Leoluca Orlando Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/leoluca-orlando/ un blog di approfondimento culturale Wed, 18 Mar 2020 18:49:21 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Leoluca Orlando Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/leoluca-orlando/ 32 32 Leoluca Orlando e Palermo, se l’incanto diventa destino https://minimaetmoralia.it/attualita/leoluca-orlando-palermo-lincanto-diventa-destino/ https://minimaetmoralia.it/attualita/leoluca-orlando-palermo-lincanto-diventa-destino/#comments Thu, 16 Jan 2020 07:00:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42106 Pubblichiamo un pezzo uscito su Repubblica – Palermo, che ringraziamo.

Incantare è un'arte. Incantare è una strategia. Incantare è anche una trappola. Se l'«incanto» – evocare il magico tramite ponderate cantilene – è tra i pilastri del discorso istituzionale, ogni amministratore ha una sua peculiare tecnica fascinatoria. Leggendo il discorso pubblico del sindaco di Palermo da questa prospettiva, la sensazione è che per Leoluca Orlando l'incanto sia non solo una tecnica ma un destino.

Prima condizione dell'incanto orlandiano è partire da un'evidenza incontestabile: «Oggi Palermo è migliore di com'era negli scorsi decenni».

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Repubblica – Palermo, che ringraziamo.

Incantare è un’arte. Incantare è una strategia. Incantare è anche una trappola. Se l’«incanto» – evocare il magico tramite ponderate cantilene – è tra i pilastri del discorso istituzionale, ogni amministratore ha una sua peculiare tecnica fascinatoria. Leggendo il discorso pubblico del sindaco di Palermo da questa prospettiva, la sensazione è che per Leoluca Orlando l’incanto sia non solo una tecnica ma un destino.

Prima condizione dell’incanto orlandiano è partire da un’evidenza incontestabile: «Oggi Palermo è migliore di com’era negli scorsi decenni». Un assioma che chiede all’interlocutore critico di convenire almeno su questo punto. Solo che a volte un ragionamento efficace su un luogo non si costruisce comparando il presente al passato ma indagando in modo capillare e spietato tanto le occasioni colte quanto quelle perdute e quelle sprecate; perché è così, riflettendo accuratamente su ciò che fluisce e su ciò che è fossile – ma soprattutto, e in particolare in una città come Palermo, su ciò che, sempre oscillante, sta per accadere e invece si sottrae, riaffiora e sparisce – è così, dicevamo, che si prova a comprendere quel fenomeno ambiguo e complesso che è la storia di una comunità.

A questa certezza originaria Orlando accompagna un frasario ricorrente e immaginifico: Palermo – la città più cambiata degli ultimi quarant’anni, «safe and exciting», una «Beirut col wi-fi e il tram», un futuro rappresentato dall’unione di «Google e Alì» (a volte anche nella variante «Google e Ahmed») – «deve riscoprire l’autostima»; in cerca di un equilibrio tra «le radici e le ali», i giovani, in passato fermi «accanto alle gonne di zia Pina», oggi partono, tornano e trovano lavoro perché hanno imparato l’inglese (che deve essere ottimo, non quello parlato con le mani).

La ripetizione parossistica di questo formulario apre a una seconda accezione di incanto: ciò che accade quando la puntina, conficcata nel microsolco del vinile, riproduce sempre lo stesso pezzetto di canzone. Se l’incantatore si incanta, chi fin lì lo ha ascoltato immaginando un legame tra il suo discorso e la cosiddetta realtà, ha la sensazione che il discorso sia invece intrappolato nella prigione circolare della cantilena e comincia ad avvertire un sentimento tra l’imbarazzo e il nervosismo: la percezione che un’intera impalcatura retorica, avvitata al concetto totemico del cambiamento, sia scivolata nel grottesco.

Ipotizziamo allora che il cambiamento di cui parla Orlando non stia tenendo conto di un’altra metamorfosi.

Il sindaco descrive il presente cittadino come «un cammino di cambiamento culturale», graduale e virtuoso, a cominciare dalla «macchina comunale», che deve imparare a modificare le proprie modalità di gestione. Se si prova a chiedere quando, infine, avverrà il passaggio al nuovo paradigma, Orlando precisa che è dei populismi pretendere che si possa cambiare subito e senza confronto. E cita l’Ecclesiaste: «C’è un tempo per ogni cosa». La strada intrapresa, seguendo finalmente una «visione» (altro vocabolo feticcio dell’orlandismo), è quella giusta: dunque attendiamo.

Eppure, davanti a  a un incanto che diverrà ancora più incantevole, al cospetto di questa prossima meraviglia che dobbiamo solo essere capaci di aspettare, un dubbio affiora: può darsi che il cambiamento di cui ragiona il sindaco sia solo una parte di quanto sta accadendo? E può darsi che a forza di concentrarsi sul racconto di un processo locale in atto se ne sia trascurato un altro, epocale, di proporzioni e intensità immensamente maggiori?

In effetti da qualche anno Palermo appare presa da un ben preciso incantamento. Vale a dire da quel fenomeno abnorme, rapido e abrasivo che ha reinventato il senso della vita metropolitana persuadendo che una città debba di continuo intrattenere chi la abita, instaurando con i cittadini il legame della nurse col neonato – i sonaglini sempre agitati davanti agli occhi per conquistarne l’attenzione – o dell’animatore del villaggio vacanze che ogni volta che si imbatte in un ospite gli ricorda, in una tonalità implacabilmente inaugurale, che stasera c’è la fiera del gelato e il torneo delle birre, il dj contest, il percorso fotografico ipermediale, i mimi per le vie, i pianoforti nei cortili, gli aquiloni in cielo, le incursioni poetiche, circensi e musicali – dal folk-jazz australiano alla mazurka elettroacustica, dalla pizzica country al tango spiritual (passando per ogni altro sincretismo concepibile), con il coinvolgimento di una legione di tamburini mandolinisti organettisti e l’intervento di alcuni rari ma imperdibili cultori della ghironda occitana e del bombardino olandese – e dunque, continua febbrile l’animatore, ci vediamo più tardi in centro, nel tripudio enogastronomico, per godere dell’«arte che invade le strade», della «musica live sotto le stelle», tutti insieme nei mercati e alle parate, in un’euforica «riappropriazione degli spazi».

Questo specifico cambiamento – questo senso di permanente irrinunciabilità degli eventi che rende oggi Palermo una città straordinariamente qualsiasi – si produce per ragioni che non dipendono dalla visione del sindaco. Come se – è ancora un’ipotesi – mentre Orlando si concentrava sulla messa in opera di un cambiamento locale di segno positivo, la città si fosse trovata nel pieno di un altro cambiamento, simultaneo a quello descritto dal sindaco ma di segno molto diverso: un processo di drastica omologazione delle prospettive, degli stili, soprattutto dei consumi (dell’eterogeneità e della qualità degli sguardi, verrebbe da dire): un macrofenomeno in cui Palermo è solo uno tra i tanti luoghi in cui si manifestano effetti che hanno le loro cause in mutamenti economici e socioculturali trasversali e profondi.

E dunque, mentre Orlando racconta che Palermo muove in direzione di un cambiamento virtuoso, una parte di palermitani lo ascolta, si guarda intorno, constata l’immodificato sfacelo fisico della città e il continuo germinare di fenomeni regressivi, avverte che i macroprocessi in atto sono acefali, che non discendono cioè né da una testa né tanto meno da una visione (circostanza che tutt’altro che indebolirli li rende più potenti), torna ad ascoltare il racconto del sindaco e non si raccapezza. Perché delle due l’una: o il sindaco è ingenuo e non si accorge che una quota consistente del presente palermitano è segnata da un cinismo accumulatorio fine a se stesso, o è protervo, tragicomicamente intrappolato in una visione che lo rende cieco a ciò che non fa parte della visione stessa (in sostanza, a forza di descrivere ciò che si desidera si rischia di non vedere più ciò che si dovrebbe temere).

L’impressione è che l’incantarsi dell’incantatore nell’incanto possa determinare una conseguenza clamorosa come la messa all’asta – «all’incanto», appunto – della città. Un’asta che, osservata dall’inizio del 2020, ne fa temere gli esiti.

Se c’è un mutamento che si sta determinando a livello occidentale – qualcosa che interseca, nutre e tiene sotto controllo i processi globali appena descritti – è l’impulso a una lettura del mondo regredita che pretendendo grammatiche minime – la distinzione tra «noi e loro», «dentro e fuori», «aperto e chiuso» – non fa altro che semplificare gli scenari.

Questi due cambiamenti – locale ed epocale – sono simultanei e reciprocamente connessi. Uno causa e giustifica l’altro. Da un lato il mutamento globale che fa delle città spazi di intrattenimento perenne conferma la persuasione locale che continuare ad alimentare un’atmosfera euforica allinei Palermo alle altre grandi festose città occidentali (nei consumi, come detto, non nei servizi); dall’altro, percepire la distanza tra il racconto della città proposto dal sindaco e la verifica quotidiana di uno stato di complessivo scadimento genera un senso di frustrazione che agisce da combustibile al pensiero – o meglio al sentimento – delle destre populiste. Senza averne l’intenzione, ma essendone comunque responsabile, una parte della retorica orlandiana si lascia leggere come un’involontaria campagna elettorale a favore di un futuro sindaco leghista.

