Laurie Anderson Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/laurie-anderson/ un blog di approfondimento culturale Tue, 02 Mar 2021 10:01:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Laurie Anderson Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/laurie-anderson/ 32 32 Lou Reed, poeta maledetto o alchimista interiore https://minimaetmoralia.it/musica/lou-reed-poeta-maledetto-o-alchimista-interiore/ https://minimaetmoralia.it/musica/lou-reed-poeta-maledetto-o-alchimista-interiore/#comments Tue, 02 Mar 2021 13:00:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47981 Pubblichiamo un pezzo uscito su Linus, che ringraziamo. (fonte immagine) Quando si parla di Lou Reed, non solo uno dei cantautori più importanti ma una delle figure artistiche americane più influenti sulla cultura popolare del Novecento, il primo esercizio obbligatorio per dire qualcosa di sensato è quello di sgombrare il campo da luoghi comuni, formule […]

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Linus, che ringraziamo. (fonte immagine)

Quando si parla di Lou Reed, non solo uno dei cantautori più importanti ma una delle figure artistiche americane più influenti sulla cultura popolare del Novecento, il primo esercizio obbligatorio per dire qualcosa di sensato è quello di sgombrare il campo da luoghi comuni, formule critiche stantìe, etichette comode quanto fuorvianti. Come per molte divinità del pantheon rock, il fascino superficiale del suo mito ha spesso posto in secondo piano la complessità, non di rado spiazzante, della sua opera.

Basterebbe sottolineare come il cantore del “wild side”, vate dei transessuali e degli eroinomani, l’icona della trasgressione venerata dai punk come un padre spirituale, il divo androgino celebrato da David Bowie nell’inno queer Queen Bitch, la rockstar nota per la dose sparatasi in vena sul palco e per aver scritto gli inni più estremi all’autodistruzione, ebbene, proprio lui sognava di essere ricordato come “il Kurt Weill del Rock”. Come Dylan prima, ma senza la leggerezza della sua mercurialità gemellina, come Bowie dopo, ma senza il controllo programmatico delle sue dramatis personae, Lou Reed passerà buona parte della sua carriera a decostruire e parodiare, al fine di liberarsene, il suo stesso ingombrante mito. E, proprio come i succitati geni (l’uno maestro, l’altro allievo), attraverso quest’opera di demolizione non farà altro che fortificarlo.

Alla menzione del cantautore newyorchese, immediatamente sovvengono le tappe memorabili della sua carriera, ritmata da frequenti e talvolta drammatiche svolte: il miracoloso esordio con i Velvet Undeground & Nico, alla corte di Andy Warhol; la prima rinascita, dovuta alla grata devozione e al fiuto commerciale di Bowie, nell’iconico Transformers; Metal Machine Music, uno degli atti artistici più dirompenti della storia della musica popolare, concettualmente molto più vicino alla portata rivoluzionaria dell’orinatoio di Duchamp che a una mera provocazione…

Ma questo, appunto, è il Lou Reed che, bene o male, conoscono tutti: il rocker maledetto, brutalmente scontroso con i giornalisti (memorabile la sua intervista a colpi di insulti reciproci con l’amico Lester Bangs), freddo con i fan (anche se poi, in privato, si commuoveva del loro affetto) e polemico con i colleghi (di cui poi onorava la memoria, come con Frank Zappa, rivale odiato dai tempi dei Velvet ma che introdusse post-mortem, con grande rispetto, nella Rock ‘n’ Roll Hall of Fame).Oltre al velo del mito maudit, va scoperto un aspetto poco noto della sua personalità, eppure profondamente rivelatore, dove le sue irriducibili contraddizioni si conciliavano in una visione superiore: la sua incessante ricerca spirituale.

