lavoro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lavoro/ un blog di approfondimento culturale Thu, 03 Apr 2014 12:50:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg lavoro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lavoro/ 32 32 Docenti di lingua-cultura italiana, precari e bistrattati all’estero https://minimaetmoralia.it/scuola/docenti-di-lingua-cultura-italiana-precari-e-bistrattati-allestero/ https://minimaetmoralia.it/scuola/docenti-di-lingua-cultura-italiana-precari-e-bistrattati-allestero/#comments Wed, 02 Apr 2014 22:30:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19773 [Visto l’interesse comune per le tematiche trattate, questo articolo viene pubblicato oggi anche su Carmilla e La poesia e lo spirito/Viva la scuola].

di Fabrizio Lorusso

Nel dibattito sul precariato e il riconoscimento della professionalità dei docenti d’italiano come lingua seconda o straniera – L2 o LS – sono pochi i contributi sulle istituzioni italiane all’estero, in particolare sugli Istituti Italiani di Cultura (IIC). Il caso specifico che intendo descrivere riguarda la precarietà imperante a livello lavorativo nell’Istituto di Città del Messico, un esempio rappresentativo di un deterioramento comune a molte altre sedi estere. Sebbene esistano in Italia e all’estero condizioni di sfruttamento ben peggiori di quelle che riguardano i precari della cultura e dell’insegnamento, la situazione di queste categorie, scarsamente riconosciute in termini professionali, resta preoccupante. E riflette quella generale del mondo del lavoro in un paese con la disoccupazione al 13% in cui la caduta quasi trentennale del potere d’acquisto dei salari e la presenza di un esercito crescente di “riservisti” hanno compresso stipendi e diritti.

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[Visto l’interesse comune per le tematiche trattate, questo articolo viene pubblicato oggi anche su Carmilla e La poesia e lo spirito/Viva la scuola].

di Fabrizio Lorusso

Nel dibattito sul precariato e il riconoscimento della professionalità dei docenti d’italiano come lingua seconda o straniera – L2 o LS – sono pochi i contributi sulle istituzioni italiane all’estero, in particolare sugli Istituti Italiani di Cultura (IIC). Il caso specifico che intendo descrivere riguarda la precarietà imperante a livello lavorativo nell’Istituto di Città del Messico, un esempio rappresentativo di un deterioramento comune a molte altre sedi estere. Sebbene esistano in Italia e all’estero condizioni di sfruttamento ben peggiori di quelle che riguardano i precari della cultura e dell’insegnamento, la situazione di queste categorie, scarsamente riconosciute in termini professionali, resta preoccupante. E riflette quella generale del mondo del lavoro in un paese con la disoccupazione al 13% in cui la caduta quasi trentennale del potere d’acquisto dei salari e la presenza di un esercito crescente di “riservisti” hanno compresso stipendi e diritti.

Riconoscere la professionalità dei docenti L2/LS

Nell’articolo “Certificare il precariato, didattizzare lo sfruttamento”, uscito in gennaio su Carmilla on line, Claudia Boscolo criticava giustamente la decisione del Comune di Brescia di creare un albo di ex insegnanti in pensione, disponibili a insegnare italiano agli studenti migranti, per sopperire alla carenza strutturale di personale nelle scuole. Si cerca di risparmiare recuperando docenti pensionati, in vena di fare del volontariato, ed escludendo le nuove figure professionali dei facilitatori linguistici, dei mediatori culturali e dei docenti specializzati nell’insegnamento della lingua come L2/LS. Tutta gente che ha dovuto ottenere dei titoli di studio ad hoc per specializzarsi o che comunque deve accumulare un’esperienza specifica ampia per insegnare lingua-cultura* italiana agli stranieri.

Il 27 dicembre 2013 su Il Manifesto Roberto Ciccarelli parlava di una “nuova frontiera dell’insegnamento”, basata sul lavoro gratuito e “la rimozione dell’esistenza di migliaia di persone con master ed esperienza”. E’ poi circolato un appello diffuso dal blog Riconoscimento della professionalità degli insegnanti d’italiano L2/LS e ripreso da Il Lavoro Culturale, intitolato “Italiano ai migranti: l’importanza delle condizioni d’insegnamento”, nel quale si ribadisce che “insegnare l’italiano a migranti non significa ‘aiutare nei compiti’: significa sapere come insegnare una lingua, quali approcci e metodi utilizzare e in quale situazione, significa saper creare attività e materiali ad hoc, significa progettare percorsi che tengano conto di determinati fattori (stadio dell’interlingua, sequenze di apprendimento, interferenze con la L1, e altri elementi teorici che si devono conoscere e saper applicare). Significa saper coinvolgere gli insegnanti di classe in questo percorso”.

Istituti Italiani di Cultura all’estero

L’idea di trattare un caso estero nasce dalle forti somiglianze con la situazione dei professori L2/LS in Italia, dalla scarsa informazione disponibile sugli IIC e dalla mia esperienza personale. L’Istituto Italiano di Mexico City è l’Ufficio Culturale dell’Ambasciata d’Italia, dipende dal MAE (Ministero Affari Esteri) e gode dell’extraterritorialità, ovvero il suo territorio appartiene al paese ospitante, ma è politicamente amministrato dal paese ospitato. Al suo interno prestano servizio gli impiegati locali, assunti in base al codice del lavoro messicano, e quelli del MAE, che possono essere sia messicani sia italiani, hanno in genere contratti a tempo indeterminato e ricevono stipendi e benefici come i dipendenti pubblici in Italia. Tra questi ci sono i “contrattisti”, assunti sul posto con dei concorsi pubblici, e quelli provenienti dalla carriera diplomatica, per esempio l’addetto culturale e il direttore che possono raggiungere stipendi di 7 e 12mila euro al mese rispettivamente (vedi i reportage completi di Thomas Mackinson – Uno 2014Due 2011Tre 2011 in cui si parla di cifre anche maggiori, dai 12 ai 17mila euro, e di molte altre problematiche).

Dulcis in fundo ci sono i docenti, quasi tutti italiani ma a volte anche messicani, “assunti” con qualcosa di simile a un atto di cottimo o contratto di prestazione d’opera. Insomma, i professori, spesso elogiati da direttori e diplomatici di turno perché sarebbero “il volto dell’Italia nel mondo”, “i nostri rappresentanti diretti con gli studenti e con il Messico”, “l’interfaccia linguistica e culturale del paese”, pur operando praticamente in un territorio italiano all’estero, sono l’ultima ruota del carro, precaria. Il riconoscimento della professionalità dell’insegnante L2/LS, in Italia e all’estero, passa necessariamente dal riconoscimento e dalla tutela dei suoi diritti lavorativi per “ridare dignità alla nostra categoria di insegnanti di italiano a stranieri, sempre più bistrattata dalle istituzioni”, come ben rimarca il blog Insegnanti L2/LS. Quindi partiamo dal lavoro. A fine marzo 2014 Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un reportage sui docenti in nero all’IIC di Bruxelles e un video con interviste ai professori che sono praticamente dei “fantasmi per la Farnesina e l’Ambasciata” e hanno sicuramente tante storie da condividere coi loro colleghi degli altri Istituti nel mondo.

L’Istituto Italiano di Città del Messico e il precariato

In Messico la sede dell’IIC, che include due piccoli edifici  per le aule, due giardini e altre strutture per le attività culturali e amministrative, è a Coyoacán, placido quartiere coloniale del sud cittadino, mentre l’Ambasciata si trova a oltre 20 km di distanza nella zona residenziale conosciuta come Palmas. Per i 17-18 membri del corpo docente dell’IIC-Messico c’è un contratto “di prestazione di servizi”, stipulato tra il “Committente” (IIC) e il “Prestatore” (docente), valido solamente per uno o più corsi specifici e rescindibile in qualunque momento da entrambe la parti, anche senza motivi.

Al punto/clausola 5 si cita un diritto di rescissione, esercitabile senza alcun preavviso, del Committente in caso di “gravi motivi d’insoddisfazione per il comportamento e l’espletamento del servizio da parte del Prestatore”. E al punto 6 si ribadisce: “Il presente contratto può essere rescisso da entrambe le parti in ogni momento per altre ragioni”. Cioè? Arbitrio, qualsiasi altra ragione. Infine, per chi si fosse fatto illusioni: “E’ escluso il rinnovo tacito del presente contratto”, frase che suggella la precarietà di un rapporto che non va mai oltre i cinque mesi consecutivi. Non vengono versati contributi previdenziali di alcun tipo. In pratica esiste un rapporto contrattuale di lavoro tra un individuo e un soggetto non privato, l’IIC, che, secondo le modalità in cui si svolge, potrebbe configurarsi come subordinato e prevedere diversi trattamenti economici, retributivi e contributivi, ma così non è.

precari Esempio Contratto IIC Un professore che si assenta perde lo stipendio per le ore dei corsi non lavorate e rischia il posto di lavoro. Non c’è “l’indennità per malattia”. Secondo quanto riferiscono alcuni insegnanti, verrebbe accettata un’assenza solo per “gravi motivi di salute”, ma non esiste una regola scritta o una circolare che lo confermi, non sono chiari questi “gravi motivi”. Il che implica un ampio margine di discrezionalità da parte della direzione che negli ultimi anni è arrivata a togliere corsi a un docente o a escluderlo completamente dall’Istituto se questo chiede con ragionevole anticipo un permesso per motivi personali giustificati. In alcuni casi, però, il “permesso” viene concesso senza conseguenze. Per di più, a volte, la segreteria avrebbe richiesto un certificato medico ad alcuni docenti. In Messico non c’è un sistema sanitario universale e gratuito, e comunque la maggior parte dei prof non è iscritta al sistema sanitario locale, cosa prevista, invece, per i lavoratori di altre istituzioni educative. Dunque richiedere un certificato obbliga il docente a cercare un medico privato che lo redige per 40 o 50 euro. Inoltre in Messico la sanità è al collasso, non esiste la figura del medico di famiglia e l’IIC non ha un dottore interno o “aziendale”, perciò tocca andare dal privato. Sebbene se la minaccia verbale di far presentare ai docenti il certificato non si sia ancora materializzata, il fatto che sia stata enunciata è di per sé grave.

Contratti e permessi di soggiorno

Una nota “curiosa”. Il contratto è in italiano, ma dice al punto 9 che “in caso di controversie derivanti dall’applicazione del presente contratto è competente il Foro locale”, cioè quello messicano. Una stranezza che nessuno è riuscito a spiegare. Alcuni avvocati, consultati da vari professori negli ultimi anni, e alcuni funzionari del MAE, invece, sostengono che non può essere competente il tribunale locale ma quello italiano, a Roma. Tutto questo succede nonostante il punto 2 stabilisca che “Il Prestatore garantisce che la prestazione verrà effettuata in forma autonoma anche se con modalità concordate tra il Prestatore e il Committente”. Negli ultimi anni non ho visto molte “forme autonome” nello svolgimento della “prestazione” né “modalità concordate”: se non è previsto un meccanismo valido, individuale o collettivo, per fare accordi, allora esistono solo decisioni unilaterali. E se una decisione non si basa su criteri scritti e pubblici, per esempio sul web o con una circolare, diventa arbitraria. Trattandosi di un’istituzione pubblica, ci si aspetterebbe di più…

Le “modalità concordate” c’erano prima, dato che esisteva una rappresentanza legittima del corpo docente, soppressa a fine 2011, che accordava con la direzione tali condizioni e modalità: come gestire assenze e malattie, orari, semestri e gruppi/classi, fasce salariali e aumenti; come lavorare in classe e che tipo di didattica, libri, testi extra, materiali e strutture vanno utilizzate o migliorate; i criteri per l’ingresso e il tirocinio dei nuovi docenti (soppresso nel 2011, dopo oltre 10 anni d’efficace funzionamento, e sostituito da una decisione soggettiva della direzione); che tipo di graduatorie interne s’usano per distribuire il lavoro e quali eventuali sanzioni si prevedono in tutta una serie di casi ordinari e situazioni limite. Tutti elementi sui cui la direzione ha una responsabilità di fronte al Ministero e su cui mantiene, quindi, un potere di decisione finale. Ma se il contratto e il buon senso prevedono un momento di confronto sulle modalità e questo non viene realizzato, allora si tratta di “unilateralità” o imposizioni.

Il punto 8 s’occupa di quei docenti che, magari dopo aver lavorato per 10 o 20 anni continuativamente in un’istituzione pubblica del loro paese, pensavano ingenuamente di poter acquisire qualche diritto, per esempio l’accumulo di punti in una graduatoria o un tipo di considerazione nei concorsi pubblici. Invece gli anni all’IIC, in Messico e in molti altri paesi, non contano nulla: “In nessun caso il rapporto di prestazione di servizi può comportare l’assunzione nei ruoli dell’Amministrazione del Ministero degli Affari Esteri o presso l’Istituto Italiano di Cultura”. Assunzione al MAE o in IIC? Impossibile. Però almeno qualche riconoscimento per la carriera si potrebbe prevedere, no? Invece non ci sono neanche i riconoscimenti simbolici, men che meno quelli materiali.

L’istituzione mantiene una “spada di Damocle” migratoria sui docenti che per l’ottenimento o il rinnovo del permesso di soggiorno dipendono da una lettera della direzione IIC: a lavoro precario, permesso di soggiorno precario e prof ricattabili. Riassumendo: tra dipendenti MAE-Carriera diplomatica (direttori e addetti), contrattisti MAE assunti in loco, impiegati con contratto locale e docenti di lingua L2/LS sono quest’ultimi i più precari. Sono inesistenti per il sistema pensionistico e della previdenza sociale italiano o messicano, rischiano in qualsiasi momento di finire clandestini ed è una situazione che all’IIC-Messico dura da più di trent’anni. Sono invisibili anche per i sindacati che non possono intervenire.

Interrogazioni parlamentari

Il 19 dicembre 2012 ci fu un’interrogazione parlamentare del deputato Gino Bucchino, eletto nella circoscrizione Nord e Centro America, proprio sul caso dell’IIC-Messico in cui si segnalavano problemi relativi alla diffusione culturale: “L’attività culturale del nostro istituto ha conosciuto negli ultimi tempi una flessione di ordine quantitativo e qualitativo, dovuta sia alla riduzione delle risorse destinate in generale alla rete dei nostri istituti che a motivi specifici attinenti alla programmazione e alla realizzazione in loco dell’intervento; in particolare, è diminuito il numero degli eventi culturali, alcuni dei quali realizzabili a costo minimo o nullo, e dell’insegnamento linguistico”. Dal punto di vista culturale ci sono stati degli sforzi volti al miglioramento, ma secondo l’interrogazione l’offerta non è paragonabile a quella degli anni immediatamente precedenti all’insediamento della direzione 2012-2014, (Melita Palestini, direttrice, e Gianni Vinciguerra, addetto culturale).

Per esempio l’unica libreria italiana in Messico (Libreria Morgana) gestiva uno degli spazi più apprezzati e attivi all’interno dell’Istituto, un vero punto d’incontro della comunità, ottimo per la realizzazione di eventi e la lettura. Dal luglio 2012 la libreria in IIC non c’è più. Al suo posto c’è un loculo vuoto e macabro accanto all’ingresso principale che dà il benvenuto ai visitatori. Infatti, non s’è trovato un accordo con l’IIC, in quanto questo “proponeva” una riduzione degli spazi alla metà e un aumento drastico e repentino dell’affitto, oltre a riservarsi la prerogativa di maggiori poteri di controllo sulla durata del rapporto e sugli eventi letterari. Una situazione paradossale in un centro culturale. Lo spazio non è stato più valorizzato né altre librerie hanno preso il posto della Morgana, malgrado le ripetute promesse in tal senso da parte della direttrice e le rimostranze della comunità locale.