Se tutto ciò è vero, a quale forza intrinseca potrà appellarsi Palermo per resistere a una metamorfosi che fa inclinare il Paese in direzione delle destre populiste? Quali sono gli anticorpi che faranno di questa città un’eccezione? Qual è la densità concreta del cambiamento descritto da Orlando e in che modo potrà valere da controspinta, se non da antidoto, al mutamento italiano?

E dunque: quando nel 2022 la città voterà il suo nuovo sindaco, a quale cambiamento reagirà l’elettorato? A quello tenacemente descritto da Orlando o al vento nero, insieme molecolare, corneo e brutale, che una tornata elettorale dopo l’altra soffia sempre più forte?

E concentrandoci infine sulla storicizzazione di questi decenni, a che cosa Leoluca Orlando dovrà la sua memorabilità? Cosa, cioè, verrà in mente quando si penserà a il sindaco, con l’articolo determinativo che lo distingue dal flusso e lo identifica come la voce più potente – o almeno la più tonitruante – degli ultimi quarant’anni di vita palermitana? A ciò che di buono è successo nel corso delle sue sindacature – su tutto le prese di posizione in tema di accoglienza – o a ciò che continuando a non accadere, descritto però come accaduto o prossimo ad accadere, ha contribuito a generare uno scenario socioculturale in cui la città viene svenduta al peggior offerente?

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Cinico mai più — Prima Parte https://minimaetmoralia.it/arte/cinico-piu-parte/ https://minimaetmoralia.it/arte/cinico-piu-parte/#comments Thu, 02 Feb 2017 12:41:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33543 Pubblichiamo la prima parte di un saggio scritto da Giorgio Vasta per il terzo cofanetto (uscito a dicembre) che raccoglie la produzione di Ciprì e Maresco, gli ideatori di Cinico Tv. Proprio pochi giorni fa è scomparso uno dei volti più simbolici del programma, Pietro Giordano, morto a 69 anni nella sua abitazione di Palermo.

  * * *

Italy Is Burning è un progetto musicale che nasce nel 2007. A idearlo è il dj lombardo Mario Fargetta. Su una base house, una voce sintetica pronuncia una sequenza di frasi. Ogni frase descrive abitudini, usi, costumi, consumi di una determinata comunità cittadina, soprattutto o soltanto composta da adolescenti. Per esempio: «Vivo a Bologna, Studio al Dams, Vivo vicino alle due torri, Abito appena fuori Porta Mascarella, Compro le bici in via Zamboni»; oppure, in Firenze Is Burning: «Vo a psicologia alla Torretta, Fo la ragazza immagine, Mi garba la Ducati Monster, Prima andavo al Mood, ora vado all’ex Mood, Andavo al Cabiria di piazza Santo Spirito, ora vado al Pop Cafè di piazza Santo Spirito»; e ancora, in Roma Is Burning: «’sto disco spigne una cifra, No, al mucca assassina no, è un posto de froci, Carlo Verdone me fa troppo sdraia’, Mangio i panini dallo Zozzone de corso Francia, La Tedesca se dovrebbe fa un po’ i cazzi sua, Roma de notte è da paura».

Ogni frammento di Italy Is Burning contribuisce a dare forma a un repertorio di situazioni tipiche e ricorrenti, tic, clichés, micro-orizzonti di riferimento più o meno consapevolmente condivisi che, nominati, diventano identitari; qualcosa di simile a quanto accade nei profili Facebook Sei di… se… – Sei di Belluno se…, Sei di Lecce se…, Sei di Frosinone se… –, nei quali a segnare un’appartenenza locale è ancora una volta il succedersi di circostanze riconosciute e riconoscibili che gli stessi utenti contribuiscono a dilatare: un’idea di identità – locale e in un certo senso personale – in forma di catalogo.

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cinicotv

Pubblichiamo la prima parte di un saggio scritto da Giorgio Vasta per il terzo cofanetto (uscito a dicembre) che raccoglie la produzione di Ciprì e Maresco, gli ideatori di Cinico Tv. Proprio pochi giorni fa è scomparso uno dei volti più simbolici del programma, Pietro Giordano, morto a 69 anni nella sua abitazione di Palermo.

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Italy Is Burning è un progetto musicale che nasce nel 2007. A idearlo è il dj lombardo Mario Fargetta. Su una base house, una voce sintetica pronuncia una sequenza di frasi. Ogni frase descrive abitudini, usi, costumi, consumi di una determinata comunità cittadina, soprattutto o soltanto composta da adolescenti. Per esempio: «Vivo a Bologna, Studio al Dams, Vivo vicino alle due torri, Abito appena fuori Porta Mascarella, Compro le bici in via Zamboni»; oppure, in Firenze Is Burning: «Vo a psicologia alla Torretta, Fo la ragazza immagine, Mi garba la Ducati Monster, Prima andavo al Mood, ora vado all’ex Mood, Andavo al Cabiria di piazza Santo Spirito, ora vado al Pop Cafè di piazza Santo Spirito»; e ancora, in Roma Is Burning: «’sto disco spigne una cifra, No, al mucca assassina no, è un posto de froci, Carlo Verdone me fa troppo sdraia’, Mangio i panini dallo Zozzone de corso Francia, La Tedesca se dovrebbe fa un po’ i cazzi sua, Roma de notte è da paura».

Ogni frammento di Italy Is Burning contribuisce a dare forma a un repertorio di situazioni tipiche e ricorrenti, tic, clichés, micro-orizzonti di riferimento più o meno consapevolmente condivisi che, nominati, diventano identitari; qualcosa di simile a quanto accade nei profili Facebook Sei di… se… – Sei di Belluno se…, Sei di Lecce se…, Sei di Frosinone se… –, nei quali a segnare un’appartenenza locale è ancora una volta il succedersi di circostanze riconosciute e riconoscibili che gli stessi utenti contribuiscono a dilatare: un’idea di identità – locale e in un certo senso personale – in forma di catalogo.

Quando qualche tempo fa ho scoperto l’esistenza di Italy Is Burning sono andato in rete a cercare la sua declinazione palermitana. Su YouTube, la versione principale è tarata su una costellazione di riferimenti e consumi della medio-piccola borghesia: «Vado al Clubino del Mare, Vivo in via Libertà, Faccio pilates, Faccio giurisprudenza, Faccio filosofia, Faccio lo Stams, Facevo teatro, Mi sono fatta le mani, Sei un piscio, Vado alle serate, Vado alla Cuba, Vado al Jamaica, Vado al Baretto, Andavo al Garibaldi, Sono accollativa, Stasera Birimbao, Festazze rum e pera». Diversamente da quanto in generale connota il progetto di Fargetta, in Palermo Is Burning la «voce recitante» non è sintetica ma è una voce femminile con una cadenza locale molto netta (vale a dire che in quella voce si avverte qualcosa di lasco, un’indolenza se non un’inerzia tipicamente palermitana, un vuoto di tensione da cui al limite a tratti trapela quel microscopico principio di stupore sempre riconducibile alla dimensione esclamativa tramite la quale a Palermo si fa esperienza delle cose).

In teoria Palermo Is Burning non dovrebbe essere altro che una specifica particella locale all’interno di un progetto più ampio descritto – così si legge in rete – come qualcosa che ha un’intenzione critica: inventariando, si mette alla berlina una vita regolata da comportamenti stereotipati. Il progetto di Mario Fargetta sarebbe allora assimilabile a quei cataloghi di convenzioni, comportamentali e linguistiche, che nel tempo hanno affascinato scrittori come Flaubert (nel suo Dizionario dei luoghi comuni) oppure Léon Bloy (in Esegesi dei luoghi comuni); al centro di tutto, come una persecuzione che è solo possibile a propria volta perseguitare, la bêtise.

In realtà, ascoltando la voce palermitana che passa in rassegna spazi atteggiamenti e standard espressivi del luogo in cui sono nato e cresciuto (e in cui, dopo vent’anni trascorsi altrove, sono per il momento tornato a vivere), mi sembra che questa intenzione sia fallace. L’impressione è che Palermo Is Burning lavori soprattutto sul ribadire un senso di appartenenza; su un’immedesimazione in cui, tutt’altro che percepire imbarazzo, a imporsi è una specie di soddisfazione se non di vero e proprio compiacimento. Ogni enunciato è del resto calibrato su un livello di genericità funzionale a questa identificazione: blandisce il bisogno di autoreferenzialità, gratifica il desiderio di appartenenza. Palermo Is Burning «suona» – è il caso di dire – come un inno, non nazionale bensì iperlocale, utile a una manutenzione ordinaria del noto. Come spesso accade in un certo comico di matrice televisiva che presume (o pretende) di essere abrasivo se non distruttivo (intercettando e rivelandoci proprio la nostra costitutiva bêtise), Palermo Is Burning è nei fatti complice e condiscendente, se non del tutto corrivo: non produce disagio ma consenso.

