Leopardi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/leopardi/ un blog di approfondimento culturale Wed, 10 Sep 2014 19:50:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Leopardi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/leopardi/ 32 32 Insegnare Dante a scuola https://minimaetmoralia.it/interventi/insegnare-dante-a-scuola/ https://minimaetmoralia.it/interventi/insegnare-dante-a-scuola/#respond Fri, 12 Sep 2014 13:00:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23177 Da giovedì 4 settembre è in edicola il nuovo numero di MicroMega, interamente dedicato alla scuola e intitolato “Un'altra scuola è possibile: laica, repubblicana, egualitaria, di eccellenza”. Idea centrale del volume è quella per cui la scuola, pubblica e laica, è ad un tempo fondamento della democrazia e luogo di trasmissione dei saperi e di preparazione alle professionalità. La redazione ha chiesto ad alcuni insegnanti un contributo dedicato all’insegnamento dei classici: Leopardi, Dante (Divina Commedia), Manzoni (I promessi sposi), che però compaiono solo sul sito della rivista.

Pubblichiamo qui di seguito l’articolo di Giovanni Accardo, docente presso il Liceo delle Scienze Umane “Pascoli” di Bolzano.

di Giovanni Accardo

Da alcuni anni la scuola è sotto assedio, minacciata da chi la dovrebbe curare, difendere e governare, ovvero i ministri che si succedono uno dopo e l’altro, e la cui unica preoccupazione sembra quella di tagliare fondi e al contempo, quasi per un paradosso, aumentare il carico di lavoro degli insegnanti e il numero di studenti per classe. La devastante riforma Gelmini, vero e proprio progetto di demolizione della scuola pubblica, è nel pieno della sua attuazione, anche se nessun politico sembra accorgersene. Grazie ad essa, l’insegnamento di italiano è ridotto a quattro ore alla settimana in classi di 30 studenti, e in quattro ore, nel triennio, il docente deve insegnare la letteratura e preparare gli studenti alle diverse tipologie della prova d’esame, due delle quali - il saggio breve e l’articolo di giornale - richiedono numerose fasi di preparazione, per abituare gli alunni alla produzione di testi argomentativi/espositivi con uso di allegati e citazioni. Ovviamente l’insegnante non fa solo lezioni, ma assegna compiti ed esercizi, e interroga. E se vuol fare una buona interrogazione, dando modo agli studenti di localizzare concetti e nuclei tematici, individuare figure retoriche e tecniche narrative, procedure stilistiche e parole chiave, mettere in relazione opere e autori, confrontare diverse interpretazioni critiche; se cioè non vuole ricorrere ai quiz modello televisivo o ai test a risposta multipla, ha bisogno di tempo.

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Da giovedì 4 settembre è in edicola il nuovo numero di MicroMega, interamente dedicato alla scuola e intitolato “Un’altra scuola è possibile: laica, repubblicana, egualitaria, di eccellenza”. Idea centrale del volume è quella per cui la scuola, pubblica e laica, è ad un tempo fondamento della democrazia e luogo di trasmissione dei saperi e di preparazione alle professionalità. La redazione ha chiesto ad alcuni insegnanti un contributo dedicato all’insegnamento dei classici: Leopardi, Dante (Divina Commedia), Manzoni (I promessi sposi), che però compaiono solo sul sito della rivista.

Pubblichiamo qui di seguito l’articolo di Giovanni Accardo, docente presso il Liceo delle Scienze Umane “Pascoli” di Bolzano.

di Giovanni Accardo 

Da alcuni anni la scuola è sotto assedio, minacciata da chi la dovrebbe curare, difendere e governare, ovvero i ministri che si succedono uno dopo e l’altro, e la cui unica preoccupazione sembra quella di tagliare fondi e al contempo, quasi per un paradosso, aumentare il carico di lavoro degli insegnanti e il numero di studenti per classe. La devastante riforma Gelmini, vero e proprio progetto di demolizione della scuola pubblica, è nel pieno della sua attuazione, anche se nessun politico sembra accorgersene. Grazie ad essa, l’insegnamento di italiano è ridotto a quattro ore alla settimana in classi di 30 studenti, e in quattro ore, nel triennio, il docente deve insegnare la letteratura e preparare gli studenti alle diverse tipologie della prova d’esame, due delle quali – il saggio breve e l’articolo di giornale – richiedono numerose fasi di preparazione, per abituare gli alunni alla produzione di testi argomentativi/espositivi con uso di allegati e citazioni. Ovviamente l’insegnante non fa solo lezioni, ma assegna compiti ed esercizi, e interroga. E se vuol fare una buona interrogazione, dando modo agli studenti di localizzare concetti e nuclei tematici, individuare figure retoriche e tecniche narrative, procedure stilistiche e parole chiave, mettere in relazione opere e autori, confrontare diverse interpretazioni critiche; se cioè non vuole ricorrere ai quiz modello televisivo o ai test a risposta multipla, ha bisogno di tempo.

Per quanto mi riguarda, in un’ora riesco ad interrogare tre studenti, dunque in una classe da 30 studenti impiego dieci ore. D’altra parte, quando i ragazzi fanno una verifica scritta e porto in classe le correzioni, mi servono almeno due ore per illustrare gli errori. Il lettore che ne avesse voglia, potrà fare un po’ di conti e vedere quanto tempo ha a disposizione l’insegnante per svolgere decentemente il suo programma, considerando che in un anno si svolgono 6 prove scritte e almeno altrettante orali.

È in questa cornice che s’inserisce l’insegnamento dell’opera fondamentale della letteratura e della lingua italiana, la Divina Commedia di Dante. L’insegnamento, dunque, non potrà che basarsi su una scelta antologica di canti e brani. Fare questo, preoccupandosi di appassionare gli studenti, nella speranza che da soli vorranno leggere quei canti ai quali l’insegnante non ha potuto nemmeno accennare, è una vera e propria sfida. Ma bisogna anche dire, prima di entrare nel merito della didattica e delle scelte metodologiche, prima di raccontare la mia esperienza e fare alcuni esempi, che la Divina Commedia agli studenti solitamente piace, soprattutto piacciono i grandi personaggi, si emozionano per le loro difficili scelte, per gli errori che hanno commesso o i torti che hanno subito in vita, si appassionano alle loro avventure, soffrono per le pene e i tormenti cui sono sottoposti nell’oltretomba, si disgustano per le torture che via via incontrano, si stupiscono per le similitudini e le arditissime metafore, restano a bocca aperta davanti alla fantasia di Dante, entrano davvero nel mondo ultraterreno che l’autore ha immaginato e costruito, ammirano la sua integrità morale e la coerenza politica, condividono le dure critiche alla Chiesa, si riconoscono e riconoscono l’Italia. Dante è colui che sceglie, che prende posizione, che rischia, come deve fare un adulto agli occhi di un adolescente che sta formandosi un’identità e ha bisogno di confini e certezze. Il discorso si fa diverso quando si entra nei cosiddetti canti dottrinali, quando cioè Dante affronta la teologia e la filosofia medievale o introduce le digressioni astronomiche; e tra Inferno e Paradiso, gli studenti preferiscono la concretezza e l’aspro realismo del primo. Ma la fortuna dell’insegnante è quella di partire proprio da qui, e se la semina sarà stata buona, lo sarà anche il raccolto.

