Lenin Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lenin/ un blog di approfondimento culturale Fri, 24 Feb 2017 17:14:40 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Lenin Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lenin/ 32 32 Comunisti d’America, rivoluzionari di carta https://minimaetmoralia.it/politica/comunisti-damerica-rivoluzionari-di-carta/ https://minimaetmoralia.it/politica/comunisti-damerica-rivoluzionari-di-carta/#respond Tue, 25 Feb 2014 13:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18889 Pubblichiamo un articolo di Riccardo Staglianò uscito sul Venerdì di Repubblica.

di Riccardo Staglianò

New York. La rivoluzione sarà rilegata. Alla Barnes&Noble di Union Square, la libreria il cui caffè si trasforma spesso in temporanea base operativa per anarchici e socialisti newyorchesi, il nuovo pantheon siede immobile sullo scaffale delle riviste. I neonati Jacobin e The New Inquiry. L’adolescente n+1. L’anziano ma rinvigorito Dissent. Per citarne solo alcuni, tacendo della collana Pocket Communism della gloriosa Verso, portabandiera della New Left britannica, a pochi metri di distanza tra i libri. La sinistra è morta, viva l’editoria di sinistra. Rianimata da editor ventenni, per un pubblico (mentalmente) giovane, che vuol fare di tutto per smentire la profezia del pur amatissimo Slavoy Žižek su Occupy Wall Street: «I carnevali costano poco. Quello che importa è il giorno dopo». Loro ci sono ancora. Nonostante le varie dichiarazioni di morte presunta, come quella che si desume da un utile rapporto del locale istituto Rosa Luxemburg: «La sinistra (americana) è dura da trovare e ancor più da definire». Soprattutto se sei europeo, abituato all’equivalenza tra politica e partiti. Che qui conduce solo a frustranti aporie.

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jacobinmagazine

Pubblichiamo un articolo di Riccardo Staglianò uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: Jacobin)

di Riccardo Staglianò

New York. La rivoluzione sarà rilegata. Alla Barnes&Noble di Union Square, la libreria il cui caffè si trasforma spesso in temporanea base operativa per anarchici e socialisti newyorchesi, il nuovo pantheon siede immobile sullo scaffale delle riviste. I neonati Jacobin e The New Inquiry. L’adolescente n+1. L’anziano ma rinvigorito Dissent. Per citarne solo alcuni, tacendo della collana Pocket Communism della gloriosa Verso, portabandiera della New Left britannica, a pochi metri di distanza tra i libri. La sinistra è morta, viva l’editoria di sinistra. Rianimata da editor ventenni, per un pubblico (mentalmente) giovane, che vuol fare di tutto per smentire la profezia del pur amatissimo Slavoy Žižek su Occupy Wall Street: «I carnevali costano poco. Quello che importa è il giorno dopo». Loro ci sono ancora. Nonostante le varie dichiarazioni di morte presunta, come quella che si desume da un utile rapporto del locale istituto Rosa Luxemburg: «La sinistra (americana) è dura da trovare e ancor più da definire». Soprattutto se sei europeo, abituato all’equivalenza tra politica e partiti. Che qui conduce solo a frustranti aporie.

Tipo credere che il Communist Party Usa, un martello e una specie di falce stilizzata nel logo, abbia qualcosa a che fare, non dico con la rivoluzione permanente ma almeno con un progressismo radicale. Il suo segretario si chiama Sam Webb, sessantenne laureato in economia nel Connecticut. L’ultima apparizione sulla stampa borghese risale al 2006. Due battute su Forbes: «Cos’è per me il denaro? Ciò di cui la maggior parte di noi dispone troppo poco, nonostante gli sforzi dell’amministrazione Bush». Mi era sembrata un po’ moscia come affermazione. Lo contatto via posta elettronica prima di partire. Niente. Riprovo e metto in copia un paio di assistenti. Ancora niente. Chiedo a Nikil Saval, introdottissimo editor del quadrimestrale n+1, che mi fornisce altri contatti. I comunisti mangiano le email? Mi presento alla loro sede, sulla ventitreesima strada. Un sorridente pensionato alla reception interpella un cinquantenne dell’organizzazione che mi rassicura: «La chiamerà oggi stesso». Sto ancora aspettando. Forse l’indisponibilità, deduco da una serie di altri incontri, deriva dall’imbarazzo ad ammettere un annacquamento, quello sì radicale, rispetto alle origini («Sono diventanti ragazze pon pon di Obama» è la clausola più definitiva sul loro conto, copyright Bhaskar Sunkara, che conosceremo a breve).

Larry Moskowitz era uno di loro. Ci vediamo in un ristorante messicano con menu fisso a 12 dollari e 95. A sessantasei anni un po’ sofferti è un uomo dall’espressione mite che ha imparato a tagliare i costi privati prima che diventasse una perniciosa ideologia pubblica. Vive a Inwood, sopra il Bronx, al canone calmierato (600 dollari) di un box auto altrove. Ha una pensione sociale di poco superiore e comunque tale da fargli rubricare un incisivo e un canino mancanti tra i beni di lusso. «Perché li ho lasciati? Perché non c’era margine di dissenso e detestavo il centralismo democratico. E soprattuto perché mancava il legame con i lavoratori». Così, nella migliore tradizione scissionista, cinque anni fa ha dato vita al Left Labor Project. «La nostra principale vittoria? Aver fatto rimettere il Primo maggio tra le festività». Si incontrano una volta al mese («30-40 persone, di più quando abbiamo ospiti famosi») tassativamente dalle 18 alle 20 perché «è un principio di classe: la gente prima lavora e comunque non ha tempo da perdere». Collaborano con i sindacati, con organizzatori locali su campagne specifiche. «In Europa sieta da sempre più a sinistra di noi. Qui è già tanto dedicarci a battaglie più circoscritte, come i diritti dei neri». Se proprio dovesse dire, a Lenin preferisce Bakunin, socialista libertario, che voleva saltare la «dittatura del proletariato» per paura che da fase intermedia diventasse permanente. E che prediligeva le «azioni dirette» del popolo, come la restituzione delle case confiscate ai vecchi proprietari in stile Occupy.

Prima di procedere facciamo due conti: trenta persone a New York è come dire nove persone a Roma. A spanne i membri del Communist Party saranno tre-quattromila. Quelli dei Democratic Socialists of America, il più robusto raggruppamento, circa settemila. Il Socialist Party Usa, che ha sede in uno sgarrupato trilocale del Lower East Side, è frequentato come una bocciofila d’inverno. Anche alcuni successi editoriali di cui va giustamente fiera Audrea Lim, la trentenne editor di Verso che incontro in un bar di Brooklyn, vanno da poche migliaia alle quarantamila di Žižek, che però è una star globale. Dividete almeno per cinque per un confronto con il mercato italiano. Piccoli numeri (crescono). Lo stesso Žižek protagonista all’Ifc Center, il cinema d’essay più ortodosso del Greenwich Village, di A Pervert’s Guide to Ideology, un documentario in cui il filosofo marxista disseziona l’immaginario collettivo, dalla fenomenologia degli ovetti Kinder all’ideologia subdola de Lo squalo. Alle 10 di mattina, con fuori un sole incongruo, una ventina di persone sono pronte a immolarsi per due ore e venti davanti alle digressioni del pensatore barbuto che tiene un poster di Stalin sul letto. Ma questa è New York, dove L’insurrezione che viene, libello culto degli indignados globali, si trova nella sofisticatissima libreria del New Museum di Soho. La città più economicamente iniqua del mondo che può vantare una statua di Lenin su un palazzo che si chiama Red Square e che punta il dito ammonitore verso Wall Street.