Avendo come parametro di coerenza nient’altro che il suo spirito di contraddizione, il grande cantore del vizio, noto per gli eccessi leggendari delle sue perversioni, dedicherà gli ultimi anni dell’esistenza, accanto alla compagna d’arte Laurie Anderson, al perseguire l’equilibrio interiore tramite la meditazione orientale e la pratica quotidiana del Tai Chi.

Arriverà a pubblicare nel 2007 un disco di musica meditativa, Hudson River Wind Meditation.

Tre anni prima si era esibito al Dave Letterman Showin una versione particolarmente dolce e rasserenante di Sunday Morning, accanto al suo maestro, e quasi omonimo, Ren Reed che danzava nelle forme armoniose dell’arte marziale taoista.

Vogliamo ridurre il tutto alla solita parabola del “si nasce incendiari, si muore pompieri”?

Macché, si tratta di un percorso perfettamente consapevole.

Un percorso artistico tormentato e inafferrabile, costantemente sulle montagne russe di un’ispirazione in bilico tra incubi e illuminazioni, capolavori e fallimenti, ricadute nell’eroina e resurrezioni interiori.

Esattamente, quello indicato dal sommo sapiente William Blake in uno dei suoi più celebri (e fraintesi) Proverbi Infernali: “La via dell’eccesso conduce al Palazzo della Saggezza”.

E Blake non è l’unico precedente letterario, e spirituale, della ricerca di Reed.

Come gli amati poeti maledetti francesi a cui lo aveva iniziato il geniale professore Delmore Schwartz (colui che sancì una delle più grandi verità connesse al concetto di vocazione, ovvero “nei sogni iniziano le responsabilità”), Lou Reed ha vissuto l’arte come una suprema alchimia interiore.

Se Charles Baudelaire ha dichiarato fieramente, nell’epilogo de I Fiori del Male, “Parigi, tu mi hai dato il tuo fango e io ne ho fatto oro”, Lou Reed si sarebbe potuto tranquillamente rivolgere allo stesso modo a New York. Se ne accorse Bono Vox che, con la sua usale furbizia retorica, presentò nel 2007 la cerimonia in cui Reed veniva onorato nella metropoli come eccellenza letteraria dalla Syracuse University, con le parole: “Stasera fra di noi c’è un alchimista… Lou ha trasformato l’immondizia cosmica di questa città in oro”. E come l’altro grande poeta maledetto, Arthur Rimbaud, Reed è stato un “alchimista del verbo”, giunto alle proprie “illuminazioni” dopo una lunghissima “stagione all’inferno”.

Da grande amante di Edgar Allan Poe (a cui dedicò l’ambizioso omaggio The Raven), Reed sapeva che, come la lettera rubata nel celebre racconto, il modo migliore per nascondere qualcosa è metterlo sotto gli occhi di tutti. Si tratta, non a caso, proprio di un principio esoterico: Verità segrete, esposte in evidenza recita il titolo del libro di uno studioso “conoscitore di segreti” quale Elémire Zolla. Sulla copertina del disco Magic and Loss, del 1990, infatti, compaiono espliciti simboli alchemici.

Ma, attenzione, non si tratta di un’infatuazione superficiale per l’occulto, come di moda negli ambienti dell’intellighenzia newyorchese: Reed era un intellettuale consapevole e intendeva il riferimento all’alchimia propriamente nell’accezione junghiana, come simbolo di trasformazione interiore. Il disco, infatti, è dolorosamente dedicato alla scomparsa di due amici, la drag queen Rotten Rita, protagonista della Factory, e Doc Pomus, cantautore a cui Reed si è molto ispirato.

Proprio pensando alla forza stoica con cui l’amico ha affrontato le conseguenze letali di un cancro, nella canzone Power and the Glory (densa di echi religiosi fin dal titolo), Reed scopre le carte: “Sono stato rapito da un istante più vasto/ afferrato dal caldo respiro divino (…) Ho visto un grande uomo trasformarsi in bimbo/ ridotto in polvere da un cancro/ la sua voce flebile in lotta per la vita/ con un coraggio che ben pochi hanno/ (…) e mi ha fatto pensare a “Leda e il Cigno”/ e al piombo che si trasforma in oro”. Pur consapevole che Doc Pomus non sopportava la “mystic shit”, Reed trova nel suo esemplare coraggio di fronte a una malattia devastante un profondo insegnamento spirituale.