Non sono uno specialista di Dante, ma un insegnante di liceo che da anni lo affronta con gli studenti, mettendoci tutto l’impegno e l’entusiasmo possibile, cercando di trasmetterlo anche a loro. Quindi quello che segue è il racconto della mia esperienza e una serie di riflessioni maturate nel corso degli anni in tre diversi licei: Scienze Umane, Economico Sociale, Artistico.

La gran parte degli studenti incontrerà la Commedia soltanto sui banchi di scuola: cosa resterà loro dei luoghi e delle atmosfere, dei personaggi e della loro vita ultraterrena, delle loro colpe e delle condanne? A quanti di loro verrà voglia di riprenderla in mano in futuro, per rileggere i passi che più li hanno emozionati o per colmare il vuoto delle pagine saltate? Non a molti, questo bisogna dirlo senza infingimenti. Ma l’insegnante non può che presentarsi davanti a loro con l’auspicio che Dante lasci un segno nei loro cuori e nelle loro menti, presentandolo come un’esperienza – estetica ed intellettuale – irrinunciabile, almeno per gli studenti che hanno scelto il liceo. Forse sarebbe meglio evitare la scelta antologica e concentrarsi su un’unica cantica da leggere per intero, trasmettendo agli studenti strumenti e curiosità per leggere il resto da soli. Ho sperimentato, infatti, che la fretta cui ci costringono i programmi uccide la poesia, me lo dicono gli studenti stessi, quando interrompo un canto a metà perché è finita l’ora.

Negli ultimi anni capita spesso di chiedere soccorso a Benigni, attore che gli studenti conoscono per essersi emozionati con La vita è bella o per avere riso con le sue strepitose e intelligenti gag comiche. Quindi Benigni non ha bisogno di molto per attirare l’attenzione dei ragazzi, anzi, è talmente forte la sorpresa nel vedere un attore comico di oggi alle prese con un testo così difficile e antico, che basta questo per incuriosirli e incantarli. Ma non possiamo abdicare al nostro ruolo e fare lezione con i dvd di Benigni che legge Dante. L’insegnante, però, ha una sua forza, ha corpo e voce, e vanno entrambi utilizzati, evitando di star seduto dietro la cattedra e piuttosto muovendosi nell’aula, leggendo la Commedia anche col corpo, trasferendo alla classe parole, concetti ed emozioni con tutto se se stesso e con una passione che solo il corpo e la voce possono trasmettere. Ho imparato negli anni che l’insegnante deve essere anche attore, deve modulare la voce e usare tutti i toni possibili, farsi vedere immerso e magari travolto da quello che legge e vuole insegnare. Insomma, l’esperienza mi dice che non è possibile insegnare stando rintanati dietro la cattedra, soprattutto Dante e la poesia, credendo o sperando che l’interesse degli studenti arrivi comunque. No, non è così, l’interesse va suscitato e conquistato.

Il primo ostacolo contro cui lottare sono le note e l’obbligo della parafrasi, che spaventano e annoiano i ragazzi, occultano la poesia. E allora tante volte leggo senza obblighi e prescrizioni, facendo gustare il ritmo e la musica che le terzine dantesche garantiscono anche senza coglierne subito il senso. In quel poema, lo sappiamo, c’è la storia dell’Occidente, non solo dell’Italia: la Bibbia e la mitologia, la letteratura greca e latina, la filosofia, la storia,  la politica, la Chiesa. Ma Dante significa anche il coraggio di rinunciare al latino per il volgare, fondando così la lingua italiana. I ragazzi si stupiscono nello scoprire la quantità di parole, sintagmi e modi di dire di cui gli siamo debitori.

L’effetto placebo: La Divina Commedia è un testo difficile e complesso, inutile nasconderlo, e di fronte alle difficoltà io non minimizzo, soprattutto non uso l’odiosa e usurata contrapposizione io-voi, ricorrendo alla nostalgica rievocazione della scuola dei propri tempi, sorta di Eden perduto, in cui alla severità degli insegnanti si accompagnava la cieca e studiosa obbedienza degli studenti. Questa contrapposizione serve solo ad erigere barriere e alimentare distanze, mentre è agli studenti che abbiamo di fronte che dobbiamo insegnare la Divina Commedia, qui e ora. E allora di fronte alle difficoltà io sprono gli studenti come in una sfida, confidando nelle loro capacità. Faticherete, dico loro, ma sono certo che raggiungerete il risultato. Li sottopongo ad iniezioni di fiducia per potenziare l’autostima, utilizzo quello che in farmacologia si chiama “effetto placebo”. L’aspettativa positiva nei confronti di un farmaco influenza l’atteggiamento che il paziente ha verso la terapia, nel suo cervello, infatti, aumentano i neurotrasmettitori che mediano le sensazioni di piacere e dolore e si riducono quelli coinvolti nell’ansia. Oggi sappiamo che anche gli affetti e le motivazioni personali possono produrre gli stessi risultati. Io lo sperimento tutti i giorni, ovviamente i risultati cambiano in base al clima di classe e sono direttamente proporzionali alla stima e alla fiducia che lo studente ha nei confronti dell’insegnante. Ed ecco perché parto da Virgilio.