Il 12 marzo 2014 c’è stata un’altra interrogazione, presentata dal deputato Emanuele Scagliusi, che si basa su informazioni riportate dal Fatto Quotidiano, da ansa.it, dalla Federazione indipendente lavori pubblici della Farnesina e anche su una lettera di protesta della comunità italiana in Messico del 2013. Il testo denuncia una serie d’irregolarità e preoccupazioni, relative agli IIC di New York, Città del Messico, Bruxelles, Barcellona e Madrid, e chiede al Ministro degli Affari Esteri Mogherini se stia esercitando la sua funzione di controllo sull’operato dell’Ispettorato del suo ministero e dei direttori degli Istituti Italiani. L’interrogazione è stata seguita da un’interpellanza urgente sul caso dei docenti dell’IIC di Bruxelles.

Contratto etico e lavoro bistrattato

precari docenti messicoIn ambito lavorativo il testo dell’interrogazione di Bucchino cita il “Contratto etico”, un documento per la protezione di alcuni diritti di base dei docenti L2/LS e mediatori culturali unico nel suo genere in America Latina. Fu redatto e siglato nel 2008 da rappresentanti di professori, responsabili didattici, dal Comites locale (Comitato Italiani all’Estero), da gruppi, associazioni e collettivi di italianisti, e dai direttori di numerose istituzioni messicane e italiane operanti in Messico, tra cui alcune scuole Dante Alighieri e lo stesso Istituto Italiano (Link Al Documento): “Il rapporto autoritario e privo di regole con il personale adibito all’espletamento dei corsi contribuisce ad accentuare la precarietà della situazione e a insidiare la stabilità e la continuità del servizio; importanti prerogative previste nei contratti a favore del personale e le indicazioni contenute nel Contratto etico del personale insegnante, sottoscritto fin dal 2008, ricevono scarsa considerazione.”

Negli ultimi anni il “Contratto Etico” è diventato carta straccia proprio nell’istituzione che più di tutte l’aveva promosso. Da più di 4 anni non c’è un aumento salariale (orario) in IIC, mentre prima c’era un piccolo adeguamento, comunque insufficiente, ogni uno o due anni. La gestione dell’Istituto di Mexico City ha ricevuto una serie di critiche esterne molto forti. Alla fine del gennaio 2013, la comunità italiana in Messico, per la precisione un’ottantina di firmatari italiani e messicani interessati alla questione, diffuse una lettera diretta all’allora Ambasciatore, Roberto Spinelli, e a vari quotidiani, siti e riviste italiani e messicani in cui si deplorava “l’inesorabile declino di questo importante punto di riferimento per la diffusione della lingua e della cultura italiane” e il fatto che “la direzione riserva al pubblico in generale un trattamento spesso scortese e freddo: è difficilissimo essere ricevuti e, quelle rare volte in cui viene concesso un colloquio, la chiusura di fronte a qualunque proposta di collaborazione (anche gratuita) è assoluta”.

Diffusione culturale

Lo scrittore italiano Fabio Morábito, in Messico dal 1970, ne parlava su Nazione Indiana in questi termini: “Cercherò di tracciare un breve quadro del posto che occupa la letteratura italiana in Messico. Intanto non credo che l’Italia promuova una qualche politica culturale in questo paese, anzi mi domando se lo faccia in altri. L’Istituto Italiano di Cultura, che ha sede in uno dei posti più belli di Città del Messico, non si contraddistingue certamente per la sua vivacità. Per me é stato sempre un istituto grigio, incapace di attrarre un pubblico locale. Ci vanno più che altro i vecchietti italiani e forse qualche studente dei corsi di lingua”.

Resta un’opinione, ma di uno che qualcosa ne sa. Già nel 2010 la scrittrice e accademica Francesca Gargallo aveva subito un tentativo di restringere la libertà di espressione durante la presentazione del suo libro e della conferenza “Liberazione delle donne, liberazione di un popolo: gli saharawi”  in un evento culturale organizzato presso la biblioteca dell’IIC.

E poi nel settembre 2013 la denuncia dello scrittore messicano Naief Yehya è cominciata a circolare su Facebook, insieme a decine di commenti di solidarietà e oltre cento condivisioni. In pratica l’autore ha scritto che la presentazione del suo libro “Pornocultura: lo spettro della violenza sessualizzata nei media” sarebbe stata cancellata il giorno prima dall’IIC, “che ha avuto in mano per settimane un libro che non nasconde di cosa tratta”. E continua: “Sapevano anche che avremmo proiettato alcune immagini legate al testo. Un giorno prima dell’evento apparentemente si sono accorti di cosa significava la parola Porno, si sono scandalizzati e hanno cancellato l’evento. Per fortuna Tusquets ha potuto programmare l’evento nella sala Octavio Paz della libreria del Fondo de Cultura Económica”, che, per chi non la conosce, è una delle principali case editrici messicane. Ecco il commento di Alberto Navarro, un alunno IIC contrariato su FB: “Sono studente dell’Istituto, che vergogna, non tutti la pensano così in quel posto, c’è gente molto valida e critica lì dentro, pensante. L’autorità ha paura in questo paese ed è chiaro il perché”.

La petizione al governo contro le chiusure

Sta circolando in rete (link) una petizione al governo, con quasi tremila adesioni, contro la chiusura, prevista entro l’estate, di otto istituti italiani di cultura nel mondo. Tra i primi firmatari ci sono scrittori, giornalisti, intellettuali, cineasti, accademici e artisti molto noti. La petizione è giusta ma incompleta. I problemi degli Istituti sono strutturali, non tanto o non solo legati a dirigenti e funzionari, quanto alle regole, alle dinamiche e alle consuetudini che li governano. In una petizione bisognerebbe chiedere una riforma degli IIC, delle loro logiche di funzionamento e dei meccanismi per le nomine di addetti, direttori, funzionari, contrattisti e professori che, in certi casi, riproducono la classica parentopoli all’italiana, anti-meritocratica e parassitaria. Si dovrebbe rivedere il sistema degli eventi e delle proposte culturali del “giro” ministeriale che vengono inoltrate dal MAE agli Istituti. Bisognerebbe valorizzare le persone in loco, chi insegna, chi fa cultura e semplicemente chi lavora, e rendere visibili i “precari italiani all’estero”, protagonisti di un lavoro docente e culturale bistrattato in quei luoghi, anche se poi viene dipinto da diplomatici e politici come necessario e determinante per l’immagine del paese. Non basta salvare gli IIC, vanno cambiati da cima a fondo. ___________________

* La fusione in una sola parola del binomio lingua-cultura evidenzia l’inscindibilità di due elementi che s’influenzano reciprocamente. Insegnare una lingua non significa solo trasmettere uno strumento di comunicazione o delle regole, ma è anche un’attività di trasmissione dei fenomeni culturali che sono inscindibili dagli aspetti linguistici. Non c’è isolamento tra lingua e cultura ma comunicazione e interazione in un contesto o ambiente sociale storicamente determinato.

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Quel che resta del lavoro. Due istantanee. https://minimaetmoralia.it/societa/quel-che-resta-del-lavoro-due-istantanee/ https://minimaetmoralia.it/societa/quel-che-resta-del-lavoro-due-istantanee/#comments Thu, 02 Jan 2014 08:57:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17233 Il primo articolo è uscito su “l’Unità”, il secondo in una versione leggermente diversa sul “Corriere del Mezzogiorno”. Un vecchio sindacalista C’era un momento in cui le lotte per il lavoro erano lotte per il progresso, per il miglioramento delle proprie condizioni di vita, dentro e fuori le fabbriche. La salute non si contratta… Il […]

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Il primo articolo è uscito su “l’Unità”, il secondo in una versione leggermente diversa sul “Corriere del Mezzogiorno”.

Un vecchio sindacalista
C’era un momento in cui le lotte per il lavoro erano lotte per il progresso, per il miglioramento delle proprie condizioni di vita, dentro e fuori le fabbriche. La salute non si contratta… Il salario è una variabile indipendente… Ma poi c’è stata come una frattura.
Oggi ogni lotta per il lavoro è soltanto una lotta per la difesa dei posti che ogni giorno si rischiano di perdere. È una lotta contro il deserto che avanza. Contro la distruzione di un intero mondo, si difendono brandelli di passato.
“È cambiato il lavoro del sindacalista”, mi dice Peppino. “Oggi non faccio altro che infilare le dita nelle crepe della diga che sta venendo giù. Ma le crepe sono tante, e le dite sono quelle che sono…”
Peppino fa il sindacalista da trenta, forse quarant’anni. I capelli bianchi, il sigaro tra le labbra, gli occhi stanchi. Passeggio con lui lungo una strada di media periferia in cui i negozi hanno chiuso uno dopo l’altro. Le saracinesche sono state abbassate, i locali paiono svuotati da una metodica razzia. La città sta morendo. Poco a poco si sta spegnendo con la stessa rapidità con cui si riempie di Compro Oro – “gli avvoltoi che scendono in picchiata”, secondo Peppino.
Ogni giorno è un bollettino di guerra. Crolla l’edilizia, chiude quell’azienda che aveva investito nelle energie rinnovabili, delocalizzano i call center. Fai di tutto per tenere in piedi quel che resta delle realtà più grandi, mentre le piccole sono già belle che andate… E poi c’è l’agricoltura. In questo contesto, l’agricoltura è una terra di nessuno: dopo anni di caporalato e di sfruttamento inumano degli immigrati, a raccogliere l’uva ora ci vanno anche gli italiani. “Lo fanno per 30 euro al giorno in nero. Elettricisti, idraulici, operai, panettieri…”
I bollettini di guerra si leggono con calma. Riga per riga, cifra dopo cifra. Perché ogni numero nasconde la storia di tante persone, di migliaia di uomini e donne per le quali si apre il baratro del non lavoro. Così il sindacalista che non vuole rimanere dietro la scrivania diventa un po’ prete e un po’ psicologo. I numeri nascondono drammi, e ogni dramma è un granello di sabbia del deserto che avanza.
“È cambiato il lavoro del sindacalista”, mi ripete ancora Peppino, prendendomi sotto braccio. Ed è allora che mi racconta degli anni della sua giovinezza, degli anni passati in fabbrica a Wolfsburg, quando alla Volkswagen partecipò a un’ondata di scioperi “selvaggi” che rischiarono di mettere in ginocchio il colosso tedesco. Mi sorprende che me lo racconti così, all’improvviso, elencandomi ogni dettaglio di una vicenda sepolta dalla storia, come se fosse accaduta il giorno prima.
Ma capisco che raccontarla lo fa stare meglio. Suo figlio ha trent’anni e non riesce a trovare un lavoro. Ha fatto l’università, ma pare che non gli sia servita a molto. Andrà fuori, in fondo Peppino pensa che sia meglio così e che partire non sia mai una tragedia. “Il guaio è che anche fuori, se vai a vedere, non è che stanno messi tanto bene.”

Le operaie di Melfi
A subire la crisi sono soprattutto le donne. Lo dice l’Istat. Lo dice il Censis. Lo dice, in particolare, l’ultimo Rapporto Svimez sullo stato del Mezzogiorno. Nel Sud in cui il pil si contrae e i giovani se ne vanno, producendo uno smottamento demografico e non solo socio-economico, il tasso d’occupazione femminile si è ulteriormente ridotto. In Puglia è al 31,1% (contro il 59,1% degli uomini). In Basilicata è al 35,5% (contro il 58% dell’altro sesso). Per le fasce meno abbienti, per i lavori meno qualificati, i numeri sono ancora più bassi. È alla luce di questi dati lapidari che risulta di grande interesse la lettura di un breve saggio dell’antropologa Fulvia D’Aloisio pubblicato sulla rivista on-line inGenere.it: “Fiat e famiglie. La parabola delle operaie di Melfi”.
La fabbrica automobilistica sorta al confine tra Puglia e Lucania nel 1993, che ha raccolto negli anni anche molti dipendenti dalla provincia di Foggia, ha sempre avuto un alta presenza femminile: il 18% sul totale dei dipendenti, ben al di là della media del 12% degli altri stabilimenti Fiat. In un’area del Sud segnata da una forte disoccupazione, quel lavoro è stato fonte di emancipazione e di rottura dei vecchi schemi famigliari: “Le donne della Fiat”, scrive D’Aloisio, “hanno prodotto con il loro reddito operaio, in quanto secondo reddito, un benessere spesso superiore alla media delle famiglie locali, con nuovi consumi, nuovi stili di vita, nuovi atteggiamenti consumistici e talvolta ostentatori, che hanno costituito il riverbero sociale di uno status lavorativo percepito come invidiabile”.
In questi vent’anni la vita alla catena di montaggio non è stata una passeggiata. Nel 2004 una vibrante protesta bloccò per quasi un mese la produzione, con la richiesta dell’adeguamento dei salari agli altri stabilimenti del gruppo e dell’eliminazione della famigerata “doppia battuta” che regolava i turni, simbolo dell’organizzazione del lavoro nella fabbrica toyotista. Quella fu, per certi versi, l’ultima fiammata operaia meridionale: una lotta non per la difesa del lavoro che scompare, ma per il miglioramento netto delle sue condizioni e dei suoi rapporti.
Ciononostante essere assunto alla Fiat di Melfi ha sempre voluto dire lasciarsi alle spalle le incertezze. Con la mutazione della Fiat-Chrysler marchionniana, che getta nel limbo il futuro degli stabilimenti italiani, dal momento che – anche dopo l’acquisizione del 100% della Chrysler – la loro sorte deve ancora essere tracciata caso per caso e valutata sul mercato, quella emancipazione femminile si sta corrodendo.
In attesa della ristrutturazione delle linee per i nuovi modelli (proprio in Basilicata verrà prodotta la nuova jeep) e in presenza di una notevole crisi di mercato dei vecchi, è stata avviata una lunga fase di cassa integrazione. La settimana è articolata su soli tre giorni di lavoro, e le pause a singhiozzo sono frequenti. Di fronte alla contrazione netta del reddito, le famiglie operaie soffrono notevolmente. Così ritornano i lavori minuscoli di ieri: “molte di loro sono le prime ad adoperarsi per riprendere i loro vecchi lavoretti in nero, come estetista domiciliare, come rappresentanti per marchi di prodotti per la casa, collaboratrici domestiche o assistenti per gli anziani”.
La parabola delle operaie di Melfi rischia di essere la parabola della deindustrializzazione del Sud, altrove già potentemente in atto. Sono loro la punta dell’iceberg di un profondo sommovimento in atto in tutto il Mezzogiorno. È un sommovimento silenzioso: colpisce le donne molto più che gli uomini, e chiude gli spazi che si erano aperti.

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L’educazione politica ai tempi del cosiddetto precariato https://minimaetmoralia.it/interventi/leducazione-politica-ai-tempi-del-cosiddetto-precariato/ https://minimaetmoralia.it/interventi/leducazione-politica-ai-tempi-del-cosiddetto-precariato/#comments Sun, 15 Sep 2013 16:09:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15474 di Christian Raimo Il mio bisnonno faceva il bracciante. Mio nonno ha fatto il calzolaio finché verso i quarant’anni è entrato in fabbrica, la Technicolor. Nella stessa fabbrica ha cominciato a lavorare mio padre verso la fine degli anni Sessanta, come operaio specializzato: ci ha lavorato per trentotto anni, facendo carriera internamente e andando in […]

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di Christian Raimo

Il mio bisnonno faceva il bracciante. Mio nonno ha fatto il calzolaio finché verso i quarant’anni è entrato in fabbrica, la Technicolor. Nella stessa fabbrica ha cominciato a lavorare mio padre verso la fine degli anni Sessanta, come operaio specializzato: ci ha lavorato per trentotto anni, facendo carriera internamente e andando in pensione come direttore delle risorse umane. Io sono stato parzialmente dipendente dai miei fino a trent’anni, facendo il precario intellettuale. Oggi campo con quattro lavori che mettono insieme uno stipendio.

In questo senso penso che queste quattro generazioni della famiglia Raimo rappresentino in maniera molto indicativa l’evoluzione delle condizioni del lavoro, e della cultura conseguente. Il mio bisnonno non ha cambiato occupazione in vita sua, anche con un paio di guerre in mezzo che gli hanno sconvolto la vita. Mio nonno si è riadattato alle condizioni dell’Italia anni Cinquanta: si è spostato dal paese in città, ha scelto un salario in un’azienda in espansione invece di campare col suo piccolissimo laboratorio artigianale. Mio padre ha lavorato per la Technicolor per 38 anni. Io, che ho 38 anni ora, non soltanto ho già cambiato lavoro varie volte in vita mia, ma ad oggi: sono un dipendente di una scuola privata, ho delle collaborazioni continuative con una casa editrice, un mensile, e un settimanale, ho delle collaborazioni saltuarie con vari altri committenti culturali, e in più faccio lo scrittore in modo professionale e quindi posso disporre anche di alcuni anticipi.