Probabilmente non è casuale la scelta di David Lynch (altro autore esperto di meditazione e visioni mistiche, nonché esploratore del “lato oscuro” della spiritualità) di utilizzare alcuni anni dopoil classico di Doc Pomus This Magic Moment, proprio nella interpretazione di Reed, come colonna sonora della scena forse più toccante di Strade perdute.

Un film che esplora, con la potenza pittorica di una quadro di Francis Bacon, il tema del disfacimento della propria identità, in un inquietante incrocio di piani narrativi paralleli.

La canzone accompagna quasi nella sua interezza il “momento magico” in cui il protagonista del film, nella sua “seconda vita” alternativa, riconosce la donna che è sua moglie nell’altra dimensione, stavolta in una nuova, infelice incarnazione come donna oggetto di uno spietato boss mafioso. La canzone, che in un film “normale” avrebbe svolto impeccabilmente la funzione di commento romantico a un classico colpo di fulmine, nella potente immaginazione lynchiana assume un significato complesso e straziante, l’agnizione di un’epifania tra anime condannate alla sofferenza ontologica nel perpetuo ciclo di nascita e morte.

Esattamente quella da cui Doc Pomus con il suo esempio ha mostrato, a un Reed già nutrito di filosofia orientale, come emanciparsi.

Magic and Loss è incastonato, non certo fortuitamente, in una fase di morte e resurrezione nella carriera del cantautore: il progetto precedente era Songs for Drella, omaggio all’appena scomparso Warhol, composto a quattro mani con l’altra grande mente musicale dei Velvet Underground, John Cale; quello successivo sarà la reunion, emozionante quanto problematica, del gruppo. In mezzo, Reed medita sulla possibilità di una trasformazione in vita, attraverso la sublimazione del dolore, trovando una risposta da saggio orientale al male di vivere: “c’è un po’ di magia in ogni cosa/ e un po’ di perdita, per pareggiare i conti”.

Una saggezza spirituale che lo accompagnerà fino alla fine.

Non possiamo non pensare alla commovente testimonianza di Laurie Anderson all’indomani della sua scomparsa il 27 ottobre 2013: “Non ho mai visto un’espressione così piena di stupore come quella di Lou quando è morto. Con le mani stava facendo la ventunesima forma di Tai Chi, che rappresenta lo scorrere dell’acqua. Aveva gli occhi spalancati. Stavo tenendo tra le mie braccia la persona che amavo di più al mondo, e gli parlavo mentre stava morendo. Il suo cuore si è fermato. Non aveva paura. Ero riuscita ad accompagnarlo fino alla fine del mondo. La vita – così splendida, dolorosa e abbagliante – non può andare meglio di così. E la morte? Io credo che lo scopo della morte sia la liberazione dell’amore”. Ma Lou Reed in Set the Twilight Reeling,brano che celebrava il loro amore, aveva già spiegato il segreto di quel momento fatidico: “un nuovo io è nato e l’altro è morto / io accetto l’uomo nuovo/ e faccio vorticare il tramonto”.

 

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Ballando nudi nel campo tra le discipline – alcune riflessioni su “100 Global Minds” di Gianluigi Ricuperati https://minimaetmoralia.it/arte/100-global-minds-di-gianluigi-ricuperati/ https://minimaetmoralia.it/arte/100-global-minds-di-gianluigi-ricuperati/#comments Mon, 28 Dec 2015 06:00:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29465 – La transdisciplinarità è complementare all’approccio disciplinare; fa emergere nuovi dati dall’incontro tra discipline, che fanno da snodo fra di esse; ci offre una nuova visione della realtà. La transdisciplinarità non punta al dominio su più discipline, ma alla loro apertura a ciò che le accomuna e a ciò che sta oltre di esse. – […]

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– La transdisciplinarità è complementare all’approccio disciplinare; fa emergere nuovi dati dall’incontro tra discipline, che fanno da snodo fra di esse; ci offre una nuova visione della realtà. La transdisciplinarità non punta al dominio su più discipline, ma alla loro apertura a ciò che le accomuna e a ciò che sta oltre di esse.

