legge Basaglia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/legge-basaglia/ un blog di approfondimento culturale Tue, 06 Nov 2012 12:59:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg legge Basaglia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/legge-basaglia/ 32 32 Morire di stato https://minimaetmoralia.it/societa/morire-di-stato-2/ https://minimaetmoralia.it/societa/morire-di-stato-2/#comments Thu, 08 Apr 2010 09:38:08 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=2188 04/08/2009 Decesso di Francesco Mastrogiovanni di Gianluca Cataldo Francesco Mastrogiovanni è morto, secondo quanto riportato nella cartella clinica, alle 7.20 del 4 agosto 2009 all’ospedale San Luca di Vallo della Lucania durante l’esecuzione di un trattamento sanitario obbligatorio (T.S.O. come da legge Basaglia). Il caso Mastrogiovanni ha portato alla luce come all’interno dell’ospedale di Vallo […]

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04/08/2009 Decesso di Francesco Mastrogiovanni

di Gianluca Cataldo

Francesco Mastrogiovanni è morto, secondo quanto riportato nella cartella clinica, alle 7.20 del 4 agosto 2009 all’ospedale San Luca di Vallo della Lucania durante l’esecuzione di un trattamento sanitario obbligatorio (T.S.O. come da legge Basaglia).
Il caso Mastrogiovanni ha portato alla luce come all’interno dell’ospedale di Vallo della Lucania vigesse un sistema para-detentivo, dove l’aspetto contenitivo della malattia psichiatrica è preminente su quello della cura.
La storia del maestro anarchico la si può leggere sui quotidiani (pochi: Liberazione, Il Fatto Quotidiano e Il Cilento) che si sono occupati della vicenda. Ottanta ore di agonia, «durante le quali i suoi polsi e le sue caviglie sono rimasti costantemente legati, l’alimentazione resa possibile solo attraverso le flebo. Tutto registrato da nastri delle telecamere interne dell’ospedale. […]. Il maestro è morto per edema polmonare».[1]
Nonostante i filmati e l’enorme lasso di tempo contenuto con legacci e malnutrito con la flebo, nessuno tra personale medico, infermieristico né tantomeno il direttore sanitario è intervenuto. L’edema polmonare è conseguenza logica della prolungata e coatta posizione, quasi cristologica, cui Mastrogiovanni è stato costretto per ottanta ore.
I sette medici e i dodici infermieri indagati per omicidio colposo sono lì a testimoniarlo, così come la sospensione del direttore del dipartimento.
Invece che addentrarsi in dettagli di ordine tecnico-legislativi, è bene riportare alla memoria il processo intellettuale che, a partire dal 1961, ha suscitato in Franco Basaglia l’esigenza di un rovesciamento, prima, e una negazione, poi, di quella particolare istituzione totale definita manicomio (legge Giolitti, istitutiva dei manicomi).
Il termine ultimo della negazione dell’Istituzione sarà la chiusura degli ospedali psichiatrici (già sostituitisi ai manicomi). Il punto di partenza si basa su una duplice consapevolezza: della condizione dell’internato e della condizione dello psichiatra.
Il primo, in un manicomio, è posto in una situazione di totale spoliazione di sé in un contesto di violenza ed esclusione, determinate l’una da presunte finalità rieducative, l’altra giustificata sul piano della necessità come conseguenza della malattia. Una malattia che, a ben guardare, sembra elevarsi a passaggio burocratico, un’etichetta che codifica una passività data come irreversibile.
L’approccio esclusivamente organicista alla malattia la identifica in un’alterazione biologica da accettare e arginare in considerazione dell’assenza di una cura effettiva. Il corto circuito è rappresentato dell’oggetto d’indagine medica: un corpo che si presume malato e che in tal modo viene visto da chi quel corpo lo vive.
Paradossalmente finiscono per coincidere le visioni dello psichiatra, dell’istituzione e dell’internato, cosicché l’oggettivazione travalica il corpo per assorbire l’intera persona. La violenza trasla, per così dire, dal corpo-oggetto alla persona-oggetto. E non può essere diversamente dato che il rapporto medico-paziente-istituzione si basa su un’etichetta che definisce il malato come portatore di malattia.
Inoltre, in un’istituzione totale, la malattia sembra guidare qualsiasi atto dell’internato che vive, agli occhi dello psichiatra, sotto la sua continua deviazione.
«[…] C’era una paziente un giorno che era allegra perché le avevano detto che entro poco tempo sarebbe uscita dal manicomio. Quando lo seppe si mise a cantare a squarciagola dalla gioia. La caposala la vide e secondo lei non poteva cantare dalla gioia, poteva cantare solo perché era pazza. Così ci obbligò a prenderla con la forza e a rinchiuderla in un camerino […]».[2]