Dante e Virgilio: L’insegnante non è Benigni, dicevo, però ha un vantaggio: la relazione coi suoi studenti. La Divina Commedia si comincia in terza, dunque il docente ha avuto due anni di tempo per costruire una relazione coi suoi studenti e guadagnarsi la loro stima e la loro fiducia. E allora, ancor prima di presentare l’argomento e la costruzione, ancor prima di parlare dell’ideologia e dell’ideazione, dell’intreccio, del simbolismo e dell’allegoria, io parto dalla relazione tra Dante e Virgilio, la guida e il maestro. Perché Dante sceglie l’autore dell’Eneide? Perché si affida a lui e si fida delle sue parole? Questo mi offre il pretesto per riflettere sulla relazione studente-insegnante, per ribadire che solo se c’è un rapporto di fiducia l’insegnamento sarà efficace, solo così lo studente si affiderà a lui, ascoltandolo e seguendolo. In questo Dante ha anticipato, col genio che gli è consueto, la relazione psicanalitica, una relazione profondamente asimmetrica (come quella tra docente e studente), dove c’è uno che già conosce la strada, lo psicanalista, e un altro che deve seguirlo nell’inferno del proprio inconscio, il paziente. Dante, spiego agli studenti in una prospettiva laica e antropologica, ci dimostra che per salvarsi bisogna conoscere il male e attraversare il dolore, solo conoscendo i propri peccati, i propri limiti, le proprie colpe, le proprie paure, c’è possibilità di crescere e maturare, di migliorare la propria umanità.

Dante e Ulisse: A differenza dei poemi omerici e più di essi, la Commedia ha una vitalità che si riverbera costantemente sul presente. La concezione medievale – filosofica, teologica, astronomica, geografica – esce costantemente dai suoi limiti cronologici, non solo per illuminare il presente, ma anche per guidarci dentro l’uomo. La vicenda di Ulisse, nel mio insegnamento, arriva per seconda e attraverso Primo Levi. Molti studenti a sedici anni conoscono Se questo è un uomo, ne hanno sentito parlare nella ricorrenza della Giornata della Memoria, forse avranno letto qualche passo in terza media o nel biennio, dunque sanno già di cosa si tratta. Leggo il capitolo intitolato Il canto di Ulisse. Chissà come e perché mi è venuto in mente, si domanda Levi; se Jean è intelligente capirà, scrive poi. Jean è il compagno di prigionia che vuole imparare l’italiano. Leggo tutto il capitolo, la classe di solito ascolta in silenzio, anche perché sa che quando si parla della Shoah pretendo il silenzio. Considerate la vostra semenza:/Fatti non foste a viver come bruti,/Ma per seguir virtute e canoscenza.

La lettura di questa terzina mi emoziona, mi fa tremare la voce e spero che i ragazzi lo avvertano. Finita la lettura parto con le domande. Voglio che siano loro a spiegarmi cosa significa recitare a memoria Dante ad Auschwitz e perché proprio questi versi che parlano di “bruti e canoscenza”. Dopo le prime risposte, quando l’interesse è stato suscitato e la classe aspetta la mia spiegazione, faccio un salto indietro e leggo i primi nove versi del III canto, quelli che si concludono con: “Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate.” Cosa c’era scritto all’ingresso dei campi di sterminio nazisti? Cosa c’era scritto sul cancello che immetteva nell’inferno di Auschwitz? Che speranza avevano i prigionieri vittime della follia nazista? Faccio domande e aspetto risposte; alcune arriveranno anche dopo settimane, non importa, l’importante avere svegliato la coscienza e l’interesse. Quindi passo al canto XXVI dell’Inferno: lettura, parafrasi e commento. Facciamo un confronto tra l’Ulisse di Omero che torna in patria e quello della tradizione medievale, cui si rifà Dante, che, spinto dall’ansia di conoscenza, riparte da Itaca per non fare più ritorno. A questo punto leggo altre due poesie: Ulisse di Saba e Itaca di Kavafis. Sto uscendo dalla Divina Commedia? No, la sto moltiplicando, sto dispiegando davanti agli occhi dei miei studenti tutta la potenza del poema dantesco, capace di generare poesia su poesia e spargerla per i secoli. Accenno poi a Foscolo, a D’Annunzio, a Pascoli e al loro Ulisse, dicendo che ne riparleremo nei prossimi anni, alimentando, spero, altra curiosità.

Paolo e Francesca: Procedendo per episodi e personaggi esemplari, senza ancora seguire l’ordine cronologico del viaggio dantesco, arriva il momento della tragica vicenda di Paolo e Francesca, canto V dell’Inferno, storia d’amore e perdizione che molti studenti già conoscono, un verso è finito persino in una canzone di Venditti, in un riuso pop. Parto dall’inizio, leggendo la descrizione di Minosse che “punge a guaio e orribilmente ringhia”, e prima ancora di parafrasare e commentare, richiamo l’attenzione sugli effetti sonori del canto. Oltrepassato Minosse, infatti, Dante è colpito e sopraffatto dalle grida dei dannati e dalla bufera infernale. Ma il canto è ricco anche di effetti visivi e notazioni cromatiche, come, ad esempio: “loco d’ogne luce muto”, “l’aere perso”, “tignemmo il mondo di sanguigno”. Dopo un accenno al contenuto – siamo nel girone dei lussuriosi –  arriva il momento di sottolineare gli aspetti formali dell’opera, cioè attraverso quali espedienti retorici Dante rende così efficace il racconto del suo viaggio nell’oltretomba: metafore, similitudini, climax, sinestesie, metonimie, anafore, allitterazioni, onomatopee. Non c’è solo il contenuto, cerco di far capire agli studenti, non ci sono solo i personaggi e gli episodi a dare potenza al testo, ma soprattutto come essi vengono presentati e costruiti. A cominciare dalla bellissima similitudine del verso 82 (“Quali colombe dal disio chiamate…”) che introduce la vicenda dei due amanti infelici raccontata da Francesca. Conosco colleghi che fanno imparare a memoria alcuni di questi versi, in particolare dal 100 (“Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende”) alla conclusione del canto.

Io non l’ho mai fatto, ma mi dicono che gli studenti si emozionano a recitarli a memoria. Sicuramente è un ottimo espediente per far interiorizzare la musicalità e il ritmo di versi la cui densità semantica, lessicale e figurale è davvero massima. Infatti, il modo migliore per far apprezzare un testo letterario è attraverso forme di didattica attiva, facendo entrare gli studenti dentro il testo e il testo dentro di loro. Ad esempio attraverso forme di riscrittura, facendo riscrivere l’episodio di Paolo e Francesca da un altro punto di vista, quello di Paolo, che nel testo non prende mai la parola. Oppure, ancora più difficile ma emotivamente più forte, facendo scrivere la storia d’amore direttamente a loro, fingendosi loro gli amanti. In fondo l’età lo permette, a sedici anni diversi ragazzi hanno già sperimentato la forza dell’amore, la passione che travolge, le delusioni. Ecco, mettere i testi in dialogo con l’esperienza dei ragazzi li rende vivi, ne fa toccare con mano e col cuore la forza espressiva.