– La chiave di volta della transdisciplinarità risiede nell’unificazione semantica e fattuale dei significati che attraversano le discipline e stanno oltre di esse. Essa presuppone il riesame delle nozioni di “definizione” e “oggettività”. Un eccesso di formalismo e la pretesa di un’oggettività assoluta che comporti l’esclusione del soggetto possono solo avere effetti inaridenti.

– La visione transdisciplinare supera il campo delle scienze esatte e chiede loro dialogo e riconciliazione con discipline umanistiche e scienze sociali, così come con l’arte, la letteratura, la poesia e l’esperienza spirituale.

Articoli 3, 4 e 5 del Manifesto della Transdisciplinarità 
(L. de Freitas, E. Morin, B. Nicolescu)

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Una delle prime volte in cui mi è capitato di parlare di libri con Gianluigi Ricuperati siamo finiti ben presto, ed entrambi, su un nome, quello dell’inglese Tom McCarthy. Entrambi avevamo una considerevole ammirazione per l’autore di Remainder, C., Tin tin e il segreto della letteratura e il recente Satin island. Di lui ci piaceva la freschezza strutturale, il rapporto spigliato ma coinvolto con la metafisica e la sua abilità nel muoversi tra letteratura e arte contemporanea (caso o sincronicità vogliono, del resto, che i suoi due omonimi più celebri siano lo scrittore Cormac e l’artista visuale Paul), anzi una vocazione alla transdisciplinarità* che andava oltre il suo impegno su tale doppio fronte: nei suoi libri vengono sempre, e programmaticamente, lanciati raggi conoscitivi attraverso le discipline – in Satin island, ad esempio, l’intera suggestione prende le mosse dall’antropologia e dalla figura di Claude Lévy-Strauss. ecc5f-beckbooks003Ma c’è di più: per un puro caso, dovuto alla sordità che a volte l’editoria mostra rispetto a ciò che è troppo nuovo, il suo Remainder – in Italia uscito come Déjà-vu per ISBN – inizialmente rifiutato da tutti gli editori e rimasto nel limbo per quattro anni, è uscito per Metronome, un editore no-profit di libri d’artista, in una tiratura di 750 copie distribuite nei bookshop dei musei di arte contemporanea. Da lì è emerso lentamente, costruendosi un piccolo seguito di qualità, fino a diventare un classico contemporaneo (addirittura la BBC lo ha messo al 35° posto tra i romanzi inglesi di tutti i tempi, sopra a Swift, Carroll e Sterne – hype, certo, se non proprio deliberata volontà di sparigliare, ma comunque ennesimo segno del fatto che si tratta di un libro destinato a rimanere).

Incrociare le discipline, ci insegna la vicenda McCarthy, non è solo questione tematica, ma a volte diventa anche strutturale. Fare un libro non significa solo scriverlo, ma anche inserirlo in determinati percorsi produttivi, distributivi e di lettura, e praticare qualunque disciplina significa anche collocarsi in un determinato punto della storia della medesima e del suo dialogo con le altre.