Dicevamo della nouvelle vague marxista. Bhaskar Sunkara, 23 anni da Trinidad, ne è il campione. Ci incontriamo a Bedford Stuyvesant, la zona di Brooklyn che era sinonimo di paura e dove Spike Lee ha ambientato il suo Fa la cosa giusta, dove ha casa e ufficio. Nel 2010, reinvestendo i soldi presi a prestito per l’università, questo ragazzino con la barba nera e la camicia bianca ha fondato Jacobin, una rivista marxista senza gli ermetismi e l’odore di muffa tipici del genere. Tre anni dopo, con cinquemila abbonati, ha doppiato quelli di Dissent che è su piazza dagli anni 60 e il sito viene visitato ogni mese da 250 mila persone. «Non mi piace il termine comunista. Per la disastrosa incarnazione sovietica che richiama. E anche il dibattito tra rivoluzione e riforma mi sembra superato. Piuttosto “riforma non riformista”, alla André Gorz, ovvero che non trascuri i bisogni sociali odierni senza rinunciare a una modifica strutturale. Il socialismo che vorrei estende il welfare, riduce la disoccupazione e introduce un reddito di cittadinanza».

In un editoriale recente ha scritto che «il problema della sinistra non è che è troppo austera e seria, ma che non si prende sufficientemente sul serio per fare i cambiamenti necessari». Una piattaforma sanamente social democratica, nonostante le suggestioni iconografiche di cui l’appartamento è pieno. Tipo la foto di Lenin trattata alla Andy Warhol come sfondo del computer. Le antologie dei discorsi di Castro e di Chavez, di scritti zapatisti e una biografia di Trotsky («lui distribuiva i giornali per strada, non aspettava che fosse la gente ad andarlo a cercare»). Interventismo che condivide. «Insieme al sindacato degli insegnanti di Chicago, tra i più attivi del paese, abbiamo realizzato un manualetto che spiega perché l’ideologia neoliberista è sbagliata, da distribuire gratuitamente». Impaginato bene, non penitenziale come certi tomi degli Editori Riuniti anni 70. E la gente se lo legge.

Se vuoi che il messaggio passi non puoi prescindere dal linguaggio. L’hanno capito anche a Dissent, che di recente ha stupito il suo lettorato tradizionale con un pezzo su un artista del rimorchio a Copenaghen. «C’è un tipo che scrive guide su come portarsi a letto le ragazze all’estero. In Danimarca è andato in bianco, e la sconsiglia a tutti» mi spiega Sarah Leonard, trentenne editor della nuova leva, nella stanzetta-redazione vicino alla Columbia University. «Partendo da questo dato abbiamo imbastito un reportage sull’uguaglianza dei sessi, divertente e documentatissimo. Un buon esempio del nostro nuovo stile». L’età media delle quattro persone della redazione è sui 25? anni («Direi che siamo più a sinistra di Michael Walzer», condirettore emerito). Ciò che la rivista si propone è dare un contesto culturale ai lettori. «Se si discute dei costi dell’istruzione è importante, ad esempio, ricordare che Cuny, l’università pubblica, prima era gratuita e ora costa 8000 dollari all’anno. Se hai vent’anni puoi non saperlo. Noi diamo quella prospettiva, indispensabile per fare confronti tra ieri e oggi». La stranezza, rispetto alla scena editoriale cui siamo abituati, è che qui tutti parlano bene dei concorrenti. Non pretendono primigeniture. Addirittura collaborano.

Ne sa qualcosa la fondazione Rosa Luxemburg. Capitolo americano dell’ente legato al partito socialista tedesco Die Linke, ha per missione quella di studiare i processi sociali e produrre convegni e rapporti. Il direttore Albert Scharenberg ha mappato la sinistra americana e se gli chiedi di riassumerla comincia parlando di scioperi di lavoratori dei fast food, di movimenti ambientalisti contro un gasdotto, di organizzatori locali che mobilitano piccole comunità, di singoli giornalisti influenti. Poi, dopo quindici minuti buoni, accenna alla costellazione di partitini tipo i comunisti renitenti alle email che abbiamo incontrato. «La loro influenza all’interno dei Democratici è minima. Ma in generale i partiti sono diversissimi dai nostri, basti ricordare che tutti possono votare alle primarie e nessuno può essere espulso». Più il fattore soldi che li condanna alla marginalità. In un sistema ferocemente bipolare, dove il vincitore prende tutto, non c’è spazio per i piccoli («Una campagna nazionale costa una fortuna»).

Sono i giorni di Bill de Blasio neo-sindaco. Agli occhi di un italiano sembra una gran vittoria per la sinistra. Ma la circostanza che a tanti occhi americani Grillo sembri la prova ontologica della democrazia dal basso mi suggerisce cautela sugli entusiasmi stranieri. Doug Henwood, fondatore della newsletter Left Business Observer e padrino intellettuale di Sunkara e altri giovani radicali, mi dice che anche lui ci sperava, ma che le prime nomine che ha fatto sono di personalità vicine ai palazzinari. Tutto dipende dai punti di partenza, ovvio, ma come Obama sembra più sexy di Letta, anche De Blasio sembrava più carismatico di Marino. Anche al netto dell’esterofilia. La vera buona notizia, per il patchwork che abbiamo chiamato sinistra americana, risale a due anni fa. Nella fascia 18-29 anni, per la prima volta coloro che vedevano positivamente il socialismo superavano quelli negativi (49 contro 43 per cento), sorpassando anche le simpatie per il capitalismo (46 per cento). Succedeva tre mesi dopo Occupy Wall Street, il grande Gerovital del progressismo statunitense.

Fino al 2000 chi voleva entrare negli Stati Uniti doveva rispondere a una grottesca domandina: «Hai fatto parte di organizzazioni comuniste?» (che sopravvive nel formulario I-485 per l’immigrazione in pianta stabile). Oggi nelle librerie trovi L’ipotesi comunista di Alain Badiou, un libretto rosso che ricalca graficamente quello di Mao, presentato come Un nuovo programma per la sinistra dopo la morte del neoliberalismo. Qualcosa è cambiato. Quanto al decesso cui allude, fa venire in mente il commento di Mark Twain circa un erroneo necrologio che lo riguardava: «È una notizia largamente esagerata». Le riviste marxiste, giovani talpe, avranno ancora di che scavare.

