lega Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lega/ un blog di approfondimento culturale Thu, 14 Jul 2022 08:28:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg lega Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lega/ 32 32 Il re è nudo, ma tutti guardano da un’altra parte https://minimaetmoralia.it/politica/re-nudo-tutti-guardano-unaltra-parte/ https://minimaetmoralia.it/politica/re-nudo-tutti-guardano-unaltra-parte/#comments Sat, 22 Dec 2018 07:00:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39039 Non mi piace alimentare la forma prima di intrattenimento dell’Italia, ovvero la politica-spettacolo di talk show, informazione paludata e maligna e girandola di commenti social che farebbero impallidire gli avventori di un vecchio Bar dello Sport. Eppure stavolta qualcosa voglio dirla. Voglio dire qualcosa perché per la prima volta vedo con chiarezza un disegno dietro […]

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Non mi piace alimentare la forma prima di intrattenimento dell’Italia, ovvero la politica-spettacolo di talk show, informazione paludata e maligna e girandola di commenti social che farebbero impallidire gli avventori di un vecchio Bar dello Sport.

Eppure stavolta qualcosa voglio dirla. Voglio dire qualcosa perché per la prima volta vedo con chiarezza un disegno dietro le vicende politiche degli ultimi mesi rappresentate dai media, il disegno ben orchestrato di neutralizzare il progetto di cambiamento della forza politica che alle ultime elezioni ha pressoché doppiato la percentuale di consensi dei suoi diretti avversari (32.7 contro rispettivamente 18.7 e17.4).

Gli argini alla marea montante erano stati costruiti già prima della consultazione elettorale, quando la maggioranza parlamentare uscente approvò la nuova legge elettorale – il cosiddetto Rosatellum, dal nome dell’allora deputato del partito che avrebbe poi ottenuto il 18.7-: la conta dei voti sarebbe avvenuta per coalizione, non per singola forza politica, ben sapendo che il movimento del futuro 32.7 sarebbe stato l’unico a correre da solo.

Di fatto l’argine cedette sotto la spinta delle preferenze, dato che il successo del movimento solitario finì per impedire che una delle due coalizioni raggiungesse la maggioranza parlamentare assoluta (50% + 1). L’operazione successiva è stata quindi quella di legare a corda doppio il corpo estraneo della politica italiana (annoto solo che in una democrazia compiuta non dovrebbe essere neppure concepibile l’idea di un corpo estraneo) con un compagno di cordata organico all’assetto politico tradizionale: la forza del 32.7 è stata posta sotto la tutela del partito del 17.4.

Non bisogna dimenticare che questa strana coppia dell’attuale esecutivo è pervenuta alla sua unione di fatto solo dopo che il partito del 18.7 ha pervicacemente negato il suo appoggio, nonostante gli innumerevoli addentellati programmatici che almeno la sua piattaforma ideologica avrebbe potuto consentire con le linee progettuali del movimento del 32.7.

Qualche esempio? La lotta contro i privilegi (taglio degli stipendi dei parlamentari, delle pensioni d’oro, tetto alle liquidazioni milionarie dei manager etc.), la redistribuzione del reddito a favore delle classi più deboli (quota 780 euro sia per il reddito di cittadinanza che per le pensioni minime), la salvaguardia dei diritti fondamentali (salute, lavoro, ambiente), il ripristino delle condizioni di legge in tutti gli ambiti (leggi lotta alla corruzione, all’evasione etc.). Ribadisco, a scanso di equivoci, che questi punti sono riconducibili alla piattaforma ideologica del partito del 18.7, non necessariamente al partito del 18.7.

Messa nell’angolo da queste manovre da burattinai consumati, la forza politica del 32.7 ha verosimilmente accettato l’abbraccio subdolo del partito del 17.4 per non disperdere un capitale elettorale che difficilmente avrebbe resistito agli attacchi, ai ricatti, alle lusinghe paternalistiche che sono il bagaglio storico di tutte le forze della restaurazione, del potere consolidato. Ha accettato questo abbraccio perfido sperando che la protezione di un contratto pubblico firmato da entrambi i contraenti fosse sufficiente a evitare la sua trasformazione in abbraccio mortale.

Di fatto è avvenuto nei mesi successivi e fino ad oggi un fenomeno distorsivo della rappresentazione dei fatti, come se i fatti fossero filtrati attraverso un prisma capace di deviare la loro effettiva paternità in modo da riconoscere al partito del 17.4 i meriti delle iniziative virtuose, a quello del 32.7 la responsabilità delle politiche più ciniche e riprovevoli. Gli esempi emblematici di questo processo – a mio giudizio non casuale – sono da una parte l’abbattimento del quartiere abusivo dei Casamonica realizzato dopo dieci mesi di istruttoria dalla sindaca romana della forza politica del 32.7, ma mediaticamente devoluto come un tributo al capo del partito del 17.4 in sella ad un bulldozer (fosse stato qualche decennio fa avrebbe forse esibito il petto nudo e un piccone…), dall’altra l’astio ideologico del decreto Sicurezza imputato a quella maggioritaria tra le due forze di governo, che ha dovuto tollerarlo a forza per non buttare – come si dice – il bambino insieme all’acqua sporca.

Oltre che caratterizzata da questo peculiare effetto prismatico, la rappresentazione dei fatti appare sottoposta anche a un particolare filtro di potenziamento selettivo, per cui l’uomo del bulldozer risulta ubiquo e pressoché onnipotente, la variante odierna del superuomo che i nostri anticorpi civili hanno tante volte in passato debellato ma che giace latente nel nostro organismo come una maledizione: la sua parola è l’ultima, la sua figura giganteggia in tutte le cronache, si tratti di vaccini, di infrastrutture, di appalti, di Europa, di giusto processo e naturalmente di autoscatti personali e di altrettanto personale ménage amoroso.

Qualcuno dice che viviamo in tempi di grossolanità trionfante, e alla fine deve essere vero se nessuno fa più caso a sproporzioni che sembrano parossistiche, come quella tra un partito sulla cui truffa ai danni dello Stato per 49 milioni di euro la rappresentazione mediatica tace, e una forza politica messa alla sbarra perché il padre del suo responsabile incaricato avrebbe fatto interventi edilizi abusivi su una catapecchia (disabitata) di proprietà e avrebbe corrisposto al figlio dei soldi in nero per la sua collaborazione estiva nell’azienda di famiglia: se in quest’Italia dell’illegalità diffusa tutti possiamo specchiarci nel secondo, il primo è un caso unico nella sua abnormità.

La rappresentazione generalizzata proietta dunque un cono di luce potente sul capo del partito del 17.4 (mi ostino a ritenere i fatti, il risultato elettorale, più importanti delle proiezioni statistiche, cioè gli attuali sondaggi elettorali), mentre lascia nell’ombra o distorce il profilo del responsabile incaricato della forza politica del 32.7 (tralascio le considerazioni sul Primo ministro, finalmente uno che studia e lavora invece che fare il giro delle sette chiese televisive). Perché?

Perché, banalmente, il partito del 17.4 è il partito della conservazione, da qualunque parte lo si voglia guardare: il nazionalismo è retrò, lo sviluppo legato alle grandi opere e ai grandi operatori economici è retrò, la famiglia tradizionale, la paura dell’immigrato e la noncuranza per l’ambiente sono retrò, è retrò in primo luogo la data delle sua costituzione (1988), che affonda le sue radici ben addentro a una stagione politica sconfessata da anni di movimenti dal basso e ora dal civismo confluito nella forza politica del 32.7.

D’altra parte, non vedo come si possa misconoscere la visione futuribile di quest’ultima. L’elenco sarebbe lunghissimo, ma merita almeno citare l’emancipazione dalle fonti energetiche fossili e inquinanti (è giusto spingere la transizione verso l’auto elettrica), il potenziamento della raccolta differenziata (nessuno vorrebbe un inceneritore vicino casa), il reddito di cittadinanza (sono i sociologi ad avvertire che l’efficientamento della automazione industriale richiederà misure stabili di sostegno del reddito), lo sviluppo di reti infrastrutturali ecosostenibili (banda larga, ferrovie) che rendano finalmente unita l’Italia invece che sacrificarne una parte perché l’altra possa sedere nel salotto buono e sempre più ristretto dei potenti d’Europa (a chi servono davvero TAV e TAP?); e potrei continuare a lungo.

Non si tratta qui di essere d’accordo con tutti i punti di questo programma politico, ma di coglierne la posizione dialettica rispetto all’italianissimo e gattopardesco “tutto cambi perché nulla cambi”. Dopo il crollo – colpevole – del ponte Morandi a Genova, la vecchia politica avrebbe continuato ad affidare al gestore inadempiente le autostrade italiane, con grande sconcerto di tutti noi.

Ebbene, ieri sono accaduti due fatti che mi hanno spinto a scrivere queste considerazioni. La sovraesposizione del leader del partito del 17.4 si è arricchita di due nuove tessere del mosaico strapaesano dell’uomo dei miracoli: l’abbiamo visto prima accondiscendere indebitamente alle richieste dell’associazione degli industriali, notoriamente favorevoli alla TAV e alle grandi opere, il giorno dopo il successo torinese della manifestazione no-TAV (subito scomparsa dalla scaletta dei TG), poi chiedere alla sua piazza l’investitura a trattare con l’Europa quando proprio il governo di cui fa parte come socio di minoranza ha in corso esattamente questo tipo di trattativa.

Mi si dirà che il leader del partito del 17.4 si rivolgeva al suo popolo in vista delle elezioni europee, ma la rappresentazione che dell’evento è stata data pareva sottintendere un giudizio di attuale inefficacia e una promessa di futura risoluzione di tutte le vertenze vantaggiosa per l’Italia.

E quindi ho sciolto le mie riserve, ho chiuso il mio periodo di osservazione e di valutazione: l’uomo del partito del 17.4, il piccolo uomo (politicamente) che la grancassa dei poteri consolidati ha trasformato sugli schermi in un gigante è l’antidoto programmato contro ogni evoluzione di questa nostra asfittica dimensione sociale, culturale, economica, politica. Niente di strano se tra qualche mese farà mancare il suo appoggio al governo per formarne uno nuovo con le forze di destra e di fanta-sinistra schierate per il ripristino dell’ordine, dell’inerzia e del privilegio originari.

In questo malaugurato caso il virus fascistoide e neoliberista, ora depotenziato dal contratto di governo e dalla forza politica del 32.7, sprigionerà tutti i suoi funesti effetti, di cui l’occhiolino a più riprese strizzato alle grandi lobby economiche (vedi la vicenda del Ponte Morandi e il sì alle grandi opere, inceneritori compresi) e ai grandi evasori (vedi il no alla tracciabilità di tutte le transazioni economiche con carta e il sì alla prescrizione), per non parlare della protezione offerta a Casa Pound, non è che il segno premonitore.

A fronte di questo quadro mi stupisce invece – forse questo è l’ultimo residuo di ingenuità che mi consento – che le battaglie contro l’illegalità, contro la disuguaglianza, contro il privilegio, per i valori costituzionali, per la partecipazione civica, per i diritti, che indubbiamente la forza politica del 32.7 ha ingaggiato con una intransigenza che ha a tratti il sapore di altri tempi, non vengano fatte proprie da chi è da sempre ideologicamente allineato sugli stessi valori di fondo: se il fine è lo stesso, sembra folle non collaborare alla definizione dei modi per raggiungerlo.

