Leo Ortolani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/leo-ortolani/ un blog di approfondimento culturale Mon, 11 Jan 2021 11:28:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Leo Ortolani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/leo-ortolani/ 32 32 Liberi come Cinzia: intervista a Leo Ortolani https://minimaetmoralia.it/fumetto/liberi-cinzia-intervista-leo-ortolani/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/liberi-cinzia-intervista-leo-ortolani/#respond Wed, 06 Feb 2019 13:01:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39396 di Simone Tribuzio

Questa strofa di Renzo Rubino, del brano Il postino (amami uomo), riesce a sintetizzare gli intenti di Paul, l'ex postino ora conosciuto come Cinzia Otherside: la Lucciola della quinta strada che ha cambiato identità per amore di Rat-Man. E fu proprio grazie a Cinzia – l'allora postino Paul – se Deboroh La Roccia decise di vestire i panni del vigilante che la Città senza nome meritava (forse) da tempo immemore.

La formula storia lunga sembra da sempre appartenere alla cifra del papà di Rat-Man, serie conclusasi dopo vent'anni gloriosi di storia editoriale.

Con Cinzia (Bao Publishing, 2018), Leo Ortolani ci consegna un personaggio tridimensionale per cui preoccuparsi quando viene giudicata per quello che è, e per cui fare il tifo nei botta e risposta contro chi sputa pregiudizi.

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L’uomo senza curve
Un altro uomo abbraccerà
Sarà la sua felicità

di Simone Tribuzio

Questa strofa di Renzo Rubino, del brano Il postino (amami uomo), riesce a sintetizzare gli intenti di Paul, l’ex postino ora conosciuto come Cinzia Otherside: la Lucciola della quinta strada che ha cambiato identità per amore di Rat-Man. E fu proprio grazie a Cinzia – l’allora postino Paul – se Deboroh La Roccia decise di vestire i panni del vigilante che la Città senza nome meritava (forse) da tempo immemore.

La formula storia lunga sembra da sempre appartenere alla cifra del papà di Rat-Man, serie conclusasi dopo vent’anni gloriosi di storia editoriale.

Con Cinzia (Bao Publishing, 2018), Leo Ortolani ci consegna un personaggio tridimensionale per cui preoccuparsi quando viene giudicata per quello che è, e per cui fare il tifo nei botta e risposta contro chi sputa pregiudizi.

Perché noi tutti vogliamo gridare al mondo il nostro essere. Liberi come Cinzia. A Leo Ortolani ho potuto fare qualche domanda sulla genesi dell’opera, sul riscontro che sta avendo e su alcune prospettive che si intravedono all’orizzonte; in tempi in cui comprensione del tema LGBTQ, sensibilità e convivenza vengono sempre meno nella nostra societa murata dall’odio ingiustificato e dalla disinformazione.

Per il personaggio di Cinzia avevi pensato a dei modelli particolari?

No, nessun modello. Cinzia nasce per caso, nella prima storia di Rat-Man, come il personaggio di una battuta. Ma quel personaggio piace da subito e lo riprendo già nella seconda storia. Infine, dopo alcuni numeri, entra a fare parte del cast della serie ventennale di Rat-Man, fino alla fine, ritagliandosi un ruolo di tutto rispetto e guadagnandosi il plauso e l’affetto incondizionato dei lettori.

Le tue figlie (giovanissime) come si sono approcciate a Cinzia durante la lavorazione del libro? Si sono dimostrate curiose attorno al personaggio e al suo affacciarsi nella società?

Le mie figlie devono essere guidate, ora che sono in adolescenza, a capire il significato di quelle parole che suscitano risatine e diffidenza. Quando erano più piccole, non era così. Mi ricordo Johanna, che a 6/7 anni stava guardando una puntata del cartona animato in cui c’era Cinzia e mi chiese come mai quella signora avesse la voce maschile. Le spiegai chi era Cinzia e cosa volesse dire essere una persona transessuale, e lei si illuminò in viso e disse “Ho capito, è donna nel cuore!”

