Lee Miller Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lee-miller/ un blog di approfondimento culturale Wed, 13 Dec 2023 10:25:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Lee Miller Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lee-miller/ 32 32 Viaggio tra le fotografe in mostra https://minimaetmoralia.it/fotografia/viaggio-tra-le-fotografe-in-mostra/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/viaggio-tra-le-fotografe-in-mostra/#respond Tue, 12 Dec 2023 10:14:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53133 (fonte immagine) Da qualche mese l’Italia è costellata di mostre di fotografe, itineranti o meno, che si susseguono in diverse città, in palazzi sontuosi o sale essenziali, teatri, università. Dopo un viaggio di un paio di mesi per visitarle mi sono accorta che, lasciando le città che le ospitavano, mi portavo dietro occhi, occhi di […]

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Da qualche mese l’Italia è costellata di mostre di fotografe, itineranti o meno, che si susseguono in diverse città, in palazzi sontuosi o sale essenziali, teatri, università. Dopo un viaggio di un paio di mesi per visitarle mi sono accorta che, lasciando le città che le ospitavano, mi portavo dietro occhi, occhi di donne fotografate da donne, che rimanevano nella mia mente, nella mia memoria, formando una comunità immaginata molto grande. Mi sono sentita, tra tutti questi sguardi che dentro uno scatto raccontavano la loro storia, in una sorta di buon tempo e buon luogo dove stare. Ad aggiungere un alone di bellezza la presenza, in questo mio pellegrinaggio, di amiche care con cui ho condiviso commenti, pareri, silenzi. La presenza predominante, in questa comunità immaginata che porto con me, sono gli occhi di Sugri Zenabu, che nel campo di Gambaga, in Ghana, è leader del “campo delle streghe”, una comunità di donne.

Lee-Ann Olwage, fotografa sudafricana, fissa al centro del suo obiettivo Sugri Zenabu, immobile, le mani in grembo, un sorriso fermo e gli occhi a guardare di lato, mentre tutto attorno a lei sembra movimento: quattro donne che le girano intorno, sul retro una lavagna nera lunga rettangolare con segni di cancellature, come fosse il passato confuso, e con qualche rimasuglio di parola qui e lì. Il gioco dell’immagine, come in un ribaltamento di specchi, suggerirebbe la stabilità della soggetto al centro quando invece la narrazione è concentrata sulla demenza di Sugri, e dunque di come il resto della realtà le sfugga. Questa è una delle foto che si incontrano a metà percorso dell’esposizione World Press Photo 2023, ora in vari luoghi d’Europa, fino a pochi giorni fa era a Torino ma nelle prossime settimane è visitabile a Lucca e a Bari per poi proseguire in altre città.

Il World Press Photo – premio che nasce nel 1955 grazie a un gruppo di fotografi olandesi che organizza un concorso internazionale per esporre il proprio lavoro a un pubblico globale – in tanti decenni ha sempre attraversato le nuove sfide, anche tecnologiche, divenendo uno dei premi prestigiosi al mondo. La filosofia che lo sostiene da sempre sta nell’importanza di mostrare e vedere storie visive di alta qualità; pertanto non solo la serietà e la professionalità come premio ma anche il mandato preciso di far circolare nel mondo le immagini selezionate, con mostre allestite in moltissime città e paesi in tempi diversi.
Gli occhi di donne che Lee-Ann Olwage presenta nei suoi lavori sono elementi imprescindibili di una collaborazione, difatti la fotografa punta a uno spazio in cui le persone svolgono un ruolo attivo nella creazione di immagini che raccontino le loro storie. Il grande oblio, il titolo di questa immagine che mi accompagna da giorni, è la testimonianza di una perdita di memoria e confusione, capovolgendo il punto di vista usuale: qui è l’attorno che non è fissato, la donna invece sorride apparentemente stabile e granitica.

Rivoltare i punti di vista, far parlare le situazioni in altro modo, sembrano dirci questo le molte fotografe presenti nel World Press 2023, come negli scatti dell’artista domenicana-americana Ashley Peña in cui le poche donne che fanno parte di un modo ultra maschile, il Drill, hanno un volto. Un mondo maschile e sempre sotto controllo, visto il legame tra questo tipo di genere musicale e bande che perpetuano crimini, in cui le donne dicono la loro, anche negli scatti che le rappresentano.
Di questo avvenimento sempre più ampio, di fotografe riconosciute e premiate da parte dell’ambitissimo Word Press Photo, se ne sono accorti anche l’Ambasciata del Regno dei Paesi Bassi e l’Università Roma Tre che, con World Press Photo Foundation, hanno ideato l’esposizione Resilience – Stories of Women Inspiring Change. Si tratta di una selezione di storie premiate, nei concorsi dal 2000 al 2021, in cui la tematica è la resilienza e le sfide sostenute dalle donne nel mondo.