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L’insurrezione è un’arte https://minimaetmoralia.it/interventi/linsurrezione-e-unarte/ https://minimaetmoralia.it/interventi/linsurrezione-e-unarte/#comments Mon, 20 Jan 2014 22:16:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17750 Novanta anni fa, il 21 gennaio 1924, moriva Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin. Per ricordarlo abbiamo pensato di citare un suo famoso scritto del 1917 e un ricordo che Slavoj Žižek – studioso di Lenin e autore tra gli altri del bello ma introvabile Tredici volte Lenin, pubblicato da Feltrinelli nel 2003 – dedicò a […]

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Novanta anni fa, il 21 gennaio 1924, moriva Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin. Per ricordarlo abbiamo pensato di citare un suo famoso scritto del 1917 e un ricordo che Slavoj Žižek – studioso di Lenin e autore tra gli altri del bello ma introvabile Tredici volte Lenin, pubblicato da Feltrinelli nel 2003 – dedicò a Lenin qualche anno fa nell’anniversario della rivoluzione d’Ottobre. Alcuni riferimenti sono forse leggermente datati (Clinton, il Grande Fratello) ma il resto ci è sembrato ancora molto centrato.

L’insurrezione è un’arte

di Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin

Cosciente della necessità assoluta dell’insurrezione degli operai di Pietrogrado e di Mosca per salvare la rivoluzione e la Russia, minacciata da una spartizione “separata” fra gli imperialisti delle due coalizioni, dobbiamo dapprima alla Conferenza adattare la nostra tattica politica alle condizioni dell’insurrezione che sale, e in secondo luogo provare che non solo a parole noi accettiamo l’idea di Marx sulla necessità di considerare l’insurrezione come un’arte.

Alla Conferenza dobbiamo per prima cosa rendere coesa la frazione bolscevica, senza correre dietro al numero, senza temere di lasciare gli esitanti nel campo degli esitanti: “là” saranno più utili alla causa della rivoluzione che non nel campo dei combattenti risoluti e devoti.

Dobbiamo redigere una breve dichiarazione a nome dei bolscevichi, sottolineando nel modo più reciso l’inopportunità dei lunghi discorsi, e dei “discorsi” in generale; la necessità di un’azione immediata per la salvezza della rivoluzione; la necessità assoluta di una rottura completa con la borghesia, della destituzione di tutto il governo attuale, senza alcuna eccezione per nessuno, di una rottura completa con gli imperialisti franco-inglesi che preparano una spartizione “separata” della Russia, e infine la necessità del passaggio immediato di tutto il potere nelle mani di una democrazia rivoluzionaria diretta dal proletariato rivoluzionario.

La nostra dichiarazione deve formulare questa conclusione nel modo più breve e più reciso, in connessione col nostro progetto di programma: la pace ai popoli, la terra ai contadini, confisca dei profitti scandalosi dei capitalisti, repressione dello scandaloso sabotaggio della produzione perpetrato dai capitalisti.

Più la dichiarazione sarà breve e recisa, meglio sarà. Vi si dovranno soltanto indicare chiaramente altri due punti di grandissima importanza: il popolo è stanco fino all’esaurimento delle esitazioni, il popolo tormentato dalle indecisioni dei socialrivoluzionari e dei menscevichi; noi rompiamo definitivamente con questi partiti perchè essi hanno tradito la rivoluzione.

Altro punto: proponendo immediatamente una pace senza annessioni, rompendo senza indugio con gli imperialisti alleati con tutti gli imperialisti in generale, o noi otterremo immediatamente un armistizio, o tutto il proletariato rivoluzionario sarà per la difesa nazionale, e, sotto la sua direzione, la democrazia rivoluzionaria farà una guerra veramente giusta, veramente rivoluzionaria.

Dopo aver letto la nostra dichiarazione, dopo aver invitato A decidere e non a parlare, ad agire e non a stendere risoluzioni, dobbiamo lanciare tutta la nostra frazione nelle officine, nelle caserme: là è il suo posto, là è il nervo della vita, là è la sorgente della salvezza della rivoluzione, là è il motore della Conferenza democratica.

Con discorsi ardenti, appassionati, dobbiamo ivi spiegare il nostro programma, ponendo la questione in questi termini:o accettazione completa di questo programma da parte della Conferenza o insurrezione. Non c’è via di mezzo. È impossibile attendere. La rivoluzione è in pericolo.

Posta la questione in questi termini, centrata l’attività di tutta la nostra frazione nelle officine e nelle caserme, sceglieremo il momento propizio per l’insurrezione.

Per considerare l’insurrezione come la devono considerare i marxisti, cioè come un’arte, dobbiamo, al tempo stesso, senza perdere un istante, organizzare uno Stato Maggiore delle squadre insurrezionali, ripartire le nostre forze, inviare i reggimenti sicuri nei punti più importanti, circondare Aleksandrinka, occupare Pietropavlovka, arrestare lo Stato Maggiore generale e il governo. mandare contro gli “junker” e contro la divisione selvaggia delle squadre pronte a sacrificare la loro vita piuttosto che lasciare avanzare il nemico verso il centro della città, mobilitare gli operai armati, chiamarli ad un’ultima accanita battaglia, occupare immediatamente il telefono e il telegrafo, installare il nostro Stato Maggiore insurrezionale nella centrale telefonica, collegarla per telefono con tutte le officine, con tutti i reggimenti, con tutti i punti dove si svolgerà la lotta armata, ecc.

Tutto ciò è naturalmente approssimativo, detto solo per dimostrare che in questo momento non si può rimaner fedeli ai marxismo e alla rivoluzione senza considerare l’insurrezione come un’arte.

 

 

Pepsi o Coca. Socialdemocratico o liberaldemocratico. La falsa libertà e la scelta di Lenin.

di Slavoj Žižek

Vladimir Ilic Lenin è morto il 21 gennaio 1924, ottanta anni fa, e ci chiediamo se l’imbarazzato silenzio che circonda il suo nome non significhi che è morto due volte, che è morta anche la sua eredità. Effettivamente la sua insensibilità nei confronti delle libertà personali è estranea alla nostra sensibilità liberale e tollerante. Chi oggi non si sente rabbrividire al ricordo delle parole con cui Lenin liquidò la critica che i menscevichi e i socialisti rivoluzionari facevano del potere bolscevico nel 1922? «In verità, le prediche che fanno i menscevichi e i socialisti rivoluzionari rivelano la loro vera natura: “la rivoluzione si è spinta troppo oltre(…)”. Ma allora noi replichiamo: permetteteci di mettervi di fronte a un plotone di esecuzione per aver detto queste parole.