Lo Stilnovismo e la donna angelo

L’episodio di Paolo e Francesca è ricco di citazioni intertestuali e riferimenti alla tradizione letteraria della lirica amorosa, ed è l’occasione per un riepilogo: il ciclo bretone, la scuola poetica siciliana, la poesia provenzale, lo stilnovismo. Dal riferimento alla canzone di Guinizzelli, Al cor gentile rempaira sempre amore, che c’è al verso 100 (“Amor, ch’al gentile ratto s’apprende), al trattato De amore di Andrea Cappellano, cui fa evidente riferimento il verso 103 (“Amor, ch’a nullo amato amar perdona”), dalla lirica cortese (ad esempio, Amore e poesia di Bernart de Ventadorn) al patto d’amore stretto da Ginevra e Lancillotto. Quindi la Divina Commedia come un testo che ne contiene altri, che riassume, fondendola, la tradizione precedente, per diventare poi essa stessa il punto di partenza della lingua e della letteratura italiana. A questo punto faccio un balzo in avanti e parlo agli studenti di Montale, leggo Nuove stanze, li porto nella Firenze del 1938, mentre si svolge l’incontro tra Hitler e Mussolini e il poeta chiede aiuto a Clizia, novella donna angelo, la sola a conoscere il senso di ciò che sta accadendo (“una tregenda” la definisce il poeta, cioè un convegno notturno di streghe e demoni) e la sola che può opporre i suoi occhi d’acciaio. Perché ad un passo dallo scoppio della Seconda guerra mondiale e nel pieno della dittatura fascista Montale ritorna a Dante e alla donna angelo?, domando ai miei studenti. Riflettiamo insieme sul compito che Montale assegna alla cultura e alla poesia, ovvero difendere l’uomo dalla disumanizzazione, dalla sua trasformazione in automa (qui mi aiuto con la lettura di uno dei mottetti delle Occasioni, Addii, fischi nel buio…), ma anche quello più alto di difendere un’intera civiltà dalla violenza del fascismo e dall’ignoranza della società di massa. E difendere la cultura significa anche difendere la tradizione letteraria.

La didattica interdisciplinare e le nuove tecnologie: Il canto V si presta benissimo ad una didattica interdisciplinare, coinvolgendo diverse discipline. Minosse ci riporta alla storia greca e alla letteratura latina, visto che compare nel VI libro dell’Eneide. Il “fatale andare” di cui parla Virgilio al v. 22, può stimolare un approfondimento sul passaggio dal concetto di fato a quello di provvidenza con l’avvento del Cristianesimo. E poi ci sono Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Achille, cioè un intreccio di letteratura, storia e mitologia. Ma è possibile fare anche una ricerca iconografica sulle raffigurazioni della storia di Paolo e Francesca in stampe, miniature e dipinti. L’intero poema si presta ad una lettura interdisciplinare, visto il suo carattere enciclopedico, e si potrebbero elencare altri confronti e approfondimenti: l’iconografia francescana col canto XI del Paradiso; il ritratto del principe Manfredi – canto III del Purgatorio – tra cavaliere ideale (“biondo era bello e di gentile aspetto”) e riferimenti al biblico David. E così via.

La didattica interdisciplinare dà più forza al testo in esame e dimostra, semmai ce ne fosse bisogno, la ricchezza e le potenzialità della letteratura italiana, e del poema di Dante in specie. Ci dice della centralità di questa materia, delle sue ramificazioni, in un momento in cui i ministri tagliano o pensano di ridimensionare le discipline umanistiche: è toccata alla musica e alla storia dell’arte, se ne parla per la filosofia e addirittura per la letteratura italiana. Mentre è evidente che bisogna andare in direzione opposta.

Inoltre, la didattica interdisciplinare, attraverso le nuove tecnologie, consente di far smontare e ricostruire il testo agli alunni: realizzando un powerpoint, un testo multimediale, un video, persino una rivista digitale (esperienza realizzata in una prima di quest’anno ma su un altro tema – il lavoro – coinvolgendo quasi tutte le discipline ). E si somma un altro vantaggio: l’uso di un linguaggio familiare per gli adolescenti. In terza, quest’anno, con diversi colleghi abbiamo utilizzato Facebook, creando una pagina chiusa a cui potevano accedere solo studenti e insegnanti, usandola per caricare lezioni di approfondimento, video, interviste, recensioni, per indicare link, ricevere dagli studenti relazioni e mappe concettuali, condividere informazioni, fare commenti e correzioni collettive, scrivere e riscrivere.

La conclusione non può che essere provvisoria, visto che per un’opera come la Divina Commedia le esperienze e gli esempi di didattica sono innumerevoli; credo, infatti, di averne lasciati fuori molti, ma spero di aver descritto lo spirito con cui tento di farla amare dagli studenti.

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Come finisce il libro https://minimaetmoralia.it/editoria/come-finisce-il-libro-alessandro-gazoia-jumpinshark/ https://minimaetmoralia.it/editoria/come-finisce-il-libro-alessandro-gazoia-jumpinshark/#respond Wed, 04 Jun 2014 08:48:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21179 Pubblichiamo un estratto da Come finisce il libro. Contro la falsa democrazia dell'editoria digitale di Alessandro Gazoia (jumpinshark) e vi segnaliamo che oggi Alessandro Gazoia è ospite di Fahrenheit (Radio Tre) alle 14.45 e alle 19.30 presenta il saggio alla libreria Giufà di Roma con Chiara Valerio e Giorgio Vasta. (Fonte immagine)

Ognuno di noi lettori ha la sua personale storia di iniziazione alla lettura: la mia sta dentro una robusta scatola di cartone e un pomeriggio d’estate. Non è illustre e non è memorabile, ma può esser utile per riconsiderare alcune idee intorno al libro, alla promozione della lettura e al digitale conciliato con il cartaceo nella diffusione e fruizione del nostro patrimonio culturale.

Ecco il mio raccontino: alle elementari ero un alunno diligente, desideroso di «fare il mio dovere» – per usare l’espressione cara ai genitori – anche con le prime letture consigliate: quando un libro non mi piace molto (Gian Burrasca) lo finisco ugualmente e quando è bellissimo (Huckleberry Finn) penso che sono stato fortunato e chissà come sarà il prossimo. Quello che m’infastidisce è il dover leggere per piacere: dicono che leggere è bellissimo, un divertimento, una scoperta, quasi una magia, e tolgono ogni scoperta e rovinano buona parte del divertimento assegnandomi, come per magia, i libri. Rispetto l’autorità ma mi sento ingannato: se sono cose che devo fare (e farmele piacere) si dica onestamente che sono «compiti».