Tra le bellissime e forti immagini selezionate per la  mostra al Dipartimento di Architettura dell’Università Roma Tre, gli occhi di donne che rimangono attorno per giorni e giorni, in una condivisione forte di sguardi, sono molti, io rivedo spesso quelli delle donne e delle bambine che imparano a nuotare e a prestare soccorso nell’Oceano Indiano: sono sguardi che raccontano la sfida in una contesto di allegria colorata, bambine che per decenni non hanno potuto imparare a nuotare soprattutto per una questione di abbigliamento, alzando moltissimo il tasso di annegamento in età giovane e adulta. In questi scatti, vestite e col capo coperto, prendono confidenza con l’acqua e Anna Boyiazis sceglie di inquadrale sempre in comunità, in gruppi di donne che si sostengono tra di loro in questo cammino. Anche gli scatti della fotografa iraniana Forough Alaei agganciano occhi nel mondo, sono le tifose iraniane che si travestono da uomini per potere avere accesso agli stadi e sostenere i diritti delle donne.

Gli occhi delle donne e delle bambine di Tina Modotti ti inseguono per circa trecento scatti in mostra a Rovigo, a Palazzo Roverella. Sono quelle donne che combattono il quotidiano come forma di sopravvivenza nella lotta politica e civile, lungo le strade, i mercati, nelle manifestazioni. Tra tutte, compresi i ritratti ad amiche e artiste, spiccano gli occhi di Tina stessa che sbucano dalle fotografie segnaletiche, di autore anonimo, dopo il suo arresto in cui parla nel silenzio della sua battaglia. È una mostra ampia e a grande respiro, che non si ferma alle vicende di Tina Modotti fotografa, ma la segue anche nel suo periodo di vita successivo, apparentemente lontano dalla fotografia, ma in modo totale addentro all’impegno di vita che si era posta, per i senza nome, per chi non ha voce.

Torino e poi Firenze hanno ospitato gli occhi delle donne fotografati da Lisetta Carmi nella mostra dal titolo Suonare Forte: in anni e in un percorso di vita diversissimo, Carmi si lega a Modotti nell’impegno civile della sua arte, un impegno che per tutta la sua attività di fotografa, ma anche lei non solo in questo ambito, l’ha condotta a ritrarre donne in molti luoghi del mondo e metterle al centro dell’obbiettivo e dunque al centro di un discorso che riguarda l’umanità intera. La riscoperta di Lisetta Carmi in questi anni porterà di certo altre mostre dedicate a lei, basta stare vigili.
Se sono le donne nei mercati nelle piazze a legare in un filo rosso alcune foto di Modotti e quelle di Carmi, è un abbraccio quella che lega Modotti nel suo scatto del 1929 in Messico, Madre con bambino di Tehuantepec alle molte immagini di Dorothea Lange di madri con bambini in braccio nella California degli anni ‘30.

Le fotografie di Lange, in mostra a Torino fino a poco tempo fa, sono ora al Museo Civico di Bassano del Grappa in oltre 200 scatti allestiti sotto il titolo L’altra America. Anche Lange, impegnata a documentare i grandi temi che negli anni ’30 venivano ignorati, per non conoscenza e anche per comodità politica, cerca con l’obbiettivo gli ultimi, i senza voce, gli invisibili. Lei li vede e le vede, e declina la sua attività fotografica su di loro, la sua arte per documentare la storia delle migrazioni, gli effetti della crisi climatica, le conseguenze della Grande Depressione tra discriminazioni, povertà e abbandono. Tra le celeberrime sue immagini ci sono quattro occhi su tutti che non mollano nemmeno quando stai già scendendo dal treno per rientrare a casa, sono quelli della donna con una bambina in braccio durante il viaggio in cerca di fortuna nel 1939: la donna porta occhiali grandi tondi e il vetro delle lenti amplifica il suo sguardo verso un altrove che probabilmente lei vede già privo di molte cose.

