Leila Guerriero Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/leila-guerriero/ un blog di approfondimento culturale Tue, 27 May 2025 07:56:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Leila Guerriero Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/leila-guerriero/ 32 32 Raccontare l’Argentina della dittatura. “La chiamata” di Leila Guerriero https://minimaetmoralia.it/libri/raccontare-largentina-della-dittatura-la-chiamata-di-leila-guerriero/ https://minimaetmoralia.it/libri/raccontare-largentina-della-dittatura-la-chiamata-di-leila-guerriero/#respond Tue, 27 May 2025 07:56:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=55172 «Ogni tanto ho paura di non riuscire a farti capire bene quello che è successo, perché ho questo modo così freddo di raccontarlo». La storia della dittatura argentina più passa il tempo e più mi sembra una storia mia. Come se fossi argentino, come se in quel paese fossi nato, come se avessi avuto un […]

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«Ogni tanto ho paura di non riuscire a farti capire bene quello che è successo, perché ho questo modo così freddo di raccontarlo».

La storia della dittatura argentina più passa il tempo e più mi sembra una storia mia. Come se fossi argentino, come se in quel paese fossi nato, come se avessi avuto un fratello torturato, una madre desaparecida. Di certo questo sentimento (perché di questo stiamo parlando) nasce dal fatto che io ami molto quel paese, dalla mia grande passione per la letteratura di quelle latitudini, e – soprattutto -dal fatto che le vicende terribili che hanno patito gli argentini le ho a lungo studiate, lette, osservate, anche da vicino, andando nei luoghi dove gli orrori accadevano. Penso e ho pensato più volte che ciò che è accaduto laggiù potrebbe accadere dovunque e a chiunque da un giorno all’altro. Avevo cinque anni quando la Giunta militare guidata da Videla prese il potere in Argentina, mio padre mi diceva solo che stavano accadendo cose terribili, non andava oltre.

Leggere molti libri, belli, bellissimi – saggi, romanzi, racconti, poesie – che trattano o si ispirano a quegli anni non esaurisce mai l’argomento / sentimento; ogni tanto accade qualcosa di nuovo, una scrittrice o uno scrittore che, attraverso una nuova forma, spostando il punto di vista, ti raccontano un altro pezzo della storia e ti riportano di nuovo in quei posti, insegnandoti, spiegandoti, commuovendoti. È il caso della recente pubblicazione di Sur, La chiamata. Storia di una donna argentina, scritto dalla giornalista Leila Guerriero e tradotto da Maria Niola. Libro che, per ciò che mi riguarda, è il più bello letto fino a questa parte di anno.

Mi diceva: “Signora, se fosse per me lei non sarebbe qui”. Ma quel tipo era lo stesso che una notte entrò nel cubicolo di una delle ragazze sequestrate e le disse: “Succhiami il cazzo”.

Nel 1976, Silvia Labayru, durante la dittatura di Videla, fu rapita, torturata, violentata, costretta a subire di tutto, fino a dare la luce alla sua prima figlia, senza assistenza, in una stanza del centro di detenzione clandestino in cui era prigioniera. Aveva vent’anni, Silvia – come i molti caduti in quegli anni, torturati, uccisi, lanciati nel Rio de la Plata e per sempre desaparecidi – faceva parte di Montoneros, gruppo di lotta armata di matrice Peronista. Era una ragazza, era bellissima, lo è ancora. Venne rilasciata nel giugno del 1978, prese un volo per Madrid – come tanti esiliati di quegli anni – e pensò di averla scampata, di poter cominciare una nuova vita. Non era così, non del tutto, non immediatamente. Ad attenderla c’era un coro di voci, di dita puntate, gli altri compatrioti in esilio che, in sintesi, dicevano: «Come puoi essere sopravvissuta, tu e tua figlia, senza aver collaborato, senza aver tradito?»; accusa comune a molti dei superstiti alle torture.