E questa cosa qui, questo sguardo innocente e prezioso va difeso a tutti i costi, nei nostri figli, perché adesso si è già offuscato, frequentando gli altri ragazzi, il mondo di adesso. Questo la dice purtroppo lunga su quanto ci sia ancora da lavorare in questa società e in famiglia, se già a tredici anni ci giochiamo la tolleranza e l’accettazione che si hanno fin da bambini.

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I nonni possono essere determinanti in questo senso (vedi la nonna di Cinzia nella prima scena). Hai presente gli esperimenti sociali – più le interviste – dei nipoti che fanno coming out ai nonni? Questo per dire che sì, la famiglia è il punto da cui partire. Come ti esprimi in merito?

Avendo occasione di conoscere e frequentare persone dichiaratamente omosessuali, travaso in famiglia quel senso di totale normalità con cui racconto di loro, come quando parlo di “lui e suo marito”.

Com’è stato accolto il libro dalle comunità LGBTQ?

Molto bene. In effetti il tour promozionale continua proprio per le richieste di presentare il libro nelle varie associazioni del Paese.

“Ama il prossimo tuo come te stesso.” Da un po’ di tempo che questo messaggio di amore cristiano semina parecchie insicurezze se non cieco odio. Eppure una volta era più semplice.

Credo che quelle insicurezze le abbia seminate fin da subito. Ma il bello è proprio lì. Che demolisca le certezze, quelle che ti rendono sordo e cieco di fronte agli altri, che ti rendono forte nelle tue opinioni e nelle tue convinzioni. È dal mettere in discussione se stessi, che nasce la tolleranza.

“Aprire le porte”, si dice ad un certo punto del libro. Oggi risulta più difficile, come mai?

C’è un bel film di Michael Moore che ci fa vedere come anni e anni di televisione “terrorizzante” e di propaganda dell’odio e della diffidenza abbiano reso gli americani spaventati a morte dal prossimo. Cosa che non succede ai loro vicini, in Canada. Direi che anche qui da noi, decenni di telegiornali e trasmissioni basate sul litigio, sulla morbosità e sull’ignoranza hanno fatto un ottimo lavoro. E non solo in Italia. Le porte si chiudono un po’ dappertutto.

La storia gode e utilizza i toni della commedia musicale di John Landis. Quali altre commedie e/o musical ti hanno accompagnato durante la stesura della sceneggiatura?

 Sono sempre stato un appassionato dei film commedia americani anni 70/80. Possiamo qui aggiungere un tocco alla Will & Grace e una spruzzata di musical alla La la land.

Più, ovviamente, un po’ di nonsense alla Rat-Man, che non guasta e piace a grandi e piccini!

La battuta (a pagina 207) sul ripasso tra genere e sesso biologico può essere letta anche come una critica velata all’ignoranza di chi discrimina?

Beh, ovviamente! Mica tanto velata, ma insomma a me faceva comodo in quel momento, per creare ancora più confusione negli occhi dei “normali”, di fronte alla scena che si presenta all’ignaro passacarte che si reca nello stanzino delle fotocopie. Scena di cui non riveliamo niente, per non rovinare la lettura!

La storia di Cinzia è intervallata anche dal racconto biblico dell’Arca di Noè: a suo modo è anche una metafora dell’ostacolo (alluvione) che si presenta a Cinzia e a chi come lei vuole farsi strada per quello che è?

Questa cosa del salvare solo le coppie, maschio e femmina, pur essendo a rigor di logica, un criterio per preservare le specie, nell’ambito del disaster movie biblico dell’alluvione (un film dove ci sarebbe, immancabilmente, Dwayne Johnson), mi è parso fin da subito una bellissima metafora dell’esclusione di una parte della popolazione da un club esclusivo (l’Arca) in cui solo “i normali” possono accedere. Il resto, muoia pure affogato tra le mille difficoltà. E’ diventato così un tormentone su cui si innesta però parte del gran finale del libro.