Che vuol dire quindi cultura del lavoro? Mio nonno – operaio – non credo abbia mai letto molto Hegel o Marx in vita sua ma mi ha trasmesso quel paio di cose fondamentali: 1) che il lavoro nobilita nel senso hegeliano, in quanto dà all’essere umano la consapevolezza di poter trasformare la natura; 2) che una coscienza di classe è sentita prima ancora che teorizzata. La condizione sociale di mio padre è, a miei occhi, il frutto migliore di una comunità fondata sul lavoro, come Costituzione aveva voluto all’articolo 1. La sua etica lavorista e aziendalista, il suo rapporto con gli altri dipendenti e con i sindacati, sono stati la forma di un mondo per cui per dirla – contro la Thatcher – non gli individui ma la società esiste, ed è fatta in primis dalle persone che lavorano insieme. Nessuno della mia famiglia ha fatto politica attivamente: questa cultura (ossia questa consapevolezza) era immediata. Passava, sono convinto, attraverso grandi e piccole narrazioni. Ho presente che nelle storie che mi raccontavano da bambino mio nonno e mio padre c’erano i racconti della guerra ma c’erano anche un sacco di racconti di fabbrica: scioperi, vertenze, aneddoti della vita interna tra la mensa e i laboratori.

E oggi? Mi viene in mente quello che dice Stanley Aronowitz in Post-work: non esiste una coscienza di classe se non c’è un racconto di classe, non esiste una rivendicazione di diritti sul lavoro se prima non c’è un racconto comune su cosa vuol dire lavoro. Ossia, per farla breve, esiste il movimento operaio, la cultura operaia, se ci pensate con i suoi canti, i suoi riti, le sue feste, le sue date fondamentali, i suoi eroi, ed è una meravigliosa e secolare storia; non esiste un movimento precario, una cultura precaria. Nonostante, per fare un esempio sempre dal mondo anglofono, Guy Standing abbia provato un paio di anni fa a realizzare nel suo libro The precariat. The new dangerous class, un’operazione di sintesi storica e geografica dei nuovi lavoratori globali. Ma è una forzatura, a mio avviso, una sintesi in vitro. È difficile e forse impossibile definire il “precariato” una classe. Per semplici, preliminari ragioni, linguistiche prima ancora che storiche.

Precario dice in sé una condizione di debolezza, oggettiva e non soggettiva. Precario è una condizione deficitaria, semanticamente definisce per difetto rispetto a stabile. Precario è una parola onni-significante, in sociolinguistica si definirebbe un plastismo, ossia una parola talmente adattabile a tanti significati diversi da non essere più utile a dirci qualcosa. In questo senso la cultura del lavoro è oggi una questione più che una risorsa.

È difficile: A) riconoscere una condizione e B) pensare che questa condizione ci definisca e che anzi la rivendichiamo come parte fondamentale della nostra identità se questa condizione è essenzialmente dolorosa, deficitaria, mancante, spersonalizzante…

La cultura del lavoro oggi è un processo complicato perché il capitalismo avanzato è veramente molto avanzato, e mette a lavoro tutto, comprese non solo le nostra facoltà cognitive, ma anche – se ci pensiamo – le nostre psicosi. Per fare un esempio, io non sono soltanto un consumatore migliore se sono portato a fare shopping compulsivo, ma sono in un certo senso un lavoratore migliore se per esempio sono ansioso. Sono un lavoratore più produttivo se sono un manager che sviluppa una control-freakness, se sono un ufficio stampa con manie narcisistiche, se sono uno che fa più lavori e ha un bipolarismo accentuato. Già riconoscere questa condizione come una condizione patologica determinata anche dalle forme del lavoro contemporaneo non è facile. Il rischio successivo è di fare di questa condizione patologica la condizione di rispecchiamento. Un orgoglio patologico, se ci si pensa. Una coscienza di far parte di una comunità di traumatizzati vissuta come coscienza di classe.

Quale cultura del lavoro si può sviluppare da tutto questo? Come abbiamo provato a considerare, il capitalismo avanzato mette tutto a profitto. Sia il trauma che produce, sia il racconto del trauma. Non è vero che non si parli di precariato, di lavoro, etc… Ma se ne parla quasi sempre come un elemento oggettivo. In questo senso si è sviluppato negli ultimi anni un consumo culturale legato al precariato. Film, libri, canzoni, format televisivi, spot televisivi hanno raccontato moltissimo questa nuova scena sociale, questo mondo vissuto dai precari. In due modi: oggettivandolo ossia spesso neutralizzandolo (eliminandole la prospettiva soggettiva, quindi eliminandone la potenzialità di conflitto), e – passaggio ancora più importante – rendendolo merce. Mister Precarietto con i suoi 700 euro al mese, sempre a casa di mamma e papà, senza futuro chissà che farà, è diventato uno dei personaggi più diffusi delle narrazioni contemporanee. Il racconto della sfiga, della lamentazione, del paradosso di adulti che non riescono a essere adulti è diventato un genere letterario.

Ora, la domanda ovviamente è cosa si può fare per uscire dall’impasse. Io penso che una data cardinale come punto di svolta nella politica italiana degli ultimi due anni sia stata il 14 dicembre 2010. Era il giorno in cui Berlusconi riusciva ad avere la fiducia dopo lo strappo di Fini raccattandosi gli scherani di Scilipoti. Per strada a Roma c’era una manifestazione degli studenti dell’Onda che veniva attaccata dalla polizia in piazza del Popolo. Quello che mi fu chiaro lì era che la rabbia che la generazione post-Genova aveva maturato era una rabbia non ingenua, ma una specie di rabbia disincantata.

Lì in molti, chi era in strada e chi era davanti alla tv, hanno ancora potuto riconoscere che il nodo cruciale è il deficit assoluto di democrazia. Chi mi rappresenta in Parlamento, in tv, sui giornali, nella politica? Qualcuno che in questi anni non si è arreso al cinismo ha ricominciato a pensare che l’ingenuità in politica può diventare una colpa. Ciò che è venuto dopo: i referendum, le occupazioni, le manifestazioni anti-Tav, mostrano una forma nuova politicizzazione che ha bisogno di tempi lunghi, percorsi personali, fiducie, incontri… Se una condizione traumatica deve trasformarsi in una soggettività politica, occorre anche un’autocoscienza che sia in parte terapeutica. È anche normale che quindi la risposta a In che direzione lavorare? è In qualunque direzione, per me. Dovunque ci rialfabetizzi a un linguaggio comune.

Quello che personalmente non mi ha fatto diventare cinico in questi anni sono state delle comunità non politiche che svolgevano un ruolo di supplenza rispetto a questo deficit di confronto pubblico: la comunità intellettuale, le comunità religiose… per altri magari sono stati i gruppi femministi, per altri ancora i gruppi di lavoro teatrale, per altri le riviste… ognuno ha cercato in piccolo un luogo di minima appartenenza. Ora questi percorsi hanno la forza e la consapevolezza per arrivare a una convergenza?

La verità è che molte esperienze di aggregazione dal basso a sinistra si sono rivelati al massimo dei frankenstein elettorali, da Uniti contro la Crisi, Uniti per l’Alternativa, a Alba: e sono fallite nel giro di poco. Ma prendiamo l’esperienza del Teatro Valle, che arriverà a festeggiare una grande vittoria politica, a essere una fondazione, mercoledì prossimo. Si è visto che la forza del mettersi insieme vale se è trasformativa, non se è un’addizione. La vitalità del Valle è il principio di autocritica. Il Valle poteva essere un segno vuoto, un aggregato del peggiore centrosocialismo fricchettone; non è stato così, non è stato così in modo palmare. Se doveva essere pensato come luogo di trasformazione politica doveva essere un luogo di autoformazione, che è quello che accaduto e che accade. Non bastava un’agenda di contenuti, ma occorreva la vita. Vuoi sapere cosa pensano quelli del Valle? Vai lì e frequenta questo posto un mese. C’è gente che cambia idea al Valle, molto; c’è gente che fa delle cose talmente belle che non ci rinuncerà per nulla al mondo. C’è un confronto continuo di idee tra persone che fanno un lavoro simile. Un confronto il cui scopo principale è ricostruire un contesto di dibattito credibile. All’inizio il principio che ci si è dato come imprescindibile era proprio quello della carità. Ossia, eravamo giunti alla convinzione che la mancanza di politica fosse stata compensata da anni con il cattivo metadone dello schierarsi: le tifoserie dell’opinionismo sono tuttora il fantasma della discussione. Quello che non facevamo da anni e che ci è sembrata un’esperienza gioiosa è stato fare assemblee, discutere fino a tarda notte, stendere documenti e passarli al vaglio di centinaia di persone, discutere, avere ragione e avere torto. Per fare questo i luoghi dovevano essere per forza neutri, da ricolonizzare… Anche per questo le occupazioni o nel piccolo quello che accaduto con TQ sono stati dei soggetti orizzontali, senza leader, non c’è nulla che non venga ridiscusso mille volte: perché si è visto come le scorciatoie sul coinvolgimento della società civile producano mostri da una parte (vogliamo, per dire, parlare della candidatura dei vari Calearo alle penultime elezioni?) e perché è diventato evidente che la ripoliticizzazione deve passare per forza per una lunga e continua autoformazione. Non è meraviglioso poter essere finalmente in disaccordo e potersi parlare? Non è meraviglioso riconoscersi nelle battaglie di qualcun altro?

Tutto questo porterà a nuove forme della democrazia che non siano i partiti né i fantasmi futuristici evocati dai Casaleggio di turno? Nuove forme della democrazia nell’era della post-democrazia, come la chiama Colin Crouch? Si può declinare così questa questione. Se sì, allora direi che prima di pensare a quali procedure sono utili per stimolare partecipazione e deliberazione, mi chiederei perché è così macchinosa e difficile la transizione da una politica che aveva fiducia nei partiti a una politica per cui quei partiti sono diventati dei mostri inutili.

Io ho una sensazione. La sensazione è che nel Novecento ci siano state delle importanti agenzie di educazione informale all’uguaglianza, che oggi sono molto più deboli.

Dove è che io ho imparato il valore dell’uguaglianza? Quand’è che l’ho vissuto questo valore? Penso prima di tutto in famiglia, nell’esperienza della fratellanza. Io ho una sorella, e credo che sia stato fondamentale sapere tutti i giorni della mia infanzia che c’era qualcuno accanto a me che aveva i miei stessi bisogni, qualcuno con cui rispecchiarmi. Questa solidarietà fraterna è stata, esageriamo, in nuce un piccolo esempio di coscienza di classe: una contrapposizione, un’alleanza buona contro i nostri genitori. Oltre la famiglia, anche la società in un modo o nell’altro era un’agenzia di educazione informale all’uguaglianza. Se mi ricordo i racconti di mio nonno, sia i racconti familiari appunto in cui parlava delle decine di fratelli e cugini con cui si doveva dividere lo spazio e il cibo, mi ricordo anche i suoi racconti di guerra e i suoi racconti di fabbrica. L’esperienza terribile della solidarietà nella guerra e anche e soprattutto la vita di fabbrica mostravano senz’appello una condizione di uguaglianza, nella fragilità certo, nello sfruttamento anche.

Oggi quest’educazione informale è molto meno rilevante nella formazione personale. Metà dei miei studenti sono figli unici, un buon quarto ha fratelli o sorelle ma di un solo genitore: quello che apprendono spesso questi ragazzi è di essere speciali, unici in qualche modo; è più difficile che sperimentino l’uguaglianza. La stessa cosa è evidente sul lavoro. Le decine di tipologie di contratto oggi disponibili sono l’indice di una frammentazione della condizione lavorativa. L’utilizzo indiscriminato delle partite Iva addirittura sottintendono una condizione di solitudine che è simile a quella della monade. Non esiste un ambiente di lavoro, l’ambiente di lavoro sei tu.

E allora la domanda che mi faccio: cosa vuol dire partecipazione oggi se non ho imparato che cos’è l’uguaglianza, se per me uguaglianza non è un valore? Secondo me l’unica agenzia forte che ancora riesce in questa pedagogia dell’uguaglianza è la scuola pubblica. Per questo penso che sia il baluardo su cui una politica di sinistra deve concentrare in modo prioritario tutte le sue energie. Come posso utilizzare nuovi strumenti di partecipazione dal basso, se non ho imparato mai a confrontarmi nemmeno coi miei compagni di classe?

Fatta questa lunga premessa mi viene da citare un libro del 2011 di Donatella Della Porta, Democrazie (edito da il Mulino), che con un ottimismo contagioso, fa una lunga disamina del crollo delle ideologie novecentesche e della fiducia della forma-partito, e poi racconta come dai movimenti degli anni Sessanta fino al Forum di Porto Alegre fino ai bilanci partecipativi si possa oggi imparare molto.

Ma il discorso sulle nuove forme di democrazia è tutto da costruire, non esistono soluzioni facili. Oggi i social network o la rete in generale darebbero da sé la possibilità di rendere più democratico il discorso pubblico. Ma questo, vediamo (anche se sappiamo quanto un twitter o un facebook hanno contribuito a trasformazioni epocali come le complicate primavere arabe) non è un processo automatico. La rialfabetizzazione politica è un processo lungo: quando negli ultimi anni ho ricominciato a partecipare a assemblee politiche, ho visto che molte persone non avevano neanche la capacità di stare a sentire senza parlare addosso, ho visto conflitti personali che non riuscivano a essere trasformati in contrasti di idee… A fare politica si impara col tempo.

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Il Grande Alibi e le simmetriche ipocrisie https://minimaetmoralia.it/lavoro/il-grande-alibi-e-le-simmetriche-ipocrisie/ https://minimaetmoralia.it/lavoro/il-grande-alibi-e-le-simmetriche-ipocrisie/#comments Thu, 03 May 2012 13:10:16 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7712 Pubblichiamo un articolo di Sergio Bologna che anticipa i temi che si affronteranno durante l'Assemblea Nazionale dei Lavoratori Indipendenti sabato 5 maggio a Roma. 

di Sergio Bologna

È finito il tempo in cui tutta la crisi del paese si poteva addossare alle responsabilità della Lega e del Cavaliere. È finito il Grande Alibi con il quale certi partiti e grandi organi di stampa hanno vissuto, o vegetato, coprendo le loro responsabilità storiche con le immagini marionettistiche o truci di Bossi e Berlusconi. Adesso stanno lì, mezzi nudi, e la loro pochezza è sempre più visibile. Cercano di fare un po’ lo stesso giochetto con il governo Monti, ci provano, ma è più difficile, lo hanno voluto loro, lo ha confezionato il Presidente. Come si può sconfessare una cultura, propria di quella generazione di ex comunisti, che ha sempre visto il nemico a sinistra e considerato alla stregua dell’eversione le espressioni di autonomia di pensiero che si fanno rappresentanza? La discussione, le modalità, gli esiti del confronto sul mercato del lavoro hanno portato in superficie il peggio della cultura politica italiana ed è a questa cultura, non altro, che va ricondotto lo stato miserevole in cui si trovano oggi milioni di persone tra i 20 e i 40 anni, se hanno la sfortuna di vivere del loro lavoro.