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La guerra civile degli italiani on line che la politica sfrutta senza pietà https://minimaetmoralia.it/altro/la-guerra-civile-degli-italiani-line-la-politica-sfrutta-senza-pieta/ Mon, 09 Jul 2018 06:35:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37728 Questo pezzo è uscito su “La Repubblica”, che ringraziamo di Nicola Lagioia Una guerra civile incruenta per tutto ciò che non riguarda i nervi, il tempo perso e l’avvelenamento del clima emotivo sta incendiando l’Italia. È la rissa che i sostenitori delle opposte fazioni politiche ingaggiano ogni giorno sui social network. Non mi riferisco a […]

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Questo pezzo è uscito su “La Repubblica”, che ringraziamo

di Nicola Lagioia

Una guerra civile incruenta per tutto ciò che non riguarda i nervi, il tempo perso e l’avvelenamento del clima emotivo sta incendiando l’Italia. È la rissa che i sostenitori delle opposte fazioni politiche ingaggiano ogni giorno sui social network. Non mi riferisco a chi siede in parlamento o ai professionisti dell’informazione. Sono i comuni cittadini, questa volta, a darsele di santa ragione. Vale tutto: insulti, linciaggi, accuse, colpi bassi, emoticon scagliati come pietre, inviti al suicidio rituale. Lo spettacolo è desolante, non solo per il linguaggio utilizzato. Più che altro è triste vedere gli italiani lasciarsi sfruttare così dalla politica.

Tra i modi con cui il potere vampirizza i cittadini c’è la capacità di scaricargli addosso dei compiti che sarebbe suo dovere assolvere, o anche solo delle incombenze ingrate. Ad esempio, il lato più becero dello scontro politico. La Seconda Repubblica è stata celebre anche per le risse nel corso delle quali in televisione (o in parlamento) esplodevano insulti impossibili ai tempi della Democrazia Cristiana. Non era esaltante vedere un onorevole comportarsi come un ultras, ma quella era diventata la parte meno nobile di una professione in cui l’aggressione scomposta pagava più di un normale ragionamento. Oggi il lavoro sporco è affidato ai cittadini, i quali lo eseguono a titolo gratuito, con una diligenza che rasenta l’entusiasmo.

Da una parte il consenso politico – a causa delle regole che il dibattito pubblico si è dato e da cui ora fatica a svincolarsi – ha bisogno di un nemico contro cui scagliare senza pace insulti e accuse farneticanti. Dall’altra, non è detto che ai membri di un partito convenga usare sempre apertamente quei metodi. In certe fasi, lasciano che a farlo siano gli elettori sui social.

Se un deputato dichiara di non essere razzista ma i suoi post scatenano centinaia di messaggi xenofobi e migliaia di aggressioni telematiche in difesa della razza, un problema dovrebbe porselo. A meno che appaltare la violenza fuori dal parlamento (perché ci rientri in forma di consenso) sia il vero fine di quei post. Ma come si spinge la gente a diventare violenta al posto nostro? Come possono due pugili che si sfidano per il titolo portare il pubblico del palazzetto a riempirsi di botte intascando la borsa per interposti picchiatori? Risposta: convincendoli che non si stanno scontrando tra pari. Il trucco consiste nel fare in modo che dei comuni cittadini attacchino altri comuni cittadini come un tempo sognavano di fare con i politici che odiavano. In questo scambio rituale si nasconde la trappola tesa dal potere alle sue vittime, che sono anche i suoi tifosi.

Assistiamo così al paradosso folle per cui su Facebook un onesto elettore della Lega che paga le tasse e fatica ad arrivare a fine mese può attaccare sui migranti un onesto elettore del PD che paga le tasse e fatica ad arrivare a fine mese come se si trovasse di fronte George Soros in persona; e al tempo stesso quell’elettore del PD può aggredire qull’elettore della Lega come se una parte dei cinquanta milioni di euro di rimborsi elettorali svaniti nel nulla se li fosse intascati il suo interlocutore telematico.

Per la democrazia contemplare un avversario non è una possibilità ma la conditio sine qua non. Peccato che il peggior potere non abbia bisogno oggi di avversari cui riconoscere dignità, bensì di gladiatori-elettori da far scannare in nome di un nemico che ogni disgraziato armato di elmo e di spadone vede incarnato nel suo omologo.

Più ci si tratta da nemici tra comuni cittadini, tuttavia, meno si sarà disposti a sottoporre a verifica le proprie convinzioni. E chi, se non i fanatici, cessano di sottoporre a verifica le proprie idee? Con l’aggravante che se la persona in nome della quale non sei più disposto a cambiare idea è un leader politico, ti trasformi nel suo servo senza rendertene conto. Uno scontro brutale tra servi di diversi padroni: è lo spettacolo cui assistiamo, e da cui rischiamo di farci contagiare.

Ma trasformarsi in hater non paga mai. L’istigazione alla violenza conviene ai politici che la fomentano, mentre l’odio della gente comune danneggia chi lo pratica. L’hater sui social lo riconosci di solito per l’incredibile sproporzione tra numero di messaggi prodotti (a volte centinaia di migliaia) e i follower (pochissimi). Peccato che i messaggi pieni di odio non siano convertibili in bitcoin, non servano a trovare lavoro, non creino integrazione sociale, non migliorino il futuro dei propri figli. Cosa succederà quando, dopo aver scagliato un altro milione di tweet violenti, quell’esercito di gladiatori si ritroverà con gli stessi problemi di prima, e, guardando verso l’alto, riconoscerà, circonfuso di luce, il leader di cui ha determinato il successo combattendo al suo posto nel fango?

Hater, ultras, gladiatore, servo telematico: è lui la vittima del nuovo sistema di potere, e – per quanto complicato da affrontare – il nostro vero prossimo.

 

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L’arrembaggio sgangherato dei fascio-leghisti https://minimaetmoralia.it/reportage/larrembaggio-sgangherato-dei-fascio-leghisti/ https://minimaetmoralia.it/reportage/larrembaggio-sgangherato-dei-fascio-leghisti/#comments Mon, 02 Mar 2015 08:57:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25641 Una cancellata si è materializzata all’Esquilino, in un sabato mattina romano. Larga da marciapiede a marciapiede, costruita in stile barricata/puzzle, alta più o meno due metri e mezzo, con dentatura appuntita in cima. Ad occhio, un patchwork poco geometrico. È blu, dello stesso blu dei blindati della polizia che la sostengono, ed è piazzata all’imbocco di via Napoleone III, una delle tante strade che partono da piazza Vittorio Emanuele II, la piazza più grande di Roma, costruita dai “piemontesi” nel quartiere oggi pieno di botteghe indiane, bengalesi, cinesi. I passanti si soffermano, guardano oltre la griglia di ferro. Giornalisti e turisti scattano fotografie, residenti e commercianti la osservano prima con stupore, quindi con quella che sembra una crescente familiarità. Si finisce con l’abituarsi a tutto. Troppo larga per una porta di calcio, la cancellata potrebbe andar bene per una partita di pallavolo, non fosse per la dentatura in cima. La superficie irregolare del reticolo renderebbe pressoché impraticabile lo squash. Difficile attaccarci bigliettini o messaggi. I poliziotti se ne stanno nei blindati, a vigilare sul loro checkpoint-charlie-per-un-giorno.

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Difendemmo la città come si poteva. Le frecce dei comanche arrivavano a nuvole. Le clave di guerra dei comanche rimbombavano sui marciapiedi soffici e gialli. C’erano dei terrapieni lungo il Boulevard Mark Clark e le siepi erano state munite di fili elettrici luminosi. La gente cercava di farsi una ragione.

(Donald Barthelme, La rivolta degli indiani)

Una cancellata si è materializzata all’Esquilino, in un sabato mattina romano. Larga da marciapiede a marciapiede, costruita in stile barricata/puzzle, alta più o meno due metri e mezzo, con dentatura appuntita in cima. Ad occhio, un patchwork poco geometrico. È blu, dello stesso blu dei blindati della polizia che la sostengono, ed è montata all’imbocco di via Napoleone III, una delle tante strade che partono da piazza Vittorio Emanuele II, la piazza più grande di Roma, costruita dai “piemontesi” nel quartiere oggi pieno di botteghe indiane, bengalesi, cinesi. I passanti si soffermano, guardano oltre la griglia di ferro. Giornalisti e turisti scattano fotografie, residenti e commercianti la osservano prima con stupore, quindi con quella che sembra una crescente familiarità. Si finisce con l’abituarsi a tutto. Troppo larga per una porta di calcio, la cancellata potrebbe andar bene per una partita di pallavolo, non fosse per la dentatura in cima. La superficie irregolare del reticolo renderebbe pressoché impraticabile lo squash. Difficile attaccarci bigliettini o messaggi. I poliziotti se ne stanno nei blindati, a vigilare sul loro checkpoint-charlie-per-un-giorno.

Oggi arriva Matteo Salvini, nel pomeriggio parlerà da piazza del Popolo, “Renzi a casa”. È lo sbarco della Lega nord nella Capitale, una cosa che ai tempi di Umberto Bossi era considerata impossibile, un ossimoro, preparato da giorni con comparsate tv e manifesti in città. Insieme alla Lega c’è il centro sociale Casapound, i “fascisti del duemila”. L’alleanza neroverde. A loro si contrappongono i movimenti antifascisti: contro-manifestazione, i poster disegnati da Zerocalcare. La battaglia è stata preceduta da schermaglie sul web e da qualche scontro il venerdì: gli antifascisti hanno provato a occupare piazza del Popolo, alcuni sono stati caricati, altri portati via di peso dalla basilica di Santa Maria. Anche loro oggi vanno in corteo. L’appuntamento è proprio in piazza Vittorio, per arrivare fino in centro. A metà di via Napoleone III c’è la sede di Casapound.
Quindi, la gabbia.

Da mesi ci chiediamo perché Matteo Salvini sia praticamente ogni giorno in televisione. Ricorderemo a lungo le sue immagini in déshabillé sui rotocalchi. Davvero, non c’è praticamente giorno in cui non compaia in televisione.

Dice un uomo che incontro sotto Casapound, un signore di mezza età che mesi addietro era appresso ai Forconi: «Mi piace, parla schietto. Ti guarda in faccia e dice quello che pensa. Sai cos’ha fatto una volta, durante la campagna elettorale per le europee? È andato, alle otto di mattina mi pare, ad assistere alla mungitura delle mucche. Così si fa. Sempre in movimento. Se solo si togliesse lo stipendio da parlamentare (Salvini non è un parlamentare, ndr) piglierebbe tutti i voti dei cinque stelle. Non capisco perché non lo faccia».

Momento didascalico quando il gruppo di Casapound, partito in corteo da via Napoleone III per arrivare in piazza del Popolo, attraversa via Nazionale e transita sotto l’albergo PATRIA. A proposito, se mai vi imbattete in una di quelle discussioni “destra e sinistra sono uguali”, ho una nuova risposta: i Casapound corrono. Ai cortei dei movimenti si procede con andatura irregolare, lentamente, con almeno un camion che spara il Caro vecchio Joe Strummer, il caratteristico odore acre del fumo; qui si procede a passo spedito, tutti rigorosamente in silenzio, le bandiere alzate verso il cielo. Dall’Esquilino a Villa Borghese in un quarto d’ora, con passo marziale, in un’atmosfera vagamente funerea. I ragazzi che abitualmente sciamano in roller sul Pincio si siedono ai lati del parco, mentre i Casapound issano due gigantografie con i marò, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, RIPRENDIAMOCI I NOSTRI SOLDATI. Il ritrattone di Latorre casca un paio di volte, l’asta non regge il peso, sono costretti a sistemarlo un paio di volte: una piccola incrinatura nell’organizzazione militaresca.