Alexandria Ocasio-Cortes ha recentemente citato Watchmen, tra gli ultimi riferimenti della cultura pop tirati in causa dalla più giovane deputata della storia americana. In Italia i tempi sono maturi – si spera – perchè Cinzia venga citata in uno speech, o è già accaduto in un ambito pubblico?

Ancora non è avvenuto, ma sicuramente vedrai che prima o poi, qualche Presidente del Consiglio o vicepremier, non potrà esimersi dal citare Cinzia, durante un meraviglioso discorso sull’accettazione del prossimo e sull’apertura di menti, frontiere, porti e porte. Sarà una giornata favolosa!

Com’è stato il primo tour promozionale del libro? Puoi raccontarci un momento e/o ricordo del pubblico che ti ha toccato particolarmente?

Il tour promozionale di Cinzia (Bao Publishing) è stato uno dei tour più lunghi che abbia mai fatto. Del resto, se non era lungo, non era il tour di Cinzia. In generale è stato un tour bellissimo, dove ho potuto incontrare tante persone, compreso persone associate al movimento LGBTQI(SW) che mi hanno accolto con molto affetto, per avergli regalato questo personaggio forte e al tempo stesso fragile, ma soprattutto un personaggio amato. Da me, che sono il suo papà e dai lettori. Da tutti i lettori, nessuno escluso. E mi ha commosso l’abbraccio di questa ragazza che si trova spesso a doversi giustificare quando dice, mostrando un’altra donna, “lei è mia moglie”. Sono contento di avere fatto Cinzia anche solo per quell’abbraccio.

E senza dubbio ringrazio le ragazze del MIT, il Movimento Identità Trans, per la serata divertentissima alla libreria IGOR, a Bologna. Eravamo tanti, ognuno fatto a modo suo, nella più splendida normalità.

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“Undici treni”, l’ultimo libro di Paolo Nori https://minimaetmoralia.it/letteratura/undici-treni-lultimo-libro-paolo-nori/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/undici-treni-lultimo-libro-paolo-nori/#comments Tue, 31 Jan 2017 07:00:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33523 In uno dei più bei numeri di Rat-Man, il fumetto-epopea di Leo Ortolani, c’è uno scambio di battute tra il protagonista e il suo maggiordomo Arcibaldo a proposito della lettura. Il secondo chiede al primo se abbia mai letto un libro, e Rat-Man confessa che no, non c’è mai riuscito, perché, dice, ‹‹ogni volta che ne inizio uno, mi chiama Chuck Norris che dobbiamo andare a fare delle cose››. Arcibaldo, chiaramente, non gli crede, e con un certo imbarazzo – ‹‹Non deve trovare delle scuse con me, signore. Non ce n’è bisogno›› – gli porge un romanzo, a suo parere molto bello. Rat-Man lo sfoglia, o quantomeno lo apre, e in effetti gli si palesa davanti Chuck Norris che, con irruenza, lo costringe a interrompere la lettura per seguirlo.

L’occasione persa, il libro prematuramente abbandonato dal personaggio di Ortolani, è La vergogna delle scarpe nuove di Paolo Nori, uscito dieci anni fa e oggetto di questo curioso product placement nel numero 67 del fumetto Panini. La gratuità del cameo, affidato peraltro alla voce di Arcibaldo, un personaggio di per sé parco di parole, suggerisce due cose: la prima, abbastanza nota, è che a Ortolani piace Nori, e non poco – l’unico altro libro che compare in Rat-Man, probabilmente, è una copia della Divina Commedia illustrata da Gustave Doré; la seconda, improvvisamente chiara dopo questa intrusione, è che in effetti Rat-Man, il personaggio, parla la lingua di Paolo Nori.