Per cercare di comprendere a che cosa in effetti serva Palermo Is Burning può essere utile concentrarsi sul titolo del progetto complessivo: l’Italia sta bruciando. Ogni brano in cui si struttura il progetto di Fargetta è un braciere, un’ara, un caminetto: c’è una città e c’è la sua arsione in forma musicale. Palermo Is Burning è allora il luogo in cui – come accade quando il fuoco agisce sulla materia – qualcosa si rapprende, è lo spazio in cui i margini si contraggono e l’articolazione interna si riduce; è dove ogni densità, ogni eventuale potenziale, viene estinto. È un fenomeno – minuto e laterale, sì, ma lo stesso significativo – che aderisce al bisogno di semplificare la percezione di Palermo. A un suo addomesticamento. Palermo Is Burning è oggi – a circa dieci anni dalla sua invenzione – uno tra i ritratti più credibili di una città euforicamente a suo agio. Di una città domestica. Un luogo immerso in una sua oscura felicità.

La cenere e lo sciame

Cinico Tv ha origine dalla cenere. Nel momento in cui, a fine anni Ottanta, le primissime incursioni televisive di Ciprì e Maresco si manifestano su Tvm, a precedere la prima immagine compiuta c’è un formicolio grigionerobianco sul quale si materializza la scritta rossa cinico tv. È il caos della genesi, il rumore bianco da cui poco a poco tutto scaturisce (e che permane come struttura invisibile di ogni cosa). È quella caligine che per il Beckett di Mal visto mal detto è la sola evidenza: «Unica certezza la bruma. Quella di là dai campi. Già li invade. Invaderà la pietraia. E poi l’abituro penetrando attraverso ogni sua fessura. L’occhio potrà anche chiudersi. Non vedrà altro che bruma. Anzi neanche. Lui stesso non sarà altro che bruma».

Quando dunque l’occhio di Cinico Tv si apre per la prima volta, ciò che vede è indistinguibile da ciò che vedeva prima di aprirsi: il brusio della cenere fredda intorno al fuoco spento, l’indiscernibile, la nebbiolina in cui tutti stiamo.

Se l’origine di Cinico Tv è la cenere, la sua forma è quella dello sciame. Per una ventina d’anni, la televisione di Ciprì e Maresco si è fatta leggere come una propagazione di immagini microscopiche simili e diverse, come una massa pulviscolare in movimento. Qualcosa, cioè, che funziona come le api, le cavallette, le meteore, i terremoti. Una configurazione compatta e unitaria e al contempo un prisma, un brulicare di frammenti, uno scompiglio di particelle. Confrontarsi con Cinico Tv nel corso di due decenni vuol dire allora fare esperienza di una dispercezione. Come nel caso dell’esperimento della Gestalt – il «duck-rabbit illusion» –, al cospetto di Cinico Tv, attraverso uno scarto impercettibile della messa a fuoco, vediamo tanto l’anatra quanto il coniglio, la totalità e la scheggia, il senso inventato di colpo dalla forma e l’impossibilità del senso che la forma può solo giocare a mascherare ma non può (e non vuole) in nessun modo cancellare.

Sciame è un termine che esprime un moto. Lo sciamare. Delle api – quando gli insetti lasciano la vecchia colonia e, insieme alla regina, vanno a fondarne una nuova –, oppure il movimento dell’invasione – quando le cavallette attraversano un campo devastandolo –, o ciò che accade quando i detriti meteorici penetrano nell’atmosfera e l’attrito che si genera li fa bruciare, o ancora quando un pezzo di superficie terrestre è solcata da un succedersi di microsismi. In ognuno di questi casi lo sciame ha un riflesso visivo – le scie, tanto quelle animali quanto quelle siderali o sotterranee – e ne ha uno acustico – il fruscio, il brusio, il crepitare dei corpi celesti.

Cinico Tv è stato allora una coesa moltitudine in azione. Qualcosa che non se ne sta lì, fermo, a farsi contemplare, brillando di qualità estetiche che sollecitano il nostro apprezzamento; semmai l’equivalente di una mano che afferra, sposta, muove, separa.

https://www.youtube.com/watch?v=QmWVO1A90bQ

Breve storia della cenere e dello sciame

A partire da fine anni Ottanta, dalla cenere di Cinico Tv affiorano figure strutture masse e masserelle, complessioni rovinate, rigide o molli, rigide e molli, un retablo di sagome implose, nella maggior parte dei casi filmate frontalmente, a volte osservate mentre scorrono sul filo dell’orizzonte (qualcosa che fa pensare ai corpi, sempre scoordinati, sempre in eccesso o in difetto, del cinema di Augusto Tretti), e trapela lo spazio fisico palermitano, un succedersi di spianate e macerie, moncherini di vecchie fabbriche di laterizi, la foce di cemento di un fiume vuoto, le ciminiere e il cielo bianco, qualche interno senza intonaco che allo sguardo si dischiude come una Wunderkammer di tenebra, luoghi minimi di una meraviglia ancora cinerea (si percepisce a volte quel senso di immagine-fossile, da presepe extratemporale, che è il lineamento della fotografia di Joel Peter Witkin), e in questo propagarsi di materia compare a tratti anche una specie di linguaggio, un codice sconnesso e incalcolabile (in Ciprì e Maresco i conti della lingua non tornano mai), locuzioni reiterate, olofrasi magiche – il «Certamente» di Giuseppe Paviglianiti, che con il «Siamo davvero pietosi» di Francesco Tirone vale da chiave di volta di un discorso laconico –, i tormentoni, il tormento (il tormento dentro i tormentoni), e ancora, negli anni – quando dopo Tvm il trabiccolo di Cinico Tv si conficca, come il missile-navicella di Méliès nell’occhio (ancora lui) di una Luna di cartapesta, dentro il palinsesto della tv nazionale –, dagli schermi emerge (sempre più preciso, sempre più consapevole) il prolasso degli organismi, l’inerzia, scorie di gesti, fantasmi di movimenti, l’ebetudine e l’ebefrenia di Rocco Cane, l’agitazione locutoria dei Fratelli Abbate, invano concentrati – e con loro una città intera – nel tentativo di dirimere dilemmi (Pesa di più un chilo di ferro o un chilo di paglia?, Con chi è sposato il toro?), e poi nello sciame si materializza il movimento di macchina continuo che in Keller vale da catalogo-riepilogo-rilancio (è il 1992) di quello a cui già da qualche anno Ciprì e Maresco stanno dando forma, un carrello orbitale che, come lo sguardo assoluto di La Région Centrale di Michael Snow, fa del mondo elenco e via crucis circolare, le immagini che nel delimitare un’area (l’accampamento di fortuna in cui si cerca riparo durante l’assalto nemico) si accerchiano da sole, allo stesso tempo assediate e assedianti, e, ancora, dallo sciame viene su un altro relitto, quel frantume di cinema (di cinema in tv) autolesionista che in Il corridore della paura (è ancora il 1992, quando a Palermo spazio e tempo esplodono) si esprime attraverso l’impulso dell’immagine a sporcarsi, a obliterarsi, Tirone e Miranda che spazzano la scena fino a corroderla, a imploderla, facendo il fotogramma abraso, lacerocontuso, e intanto nello sciame gravitano il corpo e la voce di Ignazio Trevi, una caverna di suoni – il balbettio, il farfugliamento, finché, nel canto, l’anatroccolo non si trasforma in cigno (nel suo eterno immacolato indistruttibile vulnerabile canto), e gravitano il corpo e la voce di Giuseppe Paviglianiti, il suo corpo assoluto – paradossalmente lievissimo, etereo, pieno d’aria, pieno di grazia: una nube di carne e candore – e a un certo punto, è il 1996, compare quello che per me vale come un personale trittico del congedo, tre corti – Il manocchio, dove un occhio si dimette (si dismette) rendendo inequivocabile quella che da lì a poco sarà – nell’apparenza del contrario – la nuova irrilevanza dello sguardo; Ritorno alla vecchia casa, dove un corpo in mutande e calzini se ne sta al cospetto di un edificio in macerie (le macerie tornano alle macerie, similia similibus solvuntur); Ai Rotoli, un carrello sulle lapidi del cimitero di Palermo, la voce di Carmelo Bene che legge di Bibi nelle pagine di Signorina Rosina di Antonio Pizzuto, la sensazione che al bianco matto del colombario non ci sia scampo: tre corti, dicevo, che inaugurano (e in un certo senso nutrono) quella che sarà la mia ventennale separazione da Palermo, e poi, trapelante dallo sciame – prepotente, eversivo – c’è Pietro Giordano (con Paviglianiti non solo il più grande attore di Ciprì e Maresco ma, azzardiamo, di gran parte del cinema italiano di quegli e di questi anni), simultaneamente immobile e metamorfico, il silenzio di continuo masticato dentro la bocca chiusa (le labbra che a volte percependo l’amaro si socchiudono, sembra vogliano espellerlo ma poi rinunciano, si richiudono, lo covano in bocca), Pietro Giordano – dicevamo – che nelle sue trasformazioni senza cambiamento è intervistato in qualità di stupratore escremento fantasma suicida preservativo guardone (di coppie che pomìciano), e ancora topo di fogna, sepolto vivo, scheletro nell’armadio, bomba in attesa di esplodere, Tarzan di Palermo, Dio, così esaltando il carattere solo in teoria in divenire ma in realtà fossile, avulso dalla Storia (o al limite blandamente storicizzabile), di Palermo, e dentro quelle immagini filtra la città di Franchi, Ingrassia e Leoluca Orlando, di Gaetano Cristiano Rossi (in arte Christian, il terzino cantante di Boccadifalco), del Mago Atanus, di Totò Cascio, di Enzo Castagna – presenze che senza mai ridursi a resoconto giornalistico esistono in Ciprì e Maresco come parvenze, detriti, fosfeni, illuminate nella loro più autentica consistenza di pulviscolo – e poi – come una nervatura, come un architrave – dentro la materia nata postuma di Cinico Tv c’è la voce off di Franco Maresco, un vero e proprio dispositivo che, in anni disciplinati dalla massima (di continuo ribadita all’interno del Maurizio Costanzo Show) secondo cui «domandare è lecito, rispondere è cortesia», ha la capacità non solo di violare la regola ma soprattutto di ricalibrare i termini della dialettica televisiva in una chiave spietatamente autentica, perché in Cinico Tv domandare è un vizio e rispondere è (afasia, verrebbe da dire giocando con l’assonanza, ma quel rispondere è anche altro) un obbligo, un dovere, un patimento – e l’intera relazione dialettica tra voce fuori campo e corpi in campo (quella stessa cosa, fisica e metaforica, in cui Berlusconi in quegli anni decide di scendere) viene in breve a coincidere con un’inerziale costellazione di tic (quel «Dica» congiuntivo dei Fratelli Abbate che, come il «Bravo-Grazie» di Petrolini-Nerone, risponde automatico alla chiamata di Maresco), qualcosa che ha la capacità di ridimensionare l’idea amatissima del dialogo come relazione importante fondativa positiva, rivelandolo invece nella sua natura di sintomo (nel macrodiscorso sciamante di Cinico Tv, forse gli unici due obiettori delle affermazioni di Maresco – relative al genere, all’età, alle attitudini, alla cosiddetta identità – sono stati, ognuno a modo suo, Francesco Tirone e Filangieri Giuseppe; se la voce di Maresco viola, reinventandole, le informazioni minime, e in teoria autoevidenti, su chi è chi, Tirone e Filangieri ribattono, eccepiscono, cercano di ripristinare quello che è il livello di realtà a loro noto: Tirone, mitemente, rivelando la capacità di cogliere l’abuso e trascendendo il contesto, a volte persino ironico nel farsi per gioco avversario della voce di Maresco; Filangieri, invece, sempre intrinseco al contesto, sempre immanente, opacamente fiducioso, braccato dal close-up, persuaso che se il suo interlocutore continua a dargli quarantasette anni e a considerarlo cieco – quando invece lui ne ha trentuno ed è solo molto miope – questo accada per errore, e dunque è utile precisare, pianissimo, che le cose stanno in un altro modo – e ugualmente Maresco non cede: «Questo è il bello: fingere di vederci quando ormai sappiamo che la luce è andata via per sempre»).