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Pubblichiamo un articolo di Sergio Bologna che anticipa i temi che si affronteranno durante l’Assemblea Nazionale dei Lavoratori Indipendenti sabato 5 maggio a Roma. 

di Sergio Bologna

È finito il tempo in cui tutta la crisi del paese si poteva addossare alle responsabilità della Lega e del Cavaliere. È finito il Grande Alibi con il quale certi partiti e grandi organi di stampa hanno vissuto, o vegetato, coprendo le loro responsabilità storiche con le immagini marionettistiche o truci di Bossi e Berlusconi. Adesso stanno lì, mezzi nudi, e la loro pochezza è sempre più visibile. Cercano di fare un po’ lo stesso giochetto con il governo Monti, ci provano, ma è più difficile, lo hanno voluto loro, lo ha confezionato il Presidente. Come si può sconfessare una cultura, propria di quella generazione di ex comunisti, che ha sempre visto il nemico a sinistra e considerato alla stregua dell’eversione le espressioni di autonomia di pensiero che si fanno rappresentanza? La discussione, le modalità, gli esiti del confronto sul mercato del lavoro hanno portato in superficie il peggio della cultura politica italiana ed è a questa cultura, non altro, che va ricondotto lo stato miserevole in cui si trovano oggi milioni di persone tra i 20 e i 40 anni, se hanno la sfortuna di vivere del loro lavoro.

Era il luglio 1993 quando sindacati e Confindustria firmarono l’accordo che avrebbe negli anni successivi dato il via libera alla flessibilità della forza lavoro e al contenimento dei salari. Un anno prima il patrimonio pubblico nell’industria e nelle banche era stato messo all’asta, non al miglior offerente ma al più raccomandato. Doveva essere, quell’accordo, l’inizio di un processo di consolidamento dell’impresa italiana, di maggiore capitalizzazione, avremmo dovuto avere imprese più robuste e con maggiori risorse da investire in tecnologia e risorse umane. Abbiamo avuto imprese più piccole e “ditte individuali” che qualcuno si ostina a chiamare “imprese”. Le aziende con meno di 15 dipendenti sono diventate una maggioranza schiacciante, è cominciata nei fatti l’abrogazione dell’art. 18.

Il Paese è arrivato alla scadenza della crisi 2001/2002 con un apparato produttivo già svuotato da delocalizzazioni, indebolito dalla concorrenza dei Paesi a basso costo, dall’allargamento dell’Unione Europea e da una generazione di imprenditori restìa a investire in Italia. Eppure il nostro capitalismo poteva contare su lavori flessibili, forza lavoro scolarizzata e salari tenuti bassi non solo dall’abolizione della scala mobile ma da sindacati che definire “ragionevoli” è un eufemismo. Anche la conflittualità era vicina allo zero nel settore privato. Cosa gli impediva di rispettare il patto del luglio 1993? Quali migliori condizioni per rafforzarsi e investire in Italia? Ma non era finita, anzi, il peggio doveva venire. Lungo tutto il primo decennio del nuovo Millennio una buona parte del capitale italiano si è sottratto alla responsabilità di reinvestire i profitti (unico ruolo sociale che gli è riconosciuto). Padroni che per primi non hanno creduto nelle loro imprese, gente che ha succhiato risorse a precari, interinali, stagisti, ma non le ha rimesse nell’azienda, le ha immobilizzate nel cemento o le ha regalate alla finanza internazionale. Ora, che questa gente abbia la faccia tosta di dire che se in Italia non s’investe la colpa è dell’art. 18 dimostra come l’arroganza del potere, prima e dopo Berlusconi, non abbia limiti. La posizione di Confindustria sull’art. 18 copre il peggio del capitale industrial-finanziario italiano. Copre i grandi delocalizzatori, quelli che hanno smesso di fare gli industriali e vivono di concessioni autostradali, i devastatori del territorio, quelli che s’ingrassano sul barile di petrolio a 100 dollari, i vampiri degli appalti pubblici. Copre chi fa impresa truffando il fisco, violando le norme sul lavoro e la sicurezza, le leggi a protezione dell’ambiente, chi sfrutta i fornitori e li porta alla disperazione e al suicidio. Sono questi che dicono di non poter assumere giovani perché c’è l’art. 18.

L’imprenditoria migliore, quella che in questi due decenni ha continuato a investire, a tentare di innovare, quella che tratta i dipendenti da esseri umani, che paga i fornitori, anzi li aiuta a crescere, quella che paga le tasse sui profitti, quella che lavora di cervello e di astuzia e non di lobbysmo, quella imprenditoria – e per fortuna ce n’è ancora – non viene a piangere sull’art. 18 ma mette l’accento su tutte le cose impresentabili del sistema Italia, dalle vessazioni della burocrazia, al funzionamento della giustizia, dalle clientele all’università dei baroni, dai trasporti merce solo su camion alle banche che prestano soldi a palazzinari falliti e li negano a giovani che hanno una buona idea. Perché questa imprenditoria non ha alzato la voce? Perché non ha delegittimato i vertici confindustriali, scompaginando le carte della trattativa sulla riforma del lavoro? Perché non ha urlato che l’art. 18 non è un problema? Forse perché l’Italia è il Paese delle virtù private e delle viltà pubbliche.

Avrebbe dovuto parlare il Partito Democratico, ma avrebbe dovuto dire il vero sul comportamento del grande capitale italiano degli ultimi vent’anni. Meglio tacere, meglio nascondersi dietro la CGIL. Avrebbe dovuto, prendendo le parti dell’imprenditoria migliore, formulare un’idea di sviluppo della nostra economia. Ma non ce l’ha, capisce solo di grandi infrastrutture, di grandi opere, ci sono dietro gli interessi delle grandi cooperative di costruzione che poi sanno chi ringraziare. Meglio tacere e nascondersi dietro la CGIL.

Milioni di persone, tra i 20 e i 40 anni, si trovano oggi in una situazione di precarietà, d’incertezza, d’impossibilità a progettare il futuro pur facendo parte della forza lavoro attiva. In questo c’è anche una diretta, seppur parziale, responsabilità di CGIL, CISL e UIL. Da quando la parola “precario” è entrata nel loro lessico hanno mai fatto qualcosa di sostanziale per cambiare le cose? E quando hanno preso in considerazione il problema, hanno prospettato forse soluzioni innovative? Hanno sempre riportato tutto dentro il quadro, lo schema, i parametri del lavoro dipendente, perseguendo su questa strada anche quando tecnicamente non poteva funzionare. L’importante era imporre una tipologia di status che garantisse la loro titolarità contrattuale. La prova ce l’abbiamo sotto gli occhi: la soluzione che la riforma del lavoro prospetta per eliminare le cosiddette “finte partite Iva” è una soluzione tecnicamente inapplicabile, come ha spiegato una presa di posizione dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, è una soluzione che oltretutto mette a rischio il posto di lavoro di queste persone. Ma viene ostinatamente perseguita dai sindacati e difesa in Parlamento dal PD.

Si trattasse solo di questo, riguarderebbe al massimo il 10% delle Partite Iva esistenti. Ma si è voluto fare di più e peggio. Non sapendo come eliminare il 90% delle Partite Iva restanti, hanno pensato bene di dire: “Rendiamo più gravosi i loro oneri contributivi alla Gestione Separata INPS – che ha già buoni 8 miliardi di attivo – così pigliamo due piccioni con una fava: ne eliminiamo una buona parte che non ce la farà più a lavorare e con quelli che restano facciamo cassa per coprire i costi degli esodi, ci togliamo dai piedi un po’ di autonomi inaffidabili politicamente e salviamo la classe operaia che è il baluardo della democrazia”. Volendo, si potrebbe obbiettare che in tutti i Paesi la componente operaia è ben presente e certe volte maggioritaria – vedi Lega Nord – nei movimenti razzisti e populisti, i rednecks americani sono tutti proletari bianchi. Ma evitiamo queste sottigliezze, andiamo al centro della questione: l’art. 18.

Nel 1990 l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori tutelava la grande maggioranza del lavoro dipendente nel privato. Oggi, 22 anni dopo, tutela una minoranza del lavoro dipendente e non riguarda l’esercito di almeno 4 milioni di persone tra i 20 e i 40 anni perlopiù, impantanati nei contratti a termine, nel precariato insomma. In questo lasso di tempo l’art. 18 è stato abolito nei fatti da una politica industriale e da una politica del lavoro che ha visto promotori ex comunisti ed ex democristiani (leggi Treu), consenzienti i sindacati, preoccupati non di salvaguardare il lavoro del futuro ma la loro posizione istituzionale, consociativa. E allora, cari amici del PD, cari amici di CGIL, CISL e UIL, se per un ventennio non avete saputo impedire che uscisse sempre più gente dal perimetro dell’art. 18, se per un ventennio avete tollerato la diffusione del precariato e di tutte quelle forme non tutelate dall’art. 18, non è pura ipocrisia oggi irrigidirsi sull’art. 18, non è di una miopia sconfortante riportare tutto dentro lo schema del lavoro dipendente di stampo fordista? Non era questa l’occasione per prendere atto che il lavoro è cambiato, per fare il primo passo verso una flexsecurity? Non era giunto il momento di inventarsi qualcosa per consentire la sostenibilità del precariato oltre la sua abolizione con improbabili “stabilizzazioni”? Un precariato che diventa sempre più “intrinseco al settore economico di attività”. Che cosa vuol dire? Che aumentano nell’economia e nell’occupazione le attività “temporanee”, con la diffusione dell’entertainment, dei media, della cosiddetta economia dell’evento, la fieristica, la convegnistica, i festival, attività che aprono e chiudono, dove il lavoro sarà sempre “a termine”, dove 1 su 100 è dipendente, dove per forza devi avere la Partita Iva o fare l’occasionale.

C’è un aspetto che riguarda il lavoro dipendente, un aspetto su cui di solito si tace. Il bla bla bla sul lavoro precario ha finito per gettare un cono d’ombra su un tema ancora più scottante, forse. Quanto guadagna oggi chi lavora da dipendente? Se è fisso in media non guadagna tanto da mantenere una famiglia, siamo sui 1.200 euro al mese. Se è precario nella maggioranza dei casi non guadagna tanto da mantenersi da solo, siamo sui 500, 800 euro al mese per un lavoro qualificato, che richiede una laurea e che ti tiene in ufficio otto, nove, anche dieci ore al giorno. Si parla di stabilizzazione, si parla di contratto unico, ma perché nessuno parla dei working poor? Si parla di disoccupati, ma perché nessuno parla degli occupati che stanno certe volte peggio dei cassaintegrati? Perché chi lavora per far rispettare i suoi diritti deve sempre ricorrere alla magistratura? Perché tutto viene riportato nell’ambito di ragionamenti giuridici e si evita accuratamente di fare dei ragionamenti economici? Ci dovranno pur essere un qualche giorno soluzioni negoziali diverse da quelle che hanno caratterizzato il lavoro fordista, altrimenti, se accettiamo che non è possibile difendere con l’arma del negoziato, della trattativa sindacale, una forza lavoro dispersa e frammentata, dobbiamo per forza ricorrere a degli argini legislativi per fermare il degrado delle sue condizioni ed uno di questi è il salario minimo garantito. Ma ai sindacati non piace perché sottrae loro potere contrattuale. E allora si crea un mito attorno al contratto di lavoro a tempo indeterminato. Quelli che stanno peggio, gli extracomunitari soci e dipendenti delle cooperative di lavoro, giovani delle cooperative sociali, sono tutti assunti a tempo indeterminato, peccato che le cooperative nascono e muoiono, e il nuovo caporalato che le ha messe in piedi se ne scappa con i contributi, con l’ultimo mese di paga, con la liquidazione. Ma a chi venite a raccontare che il contratto a tempo indeterminato è sinonimo di garanzia del posto di lavoro? Ai gonzi oppure a chi non ha idea di come sia combinato il lavoro oggi.

Le professioni, meglio sarebbe dire il lavoro intellettuale svolto in forma indipendente – con Partita Iva, con una microimpresa dove il titolare è tutto, con studi associati – sono un universo distinto tra coloro che hanno un Ordine e coloro che ne sono privi, tra coloro che sono obbligati a versare i contributi alla Gestione Separata INPS e coloro che usufruiscono di una cassa previdenziale privata (si dovrebbe fare una riflessione su come vengono gestite queste casse e di come certe volte hanno buttato al vento i soldi di chi le ha rimpinguate per anni). Ci sono una ventina di Ordini professionali ma più di duecentocinquanta, censite dal CNEL, Associazioni professionali non ordinistiche. Chiedete a un giovane medico, a un giovane avvocato, a un giovane architetto a cosa serve il suo Ordine, come lo protegge sul mercato, ti guarderà come per dire: “mi stai pigliando in giro?” Gli Ordini sono nati per tutelare il cliente. La stragrande maggioranza delle Associazioni non ordinistiche, malgrado questo, aspira ad avere un Ordine, un riconoscimento pubblico. È una questione di status. Il mercato, se non appartieni a certe professioni antiche, se ne infischia dei tuoi blasoni e poco per volta anche delle tue competenze. Ma loro insistono, vogliono essere una professione riconosciuta, forse per sentirsi più su nella scala sociale, forse per avere una cassa privata da gestire, forse per essere ammessi ai “tavoli” delle cosiddette parti sociali. E su queste richieste PD e CGIL ci sentono.

Tutto quello che riporta ad un tradizionale ordine delle cose, tutto quello che riproduce il quadro del lavoro del Novecento, tutto quello che riporta al passato, va bene. Osar guardare al futuro sembra una bestemmia. C’è qualche Associazione professionale, rara avis, che del riconoscimento dello Stato non sa che farsene, se ne infischia di codici etici e di tariffe minime, sa che il mercato è spietato, guarda al sodo e si ribella ad un aumento dei contributi sociali, cerca di spiegare che versare il 33% del reddito lordo all’INPS, per avere prestazioni miserabili o per non averne (si pensi alle malattie domiciliari per esempio), significa per molti dover rinunciare a lavorare. Cercano di spiegare tante cose che non funzionano o sono incongruenti nell’attuale sistema di welfare – ma le loro parole non sono gradite, forse perché ragionano con la propria testa e mantengono ferma la loro autonomia di rappresentanza. Ed è questo che non viene accettato, pare incredibile, ma è solo questo.

Un accenno soltanto agli ammortizzatori sociali. Né per gli autonomi né per i precari è previsto un ammortizzatore sociale in più, un qualcosa che possa essere interpretato come uno spiraglio verso la flexsecurity. Esce intatta dalla riforma la Cassa Integrazione, le cui richieste sono schizzate a 100 milioni di ore in poche settimane. Non la tocca nessuno perché è una forma di finanziamento all’impresa, non per altro. Si potrebbe almeno condizionarne l’erogazione ad un impegno dell’azienda a non delocalizzare. Invece diamo soldi a chi ha già la valigie pronte per andare in Brasile, in Russia, in Tunisia. In Germania si è fatto di tutto per rendere flessibile la forza lavoro e portare le retribuzioni a livelli ancora peggiori dei nostri, ma almeno si è detto alle aziende, Standort Deutschland e moltissime sono tornate indietro dai paesi a basso costo del lavoro dove s’erano rifugiate. È anche questa una politica industriale, minima ma lo è. Lo scontro sull’art. 18 non è una politica per lo sviluppo, è una scena di simmetriche ipocrisie.

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Spaghetti e surf: Van Parijs replica alla Fornero https://minimaetmoralia.it/interviste/spaghetti-e-surf-van-parijs-replica-alla-fornero/ https://minimaetmoralia.it/interviste/spaghetti-e-surf-van-parijs-replica-alla-fornero/#respond Fri, 23 Mar 2012 11:43:34 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7103 Secondo la ministra del lavoro, in Italia “con un reddito base la gente si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro”. Per risponderle, ecco un’intervista di Giuliano Battiston a Philippe Van Parijs, del Basic Income Earth Network, che abbiamo trovato sul sito di sbilanciamoci.info e che è tratta dal volume «Per un’altra globalizzazione» (Edizioni dell'Asino).