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In uno dei più bei numeri di Rat-Man, il fumetto-epopea di Leo Ortolani, c’è uno scambio di battute tra il protagonista e il suo maggiordomo Arcibaldo a proposito della lettura. Il secondo chiede al primo se abbia mai letto un libro, e Rat-Man confessa che no, non c’è mai riuscito, perché, dice, ‹‹ogni volta che ne inizio uno, mi chiama Chuck Norris che dobbiamo andare a fare delle cose››. Arcibaldo, chiaramente, non gli crede, e con un certo imbarazzo – ‹‹Non deve trovare delle scuse con me, signore. Non ce n’è bisogno›› – gli porge un romanzo, a suo parere molto bello. Rat-Man lo sfoglia, o quantomeno lo apre, e in effetti gli si palesa davanti Chuck Norris che, con irruenza, lo costringe a interrompere la lettura per seguirlo.

L’occasione persa, il libro prematuramente abbandonato dal personaggio di Ortolani, è La vergogna delle scarpe nuove di Paolo Nori, uscito dieci anni fa e oggetto di questo curioso product placement nel numero 67 del fumetto Panini. La gratuità del cameo, affidato peraltro alla voce di Arcibaldo, un personaggio di per sé parco di parole, suggerisce due cose: la prima, abbastanza nota, è che a Ortolani piace Nori, e non poco – l’unico altro libro che compare in Rat-Man, probabilmente, è una copia della Divina Commedia illustrata da Gustave Doré; la seconda, improvvisamente chiara dopo questa intrusione, è che in effetti Rat-Man, il personaggio, parla la lingua di Paolo Nori.

Cioè, un inconfondibile flusso di ‹‹che io›› e subordinate affastellate, e virgole da intonazione, talmente simile allo sregolato tentare del parlato infantile (o degli ubriachi) da sembrare troppo facile, per uno scrittore serio; meno che un divertissement. Eppure non c’è pochezza, né vero disordine, o impostura, in questo garbuglio accorato che per Paolo Nori è cubismo scritto: si sa, alla base di ogni Guernica c’è un Ritratto di Olga in poltrona.

Il suo ultimo libro si chiama Undici treni (Marcos y Marcos) e come al solito parla – perché “parla”, per un libro di Nori, si può scrivere – di tutto e di niente, o meglio racconta una voce, un modo di guardarsi intorno, un carattere; i fatti sono il meno. Protagonista, dalle prime pagine, sembrerebbe il “solito” Baistrocchi, una specie di alter ego estremizzato dell’autore, presente in molte delle sue opere (la penultima è Manuale pratico di giornalismo disinformato, sempre Marcos y Marcos, 2016) e come lui scrittore, studioso di letteratura russa e “figura pubblica” del panorama culturale emiliano.

Poco dopo, però, la prospettiva si capovolge, e Baistrocchi diventa testimone e curatore del racconto di un altro, un suo amico da bar, tale Stracciari, operatore di ripresa e fondatore della “To soréla entertainment” il cui splendido marchio badly-drawn si staglia in copertina. La vicenda personale di Stracciari si dipana verso la fine, in una manciata di pagine bellissime di narrativa pura: la parte, per intenderci, riservata agli undici treni del titolo. Il resto, ovvero tutto quello che precede il finale, è una specie di studio d’autore sulla natura delle cose, affrontato con la svagatezza consueta dello Stracciari di turno, qui più candido (e più ferito) del coprotagonista, il già noto Baistrocchi. Entrambi parlano la lingua di cui si è già scritto, e sanno esprimersi attraverso il proprio spirito d’osservazione: cosa ci piace, cosa non ci piace, cosa capiamo (tutto, sembrerebbe), cosa non capiamo.

La lista è lunga. A Stracciari, ad esempio, piacciono suoni e silenzi, ma se i primi se li gode (i vecchi modem, prima dell’adsl; la carta tra i raggi della bici, per simulare una motocicletta), i secondi, se intervallano l’amore, gli fanno paura. Gli piace la tenerezza, che in generale è il sentimento predominante in tutto il romanzo, ma non la passione – forse. Poi, con maggiore chiarezza, rifugge la retorica, l’intercalare, il pressappochismo, l’impulsività. Undici treni è ricco, non a caso, di personaggi che sembrano fare categoria a sé, una categoria di disattenti, ecco, contraddistinti da un parlare scialbo e da una certa pochezza espressiva: c’è chi dice ‹‹Perdunque››, chi scrive ‹‹Come dire›› e chi (il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, nel ruolo di se stesso) conia la parola ‹‹Galantuoma››. E c’è anche Alessandro Baricco che, durante la presentazione di un suo libro, stando ‹‹molto attento ai silenzi (i celebri tempi comici)››, permette a Stracciari di ripensare ai fatti suoi, alla sua storia d’amore.