La foto che ritrae due bambine senza casa in Ungheria nel 1945 parla, e parla anche dell’autrice di questo scatto, la fotografa Lee Miller. Fino a gennaio inoltrato alla Palazzina di Caccia di Stupinigi, a Torino, un centinaio di scatti raccontano questa fotografa finalmente non più come compagna di, ispiratrice di, modella di, ma come artista. La mostra conduce nel suo labirinto di passioni e di vita, sempre trascinata dal desiderio di scoperta e dall’insofferenza per una quiete imbonitoria. Le foto, dall’amore per la moda con Vogue alla Guerra, entrando senza indugio nei campi di concentramento, nelle baracche di soccorso nei campi di battaglia, tra la gente senza casa, al capezzale dei bambini negli ospedali pediatrici, fino alla vasca di Hitler in cui Miller, lasciati gli anfibi a terra sul tappetino e la divisa a lato sulla sedia, si immerge e si fotografa, il 30 aprile 1945.

Una foto famosissima, che ha ispirato libri – come La vasca del Führer di Serena Dandini – e dibattiti, e che ha segnato profondamente l’esistenza di Lee, la quale dopo tanto esporsi alle brutalità del mondo si dirige verso la ripresa, faticosissima, di una sua vita. Di Lange colpisce il suo forte desiderio di essere artefice della sua arte, di lavorare con la fotografia e al contempo con la parola, notissimi i suoi articoli che corredavano le sue immagini sui giornali, così come le didascalie delle sue foto; il desiderio di sottrarsi agli obbiettivi che la volevano immortalare fino a dichiarare “Preferisco fare una foto che essere una foto”.

Lee e Lange si incontrano con le loro fotografie anche nella bellissima mostra Chronorama. Tesori fotografici del 20° secolo, a Venezia a Palazzo Grassi fino a fine gennaio. Un viaggio incredibile attraverso oltre 400 fotografie, provenienti dall’archivio Condé Nast, che documentano il mondo dagli anni ’10 agli anni ’70. La moda fa da padrona di casa, e con essa la Storia, i luoghi, gli artisti e le artiste: un universo che si snoda di sala in sala. Gli occhi della donna che si volta e guarda nell’obbiettivo in Soldati giocano a baseball di fronte a Les Invalides, Parigi, Francia, scattata da Lee Miller nel 1944 e quella, dello stesso anno, della donna francese con il capo rasato perché accusata di aver fraternizzato coi tedeschi, sono occhi che nella loro fissità delimitano la soglia oltre la quale si stendono l’umanità e la conoscenza.

Ci sono molti cataloghi e libri che raccolgono l’opera di donne fotografe in Italia e nel mondo, e ci sono state mostre dedicate a donne che fotografo donne – Io Lei L’altra. Ritratti e autoritratti fotografici di donne artiste lo scorso anno in mostra a Trieste al Magazzino delle Idee, non più messa in circolazione ma esiste un bel catalogo in commercio, o Agli occhi di lei. Donne al lavoro dagli anni ’50 a oggi, fino a pochi mesi fa alla Galerias Municipais a Lisbona -, basta stare all’erta, perché non sono talvolta tra le più pubblicizzate, cercarle e andare a instaurare un dialogo di occhi con loro e con gli occhi delle donne che hanno fotografato. Un racconto per immagini che si snoda nella lettura di ogni persona, storie visive che si intersecano e articolano con la nostra vita. Un viaggio bellissimo.

 

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Alcuni casi di muse https://minimaetmoralia.it/arte/alcuni-casi-di-muse/ https://minimaetmoralia.it/arte/alcuni-casi-di-muse/#comments Tue, 11 Aug 2009 22:00:49 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=502 Questo articolo è apparso a gennaio su Diario. Non è che si vestisse da uomo per rivendicare chissà che. Semplicemente voleva entrare dappertutto. Penso a George Sand, e valuto l’ipotesi che una donna mette i pantaloni quasi sempre per praticità, senza farci intorno chissà quali ragionamenti. Penso a Katharine Hepburn e alla tuta da meccanico […]

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Questo articolo è apparso a gennaio su Diario.

Non è che si vestisse da uomo per rivendicare chissà che. Semplicemente voleva entrare dappertutto. Penso a George Sand, e valuto l’ipotesi che una donna mette i pantaloni quasi sempre per praticità, senza farci intorno chissà quali ragionamenti. Penso a Katharine Hepburn e alla tuta da meccanico con cui si aggirava sui set, e ammiro il permanere intatto della sua estrema femminilità. Penso questo, e penso anche che ci sono donne che riescono a sopravvivere a tutto. All’arte, all’amore, al tizio – poeta, pittore, musicista che sia – che così bellamente le ha immortalate, per amore magari, o magari solo perché ne riconosceva l’oggettiva e intramontabile bellezza. Alla propria morte. Sopravvivono anche a quella.