Prima di capire le ragioni per cui dovremmo fare nostra l’idea di “versare a tutti i cittadini, incondizionatamente, un reddito di base cumulabile con ogni altro reddito”, valutiamo le obiezioni più comuni, tra cui quella – già avanzata da Marshall in un diverso contesto – che i diritti di cittadinanza debbano accompagnarsi a delle contropartite, a dei doveri; che ci debba essere un legame tra reddito e lavoro; che la concessione del reddito vada condizionata a un contributo produttivo, o alla volontà di darlo. Come lei ricorda ne «Il reddito minimo universale», soprattutto nell’Europa continentale è forte il modello “bismarckiano” “conservator-corporativista” della protezione sociale, l’idea che la previdenza sociale sia legata al lavoro e allo statuto di salariato del cittadino. Mentre nel saggio «Il basic income e i due dilemmi del Welfare State» riconosce che la parziale “disconnessione tra il lavoro e il reddito richiederebbe un radicale ripensamento” culturale, anche in quei pochi partiti di sinistra che ancora oggi riconoscono nel lavoro un tema centrale della loro agenda politica. Come favorire questo ripensamento? E come risponde alle obiezioni menzionate?

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Secondo la ministra del lavoro, in Italia “con un reddito base la gente si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro”. Per risponderle, ecco un’intervista di Giuliano Battiston a Philippe Van Parijs, del Basic Income Earth Network, che abbiamo trovato sul sito di sbilanciamoci.info e che è tratta dal volume «Per un’altra globalizzazione» (Edizioni dell’Asino).

Prima di capire le ragioni per cui dovremmo fare nostra l’idea di “versare a tutti i cittadini, incondizionatamente, un reddito di base cumulabile con ogni altro reddito”, valutiamo le obiezioni più comuni, tra cui quella – già avanzata da Marshall in un diverso contesto – che i diritti di cittadinanza debbano accompagnarsi a delle contropartite, a dei doveri; che ci debba essere un legame tra reddito e lavoro; che la concessione del reddito vada condizionata a un contributo produttivo, o alla volontà di darlo. Come lei ricorda ne «Il reddito minimo universale», soprattutto nell’Europa continentale è forte il modello “bismarckiano” “conservator-corporativista” della protezione sociale, l’idea che la previdenza sociale sia legata al lavoro e allo statuto di salariato del cittadino. Mentre nel saggio «Il basic income e i due dilemmi del Welfare State» riconosce che la parziale “disconnessione tra il lavoro e il reddito richiederebbe un radicale ripensamento” culturale, anche in quei pochi partiti di sinistra che ancora oggi riconoscono nel lavoro un tema centrale della loro agenda politica. Come favorire questo ripensamento? E come risponde alle obiezioni menzionate?

L’idea che il diritto a un reddito debba essere legato al lavoro o alla disponibilità a lavorare, che dunque ci sia un’associazione, che deriva da considerazioni di tipo etico, non economico, tra lavoro e reddito, non si limita ai Paesi dal modello “bismarckiano”, ma investe anche il mondo anglosassone, e direi anzi che sia presente in tutte le società del mondo. A questo proposito, è interessante notare una singolare analogia, perché quest’idea si avvicina molto alla relazione etica che per lungo tempo diverse società hanno istituito tra sesso, gratificazione sessuale e riproduzione. In tutte quelle società nelle quali, in ragione di una forte mortalità infantile, era essenziale ottenere un elevato livello procreativo, divenne infatti eticamente obbligatorio legare la gratificazione sessuale almeno al “rischio” della procreazione, così da contribuire eventualmente alla sopravvivenza della comunità. Per lungo tempo, e per ragioni analoghe, si è radicata l’idea che si potesse avere accesso alla gratificazione del consumo, dunque al reddito, solo a condizione di essere disposti a contribuire alla produzione (l’equivalente della riproduzione nel caso della gratificazione sessuale). La connessione tra i due aspetti è evidente. Oggi però ci troviamo a vivere in condizioni tecnologiche ed economiche molto diverse, grazie alle quali non è più necessario che tutte le attività sessuali siano legate alla possibilità della procreazione, e allo stesso modo non è necessario fare del contributo alla produttività, dunque del lavoro, una condizione di accesso al reddito. Intendo dire che è possibile dare vita a un’organizzazione della società che non sia basata su questo tipo di etica del lavoro. Mi rendo conto tuttavia che questo discorso dimostra solo la possibilità di una diversa organizzazione, ma non che sia giusto o preferibile introdurla. Per questo occorre ancora lavorare molto, superando i tanti ostacoli culturali, sia a destra che a sinistra. Mi sembra comunque curioso che in tutti questi anni l’obiezione etica abbia sempre prevalso rispetto all’obiezione tecnica, relativa alla plausibilità di finanziare un meccanismo del genere, e agli interrogativi sulla realizzabilità politica di quest’idea.

Per lei gli argomenti a favore del reddito minimo universale non possono limitarsi a considerazioni di ordine economico, perché “fanno immancabilmente appello a una concezione della società giusta”. Ma se contravvenissimo alle sue indicazioni, e ci limitassimo alla plausibilità e alla convenienza economica, in che termini l’introduzione del reddito universale sarebbe ispirata dalla “preoccupazione di sradicare non solo la povertà strettamente e staticamente definita, ma anche l’esclusione”, e in che senso “sarebbe non un’alternativa al diritto al lavoro, quanto, piuttosto, un contributo essenziale alla sua realizzazione nelle circostanze attuali”?

Chi sono i poveri? Adottando una definizione molto semplicistica della povertà in termini di differenze, qualcuno è povero quando il suo reddito è inferiore a una certa soglia, arbitraria, di povertà, definita come livello di reddito reale. E qual è il modo più efficace per eliminare questa povertà monetaria? Tassare un pochino i ricchi, senza renderli poveri, senza cioè che i ricchi finiscano al di sotto di quella soglia di povertà, usando i soldi così ricavati per darli alla gente povera, in modo che tutti siano in grado di oltrepassare la soglia. Nel vocabolario degli specialisti della politica sociale questo metodo si chiama target efficiency, e passa per un uso delle risorse volto ad abolire il poverty gap, la differenza che passa tra il reddito e la soglia della povertà. É un metodo che riflette un atteggiamento miope, però, perché la target efficiency massimale crea necessariamente una tassazione marginale sui ricchi, mentre incide al 100 per cento sui poveri. Infatti, quando una persona povera tenta di uscire da una situazione di povertà o di disoccupazione, guadagnando qualche soldo grazie a un lavoro dichiarato, viene punita per il suo sforzo con la soppressione di una percentuale proporzionale del sussidio. Questo significa che per i ricchi il tasso marginale è del 50 per cento al massimo, in certi Paesi del 40 per cento, mentre per i poveri è del 100 per cento, visto che perdono tutto quello che guadagnano. Il solo modo per evitare questo meccanismo perverso è quello di assicurare anche a quanti hanno un reddito primario che non equivale a zero il trasferimento di reddito, che alzerebbe il loro livello di reddito netto al di là della soglia di povertà. In questo modo, è vero, la target efficiency non sarà perfetta, ma la sua imperfezione, ovvero la focalizzazione sui poveri, è la condizione necessaria di una politica intelligente di lotta alla povertà che sia allo stesso tempo anche una strategia contro l’esclusione dal mercato del lavoro. La formula più semplice e sistematica per dare vita a una politica del genere, anche se non l’unica, passa per il sussidio universale, attraverso un trasferimento lordo di uguale entità a tutti, sia che si lavori sia che non si lavori, in modo tale che laddove chi è povero decidesse di lavorare otterrebbe comunque un reddito più alto rispetto ai periodi in cui decidesse di non farlo.

 

A proposito di lavoro: sono in molti a pensare che il reddito minimo universale sia deresponsabilizzante, o che possa incentivare comportamenti irresponsabili. Già nell’Ottocento il belga Joseph Charlier diceva che rischiasse di incoraggiare la pigrizia, e più recentemente John Rawls, di cui lei si dichiara teoricamente debitore, ha affermato che quelli che fanno surf tutto il giorno sulle spiagge di Malibu devono trovare un modo per provvedere ai propri bisogni, e non dovrebbero beneficiare dei fondi pubblici. Mentre per i “comunitaristi” il reddito universale rischia di allentare ulteriormente i legami sociali, riducendo il sentimento di responsabilità e di solidarietà verso gli altri. Lei invece insiste nel sostenere che il reddito minimo universale consentirebbe a ogni individuo di sviluppare capacità, eliminare dipendenze, accrescere il potere contrattuale come lavoratore, e via dicendo. Ci spiega le sue ragioni?

I sistemi attuali che differenziano il livello di sussidio in base alla composizione del nucleo familiare tendono a concedere più reddito e benefici a due individui che vivano separati piuttosto che insieme. L’individualizzazione legata alla mia interpretazione del sussidio universale, invece, si tradurrebbe nell’incoraggiamento all’unione, visto che laddove questi due individui dovessero mettersi insieme, o decidessero di unirsi ad altri individui, non ne verrebbero penalizzati. In questo senso il sussidio universale costituirebbe un incoraggiamento sistematico alla vita comunitaria e familiare, soprattutto se comparato con i sistemi alternativi. Inoltre, contrariamente a quanti obiettano che sia irragionevole concedere il sussidio senza alcuna contropartita, o senza la garanzia della disponibilità a lavorare, il sussidio potrebbe funzionare anche come sostegno sistematico alle attività non salariate. Capisco bene la preoccupazione “comunitarista” per una vita collettiva che sia attiva e partecipata, ma da questo punto di vista mi sembra che il sussidio universale comporti delle alternative migliori rispetto alle tradizionali politiche laburiste. C’è però un’altra obiezione comunitarista, legata all’idea che ci sia un legame insolvibile tra diritti e doveri, e che una comunità possa funzionare efficacemente soltanto laddove ai diritti si accompagnino i doveri. Anch’io credo che i cittadini debbano avere degli obblighi, e che in alcuni casi questi obblighi vadano tradotti in termini legali, ma allo stesso tempo credo che anche laddove non ci siano obblighi legalmente formalizzati esista il dovere per il cittadino di partecipare alla vita pubblica, e che con il sussidio universale sia più facile farlo. L’idea della relazione diritti-doveri del cittadino dunque è perfettamente coerente e compatibile con il sussidio minimo universale.

 

In «Salvare la Solidarietà» parla della necessità non solo di “resistere all’erosione degli elementi universalistici, non selettivi dello Stato sociale”, ma anche di rafforzarli. Riprendendo i termini che adotta nel saggio su I fondamenti morali del Welfare State (incluso nel volume «Restructuring the Welfare State»), sembrerebbe di poter dire che alla base del suo ragionamento ci sia l’idea che occorra ripensare radicalmente le componenti fondamentali dei nostri sistemi di welfare, trasformandoli da una rete che cattura, e dunque immobilizza gli individui, in un terreno sul quale possano poggiarsi per esercitare effettivamente la propria libertà. Ma come dare luogo a quello che ha definito come The Second Marriage of Justice and Efficiency, quel nuovo contratto sociale che sappia coniugare maggiore sicurezza e maggiore flessibilità?

La giustizia non è solo una questione di reddito, ma di potere, della possibilità di scegliere cosa fare della propria vita, che si tratti della scelta di dedicare meno ore al lavoro retribuito o della possibilità di avere un più facile accesso al lavoro. In altri termini, si tratta di quello che definisco come libertà reale di fare, nel lavoro e al di fuori del lavoro. Anche se parliamo di un reddito, dunque di una risorsa monetizzabile, i benefici non si limitano a considerazioni sul benessere materiale degli individui, ma investono anche l’uso che possiamo fare del nostro tempo. Il reddito minimo universale ci consente di accedere al lavoro, di svolgere attività fuori dal lavoro, ci dà maggior potere di consumo, essendo universale contribuisce a combattere l’esclusione dal lavoro, in quanto incondizionato ci permette di scegliere tra lavori diversi e tra differenti attività non lavorative. É grazie a tutti questi elementi che può celebrare un matrimonio con la giustizia. Per capire la sua relazione con l’efficienza, dovremmo invece riconoscere da una parte che oggi in molti Paesi la questione centrale è quella della gestione e della creazione intelligente del capitale umano, e dall’altra che il sussidio è lo strumento con cui rendere più facile la circolazione e la mobilità tra le sfere del lavoro, della formazione e della famiglia. Quando si ha a disposizione un sussidio generale, individuale, incondizionato, diventa più facile a un certo punto della propria vita decidere di rallentare, o interrompere per un dato periodo il proprio percorso lavorativo, consacrandosi meglio ai propri figli, dunque alla creazione del capitale umano delle generazioni future. Oppure decidere di approfondire la propria formazione, adattandosi più facilmente alle strutture sempre mutevoli del mercato del lavoro. In questo modo si potrebbe lavorare più a lungo, e, avendo ricevuto una formazione complementare più avanzata nel lavoro, potremmo cambiare più facilmente professione. Si tratta ovviamente di una misura che va completata e integrata con altre riforme del sistema educativo, ma credo che l’introduzione del reddito minimo universale possa costituirne la base, lo zoccolo duro, facilitando una circolazione tra le tre sfere citate in modo da affrontare molto meglio la struttura economica in cui viviamo e la crisi congiunturale che stiamo attraversando.

 

A proposito di crisi: l’attuale crisi economica testimonia le contraddizioni e la debolezza di un modello economico-culturale, quello neoliberista, della cui egemonia per alcuni segnerebbe in qualche modo la fine. Ne «Il reddito minimo universale afferma che una riflessione seria e rigorosa sul reddito minimo universale ci permetterebbe di ripensare in profondità le funzioni dello Stato sociale di fronte alla “crisi multiforme” che affronta, e consentirebbe inoltre di raccogliere le sfide della mondializzazione a chi nutra l’ambizione di offrire un’alternativa radicale e innovatrice al neoliberismo. In che termini il reddito minimo universale costituisce un’alternativa al neoliberismo?

Come la crisi degli anni Trenta del Novecento, anche quella attuale è il prodotto di una falla istituzionale. Tuttavia proprio le riforme introdotte in seguito a quella crisi hanno impedito che se ne concretizzassero altre simili, mentre oggi abbiamo a disposizione gli Stati sociali e gli ammortizzatori, senza i quali le conseguenze, socialmente ed economicamente, sarebbero molto più drammatiche. Le ragioni della crisi vanno ricercate in quelle istituzioni che non hanno funzionato bene, perché non erano state concepite opportunamente, o perché investite dalla dottrina ultra-liberista, che chiedeva minori regolamentazioni. É evidente che ci sia bisogno di un maggior controllo del sistema bancario, di quello immobiliare e delle assicurazioni, legati a doppio filo con quello bancario. E che in termini più generali siano necessarie delle regolamentazioni globali nei settori centrali per il funzionamento dell’economia. In questo senso possiamo parlare di una vera e propria crisi del neoliberismo. Ritengo che il sussidio universale sia un elemento centrale per promuovere un’alternativa al neoliberismo, ma non credo affatto che la sua introduzione avrebbe evitato la crisi. Sarebbe assurdo sostenerlo. Però, se è vero che in alcuni Paesi la crisi risulta meno grave grazie a certe forme di protezione sociale, è altrettanto vero che se avessimo introdotto un sistema di sussidi universali avremmo potuto ulteriormente mitigarne gli effetti. Le condizioni per ripartire sarebbero state migliori rispetto a quelle attuali, in particolare nell’ambito dell’occupazione. Vorrei però aggiungere un altro elemento che considero importante, legato alle ragioni per cui agli inizi degli anni Ottanta ho cominciato a interessarmi al reddito universale: in quegli anni mi interrogavo sugli strumenti con cui risolvere il problema della disoccupazione, che in Europa era molto sentito, in particolare in seguito alla recessione degli anni Settanta. Tutti gli economisti continuavano a sostenere che fosse necessaria una crescita maggiore, ma per me e per molti altri che come me facevano parte del movimento ecologista era assurdo ricorrere ancora una volta alla politica dell’aumento della crescita, anche perché realisticamente per risolvere quei problemi avremmo avuto bisogno di una crescita del 7/8 per cento annuo. L’idea di un sussidio universale, invece, mi sembrava soddisfacesse quella parte del movimento ecologista di sinistra che voleva preservare e “curare” l’ambiente ma risolvere anche i problemi sociali, e che allo stesso tempo rispondesse a quanti reclamavano un nuovo progetto per la sinistra europea di fine Novecento, a chi sentiva la necessità di avere un orizzonte per il futuro, che non fosse riducibile a un mercato sempre più forte come vogliono i neoliberisti, e che non andasse in direzione di un controllo sempre maggiore dello Stato, di un’appropriazione collettiva o statale dei mezzi di produzione, come suggerisce qualche marxista. Si trattava di dare più potere non allo Stato o al mercato, ma a ogni individuo, garantendo a tutti la sopravvivenza, e di favorire la crescita e lo sviluppo di sfere di attività irriducibili tanto al mercato che allo Stato.