Una guerra alla lingua mal parlata, da Paolo Nori, alla lingua sprecata, un lettore occasionale non se l’aspetterebbe. Eppure è una guerra dai presupposti ineccepibili, e combattuta molto bene: la prospettiva dei personaggi noriani è quella di gente che non si dà arie, che sembra voler imparare in un mondo che non lo consente, perché (il mondo) in costante peggioramento. Ecco, Nori sembra dirci che le cose dette bene sono dette troppo male, o nel modo sbagliato, perché non comunicano niente. Undici treni, il suo nuovo arsenale, è invece scorrevole e toccante, e luminoso; e fa ridere, anche, e spesso commuovere, e in un solo, clamoroso caso fa ridere e commuovere contemporaneamente: la storia del bidet, capitolo 5, sembra uscita da una tavola pietosa del Colombo di Altan: struggente, esilarante.

Sulla lingua, che altro dire. Questo: a me, leggere Nori, ha sempre ricordato quella frase di Gertrude Stein da Sacred Emily, ‹‹Rose is a rose is a rose is a rose››, o ancora meglio la sua versione del ‘92, ‹‹Una tetta è una tetta è una tetta››, da Scritto sul corpo di Jeanette Winterson. Forse perché la forma, violata fino al paradosso, quasi allo stridio, sia in Stein che in Winterson che in Nori, apre alla lampante chiarezza del contenuto: non importa come è scritto, basta che vi sia chiaro: una rosa è una rosa è una rosa; una parola è una parola è una parola. E contro tale, lapidaria sicurezza, persino Chuck Norris, per quanto ostinato, non avrebbe potere.

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Il Corriere della Sera vs. i fumettisti e quel pasticciaccio brutto di via Solferino https://minimaetmoralia.it/editoria/il-corriere-della-sera-vs-i-fumettisti/ https://minimaetmoralia.it/editoria/il-corriere-della-sera-vs-i-fumettisti/#comments Fri, 16 Jan 2015 13:57:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25045 (Immagine: la redazione di Charlie Hebdo nel 2012. La foto è di Steven WassenaarFonte immagine)

di Marco Rizzo*

Ci ha lasciati improvvisamente Pino Daniele: La Repubblica allega un cd con una raccolta di cover dell’autore napoletano, scaricate da youtube, senza avvisare i musicisti coinvolti. È scomparso a 92 anni Francesco Rosi e il Fatto Quotidiano commercializza un dvd contenente alcuni spezzoni spixellati dei suoi film, e nella sezione extra, i servizi dei telegiornali italiani sulla morte del regista, tratti da internet. Dopo la strage nella redazione di Charlie Hebdo, il Corriere della Sera pubblica un libretto contenente le vignette-omaggio realizzate da vari fumettisti nelle ore successive all’attentato, reperite sui social network. Moltissimi autori vengono a saperlo solo a pubblicazione avvenuta. E si incazzano. I proventi delle tre iniziative editoriali, però, andranno in beneficenza ai familiari delle vittime.

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(Immagine: la redazione di Charlie Hebdo nel 2012. La foto è di Steven WassenaarFonte immagine)

di Marco Rizzo*

Ci ha lasciati improvvisamente Pino Daniele: La Repubblica allega un cd con una raccolta di cover dell’autore napoletano, scaricate da youtube, senza avvisare i musicisti coinvolti. È scomparso a 92 anni Francesco Rosi e il Fatto Quotidiano commercializza un dvd contenente alcuni spezzoni spixellati dei suoi film, e nella sezione extra, i servizi dei telegiornali italiani sulla morte del regista, tratti da internet. Dopo la strage nella redazione di Charlie Hebdo, il Corriere della Sera pubblica un libretto contenente le vignette-omaggio realizzate da vari fumettisti nelle ore successive all’attentato, reperite sui social network. Moltissimi autori vengono a saperlo solo a pubblicazione avvenuta. E si incazzano. I proventi delle tre iniziative editoriali, però, andranno in beneficenza ai familiari delle vittime.

