre, che con la sua femminilità divergente rispetto a qualsiasi modello e con il suo ragionare unico diventa un magnete per le riflessioni e l’ispirazione della prof, donando momenti di poesia e verità. Chi è stata a scuola sa che accade così e lo sa anche l’arte che ci ha dato recentemente film come Stella, Precious, Fish tanke, Corpo celeste, tutti intensi ritratti di ragazza.

Forse verrà dall’ultra disillusione una nuova forma di desideri e speranze, dalla crisi del femminismo un altro modo di immaginare la libertà per qualsiasi individuo oltre le tradizionali divisioni di genere. Insegnare non è un mestiere da donna, che lo facciano sempre più uomini e più donne in un modo nuovo.

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TQETC https://minimaetmoralia.it/interventi/tqetc/ https://minimaetmoralia.it/interventi/tqetc/#comments Mon, 09 May 2011 12:50:28 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4322 Il 29 aprile, nella sede romana della casa editrice Laterza, ha avuto luogo un affollato seminario in cui oltre cento tra scrittori, critici, editori trenta-quarantenni si sono confrontati intorno al tema: “Generazione TQ. Andare oltre la linea d'ombra”. TQ sta appunto per trenta-quaranta. Non è un caso che l'incontro si sia tenuto nella storica sala riunioni della Laterza, una delle case editrici più attente alla generazione in questione. Vi ho partecipato anch'io, e queste sono le mie impressioni.

Nel documento preparatorio del seminario (firmato da Giuseppe Antonelli, Mario Desiati, Alessandro Grazioli, Nicola Lagioia e Giorgio Vasta) si poteva leggere: “Manchiamo di un'identità collettiva che ci contrapponga alle generazioni precedenti. Quasi tra noi e loro ci fosse una fluida continuità: quali i padri, tali i figli. Ma – appunto – quali sono i nostri padri? Alle nostre spalle, in fondo, non c'è nulla di così solido e monumentale; semmai un tempo poroso, permeabile e proteiforme: e forse questo non è un male. Ma di qui nasce l'assenza di contrapposizione; di qui la difficoltà di (auto)definizione. Può esserci un impegno senza conflitto? E soprattutto: ha ancora un senso parlare di impegno?”

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Il 29 aprile, nella sede romana della casa editrice Laterza, ha avuto luogo un affollato seminario in cui oltre cento tra scrittori, critici, editori trenta-quarantenni si sono confrontati intorno al tema: “Generazione TQ. Andare oltre la linea d’ombra”. TQ sta appunto per trenta-quaranta. Non è un caso che l’incontro si sia tenuto nella storica sala riunioni della Laterza, una delle case editrici più attente alla generazione in questione. Vi ho partecipato anch’io, e queste sono le mie impressioni.

Nel documento preparatorio del seminario (firmato da Giuseppe Antonelli, Mario Desiati, Alessandro Grazioli, Nicola Lagioia e Giorgio Vasta) si poteva leggere: “Manchiamo di un’identità collettiva che ci contrapponga alle generazioni precedenti. Quasi tra noi e loro ci fosse una fluida continuità: quali i padri, tali i figli. Ma – appunto – quali sono i nostri padri? Alle nostre spalle, in fondo, non c’è nulla di così solido e monumentale; semmai un tempo poroso, permeabile e proteiforme: e forse questo non è un male. Ma di qui nasce l’assenza di contrapposizione; di qui la difficoltà di (auto)definizione. Può esserci un impegno senza conflitto? E soprattutto: ha ancora un senso parlare di impegno?”

Ecco, credo che l’incontro alla Laterza più che un orizzonte comune, abbia fatto emergere delle differenze. Differenze di approccio alla realtà e al suo racconto, e al ruolo di chi scrive in relazione a essa.Due mi sembrano le principali. La prima: i TQ, gli scrittori italiani tra i trenta e i quarantacinque anni, costituiscono in realtà due generazioni differenti. I quarantenni sono diventati maggiorenni negli anni ottanta, negli anni del riflusso verso il privato, del trionfo della tv commerciale e della desertificazione della categoria dell’impegno. Per Antonio Scurati, la sua è una generazione che ha assunto la posizione dello spettatore davanti alla realtà; e il punto di non ritorno di tale “postura”, sostiene, è costituito dalla percezione televisiva, e irreale, dei bombardamenti della prima Guerra del Golfo. È un’analisi intelligente, ma credo che non sia estendibile tout court ai trentenni, a chi è cresciuto nel corso degli anni novanta, dopo gli anni ottanta e dopo quei bombardamenti del ’91.