Quelle accuse, quel sentirsi ripudiata è durato molti anni, fino a che piano piano, Silvia, ha ricostruito, ricucito la sua vita accanto ai pochi amici rimasti e a quelli che le ha concesso il tempo a venire. Questo libro racconta la sua storia che è diversa da ogni altra storia sui desaparecidos. Ogni superstite fa storia a sé, ogni morto ha una vicenda diversa. Leila Guerriero è una giornalista bravissima, precisa, determinata, empatica. Guerriero scrive benissimo, il suo racconto è il racconto fatto insieme a Silvia, figlio di circa due anni di conversazioni, chiacchierate davanti ai caffè, a casa di Silvia a Buenos Aires, nei bar, nei taxi, a pranzo. Oppure al telefono con messaggi audio, con frasi che aprivano a conversazioni future. Guerriero è riuscita a scrivere forse il grande testo sulla dittatura scrivendo la vita di una donna,  l’anello mancante, e ci è riuscita tra le altre cose, grazie alla libertà e alla forza mentale di Silvia – che non è mai cambiata da quando aveva vent’anni -, e ci è riuscita grazie alla sua capacità di domandare e a quella ancora più rara di ascoltare. La chiamata riesce nel suo compito perché diventa, agli occhi di chi legge, la certificazione di qualcosa che nasce e diventa l’amicizia tra due donne straordinarie.

Capita spesso che invece di dire “quando sono scomparsa”, dica “quando sono morta”.

Leila intervista Silvia e gli amici del tempo, chi è stato esiliato e chi è rimasto, intervista la figlia nata nel centro di detenzione, intervista il figlio nato dopo quegli anni. Intervista compagni, amanti di Silvia. Chi le è rimasto sempre accanto per come ha potuto e chi le ha voltato le spalle. Ne esce un grande affresco sui giorni della dittatura e sugli anni successivi perché il tempo fa il suo lavoro ma certe cose non passano mai. Per esempio, mai come in questo libro, si percepisce bene la vita difficile di chi è sopravvissuto alle torture. Chi, come Silvia, riparava in Europa, o in altri stati del Sudamerica, era guardato con sospetto dagli altri esiliati. Eri vivo, avevi tradito. Silvia, invece, non ha fatto nemmeno un nome, mai. Il suo essere liberata è figlio di una serie di circostanze, tra queste anche la chiamata, appunto, telefonica, ricevuta da suo padre un giorno di marzo del 1977. Silvia ha un’intelligenza fuori dal comune e non ha mai smesso di farsi domande neppure quando veniva torturata o stuprata. Si è sempre messa in discussione, ma è rimasta libera. Quando è tornata in Argentina nel 2018 – costruendo una vita di coppia con un grande amore smarrito negli anni terribili, ma mai perduto – ha denunciato gli abusi sessuali; si badi bene che non si faceva distinzione tra tortura e violenza sessuale, e invece sono due cose diverse, due reati e chi è colpevole deve pagare per entrambi.

C’era da impazzire. Una settimana prima ero dov’ero, e una settimana dopo mi ritrovavo lì, circondata da quella gente, con un daiquiri in mano, senza poter dire da dove ero uscita.

Ci si commuove spesso quando si legge. Leila Guerriero è molto brava a fare avanti e indietro nel tempo, a sciogliere i nodi assemblando le conversazioni con Silvia, con le altre testimonianze e con i suoi appunti. Non smette mai di avere dubbi, di interrogarsi, perché la vita di Silvia non la si può osservare tenendo conto di un solo punto di vista. Non si può raccontare l’Argentina di quegli anni senza scavare a fondo, senza dubitare, senza tremare. Tra le scene in cui, leggendo, si vacilla, ci sono quelle in cui Leila e Silvia vanno a visitare (più di una volta) il centro di detenzione che oggi è un museo, un luogo della memoria. In quelle pagine l’equilibrio tra ciò che vediamo oggi e ciò che è stato è perfetto. Silvia vede ciò che c’è adesso, una mostra fotografica, una conferenza e vede all’indietro. Gli spazi sembrano diversi, così come la luce, non c’è la musica insistente usata dai torturatori per coprire le urla. Non c’è più il dolore, eppure c’è ancora, la ferita rimane, anche se vai avanti, anche se come Silvia hai avuto una vita appagante.

In quest’ultimo senso offro questo libro: è il ritratto di una donna. Un tentativo.

Leila Guerriero ha scritto un libro che va oltre l’esperienza collettiva della dittatura, un testo che esplora le luci e ombre che sempre attraversano gli esseri umani. Oltrepassa il lavoro documentale e giornalistico, toglie la polvere dagli archivi, bussa sul cuore di Silvia Labayru e ci consegna un’opera di letteratura pura e siamo d’accordo col grande scrittore argentino Rodrigo Fresán quando afferma che Leila Guerriero «ha scritto il suo A sangue freddo, o piuttosto, A sangue caldo». E il paragone non appare per nulla esagerato.