Una delle tre situazioni è vera, e se non siete stati su Marte nelle ultime 48 ore saprete che l’arrivo in edicola libro Je suis Charlie – Matite in difesa della libertà di stampa (Rcs, pp. 320, euro 4,90) ha scatenato un putiferio, che dal web si è trasferito nella carta stampata nelle edizioni di stamane. Un’ondata di indignazione è partita dal blog del fumettista forse più influente sulla piazza, Roberto Recchioni, erede di Sclavi alla guida di Dylan Dog:“Se decidi di usare una mia immagine postata su qualsiasi piattaforma digitale a me intestata, sarebbe cosa gentile chiedermi il permesso di poterlo fare. Magari io non ho piacere di collaborare con il tuo gruppo editoriale. Magari – se voglio fare beneficenza – faccio un bonifico. Magari non voglio essere associato ad alcuni dei punti di vista espressi da altri autori presenti nel volume. Magari non ho piacere che il mio lavoro sia presentato in maniera orrenda, con un file a bassa risoluzione. Magari non voglio che tu ti faccia bello e nobile con la mia roba. Magari non voglio che una cosa che ho realizzato per uno specifico contesto e su una specifica piattaforma, sia usata da te in un contesto e su una piattaforma del tutto diversa. Magari non ho piacere che una mia opera, nata da un preciso stato d’animo, sia commercializzata. Nemmeno per fini benefici”.

Lo scopo benefico del volume e la portata della beneficenza sono stati al centro del dibattito per alcune ore, finché sul profilo di Rizzoli Lizard, etichetta della Rcs che si occupa proprio della pubblicazione di fumetti, non è stato precisato che verrà versato alla redazione di Charlie Hebdo l’intero devoluto del venduto (12 mila sono le copie stampate). Pubblicamente, sia gli autori coinvolti che loro sostenitori hanno chiesto che l’editore dimostri appena possibile la donazione. Tra questi Manuele Fior, che conosce bene il mercato francese, vivendo a Parigi e avendo vinto un importante premio al festival di Angouleme: “Vorrei chiedere insieme agli autori e a chi si sente coinvolto da questa squallidissima vicenda, le prove e i rendiconti per sapere che ogni centesimo è stato versato a Charlie e che non sia stato intascato da altri operatori della filiera”.

Come detto, all’inizio della querelle, Recchioni ha riassunto alcune delle questioni che hanno più infastidito i fumettisti coinvolti “a loro insaputa” (un mantra sempre più maledetto). Quelle più generalmente accolte dai fumettisti che abbiamo sentito in queste ore sono essenzialmente quattro:

1- Il Corriere non si è premurato di attendere l’approvazione dei singoli autori coinvolti, trincerandosi ex post con il disclaimer “L’editore dichiara la propria disponibilità verso gli aventi diritto che non fosse riuscito a reperire”. Pare che prima della pubblicazione solo un terzo degli autori è stato avvisato (a detta di via Solferino). Nel pomeriggio di ieri, però, tutti gli altri sono stati raggiunti con una missiva dell’ufficio marketing del Corriere, dove si precisava che “L’urgenza di rispondere in tempi rapidi per dare massimo sostegno alla libertà di stampa e solidarietà alla redazione di Charlie Hebdo potenziando la raccolta fondi, non ci ha permesso di rintracciare e contattare tutti gli aventi diritto già prima della pubblicazione (…), pur essendo consapevoli che ogni singola proprietà intellettuale, come è una vignetta, necessiti di un’autorizzazione per la sua pubblicazione”.