O vi astenete dall’esprimere le vostre opinioni oppure, se insistete ad esprimerle pubblicamente nelle circostanze attuali, in un momento in cui la nostra posizione è di gran lunga più difficile di quando le guardie bianche ci attaccavano apertamente, non potete biasimare altri che voi stessi se noi vi trattiamo alla stessa stregua degli elementi peggiori e più perniciosi delle guardie bianche». Questo atteggiamento sprezzante nei confronti del concetto liberale della libertà spiega la cattiva reputazione di cui Lenin gode fra i liberali. La loro tesi si basa soprattutto sul rifiuto della classica contrapposizione marxista-leninista tra libertà «formale» e libertà «reale»: come non si stancano di ribadire anche i liberali di sinistra del calibro di Claude Lefort, la libertà è intrinsecamente «formale», per cui la «libertà reale» equivale all’assenza di libertà. Lenin è ricordato soprattutto per la sua famosa risposta: «Libertà – sì, ma per chi? Per fare cosa?». Per lui, nel caso appena citato dei menscevichi, la loro «libertà» di criticare il governo bolscevico equivaleva in effetti alla «libertà» di minare alle basi il governo dei lavoratori e dei contadini, a favore della controrivoluzione …

Oggi come oggi, dopo la terrificante esperienza del socialismo reale, non è forse più che evidente in che cosa consiste l’errore di questo ragionamento? In primo luogo, esso riduce una costellazione storica a una situazione chiusa, in cui le conseguenze «oggettive» degli atti di una persona sono completamente determinate («indipendentemente dalle vostre intenzioni, quello che voi adesso state facendo serve oggettivamente a ….»). In secondo luogo, il suo «oggettivismo» apparente ne copre l’opposto soggettivismo: sono io a decidere il significato oggettivo delle tue azioni, dato che sono io a definire il contesto di una situazione: ad esempio, se io considero il mio potere l’espressione immediata del potere della classe operaia, chiunque si oppone a me è «oggettivamente» un nemico della classe operaia.

Ma è proprio questa la conclusione del discorso? In che modo funziona di fatto la libertà nelle democrazie liberali? Per quanto la presidenza di Bill Clinton rappresenti alla perfezione la terza via della (ex) sinistra odierna subalterna al ricatto ideologico della destra, il suo programma di riforme dell’assistenza sanitaria costituirebbe comunque, nelle condizioni di oggi, un atto fondato sul rifiuto dell’ideologia imperante del taglio della spesa pubblica: in un certo senso, Clinton avrebbe «fatto l’impossibile». Non c’è da stupirsi, quindi, che tale programma sia fallito: il suo fallimento – forse l’unico evento significativo, ancorché negativo, della presidenza di Bill Clinton – conferma una volta di più la forza materiale del concetto ideologico di «libera scelta». Sebbene la grande maggioranza della cosiddetta «gente comune» non fosse adeguatamente informata in merito al programma di riforma, la lobby medica (due volte più forte dell’infame lobby degli armamenti!) riuscì a inculcare nell’opinione pubblica l’idea fondamentale che, con l’assistenza medica universale, si sarebbe in qualche modo minacciata la libera scelta in questioni attinenti alla medicina.

A questo punto tocchiamo il centro nervoso dell’ideologia liberale: la libertà di scelta, questione di cruciale importanza nelle nostre «società del rischio» – come le definisce Ulrich Beck – in cui l’ideologia dominante tenta di «venderci» quella stessa insicurezza che è provocata dallo smantellamento dello stato sociale, spacciandola per l’opportunità di nuove libertà. Dovete cambiare lavoro ogni anno, facendo affidamento su contratti a breve termine invece che su un lavoro stabile a lungo termine? Perché non vedere in questo la liberazione dai vincoli di un lavoro fisso, la chance di reinventare continuamente la propria vita, di prendere consapevolezza di sé e di realizzare i potenziali latenti della propria personalità? Non potete più fare affidamento sui sistemi pensionistici e mutualistici tradizionali, per cui dovete scegliere una copertura integrativa e pagare di tasca vostra? Perché non percepire in questo un’ulteriore possibilità di scelta: una vita migliore adesso, o una maggiore sicurezza a lungo termine? E se vivete con angoscia un frangente del genere, l’ideologo post-moderno o della «seconda modernità» vi accuserà immediatamente di essere incapace di assumere la libertà completa, di «rifuggire dalla libertà», in un’immatura adesione alle vecchie forme di stabilità. Meglio ancora, se questo si iscrive nell’ ideologia del soggetto inteso come individualità psicologica, gravida di capacità e tendenze naturali, ciascuno interpreterà automaticamente tutti questi mutamenti come risultati della propria personalità, e non come conseguenza del fatto di essere sballottato come un fuscello dalle forze del mercato.

Fenomeni come questi rendono più che mai necessario oggi riaffermare la contrapposizione fra libertà «formale» e libertà «reale», in un senso nuovo e più preciso. Consideriamo la situazione dei paesi dell’Est europeo intorno al 1990, quando il socialismo reale stava crollando. All’improvviso, la gente si è trovata catapultata in una situazione di «libertà di scelta politica»senza che le venisse posta la domanda fondamentale: quale tipo di nuovo ordine desiderava realmente? Prima le si disse che stava entrando nella terra promessa della libertà politica; subito dopo, la si informò del fatto che questa libertà comportava privatizzazioni selvagge, lo smantellamento della sicurezza sociale, ecc. ecc.. La gente ha ancora libertà di scelta, se vuole, può tirarsi indietro; ma no, i nostri eroici concittadini dell’Est europeo non volevano deludere i loro maestri occidentali, e quindi hanno perseverato stoicamente nella scelta che non avevano mai compiuto, convincendosi che era loro dovere comportarsi da soggetti maturi, consapevoli che la libertà ha il suo prezzo …

A questo punto si dovrebbe rischiare di reintrodurre la contrapposizione leninista tra libertà «formale» e libertà «reale»: il nocciolo di verità nella caustica replica di Lenin ai suoi critici menscevichi è che la scelta veramente libera è una scelta in cui io non mi limito a scegliere tra due o più alternative all’interno di un insieme prestabilito di coordinate, ma scelgo invece di modificare quell’insieme stesso di coordinate. L’intoppo nella «transizione» dal socialismo reale al capitalismo è stato che la gente non ha mai avuto la possibilità di scegliere l’ad quem di tale transizione: all’improvviso si è vista catapultata (alla lettera) in una situazione nuova, in cui si trovava di fronte ad un nuovo insieme di scelte prestabilite (puro liberalismo, nazionalismo conservatore ….).
È questo il senso delle ossessive tirate di Lenin contro la libertà «formale», in questo consiste il loro «nocciolo razionale» che vale la pena di salvare ancora oggi. Quando Lenin sottolinea che la democrazia «pura» non esiste, che noi dovremmo sempre chiederci a chi giova la libertà specifica presa in considerazione, qual è il suo ruolo nella lotta di classe, Lenin mira per l’appunto a salvaguardare la possibilità di una vera scelta radicale. In questo consiste, in ultima analisi, la distinzione tra libertà «formale» e libertà «reale»: la libertà «formale» è la libertà di scelta all’interno delle coordinate dei rapporti di potere esistenti, mentre la libertà «reale» designa un intervento che mina alle basi queste stesse coordinate. In sintesi, Lenin non intende limitare la libertà di scelta, bensì conservare la scelta fondamentale. Quando si domanda quale sia il ruolo di una libertà all’interno della lotta di classe, quello che ci chiede è per l’appunto questo: questa libertà contribuisce alla scelta rivoluzionaria fondamentale, oppure la limita?