Proprio parlando con Tom McCarthy, nel corso di un incontro svoltosi nell’ambito del festival Von Rezzori, emerse la questione del rapporto tra produzione artistica e valore economico, molto diverso nell’arte contemporanea e nella letteratura. Se in quest’ultima, governata oggi dal sistema editoriale, il venduto è l’unico fattore a definire le entrate dell’autore, e quindi per certi versi il ‘valore’ grezzo della sua produzione almeno sul breve e medio periodo, il sistema dell’arte contemporanea ha saputo creare, sia pure con sue proprie storture, dispositivi di attribuzione di valore indipendenti dalla risposta del pubblico di massa. Di fronte a un campo editoriale in cui l’aggettivo ‘letterario’ è divenuto quasi indicatore di un problema, e quindi al rischio di trovarsi in futuro in cui la fiction con qualche ambizione sarà relegata, nei cataloghi e nelle librerie, allo spazio che ha oggi la poesia, non suonerà strano chiedersi se il mondo letterario non debba provare a guardare a quello dell’arte per creare dispositivi di emersione della qualità assoluta, e di sostentamento di chi ne produce, svincolati dal mercato di massa. calasso

È solo una delle tante suggestioni che emergono sfogliando 100 Global Minds, il singolare volume curato da Ricuperati per l’irlandese Roads Publishing (con i disegni di David Johnson), sorta di repertorio di pensatori globali, selezionati in quanto cross-disciplinari nell’approccio o nell’influenza del loro lavoro. Il fatto che si tratti di un coffee-table book, ovvero di un librone grosso, quasi quadrato, rilegato fuori e patinato dentro, oltre che interamente illustrato, può sembrare una scelta vezzosa ma visto il tema è, viceversa, completamente aderente all’obiettivo. Invece di guardare dipinti lowbrow o mappe d’epoca o fotografie di oggetti di design (se non proprio di tavolini da caffè, come nel Coffee table coffee table book di Payne e Zemaitis), qui si guardano ritratti di pensatori (realizzati a pennino, come in trasparenza, con macchie acquarellate di vari colori ampiamente fuoriuscenti dal contorno di ogni volto, a rimandare all’ibridazione, ma anche alle macchie di Rorschach, come a suggerire il tracciamento di un subconscio rizomatico del mondo attuale), affiancati da una frase del personaggio a cui è dedicata la pagina e dalla sua biografia: il risultato è che riflettendo sul loro percorso, ci si trova a riflettere sul nostro.

Una possibile obiezione: ma le informazioni su questa gente le posso trovare in qualunque momento su Internet. Vero. Ma le cercherei? Le ho cercate? Oggi più che mai lo scopo dei libri è fungere da filtro, aggregatore, modello di relazione tra aspetti della realtà. Vale per un libro come 100 Global Minds ma anche per i romanzi. La letteratura sta cambiando, e non nel senso ristretto annunciato dai profeti dell’e-book e del self-publishing: scrivere romanzi nell’epoca della massima e istantanea disponibilità di dati significa, appunto, e ancor più di prima, assumersi la responsabilità di scomporre, ricomporre, fornire mappe coerenti e flessibili della realtà, all’interno del singolo libro e tra più libri.

A volte, per via anche di storture recenti ma in fin dei conti già superate di un mercato che vorrebbe appiattire a prodotto anche l’autore, pare che non si possa neanche essere multidisciplinari all’interno della letteratura: il fatto che qualcuno possa scrivere, oltre a romanzi per così dire ‘letterari’, romanzi di genere, romanzi a più mani e romanzi ibridi (come se tutti i romanzi non fossero già ibridi per definizione) pare ancora qualcosa in grado di gettare nello stupore una parte degli addetti ai lavori, quasi che fosse intrinsecamente impossibile – allo stesso modo in cui, in epoca precedente solo all’affermazione, ma anche all’inevitabilità, del lavoro cross-, multi-, inter- e trans- disciplinare, lo sembrava l’ibridare nel proprio lavoro antropologia e arte, design e sociologia, musica e programmazione e architettura… neri_oxman