2- Nell’articolo di presentazione del progetto a firma di Paolo Rastelli, si delineavano le linee editoriali dell’iniziativa: “Non pubblichiamo vignette che siano blasfeme per i musulmani come non ne pubblichiamo che siano blasfeme per i cristiani e per il mondo ebraico. Quindi il libro contiene alcune vignette di Charlie Hebdo, ma non quelle considerate più offensive”. Un controsenso evidente per molti, visto che il volume, di per sé un omaggio all’irriverenza di CH, nel sottotitolosi appellava alla difesa della libertà di stampa.Una scelta che non tutti i fumettisti coinvolti condividono, come Paolo Castaldi (autore di alcuni fumetti di impegno civile per Beccogiallo): “Molti di noi si sono trovati coinvolti in un progetto che per sua natura non svolge il compito che gli viene attribuito dal sottotitolo Matite in difesa della libertà di stampa perché di fatto censura proprio le vignette che hanno portato alla tragica morte degli autori coinvolti nella strage. Insomma, tutto molto italiano, tutto molto democristiano mi verrebbe da dire”. E c’è chi non vi avrebbe partecipato nemmeno dietro compenso, come Riccardo Mannelli, ritrattista per Repubblica e vignettista per Il Fatto Quotidiano: “Non avrei mai partecipato all’iniziativa pelosa del Corriere, neanche se mi avessero pagato, quindi figurati”. Gli fa eco Don Alemanno (l’autore del dissacrante Jenus di Nazareth, uno dei fenomeni indy di maggior successo degli ultimi anni): “Non avrei partecipato assolutamente se avessi saputo della censura a monte. È contraria ai cardini della mia satira e ai miei principi etici e morali. E la ritengo indirettamente offensiva nei confronti delle vittime, che quella satira senza guardare in faccia a nessuno, la facevano eccome”.

3 – I materiali riprodotti sono stati tratti da internet, quindi non in risoluzione di stampa. Forse solo un lettore appassionato e un artista può capire quanto la qualità della proposta dell’opera sia parte integrante dell’opera stessa. Lo spiega con la consueta brillante ironia Leo Ortolani, il papà di Rat-Man, che ha visto la fotografia del suo disegno, così come l’aveva postata su Facebook, ripresa nel libro del Corriere in un tripudio di spixellamenti: “Corriere della Sera, hai preso una foto (UNA FOTO!!) di un disegno che ho messo in rete fotografandolo con il cellulare, perché non ho lo scanner attaccato al sedere e a volte si fanno dei disegni sulla spinta emotiva, come quello, e si pubblicano in qualche modo, per fare sapere che quello che è successo ti ha colpito e molto, e tu, dicevo, Corriere dei Piccoli, vieni qui e te la prendi. Una foto. E te la stampi. A bassa risoluzione, ovvio.Che oltretutto non è che mi fai un favore, pubblicando una foto di un mio disegno, a bassa risoluzione. Nemmeno la decenza del controllo artistico.” Nel caso della vignetta di Giacomo Bevilacqua, che ha commentato la vicenda su Wired, i grafici hanno cancellato la didascalia con l’indirizzo del sito del suo personaggio più famoso, apandapiace.com.

4 – Sembra che passata la commozione per la tragedia di Charlie Hebdo e dimenticato l’entusiasmo per i successi commerciali e di critica di Zerocalcare e Gipi, si sia tornati a trattare il fumetto e i fumettisti con una leggerezza difficilmente riscontrabile in altri settori. Un punto di vista antico, che rievoca l’antica concezione che “i fumetti sono roba per bambini”, come insegnato cent’anni fa dal Corriere dei Piccoli, supplemento storico del Corriere della Sera. E fa specie che la leggerezza usata nel produrre questo libro provenga da una casa editrice che pure pubblica Hugo Pratt, allega Asterix e Blueberry, ospita fumetti e illustrazioni di alto profilo su La Lettura. Tale leggerezza sembra quasi giustificare il tanto dibattuto “complesso di inferiorità” di cui si autoaccusano spesso i fumettisti italiani.