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Pubblichiamo un estratto da Come finisce il libro. Contro la falsa democrazia dell’editoria digitale di Alessandro Gazoia (jumpinshark) e vi segnaliamo che oggi Alessandro Gazoia è ospite di Fahrenheit (Radio Tre) alle 14.45 e alle 19.30 presenta il saggio alla libreria Giufà di Roma con Chiara Valerio e Giorgio Vasta. (Fonte immagine)

Ognuno di noi lettori ha la sua personale storia di iniziazione alla lettura: la mia sta dentro una robusta scatola di cartone e un pomeriggio d’estate. Non è illustre e non è memorabile, ma può esser utile per riconsiderare alcune idee intorno al libro, alla promozione della lettura e al digitale conciliato con il cartaceo nella diffusione e fruizione del nostro patrimonio culturale.

Ecco il mio raccontino: alle elementari ero un alunno diligente, desideroso di «fare il mio dovere» – per usare l’espressione cara ai genitori – anche con le prime letture consigliate: quando un libro non mi piace molto (Gian Burrasca) lo finisco ugualmente e quando è bellissimo (Huckleberry Finn) penso che sono stato fortunato e chissà come sarà il prossimo. Quello che m’infastidisce è il dover leggere per piacere: dicono che leggere è bellissimo, un divertimento, una scoperta, quasi una magia, e tolgono ogni scoperta e rovinano buona parte del divertimento assegnandomi, come per magia, i libri. Rispetto l’autorità ma mi sento ingannato: se sono cose che devo fare (e farmele piacere) si dica onestamente che sono «compiti». Finito di studiare, nei lunghi pomeriggi divoro fumetti, cartoni animati e film; sapevo già allora che erano spesso basati su libri (come nel caso del cartone Remi, tratto dal romanzo Senza famiglia) ma erano un’esperienza diversa: nessuno mi spingeva a forza verso di loro, indirizzando ogni mio passo. Questa era la differenza fondamentale e da essa ne derivavano altre; soprattutto, se non mi appassionavano li lasciavo senza rimorsi: il terzo diritto del lettore di Pennac, non finire il libro, che non avevo esercitato con Gian Burrasca, lo potevo esercitare con Tex, da me pochissimo amato, per passare agli albi di Ken Parker.

Ero quindi d’accordo con la maestra: «leggere i fumetti» – per ore, tutti i giorni – non era davvero leggere. L’insegnante lo diceva perché ancora impermeabile alla rivalutazione culturale di quella forma espressiva, io perché ormai convinto che «leggere libri per piacere» fosse un ingannevole sinonimo di «studiare». Da grande mi sarei riconosciuto in queste parole di Giovanni Solimine:

molti insegnanti si impegnano volenterosamente per promuovere la lettura […] ma forse commettono l’errore di cercare di imporre il libro, proponendolo come strumento di edificazione e di formazione, senza però riuscire a collegare le pratiche della lettura agli interessi e ai valori cui i ragazzi sono sensibili e spesso senza lasciarli neppure liberi di scegliere i libri da leggere.[1]

Ma veniamo alla seconda e ultima parte del raccontino: trascorro le vacanze estive, tra la quarta e la quinta elementare, dalla nonna e la sua vicina, vedendomi sempre in giardino coi fumetti, un giorno mi chiede se voglio una grande scatola di cartone. Dentro ci sono un centinaio di volumi della collezione originale della bur, la collana economica Biblioteca Universale Rizzoli inaugurata nel 1949. Accetto molto volentieri, è un dono, non un’imposizione e neppure un «consiglio». Trascino la scatola sul pianerottolo e quindi nella mia cameretta, poi iniziano la scoperta e il divertimento, comincio a prendere libri dalla scatola, e lo farò per anni: lì ho letto per la prima volta «Alessandro Dumas», «Nicola Gogol» e «Leone Tolstoi», Lucrezio e Shakespeare, Hoffmann e Mazzini, lì ho lasciato a metà libri che non capivo ancora per riprenderli e non posarli più anni dopo. Tra me e i libri per la prima volta non c’erano manifesti filtri di autorità, come a scuola o in biblioteca (dove i libri li cerchi su di uno schedario e li richiedi a un addetto: non li puoi vedere da solo, almeno così avevo imparato). Da quella scatola pescavo un libro, se mi piaceva continuavo, se non mi piaceva lo mettevo da parte, e lì è nata la passione per tutti gli altri libri: di Dumas c’erano I tre moschettieri ma mancava Vent’anni dopo, e io volevo leggerlo.

Come ricorda Gino Roncaglia nella Quarta rivoluzione, E.T.A. Hoffmann pubblica nel 1819 una novella, La scelta della sposa, che contiene una straordinaria prefigurazione dell’e-reader, o meglio dell’«ecosistema di lettura digitale», in forma di libro magico capace di visualizzare immediatamente i testi desiderati.

…per mezzo del libro trovato nella cassetta avete ora a disposizione la più ricca, la più completa biblioteca che nessuno abbia mai posseduto, e inoltre ve la potete portar dietro costantemente. Poiché recando in tasca questo curioso libretto esso si converte ogni volta che lo tirate fuori nell’opera che desiderate giusto di leggere.[2]

La scatola con i libri della bur era per me una buona approssimazione del libro magico di Hoffmann: i singoli volumi erano diversi per spessore (La Rivoluzione francese di Gaxotte grande tre volte i Canti di Leopardi) ma avevano tutti la stessa grafica umile e funzionale – copertina grigia, nessuna illustrazione, nome dell’autore su di una riga in corsivo, titolo del libro in grassetto, paratesti leggeri, pagine fitte fitte, carattere piccolo, interlinea stretta, stretti i margini – e le stesse dimensioni di lunghezza e altezza: 10,5 x 15,5 cm. Il primo direttore Paolo Lecaldano l’aveva voluta così: «una veste vecchia perché non invecchiasse e sporca perché non si sporcasse».

La mia prima idea di libro è quindi un oggetto umile con le pagine ingiallite, la copertina grigia e di piccole dimensioni (molto simili, di fatto, a quelle dello schermo da 6 pollici del Kindle). La materialità amatissima di quei libri ha inciso molto nella mia esperienza del libro, nella disponibilità a considerarlo anche un bene immateriale: quello che c’è dentro, il «corpo mistico», può assumere le vesti più comuni e distinguersi però da ogni altro simile. L’apprezzamento del libro come artefatto materiale e culturale dalla lunga storia e dalle forme più varie è stata una conquista successiva, e un interesse che cercherò sempre di tenere a distanza di sicurezza: il collezionismo di volumi pregiati è passione per animi più fini e soprattutto per tasche più profonde.

