Leonardo Goi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/leonardo-goi/ un blog di approfondimento culturale Tue, 22 Jul 2014 15:53:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Leonardo Goi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/leonardo-goi/ 32 32 Il fascino pericoloso della meritocrazia https://minimaetmoralia.it/interventi/il-fascino-pericoloso-della-meritocrazia/ https://minimaetmoralia.it/interventi/il-fascino-pericoloso-della-meritocrazia/#comments Tue, 22 Jul 2014 16:30:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21690 di Leonardo Goi 

Vorrei incominciare da un presupposto ben preciso. Quando Mario Monti apparve sulla scena politica italiana avevo ventun anni, e da quattro studiavo e vivevo lontano da casa, in Regno Unito. Non sapevo bene chi fosse Monti, ignoravo i suoi legami con le grandi lobby e gruppi più o meno occulti che da lì a poco avrebbero fomentato le varie teorie di complotto, e non immaginavo quanto l’apparizione di un tecnocrate calato dall’alto in modalità deus-ex-machina rappresentasse un’altra sfida per la democrazia già moribonda del Paese.

Il fatto è che nel bel mezzo della tesi, agli sgoccioli della triennale, lontano da casa, l’idea di tecnocrazia sapeva di rivincita. L’immagine di Mario Monti sceso tra i banchi di Palazzo Chigi e Madama mi sembrava la trasposizione in chiave moderna della gara con l’arco tra Ulisse e i Proci. Mi aspettavo che cavasse le armi dalla ventiquattrore, che si chiudessero le porte dei Palazzi e iniziasse la carneficina.

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di Leonardo Goi 

Vorrei incominciare da un presupposto ben preciso. Quando Mario Monti apparve sulla scena politica italiana avevo ventun anni, e da quattro studiavo e vivevo lontano da casa, in Regno Unito. Non sapevo bene chi fosse Monti, ignoravo i suoi legami con le grandi lobby e gruppi più o meno occulti che da lì a poco avrebbero fomentato le varie teorie di complotto, e non immaginavo quanto l’apparizione di un tecnocrate calato dall’alto in modalità deus-ex-machina rappresentasse un’altra sfida per la democrazia già moribonda del Paese.

Il fatto è che nel bel mezzo della tesi, agli sgoccioli della triennale, lontano da casa, l’idea di tecnocrazia sapeva di rivincita. L’immagine di Mario Monti sceso tra i banchi di Palazzo Chigi e Madama mi sembrava la trasposizione in chiave moderna della gara con l’arco tra Ulisse e i Proci. Mi aspettavo che cavasse le armi dalla ventiquattrore, che si chiudessero le porte dei Palazzi e iniziasse la carneficina.

Perché il nuovo governo, prima ancora di essere stato chiamato a riparare un’economia al collasso, ai miei occhi era l’incipit di un nuovo modello politico. Un’apertura, se non altro simbolica, verso un mondo in cui studiare potesse contare ancora qualcosa, e in cui la classe politica fosse raggiungibile sulla base delle competenze di ognuno. Erano professori, avevano studiato e insegnato, erano stati scelti per quello che sapevano fare. E avrebbero riportato la tecnica, intesa come insieme di conoscenze, di sapere e di fatiche accademiche, al centro di un mondo che per troppo tempo s’era dimostrato refrattario al merito.

Colpa mia, della mia miopia e entusiasmo post-adolescenziale. Il fallimento del governo Monti e dei suoi Ministri non fu un fallimento qualunque. Fu la sconfitta dei professori, coloro che avrebbero dovuto fungere da virus benigni in un sistema in putrefazione, dare il via a un riscatto basato sul merito. E con i quali, proprio su queste basi, la mia generazione poteva condividere molto di più di quanto non avesse fatto con i governi precedenti.