Le risposte del Corriere della Sera sono su due fronti, e stampate nero su bianco nell’edizione di oggi, a pagina 9, in un trafiletto a firma del già citato Rastelli:

1 – I tempi tecnici per un instant book non permettevano di avvisare per tempo tutti gli autori coinvolti, quindi si è deciso di proseguire comunque e rinviare a dopo i chiarimenti.

2 – Lo scopo benefico avrebbe dovuto fugare ogni sospetto sulla “malizia” della redazione milanese.

Già ieri pomeriggio, prima con un tweet, poi con alcune dichiarazioni (a Linkiesta, Bloggokin e Wired.it) il direttore Ferruccio De Bortoli aveva fatto il direttore, assumendosi le responsabilità del caso e anticipando le motivazioni. Le scuse stanno già dividendo gli autori coinvolti, e tra i vari commenti segnaliamo ancora una volta quello di Ortolani: “Oggi sono uscite le ‘scuse’ del direttore del Corriere. Metto le virgolette perché non è venuto a poggiare la testa contro il mio fianco, dicendo “scusa, Leo Ortolani”. Mi spiace, signor direttore, ma anch’io lavoro con le parole, e so quando e come scrivere per dire una cosa senza dirla veramente. Nonostante ci sia scritto nel titolo “una precisazione e le scuse”, lei non ha colto il punto della questione. Come mai avete violato il diritto d’autore?”

Anche Paolo Barbieri, illustratore per Mondadori (sue le copertine del best-seller fantasy “Le cronache del mondo emerso”) parla di diritto d’autore ma non solo, soffermandosi su quanto c’era “dietro” quei disegni: “Non sono onnisciente, per cui non so se questa faccenda è nata per leggerezza o semplice menefreghismo. Ma resta una brutta vicenda, non solo perché si è evoluta dopo i tragici fatti di Parigi, a cui chiaramente non può essere paragonata, ma perché oltre ai disegni ‘fisici’, sono state rubate le emozioni che hanno fatto nascere quei disegni, sono state incasellate alla bene e meglio, per finire poi mercificate, senza che i creatori di quelle emozioni ne sapessero nulla”.

Luca Sofri ha fatto un passo avanti nel ragionamento, legato più al processo produttivo che al contenuto in sé, e quindi al mezzo prima che al messaggio: nelle redazioni siamo così abituati a dare per scontate la disponibilità e la gratuità di quanto trovato sul web, che realizzare una gallery con materiale rubato dal web, riciclare in malo modo dei contenuti recuperati da un blog sia equiparabile a pubblicare su carta delle vignette senza chiedere l’autorizzazione agli autori. Ma si può ravvisare una particolare disattenzione proprio perché la vicenda è legata al fumetto? Castaldi non ne fa solo una questione di diritto d’autore: “Non credo che con la musica sarebbe potuto succedere lo stesso putiferio. Il mercato del fumetto, soprattutto per quanto riguarda tutto ciò che è presente in rete, non gode di nessuna tutela. Che poi io sono sempre stato per una libera circolazione delle arti, credo ad esempio al Creative Commons, a patto che il tutto venga fatto come si deve, e in questo caso Il Corriere non si è comportato in maniera corretta”.

Pare che alcuni dei “nuovi autori Rizzoli” si fermeranno qui, altri invece stanno ragionando su un’azione legale collettiva, altri ancora si sono già mossi separatamente nelle scorse ore. Artribune, nel frattempo, analizza le possibili implicazioni legali in un articolo di Raffaella Pellegrino, legale specializzata in diritto d’autore. Comunque vada (la situazione è ancora molto liquida mentre scriviamo) gli spunti di riflessione non mancano. Su tutti: il clamore di questi giorni eviterà che in futuro succeda qualcosa di simile, magari coinvolgendo – rigorosamente a loro insaputa – scrittori, registi, musicisti, fotografi? Davvero il fine nobile (che nessuno mette in dubbio) e i meccanismi editoriali alla base dell’iniziativa del Corriere possono placare gli animi degli autori?

 

*Giornalista e fumettista, autore – tra gli altri – di Peppino Impastato: un giullare contro la mafia.

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