In occasione del centenario dell’uscita di Du côté de chez Swann Sotheby’s ha battuto all’asta una copia numerata, destinata a Lucien Daudet, della tiratura speciale su carta Japon impérial della prima edizione e la minuta autografa della lettera di scuse di Gide a Proust ricordata nel capitolo precedente: il primo lotto è stato venduto a 601.500 euro, il secondo a 145.500 euro. Sul sito della casa d’aste si possono vedere e scaricare gratuitamente le immagini delle due pagine iniziali della minuta di Gide e leggere la trascrizione del contenuto integrale, mentre per la copia Daudet troviamo solo un’immagine del libro intero con la sua copertina in marocchino rosso e due pagine di paratesto.[3] Su Gallica, la ricchissima biblioteca digitale avviata nel 1997 e sostenuta negli anni dal governo francese, possiamo però scaricare due diverse copie della prima edizione.[4]

La copia Daudet della tiratura speciale sarà per me e per te, caro Lettore non milionario, sempre inaccessibile, ma non è il caso di dolerci troppo, sia perché altre edizioni di pregio di Proust sono ben conservate e generalmente disponibili in pubbliche biblioteche, sia perché possediamo in digitale copie di quella prima edizione che non sostituiscono certo l’oggetto materiale e la sua esperienza, ma ci consentono comunque di «replicare» in maniera non rivale una parte non infima di quella. È una sciagura che l’Italia non abbia nulla di simile al progetto del governo francese, neppure una Gallica in trentaduesimo, ed è una sciagura che liber-liber.it, sostenuto solo dalla passione dei suoi fondatori e da piccole donazioni di privati, continui a essere la migliore risorsa digitale italiana dei nostri classici.

In Italia si è persino arrivati all’assurdo quando nel 2013 una campagna d’opinione ha dovuto difendere dalla minaccia di interruzione un servizio assolutamente indispensabile e dai bassi costi di gestione come l’opac sbn, il catalogo digitale collettivo delle biblioteche che partecipano al Servizio Bibliotecario Nazionale. Da noi insomma è a rischio la semplice informazione bibliografica, mentre in Francia quell’informazione è completata dalle copie digitali di oltre 250.000 libri fuori diritti.[5] E l’opera di digitalizzazione e conservazione digitale non può essere semplicemente delegata a privati come Google, in primo luogo perché quei soggetti non hanno l’interesse economico – e quindi neppure acquisiscono le competenze necessarie – a condurre un’opera scientifica sul patrimonio culturale, e proprio Google Books lo dimostra ampiamente, pur nella sua grande utilità.[6]

Ma la pura e accurata digitalizzazione non basta. Ritorno un’ultima volta alla bur, che negli anni Settanta dello scorso secolo mutò parzialmente natura: la veste continuava a essere piuttosto spartana e il costo si manteneva basso, mentre il contenuto di alcune sottocollane mirava a un pubblico universitario. Un classico italiano nella nuova bur offriva ottime introduzioni e apparati critici, un’edizione affidabile curata da studiosi esperti. Oggi tutti i testi della nostra tradizione sino circa al primo Novecento sono nel pubblico dominio[7] ed è possibile farne legalmente edizioni digitali, ma quelle opere lontane senza una qualche guida critica rimangono per il largo pubblico non leggibili, non scopribili. Per apprezzare Cavalcanti, Beccaria, Leopardi, D’Annunzio e pure Pirandello e Giaime Pintor abbiamo bisogno di una mediazione culturale che ci aiuti a comprendere linguaggio, storia e contesti, che ci soccorra nell’incontro col testo.

Il primo passo per una biblioteca elettronica è quindi digitalizzare quante più edizioni antiche di quante più opere possibili; il secondo è sfruttare i vantaggi economici del digitale per facilitare un largo accesso alla nostra tradizione culturale. Edoardo Sanguineti scriveva oltre trent’anni fa:

Dico dunque che conviene allo Stato italiano assumere sopra di sé, con un felice balzo in avanti oltre tutte le edizioni nazionali e le sovvenzioni da cnr, la cura di una edizione esaustiva e integrale, per i tipi medesimi dello Stato, tempestivamente pianificata, dei classici italiani, maggiori, mediani, minori e minimi, letterari e scientifici, storici e tecnici, dalle origini ai giorni nostri, da stamparsi in modestissimo ma resistentissimo materiale cartaceo, e con le più serie ma soccorrevoli annotazioni necessarie a un non qualificato utente, una cosa lì in mezzo tra la bur e gli Oscar, tanto per dare una pallidissima ma agevolissima idea dell’impresa che tengo in mente, e da rivendersi a puro prezzo di costo, non indicizzabile, e magari a politico sottocosto, e persino, fuori commercio, a minima richiesta da parte degli studenti della scuola dell’obbligo, convertendo, a questo nobile fine, in papiro impresso, a tutela di ogni e qualunque tetto di bilancio, una coppia vestita e, se proprio occorre, anche un poker d’assi di missili da teatro.[8]

Un compito fondamentale stabilito dalla Costituzione per la nostra Repubblica è la promozione della cultura e la tutela del patrimonio storico e artistico della Nazione (art.9). Per i testi della nostra tradizione, per quel catalogo plurisecolare che non è proprietà di un editore ma orgoglio e bene comune, questo significa, prima di tutto, la conservazione dei libri in biblioteca; oggi potremmo però avviare anche un’opera di edizione e commento digitali che renda fruibile agli italiani e agli appassionati e studiosi di tutto il mondo tale ricchezza. I costi dell’opera di educazione, democratizzazione e diffusione proposta da Sanguineti si sono abbassati ancora, grazie alle edizioni elettroniche: non si dovrebbe nemmeno, aggiornando gli armamenti, rinunciare a un poker di f-35 da parata, basterebbe giusto mettere da parte il corrispettivo di qualche pieno di carburante. E a chi nell’editoria di mercato fosse preoccupato della «concorrenza sleale» ricorderemo che la massima parte dei classici mediani, minori e minimi, letterari e scientifici, storici e tecnici della nostra lingua non compare o ha un peso minimo nei cataloghi dei libri in commercio (inoltre le specializzate edizioni critiche non verrebbero sostituite da questa iniziativa).