In piazza del Popolo sventolano i simboli verdi della Lega. I leghisti veneti sciamano nei bar ai lati della piazza domandando già a metà pomeriggio una grappa o un vinello. Gli amanti delle bandiere avrebbero avuto pane per i loro denti. I Casapound hanno il tricolore e il loro vessillo con testuggine su sfondo nero. Ci sono le bandiere della Russia, alcune con aquila, altre senza. Ci sono foto di Putin. Le bandiere con il Leone di San Marco. Il vecchio stemma della Lega con Alberto da Giussano. Uno striscione di quelli della “Razza Piave”. Confesso la mia ignoranza a un signore con bandiera a strisce orizzontali rosso-bianco-rosse, tipo-quella-dell’Austria-ma-non-è-quella. «È la bandiera del Granducato di Toscana. La seconda, per la precisione, dopo Napoleone. Ma non è colpa sua, non possiamo mica essere tutti esperti di araldica».
Poi, “ma questo è folklore”, ci sono le croci celtiche, e una foto del Duce.

Che sarebbe stata una giornata complessivamente straniante l’avevo capito la notte prima, quando ho sentito pronunciare nel programma di Marzullo il nome di Thomas Pynchon. Dalla piazza: grandi booooo alla sola parola “musulmano” pronunciata sul palco, diversi vaffanculo a Renzi e Alfano. Molti militanti hanno in testa l’elmo vichingo o giù di lì, quello con le corna. È il turno del presidente del Sindacato autonomo di polizia, Gianni Tonelli: è suo l’intervento più truculento, tra le grida di Giorgia Meloni e il tono più soft del presidente del Veneto.

Infine, tocca a Salvini (4 BARBONI CON 4 PETARDI VOLEVANO QUESTA PIAZZA VUOTA; ANDASSERO A LAVORARE!!! – NON ESISTE ECCESSO DI LEGITTIMA DIFESA!!! LO CAPIREBBE ANCHE UN RAGAZZINO!). È il segnale, la cancellata di via Napoleone III si può smontare, in attesa di un nuovo periodo d’infelicità.

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La televisione commerciale, i problemi con la giustizia, l’agibilità politica, il non arrendersi mai: storia di un imprenditore italiano https://minimaetmoralia.it/ritratti/la-televisione-commerciale-i-problemi-con-la-giustizia-lagibilita-politica-il-non-arrendersi-mai/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/la-televisione-commerciale-i-problemi-con-la-giustizia-lagibilita-politica-il-non-arrendersi-mai/#comments Sun, 08 Sep 2013 14:34:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15392 di Christian Raimo Ogni generazione ha la sua storia. Quella nata in Italia nel 1910 ha condiviso la scuola dove la M era la lettera di mamma e di Mussolini e le parate militari il sabato, quella nata nel 1930 ha potuto ricominciare a parlare col tu e andarsi a vedere il film di De […]

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di Christian Raimo

Ogni generazione ha la sua storia. Quella nata in Italia nel 1910 ha condiviso la scuola dove la M era la lettera di mamma e di Mussolini e le parate militari il sabato, quella nata nel 1930 ha potuto ricominciare a parlare col tu e andarsi a vedere il film di De Sica a Rossellini al cinema, quelli nati nel 1950 hanno litigato con i genitori pur di mettersi la minigonna e i jeans attillati; per quelli nati nel 1970 invece c’è stata un’unica esperienza fondante, in un’adolescenza sospesa tra evanescenti luci della Milano da bere e la nera angoscia della scoperta dell’Aids e della nuvola di Chernobyl: fare zapping.

In uno di quei lunghissimi pomeriggi in cui ci si scioglieva davanti a una televisione finalmente a colori e con più di cinquanta canali, si poteva incrociare la faccia di Gorbaciov simile a quella di un attore hollywoodiano e ascoltarlo raccontare il viale del tramonto del sogno collettivo sovietico, oppure commuoversi per la cinquantesima puntata in cui a quel piccolo orfano giramondo di Remì gli fanno fuori i cani (Zerbino e Dolce), o assistere inermi ai bombardamenti di Reagan su Bengasi… A molti di quelli che erano lì, davanti al teleschermo, un giorno è capitato di conoscere Giorgio Mendella.

La prima volta che compare in video è un ragazzo, ha poco più di trent’anni, è magro, dinoccolato, con i capelli buttati da un lato come un pilota dei robot e delle occhiaie da portiere di notte. Sembra uno di noi, un uomo del popolo, parla a mitraglietta come un piazzista forestiero appena arrivato in città, e sta vendendo un bene che nessuno aveva pensato si potesse smerciare. Sta vendendo soldi.
Se dall’altra parte dell’oceano è già cominciata l’era dei broker, se le aziende ma anche i bar di provincia si stanno popolando di consulenti finanziari con le camicie sblusate e giacche con le spalline, Giorgio Mendella ha una qualità in più: è un visionario, è esagerato, ha carisma. È capace di parlare per ore e ore, con un tono coinvolgente, ironico, caldo. Promette ricchezza. Molta. Dice che esiste un eldorado. Dice che c’è un posto allora praticamente sconosciuto che si chiama Romania, dove ora che il regime di Ceaușescu sta per crollare si potranno comprare case, interi palazzi a prezzi da sogno. Dice che conosce un modo d’investire i soldi lui in cui si guadagna il 25, il 27, il 29%. Gli fanno da testimonial gente del calibro di Alberto Sordi e Nino Manfredi, Gino Bartali e Gina Lollobrigida.

Si presenta su un Concorde per la conferenza stampa che dà il via a una televisione nazionale, Retemia. Fonda una finanziaria dove raccoglie centinaia di miliardi di lire. La sue attività si diversificano, si moltiplicano. Fa tutto: tv commerciale, conferenze all’americana, finanziamenti dal basso. Si lancia in ogni campo ed è in anticipo su tutto. Costruisce un centro commerciale in Romania dove vendere prodotti italiani. Diventa presidente della squadra di calcio del Viareggio, vuole comprare il Torino e la Fiorentina, nel frattempo si consola con una compagnia assicurativa e una banca, quella di Tricesimo. La gente lo acclama. Il suo giro d’affari supera i mille miliardi. In un Paese governato ancora dalle dinastie della finanza, sembra il primo capitalista con la faccia di un cantante della new-wave. Le sue convention straripano di gente, le sue prediche televisive raccolgono consenso, e il consenso vuol dire molti altri soldi. Gli investitori di Intermercato arrivano a 14mila.

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Dalla comunità alla community, dalle sezioni ai meetup. Una storia di parole e politica https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/dalla-comunita-alla-community-dalle-sezioni-ai-meetup/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/dalla-comunita-alla-community-dalle-sezioni-ai-meetup/#respond Tue, 23 Jul 2013 13:13:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15092 Questo pezzo è uscito sul numero di maggio di Nuova Rivista Letteraria. (Fonte immagine.)

di Alberto Sebastiani

Le sezioni di partito sono state per decenni un luogo di discussione, dibattito, partecipazione, decisione. E quando si dice “sezione” e si aggiunge la parola “partito”, in Italia la prima associazione è Partito Comunista Italiano. “Il Partito”. Nella storia repubblicana del nostro paese, in particolare quella del dopoguerra e dei “Partiti Chiesa”, insomma della tanto vituperata “prima Repubblica”, il Pci è per antonomasia “Il Partito”. In cui avere fede (fino a diventare una situazione caricaturale: dal “Contrordine compagni” guareschiano al “perché il Partito è il Partito” della canzone Ambarabaciccicoccò di Vasco Rossi del 1978, fino alla vignetta di Andrea Pazienza sugli elefanti che non volano, va bene, ma se lo dice l’Unità allora diciamo che svolazzano, per non smentire la voce ufficiale del “Partito”). Un’immagine granitica, ricca di miti, ma tra luci e ombre. Guido Morselli nel romanzo Il comunista riprende il mito di Togliatti che non dormiva mai, del suo ufficio con la luce sempre accesa, fin dalla mattina presto. Eppure nel suo libro racconta le ombre meschine che vivono nel “Partito”, dalla provincia reggiana, da cui proviene il protagonista, alla capitale. Accanto ai “militanti” sinceri, una larga fetta di persone orchestra e si muove opportunisticamente sotto il parapioggia della tessera del “Partito”, fingendo di condividere ideali a cui non crede minimamente.

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di Alberto Sebastiani

Le sezioni di partito sono state per decenni un luogo di discussione, dibattito, partecipazione, decisione. E quando si dice “sezione” e si aggiunge la parola “partito”, in Italia la prima associazione è Partito Comunista Italiano. “Il Partito”. Nella storia repubblicana del nostro paese, in particolare quella del dopoguerra e dei “Partiti Chiesa”, insomma della tanto vituperata “prima Repubblica”, il Pci è per antonomasia “Il Partito”. In cui avere fede (fino a diventare una situazione caricaturale: dal “Contrordine compagni” guareschiano al “perché il Partito è il Partito” della canzone Ambarabaciccicoccò di Vasco Rossi del 1978, fino alla vignetta di Andrea Pazienza sugli elefanti che non volano, va bene, ma se lo dice l’Unità allora diciamo che svolazzano, per non smentire la voce ufficiale del “Partito”). Un’immagine granitica, ricca di miti, ma tra luci e ombre. Guido Morselli nel romanzo Il comunista riprende il mito di Togliatti che non dormiva mai, del suo ufficio con la luce sempre accesa, fin dalla mattina presto. Eppure nel suo libro racconta le ombre meschine che vivono nel “Partito”, dalla provincia reggiana, da cui proviene il protagonista, alla capitale. Accanto ai “militanti” sinceri, una larga fetta di persone orchestra e si muove opportunisticamente sotto il parapioggia della tessera del “Partito”, fingendo di condividere ideali a cui non crede minimamente.

Il romanzo di Morselli è del 1964-65, pubblicato poi nel 1976, ma quella narrazione negativa della situazione era già anche altrove. Quando Pier Paolo Pasolini racconta in Una vita violenta (1959) la sezione della borgata romana, non mostra compagni pronti alla riscossa delle masse (sotto)proletarie, ma una situazione stanca di semi-abbandono. E Luciano Bianciardi nella Vita agra (1962) racconta la delusione per la vita di sezione, a Milano, con il capocellula padrone di un salone di bellezza per cani, e l’ottusità dei burocrati di partito. Con la “p” minuscola.

È una narrazione lontana dal mito, dall’immagine delle riunioni prima clandestine, poi pubbliche, del partito che educa alla discussione, alfabetizza e organizza i militanti all’interno di un orizzonte ideologico in cui aver fede. Lontana, però, anche dal racconto di Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso (2005), con le discussioni tra compagni che proseguivano anche in orari serali, fino a tarda notte. Con la passione e la durezza delle riunioni anche più importanti, come quella che sancirà l’uscita del Manifesto da Botteghe Oscure. Il suo racconto si svolge nel cuore del Partito e rivela problemi centralistici, rigidità, ma anche un positivo desiderio di discutere, cioè di riflettere insieme, di mettere in comune idee e pensieri, dubbi, e insieme cercare risposte. Specie nei momenti di disorientamento, come coi fatti d’Ungheria nel 1956, o i fatti di Praga nel 1968. O come avverrà, una ventina d’anni dopo, con la svolta della Bolognina e la fine del Pci raccontata nel documentario di Nanni Moretti, La cosa (1990). Si discute, cioè si elabora insieme: è un’esperienza collettiva. Si prende coscienza, attraverso un percorso comune. Attraverso la parola, il nominare che dà voce a cose, fatti, idee, dubbi…

La condivisione crea una comunità, e la prima comunità è quella in cui nasco, cresco, condivido una lingua, con cui comunico e apprendo usi, costumi, tradizioni. In cui interagisco, partecipo, accetto, discuto, insomma faccio politica, nel senso che agisco nella vita comune, pubblica, per mantenere una certa situazione, modificarla, riformarla, abbatterla, sostituirla con un’altra. Posso fare tutto questo muovendomi in modo isolato, autonomo (ma comunque perseguendo un fine appreso da parole altrui, scritte o orali, in cui mi ritrovo, che ritengo giuste). Oppure posso agire insieme ad altre persone, a cui mi accomuna un interesse, una passione, una visione delle cose, una critica o un sostegno allo stato di cose esistente, una prospettiva.