100 Global Minds è di fatto un catalogo: l’invito che porge il volume è a scoprire ciascuno dei personaggi ivi presentati per poi approfondirlo per contro proprio, ma anche a prendere coscienza delle barriere rotte da ciascuno di loro, così da aprire alla possibilità di simili e ulteriori rotture. Un catalogo, e un prisma: la selezione e la giustapposizione di questi nomi e volti suggerisce infatti una determinata visione del mondo attuale e di quello a venire. La scelta effettuata non segue infatti parametri scientifici o anche solo quantitativi (per quanto a margine del libro si trovi la rappresentazione grafica dei risultati dell’algoritmo progettato da Francesco Vaccarino per misurare la presenza del nome di ciascun pensatore in ambiti diversi dal proprio, che ha fornito un primo asse intorno a cui lavorare): al di là dei nudi dati, Ricuperati procede allo stesso modo in cui si procede scrivendo un romanzo, ovvero per suggestioni scelte sopra le altre in base all’autorità del flusso autoriale.

In 100 Global Minds troviamo Julia Kristeva e Enzo Mari, Ai Weiwei e Giorgio Agamben, Laurie Anderson, Wes Anderson e Paul Thomas Anderson, visionari di ieri come Bruce Sterling e di oggi come Neri Oxman, e ancora Roberto Calasso e Brian Eno (interdisciplinare anche nelle soluzioni ai problemi: le sue oblique cards, piccolo I-Ching per artisti, sono utili tanto quando si compone musica che quando si scrive un romanzo), Žižek e Picketty e molti (87) altri, tra cui ovviamente lo stesso McCarthy e svariati altri scrittori.

Perché tanti scrittori? chiede lo stesso Ricuperati nell’introduzione al volume. Perché nel mondo post-letterario scrittori e umanisti, solo apparentemente meno rilevanti, avranno un ruolo anche più significativo di un tempo, dato che il loro compito sarà proprio quello di stare in prima linea a tradurre e fungere da ponte, nodo e collegamento tra una disciplina e l’altra. Un compito che oggi già esplorano col loro lavoro molti esponenti dell’arte contemporanea, altra disciplina che vanta infatti molte presenze in 100 Global Minds.

La libertà di materiali, approcci, temi, uso dello spazio e del tempo raggiunta dalle arti visuali non può non destare l’interesse e l’ammirazione di chiunque lavori con qualunque medium, in qualunque disciplina: anche di chi, come molti dei grandi inclusi nel libro, resta convinto che la letteratura – e in particolare il romanzo, inteso nel senso più ampio possibile – sia ancora lo strumento più potente per rappresentare, interpretare e definire la realtà. Se lo è, ciò avviene anzitutto perché, come aveva a scrivere Georgi Gospodinov, non è ariano: il romanzo nasce e prospera nel meticciato, e fin dalle origini ha svolto, più o meno consapevolmente, tale funzione di ponte tra nozioni, impressioni e aspetti della realtà. Per queste ragioni, l’incontro tra letteratura e arte contemporanea può rappresentare, come è il caso di McCarthy, un primo e più diretto passo verso uno sfondamento di barriere che deve però diffondersi in tutte le direzioni – alcune delle quali sono efficacemente indicate dagli altri esempi portati da 100 Global Minds – e non soltanto all’interno delle opere ma anche nel loro contesto di fruizione.

* vale la pena ricordare che per crossdisciplinare si intende l’approccio a una disciplina con le categorie di un’altra; per multidisciplinare l’uso di più discipline; per interdisciplinare la sintesi e l’uso integrato di più discipline; per transdisciplinare una interdisciplinarità che trascende anche le barriere tra discipline. Per quanto nella stessa dicitura del libro curato da Ricuperati si parli di ‘world’s most daring cross-disciplinary’ thinkers, è evidente che tale capacità di ‘osare’ non è altro che una naturale tensione alla transdisciplinarità.

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Generazione Amleto https://minimaetmoralia.it/teatro/generazione-amleto/ https://minimaetmoralia.it/teatro/generazione-amleto/#comments Fri, 16 Nov 2012 14:26:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11321 Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Roberto Herlitzka in Ex Amleto.)