In questo modo lo psichiatra, come delegato della società, ha il solo mandato di salvaguardare la società stessa, sorvegliando l’escluso nel suo iter di accettazione della propria condizione di oggetto di violenza.
Si tratta di due ruoli, entrambi passivi, differenziati dalla quantità di potere detenuta. Ciò che caratterizza le istituzioni è proprio questa netta distinzione fra chi ha il potere e chi non ne ha.
Erving Goffman, nel saggio Asylums, identifica la caratteristica principale di un’istituzione totale nell’unificazione di tre sfere di vita: luoghi diversi; compagni diversi; diverse autorità.
L’istituzione si limita a creare e sostenere un particolare tipo di tensione fra il mondo familiare – il concetto di sé che l’internato ha prima del suo ingresso – e il mondo istituzionale in cui il tratto comune resta l’alienazione etero-indotta dalla società.
Dal momento dell’internamento ha inizio quella che Goffman definisce la «carriera morale» dell’internato, cioè una serie di cambiamenti nel sé e nell’immagine di sé, così come nel giudizio di sé e degli altri.
La conclusione del sociologo canadese è che la carriera morale prescinde in parte dalla persona cui si riferisce per evolversi entro i confini di un sistema istituzionale. In questo senso «il sé non risulta di proprietà della persona cui viene attribuito, ma risiede piuttosto nella dinamica del controllo sociale esercitato su di lei, dalla persona stessa e da coloro che la circondano. Questo tipo particolare di ordinamenti istituzionali, più che servire di sostegno al sé lo costituisce»[3].
In questa prospettiva si può ravvisare un parallelo con Foucault. Nel periodo delle grandi riforme penali, che hanno portato all’abolizione dei supplizi e a un riadattamento delle pene sui colpevoli, si assiste alla scomparsa del corpo come bersaglio della repressione penale. Il corpo cessa di essere il fine della pena per diventarne l’intermediario.
Al di là dell’impatto strisciante che la nuova certezza della pena – più che la sua spettacolarizzazione – ha sulla società moderna e contemporanea, il boia carnefice viene sostituito da un tecnico della pena.
Foucault si chiede su cosa, dunque, se non il corpo, agisca la pena. Alla pena che devasta il corpo deve sostituirsi una rieducazione dell’anima. La risposta non è dissimile a quella di Goffman e il sé/anima è chiamato in causa con tanta enfasi proprio per essere giudicato e fatto oggetto di un potere tecnico-politico – conoscitivo e coercitivo – in grado di creare una conoscenza sull’individuo e, tramite questa, di manipolarlo.
Il corpo è semplicemente immerso in un’istituzione e le costrizioni fisiche da lui subite sono indirizzate all’annullamento e alla riconversione del suo sé/anima, una violenza del sapere che per Foucault è «tecnologia politica del corpo».
L’istituzione preleva quei cittadini che urtano il già rarefatto sentimento di pudore di una società bisognosa di occultare le proprie contraddizioni, e restituisce, puniti, corpi-oggetto che deprivati del loro sé passano da una condizione di stigmatizzazione a un’altra.
« […] La follia è uno dei modi in cui l’uomo può perdere la sua libertà. […]»[4].
E qui si arriva all’altra consapevolezza maturata da Basaglia: è lo psichiatra a dovere resuscitare il sopito sentimento di aggressività sociale dell’internato.
Questa idea matura in un più ampio contesto di crisi e riconsiderazione della figura dell’intellettuale.
All’indomani della seconda guerra mondiale, l’intenzione di svolgere un ruolo attivo nel cambiamento della società si scontra presto con la contraddizione per cui l’intellettuale, ontologicamente colto e borghese, vive costantemente nella frattura fra pratica e ideologia. Vicino alla classe operaia egli continua a svolgere, nel proprio lavoro, il ruolo di funzionario dell’ideologia imposta, quello che Gramsci ha definito «commesso del gruppo dominante».