Per agire con altri è necessario mettere in comune il sapere, una competenza tecnica o teorica. Così si può declinare il termine “comunità” all’interno della discussione e della partecipazione politica. A lungo si è parlato, nominando i membri di una comunità che fa politica e si riconosce in un particolare gruppo o partito, di “militanti”. È un’espressione che suona antica, da Prima Repubblica, perché negli anni ’90, all’aurora della Seconda, nel desiderio del nuovo, nella nascita della nuova comunicazione, anche il lessico andava ripensato, e si parlava più genericamente di “base” (altro termine comunque datato), che inglobava i “militanti” di un tempo e una sorta di elettorato implicito. La “base” della sinistra, in crisi d’identità, era presa amaramente in giro da Corrado Guzzanti nei panni di Max, “giovane” dj di Radio Progo sul programma Tunnel di Rai3: “adesso che Berlusconi ha vinto cosa farete?”, lo provocava Serena Dandini, e lui si rifugiava nella ripetizione ossessiva di una parola d’ordine a cui si aggrappava contro il panico del vuoto: “solidarietà”.

Mentre a destra cresceva la “base”, quella della Lega, di Forza Italia e di Alleanza Nazionale, a sinistra cresceva lo scollamento tra “base” e vertici dei partiti. Questi apparivano sempre più arroccati, chiusi, ingessati, antichi, legati a giochi di Palazzo, incapaci di risposte decise, di posizioni nette e condivise, di dialogo con gli iscritti, di capire il malessere del Paese.

Nella seconda Repubblica “Il Partito” non c’è più. Le sezioni iniziano a vuotarsi, ma le persone continuano a incontrarsi, e sempre più numerose scendono in piazza. A destra come a sinistra. Ma se a destra, dall’ampolla del fiume Po fino alle adunate contro Prodi, ci vanno persone legate a un partito o comunque a un leader, a sinistra la situazione è più complicata. In migliaia partecipano alla manifestazione del 25 aprile 1994 a Milano, a quella dei centri sociali nel 1996 contro l’aggressione al Leoncavallo, poi molte di più a Genova 2001, al Circo Massimo di Sergio Cofferati nel 2002, fino ai nostri giorni, con “Se non ora quando” e oltre. Chi scende in piazza, però, non è più una “base”, cioè un insieme composto da “militanti” di un partito (o coalizione) e dai suoi elettori impliciti. Lo scollamento è delusione, e sempre meno persone della piazza si riconoscono in (e votano senza turarsi il naso) singoli partiti, o coalizioni.

Chi manifesta si ritrova all’interno di movimenti, non sempre dall’identità precisa, con cui condivide magari solo certe posizioni rispetto a talune cose. E una nuova espressione prende piede: si parla ormai di “popoli” (il “popolo dei fax”, dei girotondi, della rete, come poi si materializzerà in esperienze come il “popolo viola”. Ma per calco estensivo c’è anche “popolo della Lega”). “Popoli” che per altro si uniscono in proteste non più solo legate alla politica nazionale, quindi non necessariamente cercano una voce nel Parlamento italiano. E se non si può più parlare di “internazionalisti” o “terzomondisti”, parole ormai abbandonate, si parla di “popolo di Seattle” da cui nascono i “noglobal” o “neoglobal” o altre espressioni che rivelano la centralità del problema della globalizzazione.

Quindi, finito “Il Partito”, continuano il dialogo, la discussione e il conflitto. E se le sezioni si svuotano, nascono social forum, in spazi fisici e on line. In rete si fanno circolare informazioni di cui discutere, e le comunità diventano a poco a poco community. Ma quanto si discute in questi spazi viene sempre meno accolto nel dibattito politico istituzionale, tradizionale, parlamentare. I partiti, soprattutto a sinistra, abdicano al loro ruolo, in un certo senso. Non catalizzano, organizzano, incanalano più l’agire collettivo, la partecipazione, il dibattito che c’è. O si sciolgono nei movimenti, nei “popoli”, o se ne scollano radicalmente, in maniera più o meno evidente, o esplicita. “Responsabile”. Si ragiona intanto di partiti “a rete”, o “leggeri”, ma in realtà l’immagine che sta vincendo nei vertici dei partiti attinge a un’area economica, non politica. Non è un caso che una nuova formula si faccia largo: “marketing politico”.

Già negli anni ’70 appaiono in Italia interventi sull’argomento. Il marketing politico è per Dominique David, Jean-Michel Quintric e Henri-Christian Schroeder la strategia per convogliare il maggior numero di voti su un partito o un progetto politico. Era il 1979, erano anni di ritorno all’ordine, di riorganizzazione, Eri pubblicava il loro Marketing politico, uscito in Francia l’anno precedente, che mostrava con esempi concreti, francesi, come analizzare una data situazione, il quadro d’azione, per definire il “prodotto” e un’immagine da comunicare, competitiva sul mercato dell’offerta politica. L’idea dell’applicazione del marketing alla politica risale alla fine degli anni sessanta, nasce negli Usa ma presto si diffonde in Europa, con un successo direttamente proporzionale, negli anni, al crescente allentamento dei legami tra partiti e cittadini, che porta a una maggiore volatilità elettorale, e che permette di considerare gli elettori come consumatori a cui fare offerte.

Una strategia che, per essere efficace, deve prima di tutto ascoltare, capire, interpretare l’elettorato, come sintetizza Marco Cacciotto in Marketing politico. Come vincere le elezioni e governare (il Mulino 2011). Un’indagine di mercato per comunicare al meglio il brand attraverso una narrazione (storytelling) efficace. Un processo complesso per il quale negli anni sono emerse professionalità specifiche, che agiscono come consulenti e organizzatori della comunicazione dei partiti e dei candidati, all’interno di un sistema mediatico non uniforme, con canali dalle peculiarità specifiche e utenze differenti.

In questo quadro teorico e operativo, i partiti diventano aziende politiche che producono beni politici da offrire all’elettorato, che va persuaso come consumatore. Il “militante”, la “base”, colui che stava nella sezione a discutere e poi volantinava, faceva propaganda elettorale, ora diventa una sorta di promotore, la «punta distributiva dell’offerta politica» (Antonio Foglio, Il marketing politico ed elettorale, Franco Angeli 2006, p. 143). Il lessico è qui espressione di una concezione della partecipazione e del dibattito. I frasari, gli slogan, le battute, il lessico sono orientati sull’uditorio, anzi sul target (esiste una manualistica sull’argomento, come (E)lezioni di successo. Manuale di marketing politico, di Alberto Cattaneo e Paolo Zanetto, Etas 2003). I cui bisogni possono essere anticipati, o indotti.

Nel marketing politico s’incontrano la scienza politica e gli studi sulla società di massa, sul suo controllo, sui media, sulla comunicazione, sulla propaganda, sulla pubblicità. Le sezioni vissute dai militanti alla Rossanda o criticate da Pasolini e Bianciardi, o ancora vissute nella Cosa di Moretti, sono lontane, qualcosa di archeologico. Dagli anni ’90 vince il marketing politico, da Berlusconi in poi, perché vince il suo modello comunicativo. E i “popoli”? Sono in marcia. Continuano a comporsi, scomporsi e ricomporsi, tra piattaforme più o meno puntuali, con intenti o punti operativi, e attraversano gli anni Zero, fino alla crisi economica, quando diventano “accampati”, “indignati”, “occupy”, “99%”. Sono addensamenti nel magma del “popolo di internet”, un’espressione talmente generica e astratta che non significa nulla (come dire “Umanità”), ma che implica un certo tipo di competenze, e di cultura.

L’idea della passività dell’uditorio è una visione unidirezionale della comunicazione. Come una fontana che riempie la brocca d’acqua. Ma non è così, ed è cosa nota anche agli strateghi del marketing politico. Difficile fidelizzare e conciliare “apparenza e appartenenza”, come ricorda il titolo del volume curato da Angelo Mellone e Bruce I. Newman (Apparenza e appartenenza. Teorie del marketing politico, Rubbettino, 2004). Anche perché l’uditorio-elettorato-consumatore italiano negli ultimi vent’anni ha maturato una diffidenza e un disprezzo notevoli nei confronti del “teatrino della politica”. E, che sia frutto di un’altra forma di marketing o meno (senza scomodare eventuali teorie del complotto), è anche spia di questo malcontento il successo di espressioni spregiative come “casta” o “dipendenti” riferite ai Parlamentari, punta di un iceberg che, nella mentalità comune (e non solo), o viene abbattuto, o il paese fa la fine del Titanic.

“Casta” e “dipendenti” nell’accezione spregiativa sono termini diffusi dal successo del libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo (La casta, Mondadori 2007) e del blog di Beppe Grillo. Il comico, che per altro ha subito ripreso anche “casta”, con “dipendenti” ricordava agli e-lettori che gli eletti sono pagati con soldi pubblici, quindi con le tasse, perciò stipendiati dai contribuenti, che diventano così coloro da cui dipendono gli onorevoli. Il popolo è sovrano, anzi: datore di lavoro. E dicendo “dipendenti”, Grillo urla a suo modo «il re è nudo», ridicolizza l’iceberg e lo riduce a un innocuo granello di grandine spazzabile via. Lo riavvicina alle persone, a suo modo, che è quello del comico. Lo sottrae infatti all’aura di intoccabilità, lo abbassa, secondo il classico rovesciamento carnevalesco che porta il potente fuori dalla torre d’avorio (e in questa prospettiva vanno ovviamente letti i nomignoli e gli insulti con cui sono appellati i vari personaggi della scena politica). Permette così un nuovo “incontro”, che è poi uno scontro, una forma di conflitto. Una risata vi seppellirà? Vedremo, di certo Grillo ha contribuito a creare un “noi” che si riconosce in un leader, in uno stile comunicativo, in un luogo (il blog), in una fede (tecnologica), in un progetto, in un ideale di rinnovamento. Un “noi” che si contrappone a quel “voi” da seppellire.

Il conflitto permane quindi anche nella società dello spettacolo e nell’era digitale 2.0, poi 3.0, e la storia recente ha dimostrato che la piazza virtuale non esclude quella reale. Se, per citare gli ultimi casi, prima il “Popolo viola” e poi “Se non ora quando” hanno portato in manifestazione migliaia di persone, in più occasioni, il blog di Beppe Grillo e le sue iniziative, le campagne come “Parlamento pulito” e la nascita dei meetup, nonché il V-day del 2007 a Bologna o lo “Tsunami tour” delle elezioni 2013, hanno dimostrato che la disaffezione ai partiti porta a movimenti di opinione di peso politico (come hanno rivelato i risultati dei referendum sull’acqua e sul nucleare del 2011), a nuove militanze che possono diventare masse elettorali (per i critici: essere incanalate in un voto per il brand indicato, il logo del M5S, garanzia per l’elettorato), attraverso una particolare modalità di partecipazione, cioè quella che parte dall’approdo al blog di Grillo: uno spazio in cui è lasciata libera di discutere la community.