 

In «Salvare la solidarietà» scrive che un pensiero rawlsiano di sinistra è cruciale per preservare gli spazi di distribuzione esistenti e opporsi con forza alla parcellizzazione della solidarietà, ma aggiunge che bisogna anche impegnarsi per la creazione di meccanismi per un’ampia redistribuzione a livello europeo. Ma come sciogliere il dilemma tra la capacità economica e quella politica, tra l’insostenibilità economica di un generoso welfare state nazionale e l’insostenibilità politica di un generoso welfare state transnazionale? In altri termini, come ovviare al fatto che, come lei stesso nota, quanto più si amplia la cornice geografico-politica tanto più le maggiori possibilità economiche si pagano in minori possibilità politiche?

Da una parte ci sono gli Stati nazionali, politicamente in grado di operare una giusta distribuzione, ma economicamente sempre più impossibilitati a causa della competizione fiscale e sociale del mondo globalizzato, e dall’altra ci sono entità politicamente più ampie, come l’Unione europea, che avrebbero la capacità economica di operare questa distribuzione, ma mancano della capacità politica. Di fronte a questo dilemma, cosa fare? Non credo esista alcuna speranza di restaurare la capacità economica degli Stati-nazione; esiste però la speranza di promuovere e creare le capacità politiche su un livello più elevato. Il fatto è che i meccanismi di redistribuzione macroregionali non cadranno dal cielo, dalla mente illuminata di un filosofo, né, tanto meno, dai computer dei burocrati di Bruxelles. Saranno piuttosto il risultato di una mobilitazione sufficientemente forte e radicata da parte delle associazioni, delle organizzazioni e degli enti che rappresentano e difendono gli interessi dei più vulnerabili, di coloro per i quali questa distribuzione è essenziale. Il guaio è che manca un movimento paneuropeo, transnazionale, davvero coeso e forte, e se la lotta dei sindacati è spesso frammentaria, le confederazioni di partiti politici di sinistra sono deboli. Come rimediare? Agendo sul livello delle “pre-condizioni”, favorendo la capacità di mobilitazione e coordinamento delle lobby che rappresentano le associazioni dei più deboli. In questo senso dovremmo reclamare per esempio l’istituzione di un’unica capitale politica europea, visto che la doppia sede di Strasburgo e Bruxelles facilita le lobby più potenti, in grado di seguire ovunque i parlamentari europei e di influenzarne le decisioni, mentre ostacola quelle minori. La cosa più importante comunque è superare il problema della diversità linguistica: ancora una volta, gli attori politico-economici più “solidi” possono permettersi interpeti e traduttori di qualità, coordinarsi e mobilitarsi sufficientemente, mentre non possono farlo coloro che rappresentano i bisogni più diffusi della popolazione. Affinché costoro possano coordinarsi in modo efficiente e senza costi proibitivi, si deve operare per una democratizzazione radicale e accelerata della lingua franca, l’inglese, uno strumento di potere importantissimo, che costituisce una precondizione per la fattibilità politica di molte iniziative. Inoltre, occorre aumentare la trasparenza delle decisioni prese dalle autorità politiche pubbliche e dalle imprese private rendendole accessibili a tutti tramite internet. E allo stesso tempo c’è il dovere civico e l’obbligo sociale di alimentare il grande serbatoio di internet con informazioni affidabili, lavorandoci con integrità e competenza. La tecnologia internet rappresenta infatti uno strumento eccezionale con cui chi ha meno può ottenere più potere.

 

Come abbiamo visto, per reddito minimo universale lei intende un “reddito versato da una comunità politica a tutti i suoi membri, su base individuale, senza controllo delle risorse né esigenza di contropartite”. Ci sono però alcuni problemi: stabilire da una parte i limiti geografici della comunità politica, dall’altra quali ne siano le condizioni di appartenenza, e, in termini più generali, individuare una teoria della giustizia che sia adeguata. Lei reclama la necessità di pensare una forma di giustizia globale, e di “puntare all’avvento lento, caotico ma urgente delle prime forme di democrazia planetaria”. Visto il carattere “parzialmente utopico” di tale democrazia planetaria, in Salvare la solidarietà sostiene però che dovremmo promuovere una forma di “patriottismo solidarista”; nel saggio International Distributive Justice, invece, contestando le tesi di quanti credono che non ci possa essere giustizia globale senza un ordine socio-economico globale, senza istituzioni democratiche o strutture di base globali, suggerisce di adottare una “concezione minimalista dei requisiti necessari e sufficienti della giustizia sociale globale”. Ci spiega meglio il legame tra patriottismo solidarista e giustizia sociale globale?

Sostengo questa forma minimalista di giustizia per dare senso al concetto di giustizia globale, ma non dico che per realizzarlo non sia necessaria qualche forma di funzionamento democratico globale. Si tratta di un’obiezione nei confronti di quegli studiosi, come Thomas Nagel o Ronald Dworkin, per i quali il concetto di giustizia egalitaria ha senso soltanto laddove ci sia una comunità democratica. Certo, con un quadro democratico del genere c’è una significativa probabilità di muoversi concretamente verso la realizzazione di questa concezione, ma l’assenza di una democrazia globale non ci impedisce né di pensare, né di essere in qualche modo costretti a pensare la giustizia in termini globali. Per quanto riguarda il futuro immediato e più lontano, credo che le istituzioni più adatte all’ottenimento di democrazia e giustizia siano del tipo “cappuccino”: al livello più centrale possibile va messa la base di caffè forte, che dia “solidità” alla struttura istituzionale nel suo complesso, visto che senza caffè non ci sarebbe cappuccino; ma siccome non ci sarebbe neanche senza il latte cremoso e il cacao, questi ingredienti vanno distribuiti in modo decentralizzato, al livello delle nazioni nel caso di una struttura del tipo europeo, oppure al livello delle regioni, dei municipi, di particolari associazioni, e via dicendo. Il fatto che oggi, per la stabilità dell’architettura istituzionale e per evitare concorrenze sul piano fiscale e sociale, anche nei Paesi federali si attribuisca una forte centralità al livello nazionale e si concedano possibilità diverse ai livelli più decentralizzati, non deve impedirci di immaginare forme più ambiziose, più originali, sperimentali, modellate sulle circostanze particolari, per esempio nel campo della sanità, che potrebbe operare in modo molto più decentralizzato. In ogni caso, la stabilità d’insieme sarà rafforzata se quelli che contribuiscono in netto alla redistribuzione si sentono coinvolti e impegnati in una comunità che porta avanti un progetto originale. E se, accanto alla base forte e ampia di redistribuzione per tutti, ci sono strumenti supplementari e più circoscritti di solidarietà, che promuovano un patriottismo solidarista, appunto. In altri termini, penso che si possa essere convinti dell’importanza di avere istituzioni di redistribuzione a livello europeo, o al limite mondiale, che rappresentino una base per tutti, e allo stesso tempo aderire a progetti di coesione sociale più ambiziosi, su un livello più circoscritto. Tutto ciò sarà possibile quando, al posto di un atteggiamento opportunistico, matureremo l’adesione orgogliosa a una comunità politica in cui la vita sia migliore grazie a una comune partecipazione a un progetto sociale.

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di Giordano Tedoldi

Le questioni che si parano davanti ai professionisti della cultura, oggi, sono molteplici e non tutte armonizzabili. Si può però affondare una sonda in ciascuna arte e vedere quali liquami emergano.

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Vi proponiamo un intervento di Giordano Tedoldi apparso come commento a questo post, perché riteniamo che la sua proposta, diretta e operativa già nel discorso, abbia valore autonomo.

di Giordano Tedoldi

Le questioni che si parano davanti ai professionisti della cultura, oggi, sono molteplici e non tutte armonizzabili. Si può però affondare una sonda in ciascuna arte e vedere quali liquami emergano. Così, ognuno affondi la sua sonda e dica cosa esce fuori e, se farà proposte, ci vedrà immediatamente solidali. Parliamo a nome dei minatori della letteratura, la metafora non sembri irriverente, lavoriamo duro su filoni che forse non daranno neanche una pepita, e conosciamo quali sono i nostri disagi e le nostre mancanze d’ossigeno. Esse sono, oggi, essenzialmente la misvalutazione dolosa e corrotta del lavoro letterario e di conseguenza la frustrazione artistica e economica che a tale misvalutazione si lega come conseguenza. Diciamo misvalutazione e non sottovalutazione perché nessuna sottovalutazione è mai stata ingiusta o condannabile; essa non è che un’opinabile svista del gusto del tempo. Ma la misvalutazione, cioè la tecnica per cui si costruiscono sistemi, istituzioni, organi di valutazione culturale corrotti, ipocriti, asserviti a ragioni esterne a quelle artistiche, è la perenne frustrazione dell’arte. Parliamo, ripetiamo, della nostra provincia, che è la letteratura. Abbiamo individuato innanzitutto tre punti critici dove opera al massimo livello di indecenza la misvalutazione del nostro operare:

1) I premi letterari tutti, senza eccezione alcuna. Autentica elemosina, penosa, patetica e umiliante in egual modo per vincitori e perdenti. Della loro opacità di regolamento, della loro talora conclamata falsità sappiamo già, ma essi soprattutto sono come la carota dell’asino. Dopo il bastone di un lungo e spesso furibondo apprendistato, agiscono da normalizzatori dell’eccezionalità, della legittima aspirazione a cambiare e introdurre un’originale visione dell’opera letteraria, servono a spegnere con un colpo la rabbia e la forza espressiva decretando lo scrittore premiato un vero ragioniere della letteratura. Tale operazione di sedazione avviene o tramite un miserabile assegnino, articoletti di giornale, o tramite moltiplicazione delle copie vendute, in ogni caso nasce da questo ragionamento: ti diamo per qualche mese successo commerciale, un po’ di spiccioli (la paghetta dell’adulto), e il tuo nome pubblicato senza criterio né onore sulle pagine dei quotidiani – questo solo il giorno immediatamente successivo alla premiazione o poco prima, in ogni caso, abbastanza per restarne sfregiati a vita. Il tutto condito da un cinismo d’accatto per cui “le polemiche che accompagnano il premio sono il suo bello, in fondo senza di esse il premio non sarebbe quello che è”, cioè, ovviamente, merda. Questa merda, cui gli scrittori sono condizionati a aspirare con lingua penzoloni appena superata l’iniziazione dell’esordio o, in qualche caso, per decreto dei loro editori, battezzati in questa merda già all’esordio, è funzionale a non fare spazio vitale a meccanismi critici autentici, a sovvenzionamenti e sostegni economici ragionati e calibrati sulle concrete esigenze del lavoro letterario, costringendo invece gli scrittori a vivere solo di nobilissime marchette, lavori extra-artistici (fare il doppio lavoro), applaudire chi non ha alcun merito, inchinarsi alle case editrici o ai grotteschi fondatori dei premi, mummie di dinastie sfarinate. In conclusione, proponiamo agli scrittori volenterosi e lavoratori seri di non concorrere più, senza alcuna eccezione, ad alcun premio letterario italiano, e battersi invece per il punto 2 e 3.

2) Sgretolata la falsa e miserabile elemosina dei premi letterari, primo acido della misvalutazione, occorre risanare la situazione. Altrove essa è già sana, ad esempio dove esistono le Fellowship o i Grant, le borse di studio, spesso finanziate da privati ma non solo, assegnate per meriti artistici. Come sapete, sono un meccanismo che consente non per una settimana o per un mese, ma per un anno o anche più di lavorare a un’opera d’arte senza occuparsi d’altro, grazie a un sussidio economico di entità variabile ma comunque sufficiente a non distogliersi dal lavoro. In Italia il meccanismo delle Fellowship e dei Grant non esiste, siamo all’età della pietra, abbiamo al loro posto come se fossero alternativa presentabile la miseria dei premi letterari, psicologicamente siamo ridotti a considerare i premi letterari una soddisfazione pari a essere sostenuti da una borsa ma non è così, è solo un’illusione ottica che perpetua un sistema assistenzialistico nel verso senso del termine, cioè inadeguato all’effettivo lavoro dello scrittore in termini sia economici che culturali. Quindi l’abbattimento totale di ciò che potrebbe tornare, in un secondo momento, come un’eccentrica eccezione, cioè il circo degli animali addomesticati dei premi letterari, deve essere contemporaneo alla regolare e robusta istituzione di Fellowship e Grant, con i quali ogni anno vengano scelti da un comitato di saggi, a loro insindacabile giudizio, quegli scrittori meritevoli del supporto economico per lavorare senza distrazioni per un dato periodo. Conosciamo l’obiezione darwiniana per cui agli scrittori è meglio non offrire aiuti, ma lasciarli lottare per la vita. Purtroppo, lottando per la vita in un ambiente selvaggiamente incolto (il mercato editoriale e i suoi sottomercati delle vacche) col solo miserabile e umiliante sostegno di un premio truccato, si confermano le previsioni di Malthus, gli scrittori muoiono per mancanza di risorse o si rieducano in animali addomesticati per accomodarsi a quelle inadeguate che sono disponibili. Il darwinismo non implica la distruzione di una specie, laddove una specie riesce a migliorare l’ambiente per la sua sopravvivenza, lo fa. I premi letterari appestano l’ambiente, le Fellowship o i Grant darebbero ossigeno e quindi vita e lavoro.

3) Infine, è urgente che il ruolo dell’arte letteraria, della composizione narrativa o poetica o altre forme a queste affini o dipendenti, venga riconosciuto come merita nel sistema universitario, e se quello pubblico non è pronto o non è in grado di farlo, che ci si rivolga senza indugio a quello privato. Parliamo della istituzione di cattedre d’insegnamento per merito artistico. Così come esistono in Europa e in America. Oggi nelle università la letteratura italiana è rappresentata da storici della letteratura la cui incapacità tecnica nell’arte della prosa o della poesia è imbarazzante. Anche quando scrivono un articolo di giornale riescono a mostrare la loro ineleganza, ignoranza e monotonia. Non c’è possibilità alcuna che nelle università dove si insegna letteratura salga in cattedra un maestro in grado di insegnare agli allievi il lavoro della composizione letteraria. Né che un allievo possa, se lo desidera, laurearsi scrivendo come tesi di laurea un romanzo o un poema o una raccolta di racconti o altro del genere, così come ci si diploma in composizione scrivendo una sonata per pianoforte. Stiamo insomma dicendo che l’università non fa arte, gli scrittori vengono talvolta arruolati in marginali seminari di “scrittura creativa” che hanno un ruolo tecnicamente incomparabilmente inferiore a quello dei corsi veri e propri tenuti dai docenti che pietosamente li elargiscono. Stiamo dunque chiedendo, ribadiamo, l’introduzione di corsi universitari della durata e dell’importanza curricolare pari a ogni altro, tenuti da scrittori, chiamati all’insegnamento per merito e non per concorso, con l’obbiettivo di portare tra le discipline universitarie la scrittura e di rendere dunque il suo insegnamento un’attività riconosciuta tra i compiti del sistema educativo e economicamente protetta.

Altre proposte sono immaginabili, ma queste tre, immodificabili e coordinate, ci sembrano le più urgenti. Quelle che possono arrestare prima possibile la falla aperta nel terreno dal quale fuoriescono i liquami della continua misvalutazione dello scrittore in Italia, considerato un dropout, un fallito, un dopolavorista, quando è il più serio e concentrato dei lavoratori.

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I dilemmi della condizione operaia https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/i-dilemmi-della-condizione-operaia/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/i-dilemmi-della-condizione-operaia/#respond Sat, 15 Jan 2011 09:19:47 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3643 Questa riflessione è uscita sull’ultimo numero dello Straniero.