 

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Il malambo dei gauchos: una storia argentina https://minimaetmoralia.it/libri/una-storia-semplice-leila-guerriero/ https://minimaetmoralia.it/libri/una-storia-semplice-leila-guerriero/#comments Fri, 12 Jun 2015 14:34:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27288 Questo pezzo è apparso sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

A gennaio di ogni anno, Laborde, minuscola cittadina nel sudest della provincia di Córdoba, Argentina, diventa la capitale assoluta di un agone fra gauchos, i cavallerizzi della pampa che si nutrono di coraggio, lealtà, fierezza, silenzio, solitudine e nomadismo. Lo spazio entro cui questi uomini combattono è costituito dal palco arrangiato in un grande edificio e la sfida a cui si sono preparati con costanza e sacrificio per un anno intero è racchiusa nella perfezione con cui battono i piedi al ritmo della musica sulle assi di quel palco. La danza che è lo strumento di questa sfida, il malambo, dura poco più di quattro minuti, ma si tratta di minuti eterni. Le combinazioni di movimenti e colpi che costituiscono le mudanzas, ossia le figure del ballo, richiedono una preparazione fisica e mentale mostruosa che costa sacrifici impensabili.

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malambo

Questo pezzo è apparso sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

A gennaio di ogni anno, Laborde, minuscola cittadina nel sudest della provincia di Córdoba, Argentina, diventa la capitale assoluta di un agone fra gauchos, i cavallerizzi della pampa che si nutrono di coraggio, lealtà, fierezza, silenzio, solitudine e nomadismo. Lo spazio entro cui questi uomini combattono è costituito dal palco arrangiato in un grande edificio e la sfida a cui si sono preparati con costanza e sacrificio per un anno intero è racchiusa nella perfezione con cui battono i piedi al ritmo della musica sulle assi di quel palco. La danza che è lo strumento di questa sfida, il malambo, dura poco più di quattro minuti, ma si tratta di minuti eterni. Le combinazioni di movimenti e colpi che costituiscono le mudanzas, ossia le figure del ballo, richiedono una preparazione fisica e mentale mostruosa che costa sacrifici impensabili.

Chi non si è esercitato a dovere rischia di soffocare. Chi non si mantiene calmo rischia la perdita di se stesso. La vittoria, del resto, non porta denaro ma solo gloria. E il sogno più straordinario a cui aspirano i combattenti di questo agone che è in primo luogo sfida a se stessi e alle proprie capacità ha addirittura un risvolto drammatico. Chi si laurea campione di malambo a Laborde, infatti, aderisce a un patto tacito in base a cui non gareggerà mai più né in questo né in altri festival. Il trionfo coincide con la fine, con l’ultimo malambo ballato in vita.

Una storia semplice di Leila Guerriero (Feltrinelli, pp. 107, euro 12) racconta “un uomo che, nello stesso istante in cui riceve la corona, viene annientato”, ma che va incontro alla sua fine con tenacia, ossessione, paura e orgoglio, per conquistarsi “il prestigio e l’ossequio, la consacrazione e il rispetto, l’importanza e l’onore di essere uno dei migliori fra i pochi capaci di ballare questa danza assassina”.

Per spiegare una sfida apparentemente paradossale nel tempo degli sport televisivi e delle competizioni milionarie Leila Guerriero è tornata tre volte a Laborde, scegliendo il primo anno (il 2011) l’uomo che si laureò vicecampione, Rodolfo González Alcántara, un uomo comune che apparve al centro del palco “come un vento funesto o come un puma, come un cervo o come un ladro di anime” capace, nei suoi quattro minuti e cinquantadue secondi, di “stritolare la notte in un pugno”.

La sua vita, le sue aspettative e la sua preparazione, circondato da gente che arriva a non mangiare pur di raggranellare monete per concedersi il lusso di accompagnare alla prova definitiva il suo beniamino, culmina nella prova che l’autrice segue l’anno successivo ormai lei stessa presa dalla lotta contro primo più severo ostacolo che i malambisti devono affrontare e sconfiggere per mezzo di una sorta di accettazione: la paura. I quattro minuti e quarantanove secondi in cui González Alcántara batte piedi in figure sublimi apparentemente calmo, ieratico e deciso, diventano il discrimine oltre cui sarà comunque un profluvio di lacrime: di trionfo o fallimento.

Nel 2013, il lettore di questo reportage narrativo che dischiude un mondo solo apparentemente lontano, potrà seguire l’eroe di Una storia semplice nel suo ritorno a Laborde. Per ballare ancora o per non ballare mai più.