Detto così suona riduttivo, e in effetti lo è. Grillo dal 2005, dall’apertura del blog, ha posto con uno stile accattivante dei temi precisi, problemi concreti, proposte risolutive di cui discutere, su lavoro, economia, ambiente, giustizia. Tra i detrattori c’è chi sostiene abbia sondato l’interesse dei suoi lettori, per poi decidere su cosa insistere maggiormente, ma centrale è sempre stata la “questione morale”. E la sua community lo ha seguito, animando con commenti il blog e partecipando ai suoi spettacoli. E dal blog sono nati i meetup, ovvero gruppi creati attorno a particolari interessi. Un’esperienza, quella della piattaforma Meetup, preesistente al blog di Grillo e alla sua community, che ha offerto spazi a discussioni, scambi di informazioni, organizzazioni di attività: una costellazione attorno al blog. E non è come, un tempo, tra direzione nazionale di un partito e sezioni.

Svuotate le sezioni dei partiti (non solo del “Partito” che non c’è più), le discussioni permangono, avvengono on line e si concretizzano in iniziative che radicano nei territori i nuovi militanti e nuove rappresentanze. Sono community che escono dalla rete. Ma le community, come afferma David Byrne, «tendono ad avvicinare il simile al simile, il che va benissimo per certi fini, ma a volte l’ispirazione viene da incontri accidentali con persone estranee al proprio profilo demografico, e questo è poco probabile se si comunica solo con i propri “amici”» (Diari della bicicletta, Bompiani 2010, p. 158). Byrne parla di ispirazione artistica, ma il discorso è declinabile in più direzioni. I simili dialogano coi simili. In fondo, è un po’ come avveniva nelle sezioni: erano incontri tra compagni di partito. Certo, tra correnti e deviazionisti, riformisti, massimalisti, moderati e altro ancora non si può pensare che un dibattito nella sezione del “Partito” avvenisse intonato con una sola voce, ma non è questo il punto.

Byrne parla della community come di uno spazio di discussione utile per certi fini. Da sempre, dal fandom alla comunità scientifica, dai gamers ai giocatori di fantacalcio, dai lettori ai musicisti, dalle mamme in apprensione agli uomini con problemi erettili, ci sono siti, blog, forum, piattaforme social in cui incontrarsi, consolarsi, confidarsi, consigliarsi, discutere. Con l’obiettivo della realizzazione o risoluzione pratica di qualcosa, dalla fanzine alla formazione migliore da mettere in campo. Un aspetto positivo della rete, in linea con l’idea che molte teste connesse possano creare un’intelligenza collettiva a cui ognuno possa contribuire secondo le proprie competenze per la crescita di tutti.

È però una visione ottimistica, lineare, speculare a quella che vuole l’elettore-consumatore come una brocca da riempire. In rete si comunica, ci si intrattiene, si cercano (contro)informazioni, si fanno cose. Chiunque, indipendentemente dalle competenze, in molte maniere, può commentare qualsiasi tema, dire la sua, o ripetere quel che ha sentito dire convinto sia verità o, peggio, di averlo pensato per primo, come fosse frutto di una sua riflessione. La rete è tante cose, è uno spazio di conflitto, di caos e di aggregazioni, di specialisti e dilettanti allo sbaraglio, non riducibile a immagini esclusivamente positive o negative. In questo contesto, ogni community o meetup a tema politico è un’esperienza di partecipazione come un tempo lo era la vita di sezione, ma in modo non istituzionalizzato, non rigido. E diverso sistemicamente.

Ai tempi delle sezioni, ognuna era potenzialmente in contatto con le altre (coi mezzi a disposizione, negli anni, dalla bicicletta per portare a voce o per iscritto un messaggio, al telefono, al fax…), ma lo era di fatto e direttamente soprattutto con la segreteria locale (comunale), a sua volta collegata alla provinciale, alla regionale, fino alla nazionale. Questo era lo schema verticista dei partiti. Una comunicazione e un confronto dalla base al vertice che deve prendere le decisioni principali (Gramsci auspicava secondo un verticismo democratico). Se s’interrompe la comunicazione, o se si muove di fatto in una sola direzione, cioè il centro non recepisce più sollecitazioni periferiche, o non gli interessano più, e comunica le decisioni prese in autonomia e impartisce disposizioni alla periferia come ordini, allora la struttura che prevede un ruolo di partecipazione decisionale alla periferia non ha più senso. La sezione diventa la sede da cui deve partire per la sua opera promozionale la «punta distributiva dell’offerta politica». Questo fatto è centrale per la crisi della politica tradizionale, che Carlo Formenti in Cybersoviet (Raffaello Cortina 2008) sintetizzava nella formula “partiti senza referenti e cittadini senza rappresentanza”.

Il concetto di strategia comunicativa e operativa in rete è teoricamente diverso. Un concetto a cui è molto legato il tanto citato Gianroberto Casaleggio, che lo applica al progetto di cui viene detto “guru”. La costellazione di meetup (tra riunioni virtuali e reali) attorno al blog di Grillo disegna una sorta di sistema solare, al cui centro è il blog, che distribuisce argomenti da approfondire e (a volte) recepisce sollecitazioni. Un sistema che funziona, che raccoglie proseliti, che si diffonde capillare. Senza entrare nel merito dei contenuti, la disponibilità alla partecipazione trova qui nuovi spazi dopo il suicidio dei partiti, col loro appiattimento sul marketing. La partecipazione 2.0 o 3.0, che predica on line (“sezione” assume ormai un sapore archeologico) l’estinzione dei dinosauri “partiti”, vive però sotto la bandiera dei “popoli”, dei “movimenti”, dove la parola “ideologia” è stata bandita, e “politico” è un insulto.

Ecco quindi le community in politica. Con il pericolo indicato da Byrne: la chiusura tra simili, nel “noi” narcisistico, nella risoluzione pratica di un fine che non contempla aperture, e che quindi rischia di impoverire discorsi in slogan sempre più vuoti come jingle pubblicitari per stimolare reazioni pavloviane. Se, ripensando a quanto detto da Formenti, una community decide di impegnarsi in prima persona, di rappresentarsi, sceglie per forza di aprirsi, di porsi verso l’esterno, allora sorge un problema che non è di poco conto: quello retorico, nel senso del come si argomenta, del come si parla. Un sistema chiuso tende a comunicare in modo sempre più economico, essenziale, perché i discorsi sono noti e in comune, anzi in rete. Chi non appartiene a quel mondo, a quella retorica, non sempre può interagire.

Se però la community si apre all’esterno (della rete) in un contesto repubblicano democratico, senza compiere una rivoluzione o un golpe, o si atteggia a fagocitatore (o diventate parte del “noi” o restate il “voi” da seppellire), o trova la via del dialogo, quindi deve ricostruire una retorica, al di là degli slogan, per comunicare con il “voi”: dialogare, ragionare, condividere un sapere, discutere una lettura dello stato di cose esistente e delle sue prospettive. Insomma, fare politica, uscire dalla community per confrontarsi con la comunità (di cui per altro è parte, magari). Che intenda o meno avere un atteggiamento evangelizzatore, per interagire con essa, quanto meno per spiegarsi, la community deve compiere un atto di umiltà: comprendere il contesto in cui si trova ad agire, per riuscirci al meglio, compiendo magari un’opera di alfabetizzazione (di sé e del “voi”), prima ancora che di informazione. Anche solo per costruire un tavolo attorno al quale sedersi per cambiare lo stato di cose esistente, deve reimparare a dialogare – sempre nel conflitto, nelle differenze, e laddove possibile – tra “noi” e “voi”. E ciò avviene ritornando a ragionare da un lato di prospettive ampie, orizzonti da delineare con consapevolezza (la tanto vituperata “ideologia”), dall’altro reimparando ad argomentare, a confutare, a discutere oltre lo slogan. Per costruire. Perché quanto si fa riguarda tutta la comunità, un “noi” più ampio, e “noi” siamo fatti della stessa sostanza delle nostre parole, del nostro parlare. Dalle sezioni ai meetup, prima e oltre.

[Excusatio non petita: In realtà le sezioni dei partiti esistono ancora, tanto a destra quanto a sinistra, e i militanti vi operano e vi discutono, ma l’iperbole mi sembrava utile per (e)semplificare, senza banalizzare, la situazione]

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Cosa vuol dire essere antifascisti oggi https://minimaetmoralia.it/interventi/cosa-vuol-dire-essere-antifascisti-oggi/ https://minimaetmoralia.it/interventi/cosa-vuol-dire-essere-antifascisti-oggi/#comments Wed, 24 Oct 2012 05:48:50 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9912 Oggi a Tivoli inizia il processo ai tre ragazzi accusati di aver imbrattato il mausoleo dedicato a Rodolfo Graziani. Ripubblichiamo un intervento di Christian Raimo uscito nel 2012. (Fonte immagine)

Ce la si fa in un pomeriggio. Si può prendere l'A24 uscendo a Castel Madama per spingersi verso i monti Simbruini fino al confine del Lazio, salendo in direzione Subiaco e lasciandosi alle spalle astrusi ristoranti cinesi lungo le fermate del Cotral o paesucoli inerpicati che avrebbero dovuto essere le "Cortina d'Ampezzo degli Appennini" nel 1980 - e in cui trent'anni dopo ancora non è arrivata l'acqua corrente - come Monte Livata o Campo dell'Osso, per poi riprendere la statale 411, seguire la "via Cesanese del vino" fino a arrivare dopo un'ora e mezza di tornanti tra gli aceri, i faggi, i lecci con le foglie rossicce in punta, alla curva all'entrata del paese di Affile, e da lì a sinistra salire per una strada sterrata ripida da farsela tutta in prima e parcheggiare accanto a questo benedetto famoso mausoleo dedicato al maresciallo Rodolfo Graziani.

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SACRARIO A MINISTRO SALO': 'NO FASCISMO' SCRITTE SU MAUSOLEO

Oggi a Tivoli inizia il processo ai tre ragazzi accusati di aver imbrattato il mausoleo dedicato a Rodolfo Graziani. Ripubblichiamo un intervento di Christian Raimo uscito nel 2012. (Fonte immagine)

Ce la si fa in un pomeriggio. Si può prendere l’A24 uscendo a Castel Madama per spingersi verso i monti Simbruini fino al confine del Lazio, salendo in direzione Subiaco e lasciandosi alle spalle astrusi ristoranti cinesi lungo le fermate del Cotral o paesucoli inerpicati che avrebbero dovuto essere le “Cortina d’Ampezzo degli Appennini” nel 1980 – e in cui trent’anni dopo ancora non è arrivata l’acqua corrente – come Monte Livata o Campo dell’Osso, per poi riprendere la statale 411, seguire la “via Cesanese del vino” fino a arrivare dopo un’ora e mezza di tornanti tra gli aceri, i faggi, i lecci con le foglie rossicce in punta, alla curva all’entrata del paese di Affile, e da lì a sinistra salire per una strada sterrata ripida da farsela tutta in prima e parcheggiare accanto a questo benedetto famoso mausoleo dedicato al maresciallo Rodolfo Graziani.

Un monumento in mezzo al niente dedicato al cittadino illustrissimo di Affile, al Soldato con la S maiuscola, come dicono qui gli amministratori locali. Oppure al superfascista, come diremmo noi, al responsabile di uno sterminio etnico nella guerra italiana in Cirenaica e in Abissinia, al repubblichino della prima ora, al collaborazionista, al sostenitore acceso delle leggi razziali, al criminale di guerra secondo l’Onu per l’utilizzo di gas tossici e bombardamenti degli ospedali della Croce Rossa, al “macellaio del Fezzan”, al condannato a 19 anni di carcere dopo il 1945 che scontò inspiegabilmente solo quattro mesi, al presidente onorario dell’MSI, al protagonista del brano Lettera al governatore della Libia in qualità di “idiota” (così come lo definisce Battiato).