Produttività e governabilità. Sono queste le due parole magiche intorno a cui si delinea oggi in Italia un’enorme questione operaia. Il punto è che per ora la guerra la stanno vincendo gli altri, quelli guidati da Sergio Marchionne. Solo i miopi possono infatti pensare che quanto è accaduto a Pomigliano e le esternazioni del manager italo-svizzero-canadese riguardino unicamente la Fiat.

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Questa riflessione è uscita sull’ultimo numero dello Straniero.

Produttività e governabilità. Sono queste le due parole magiche intorno a cui si delinea oggi in Italia un’enorme questione operaia. Il punto è che per ora la guerra la stanno vincendo gli altri, quelli guidati da Sergio Marchionne. Solo i miopi possono infatti pensare che quanto è accaduto a Pomigliano e le esternazioni del manager italo-svizzero-canadese riguardino unicamente la Fiat. Sono al contrario la punta dell’iceberg di un grande sommovimento nelle relazioni di lavoro: la parte visibile di una complessa partita in cui Confindustria ha deciso di andar da sola (sentendosi in fondo poco garantita dall’attuale destra di governo che collassa) e di prendersi tutto, in questo inizio di ventunesimo secolo.
E allora torniamo alle due parole magiche, produttività e governabilità. Sta passando l’idea (o meglio si vuole far passare l’idea) che i contratti nazionali siano strutture obsolete e che il salario deve essere strettamente legato alla produttività dei singoli stabilimenti. Più produci, più sei competitivo con il Brasile, la Cina, l’India, la Polonia… e più ti pago. Ma quanto ti pago? In un paese in cui dilagano il precariato e il lavoro nero (quando non il grave sfruttamento lavorativo), in cui la disoccupazione – specie al Sud – produce un esercito di riserva di lazzari pronti a tutto, e in cui i “garantiti” guadagnano non più di 1.100 euro al mese (quando va bene), questo discorso della produttività rischia di essere devastante. Rischia di creare un limbo di bassi redditi e di lavoratori poveri, fatto di ricatti e di alienazione, da cui emergono per ottenere un salario normale solo gli stacanovisti modello.

Ora, poiché la produttività dipende solo in parte dalla forza-lavoro e molto invece da fattori esterni (investimenti, ricerca, infrastrutture, scelte dell’economia-paese), e poiché il costo del lavoro, allo stato attuale, in particolare per l’auto, incide per appena il 7-8% sul totale dei costi di produzione, è evidente che è un discorso puramente ideologico. E che rimanda ad altro: la volontà di vincere il benché minimo conflitto prima ancora che inizi. Per questo la produttività – come per le imprese americane, che Marchionne vuole emulare – è strettamente legata alla governabilità. A noi piacciono – sostengono Marchionne e i suoi seguaci in Confindustria – solo le fabbriche “governabili”, quelle che non creano problemi, quelle che non protestano, quelle non sindacalizzate o che, se proprio devono essere sindacalizzate, lo siano almeno dai sindacati “moderni” o filo-aziendali.

Insomma, al di sotto della crisi politica che in questo periodo sembra assorbire tutto, si sta giocando una pericolosa partita sui diritti, sui rapporti di forza e sulle relazioni sociali, che trascende la mera questione salariale. Ma quali sono le forze in campo? Il più grande sindacato italiano, la Cgil, sembra essere messo all’angolo dall’alleanza stretta tra governo, Cisl e Uil. E la sua categoria più combattiva, la Fiom, appare ancora più isolata nell’agone politico e mediatico. La questione della governabilità sembra avere, per quanto nessuno lo dica apertamente, un obiettivo preciso: ridurre il più grande e antico sindacato italiano a una sorta di sindacato di base, da escludere dagli accordi e dalla rappresentanza in fabbrica, a meno che non si pieghi ai diktat di chi sta dall’altra parte. È questo il tentativo che si sta mettendo in atto a Pomigliano.

Per questo ha fatto bene la Fiom a indire la grande manifestazione “operaia” del 16 ottobre scorso, che ha visto sfilare per le strade di Roma (per quanto oscurate da tutti i media nazionali) centinaia di migliaia di lavoratori del Nord e del Sud, delle grandi e piccole imprese, insieme a studenti, immigrati, impiegati. E ha fatto bene a diffondere, l’8 novembre, un documento del suo comitato centrale in cui si dice a chiare lettere che quella grande manifestazione “ha riaffermato che a partire dalla Fiat non è accettabile lo scambio tra riduzione dei diritti e investimenti, ma al contrario va affermata una nuova politica industriale socialmente e ambientalmente sostenibile fondata sulla qualità delle prestazioni lavorative, sulla stabilità dell’occupazione, sull’innovazione dei prodotti, sul diritto alla contrattazione collettiva, su un nuovo intervento pubblico nell’economia anche per una nuova occupazione.” Ma lo stesso documento dell’8 novembre contiene un altro passaggio molto importante, che rischia di aprire una spaccatura non solo tra la Fiom e i sindacati “buoni”, ma anche con la propria stessa confederazione, la Cgil. Il nocciolo dello scontro riguarda proprio il tavolo di confronto proposto da Confindustria, cui partecipa anche la Cgil (la confederazione, non la sua categoria dei metalmeccanici), sulla produttività. “Il comitato centrale”, continua il documento, “considera non condivisibile che siano stati consegnati al governo documenti con il consenso della Cgil in cui ad esempio si richiede ‘di incrementare e rendere strutturali tutte le scelte normative che incentivano la contrattazione di secondo livello, che collegano aumenti salariali variabili all’andamento delle imprese’. Così nei fatti si svuota il ruolo salariale dei contratti nazionali, tanto più in una situazione di grave crisi.” Al contrario, è opportuno raccordare le forme di lavoro sparse, e spesso in contrasto tra loro, non agevolare la polverizzazione sul territorio, con la contrattazione locale, se non addirittura individuale.

Abbiamo dato ampio spazio al documento dell’8 novembre perché illustra bene quale sia la battaglia di idee interna alla stessa Cgil, e che si trascina da alcuni mesi. La questione, ovviamente, è politica, non solo sindacale. Scomparsi i partiti del lavoro, o comunque i partiti che difendono (soprattutto) gli interessi dei lavoratori, non collocandosi come il Pd sulla soglia dell’equidistanza tra Marchionne e i delegati di fabbrica dei suoi stabilimenti, la Cgil è posta davanti a un bivio. Fino a che punto, per rompere l’isolamento, è possibile trattare sulle questioni della produttività e della governabilità? Dire no, dire molti no, è sinonimo di arretratezza? O di resistenza di fronte all’affermarsi di una nuova civiltà in cui i diritti del lavoro stanno scomparendo?

Rispondere caso per caso, quando si fa il sindacalista sul campo, non è facile. Non è facile in un paese in cui le grandi fabbriche stanno chiudendo, e spesso l’alternativa non è tra buon lavoro e cattivo lavoro, ma tra non-lavoro e cattivo lavoro. Non è facile in un paese in cui la retorica della “scomparsa del lavoro” (e degli operai) ha fatto molta strada, anche a sinistra. Non è facile in un paese in cui l’immonda evasione fiscale è considerata un dato congenito, e gli evasori sono ritenuti degli eroi contemporanei. E soprattutto non è facile in un paese in cui le mille differenze territoriali spesso si traducono in particolarismi arroccati, difficili da contrastare.

Scomparsi i partiti di massa, i grandi sindacati sono le uniche organizzazioni generali rimaste in Italia. Ma questo non risolve automaticamente la questione della rappresentanza, perché è difficilissimo rappresentare un mondo del lavoro profondamente mutato, e una classe operaia profondamente mutata. È difficile tenere insieme gli assunti a tempo indeterminato e i precari, far emergere i lavoratori in nero, rappresentare gli immigrati (che sono ormai la base maggioritaria nell’edilizia, in agricoltura, e anche in molte fabbriche), far applicare i contratti, ottenere miglioramenti. Per questo, la grande partita cui accennavamo prima si gioca su un terreno estremamente accidentato. E questo, in fondo, Marchionne e i suoi seguaci lo sanno: perciò battono tanto sul ferro finché è caldo.

Solitudine, individualismo, stanchezza, guerra tra poveri, assenza di prospettive. È difficile trovare altre parole per definire la condizione operaia oggigiorno in Italia e, per la verità, anche in molti paese europei. Alla scomparsa dei lavoratori dall’orizzonte pubblico (in fondo sono passati trent’anni dalla marcia dei quaranta mila, e si vede!), alla difficoltà di organizzarsi proprio in quei luoghi in cui diritti sono già scomparsi o stanno scomparendo velocemente, si aggiunge la difficoltà concreta di arrivare a fine mese, i ricatti occupazionali quotidiani, lo spettro della cassa integrazione senza prospettive o della disoccupazione. Quando si è perso tutto, si sale sulle gru o sui tetti dei capannoni, ma sono forme di lotta disperate e – quasi sempre – chiuse in un vicolo cieco, soprattutto se lasciate a spegnersi da sole.

Tra la lotta disperata e l’acquiescenza non c’è ancora una via di mezzo. Ma, per fortuna, i settori più avvertiti all’interno del sindacato hanno capito che è in quella direzione che bisogna andare. Anche a costo di perdere le prime battaglie.

A chi si bea con la retorica del frastagliamento lavorativo (e dei lavoratori) e sostiene che sarebbe impossibile ricomporlo, va sempre ricordato che il socialismo non è nato nelle grandi fabbriche da trentamila dipendenti, ma nelle campagne, tra i braccianti, unendo tra loro i granelli di sabbia. Compattando ciò che era diviso. Unendo proprio ciò che era frastagliato, e intraprendendo un percorso che solo dopo, nel corso del Novecento, ha portato alla contrattazione, un importante strumento di uguaglianza sociale e di collegamento tra parti disparate.

Con Berlusconi o senza Berlusconi, questo è lo scenario dei prossimi anni. L’effetto duro della crisi sul lavoro dipendente, e soprattutto sul non-lavoro, deve ancora arrivare. Probabilmente inizierà con la prossima primavera. E sconcerta che a sinistra siano ancora in pochi a capire che c’è una relazione strettissima tra la nuova questione operaia, la messa in discussione dei diritti del lavoro, e la tenuta della nostra democrazia. È da quella stanchezza, da quella solitudine, da quella assenza di prospettive, che bisogna ripartire.

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Introiezione del conflitto https://minimaetmoralia.it/societa/introiezione-del-conflitto/ https://minimaetmoralia.it/societa/introiezione-del-conflitto/#comments Wed, 27 Oct 2010 08:31:38 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3118 di Christian Raimo

Vi racconto una storia. Qualche anno fa stavo facendo un’inchiesta sul precariato cognitivo: intervistavo ragazzi tra i venticinque e i trentacinque anni, laureati, iperformati, ipercompetenti, che vivacchiavano tra assegni di ricerca volatili, elemosine dei genitori, e nebulose promesse di contratti – quel paesaggio tristanzuolo che conosciamo.

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Vi racconto una storia. Qualche anno fa stavo facendo un’inchiesta sul precariato cognitivo: intervistavo ragazzi tra i venticinque e i trentacinque anni, laureati, iperformati, ipercompetenti, che vivacchiavano tra assegni di ricerca volatili, elemosine dei genitori, e nebulose promesse di contratti – quel paesaggio tristanzuolo che conosciamo. Mi capitò una ragazza, dottorata in antropologia, che era riuscita a strappare una collaborazione part-time in una fondazione che le garantiva 650 euro al mese; il resto del tempo lo impiegava tenendo in vece della sua vecchia pigra professoressa un paio di corsi, esami e altro pseudo-volontariato universitario – retribuito poco più di un rimborso spese (un altro migliaio di euro all’anno). Tra gli intervistati, non era una di quelli messi peggio. Era una tipa in gamba, determinata, fiera della propria indipendenza (non voleva chiedere soldi ai suoi), e soprattutto iperconsapevole delle condizioni di sfruttamento, delle dinamiche baronali dell’accademia etc… Viveva insieme a altre quattro tizie in un appartamento a Tor Pignattara. Condivideva una stanza doppia, per cui pagava 200 euro al mese, un prezzo buonissimo. Più o meno a conti fatti le restavano cinquecento euro, che potevano un po’ aumentare con qualche introito delle ripetizioni (terzo lavoro, dunque). Di questi soldi ne spendeva circa 300 al mese, mi disse, per fare analisi. Ne aveva un assoluto bisogno perché si sentiva piuttosto depressa: a trenta e passa anni dormiva in un posto letto col materasso smollato come una matricola fuorisede appena approdata a Roma, non immaginava nessuno sbocco lavorativo concreto a lungo termine, si sentiva una fallita nei confronti dei suoi, non riusciva a prendere sul serio nessuna relazione sentimentale, aveva un desiderio di un figlio che le pareva pura incoscienza, era sempre stanca (la fondazione dove lavorava aveva la sede dall’altra parte della città rispetto a casa e all’università).