L’Ex Amleto di Roberto Herlitzka è uno spettacolo di struggente bellezza. In scena nei giorni scorsi a Roma, al Teatro Lo Spazio, e dal 26 novembre al Teatro Franco Parenti a Milano, è un monologo adattato da Shakespeare in cui l’Amleto diventa Ex ed Herlitzka è sul palco da solo. Niente scenografie né costumi, solo una sedia, una spada, la cornice di uno specchio e un teschio. Che non prende in mano mai. Lo spettacolo dura un’ora e mezza, e in quell’ora e mezzo vedi anche la Danimarca. Così Herlitzka: “Mi sono inventato Ex Amleto perché l’Amleto in scena non sono mai riuscito a farlo. Almeno una volta, potrò dire tutte le sue battute di fila”.

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Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Roberto Herlitzka in Ex Amleto.)

L’Ex Amleto di Roberto Herlitzka è uno spettacolo di struggente bellezza. In scena nei giorni scorsi a Roma, al Teatro Lo Spazio, e dal 26 novembre al Teatro Franco Parenti a Milano, è un monologo adattato da Shakespeare in cui l’Amleto diventa Ex ed Herlitzka è sul palco da solo. Niente scenografie né costumi, solo una sedia, una spada, la cornice di uno specchio e un teschio. Che non prende in mano mai. Lo spettacolo dura un’ora e mezza, e in quell’ora e mezzo vedi anche la Danimarca. Così Herlitzka: “Mi sono inventato Ex Amleto perché l’Amleto in scena non sono mai riuscito a farlo. Almeno una volta, potrò dire tutte le sue battute di fila”.

AMLETO Hic et ubique? Proviamo a mutar luogo.
[Amleto, Atto I. Scena V]

Le ragioni che mi legano all’Amleto sono soprattutto sentimentali. Se vogliamo anche nostalgiche. Negli anni novanta a Palermo c’erano teatranti eccellenti: Mimmo Cuticchio con il suo teatrino dei pupi di via Bara all’Olivella, Franco Scaldati, Michele Perriera, con la sua scuola di teatro Teatès in cui si sarebbe formata egregiamente più di una generazione di attori e registi. C’erano spettacoli internazionali che passavano dalla città come comete, lasciando che i palermitani scoprissero il lavoro di Pina Bausch e di Bob Wilson, di Laurie Anderson o Peter Greenaway, di Twyla Tharp, di Tom Stoppard e di Harold Pinter.

C’erano spazi nuovi che i palermitani scoprivano anche se li avevano avuti sempre sotto gli occhi (lo Spasimo, i Cantieri Culturali alla Zisa, il Teatro Garibaldi), e spazi vecchi miracolosamente (ma non per molto) in mano a gente nuova, non collusa con la cattiva politica, rispettosa del lavoro e del talento. E poi c’era chi di tutto questo ne faceva strumento (politico, elettorale, lucrativo). Negli anni novanta Palermo era e non era un buon posto dove per esempio scrivere di cultura. S’imparava a essere vigili sul rispetto della legalità anche dentro le mura di un teatro senza per questo smettere di lasciarsi sedurre dalla bellezza di ogni spettacolo. Così ci si formava. Negli anni novanta Carlo Cecchi mise in scena l’Amleto al Teatro Garibaldi. Valerio Binasco era Amleto e di quello spettacolo andai a vedere tutte le repliche. Ogni giorno. Avevo ventiquattro anni e per la prima volta ero innamorata di Amleto. Era il 1996 e in quell’anno lì capitò che il quotidiano per cui lavoravo mi mandasse sul set della Lunga vita di Marianna Ucrìa a intervistare regista e attori. Nel cast c’era Philippe Noiret, c’era Laura Betti, e c’era Roberto Herlitzka. Li intervistai tutti, Herlitzka per ultimo. Herlitzka che già nel 1996 era il mio attore preferito. Non mi ricordo nulla di quello che ci dicemmo, a parte una risposta: “Volevo fare l’Amleto ma non ho più l’età”. Me ne sono ricordata nel 2007 leggendo che Herlitzka aveva riscritto l’Amleto e lo metteva in scena. Lì ho pensato: i desideri tornano sempre a galla.