Questa cosa, chiamiamola così, questo cubo di mattoni con due scritte incise nella pietra (“Patria” a sinistra e “Onore” a destra) che chiudono una bandiera italiana in mezzo, qualora vi foste posti l’interrogativo, è di una bruttezza inappellabile. Una costruzione infantile, demenziale, squallida, che campeggia al lato di una calata di cemento sopra un presunto parco dove sono stati piazzate due riproduzioni di cannone da prima guerra mondiale, dei lampioni ancora non funzionanti, una fontanella, un altro parallelepipedo di cemento più tre tavolini di legno, semmai qualche avventore con un’estetica da militarismo trash volesse farsi un pic-nic, qui, sotto l’occhio di due telecamere che proteggono i confini da mandala del sacrario.

Dentro – nel sancta sanctorum – c’è una testa scolpita di Graziani, anche questa di una fattura talmente grossolana da sembrare una parodia, per terra cinque sei prime pagine incorniciate di giornali del Ventennio (L’Italia, Il secolo dei bei tempi, Il meridiano d’Italia) che inneggiano alle imprese del nostro, una lapide a lui dedicata, un leggio vuoto.

Dopo cinque minuti che siete qui è probabile che la reazione più istintiva che potrebbe scaturirvi è quella di trovare un piccone e vandalizzare questo posto. A neanche un mese dall’inaugurazione c’è chi l’ha fatto e ora la porta del sacrario e le pareti sono tutte zozze di vernice e dappertutto scritte di Assassino che a loro modo lo rendono un monumento all’antifascismo – invisibile (chi mai verrebbe nel borgo montanaro a visitare questa roba?) ma vivo (perché nessuno si prende la briga ad esempio di imbrattare tutti i giorni l’obelisco dell’Olimpico con scritto DUX?).

Ma più interessante delle indignazioni viscerali sono le domande sul perché a un sindaco come Ercole Viri e alla sua piccola cittadinanza venga in mente nel 2012 di farsi dare 127mila euro dalla Regione Lazio e spenderli in questo modo? Insomma, che tipo di sotto-cultura è il fascismo contemporaneo: una passione kitsch tipo quelli che si travestono da cosplay o una recrudescenza di un passato da figli di puttana razzisti e colonialisti mai rielaborato (come per esempio sostengono i libri di Angelo Del Boca dedicati alle nostre guerre d’Africa o quelli di Alberto Maria Banti sulla formazione dell’identità italiana)?

Una mezza risposta la si può trovare pascolando tra un bar e l’altro del centro di Affile o scorrendosi le foto che l’amministrazione locale ha postato per immortalare l’evento dell’inaugurazione. Nei jpg si vedono una trentina di paesani che per una sera, dopo i discorsi solenni, trasformano lo spiazzo del luogo sacro prima in uno stand da sagra con tanto di damigiane e marmitte per una spaghettata e poi in una minibalera quando il sole è definitivamente tramontato.

Anche se siamo soltanto a un’ora e mezza di macchina da Roma, qui al parco Radimonte di Affile sembra di essere in un altro mondo, ma per certi versi in un mondo familiare. Qualcosa di conosciuto piuttosto che un’oscura galassia di nostalgici criminali. Guardatele le facce con la barba non fatta nelle foto, e le magliette stazzonate, e il cameratismo da spiaggia, e le pose da rimorchione, quindi andatevi a leggere un libretto uscito l’anno scorso per Guanda, La canottiera di Bossi. L’ha scritto Marco Belpoliti, partendo da una piccola epifania tanto arbitraria quanto efficace: la somiglianza abbacinante tra le foto d’antan del duce in canotta e quelle del senatur in medesima mise. Per immaginare di capire qualcosa di quel fenomeno viscido che Sciascia definiva “l’eterno fascismo italiano” non bisogna andarsi a studiare Evola ma forse rintracciare invece in un’antropologia ibrida quello che è un carattere nostrano trasversale e perenne. I neofascisti di Affile sono gli stessi provinciali vitelloni che s’iscrivevano al Pnf nel 1925 o che ingrossavano i raduni della Lega ai tempi in cui Bossi invitava alla secessione. Gente di paese che aspira a un balcone a Piazza Venezia o a un palco a Pontida, e che per fare le prove costruisce un monumento al valor patrio qui sulla collinetta accanto all’aia delle galline. Questo tipo di fascismo, ideologico del margine, apologetico del risentimento, fieramente anti-intellettuale, paesano, indiscutibilmente machista, inventore di tradizioni inesistenti, nazionalista in modo cafone com’era in Jugoslavia negli anni ’90, questo tipo di fascismo qui è una forza mimetica che può mutare come un ceppo di virus resistente agli anticorpi di qualunque anti-fascismo. Si può mimetizzare in uno dei tanti leghismi atomizzati che attraversano l’Italia, dalla Sicilia a Belluno, nel citismo redivivo nella Taranto martoriata dall’Ilva, nel populismo bloggarolo di un Grillo che posta sul suo sito l’impresa a nuoto sullo Stretto di Messina… È un fascismo da bar: insulti, gallismo, battutacce sulle donne, un vaffa, un altro giro. Apparentemente marginale; se non corrispondesse all’educazione politica e sentimentale di una parte consistente di italiani. Apparentemente innocuo; fino a quando non si toglie la canottiera, indossa una divisa e imbraccia le spranghe. Qui, in quest’inno di cemento alla maleducazione morale, oggi ha il suo orripilante monumento.

Questo articolo è uscito su Pubblico di oggi 24 ottobre 2012.

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Ancora su Patate Riso & Cozze! https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ancora-su-patate-riso-cozze/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ancora-su-patate-riso-cozze/#comments Sat, 14 Apr 2012 09:46:21 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7452 Di ciò che sta accadendo in Puglia e del sindaco di Bari Michele Emiliano avevamo già parlato (qui e qui) qualche settimana fa. Ma in Italia gli scandali viaggiano con cadenza bisettimanale. Questo articolo, ad esempio, è uscito sul "Fatto Quotidiano" il 3 aprile scorso. Cioè un decennio fa. 

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Di ciò che sta accadendo in Puglia e del sindaco di Bari Michele Emiliano avevamo già parlato (qui e qui) qualche settimana fa. Ma in Italia gli scandali viaggiano con cadenza bisettimanale. Questo articolo, ad esempio, è uscito sul “Fatto Quotidiano” il 3 aprile scorso. Cioè un decennio fa. 

Nel frattempo è esploso il caso della Lega, Vendola ha ricevuto due avvisi di garanzia, Rosy Mauro si è candidata fuori tempo massimo per un ruolo da protagonista in un film di Ferreri, i faccendieri legati a CL son tornati a far parlare di sé, la Borsa milanese ha bruciato miliardi mentre lo spettro dell’Imu inizia ad allungarsi sulle briciole di chi ne ha poche. Chi non ha nemmeno quelle fronteggia una slot machine con l’ultimo euro rimasto, o si organizza, o si suicida, o cova pensieri omicidi, o legge Trakl, o rimpiange i sacchi di sabbia davanti alle finestre. Magari scopa in attesa della fine. E Masiello? E Calearo? E il professore indiano picchiato nella metro di Roma da una banda di coglioni di ritorno al grido di: “brutto straniero, tornatene a casa”? In questo gran troiaio di cui Tito Livio dava notizia descrivendo la Cloaca Maxima, un piccolo non esaustivo riassunto di ciò che è successo negli ultimi tempi in una parte della Puglia. Solo per amatori.

di Nicola Lagioia

Dal punto di vista politico, Bari assiste al fallimento del Pd. Ma il disastro politico rischia di rivelarsi lo specchio di una mentalità diffusa e dura a tramontare. Per comprenderlo, cioè per prevenirlo, non era necessario aspettare la magistratura. Bastava osservare la leggerezza spettacolare con cui le istituzioni cittadine affrontavamo una serie di questioni.

Estate 2009. Emiliano accoglie in pompa magna il texano Tim Barton, un fantomatico magnate del fotovoltaico che promette di acquistare la squadra di calcio e investire milioni per fare della città un polo internazionale dell’energia verde. Qualcuno su facebook ironizza sul fatto che digitando su google nome e cognome del miliardario si trova solo il quasi omonimo regista cinematografico. Autunno 2009: Tim Barton scompare nel nulla. Era un prestanome? Il protagonista di una burla mediatica? Un’operazione (come anche si vocifera) dei fratelli Matarrese per far capire che gli unici padroni della squadra di calcio sono loro? Nessuno lo sa. Ovviamente scompaiono anche i posti di lavoro che la città si illudeva di ottenere con il fotovoltaico. E forse il sindaco è stato un po’ leggero nel dare credito a un fantasma.

Estate 2009. Emiliano nomina assessore al decentramento la ventiseienne Annabella Degennaro, figlia del costruttore Vito, oggi indagato per gli appalti milionari. Qualcuno commenta: “neanche la dinastia dei Matarrese, quando comandava a Bari, si era sognata di mettere un familiare in giunta”. Le leggerezze non finiscono qua.

Marzo 2012. Emiliano propone di candidare Bari a Capitale europea della cultura per il 2019. Sembra di assistere a una versione in scala della candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2020 caldeggiata dal Pdl. Il Petruzzelli è paralizzato, l’auditorium Nino Rota è chiuso da anni per lavori, idem il museo archeologico, il teatro Margherita non si sa a cosa verrà destinato e non esiste una biblioteca comunale (“io non sono mai andato in una biblioteca, e comunque a Bari una biblioteca comunale non serve”, questo l’indifendibile sillogismo di Emiliano). Soprattutto il sindaco dimentica di essersi dimenticato di nominare un assessore alla cultura. Dal che se ne ricava che la città, istituzionalmente parlando, confonde la cultura col consenso.

Dunque, ancora una volta, prima degli esiti delle inchieste, è una mentalità a essere sbagliata. E il consenso di cui Emiliano ha goduto fino a poco tempo fa dimostra che una parte della cittadinanza, in questa mentalità, non si rispecchiava poi così male.

Chi una piccola rivoluzione culturale ha cercato di farla è stato il Presidente della Regione. Vendola ha provato a scardinare vecchie mentalità ricordando ai pugliesi per primi che oltre il folkore delle sagre del polpo, la Puglia è la terra di Salvemini, di Di Vittorio, di Carmelo Bene, di don Tonino Bello, di Pino Pascali. Lo scandalo e soprattutto lo stato della sanità rimane una brutta macchia (all’oncologico molti pazienti raccontano ancora oggi scene dantesche), ma il progetto a grandi linee non era sbagliato. Non vorrei però che a un certo punto Vendola abbia creduto troppo a ciò che ad alcuni suoi fan faceva comodo vedere in lui: un uomo della provvidenza. Credere negli uomini della provvidenza vuol dire darsi l’alibi per non fare la propria parte. A propria volta, chi crede di esserlo, si assegna compiti impossibili e si preoccupa poco di chi verrà dopo. Vendola in questo momento eredi non ne ha. E abbandonare la Puglia anzitempo per puntare a palazzo Chigi rischia di interrompere un’esperienza che ha fatto più bene che male. Significa soprattutto portare l’orologio indietro di decenni riconsegnando la regione ai Fitto e ai D’Alema.