https://www.youtube.com/watch?v=6URRMKy7ky8

L’umiliazione

Sciamando attraverso uno spazio e un tempo – l’Italia tra fine anni Ottanta e i due decenni successivi (ma, di fatto, attraverso l’umano) – la materia di cenere di Cinico Tv intercetta una specifica esperienza, macroscopica e strutturale nonché minima e diffusa. Sono gli anni in cui l’umiliazione italiana (ipotizzando dunque che dell’umiliazione possa esistere una declinazione nazionale) smette di essere un fenomeno eventuale, un trauma che, come un’eccezione dolorosa, tocca (e a volte distrugge) le esistenze individuali, mutandosi invece in qualcosa di trasversale e duraturo, di reticolare e molecolare: un particolato fine, l’aria che respiriamo, una sostanza che dai polmoni risale nel flusso ematico fino a farsi struttura e postura psichica permanente.

Immaginando di poter ricomporre in breve una storia dell’umiliazione – dunque dell’umiliare e dell’essere umiliati – possiamo individuare in una scena di Io la conoscevo bene, il film di Antonio Pietrangeli del 1965, la sintesi di ciò che l’umiliazione italiana è stata per tanto tempo (di come è stata percepita, di come è stata pensata e temuta, del modo in cui era intesa nel senso comune). Durante una festa in un salotto romano, il padrone di casa (Franco Fabrizi), un attore di successo (Enrico Maria Salerno) e un fotografo insinuante (Nino Manfredi) diventano i «carnefici» di un fantasista in disarmo – l’abito troppo stretto, i baffetti e i capelli unti di brillantina, la sigaretta sempre tra le dita, i modi vezzosi e servili – interpretato da Ugo Tognazzi. Quando gli viene chiesto di esibirsi in una specie di provino estemporaneo, il fantasista decide di proporre il suo cavallo di battaglia: l’imitazione di un treno in corsa. Monta su un tavolino – ed è come se scendesse in una fossa sacrificale – e comincia, anche con una certa perizia, a produrre con la bocca il rumore del locomotore, i piedi che si cimentano in un tip-tap che rifà il ritmo ferroviario, via via accrescendo la velocità – la gente intorno che lo acclama – finché il fiato gli scoppia in petto e un principio di malore arresta l’esibizione nell’imbarazzo generale. Usando Isaia 53,7 come cartina di tornasole per leggere la scena di Pietrangeli – «Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca» – all’ammutolimento della vittima segue quello dei carnefici.

Il luogo storico e culturale in cui ci troviamo nella scena di Pietrangeli è ancora quello di un’umiliazione che qualcuno pensa, allestisce e infligge a qualcun altro. Siamo ancora nella circostanza, nell’anomalia, in uno stato d’eccezione che contrasta con un tempo esistenziale che, se anche può essere dimesso o patetico (è il caso del personaggio interpretato da Tognazzi), non coincide con una mortificazione totale e perenne: quella di Io la conoscevo bene è un’umiliazione – generata nella relazione – ancora circoscritta e superabile.

Ciò che invece Cinico Tv coglie e mette in scena è un mutamento fondamentale. L’umiliazione che, almeno in Italia, si comincia a sperimentare alla fine degli anni Ottanta – e che da allora fino a oggi si è sempre più raffinata e normalizzata – non passa più per la relazione che oppone (e collega) un carnefice a una vittima, e non si manifesta come un acuto doloroso in contrasto con uno stato di prevalente dignità: l’umiliazione di questi ultimi decenni è uno stato cronicizzato, ecosistema, humus, endoscheletro individuale e collettivo; qualcosa che, se anche resta in sé insostenibile – o meglio proprio per questo – viene tenuto a bada da una serie di piccole strategie di contenimento (prime tra tutte, l’autoironia e il vittimismo retorico).

https://www.youtube.com/watch?v=xLIvq88YR2c

La straordinaria ambiguità – inesauribile e irrisolvibile – di Cinico Tv sta fin dalle sue origini (fin dalle sue prime ceneri) nella indecidibilità delle situazioni che genera. Quelle davanti all’obiettivo sono persone che Ciprì e Maresco si divertono cinicamente – e del resto quei due definiscono il proprio modus operandi già dal nome che si sono dati – a prendere in giro, si sosteneva (e si sostiene) nella maggior parte dei casi. No, obiettava (e obietta ancora) qualcuno, sono personaggi, ciò che vediamo è finzione, messinscena, una tragicommedia sadomasochistica. C’era (e c’è) anche chi ritiene Tirone, Giordano, Miranda e Paviglianiti non tanto personaggi occasionali, figure bizzarre ogni tanto (e forse, almeno in parte, inconsapevolmente) prestate al gioco della simulazione, quanto veri e propri attori in grado di passare plastici da un ruolo all’altro.

Al mutare di ognuna di queste prospettive, muta la percezione che abbiamo della voce off di Franco Maresco. Di che cos’è, di che cosa fa. È un sadico torturatore? Un martire paradossale? Oppure un complice, regista (tramite la propria voce e la propria invisibilità) di un gioco del quale allora tanto Maresco quanto Ciprì quanto Tirone Giordano Miranda Paviglianiti sono corresponsabili? Le ipotesi possono moltiplicarsi, e ibridarsi tra loro, senza che ci sia modo di arrivare a una soluzione ultima. Perché la voce fuori scena di Maresco è al contempo il varco d’ingresso nell’ambiguità nonché il luogo dell’ambiguità medesima. È una voce fantasma che mescola, confonde, si fa nebbia, annebbia («Unica certezza la bruma»). Se la struttura di ciò che vediamo e ascoltiamo ci fa percepire Ciprì e Maresco come gli aguzzini che hanno sempre, di quanto accade, una coscienza e un controllo assoluti, a forza di osservare lo sciame si sospetta (si teme?) che le cose non stiano davvero – o del tutto – così.