POLONIO Non volete scendere un po’ più a terra, mio signore?
AMLETO Nella tomba?
[Amleto, Atto II. Scena II ]

Quando andavo all’università, tra gli esami obbligatori c’era sociologia del lavoro. La cosa che ti facevano studiare era che in Italia il tasso maggiore di disoccupazione era tra le giovani donne neolaureate del sud. Io studiavo a Palermo, per cui dopo la laurea sarei rientrata nella categoria. Mi preparavano a questo. E invece sono finita in una categoria peggiore. Mi sono laureata a ventitré anni. Adesso di anni ne ho quaranta, e nei diciassette anni di mezzo ho fatto tanti lavori precari e sottopagati. Alcuni belli, altri no. Disoccupata mai, inoccupata nemmeno, dal momento che se nessuno t’assume devi fare minimo cinque lavori. Se sei femmina e vuoi scrivere di cultura includi nel pacchetto i periodici femminili. Anche se la distinzione tra periodico maschile e femminile ti inquieta. È poco chiaro se sia una separazione molto sessista o molto femminista. È poco chiaro dove dovrei collocarmi io che non ho figli se i tre quarti dei giornali femminili sono per donne gravide, mamme o bambini. È poco chiaro perché giornali come L’Europeo o Il mondo siano maschili (così nel sito RCS alla pagina “periodici”, divisi zelantemente in “maschili” e “femminili”). È poco chiaro perché io debba scrivere su Dolce Attesa se è L’Europeo il giornale che leggo tutti i mesi. È poco chiaro perché dovrei desiderare figli se tutto quello che volevo fare nella vita era scrivere. È poco chiaro perché nei femminili debba sempre esserci qualcuno che a un certo punto della collaborazione ti chiama per dirti che il pezzo che hai scritto è troppo alto, e che dovresti abbassare un po’ il livello. Abbasso ancora un po’ e, come dice Amleto, sono nella tomba.

AMLETO Potrei vivere nel guscio di una noce e credermi re d’uno spazio infinito, se non fosse per certi cattivi sogni.
[Amleto, Atto II. Scena II]

Dice ancora Amleto: “Io da qualche tempo, ma non so come, ho smarrito tutta l’allegria, abbandonato ogni occupazione; mi sento così appesantito d’umore che persino la bella architettura della terra mi sembra una sterile forma”. Dico io: io da qualche tempo ogni volta che penso al mio futuro, per ritrovare la pace interiore ho bisogno di rileggere minimo tre tragedie di Shakespeare. Io da qualche tempo, come Amleto, ho smarrito tutta l’allegria, e se non ho abbandonato ogni occupazione è solo perché non sono nipote del re di Danimarca. E non è nemmeno questo ciò che mi preoccupa. Mi preoccupa che qualcuno decida al posto mio che dovrò essere Ofelia e non Amleto. Mi preoccupa chi ha smesso di vedere il marcio, e la Danimarca. Mi preoccupano gli adulti che si fanno sovrani negandomi un futuro che alla mia età dovrebbe essere un passato. Mi preoccupo così tanto che raramente riesco a dormire. E allora certe notti esco di casa, alzo gli occhi e guardo il cielo. Conto le stelle, ripenso alle mancanze e cito a memoria tutte le cose che volevo fare. E poi Herlitzka: “Non suono il flauto, non mi specchio il viso, non leggo il testo, non tiro di spada,
 non tocco il cranio, non muoio neppure,
 non ho trent’anni, e non faccio l’Amleto.
 Ma lui si fa da solo, anche da me”.

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