La Puglia è ancora molti passi avanti rispetto al grande sonno degli anni Ottanta. E molte realtà virtuose lo dimostrano. Ma pensare che la rondine di questi ultimi anni faccia una primavera stabile è una pia illusione. La mentalità levantina ha forse più luci che ombre. Ma per scacciare quelle ombre ci vuole molto tempo e molta pazienza.

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Sotto forma di dialogo, atipico omaggio a Malaparte e Foster Wallace https://minimaetmoralia.it/letteratura/sotto-forma-di-dialogo-atipico-omaggio-a-malaparte-e-foster-wallace/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/sotto-forma-di-dialogo-atipico-omaggio-a-malaparte-e-foster-wallace/#comments Thu, 17 Jun 2010 08:43:42 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2558 Il pezzo è di Gianluca Cataldo, l’immagine di Andrea Bruno – Non solo l’idea si serve della letteratura, ma spesso la letteratura è, inconsapevolmente, al sevizio dell’idea. Ad esempio, la letteratura a suo modo, è essenziale alla politica. La politica copia la letteratura. – Cioè? – Berlusconi sembrava avere letto Malaparte. Sembrava avere fatto tesoro, […]

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Il pezzo è di Gianluca Cataldo, l’immagine di Andrea Bruno

– Non solo l’idea si serve della letteratura, ma spesso la letteratura è, inconsapevolmente, al sevizio dell’idea. Ad esempio, la letteratura a suo modo, è essenziale alla politica. La politica copia la letteratura.
– Cioè?
– Berlusconi sembrava avere letto Malaparte. Sembrava avere fatto tesoro, aggiornandoli, degli impliciti consigli disseminati un po’ ovunque. Se Pilsudzki si era preoccupato fino all’ultimo di mantenere le apparenze della legalità, il buon Silvio ha fatto lo stesso. Il suo più grande terrore era quello di essere dichiarato fuori-legge, quindi si muove dentro-legge spostando all’occorrenza il baricentro legislativo.
– Ma per Malaparte quest’ansia di legalismo era un problema, un difetto.
– Certo, per questo Silvio è andato oltre. Se l’obiettivo tattico, caduto Craxi, era il Parlamento, lui lo ha piegato alle proprie esigenze trasportando la violenza del suo golpe liquido in un terreno rappresentativo. Ha occupato i ministeri e deteneva le leggi. Malaparte parlava di compromessi e complicità, niente di più facile quando da compromettere ci sono i giudici e a compromettersi c’è il PD.
– Il reinserimento dell’immunità parlamentare pre-tangentopoli.
– Esatto!
– Ma l’ambito parlamentare per Malaparte è anti-rivoluzionario…
– … e rischioso. Bonaparte, prima di aprovirgolette decidersi chiudovirgolette, cercava di muoversi entro gli angusti limiti di una procedura parlamentare. Questa burocratizzazione di un colpo di Stato può essere controproducente quando l’altra parte sa – e riesce – a opporsi utilizzando le armi concesse dalla natura parlamentare della rivoluzione: le procedure.
– E Berlusconi ha invertito… geniale.
– Sì! Il genio di Silvio ha ribaltato i termini della questione e le lungaggini procedurali, i regolamenti di camera e senato sono diventati i paletti legali della sua personalissima tecnica: leggine varie come la Cirielli o la Cerami, i vari lodi, l’aporia di fiducia…
– Malaparte ha fatto davvero tanti danni…
– Non credo l’abbia letto. Ci sono troppe finezze nella tecnica silviesca. Dai ponti mezzo novecenteschi è passato ai nuovissimi ponti mediatici (i decoder), e alle centrali elettriche ha sostituito centrali di produzione di informazioni talmente imponenti da rasentare la letteratura anche nei format targati Endemol.
– E le sinistre?
– Beh, hanno smesso di esistere nel momento esatto in cui hanno perso il legame con l’unica forza, paradossalmente, contro-rivoluzionaria. Quando all’inizio degli anni venti in Italia infuriava la guerra civile il dissenso contro i fascisti veniva dagli operai e dai contadini. Un immenso carico di violenza ha ammutolito i piccoli focolai lasciandosi alle spalle dissoluzioni o metodiche distruzioni di quello che restava dell’organizzazione socialista e comunista.

– E oggi anche questo si muove nel solco della legalità, dato che gli operai sono passati a destra.
– E al di là dei motivi che hanno causato tutto questo, resta il danno causato dalla perdita dell’unica forza in grado di difendere, e paralizzare, lo Stato.
– I sindacati sono diventati involucri di bandiere, e non riescono più a comunicare neanche fra loro.
– Sai che copiando la letteratura la Lega potrebbe vincere la sua reale battaglia per la secessione?
– Quante teorie innovative questa sera!
– Sai di Infinte jest e dell’experialismo inventato da Foster Wallace? Ecco, le camicie verdi leghiste dovrebbero presentarsi a Montecitorio e dire «noi ci assumiamo la responsabilità della gestione delle aree più degradate del paese, Palermo e Napoli, e voi in cambio ci concedete la Padania». Ci sono lievi differenze rispetto la politica della riconfigurazione dell’Onan, ma potrebbe funzionare lo stesso. Ora, l’Onan è presumo una Confederazione di Stati, l’Organizzazione delle Nazioni del Nord America, e in Italia manca una confederazione da ricattare. E serve una rete terroristica radicata sul territorio. Il radicamento per la Lega non è mai stato un problema, e sul terrorismo credo possano attrezzarsi per benino.
– Quello che manca è di nuovo l’Europa unita.
– Sì, se solo l’Unione Europea rappresentasse un fronte politico unico la Lega potrebbe utilizzare, nei confronti dell’Italia, Napoli o Palermo come merce di scambio e dire «gli atti terroristici da noi compiuti in nome dell’identità padana e per la secessione da Roma ladrona, da oggi in poi verranno rivendicati come esclusivamente leghisti e non più italiani. Ci date la secessione, ci date Napoli e noi la utilizziamo per fomentare le nostre genti contro la politica anti-padana che l’Europa tutta continua a manifestare riempiendo la nostra Napoli dei suoi rifiuti tossici e nucleari».
– Ma a farlo non è l’Europa, sono proprio le industrie del nord!
– Beh, stiamo ragionando per assurdo, stiamo asserendo che l’Europa è in grado di presentarsi come un blocco unitario, come una Federazione. Che i singoli Stati sovrani retrocedano dinnanzi al bene maggiore rappresentato dal peso politico di un’Europa unita. Continuando a ragionare per assurdo, se l’Europa fosse un enorme Stato, oppure scegli la formula che preferisci, le differenze tra nord e sud si acuirebbero. Tranne l’Irlanda i P.I.G.S., se ci pensi, sono tutti a sud e quindi le ricche regioni mitteleuropee comincerebbero a scaricare su quella che invece di chiamarsi “concavità” potrebbe diventare “la voragine”. A’ vuraggine, direbbero i napoletani, o se fosse in Sicilia su Palermo o Catania – curiosa la presenza di un vulcano nelle due zone – A’ voraggini e, vista la tendenza alla melodrammaticità biblica dei due popoli La voragine dell’inferno, La bocca di Lucifero o qualcosa di simile.
– E se l’Europa la smettesse di seppellire i propri rifiuti in Campania?
– Allora i Padani avrebbero un posto pulito dove andare in villeggiatura d’estate.

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Fratelli d’Italia? https://minimaetmoralia.it/societa/fratelli-ditalia/ https://minimaetmoralia.it/societa/fratelli-ditalia/#respond Fri, 07 May 2010 08:58:35 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=2363 Questo articolo è uscito per la rivista pugliese La voce del popolo. Negli ultimi mesi del 2009 il sito affaritaliani.it ha pubblicato a puntate un romanzo di fantapolitica: Fratelli d’Italia?. L’autore è tuttora anonimo, anche se dimostra di essere ben informato sui meccanismi del Palazzo. Il libro ha suscitato un certo interesse perché prevede (è […]

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Questo articolo è uscito per la rivista pugliese La voce del popolo.

Negli ultimi mesi del 2009 il sito affaritaliani.it ha pubblicato a puntate un romanzo di fantapolitica: Fratelli d’Italia?. L’autore è tuttora anonimo, anche se dimostra di essere ben informato sui meccanismi del Palazzo. Il libro ha suscitato un certo interesse perché prevede (è scritto in forma di romanzo) che nel 2013 la Lega realizzerà la secessione del Nord, a partire dalla secessione del Veneto. Molto prima delle elezioni regionali di marzo, Fratelli d’Italia? aveva previsto che Zaia avrebbe stravinto le elezioni in Veneto, e che – da questa posizione – avrebbe creato le basi per una crescente autonomia.

A Roma, scrive l’autore di Fratelli d’Italia?, Berlusconi è sempre più debole e la politica nazionale sempre più impantanata. Al governo Berlusconi succede una specie di governo di unità nazionale, una sorta di Grande centro (questo vi dice qualcosa?). La Lega rumoreggia sempre più, ma in fondo è tranquilla, perché dopo aver conquistato la presidenza delle più importanti regioni del Nord ha creato le basi per la propria autonomia dal progetto berlusconiano. Anche caduto il Cavaliere, è in grado di sopravvivervi (anche questo, vi dice qualcosa?). Così, inaspettatamente, a inizio 2013, avviene il patatrac, che Anonimo descrive in questo modo: «Un mese più tardi, eravamo a gennaio, quattro grandi comuni del Sud – Napoli, Taranto, Reggio Calabria, Palermo – presentarono i bilanci. Erano tutti tecnicamente in bancarotta e, qualora non ci fosse stata una copertura straordinaria da parte dello Stato centrale, a marzo non sarebbero stati in grado di pagare gli stipendi. Il governo in un primo tempo minacciò di commissariarli, poi mandò –metodo assai irrituale – degli ispettori permanenti per vagliare le procedure di spesa, ripromettendosi di coprire il buco di bilancio attraverso una serie di storni da altri capitoli. Il giorno successivo, il Governatore del Veneto annunciò in un’intervista che se un solo euro destinato ad opere nel Nord fosse andato a coprire bilanci dissestati dei comuni del Sud il Veneto avrebbe trattenuto le imposte destinate allo Stato centrale. Zaia lo spiegò con il solito involucro di pacatezza e semplicità in cui trapelava latente una minaccia che andava aldilà, sempre aldilà, delle sue dichiarazioni, quali esse fossero. Una minaccia priva di contorni, e tuttavia gelidamente seria. Il governo centrale, dunque, veniva sfidato nelle sue prerogative in modo diretto. Era accaduto più volte nella recente storia, ma mai, fatta eccezione per il periodo del terrorismo e delle Brigate Rosse, in modo tanto esplicito. La Lega all’improvviso non giocava più, non parlava più di inno di Mameli, di immigrati, o di dialetti. Era scesa sul terreno dello scontro senza mediazioni. (…) Il Veneto – una delle due Regioni italiane (insieme alla Sardegna) che nello Statuto vedeva i propri abitanti riconosciuti ufficialmente come ‘popolo’ – aveva innescato il processo di secessione dallo Stato italiano».
Anche questo lungo brano riportato (a parte il riferimento concretissimo ai comuni del Sud a rischio bancarotta, Taranto è stata già commissariata tre anni e mezzo fa) vi dice qualcosa? Nei capitoli successivi del romanzo la secessione viene realizzata davvero, con tutti i crismi. Ma lasciamo il 2013 e «torniamo» al 2010: il paese è davvero così diverso dalle scenario descritto?
L’Italia è un paese ormai frantumato e le condizioni per una sua spaccatura sono state già create. Il peso della Lega sulla politica nazionale è enorme (controllano già il ministero degli interni e il ministero delle riforme proprio nel momento in cui si celebra il 150° dell’Unità d’Italia). Ma con la conquista del Piemonte, e soprattutto del Veneto, è stato fatto un enorme balzo in avanti. La Lega, in Veneto, è già un partito-Stato, che controlla da cima a fondo quasi tutte le amministrazioni e l’economia (basti leggere il reportage L’apartheid di Toni Fontana per capire come hanno già realizzato la loro autonomia con misure segregazioniste contro gli immigrati). È vero, hanno già creato le precondizioni per sopravvivere alla fine del berlusconismo e per essere del tutto autonomi da un eventuale governo di centro o di centrosinistra. Fino a quando la cornice unitaria («scomparsa la sinistra dal Nord», come dice Bossi) non li disturba, non se ne preoccuperanno. Ma poi…