Le muse, per esempio, che si concedono lasciandosi immortalare da amati/amanti artisti. Alcune per soldi, altre per gloria, altre ancora solo per amore. Capita però che ci si faccia musa per trasformare, più o meno consapevolmente, la propria vita in opera d’arte. Per prendere parte al processo creativo. Per creare arte. Ipotesi che colmerebbe la distanza, ristabilirebbe un giusto equilibrio tra chi ispira e chi realizza, tra chi ci mette il talento e chi la faccia, tra l’artista e la sua musa. Azzardato, criticabile, estremo considerarli pari. Ma in alcuni casi è ammissibile. In alcuni casi di muse.

George_SandDi George Sand, al secolo Amantine-Aurore-Lucie Dupin, più che le opere è facile ricordare i tanti ritratti, la tormentata storia d’amore con Chopin, gli scambi epistolari con Flaubert, la natura romantica trasmessa ai suoi amati e fattasi altrui opera. O la storia dei pantaloni, ovvero del come si vestisse da uomo e fumasse mantenendo intatta la sua unanimamente riconosciuta e più volte rappresentata iperfemminilità. Irriducibilmente etero e distante dalle protofemministe dell’epoca, George Sand si vestiva da uomo per senso pratico. E al tempo stesso era l’incarnazione dell’eroina femminile mirabilmente narrata da Flaubert e simili, che si struggeva d’amore prima di ogni altra cosa, che si concedeva, sì, ma poi elegantemente sapeva riconoscere il momento in cui andar via. O a dirla con Katharine Hepburn, cercava di «capire quanto teniamo a qualcuno o a qualcosa. Allora possiamo lottare. O non lottare. Ami qualcuno? Se lo ami e se ci sono chiare prove che desidera lasciarti e sai davvero dentro di te che è finita, lascialo andare».

George Sand era una che sapeva lasciare andare. E per distrarsi faceva altro. Scriveva, per esempio, con costanza e disciplina. Romanzi, articoli, testi per marionette, soprattutto memorie. Histoire de ma vie il titolo della magistrale autobiografia pubblicata per la prima volta a puntate sulla rivista La Presse dal 5 ottobre 1854 al 17 agosto 1855 e quasi contemporaneamente in venti volumi dall’editore Victor Lecou. Lì raccontava di sé e delle difficoltà dell’essere donna, della propria «superba e completa indipendenza», della costante e necessaria ricerca della femminilità, della libertà fortemente sentita e difesa di disporre di sé sentimentalmente e sessualmente. Detestata da Baudelaire («Il fatto che ci siano uomini che si possano innamorare di questa sgualdrina è una prova del degrado degli uomini della mia generazione»), affettuosamente criticata da Balzac («Voi cercate l’uomo come dovrebbe essere io lo prendo com’è»), poco indulgente con se stessa e con la propria intelligenza («Io ne uso così poca negli abituali rapporti della vita, che tutti ne hanno di più intorno a me»), potrebbe facilmente essere etichettata come inadeguata. Se non fosse che era altro che cercava.

FarrelCentriamo così a pieno la questione, ovvero: che cosa cerca una musa. Difficile rispondere da interposta persona, eppure qualcosa traspare e trapela da scritti, immagini, fotogrammi, ritratti. Qualcosa di sentimentalmente immediato che ha più a che fare con la ricerca dell’ideale romantico che con l’estetica. Perché la bellezza non è solo una faccenda estetica. E a dirlo, con eleganza ed eloquenza, le biografie (possibilmente corredate di appendici iconografiche ed elenchi di film, libri, canzoni o altro a loro ispirati) di donne quali Lou Andreas-Salomé, Kiki de Montparnasse, Frida Kahlo, Lee Miller, Edie Sedgwick, Suzanne Farrell, o Zelda Fitzgerald, che anche se in primis moglie e musa dello scrittore Francis Scott Fitzgerald, continua oggi a manifestarsi in romanzi, film e videogiochi, eludendo così la natura esclusiva del vincolo matrimoniale.

Alle muse e alla loro singolare natura andrebbero rivolti cuori e versi come quelli scritti, secoli o decenni dopo, da Pasquale Panella per Lucio Battisti in canzoni – La sposa occidentale per esempio, l’album e la canzone – che più che celebrare piaceri e dispiaceri dell’amore raccontano tutte le contraddizioni di una relazione calzando perfettamente il modello del rapporto artista-musa. Ovvero: ti amo, anche e soprattutto per quel che emani, e te lo dico, anche se di questo mio amore non resteranno che parole, anche se così prescinderai da me e da te stessa. Vita natural durante. E anche oltre.