Lo scarto si ha nel Sessantotto, quando si supera questa discrasia e l’intellettuale pone in crisi se stesso, il proprio lavoro, e la propria definizione di «tecnico del sapere pratico». Con questa definizione Sartre marca il passaggio da un intellettuale pre-sessantottino invischiato nel suo ruolo super-partes a quello post-sessantottino mimetizzato tra la massa e soppresso in quanto intellettuale di ruolo.
Il primo è il tecnico del sapere pratico, il secondo l’intellettuale propriamente detto.
Lo psichiatra-tecnico deve evolversi e, smascherato il suo mandato sociale, cercare di comprendere i meccanismi attraverso cui si fa delegato di una società borghese.
Simile è la posizione di un altro filosofo già citato, che molto influenzerà il percorso di Basaglia: Michel Foucault.
Questi si interroga sull’origine delle verità, impostando la propria ricerca su basi genealogiche.
La filosofia storica si lascia guidare dall’ipotesi che le verità possano nascere dal loro contrario e la genealogia, procedendo per contrari, rappresenta un modello d’analisi di crisi. Tramite questo sistema filosofico si potrebbe arrivare alla medesima conclusione che si palesa all’ospedale psichiatrico di Gorizia a partire dal 1961: la verità della follia per come si è cristallizzata in due secoli di psichiatria potrebbe trovare la sua origine proprio nella psichiatria.
Se è la malattia a determinare l’esclusione, si arriva al rovesciamento per cui l’isolamento determina la malattia: una malattia non organica, ma sociale. La verità storica della follia emerge come conseguenza di un rapporto – sbilanciato – di potere.
Se Sartre chiama in causa l’intellettuale, lo detronizza o lo porta ad agire fra le masse, Foucault si limita a dire che l’intellettuale deve fornire strumenti di analisi, svolgere un ruolo storico.
Si può dire che Basaglia rappresenti entrambe le anime di questo intellettuale bifronte. Scardina i ruoli all’interno del manicomio di Gorizia e si sforza – evidenti contraddizioni permangono – di porre i due poli dell’istituzione (personale medico-pazienti) sullo stesso piano dialettico. Abdica dal ruolo di unico detentore di autorità per mettersi in crisi e resuscitare le coscienze abbrutite dei pazienti.
Esecutore tecnico della violenza esercitata da un’istituzione totale e delegato della società, che esclude per custodire questa esclusione, il medico può dunque rappresentare il punto di rottura di un sistema che in quanto totale è, appunto, totalizzante.
Il caso di Mastrogivanni sembra caratterizzarsi, invece, per una regressione apatica del ruolo dello psichiatra. Questo in un momento in cui la legge Basaglia è più volte oggetto di tentativi di riforma che, nella maggior parte dei casi, guardano al passato e alle istanze borghesi sottese nella legge Giolitti (risalente al 1904).
Si può chiudere con una dichiarazione del presidente francese Nicolas Sarkozy, quando dichiara, a pochi giorni dall’omicidio di un ragazzo per mano di uno schizofrenico: «Capisco perfettamente che il malato è una persona con tutta la sua dignità. […] I malati in prigione sono uno scandalo. Ma è uno scandalo anche che le persone pericolose siano per la strada»[5].
Mstrogiovanni era un maestro di scuola elementare.

Note:

[1] IL Fatto Quotidiano, 80 ore di agonia. Filmate. La storia di Franco Mastrogiovanni, il maestro anarchico morto dopo essere rimasto legato per quattro giorni in ospedale , 17 novembre 2009.
[2] Nico Pitrelli, L’uomo che restituì la parola ai matti, pag. 47-48, Editori Riuniti, Roma 2004.
[3] Erving Goffman, Asylums, pag. 193, Einaudi, Torino 2003.
[4] Frantz Fanon, Lettera al Ministro Residente, governatore generale d’Algeria, 1956
[5] Le monde diplomatique Il Manifesto, La Francia maltratta i malati mentali. Il trattamento securitario della follia, Dicembre 2009

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