«Tirone», chiama la voce di Maresco, «lei è un pezzo di m…, un pezzo di m…»; Tirone ci pensa, ipotizza: «Motore… Mascherone…»; «Voglio regalarle un’altra lettera», continua Maresco, «lei è un pezzo di me» – e se pure lo scambio di battute è qui isolato dal suo contesto e dalla sua prosecuzione, vale lo stesso da sintesi preterintenzionale di una lettura forse non proprio remota: quella secondo cui Cinico Tv mette in scena una gerarchizzazione dei ruoli (i carnefici, le vittime) che gli permette di fare sua una consapevolezza che non lascia scampo: tu sei me, tu sei un pezzo di me, dice la voce fuori campo di Maresco: voi siete noi, dice Cinico Tv, e in questa specularità si descrive tanto il legame di Ciprì e Maresco con le loro persone-personaggi-attori, quanto il nostro con Cinico Tv: noi – noi che guardiamo Cinico Tv – noi siamo loro.

https://www.youtube.com/watch?v=gimrQsIk-Go

E allora tutt’altro che poter distinguere con chiarezza tra chi umilia e chi è umiliato, in Cinico Tv si assumono i presupposti della nuova umiliazione italiana: uno stato d’animo che innerva di sé pratiche e immaginario, un sentimento capillare così presente da non venire più percepito come trauma. Come il pesce anziano dell’apologo di David Foster Wallace – quello che incrociando due pesci più giovani domanda «Com’è l’acqua?» suscitando il loro stupore tanto da indurli a domandarsi «Che cavolo è l’acqua?» –, a noi che viviamo immersi nell’amnios dell’umiliazione non ha senso chiedere com’è oggi quell’amnios, perché la nostra unica risposta non può essere che una: Che cavolo è l’umiliazione?

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Via Sellerio a Palermo, per ricordare Enzo ed Elvira https://minimaetmoralia.it/editoria/enzo-elvira-sellerio/ https://minimaetmoralia.it/editoria/enzo-elvira-sellerio/#comments Sun, 28 Feb 2016 06:30:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30114 Oggi a Palermo il sindaco Leoluca Orlando scoprirà la targa che intitola il tratto finale di via Siracusa alla memoria di Enzo e Elvira Sellerio. Pubblichiamo per l'occasione un pezzo di Piero Melati uscito sul Venerdì, ringraziando l'autore e la testata.

di Piero Melati

Per prima cosa hanno abbattuto il muro. Una parete che, nella storica sede palermitana della casa editrice Sellerio, divideva gli uffici di Enzo e di Elvira, dopo la separazione della coppia.

Ma fu vera separazione? I due continuarono ad abitare in appartamenti attigui, di fronte la sede (dove sorge anche il magazzino dei libri e dove giù avevano vissuto i loro genitori), continuarono a lavorare vicini (pur con ruoli diversi), continuarono a frequentarsi e ad aver cura l'uno dell'altro. «Basta muro: papà e mamma ne sarebbero contenti» dicono i figli, Antonio e Olivia.

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Oggi a Palermo il sindaco Leoluca Orlando scoprirà la targa che intitola il tratto finale di via Siracusa alla memoria di Enzo e Elvira Sellerio. Pubblichiamo per l’occasione un pezzo di Piero Melati uscito sul Venerdì, ringraziando l’autore e la testata.

Per prima cosa hanno abbattuto il muro. Una parete che, nella storica sede palermitana della casa editrice Sellerio, divideva gli uffici di Enzo e di Elvira, dopo la separazione della coppia.

Ma fu vera separazione? I due continuarono ad abitare in appartamenti attigui, di fronte la sede (dove sorge anche il magazzino dei libri e dove giù avevano vissuto i loro genitori), continuarono a lavorare vicini (pur con ruoli diversi), continuarono a frequentarsi e ad aver cura l’uno dell’altro. «Basta muro: papà e mamma ne sarebbero contenti» dicono i figli, Antonio e Olivia.

L’ultima divisione, rimossa il 15 febbraio scorso, ha sancito la nascita del «quartiere Sellerio». Una piccola enclave, dove l’impresa editoriale è rimasta legata alla famiglia. E il 28 febbraio questa storia avrà anche un risvolto toponomastico: il sindaco della città, Leoluca Orlando, scoprirà la targa.

Nascerà così «via Enzo ed Elvira Sellerio», nell’ultimo tratto di via Siracusa (da via Marchese di Villafranca in poi, a due passi dalla centralissima piazza Politeama). Subito dopo una banda musicale guiderà un corteo che confluirà dentro il teatro Politeama, dove amici scrittori ricorderanno i Sellerio leggendo frammenti e scritti a loro dedicati.

La casa dei libretti blu nacque nel 1969, grazie a un piccolo investimento di Enzo (già famoso fotografo) e di Elvira (futura famosa editrice). Da subito si caratterizzò per il formato della collana La memoria (tascabile), per il particolare colore delle copertine, per la scelta del catalogo particolarmente curato anche grazie alla collaborazione di Leonardo Sciascia, che per anni fu di casa in via Siracusa e ne fu il più prestigioso autore.

Via Siracusa, nella mappa di Palermo, è sempre stata la strada nobile dei libri. Oltre a Sellerio, è qui la libreria Novecento di Domitilla Alessi, che fu specializzata in titoli di Franco Maria Ricci (quando l’editore pubblicava la collana La biblioteca di Babele curata da Borges) e ospitava le sede di altri due marchi, Kalòs e Due Punti.

Racconta Oliva Sellerio: «L’ipotesi di una strada dedicata si era ventilata già dopo la morte di mamma, nel 2010, ma bisognava attendere dei tempi tecnici. poi, poco dopo è morto anche papà. La morte è più veloce della burocrazia. Ora è accaduto un fatto buffo: sul sito di Tuttocittà si segnala già una via Sellerio. La toponomastica dunque la contemplava, ancora a insaputa della città».

Palermo e Sellerio, un legame viscerale. «Siamo l’unica casa editrice che ha mantenuto il nome della città di appartenenza sulle nostre copertine» ricorda Antonio Sellerio «una decisione che abbiamo ereditato dai nostri genitori e di cui siamo sempre stati convinti. Abbiamo resistito a chi ci diceva che era meglio diventare globali». Aggiunge Olivia: «Non avremmo mai potuto essere gli editori che siamo se non a Palermo. Questo comporta oneri e onori. Viviamo in un’isola, qui ti abitui a resistere, perché tutto è più difficile. La tecnologia consentirebbe oggi di fare gli editori ovunque, senza sede fissa, senza identità. Ma da noi la città entra continuamente, e altrettanto esce. Siamo veicolo di sicilianità».

L’icona è Andrea Camilleri. Ma la real casa annovera (in ordine sparso) Manzini, Tornatore, Nigro, Malvaldi, Stassi, Piazzese, Recami, Deagli, Sofri, Giménez-Bartlett, Violante, Pastor, Steiner, Cataluccio, Canfora, Moresini. Ha lanciato o rilanciato da Carofiglio a Tabucchi, ha scoperto Bufalino e Bolaño, ci ha fatto riscoprire Trollope, Schulberg, Dexter, Block, ha pubblicato Dumas, Voltaire, Stevenson, Fallada, Consolo, Dolci, Pirandello. E mantiene una libreria a Mondello.

«Una finestra sul mare» dicono.

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Dalla vicenda Crocetta non esce bene nessuno https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/vicenda-crocetta/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/vicenda-crocetta/#comments Fri, 24 Jul 2015 10:20:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27917 Una settimana fa l'Espresso pubblicava, in un articolo a firma Piero Messina e Maurizio Zoppi, la notizia di una intercettazione del 2013 tra il governatore della regione Sicilia Rosario Crocetta e il suo medico personale Matteo Tutino, in cui Tutino dice che bisognava far fare a Lucia Borsellino la stessa fine del padre Paolo e Crocetta non replicava nulla.

A distanza di una settimana non si sa se questa intercettazione esista (più di una procura – a partire da quella di Palermo – ha smentito, l'Espresso insiste), e – in caso – se sia tra le carte di un'indagine pubbliche e pubblicabili. Quello che esiste invece e che è diventato enorme è il cosiddetto caso Crocetta. Ossia l'idea che il governatore sia completamente screditato, e che la sua esperienza di governo sia finita: lui ovviamente si difende con tutto se stesso.

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Una settimana fa l’Espresso pubblicava, in un articolo a firma Piero Messina e Maurizio Zoppi,  la notizia di una intercettazione del 2013 tra il governatore della regione Sicilia Rosario Crocetta e il suo medico personale Matteo Tutino, in cui Tutino dice che bisognava far fare a Lucia Borsellino la stessa fine del padre Paolo e Crocetta non replicava nulla.