Ciò detto, sembrerebbe immediato e giusto attribuire alle muse merito e ruolo attivo all’interno del processo creativo. E tuttavia troppo spesso si conosce l’artista e l’opera, ignorando totalmente il nome della ragazza. Anni fa, conversando di “Like a Rolling Stone” e di Bob Dylan col critico musicale Greil Marcus, gli domandavo com’è che nella monografia che ha dedicato alla canzone (Like a Rolling Stone, Donzelli 2005) in duecento pagine non fosse mai citata Edie Sedgwick, musa di questa e altre canzoni dell’album Blonde on Blonde, presente nel libretto del disco in una foto in cui sì, è di spalle, ma è lei. Perché non raccontare la storia di Edie e Bob? Domanda a cui Marcus, forse anche saggiamente, mi rispose: perché quando ho ascoltato quella canzone la prima volta io l’ho associata alla mia di ragazza, e mai ho pensato a Edie. E poi: ma se trovi che sia così importante la ragazza a cui era dedicata, scrivine, no?
Sì. E infatti qui ne scrivo.

edieSenza quella ragazza lì non ci sarebbe stata nessuna “Like a Rolling Stone”. Ci sarebbero state altre canzoni, ma non quella. E questo è un fatto innegabile. Edie Sedgwick ispirò la canzone più celebre di Bob Dylan e molto altro. Ispirò una fase del lavoro di Andy Warhol, per esempio, che in cuor suo tanto avrebbe voluto essere Edie. Ispirò decine di canzoni, come “Femme Fatale” di Lou Reed, “Poppies” di Patti Smith, “Little Miss S.” di Edie Brickell & “The New Bohemians, Edie (ciao Baby)” dei Cult. Ispirò film, tra cui Ciao! Manhattan, che si staglia primo e magnifico nel suo restituirci le immagini degli ultimi dua anni della vita di una ragazza quasi irriproducibile. O il più recente Factory Girl, che ha consentito a Sienna Miller di far rivivere Edie il tempo di un film. E ispirò anche centinaia di foto e servizi di moda (con Vogue rivista capofila), lasciando che con i suoi grandi orecchini e la calzamaglia rigorosamente nera (così la rivista Life nel novembre del ’65: «Questa ragazza dalla zazzeretta corta e dalle gambe eloquenti sta facendo per la calzamaglia nera più di quanto abbia fatto chiunque altro dai tempi di Amleto») Edie indicasse la strada, creasse uno stile, inventasse una figura di donna che prima non c’era. Edie era ed è rimasta unica e insostituibile. Due aggettivi forse imprescindibili per dire che cos’è una musa.

Scrisse Ernest Hemingway nell’introduzione agli scritti autobiografici dell’amica Kiki de Montparnasse, che se delle decadi si sa che si susseguono ogni dieci anni, delle epoche nessuno sa quando cominciano né quando finiscono. Loro sono lì, e te ne accorgi. Smettono di essere, e ti accorgi anche di quello. Non puoi non farlo. Ti accorgi della loro presenza, ti accorgi della loro assenza. Lo vedi. Sono lì, poi non ci sono più. E non sono sostituibili. Non c’è modo di farlo. Lo stesso vale per le muse, che a un certo punto semplicemente si manifestano, e chi sta loro intorno non può non vederle. Fu proprio Bob Dylan a scrivere che «oh com’era fiacco folle piccino e triste da parte mia pensare che la bellezza fosse solo bruttura e porcheria, mentre invece è come una bacchetta magica che fa cenni invitanti alla mia mente, e sa che solo lei posso sentire, e sa che non ho nessuna scelta». Proprio nessuna scelta. E mentre lo scriveva aveva in mente Joan Baez, anche lei – in quel lì e allora – musa amatissima. Perché a non innamorarsi di loro probabilmente non si amerebbe l’arte.

Nell’articolo si è parlato di:
Catel & Bocquet, Kiki de Montparnasse, Excelsior 1881, pp. 374, euro 24,50
Josif Brodskij, L’altra ego dei poeti da Baudelaire a Pasolini, Bompiani, pp. 161, euro 20,66
Kiki de Montparnasse,Infinitamente prezioso, Excelsior 1881, pp. 212, euro 16,50
Zelda Fitzgerald, Lasciami l’ultimo valzer, Bollati Boringhieri, pp. 224, euro 19
Katharine Hepburn, Io, Frassinelli, pp. 330, euro 16
Francine Prose, The Lives of the Muses, Aurum, pp. 420, £ 8,99
George Sand, Histoire de ma vie, Gallimard, pp. 1680, euro 25
Jean Stein, George Plimpton, Edie: American Girl, Grove Press, pp. 564, $ 14

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