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Da Márquez a lezione di giornalismo d’allegria https://minimaetmoralia.it/giornalismo/fundacion-para-el-nuevo-periodismo-iberoamericano/ https://minimaetmoralia.it/giornalismo/fundacion-para-el-nuevo-periodismo-iberoamericano/#comments Wed, 12 Mar 2014 10:21:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19285 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Madrid. È appena passato il Natale del ’93 a Barranquilla, tra le poche città colombiane dalla fama indipendente da questioni di droga. Jaime Abello Banfi ha mangiato troppo, come tutti, più di tutti. Riceve una telefonata: «Invitami a cena la prossima volta che vengo» è l’intimazione che riceve il trentenne direttore della locale TeleCaribe. La prospettiva di mangiare ancora è l’ultima cosa cui vorrebbe pensare, ma dall’altra parte del filo c’è Gabriel García Márquez. E non capita spesso, anzi non era mai capitato, che lo scrittore più famoso dell’America Latina chiamasse un giornalista felice (ma non sconosciuto) per estorcergli una convocazione al ristorante. La storia della Fundación para el Nuevo Periodismo Iberoamericano, che da Cartagena de las Indias assegna i corrispettivi del Pulitzer di lingua spagnola, comincia così. Esattamente venti anni fa.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Gabriel García Márquez negli uffici di Prensa Latina a Bogotá nel 1959. Fonte immagine)

Madrid. È appena passato il Natale del ’93 a Barranquilla, tra le poche città colombiane dalla fama indipendente da questioni di droga. Jaime Abello Banfi ha mangiato troppo, come tutti, più di tutti. Riceve una telefonata: «Invitami a cena la prossima volta che vengo» è l’intimazione che riceve il trentenne direttore della locale TeleCaribe. La prospettiva di mangiare ancora è l’ultima cosa cui vorrebbe pensare, ma dall’altra parte del filo c’è Gabriel García Márquez. E non capita spesso, anzi non era mai capitato, che lo scrittore più famoso dell’America Latina chiamasse un giornalista felice (ma non sconosciuto) per estorcergli una convocazione al ristorante. La storia della Fundación para el Nuevo Periodismo Iberoamericano, che da Cartagena de las Indias assegna i corrispettivi del Pulitzer di lingua spagnola, comincia così. Esattamente venti anni fa.

Quattrocento seminari e oltre diecimila allievi dopo, il suo direttore e cofondatore è di passaggio a Madrid. Pilucca svogliatamente un’insalatina. È reduce da un bendaggio gastrico che l’ha fatto dimagrire di diciotto chili. Non deve avere ancora fatto in tempo a rinnovare il guardaroba, oppure non ha sufficiente fiducia nella sua disciplina di lungo periodo, perché nella giacca nera che ha addosso ci starebbe dentro quasi un’altra persona. «Prima che me lo chieda lei, le dico che Gabo sta discretamente bene. Ha 86 anni e si è ritirato dalla vita pubblica. È stato uno degli scrittori di maggior successo, ma circa metà della sua produzione è di natura giornalistica. Da questa passione, che aveva voglia di condividere con i più giovani, è nata la nostra scuola».

Capitolo chiuso. La realtà è che l’autore di Cent’anni di solitudine non sta bene, è sopravvissuto a un cancro linfatico e soffre di demenza. Si fa vedere poco o niente, smentisce occasionalmente il fatto di non scrivere più, ma purtroppo nessuno ha le prove per credergli. L’occasione di quest’incontro in un modesto ristorante italiano («metà dei miei nonni erano piemontesi» esordisce Abello, ancora in grado di cantare Luna rossa a memoria) accanto alla Casa de América, è parlare di uno stato di salute che alcuni precipitosi commentatori danno per non non meno compromesso: quello del giornalismo. «Le persone che abbiamo appena premiato sono la prova vivente del contrario. Il giornalismo non è mai stato così vivace, è l’industria giornalistica che sta subendo un processo di cambiamento senza precedenti. Dall’esito ancora aperto». Parla di Alejandro Almazán, che sul mensile colombiano Gatopardo ha raccontato la carneficina quotidiana della Laguna, un quadrilatero di città nell’epicentro della guerra dei narcos. O della costarichense Giannina Segnini che con le sue inchieste sulla corruzione ha fatto andare in prigione gli ex presidenti Rafael Ángel Calderón Fournier e Miguel Ángel Rodríguez Echeverría. Cita una quantità di riviste, disgraziatamente non apparse sui radar italiani se non per occasionali apparizioni su Internazionale, dove qualità della scrittura ed esattezza dei fatti convivono, a livello altissimo.