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Piccoli segnali europei https://minimaetmoralia.it/politica/piccoli-segnali-europei/ https://minimaetmoralia.it/politica/piccoli-segnali-europei/#respond Wed, 24 Jun 2009 11:00:42 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=101 Una riflessione di Alessandro Leogrande all’indomani delle elezioni per il Parlamento Europeo, caratterizzate da un significativo crollo dei consensi sia per il Partito Democratico in Italia, che per tutto il centrosinistra europeo. Se l’opposizione della sinistra in Europa si fa sempre più debole, è altresì vero che forze nuove e ostinate stanno emergendo dal suo […]

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Una riflessione di Alessandro Leogrande all’indomani delle elezioni per il Parlamento Europeo, caratterizzate da un significativo crollo dei consensi sia per il Partito Democratico in Italia, che per tutto il centrosinistra europeo. Se l’opposizione della sinistra in Europa si fa sempre più debole, è altresì vero che forze nuove e ostinate stanno emergendo dal suo interno, alcune feconde e vitali, come il partito di Cohn-Bendit in Francia, altre semplicemente ostinate, personaliste e terribilmente italiane.

Questo articolo apparirà nell’edizione di Luglio 2009 della rivista Lo Straniero (Il sito lostraniero.it e in fase di costruzione).

A uscire fortemente ridimensionato dalle ultime elezioni europee non è solo il Pd (che ha perso 7 punti rispetto alla sconfitta, già epocale, dell’aprile del 2008) ma tutto il centrosinistra europeo. Tutti i partiti socialisti, compresi da paese e paese (tranne le eccezioni spagnola e greca) in una riserva che va dal 15 al 20% dei voti. Un’esigua minoranza, insomma. Il socialismo europeo, quella forza che ha segnato gli ultimi 150 anni del continente, è ormai al tramonto; ma, di contro, non si è affermato un nuovo Partito Popolare: i popolari saranno incapaci nei prossimi anni di guidare una maggioranza stabile, e questo creerà non pochi problemi alla linea Barroso. Più in profondità, ci sarebbe da fare un altro ragionamento: quanto c’è di popolare, e di democratico cristiano, in un partito del genere, che tra l’altro ha come sua seconda forza la pattuglia italiana di berlusconiani e post-fascisti? Tuttavia i veri vincitori di queste elezioni, non sono loro ma i fascisti veri, gli xenofobi veri, provenienti dai quattro cantoni del continente.

La Grande Ungheria agli ungheresi, la Finlandia ai finlandesi, l’Olanda agli olandesi, la Gran Bretagna ai britannici… La ricca Europa è ormai ostaggio di nazionalismi esacerbati e contrapposti che hanno nell’odio degli immigrati il loro principale coagulo elettorale, ma nascondono altro: pulsioni plumbee da sgretolamento, simili a quelle di inizio Novecento. E stiamo sicuri che risentiremo parlare a lungo nei prossimi anni dei fascisti ungheresi, lo Jobbik che vuole ripulire il paese dalla minoranza rom, dagli ebrei, dai comunisti: un partito nazista a tutti gli effetti, con un suo apparato paramilitare che si è macchiato di azioni ignominiose, e che non fa altro che aumentare i propri consensi.

Sembra l’inveramento di un incubo orwelliano: basta vedere sullo schermo l’olandese Geert Wilders o l’inglese Nick Griffin del British National Party ed è impossibile non ricordare le sue previsioni sulla vittoria del fascismo in Inghilterra (un fascismo che prende il tè alle cinque della sera, ma non per questo meno pericoloso) contenute in Nel ventre della balena.

In Italia queste pulsioni sono governate e organizzate dalla Lega. Le coniuga con il federalismo, con una nuova identità regionale, territoriale, non con il nazionalismo, e per questo risulta ancora più vincente. Indorando la pillola (cosa peraltro teorizzata dallo stesso Borghezio) è andata già al governo; e oggi ha un potere di ricatto enorme che le viene non tanto dal 10% elettorale in sé, ma dal fatto che quel 10% su scala nazionale è prodotto da percentuali molto più alte nelle sei-sette province più ricche del paese. Veri vincitori di questa tornata elettorale, i leghisti ricorderanno continuamente a Berlusconi che è un semplice primo ministro, il capo di una coalizione, non il Capo. Ma questa, a differenza di quanto pensano i soloni del Pd, non è una ventata di pluralismo. Non si è arrestato proprio un bel niente. Dal punto di vista della minoranza di immigrati che vive in Italia, dal punto dei vista dei nuovi italiani, questo vuol dire che tutte le norme obbrobriose contenute nel pacchetto sicurezza verranno approvate in poche settimane, che la Lega farà quello che vuole a Lampedusa, in Libia e nel Mediterraneo, che l’influenza di Maroni sulla “gestione delle sicurezza” sarà ancora maggiore. Che l’equazione immigrazione irregolare-criminalità è divenuta, nelle urne, indistruttibile.

Si diceva che i socialisti, e non solo il Pd, sono diventati una minoranza accanto alle altre in questo fosco scenario. Pare proprio così. Dallo squagliarsi della casa socialista non se esce con un suo rinnovamento (che appare improbabile in Italia come in Francia come altrove), ma in due direzioni contrapposte. Di Pietro e Cohn-Bendit. E analizzare il successo di Cohn-Bendit in Francia ci interessa non solo da europei, ma proprio da italiani, perché la formazione politica che ha contribuito a mettere in piedi Europe Ecologie, è l’esatto contrario dell’Italia dei Valori. Insomma, in Italia lo sgretolamento elettorale del Pd (pur davanti a una flessione di Berlusconi) ha favorito soprattutto Di Pietro e il suo giustizialismo destrorso, la sua “lista personale” nutrita di notabili provenienti dall’“osso” dell’Italia centro-meridionale, e appena ingentilita da qualche nome della società civile. Ma soprattutto ha irrobustito un’idea di opposizione non costruttiva che non parla di Europa e di mondo, di diritti sociali e di ambiente, di carceri (per svuotarle) o di immigrati (per farli cittadini), ma solo di crescere, crescere, crescere e ancora crescere per battere Berlusconi – e sostituirlo con Di Pietro…

In Francia (è forse l’unica nota positiva di queste elezioni), in risposta alla crisi dei socialisti, ancora più grave dei democratici nostrani, è emerso un nuovo movimento che è riduttivo definire semplicemente verde ed ecologista. Europe Ecologie ha parlato di tutto quello di cui avrebbe dovuto parlare una sinistra alternativa al Pd e non lo ha fatto, con la sola eccezione di alcuni settori di Sinistra e libertà. Lì l’operazione è riuscita, e lo diciamo senza eccessivi entusiasmi, constatando semplicemente quanto è avvenuto: vedere la lista di Dany Cohn-Bendit prendere il 27% in tutta Parigi (appena due punti percentuali in meno del partito di Sarkozy) e diventare il primo partito in molti arrondissements fa un certo effetto. È il segno di una rottura, non solo elettorale.

Non siamo in grado di valutare la nuova formazione politica dal suo interno, e quindi anche i suoi limiti. Un cartello che mette insieme Bovè ed Eva Joly può apparire strambo, e non reggere alla politica dei fatti che dovrebbe seguire la politica delle parole. Tuttavia è bene ricordare che Europe Ecologie è stata l’unica formazione politica del continente a parlare, in campagna elettorale, solo di Europa (e della necessità di una nuova politica alternativa a Barroso) e non di questioni interne, ponendo con forza il tema di un nuovo contratto ecologico contro la “mutazione ecologica” che attanaglia il continente da Nord a Sud, da Est a Ovest.

Se questi temi, in Francia, si sono fatti forza politica numerosa (e in Italia ad esempio sono scomparsi) non è semplicemente perché lì (e in Germania) i verdi ci sanno fare, e qui sono una piccola nicchia, governata da tanti piccoli colonnelli senza truppa. Non è solo questo. Cohn-Bendit può piacere o non piacere, forse il suo movimento è solo un fuoco di paglia, ma è riuscito a coniugare la questione ecologica (oggi prioritaria) con la necessità di un nuovo internazionalismo democratico, con i diritti sociali e i diritti delle minoranze. Personalmente, la prima volta che ho sentito difendere, da sinistra, l’ingresso della Turchia in Europa, è stato in un dibattito a Roma, qualche anno fa. Lo fece proprio Cohn-Bendit, in un buon italiano, con queste parole: “Perché sono a favore dell’ingresso della Turchia in Europa? Oggi abbiamo un sindaco gay a Berlino e un sindaco gay a Parigi. Fra dieci anni avremo un sindaco omosessuale a Istanbul…” Detto in altri termini: le società non sono blocchi immodificabili, e l’inclusione del paese euroasiatico nell’Ue può aprire la strada a una nuova azione politica dal basso, a nuovi sommovimenti che non si riducano alla sola richiesta di pressioni istituzionali da Stato a Stato. Non si tratta di dirsi a favore o contrari all’ingresso di ottanta milioni di musulmani all’interno dei confini europei, come urlano gli xenofobi, ma di capire se l’ingresso, e con esso un nuovo europeismo largo, democratico e radicalmente sovranazionale, possano contribuire a liberare la società turca delle incrostazioni autoritarie – non meno della società italiana, francese o spagnola – più di quanto ciò non accada con l’esclusione dall’Europa. Cohn-Bendit, quel giorno, stava rovesciando il paradigma. Ci ho ripensato spesso, durante le settimane della campagna elettorale, quando ho visto alcuni dei più importanti esponenti leghisti andare in giro indossando una t-shirt su cui era scritto: “Io non voglio la Turchia” o una cosa del genere.

Gli unici, in Italia, a farsi promotori di un nuovo europeismo, a parlare più di diritti umani e civili che di Berlusconi, sono stati i radicali. Ma, da anni ormai, coniugano questi temi con un’idea delle cose economiche ultraliberista. Europe Ecologie ha offerto invece una lettura da sinistra. Qualcosa del genere, si diceva, da noi è apparso solo all’interno di Sinistra e libertà, più che per il progetto politico in sé, per merito di alcuni singoli. Ma quel cantiere è uscito fortemente indebolito. E lo stesso regionalismo democratico, aperto, non identitario, elaborato dalla giunta Vendola in questi anni in Puglia non è riuscito a farsi proposta politica concreta su scala nazionale (a differenza del federalismo “cattivo” e chiuso che soffia dal Nord-Est e oggi presenta il suo conto al Pdl), anche perché sotto sotto è stato osteggiato dalle piccole burocrazie dei partitini che hanno stilato le liste. Nello sgretolamento del paese Italia, questo è un tema enorme su cui riflettere tra le quattro casematte che ancora si dicono di sinistra.

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