A distanza di una settimana non si sa se questa intercettazione esista (più di una procura – a partire da quella di Palermo – ha smentito, l’Espresso insiste), e – in caso – se sia tra le carte di un’indagine pubbliche e pubblicabili. Quello che esiste invece e che è diventato enorme è il cosiddetto caso Crocetta. Ossia l’idea che il governatore sia completamente screditato, e che la sua esperienza di governo sia finita: lui ovviamente si difende con tutto se stesso.

Contemporaneamente all’articolo dell’Espresso infatti sono venuti fuori infatti tutti insieme i malumori, le critiche, gli attacchi pesantissimi nei confronti di Rosario Crocetta. Sia da parte di politici della sua parte: assessori che si sono dimessi – tra cui Lucia Borsellino – e dirigenti del Partito democratico che hanno chiesto le sue di dimissioni. Sia da parte di giornalisti e commentatori.

Il più accesso di questi – una sorta di paladino antiCrocetta – è Pietrangelo Buttafuoco, che al governatore ha dedicato varie pagine del suo ultimo libro, Buttanissima Sicilia, e molti articoli in cui descrive il governatore come una sorta di satrapo corrotto: “Crocetta è stato un disastro alla prova del Governo, quanto a civilizzazione – anche grazie al suo medico personale – non gli si potrà negare un primato: avere consegnato coppole e lupare al sollazzo epicureo”.

Questo – già abbastanza tortuoso, mi rendo conto – è solo il livello essenziale della ricostruzione di una vicenda che ogni giorno, nel tentativo di sciogliersi, si annoda sempre di più. È di qualche giorno fa, per esempio, una ricostruzione di Fanpage dei diversi passaggi e motivi che avrebbero portato all’intercettazione fantasma e alla sua divulgazione. E sempre il 21 Crocetta ha dichiarato che chiederà milioni di risarcimento all’Espresso e Buttafuoco.

E l’esito non è per nulla scontato. Se fino a un certo momento il governatore sembrava aver accettato una resa a termine, impegnandosi a varare alcune riforme che gli sono a cuore, e poi a dimettersi per settembre, in una delle ultime agenzie ha cambiato idea: “Qualcuno ha capito male: non mi dimetto, manco per idea. Voglio capire se si dà più fiducia alle parole di un Tribunale e dei magistrati o agli eversori che vogliono far crollare la democrazia. Questa è la mia sfida, è venuto il momento di insorgere contro queste schifezze”.

Dall’altra parte, per esempio, il segretario siciliano del Pd, Fausto Raciti, in un’intervista su Radio Radicale, deve fare un grande sforzo di equilibrismo per affermare che i due piani non si toccano: per l’intercettazione dell’Espresso Crocetta fa bene a chiedere risarcimento all’Espresso, mentre da un punto di vista politico “il potere è stato gestito da una cerchia ristretta attorno al presidente e alla regione, nel nome di un’antimafia col randello, che si è rivelata essere nient’altro che un potere di spartizione”.

Il caso Crocetta insomma mostra – nei suoi risultati più disastrosi – un’ormai irrefutabile equivalenza per l’opinione pubblica tra piano giuridico, piano morale e piano politico. Diventato governatore grazie al suo afflato moralizzatore, discreditato per una presunta intercettazione ritenuta ignobile, ora Crocetta si erge nuovamente a cavaliere solitario contro complotti e poteri forti.

E non ci sarà modo per cui da questa storia se ne uscirà bene, soprattutto se c’è ancora chi pensa che al suo posto bisogna trovare una figura specchiata della società civile o “un presidente che faccia della moralità un vessillo”, stringendo più forte i nodi di questo doppio legame.

Questa è la vera questione politica nazionale: anche le notizie degli ultimi giorni delle dimissioni del vicesindaco di Roma, Luigi Nieri, e della sindaca di Molfetta, Paola Natalicchio, sono l’espressione della stessa duplice debolezza – due bravi amministratori che lasciano pressati da uno scontro politico che non diventa mai conflitto trasparente, e da un dissenso vischioso, alimentato dal cattivo giornalismo politico e dai campioni del moralismo automatico.

C’è da dire però che la Sicilia di questa malattia nazionale ha sviluppato un ceppo tutto suo. Ormai l’accusa peggiore che si lancia nell’agone politico dell’isola non è quella di essere mafioso, ma di essere “professionista dell’antimafia”. La definizione che Leonardo Sciascia coniò per chi lucrava una legittimità morale e politica da una retorica anticriminale è diventata, nelle parole di chi la utilizza oggi, un’autoparodia.

Se addirittura lo stesso Leoluca Orlando – che era uno di quelli che vent’anni fa venica ascritto al novero dei professionisti dell’antimafia – fa sue le critiche dello scrittore siciliano (“Sbagliava persone ma nel messaggio aveva ragione”), allora è chiaro che la sfida garantista e illuminista che Sciascia lanciava alla politica siciliana non ha trovato ancora chi l’accolga.

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“Palermo come Roma”. Berlinguer, La Torre e il Compromesso storico https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/palermo-come-roma/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/palermo-come-roma/#comments Fri, 10 Jul 2015 10:52:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27750 Seconda parte del ritratto di Pio La Torre, ucciso dalla mafia il 30 aprile 1982 assieme a Rosario Di Salvo. Qui la prima parte.

In numerosi scritti e interviste, alcune delle quali selezionate da Franco nell'appendice del libro, La Torre offre la personale e composita valutazione della Democrazia cristiana. Nell'ambito del Seminario sulla Dc, tenutosi dal 7 all'11 maggio 1973, produsse uno sguardo d'insieme paradigmatico sui caratteri e sulle contraddizioni del partito che nel dopoguerra prese le redini del Paese. Ventidue pagine dattiloscritte che anticiparono di qualche mese le conseguenze politiche italiane del golpe cileno, che decretò la fine del governo di Unidad Popular del presidente Salvador Allende, e i tre articoli di Enrico Berlinguer pubblicati su Rinascita fra il 28 settembre e il 12 ottobre 1973. L'analisi di La Torre precorreva la dinamica del Compromesso storico, che in Sicilia si attuò prima che a Roma.

Già nel 1972 l'insediamento in segreteria regionale di Achille Occhetto inaugurò una nuova fase, che possiamo recuperare nei ragionamenti di La Torre. Nell'articolo Le sinistre di fronte alla crisi del Sud (Rinascita, 29 settembre 1972) diagnosticò il malessere, cavalcato dalla destra missina (alle Regionali del 13 giugno 1971 schizzò dal 6.55% al 16.33%; la Dc scese dal 40% al 33%), del  sistema prosperato sulla discriminazione anticomunista e sulla dissennata spesa pubblica, la crisi dell'edilizia che aveva finanziato il blocco sociale e politico democristiano. Individuò nei piani regionali di sviluppo il terreno di aggregazione di un vasto schieramento di forze sociali disponibili a uno sbocco democratico dell'impasse italiana.

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Seconda parte del ritratto di Pio La Torre, ucciso dalla mafia il 30 aprile 1982 assieme a Rosario Di Salvo. Qui la prima parte.

In numerosi scritti e interviste, alcune delle quali selezionate da Franco nell’appendice del libro, La Torre offre la personale e composita valutazione della Democrazia cristiana. Nell’ambito del Seminario sulla Dc, tenutosi dal 7 all’11 maggio 1973, produsse uno sguardo d’insieme paradigmatico sui caratteri e sulle contraddizioni del partito che nel dopoguerra prese le redini del Paese. Ventidue pagine dattiloscritte che anticiparono di qualche mese le conseguenze politiche italiane del golpe cileno, che decretò la fine del governo di Unidad Popular del presidente Salvador Allende, e i tre articoli di Enrico Berlinguer pubblicati su Rinascita fra il 28 settembre e il 12 ottobre 1973. L’analisi di La Torre precorreva la dinamica del Compromesso storico, che in Sicilia si attuò prima che a Roma.

Già nel 1972 l’insediamento in segreteria regionale di Achille Occhetto inaugurò una nuova fase, che possiamo recuperare nei ragionamenti di La Torre. Nell’articolo Le sinistre di fronte alla crisi del Sud (Rinascita, 29 settembre 1972) diagnosticò il malessere, cavalcato dalla destra missina (alle Regionali del 13 giugno 1971 schizzò dal 6.55% al 16.33%; la Dc scese dal 40% al 33%), del  sistema prosperato sulla discriminazione anticomunista e sulla dissennata spesa pubblica, la crisi dell’edilizia che aveva finanziato il blocco sociale e politico democristiano. Individuò nei piani regionali di sviluppo il terreno di aggregazione di un vasto schieramento di forze sociali disponibili a uno sbocco democratico dell’impasse italiana.