Lo spettacolo televisivo più popolare degli ultimi anni in Francia, con indici di ascolto altissimi, che hanno addirittura doppiato il successo dei reality shows tipo Il Grande Fratello, è stato C’est mon choix su France 3. Si tratta di un talk show che ospita ogni volta una persona che ha effettuato una scelta particolare, determinante per tutta la sua vita: uno che ha deciso di non indossare mai biancheria intima, un altro che cerca continuamente di trovare un partner sessuale più adeguato per il padre e la madre, e così via. I comportamenti stravaganti sono ammessi, addirittura incoraggiati, ma con l’esclusione esplicita delle scelte che possono disturbare il pubblico : ad esempio, una persona che scelga di essere e agire da razzista è esclusa a priori. Non si può immaginare un esempio più calzante di quello che la «libertà di scelta» rappresenta realmente nelle nostre società liberali.

Possiamo continuare ad effettuare le nostre piccole scelte, a «reinventare noi stessi» compiutamente, a patto che queste scelte non incidano veramente sull’equilibrio sociale e ideologico generale. Per fare una cosa davvero di sinistra, C’est mon choix avrebbe dovuto concentrarsi per l’appunto sulle scelte «spiazzanti»: invitare come ospiti persone che fossero razzisti impegnati, cioè persone la cui scelta incide veramente, fa la differenza. È anche questo il motivo per cui, oggi come oggi, la «democrazia» è sempre più un falso problema, un concetto talmente screditato dal suo uso prevalente che, forse, si dovrebbe correre il rischio di abbandonarlo al nemico. Dove, come, da chi sono effettuate le decisioni chiave riguardanti i problemi sociali globali? Avvengono nello spazio pubblico, con la partecipazione impegnata della maggioranza? In caso di risposta affermativa, è di secondaria importanza vivere in uno stato a partito unico, o altro. In caso di risposta negativa, è di secondaria importanza che si viva in un sistema di democrazia parlamentare e di libertà delle scelte individuali.

Quanto alla disintegrazione del socialismo di stato venti anni fa, è doveroso non dimenticare che, approssimativamente nello stesso periodo, è stato inferto un colpo durissimo anche all’ideologia dello stato sociale delle socialdemocrazie occidentali, che ha cessato anch’essa di operare come immaginario coesivo delle passioni collettive. L’idea che «l’epoca dello stato sociale è tramontata» è ormai largamente acquisita e condivisa. L’elemento comune a queste due ideologie sconfitte è il concetto che l’umanità, in quanto soggetto collettivo, ha la capacità di limitare in qualche modo lo sviluppo storico-sociale anonimo ed impersonale, di guidarlo nella direzione desiderata.

Attualmente, tale concetto viene sbrigativamente accantonato come «ideologico» e/o «totalitario»: di nuovo, si percepisce il processo sociale come dominato da un Fato anonimo, che trascende il controllo sociale. L’ascesa del capitalismo globale si presenta a noi nelle vesti del Fato, contro cui non è possibile combattere: o ci adattiamo, oppure la storia ci lascia indietro, ci travolge. L’unica cosa che si può fare è rendere il capitalismo globale quanto più umano possibile, combattere per un «capitalismo globale dal volto umano» (questo è, o piuttosto era, in ultima analisi, la terza via)
La nostra scelta politica fondamentale – essere socialdemocratico o cristiano-democratico in Germania, democratico e repubblicano negli Stati uniti, ecc. – non può non ricordarci l’imbarazzo della scelta quando chiediamo un dolcificante artificiale in un bar: l’alternativa onnipresente fra bustine rosa e bustine blu, fra sweet’n’low e dietor, e la ridicola pervicacia con cui ognuno sceglie fra le due evitando quella rosa perché contiene sostanze cancerogene o viceversa, servono semplicemente a evidenziare l’insignificanza totale dell’alternativa. E lo stesso discorso si ripete per la Coca e la Pepsi. Ancora, è un fatto ben noto che il pulsante «chiudi porte» degli ascensori è quasi sempre un placebo assolutamente inefficace, piazzato lì soltanto per dare ai singoli individui l’impressione di partecipare, di contribuire in qualche modo alla velocità del viaggio in ascensore; ma quando premiamo quel pulsante, la porta si chiude esattamente alla stessa velocità di quando ci limitiamo a premere il pulsante del piano. Questo caso estremo di falsa partecipazione è una metafora efficace della partecipazione degli individui nel processo politico della nostra società «postmoderna» …

È questo il motivo per cui, attualmente, tendiamo a evitare Lenin: non perché egli fosse un «nemico della libertà», ma piuttosto perché ci ricorda i limiti ineluttabili (imprescindibili) delle nostre libertà; non perché non ci offra una scelta, ma piuttosto perché ci ricorda il fatto che la nostra «società delle scelte» preclude qualsiasi vera scelta.

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Patria senza padri https://minimaetmoralia.it/estratti/patria-senza-padri/ https://minimaetmoralia.it/estratti/patria-senza-padri/#comments Tue, 09 Jul 2013 13:34:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14944 Pubblichiamo un estratto da Patria senza padri. Psicopatologia della politica italiana di Massimo Recalcati, libro-intervista curato da Christian Raimo. (Immagine: A. Cristofari.)

Tu eri un ragazzo nel ’68 e un militante politico nel ’77.

Il ’68 e il ’77 non sono la stessa cosa né dal mio punto di vista personale (nel ’68 avevo otto anni) né dal punto di vista politico, però in entrambi i casi abbiamo un’esperienza collettiva della violenza all’interno di un conflitto tra le generazioni, nonostante il ’77 sembri, rispetto al ’68, antiedipico. Nel ’68 la matrice inconscia di tipo edipico è chiara: sono i figli della borghesia che contestano i loro padri e li contestano edipicamente invocando nuovi padri: Mao, Lenin, Marx. Non dei padri qualunque ma dei padri titanici, dei padri che hanno promesso di riscrivere la storia. Lo stesso nome di Stalin appariva negli slogan, nelle manifestazioni, era un riferimento tutt’altro che secondario. Nel ’77 ci fu il tentativo, solo apparente, di andare oltre i padri, di liberarsi dell’eredità edipica del ’68, tant’è che L’anti-Edipo di Deleuze e Guattari esce nel ’72 in Francia, da noi nel ’76 e diventa immediatamente, almeno per una certa componente del movimento, un polo di riferimento culturale importantissimo, di scavalcamento del Nome del Padre e di esaltazione di una organizzazione senza gerarchia, rizomatica, collettiva del movimento.

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Pubblichiamo un estratto da Patria senza padri. Psicopatologia della politica italiana di Massimo Recalcati, libro-intervista curato da Christian Raimo. 

Tu eri un ragazzo nel ’68 e un militante politico nel ’77.