Non solo il governo Monti non aprì le porte a un mondo che ci era stato precluso. Ma proprio perché il suo fallimento fu inteso come una sconfitta di persone che prima di allora non avevano governato il Paese, il governo diede modo alla classe politica che l’aveva preceduto di rafforzare l’idea che per curare i mali dell’Italia non servissero né i professori né le loro ricette. A essere delegittimato agli occhi dell’opinione pubblica non fu solo l’esperienza del governo Monti, ma un modello politico alternativo, che prometteva, se non altro simbolicamente, di riportare la tecnica e il merito al centro della scena politica.

A più di un anno dalla sua caduta penso che l’esperienza del governo Monti non abbia smesso di influenzare i rapporti tra la mia generazione e la classe politica chiamata a rappresentarci. Perché uno dei tanti leitmotiv di cui oggi si nutre la classe dirigente è quello della meritocrazia,un concetto trasversale che ha saputo trovare d’accordo forze politiche opposte.

Non voglio criticare l’idea della meritocrazia in quanto tale. È giusto che la società e il mondo politico siano regolati dal merito e dalle competenze di ognuno. Ma provo un senso di frustrazione e di nausea quando l’idea di un governo-del-merito viene usata come semplice concetto astratto, come un paradigma sul quale convergano tante voci diverse, nessuna che abbia interesse a scandagliarne i fondamenti, a porre domande che anziché celebrarlo lo illuminino in tutti i suoi risvolti, anche quelli più pericolosi. Chi definisce il merito, e su quali basi? Quali sono le capacità richieste per aver accesso alla classe politica?

Ho l’impressione che queste domande interessino da vicino tanto la mia generazione quanto i politici chiamati a rappresentarci. Perché il fallimento dell’esperimento tecnocratico di Monti contribuì anche alla ribalta del Movimento Cinque Stelle, che agli inizi del suo percorso riuscì a trarre supporto dall’opinione pubblica candidando cittadini che non avessero competenze legate al mondo politico, rafforzando la convinzione che non esistessero capacità necessarie a guidare il Paese che non fossero già a disposizione di ognuno.

Quanto a noi studenti, penso che l’enfasi della politica sull’idea di meritocrazia sia una strategia tanto importante quanto pericolosa. Perché rischia di portare avanti un concetto che maschera il modo in cui le strutture che definiscono i depositari del merito siano esse stesse meccanismi troppo spesso non accessibili a tutti. In un momento storico in cui veniamo chiamati ad addossarci la responsabilità dei nostri fallimenti e successi a fronte di uno Stato sociale sempre più ristretto, parlare di governo-del-merito rischia di offuscare una realtà molto più complessa e dolorosa, dove il merito si basa sulle possibilità socio-economiche prima ancora che sulle competenze di ciascuno.

Non ha senso quindi che la classe politica oggi parli di meritocrazia, senza che alla sua celebrazione non segua un’autocritica alle modalità per cui quella stessa classe ha avuto accesso a un mondo altrimenti chiuso in se stesso. Certo sostenere che il governo-del-merito possa fondarsi solo sulle conoscenze accademiche sarebbe grossolano, e sbagliato. Esistono capacità che si acquisiscono al di fuori del mondo scolastico, tecniche che vanno al di là di quanto possa essere insegnato. Ma penso che la scuola sia in un certo senso il trampolino di lancio da cui conseguire i meriti successivi. Che possa contribuire a mettere ognuno nella condizione di poter affinare le proprie competenze a fronte di diseguaglianze sociali e economiche. E che la retorica del merito e il suo legame con la scuola siano rimasti, purtroppo, due discorsi slegati.

Meritocrazia è un concetto normativo travolgente: è una cosa giusta. Ma è anche un principio che esclude, o meglio, che mira a distinguere chi è competente da chi non lo è. Ripartire dalla scuola, da un dibattito che miri a capire quali siano le abilità richieste da un mercato e una società in perenne evoluzione, da uno sforzo che si preoccupi di porre tutti nella posizione di poter essere davvero responsabili dei propri successi, è il primo passo per un Paese più giusto. Ed è il miglior antidoto per arginare l’esodo generazionale di chi, finché ne avrà la possibilità, continuerà a cercare un futuro altrove.

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