Evocativa una fotografia del 1974, che ritrae Berlinguer a fianco di La Torre, il quale sembra sussurrargli qualcosa. La scattarono durante la Conferenza economica per lo sviluppo della Sicilia, in previsione del “Progetto Sicilia”, che divenne la base programmatica a sostegno della politica delle larghe intese. Il preludio a maggioranze di governo che comprendessero il Pci. Nel dicembre 1974 durante i lavori di preparazione del XIV Congresso del Pci, La Torre nel dibattito sulla relazione di Berlinguer:

«(…) In questa situazione anche di fronte al traguardo delle elezioni regionali è necessario che il partito faccia uno sforzo per corrispondere sempre più concretamente al suo ruolo di portavoce degli interessi generali del paese. È anche così che daremo un contributo decisivo anche alla formazione di nuovi schieramenti di maggioranza all’interno della Dc che, battendo posizioni integraliste e antioperaie, permettano l’ulteriore sviluppo del processo unitario e quell’incontro fra le grandi componenti delle masse popolari italiane che abbiamo definito Compromesso storico».

Il Pci voleva distinguersi di fronte a vasti strati delle popolazioni meridionali come forza responsabile, come partito di governo. Il Pci spinse per l’unità delle forze autonomiste, che aveva l’obiettivo di superare il difficile momento a livello nazionale (nel ’75 il Pil segnò – 2.1% e l’inflazione volò all’11%) e nella vita della Regione, mediante l’interlocuzione con la Dc. Una strategia che pagò con l’inversione di tendenza del 1975 e il balzo in avanti elettorale del 1976. In Sicilia l’attenzione democristiana per la proposta comunista si materializzò nel 1974 con la segreteria di Rosario Nicoletti, leader di una minoranza che guardava a sinistra, oltre il Psi. Due accordi legislativi segnarono l’avvicinamento: il «Piano regionale di interventi per il periodo 1975-1980» e il «Programma di fine legislatura», approvato il 20 novembre del 1975.

Piersanti Mattarella, che nel 1971 aveva assunto la carica di assessore al bilancio, ricoperta poi per sette anni, era elemento proattivo nell’intento di affermare una nuova linea politica meridionalistica, che non poteva prescindere da una Democrazia cristiana diversa. Tre le priorità: smantellare il metodo dell’intervento speciale; attuare il decentramento delle funzioni regionali agli enti locali; salvare il partito dal degrado (congressi illegali, tesseramento falso, atti di sopruso continui) documentato dal Libro bianco del 17 novembre 1970, firmato tra gli altri da Reina, Nicoletti e inviato a Roma. «Rivolta contro Gioia nella Dc, si chiede alla Direzione di sciogliere gli organi locali», titolò L’Ora. Sulla questione comunista seguì in modo organico l’orma del proprio maestro, Aldo Moro, accogliendo la richiesta di ascolto delle istanze del Pci e si accostò alle posizioni di Nicoletti. La Torre ne La questione comunista e la Sicilia (L’Ora, 20 settembre 1974) sottolineò la preparazione, l’intelligenza e le aperture di Mattarella, nonché gli ostacoli:

«(…) Per uscire dalla crisi data la sua estrema gravità e profondità si impone una energica azione di risanamento e di vita nazionale. Tutti ormai riconoscono (ecco un punto acquisito nel dibattito) che a tale azione di risanamento e rinnovamento debbono contribuire tutte le forze che si riconoscono nel patto costituzionale. L’onorevole Mattarella per esempio è d’accordo fino a questo punto. Il dissenso nasce quando si tratta di precisare cosa si intende per contribuire e sui modi di contribuire. Ma noi non intendiamo affatto appiattire la dialettica facendo sparire i confini tra maggioranza e opposizione. Proponiamo di dare vita a una nuova più ampia e rappresentativa maggioranza a cui certamente si contrapporrebbe un altro schieramento di opposizione, di destra».

A Palermo nel 1970 era cambiato qualcosa anche nella Chiesa con l’ascesa di Salvatore Pappalardo, nominato cardinale nel marzo del 1973, inequivocabile nella condanna senza appello della mafia e delle sue propaggini. Nella relazione del maggio ’73 sopracitata, La Dc e il Mezzogiorno, La Torre fece notare la contraddizione primigenia di un partito che, pur richiamandosi all’ispirazione popolare contadina sturziana, difese il clientelismo e il trasformismo del blocco agrario. Anch’essa, come gli articoli di Berlinguer, va collocata nella gravità del contesto internazionale, delle ingerenze convergenti dei due blocchi, e nel quadro dell’eversione stragista interna. A distanza di pochi giorni, il 17 maggio 1973, si consumò la strage alla Questura di Milano. E già nel 1971 l’omicidio del magistrato Pietro Scaglione fu sintomo del disequilibrio del sistema e della stagione di delitti eccellenti a venire.

Nelle parole di La Torre intorno alla riforma agraria si concretizzò il ricatto da destra. Analizzò i flussi elettorali democristiani, che nel Mezzogiorno si rigonfiavano quando l’occhio strizzava a destra, verso gli interessi dei ceti possidenti. Nella sua lettura restò poco del programma avanzato di riforme con cui la Dc si era presentata all’Assemblea Costituente. La direzione degasperiana si limitò a farsi garante della restaurazione capitalistica sotto l’ombrello statunitense e degli interessi della borghesia. Un passaggio che coincide nell’argomentazione berlingueriana dell’autunno ’73:
«(…) Sappiamo bene che la politica di rottura dell’unità delle forze popolari e antifasciste perseguita dai gruppi conservatori e reazionari interni e internazionali e dalla Democrazia cristiana – una politica che il paese ha pagato duramente – ha interrotto il processo di rinnovamento avviato dalla Resistenza. Essa non è però riuscita a chiuderlo. Un esteso e robusto tessuto unitario ha resistito nel paese e nelle coscienze a tutti i tentativi di lacerazione; e questo tessuto, negli ultimi anni, ha ripreso a svilupparsi, sul piano sociale e su quello politico, in forme nuove, certo, ma che hanno per protagoniste le stesse forze storiche che si erano unite nella Resistenza. Il compito nostro essenziale – ed è un compito che può essere assolto – è dunque quello di estendere il tessuto unitario, di raccogliere attorno a un programma di lotta per il risanamento e rinnovamento democratico dell’intera società e dello Stato la grande maggioranza del popolo, e di far corrispondere a questo programma e a questa maggioranza uno schieramento di forze politiche capace di realizzarlo. Solo questa linea e nessun’altra può isolare e sconfiggere i gruppi conservatori e reazionari, può dare alla democrazia solidità e forza invincibile».

Al tramonto dell’era De Gasperi il clientelismo degli apparati pubblici, foraggiato dalla politica dell’intervento straordinario per fronteggiare l’arretratezza meridionale, soppiantò l’influenza dei vecchi notabili. La Torre riepilogò i numeri spaventosi della colossale e improduttiva spesa pubblica, dissipata dagli strumenti (dalla Cassa del Mezzogiorno in giù) atti a determinare la progressiva compenetrazione della Dc con l’apparato dello Stato. Alla Dc lanciò una sfida costruttiva per uscire dalla crisi, identificando nella matrice popolare democristiana l’opportunità di un dialogo senza cedimenti su un terreno costituzionale e antifascista. Alla Dc, che pretendeva ancora di essere l’unica architrave della democrazia italiana, chiesero di rimediare alla negazione di quel processo di rinnovamento, che si sarebbe realizzato mediante l’incontro con le masse guidate dai comunisti e dai socialisti.

L’obiettivo era duplice: continuare a lavorare per mutare il rapporto di forza elettorale e al contempo condurre una battaglia politica per far prevalere certe posizioni dentro alla Dc. L’orizzonte di un La Torre guardingo non era un accordo di vertice, ma mettere insieme le basi popolari dei due partiti. Come gli riuscì poi a Comiso, un’alleanza trasversale avversa l’installazione dei 112 missili Cruise.

«(…) Dobbiamo operare perché all’interno della Dc si determinino schieramenti che tendano a isolare i gruppi collegati alle posizioni più retrive, per suscitare in quel partito una tensione antifascista. Noi diciamo che occorre determinare ed accelerare l’incontro, nel senso di partecipazione della componente comunista alla gestione del potere regionale nel Mezzogiorno, come esigenza vitale per la democrazia. Farsi carico della crisi e degli sbocchi a tutte le questioni aperte. Dichiariamo di volerlo fare con gli altri, con tutte le forze democratiche e antifasciste e perciò ricerchiamo l’intesa con la Dc. Per uscire dalla crisi crediamo che ci voglia la partecipazione delle forze democratiche della Dc. Occorre avere il convincimento che per portare avanti il processo di sviluppo della democrazia nel nostro Paese, per realizzare le trasformazioni sociali, per andare avanti sulla via italiana al socialismo, dobbiamo avere una grande componente cattolica e questa componente cattolica si traduce in forze decisive della Dc come partito politico», da  La Dc e il Mezzogiorno.

Sergio Mattarella testimoniò così nel processo per l’omicidio del fratello:

«(…) Per Piersanti questa attenzione verso il PCI doveva rappresentare insieme una sponda essenziale per nuovi indirizzi politici e una condizione utile per spingere sia il partito nel suo complesso sia l’intero sistema politico regionale a comportamenti politici e amministrativi diversi dal passato e più coerenti con la posizione di rinnovamento».