Il ’68 e il ’77 non sono la stessa cosa né dal mio punto di vista personale (nel ’68 avevo otto anni) né dal punto di vista politico, però in entrambi i casi abbiamo un’esperienza collettiva della violenza all’interno di un conflitto tra le generazioni, nonostante il ’77 sembri, rispetto al ’68, antiedipico. Nel ’68 la matrice inconscia di tipo edipico è chiara: sono i figli della borghesia che contestano i loro padri e li contestano edipicamente invocando nuovi padri: Mao, Lenin, Marx. Non dei padri qualunque ma dei padri titanici, dei padri che hanno promesso di riscrivere la storia. Lo stesso nome di Stalin appariva negli slogan, nelle manifestazioni, era un riferimento tutt’altro che secondario. Nel ’77 ci fu il tentativo, solo apparente, di andare oltre i padri, di liberarsi dell’eredità edipica del ’68, tant’è che L’anti-Edipo di Deleuze e Guattari esce nel ’72 in Francia, da noi nel ’76 e diventa immediatamente, almeno per una certa componente del movimento, un polo di riferimento culturale importantissimo, di scavalcamento del Nome del Padre e di esaltazione di una organizzazione senza gerarchia, rizomatica, collettiva del movimento.

Anche da un punto di vista sociale il ’77 non è paragonabile al ’68. I protagonisti della scena non sono più i figli della borghesia (era il tema critico sollevato da Pasolini: i contestatori fanno parte integrante del sistema sin dalle loro origini), ma quelli del sottoproletariato urbano. Eppure la dimensione edipica del conflitto ritorna trasversalmente anche nel ’77. Si può dire che Deleuze, Bifo e altri abbiano cercato di smarcarsi dalla posizione del leader-padre, del leader-edipico. Ma questo non ci ha liberati dall’ombra del padre. Quest’ombra entrava sulla scena del conflitto nella forma del vecchio Partito Comunista e dei suoi apparati. Mentre il ’68 invocava i padri titanici, Mao, Marx, Lenin, Stalin, il ’77 rigetta tutti i padri, ma vive la dialettica edipica tutta centrata sul conflitto col pci, che era il grande polo di riferimento critico per le nuove generazioni. Enrico Berlinguer, Luciano Lama, la contestazione dell’Autonomia Operaia nell’ateneo romano… Lì si gioca tutta la partita edipica all’interno della famiglia del comunismo. E non era un caso che Berlinguer in quegli anni predicasse proprio la centralità della questione morale, ovvero la necessità di mettere un limite, di introdurre un senso condiviso della Legge, di entrare in una relazione critica con il fantasma del discorso del capitalista… Tutta la questione dell’austerità non era solo un provvedimento economico di fronte alla crisi petrolifera, ma implicava anche una riforma etica della politica. C’era una straordinaria lungimiranza in questa prospettiva che a noi sfuggì assolutamente. Il movimento riteneva che Berlinguer fosse un cane da guardia del sistema capitalista. L’odio edipico offusca, rende ciechi, ammorba.

In questo senso come vengono letti il rapimento e l’uccisione di Moro? Di quali padri il ’77 si voleva liberare?

Forse mi sbaglio ma voglio dire che l’aggressione contro il pci che si è manifestata nel ’77 non c’è stata in quelle forme nel ’68, perché nel ’77 il padre non era tanto il padre-padrone, il padre-borghese, ma era diventato il pci, era diventato il segretario del Partito Comunista e la politica di austerità e di sacrificio, di rinuncia pulsionale, che Berlinguer prospettava come uscita dai falsi miti edonistici del capitalismo. Potremmo leggere anche il caso Moro con queste lenti. In fondo Moro ha provato a incarnare una figura mite di paternità, cercando, nel suo corteggiamento dell’ipotesi del compromesso storico (le famose «convergenze parallele»), di riattivare un’alleanza possibile fra Legge e desiderio nella direzione di un necessario cambiamento del sistema.

Il fatto che questo padre, che si poneva il problema della trasmissione dell’eredità di De Gasperi, lo si sia stato lasciato ammazzare come un cane, mostra fino a che punto il rigetto della trasmissione simbolica aveva generato un ritorno diretto nel reale. Il terrorismo è precisamente questo: il ritorno nel reale di ciò che non si è potuto simbolizzare. L’odio mortale per il padre prende il posto del debito simbolico forcluso. Il terrorismo non è stato solo la rivolta dei figli contro i padri; quest’ultima, infatti, rimane nell’ambito dell’Edipo e della nevrosi. Il terrorismo introduce una rottura, un buco nel simbolico. Si pensa fuori dalla dialettica democratica. Si realizza come esercizio folle di una paternità senza padri (tribunali senza giudici, sentenze mortali senza processi…) che agisce nel reale ciò che ha rifiutato sul piano simbolico. La tirannia violenta delle azioni dei terroristi riflette esattamente quella rappresentazione atroce, spietata e tirannica della paternità che essi volevano rifiutare. I terroristi assomigliano al mostro che volevano combattere.

[…]

Cosa ne pensi del fenomeno Grillo? Che analisi psicopatologica ne faresti?

In un vecchio film di Woody Allen intitolato Il dittatore dello stato libero di Bananas si raccontano con sferzante ironia le vicende rocambolesche di un rivoluzionario che combatte l’ingiustizia della dittatura in nome della libertà e che finisce per indossare i panni di un dittatore spietato identico a quello che aveva combattuto. Ogni rivoluzione, ripeteva Lacan agli studenti del ’68, tende a ritornare al punto di partenza e la storia ce ne ha dato continue e drammatiche conferme. Anche Grillo si caratterizza per essere animato da quel fantasma di purezza che accompagna tutti i rivoluzionari più fondamentalisti. Egli proclama a gran voce la sua diversità assoluta dagli impuri: si colloca con forza fuori dal sistema, fuori dalle istituzioni, fuori dai circuiti mediatici, fuori da ogni gestione partitocratica del potere, dichiara che la sua persona e il suo movimento non hanno nulla da spartire con gli altri rappresentanti del popolo italiano che siedono in Parlamento, invoca una democrazia diretta resa possibile dalla potenza orizzontale della rete che renderebbe superflua ogni altra mediazione, ritiene che l’Italia debba uscire dall’Europa e dall’euro, giudica l’esistenza dei partiti un obbrobrio, proclama la trasparenza e la collegialità assoluta di ogni scelta politica del suo movimento, adotta l’insulto al posto del dialogo, pensa che dedicare la propria vita alla politica sia di per sé un fatto anomalo e sospetto che bisogna impedire, teorizza una permutazione rigida di tutti gli incarichi di rappresentanza; il suo giudizio sulle classi dirigenti del nostro paese fa di tutta l’erba un fascio ritenendo che sia da mandare in toto al macero, alimenta sdegnosamente l’odio verso la politica accusata di affarismo mercenario.

Tutti questi giudizi – senza entrare nel merito del loro contenuto, che si può anche in parte condividere – sono ispirati da un fantasma di purezza che troviamo al centro della vita psicologica degli adolescenti. Si riguardi la diretta della consultazione di Bersani con i rappresentanti del Movimento 5 Stelle al tempo del suo tentativo di costituzione del governo. Cosa vediamo? È il dialogo tra un padre in difficoltà e i suoi due figli adolescenti in piena rivendicazione protestataria. Mi è subito venuto alla mente Pastorale americana di Philip Roth, dove si racconta la storia tormentata del rapporto tra un padre – il mitico «svedese» – e una figlia ribelle, balbuziente, prima aderente a una banda di terroristi e poi a una setta religiosa che obbliga a portare una mascherina sul viso per non uccidere i microrganismi che popolano l’aria. Il dialogo tra loro è impossibile.