Alla fine di quella lunghissima intervista che si era tramutata in un botta e risposta sulle condizioni materiali e morali di vita negli anni zero italiani, me andai a casa triste. Dovevo ammettere che la mia situazione non era troppo differente da quella sua; eppure, oltre questa sorta di empatia e di rispecchiamento, non era scattato nessun senso di identità condivisa, nessun grumo di coscienza di classe, come si potrebbe dire.
Il punto è che lei per provare a stare meglio andava a fare terapia, e con l’aiuto di questo analista cercava di migliorare il rapporto con i suoi, desiderava riuscire a considerare legittimo il desiderio di poter innamorarsi di un uomo, di mettere su famiglia, la sua capacità di credere al futuro, e voleva sentirsi meno in colpa se non arrivava a fare per benino tutto quello che le veniva richiesto tra università e lavoro. Il malessere sociale che l’aveva contagiata, lei se l’era preso in carico proprio tutto tutto. La formazione di una coscienza di classe era stata sostituita da un percorso individuale di ricerca di sintonizzazione psicologica, per cui spendeva quasi la metà dei suoi soldi mensili. Mi sembrò un simbolo perfetto di quello che stava accadendo in giro alle generazioni di quest’età post-comunitaria. Invece di esternare il malessere, provando a generare conflitto sociale o quantomeno affratellamento, il disagio veniva tutto introiettato e si tentava di risolverlo a proprie spese – letteralmente. Del resto questa ragazza non cercava neanche più questo conflitto, cercava serenità.
Vi racconto anche un’altra storia, più breve. C’è un racconto di Nicola Lagioia del 2007 che ha come protagonista una ragazza di nome Sara che lavora all’organizzazione di eventi. All’inizio la troviamo nel pieno di una supergiornata di lavoro mentre, sottopagata, briga perché sono appena arrivati dei finanziamenti per quello che si vorrebbe un grande festival di teatro, letteratura, arte… La sua vita sembra una malinconica routine da animale da stagismo, se non fosse che incontra e si infatua di un tizio che si chiama Mario, e nella scena clou riesce a farsi invitare a cena da lui. Ma mentre le cose paiono andare nel verso previsto, qualcosa comincia a cortocircuitare tra i suoi pensieri: “Volevo tenere la conversazione a un livello decente, ma mentre provavo a concentrarmi sulle sue parole non ho potuto fare a meno di pensare digli degli inviti, digli degli inviti…, così ho cercato di pensare ad altro, volevo godermi la cena ma la vocina di tanto in tanto faceva capolino tra i discorsi, e mi ha seguito nel salotto, dove abbiamo preso un whisky, e mi ha seguito in camera da letto, dove a un certo punto, non so come, stavamo già facendo l’amore, ci sono stati inizialmente questi movimenti goffi, poi lui mi è entrato dentro, e mentre gli dicevo: “Mario…” in una parte della testa continuava a risuonarmi come da un pozzo senza fondo digli degli inviti, digli degli inviti”.
Vi sembra paradossale? Eppure, se ci pensiamo un secondo, questa schizofrenia non è soltanto un sintomo di una versione estrema del capitalismo del terziario avanzato. La schizofrenia è esattamente, precisamente, il modello dei rapporti di lavoro che ci interessano. La schizofrenia è il sostituto psicotico del conflitto di classe. Lavoratori dipendenti e autonomi, partite iva e contratti atipici, dottorandi e docenti precari, trentenni depressi e sessantenni che continuano a finanziare la vita dei figli sperando che un giorno questi li ricompenseranno. La distanza tra chi sfrutta e chi è sfruttato passa tutta per un conflitto interiore. E a lungo andare questa scissione – che non diventa mai dialettica – crea una sorta di abituazione, una cronicizzazione del disagio. Ossia: un dispositivo clinico per cui veramente penso possibile, normale, permanere in una situazione paradossale come quella di un quarantenne che vive da adolescente, o come quella di una ragazza che non capisce se l’innamoramento che sta cominciando a provare gli potrà tornare utile per il suo lavoro di ufficio stampa. Un malessere sociale a cui, invece di riconoscerlo come coscienza di classe narcotizzata, diamo alle volte il nome di bipolarismo; in una specie di medicalizzazione della tensione politica.
(Del resto, senza rendercene conto, le patologie della psiche contemporanea sono diventate utili in termini lavorativi. Quanto, per dire, è più efficiente un’ossessivo-compulsiva come organizzatrice di eventi, che telefona per confermare dieci volte che tutte le persone invitate abbiano risposto, che le stanze degli alberghi siano prenotate, che i treni non abbiano ritardi, etc…? Quanto un narcisista all’ultimo stadio può costituire un valore aggiunto come top-manager rispetto a una persona con capacità autocritiche? Quanto una persona in preda ad ansie da prestazione sarà cento volte più disponibile per degli straordinari non pagati? Sarebbe non troppo surreale se un giorno sul curriculum cominciasse a esserci una voce Patologie a sostituire quella Caratteristiche personali o Competenze).
Ma tornando a noi, ci si può domandare perché questo disagio interiore non diventa coscienza di classe, perché questo basso di recriminazione ha raramente un acuto di rabbia, e figuriamoci se si manifesta come ribellione. Una risposta parziale la possiamo ricavare da un’altra piccola storia. Un po’ di tempo fa mi è capitato di vedere una puntata di Ballarò dedicata al lavoro. C’era un servizio di dieci minuti su un disoccupato, un uomo di mezz’età che aveva appena perso il lavoro. Dalla sua casa in penombra raccontava alla telecamera come la sua vita fosse miserabile, priva di dignità ora che si trovava a spasso: si sentiva un verme perché non poteva pagare nemmeno la scuola di calcio a suo figlio come gli aveva promesso da tempo. Alla fine del servizio, gli imprenditori che stavano in studio, tipo la Todini, avevano colto la palla al balzo e avevano subito dichiarato di fronte al pubblico: lasciateci il numero di questo disoccupato, vedremo subito cosa possiamo fare, uno straccio di lavoro in nome della scuola calcio del figlio glielo troveremo. La domanda che mi era posto non era tanto relativa al fatto di come la spettacolarizzazione annullasse in realtà il valore della denuncia, anzi legittimasse immediatamente le parole della Todini & co. Lo sconcerto che provavo era proprio nella mostruosa introiezione di questo meccanismo di sudditanza: anche il disoccupato – una volta avuta finalmente voce – non aveva nessuna capacità di diventare un soggetto politico, finiva col mostrarsi semplicemente un miserabile, non riusciva a innalzarsi dalla sua condizione di sintomo di un malessere impersonale, e a quel punto forse otteneva un lavoro.
E questo rovesciamento, come dire, negli ultimi anni è stato sdoganato. A tal punto che per esempio l’ultima campagna pubblicitaria della Presidenza della Repubblica sulla sicurezza sul lavoro fa leva proprio su questo. Guardateli i cartelloni. Un quadretto di una famiglia felice, incorniciati in un frame di una polaroid, e un inquietante slogan: Non fare che tutto questo diventi solo un ricordo. Chi si vuole bene pretende la sicurezza sul lavoro. Chi si vuole bene?! Adesso se rimango schiacciato da una pressa mi devo anche sentire in colpa? Non era un mio diritto? Non era una tutela di cui doveva prendersi la responsabilità il mio datore di lavoro? Devo farmi carico anche di questo?
Ora – e qui viene la parte difficile – come collegare questa diffusa anestesia rispetto al risveglio di una coscienza di classe con l’aspetto di volgarizzazione radicale, apparentemente folkloristico della politica italiana: che c’entra Pomigliano con le barzellette condite di bestemmie? e i suicidi dei ricercatori con il dito medio che Bossi tira fuori a ogni pie’ sospinto come un pivello gangsta? Come mettere insieme quella politica e quell’altra politica? Si può azzardare qualche ipotesi di lettura?
In realtà non vi sembra come forse il potere stesso oggi si manifesti proprio utilizzando questo bipolarismo di massa come suo referente? Mi faceva impressione mettere a confronto due filmati sorprendentemente simili. Uno è quello famoso della storiella (che è come Berlusconi definisce le barzellette) su Rosy Bindi raccontata a L’Aquila con bestemmia finale. Un altro lo potete trovare in rete (qui) ed è una scena di Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini: è appena morta una delle ragazze prigioniere delle torture dei vecchi gerarchi quando uno di loro prende la parola e dice: “E così anche le ragazze invece di nove sono otto. E a proposito dell’otto mi viene in mente una storiella (sic). Si tratta di un tale che c’aveva un amico che si chiamava Perotto. Una notte, tornando insieme durante l’oscuramento, i due si sono perduti. Allora il nostro uomo cerca l’amico. E a tentoni cerca cerca cerca, e finalmente gli sembra di vedere qualcosa che si muove nel buio. Tutto contento, pensando di aver trovato l’amico Perotto, grida: ‘Sei Perotto?’, e una voce nel buio risponde: ‘Quarantotto!’”. E giù risate dei torturatori. Inquadrate in controcampo da Pasolini… Come dal cameraman improvvisato col cellulare a L’Aquila… Anche il contesto dà da pensare. Nel Salò di Pasolini c’è un cadavere appena fresco, a l’Aquila ci sono le macerie ancora da sgombrare. Perché Pasolini aveva scelto di mettere in bocca ai gerarchi repubblichini le barzellette? Perché Berlusconi è così pervicace nel raccontare le sue storielle, scorrette, blasfeme, offensive, puerili in qualunque occasione; o credete che smetterà dopo queste ultime così criticate da Chiesa e comunità ebraiche?
Perché Berlusconi, nel panorama mortifero che ha lui stesso creato, ha deciso d’incarnare ancora il principio trasgressivo, carnevalesco, il rovesciamento di quell’ordine che invece lui stesso dovrebbe garantire?
Perché il potere funziona proprio così: come “trasgressione intrinseca”. Slavoj Zizek lo mostra perfettamente in Pervert’s guide to cinema quando analizza un brano di Ivan il terribile di Eisenstein: c’è un gruppo di boiardi che, dopo aver fatto piazza pulita dei nemici dello zar, rimette in scena una specie di musical carnevalesco che rappresenta il massacro, sfotte e brutalizza chi aveva osato ribellarsi e che è stato trucidato nel modo peggiore. Come ci fa notare il filosofo sloveno, la comicità messa in scena dal potere non è un surplus folkloristico (come non sono folklore il dito medio di Bossi e le corna di Berlusconi), ma è l’espressione più piena dell’energia distruttiva del potere, la juissance, il godimento, l’orgasmo. La risata dell’Aquila sostituisce l’eiaculazione di un filmato su youporn, come dire.
Ma questo gli è ormai del tutto consentito perché ha a che fare con una società in preda a questa schizofrenia di massa. Che di fronte alla questione del terremoto vive un’emozionalità scissa. Da una parte l’indignazione ininfluente. Dall’altra un desiderio legittimo di ritornare a vivere, di ridere, di essere spensierata. Ed ecco allora che il Berlusconi bestemmiatore e barzellettiere soddisfa in un sol colpo in maniera pavloviana entrambi i desideri: li esaurisce. Non facendo maturare né l’uno né l’altro, ne liquida le possibilità di crescita, e li spazza via dalla politica.
Cosa succederebbe se noi evitassimo di risolvere la nostra critica nell’indignazione da una parte (a sinistra) e di ridere delle barzellette di Berlusconi (a destra)? Forse che questi impulsi legittimi a innamorarci di un uomo, a mettere su famiglia, a vedere ricostruita la nostra città, non verrebbero finto-appagati nell’immediato, introiettati, medicalizzati, in pratica rimossi; ma forse riuscirebbero a essere potenti, arriverebbero finalmente a creare qualcos’altro.

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L’Italia è un paese senza futuro https://minimaetmoralia.it/societa/litalia-e-un-paese-senza-futuro/ https://minimaetmoralia.it/societa/litalia-e-un-paese-senza-futuro/#comments Mon, 13 Sep 2010 08:21:30 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2851 Alle volte, di questi tempi, in fila alle poste incantati dallo scorrere indolente dei numeri di led luminosi rossi sul display in alto sopra gli sportelli, o nella bolla condizionata di una macchina, nelle città che si rianimano a inizio settembre, si può provare una leggera euforia punk, da repubblica di Weimar, da quiete prima della tempesta. Con i rapporti dell’Ocse o degli altri paternalistici organismi internazionali

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Alle volte, di questi tempi, in fila alle poste incantati dallo scorrere indolente dei numeri di led luminosi rossi sul display in alto sopra gli sportelli, o nella bolla condizionata di una macchina, nelle città che si rianimano a inizio settembre, si può provare una leggera euforia punk, da repubblica di Weimar, da quiete prima della tempesta. Con i rapporti dell’Ocse o degli altri paternalistici organismi internazionali che continuano a declassarci in classifiche dietro stati di cui conosciamo a malapena la collocazione geografica, con le pubblicità di finanziarie dai nomi bambineschi che sulle pagine delle free-press fanno a gara con quelle dei siti di scommesse on line, con i negozi di alimentari che chiudono e lasciano il campo alle sale giochi con le slot machine o ai rivenditori di oro a diciassette euro il grammo, si ha la sensazione di stare in un punto finale: prima o poi le famiglie non ce la faranno più a fare da paracadute sociale, prima o poi i sindacati non riusciranno più a opporre resistenza di fronte a una deregulation darwiniana del mercato del lavoro, prima o poi la scuola pubblica e l’università non avranno più il fiato per reggersi su delle forze sempre più volontaristiche.

Certo, non a tutti il futuro italiano appare così catastrofico. Si respira, per esempio, a leggere le riviste popolari in attesa dal parrucchiere, un altro clima. Su Chi di questa settimana un Piersilvio Berlusconi (chissà che, così per dire, non sia lui o la sorella il prossimo leader del centrodestra) abbronzato e tonico riempie la copertina e ci elargisce consigli quasi-buddisti su come stare bene con se stessi. Sul numero della settimana scorsa invece – negli stessi giorni in cui migliaia di precari con decenni di supplenze alle spalle non ricevevano nemmeno la carità di una chiamata annuale – Maria Stella Gelmini anche lei non si lasciava avvelenare dal pessimismo. E ribatteva in una distesa intervista dalla sua casa di Ischia di non sentirsi schiacciata dalle incombenze del presente, e di avere anzi un progetto ben definito per il futuro: dopo Emma (una bella bimba paffutella, che ha ormai quattro mesi), adesso pensa a un maschietto. È questa, lo ribadiva a chiare lettere, la sua priorità, il centro di tutto – e quest’estate, mentre lavorava certo, si è dovuta occupare di come arredare la sua nuova casa al centro di Roma. Non c’è mica da vergognarsi a pensare un po’ ai cazzi propri; soprattutto non c’è mica da vergognarsi a volerli raccontare anche a chi magari alla stessa età del ministro non si può permettere altra stanza dove dormire che quella della propria adolescenza, con i poster dei Queen ingialliti alle pareti.

Ma l’assenza di una fiducia minima nel futuro di questo paese si può riconoscere anche da altre impressioni sparse. Sempre a dar retta agli osservatori internazionali, il tasso di competenze dei lettori sta precipitando di anno in anno, insieme alla libertà di stampa, e agli investimenti nella cultura, eccetera, eccetera: l’elenco del declassamento italiano è una litania che abbiamo imparato a conoscere e a lasciare sfumare. E a dire il vero, non servono neanche tutti questi numeri; si ricava la stessa evidenza, se uno gira a zonzo per la propria città o fa una telefonata a qualche amico tornato dalle ferie. La marcescenza dell’incultura destrorsa che ha contagiato la nostra società ha fatto sì che, nella convinzione comune, si sia introiettata inconsapevolmente l’idea che il pensiero, la riflessione siano occupazioni depressive, che lo studio non serva, che passare tempo sui libri non sia fondamentale, che i luoghi dell’apprendimento siano le reliquie di un’epoca ormai al tramonto.
Mentre nel tempo d’estate gruppi di studenti organizzati, ricercatori universitari con una tesi di dottorato da completare migrano per un paio di mesi a studiare all’estero, a passare un luglio o un agosto nei campus organizzati dal British Council, o a consultare la bibliografia nella Bncf parigina, nella Library of Congress, nella biblioteca nazionale di Monaco o Berlino (aperte dalle 8 alle 24…), in Italia l’idea che d’estate si studi (anche) è peregrina, obsoleta, bizzarra. A agosto, in grandi città come Roma o Firenze o Napoli, per dire, le biblioteche (nazionali, comunali, universitarie) chiudono del tutto, al massimo lavorano qualche giorno con orario dimezzato fino a pranzo, non hanno l’aria condizionata, l’accesso a internet, etc…; diventano luoghi che non accolgono nessuno.
Eppure non sarebbe difficile pensare alla questione biblioteche come un punto nodale – non solo simbolico – per un programma di sinistra. Non sarebbe troppo inventivo, per dire, che uno slogan di sinistra fosse: Una modernissima biblioteca pubblica in ogni quartiere oppure Mille nuove biblioteche in tutta Italia.
Il ventennale disastro civil-culturale, che in assenza di definizioni migliori abbiamo finito per chiamare berlusconismo, ma che è sinonimo di frantumazione sociale, di depoliticizzazione, di cinismo di massa, potrebbe cominciare a essere veramente contrastato (non tanto legittimando la conversione in articulo mortis di una certa destra a una minima etichetta costituzionale ma) provando a immaginare un paesaggio diverso con un po’ di inedita lungimiranza. Ossia? Ossia si potrebbe impegnarsi a invertire quel processo iniziato negli anni ’80 per cui la gente ha preso a ritirarsi dai luoghi pubblici dentro le mura delle proprie case, ha progressivamente evitato il confronto con il resto del mondo, ha imparato a consumare cultura e intrattenimento in forma privata: si è – per farla breve – trasformata da società civile in audience.
C’è un libro di Antonella Agnoli, uscito da Laterza un anno fa, che s’intitola Le piazze del sapere e che – partendo dalla questione apparentemente tecnica di come ripensare le biblioteche pubbliche in una società in trasformazione come la nostra, dove comunità è sinonimo di facebook e dove la lettura è un’attività in progressivo declino – prova a buttare nell’ambito della riflessione sociale un’idea modestamente rivoluzionaria: “Ricostruire luoghi di dibattito, di conoscenza, di informazione: piazze ma anche biblioteche intese come piazze coperte dove la possibilità di incontrare amici sia altrettanto importante dell’opportunità di prendere in prestito un libro o un film”.
A mali estremi, piccoli rimedi. E il vero male estremo – proviamo a capirlo una volta per tutte – non è neanche il federalismo d’accatto che si vuole approvare entro la fine dell’anno parlamentare, e nemmeno la volontà di riformare l’intero apparato giuridico italiano per far sfuggire un sol uomo ai processi. Il vero male estremo non si data nel presente, ma nell’eventuale futuro: ed è la riduzione delle ore nei licei, la sparizione degli spazi di dibattito politico, la chiusura dei teatri, la riduzione dei posti di ricercatori all’università, cose come il mancato investimento nelle biblioteche pubbliche… Stiamo diventando, senza accorgercene, un paese senza futuro: prima di innamorarci di questa cupio dissolvi, potremo anche avere un istante di ripensamento.

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