Perché a me pare che una parte di questa generazione (e quindi anche una parte degli scrittori di questa generazione) abbia esperito nuove forme di impegno post-ideologico, un nuovo sentiero di mezzo tra il disimpegno e la militanza classica che non può essere oscurato o minimizzato, e che non ha la sua punta visibile unicamente nelle contestazioni al G8 di Genova.

La seconda differenza è nel rapporto con il Novecento, e soprattutto con le analisi dei legami tra cultura e società elaborati nel Novecento. Siamo tutti d’accordo che il nuovo secolo richiede uno salto in avanti, e impone di abbandonare concetti che oggi non servono più. Ma da qui a dire che la soluzione è fare tabula rasa di tutto quello che c’è stato, ce ne corre. In realtà, quello che i teorici ultra-ideologici del nuovo a tutti i costi fanno finta di non sapere è che ogni scontro intorno alle parole da utilizzare o da accantonare rimanda a un conflitto ben più ampio. Mi pare che rispetto a questo punto, nell’incontro della Laterza, ci fossero grosso modo due gruppi, questa volta non distinguibili anagraficamente ma in base ad altro. I primi (tra cui mi ci metto anch’io) provano ad avere un rapporto critico con la tradizione del Novecento e, tra le altre cose, anche con alcune categorie (diciamo  socio-politiche) ricavabili dalla tradizione marxiana o post-marxiana. Attenzione, sto dicendo rapporto critico e non adesione indiscriminata. Sto dicendo tradizione “marxiana” e soprattutto “post-marxiana”, non “marxista”, e ci metto dentro cose molto diverse tra loro: da Fortini al Gruppo 63, dalla Scuola di Francoforte alla nuova sinistra, ma anche Foucault e Bourdieu, alcuni eretici anti-dogmatici e perfino alcuni dissenzienti dell’Est. Soprattutto, gli eterogenei appartenenti a questo primo gruppo, cercano di mantenere uno sguardo politico sulle cose, un’attenzione costante alle fratture sociali, e agli “altri”, non percepiti unicamente come lettori. I secondi, probabilmente la maggioranza, di queste categorie, e delle questioni sociali a cui rimandano, non sanno che farsene: o sono piuttosto impolitici, o sono decisamente inseriti nelle logiche più “liberiste” dell’industria culturale, o sono attenti unicamente alle questioni linguistiche e simboliche, o – piccola minoranza stizzosamente conservatrice – ne prova addirittura un fastidio fisico, così viscerale da non riuscire a celarlo neanche in pubblico.

Forse si tratta di un dissidio insanabile, ma è anche un bene che sia emerso. Se c’è una cosa che mi convinceva poco della chiamata alle armi proposta, e della lettura che i giornali ne avevano dato nei giorni precedenti, era proprio il carattere unicamente generazionale. Tanto generazionale da apparire un po’ troppo generico. Come se tutti ci si potesse riconoscere in unico documento, e in un’unica prospettiva. C’è da dire, per chiarezza, che almeno Lagioia e Desiati (gli unici tra gli organizzatori con cui avevo discusso a lungo prima dell’incontro) non pensavano e non pensano questo, a differenza – forse –  di altri tra gli estensori del testo. Il documento, per loro, era solo un ordine del giorno sgangherato da cui partire. E così in fondo è stato.

Bene allora che siano emerse le differenze, anche sotto forma di dissidio. Il passo successivo, come suggerito da Roberto Ciccarelli, mi sembra quello di abbandonare l’aura  dell’intellettuale-letterato-centro-del-mondo, che ha fatto capolino in alcuni degli interventi, benché tale figura sia definitivamente scomparsa a partire dagli anni settanta del secolo scorso, e interpretarsi – al di là dei propri libri e dei propri articoli – come parte dei “lavoratori della conoscenza”. Il più delle volte free lance e inclassificabili (come scrive Sergio Bologna nel suo ultimo libro), ma al centro di una trasformazione della cultura, della comunicazione e della società di proporzioni epocali.

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