Il padre cerca di capire dove ha sbagliato e cosa può fare per cambiare la situazione, la figlia risponde a colpi di machete: sei tu che mi hai messa al mondo, non io; sei tu che hai creato questa situazione, non io; sei tu che vi devi porre rimedio, non io. Così agisce infatti la critica sterile dell’adolescente rivoltoso. Il mondo degli adulti è falso e impuro e merita solo di essere insultato. Ma quale mondo è possibile in alternativa? E, soprattutto, come costruirlo? Qui il fondamentalismo adolescenziale si ritira. La sua critica risulta impotente perché non è in grado di generare davvero un mondo diverso. Può solo chiamarsi fuori dalle responsabilità che scarica integralmente sull’Altro ribadendo la sua innocenza incontaminata… Ma di qui a dare vita a un autentico cambiamento ce ne passa, perché non c’è cambiamento autentico se non attraverso il rispetto delle generazioni che ci hanno preceduto, se non attraverso una soggettivazione, una riconquista dell’eredità che viene dall’Altro.

Questo fantasma di purezza che ha origine in una fissazione adolescenziale della vita si trova anche a fondamento di tutte le leadership totalitarie (non di quella berlusconiana, che gioca invece sul potere di attrazione della trasgressione perversa della Legge). E sappiamo bene dove esso conduce. Ne abbiamo avuti esempi atroci nel Novecento. Lo psicoanalista, per vizio professionale, guarda sempre con sospetto chi si ritiene portatore di istanze di purificazione della società, chi agisce in nome del bene. Lo psicoanalista sa che chi si ritiene puro non ha tolleranza verso la diversità. La purga staliniana era la metafora fisiologica radicale di questa intolleranza. Lo stato mentale di un movimento o di un partito si misura sempre dal modo in cui sa accogliere la dissidenza interna. Sa tenerne conto, valorizzarla, integrarla o agisce solo tramite meccanismi espulsivi? Sa garantire il diritto di parola, di obiezione, di opinione personale oppure procede eliminando l’anomalia, estromettendola con la forza dal suo corpo?

Grillo non ha esitazioni da questo punto di vista. Egli applica il regolamento escludendo l’eccezione, secondo il più puro spirito collettivistico. Salvo ribadire la propria posizione di eccezione. Le sue enunciazioni sono singolari, non vengono discusse prima, mentre quelle dei suoi adepti devono essere vagliate scrupolosamente dalla democrazia assoluta della rete. Si proibisce che ciascuno parli e pensi con la propria testa, si esige una sorveglianza su ogni rappresentante eletto perché non si stacchi dalle decisioni condivise. Ma l’aggressione al manifesto con il quale alcuni intellettuali si rivolgevano con speranza al Movimento 5 Stelle chiedendo che dialogasse con il centrosinistra o la minaccia di revocare l’articolo 67 della Costituzione sulla libertà di pensiero dei nostri nuovi rappresentanti parlamentari sono state prese di posizione discusse democraticamente? Come può essere credibile in fatto di democrazia un movimento che attribuisce al suo leader la posizione di incarnare una eccezione assoluta? In questo senso profondo il Movimento 5 Stelle è antipolitico. Il culto demagogico della trasparenza assoluta nasconde questa presenza antidemocratica di una leadership incondizionata. Se l’azione politica è la pazienza della traduzione, se non ammette tempi brevi, non contempla l’agire di Uno solo, il nuovo leader inneggia all’antipolitica come possibilità di avere una sola lingua – la sua – che non è necessario tradurre, ma solo applicare. Come non vedere che c’è un paradosso evidente tra l’esigenza che nessuno parli a partire dalla sua testa e le consultazioni collettive che dovrebbero rendere trasparente ogni atto e condivisa ogni presa di posizione?

Il leader anarchico e sovrano resta esterno al movimento che ha fondato. È la sua eccezione assoluta; egli è nella posizione del padre dell’orda di cui parla Freud in Totem e tabù. Il culto del collettivo è un culto stalinista. Il soggetto è sacrificato, abolito, negato nella sua singolarità. Una volta avveniva nel nome della Causa della storia, oggi avviene per narcisismo egoico. L’amplificazione megalomaniaca dell’Io è propria di ogni dittatore. Ma anche la trasformazione dei soggetti in un «organo» anonimo non è una caratteristica propria di ogni regime autoritario? L’impossibilità di poter parlare a titolo personale? La cancellazione dei nomi propri? La psicoanalisi insegna che il diritto alla libertà della propria parola è insostituibile. È la ragione per la quale non ha mai avuto grande diffusione nei paesi senza lunghe tradizioni democratiche. Un leader degno di questo nome lavora alla sua successione dal momento dell’insediamento, mantenendo il movimento che rappresenta il più autonomo possibile dalla sua figura. Prepara cioè le condizioni di una trasmissione simbolica. Tutto ciò diventa di difficile soluzione quando un movimento non ha storia, non ha padri, ma un genitore vivo e vegeto che rivendica il diritto di proprietà sulla sua creatura. «Io ti ho fatta e io ti disfo», ammoniva una madre psicotica una mia paziente terrorizzata. Una leadership democratica deve sempre rispondere al criterio paterno di una responsabilità senza diritto di proprietà. Si pensi invece alla reazione di Casaleggio all’indomani delle elezioni, quando disse che se il movimento non avesse adottato certe sue indicazioni di comportamento dei neoeletti non avrebbe preteso nulla e se ne sarebbe andato. Ecco la minaccia più narcisistica possibile che un fondatore può fare: io starò con te finché tu mi assomiglierai, finché mi riprodurrai; se tu assumerai un tuo volto, una tua originalità, io non ne vorrò più sapere di te e me ne andrò.

Il pluralismo è temuto da Grillo come da tutti i leader autoritari. Il sogno di un consenso al cento per cento è un sintomo eloquente. Come abbiamo visto era il sogno degli uomini di Babele mentre sferravano il loro attacco delirante al cielo, la loro sfida a Dio: un solo popolo, una sola lingua. No, le cose umane non vanno così. Il Signore sparpaglia sulla faccia della terra quella moltitudine esaltata obbligandola alla differenza, al pluralismo delle lingue, esigendo la pazienza della traduzione. Esistono in democrazia più lingue e ciascuna ha diritto di manifestarsi e di essere ascoltata. Guai se il fantasma di purezza si realizzasse al cento per cento. Lo ricorda giustamente Roberto Esposito: una democrazia che si realizzasse compiutamente sarebbe morta, annullerebbe tutte le differenze delle lingue nel corpo compatto della «volontà generale», darebbe luogo a una tirannide.