Altri nella Dc prospettarono invece l’annacquamento dell’opposizione dei comunisti, inglobati nel sistema di potere regionale. Il 13 agosto 1976, praticamente in contemporanea con il varo a Roma del governo andreottiano della “non sfiducia”, l’ottava legislatura siciliana si aprì con il governo presieduto dal democristiano Angelo Bonfiglio e sostenuto da due maggioranze: quella quadripartitica (Dc-Psi-Psdi-Pri) di governo e quella di programma con il Pci. Pancrazio De Pasquale, compagno di La Torre nelle lotte contadine, presidente dell’Assemblea regionale. Questa maggioranza variabile, che talvolta assomigliò a una gestione consociativa della spesa pubblica, durò fino all’autunno 1977.

Il 9 febbraio 1978 Mattarella, da Presidente della Regione, prese la responsabilità di una collaborazione diretta e aperta con i comunisti:
«Si è aperta così, sulla base della valutazione dei sei partiti, una fase politica nuova che costituisce il coerente sviluppo di quella delle intese programmatiche e che fa registrare, ovviamente, il superamento dei precedenti rapporti fondati sulla individuazione di area di governo e area di programma», da L’Ora, 10 febbraio 1978.

Il Pci rientrò nella maggioranza per la prima volta dall’esperienza dei governi di unità nazionale con un impatto di rilevanza internazionale. Il 16 marzo 1978 il sequestro in via Fani di Aldo Moro minò un percorso di per sé accidentato. «È la fine anche per noi», disse Mattarella a Leoluca Orlando. Palermo come Roma. La partita politica che si gioca in Sicilia è parte inseparabile della battaglia nazionale per la difesa e il rinnovamento della democrazia, scrisse La Torre su L’Unità l’8 gennaio 1980.

«(…) Vorremmo richiamare ancora una volta l’attenzione su una analogia politica impressionante. Allora, per colpire Moro, fu scelto il giorno in cui la Camera stava per discutere la fiducia al governo di solidarietà nazionale. Oggi si colpisce Mattarella mentre è aperta una crisi per la vita della Regione siciliana. Mattarella era un punto di riferimento decisivo per questo confronto politico. Siamo di fronte a una scalata terroristica che colpisce sempre più in alto. E su due versanti: da un lato quello degli onesti servitori dello Stato, per creare panico tra le forze dell’ordine e la magistratura, e dall’altro quello di determinati esponenti democristiani quelli più esposti nella battaglia di rinnovamento in un quadro di unità democratica. L’uccisione di Mattarella avviene anche alla vigilia dei congressi regionali e nazionale della Dc. Ma siamo consapevoli che alcune componenti di questo partito sono collegate con il sistema di potere mafioso. E anche nella Dc è in atto uno scontro fra gli uomini che come Mattarella sono impegnati per il cambiamento e quanti difendono tenacemente il sistema di potere mafioso perché sanno che esso è lo strumento per la loro sopravvivenza politica».

All’ordine del giorno del patto autonomista e dunque del governo Mattarella s’intrecciavano tre questioni non procrastinabili: la legge regionale sulla programmazione (numero 16 del 10 luglio 1978) che doveva restituire trasparenza al bilancio e all’impiego delle risorse pubbliche; la legge sull’urbanistica, che vide la luce nel dicembre 1978 a sette anni dall’inizio del dibattito, e quella sugli appalti (decreto di legge numero 447 del 5 luglio 1978). Quest’ultima uscì ammorbidita dall’Assemblea, lasciando all’assessore ai lavori pubblici la discrezionalità su quali imprese invitare e quali escludere dalle gare. Il governo regionale subì il logoramento della pesante opposizione interna conservatrice alla Democrazia cristiana.

Al tramonto della stagione della solidarietà nazionale corrispose quello della solidarietà autonomista. Il Pci continuava a stigmatizzare le lentezze nel rinnovamento, il malgoverno di alcuni assessorati, oltre che lo squilibrio di fondo fra la maggioranza consiliare pentapartitica e un governo regionale animato ancora dalla conventio ad excludendum. La richiesta era di un effettivo «governo di unità autonomista». Il 5 marzo 1979 il Pci siciliano ufficializzò la rottura e dunque il ritiro dalla maggioranza. Si dimise la giunta del governo Mattarella, mentre a Roma con il quinto governo Andreotti, costituito il 20 marzo ’79, il Pci tornò all’opposizione.

«(…) All’inizio degli anni ’70, con il manifestarsi dei primi sintomi della crisi economica e dello spostamento a destra dell’elettorato siciliano noi comunisti rilanciammo una strategia di unità autonomista sulla base dell’esigenza oggettiva di raccogliere tutte le forze capaci di contrastare gli effetti della crisi. Con quella strategia si ebbe anche in Sicilia la nostra avanzata elettorale del ’75 e del ’76. Si concordarono dei programmi di risanamento e rinnovamento delle strutture economiche e di riforma della Regione. Ma la Dc al di là degli stessi propositi iniziali di una parte del suo gruppo dirigente, finì col bloccare ogni opera di risanamento e di riforma che intaccasse il suo sistema di potere, provocando il fallimento di quell’esperienza. Ci fu allora un rinchiudersi nel gioco di vertice e un’incapacità del Pci di suscitare adeguati movimenti di lotta per l’attuazione dei programmi via via concordati. Ma nella valutazione di quella vicenda non bisogna dimenticare la virulenza della controffensiva delle forze conservatrici e del potere mafioso per ricacciare indietro la situazione siciliana», da un estratto di Pace e autonomia, base del rilancio unitario, 4 dicembre 1981, per Rinascita.

La Torre riannodò i fili dal ritrovamento del cadavere dell’onorevole Aldo Moro in via Michelangelo Caetani all’efferata esecuzione di Michele Reina, consumatasi il 9 marzo 1979, che a Occhetto aveva confidato l’angoscia per la propria incolumità, a causa dell’apertura al Pci.

«(…) Io sono rimasto molto meravigliato per il modo in cui la Dc ha cercato di dimenticare e far dimenticare questo gravissimo episodio. Certo Reina era parte integrante del sistema di potere della Dc a Palermo, con le sue poche luci e le sue molte ombre. Sta di fatto, però, che Reina, negli ultimi anni, assunta l’importante carica di segretario provinciale della Dc, si era schierato con le posizioni politiche più avanzate, sostenendo la necessità dell’incontro con i comunisti. In ciò contrapponendosi ad altre forze potentissime della Dc palermitana. Tutti sanno che l’ascesa di Reina aveva coinciso con la progressiva riduzione di potere, fino a una certa emarginazione, dell’ex sindaco democristiano Vito Ciancimino. Il quale è invece ritornato a dettar legge nella Dc palermitana e al Comune di Palermo proprio dopo l’assassinio di Reina. Ciancimino ha trovato il suo nuovo protettore nel ministro della Difesa Attilio Ruffini. Ciancimino, benché emarginato politicamente, anche per i colpi ricevuti dalla Commissione antimafia, ha sempre controllato una fetta importante dell’elettorato palermitano e degli iscritti alla Dc attraverso quel groviglio di interessi economici, politici e mafiosi che l’antimafia ha documentato», Chi si muove è Ciancimino, da un’intervista a Onofrio Pirrotta, Il Mondo, 26 ottobre 1979.

“Farsi strada a colpi di pistola”, così riassunse alla fidata giornalista di Panorama Chiara Valentini la metodologia del terrorismo di matrice politica e mafiosa:

«(…) Accanto al terrorismo delle Brigate Rosse si vuol aprire un altro fronte quello del terrorismo mafioso. Ci troviamo di fronte a un magma oscuro e manca la volontà politica di venirne a capo. Perché la Dc, almeno in alcuni suoi settori, fa parte di questo gioco. Ed è per questo che non sembra disposta oggi come non lo era ieri a tagliare il nodo dei rapporti tra mafia e potere politico. La mafia è un sistema di potere che si alimenta della complicità politica. Ed esempi come quello di Ciancimino non possono che darle fiato. Come le dà fiato il comportamento di molti capicorrente democristiani, che in occasione delle elezioni e ora in vista del congresso fanno a gara per assicurarsi l’appoggio di capibanda mafiosi».

A distanza di tre mesi da questa intervista, il 6 gennaio 1980, il quadro s’inasprì con l’omicidio del presidente Mattarella. Un evento che ferì nel profondo La Torre. A Lucio Caracciolo, su La Repubblica, ribadì la propria chiave interpretativa della catena di delitti che colpirono i massimi dirigenti democristiani favorevoli al governo di unità autonomistica.

«(…) In Sicilia è messa in discussione la dialettica democratica. Ora si ammazzano i politici che fanno una certa politica di apertura, uno dopo l’altro. Il governo deve intervenire, colpire la trama palermitana che alimenta il fuoco dei terroristi, avviare il programma di risanamento dell’isola. E il gruppo dirigente nazionale della Dc deve reagire, perché fra l’assassinio di Moro e quello di Mattarella corre uno stesso filo, lo stesso piano antidemocratico e reazionario».

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