È purtroppo ingenuo pensare che l’Italia in un breve giro d’anni possa dotarsi di qualcosa di simile a Gallica, ed è quasi folle immaginare che l’idea di una biblioteca digitale di classici italiani annotati venga presa sul serio. Rimane infine giusto un pio desiderio il progetto di impiegarvi, con contratti onorevoli, proprio qualcuno dei nostri bravissimi giovani studiosi, oggi quasi forzati all’emigrazione o umiliati con iniziative come il bando pubblico per 500 addetti alla digitalizzazione dei beni culturali, dove le condizioni iniziali erano tanto indecenti – «416 euro lordi al mese per un lavoro di 35 ore settimanali travestito da corso di formazione» – da meritare il nome di 500 schiavi.[9] Ma mi riesce difficile immaginare imprese che meglio dimostrino, nelle cose stesse e a fronte di investimenti molto contenuti, la possibile felice sinergia tra libro cartaceo e digitale e meglio promuovano la nostra cultura. 

 


[1]. Giovanni Solimine, L’Italia che legge, cit, p. 23.

[2]. Ernst T.A. Hoffmann, Racconti, utet, Torino 1981, pp. 193-279, citato in Gino Roncaglia, La quarta rivoluzione, cit., pp. 26-29.

[3]. Qui e qui.

[4]. Qui e qui. Le copie cartacee di partenza sono diverse e diverse sono le procedure di digitalizzazione: una è in bianco e nero e consente la ricerca di parole all’interno del testo (vi è stato applicato l’ocr), l’altra è a colori ed è in modalità «pura immagine». La digitalizzazione non è un procedimento «eseguito una volta per tutte» e diverse digitalizzazioni forniscono diverse e parziali informazioni sull’oggetto materiale, oltre ad aggiungerne di nuove (abbiamo citato il riconoscimento dei caratteri). Chiaramente del libro, pure nella digitalizzazione a colori e in alta risoluzione, continuano a sfuggirci molte proprietà, come la consistenza della carta.

[5]. A inizio marzo 2014 i libri ad accesso gratuito diretto attraverso il sito Gallica.fr sono oltre 265.000, tra essi oltre 180.000 offrono testi digitali col riconoscimento dei caratteri.

[6]. Cfr Robert Darnton, The Case for Books, cit., e Gino Roncaglia, La quarta rivoluzione, cit., cap. 5.

[7]. In Italia i testi di un autore entrano di solito nel pubblico dominio settant’anni dopo la sua morte. Giaime Pintor, nato nel 1919 e morto nel 1943, è oggi nel pubblico dominio; Nuto Revelli, nato nello stesso anno e morto nel 2004, vi entrerà nel 2075 (nell’ipotesi che non vi siano modifiche alle leggi attuali).

[8]. Edoardo Sanguineti, «Una immodesta proposta» (1981), in Gazzettini, Editori Riuniti, Roma 1993, p. 223.

[9]. Claudio Giunta, «Mai più avrai quarant’anni», Il Sole 24 ore, 11 agosto 2013, e Massimo Mantellini, « Ragazzi era una [sic] scherzo, ci avevate creduto?».

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The Dark Side of the Moon. Riflessioni sulla persistenza delle emozioni https://minimaetmoralia.it/musica/the-dark-side-of-the-moon-pink-floyd/ https://minimaetmoralia.it/musica/the-dark-side-of-the-moon-pink-floyd/#respond Sat, 01 Mar 2014 06:00:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19000 Il primo marzo 1973 usciva The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd. Vogliamo festeggiare questo quarantunensimo anniversario con un pezzo di Marco Di Marco uscito nel 2009 sul sito di minimum fax.

di Marco Di Marco

«Capisci?, ero in questa stanza con il figlio degli amici dei miei, mentre fuori, nel resto della casa, c’era un party per gli adulti. Lui a un certo punto mi aveva visto annoiato e fuori posto alla festa e mi aveva detto: “Ok, vieni con me, adesso ci penso io”. Era la fine degli anni Settanta, avrò avuto tredici-quattordici anni, lui qualcuno più di me. Eravamo nella sua stanza, lui ha tirato fuori dell’erba e ha girato questa canna, abbiamo fumato, ed era la mia prima canna ma questo non ha importanza, poi mi ha messo le cuffie dello stereo sulle orecchie e mi ha detto: “Bene, ci vediamo tra un po’, e mi dici come va”. Ha appoggiato la puntina sul vinile, e si è chiuso la porta alle spalle, lasciandomi lì, un ragazzino strafatto d’erba, ad ascoltare uno dei più grandi dischi della storia, mentre fuori dalla porta c’è una festa. Dico, ti rendi conto?». Così mi raccontava, più o meno, una sera di qualche anno fa, uno scrittore americano mentre stavamo accovacciati a fumare sulle scale della Basilica di Sant’Andrea a Mantova, durante il Festivaletteratura. Eravamo partiti parlando dei Clash e di Sandinista!Somebody Got Murdered, Police On My Back e Ivan Meets G.I. Joe che facevano eco sonora a un’adolescenza che, credo per entrambi, avrebbe voluto essere più inquieta di quello che era stata – ed eravamo finiti a confessarci qualcosa di più intimo, di più morboso, custodito nella directory “Prime volte” delle grandi emozioni giovanili.

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Il primo marzo 1973 usciva The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd. Vogliamo festeggiare questo quarantunensimo anniversario con un pezzo di Marco Di Marco uscito nel 2009 sul sito di minimum fax. (La foto è di Marco Di Marco.)

di Marco Di Marco

Dopo la prima volta, la prima volta non è più?

The Dark Side of the Moon. Riflessioni sulla persistenza delle emozioni

«Capisci?, ero in questa stanza con il figlio degli amici dei miei, mentre fuori, nel resto della casa, c’era un party per gli adulti. Lui a un certo punto mi aveva visto annoiato e fuori posto alla festa e mi aveva detto: “Ok, vieni con me, adesso ci penso io”. Era la fine degli anni Settanta, avrò avuto tredici-quattordici anni, lui qualcuno più di me. Eravamo nella sua stanza, lui ha tirato fuori dell’erba e ha girato questa canna, abbiamo fumato, ed era la mia prima canna ma questo non ha importanza, poi mi ha messo le cuffie dello stereo sulle orecchie e mi ha detto: “Bene, ci vediamo tra un po’, e mi dici come va”. Ha appoggiato la puntina sul vinile, e si è chiuso la porta alle spalle, lasciandomi lì, un ragazzino strafatto d’erba, ad ascoltare uno dei più grandi dischi della storia, mentre fuori dalla porta c’è una festa. Dico, ti rendi conto?». Così mi raccontava, più o meno, una sera di qualche anno fa, uno scrittore americano mentre stavamo accovacciati a fumare sulle scale della Basilica di Sant’Andrea a Mantova, durante il Festivaletteratura. Eravamo partiti parlando dei Clash e di Sandinista!Somebody Got Murdered, Police On My Back e Ivan Meets G.I. Joe che facevano eco sonora a un’adolescenza che, credo per entrambi, avrebbe voluto essere più inquieta di quello che era stata – ed eravamo finiti a confessarci qualcosa di più intimo, di più morboso, custodito nella directory “Prime volte” delle grandi emozioni giovanili.