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Hitler, Lenin, Hirohito – Aleksandr Sokurov e i corpi del potere https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/hitler-lenin-hirohito-aleksandr-sokurov-e-i-corpi-del-potere/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/hitler-lenin-hirohito-aleksandr-sokurov-e-i-corpi-del-potere/#respond Fri, 08 Jun 2012 10:07:21 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8301 Ci voleva un conservatore venuto dell'est, un fiero erede di Turner e di Tarkovskij per restituire ai corpi l'importanza fondativa che il secolo della virtualizzazione sembra voler negare. Se qualcosa nel bene e nel male ci trascende di continuo, la materia di cui siamo fatti (specie nelle sue disfunzionalità) ne è la spia più attendibile. È questo uno degli "inattuali" insegnamenti con il quale il regista russo Aleksandr Sokurov, trionfatore con Faust all'ultimo Festival di Venezia, ha deciso di sfidare la contemporaneità. Tic, lapsus, rituali ossessivi: cosa meglio di una macchina da presa può indagarli? E che significa quando smarriscono il dominio della fisicità alcuni tra i sedicenti padroni del mondo quali furono Hitler, o Lenin, o Hirohito?

Al padre del nazismo, del comunismo russo e all'imperatore giapponese Sokurov ha dedicato tre film a cui il Faust (vera eminenza grigia della modernità) mette il sigillo. Sull'argomento è da poco uscito uno studio intitolato I corpi del potere. Il cinema di Aleksandr Sokurov (curato da Mario Pezzella e Antonio Tricomi, Jaca Book, pp. 218, 20 euro) nel quale si illustra molto bene come a questi leader corrispondano altrettanti corpi impazziti.

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Questo pezzo è uscito sul quotidiano La Repubblica

Ci voleva un conservatore venuto dell’est, un fiero erede di Turner e di Tarkovskij per restituire ai corpi l’importanza fondativa che il secolo della virtualizzazione sembra voler negare. Se qualcosa nel bene e nel male ci trascende di continuo, la materia di cui siamo fatti (specie nelle sue disfunzionalità) ne è la spia più attendibile. È questo uno degli “inattuali” insegnamenti con il quale il regista russo Aleksandr Sokurov, trionfatore con Faust all’ultimo Festival di Venezia, ha deciso di sfidare la contemporaneità. Tic, lapsus, rituali ossessivi: cosa meglio di una macchina da presa può indagarli? E che significa quando smarriscono il dominio della fisicità alcuni tra i sedicenti padroni del mondo quali furono Hitler, o Lenin, o Hirohito?

Al padre del nazismo, del comunismo russo e all’imperatore giapponese Sokurov ha dedicato tre film a cui il Faust (vera eminenza grigia della modernità) mette il sigillo. Sull’argomento è da poco uscito uno studio intitolato I corpi del potere. Il cinema di Aleksandr Sokurov (curato da Mario Pezzella e Antonio Tricomi, Jaca Book, pp. 218, 20 euro) nel quale si illustra molto bene come a questi leader corrispondano altrettanti corpi impazziti.

Il fhürer protagonista del primo di questi film (Moloch, 1999) è un omino ridicolo devastato dall’ipocondria che trascorre le vacanze nel castello del Berghof insieme a Eva Braun, ai Goebbels e a Martin Bormann. Isterico e paranoide, l’Hitler di Sokurov trova nella sua amante l’unico argine alle ossessioni (“ho il cancro, lo so, sto morendo!”, “non avete nessun cancro, smettetela di lamentarvi”, “allora secondo voi non avrei neanche le fistole in gola!”, ed Eva Braun: “se volete delle fistole in gola c’è un dottore pronto a dire che ci sono. C’è qualcuno che possa contraddirvi a parte me?”). Due, sembra suggerire Sokurov, sono le verità inconfessabili che premono sotto il corpo di Hitler mascherate da disturbo ipocondriaco. La prima è la consapevolezza di essere un fallito – l’aspirante pittore respinto all’Accademia – nelle vesti di un leader. La seconda, comune a ogni uomo di potere, è la dissociazione tra corpo politico e corpo naturale. Il primo cova l’illusione dell’immortalità, il secondo ne è la smentita più lampante.

Del medesimo problema soffre anche il Lenin di Taurus (2001). In questo secondo lungometraggio, troviamo il capo rivoluzionario ai suoi ultimi giorni. Segregato in una villa di campagna, gravemente malato, esautorato dall’esercizio del potere, l’ex leader assiste incredulo alla propria fine. Che ne è di colui che, al pari di Zeus, assunse le sembianze di un toro per sedurre Europa? Resta un uomo così sconvolto dall’evidenza dei propri limiti da non riuscire a credere che il mondo gli sopravvivrà. La malattia del corpo e la conseguente perdita del potere causano in Lenin incidenti che vanno oltre il ridicolo: “il sole sorgerà ancora dopo di me?”, chiede a sua moglie.

Ma il ritratto forse più riuscito tra quelli tracciati da Sokurov riguarda l’imperatore Hirohito, protagonista de Il sole (2005). Isolato in un bunker mentre le truppe americane marciano su Tokio, per evitare che l’orgoglio nazionale porti il suo popolo a farsi massacrare fino all’ultimo uomo l’imperatore decide di far leggere per radio un messaggio in cui rinuncia a ogni attributo divino. Impresa ardua, dal momento che Hirohito è stato educato a considerarsi il 124o discendente della Dea del Sole, e così viene percepito da tutti i giapponesi: “il fatto che vostra altezza possa ritenersi un essere umano è una preoccupazione priva di fondamento”, gli comunica un sottoposto. L’autospoliazione di Hirohito diventa in questo modo un travaglio commuovente di cui la fisicità è l’unica vera testimone: il corpo dell’imperatore si inceppa di continuo, le gambe inciampano, le labbra si muovono nevroticamente senza produrre suono.

Di tutto questo rende conto il libro curato da Tricomi e Pezzella, e della forza rivelatoria dei corpi sembra tornare a occuparsi il cinema in generale. Uno speculare di Sokurov potrebbe essere lo Steve McQueen che indaga i corpi vittime del potere, come l’erotomane di Shame o il Bobby Sands di Hunger che sfida il Regno Unito con lo sciopero della fame.
Eppure l’ultima parola sui corpi attraversati dal potere ce l’ha ancora Sokurov. Il suo Faust si pone contemporaneamente all’inizio e alla fine della modernità: non è un artista né un intellettuale ma un mediocre, un corpo vuoto, meccanico e amorale, senza più maschere sublimi da esibire, incapace di comprendere persino cosa sia il male, così simile ai potenti di oggi. Del resto, il passaggio di consegne dall’era dei totalitarismi al nichilismo del mondo dei consumi era già espressa in una scena del Sole. Hirohito è a colloquio col rozzo generale McArthur per trattare la pace. Interrogato sull’atomica (“dopo Hiroshima ci aspettavamo di essere attaccati da bestie”), l’ufficiale statunitense si difende: “non ho dato io quell’ordine. Non furono bestie quelle che attaccarono Pearl Harbour?” Hirohito dà la stessa risposta: “fu ordinato a mia insaputa”. E McArthur, avvolto nella penombra: “vuol dire che entrambe le cose sono accadute da sole”.

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