Qualche tempo fa il Venerdì si era occupato di Etiqueta negra, il New Yorker sudamericano. Ma la verità è che, pur nella sua strabiliante qualità, il mensile peruviano è molto meno eccezione di quanto pensavamo. Ma perché tante eccellenze tutte in America latina? «Perché siamo una terra estrema, dove la gente lotta ancora molto per venire a patti con la propria identità. Cerchiamo strenuamente di capirci, e lo facciamo scrivendo. Il nostro vantaggio, rispetto al Nord America, è che abbiamo un mercato meno maturo e c’è ancora spazio per buoni progetti giornalistici. Aggiungete infine la fama individuale di autori come gli argentini Martín Caparrós e Leila Guerriero, il colombiano Alberto Salcedo Ramos, il messicano Juan Villoro, tutti largamente tradotti all’estero. Più un mercato complessivo di circa 400 milioni di persone. E avrete una risposta empirica ma non troppo lontana dal vero del perché il giornalismo iberoamericano, che la nostra fondazione celebra e incita, sia così in forma».

Il vantaggio della gioventù è di essere immune dal peso del passato. Pertanto il nuevo periodismo è laicissimo anche quanto alle fonti di finanziamento. «La rivista colombiana Soho ha un modello simile a Playboy, nel senso che alterna tette e ottima scrittura: infatti pagano meglio di tutti, anche 10 mila dollari a pezzo. La brasiliana Piaui ha tra i finanziatori quattro degli industriali più ricchi del Brasile. Idem Etiqueta Negra, che prima non pagava niente, ora poco, ma ricompensa in fama e visibilità. Esistono anche esperimenti online come il salvadoregno El Faro, famoso per le sue inchieste, che riceve fondi dall’Open Society Institute di George Soros e addirittura da fondi olandesi». Il premio per l’innovazione l’hanno dato a un webdocumentario, Projecto Rosa, che parte dalla vicenda di una donna che pretende giustizia per sè e migliaia di altri colombiani per essere stati espropriati della terra da gruppi militari. Video, animazioni in Flash, tanta tecnologia che è solo il bel vestito nuovo del mestiere antico che tanto piaceva a Gabo.

Alla Fondazione non si lasciano intrappolare in discussioni di retroguardia né dalle sirene della nostalgia. C’è il buon giornalismo, che può assumere tutte le forme che la contemporaneità offre, e il cattivo giornalismo. Punto. «La vera novità strutturale di internet» insiste Abello «è averci tolto il monopolio della diffusione delle notizie che avevamo una volta. Belli o brutti che siano, ci sono i blog, i tweet, la concorrenza dei non professionisti. Invece di demonizzarli dovremmo viverli come un pungolo per metterci delle nuove pile e correre di più». Il problema vero è il cambio di paradigma economico: «La gente è abituata alla gratuità e tutta l’industria culturale deve prepararsi ad abbassare i prezzi per sopravvivere». Non è ideologia la sua, solo pragmatismo. «E i media dovranno accettare l’alleanza con la filantropia, soprattutto per i progetti a maggior quoziente civico, come il giornalismo investigativo. ProPublica è, in questo senso, un esempio». Loro non sono affatto schifiltosi. Devono pagare gli stipendi di quindici persone, hanno un budget importante («La cifra è off the record»): «Riceviamo molte donazioni. I nostri seguitissimi seminari costano da 20 a 500 dollari per partecipante. Vendiamo raccolte di articoli premiati o certe antologie di scritti di Márquez. E abbiamo prodotto anche un’edizione limitata di centomila bottiglie di rum da 40 dollari intitolate al Maestro Gabo».

Pare che non sfiguri neppure di fronte al guatemalteco Zacapa. Non sono astemi alla Fondazione e questo, magicamente ma anche realisticamente, sembra aumentare la loro lucidità: «L’ingrediente essenziale per un buon giornalismo? L’allegria, come nella vita. Essere ancora in grado di stupirsi, di pronunciare ¡Qué chévere!, che cosa super, di fronte a fatti che lasciano indifferenti chi crede di aver già visto tutto». Il cinico non è adatto a questo mestiere, ricordava Kapuscinski. Era un amico della Fondazione. E soprattutto del giornalismo eccellente che lì si coltiva.

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