La prima volta che ho ascoltato l’album di cui mi parlava il mio amico scrittore resta sicuramente anche per me uno dei punti saldi dell’adolescenza: avevo quindici anni e guardavo quello che mi succedeva intorno con un distacco sprezzante e disfattista: la guerra del Golfo appena finita, lo scioglimento del PCI appena dichiarato, gli agguati della Uno Bianca, Maradona trovato positivo alla cocaina, la fine almeno in via ufficiale dell’Apartheid in Sudafrica. Erano cose che mi sfioravano appena, quasi tutte si ridimensionavano ad argomenti di attualità per il prossimo tema in classe, io leggevo Baudelaire in bagno, preferivo Foscolo a Leopardi, sembravo uscire vittorioso dalla battaglia contro l’acne, portavo i capelli con il ciuffo laterale alla Nicola Berti, giocavo a pallacanestro e avevo appena smesso di ascoltare Vasco, di lì a poco avrei scavallato nel punk, andavo spesso a pomiciare al porto, rannicchiato con la ragazza di allora negli interstizi tra i frangiflutti dietro la banchina.

Era una domenica di maggio di inizio anni Novanta, un pomeriggio soleggiato, la casa vuota (i miei al funerale di un collega di mio padre fuori città), e il giradischi usato – di quelli vecchi, con tre lati in compensato camuffato da legno e il quarto dedicato a una fila di knobs dalla sensibilità approssimativa – comprato per 50.000 lire da un tipo della mia scuola, casse incluse, piazzato sulla cassettiera della mia stanza. L’Lp l’avevo preso al mio amico Francesco, e non lo avrebbe mai più riavuto, ma non ha mai protestato per questo. Avevo trascorso i mesi precedenti a consumare i solchi di The Wall, e posai sul piatto il vinile di The Dark Side of the Moon senza sapere assolutamente nulla di cosa mi aspettasse – che già allora ovviamente avesse venduto circa trenta milioni di copie, che fosse unanimemente considerato un pilastro della musica contemporanea – se non che era un disco di quegli stessi assurdi musicisti che avevano suonato sotto il nome Pink Floyd e che mi avevano aperto la testa con quel loro doppio album del 1979: avevo quindici anni, dalla provincia cronica del meridione anteweb avevo iniziato a capire che c’era qualcosa oltre il pop, che la musica può farti stare male seriamente, ma che in quello risiede la sua bellezza, nel chiedersi, straziato, dal proprio guscio «Is there anybody out there?».

Ora mi ritrovavo in mano questa copertina nera che già preannunciava un senso di circolarità: su sfondo nero un fascio di luce colpisce un prisma e si scompone, per il fenomeno di dispersione ottica, nello spettro dei colori dell’iride. La scala cromatica prosegue all’interno della copertina dell’Lp (di quelle che si aprono come un libro) e il verde di quell’arcolbaleno diventa la rappresentazione grafica delle pulsazioni cardiache per poi, sul retro della confezione, rientrare nei ranghi e colpire assieme agli altri colori un prisma capovolto che (anche se scientificamente non ne è dimostrata la possibilità) va ricomporre il fascio di luce che si ricongiunge con quello sul front della copertina.

Così feci andare il piatto, il disco si mise a girare, e si mise a girare anche quella “specie di triangolo” – il prisma – stampato al centro del vinile. Mi incantai a guardarlo come fosse una vertigine che ruota nel tentativo ipnotico, ma riuscii lo stesso a posare la puntina sul solco d’inizio corsa.

Lo ascoltai tre volte per intero, quel pomeriggio, nel silenzio di casa.

Oltrepassando la definizione di concept album, electrocattedrale illuminista di tutta la storia rock, The Dark Side of the Moon non ha certo bisogno di un nuovo e inevitabile atto di prostrazione dello scribacchino di turno.

Certo è innegabile che, scegliendo ambiziosamente di mettere al centro del disco l’uomo del XX secolo, dimostrando che lo zodiaco dei segni che lo governano sono gli stessi per ogni era (tempo, denaro, guerra, follia – sommati descrivono la vita e la sua decadenza tanto attraverso il testo quanto sul piano strumentale) l’album è diventato un manifesto definitivo, un’imprescindibile opera d’arte musicale sull’esistenza.

Il nucleo tematico dell’intero album è dichiarato in apertura, nel collage di suoni per un paradigmatico momento prenascita elaborato da Nick Mason («Speak to Me»): battito cardiaco, orologeria che segna la scansione del tempo, rumore di registratori di cassa, motori di meccanica militare, risate demenziali, qualcuno degli studi di Abbey Road che dice: «I’ve been mad for fucking years…», urla preumane prima del soffio iniziale dell’esistenza («Breathe») che non può che avere l’alito di un pessimismo in qualche modo cosmico. Ecco che tutti gli elementi costanti che muovono l’umanità sono già presentati, come un sommario di quello che ci attende per i restanti, imperdibili, tre quarti d’ora scarsi: quell’elettrocardiogramma che immortala in musica la vita dal primo vagito alla definitiva linea continua, già al primo impatto aveva una rotondità e un tepore sonoro, un caldo fiato che ti faceva sentire a casa, che ti faceva percepire che eri parte del caos che ti avevano appena raccontato e suonato.

La contaminazione del rock con la protoelettronica e la rumoristica, la voce soul di Clare Torry che diventa amplesso strumentale per una tra le canzoni più sensuali di tutti i tempi («The Great Gig in the Sky»), il sassofono di Dick Parry che illanguidisce le strofe di «Us and Them» – requisitoria sulla guerra e il potere – per poi impazzire nel ritornello, il passo sghembo e acido di «Money» che scandisce la rincorsa frenetica al denaro e agli status symbol, l’irreversibilità dello scorrere del tempo nel rassegnarsi alla «quieta disperazione» come suggerisce lo struggente testo di «Time» che posa sul rock perfetto della sua melodia, il tributo alla follia e alla visionarietà impersonata da Syd Barrett (magico pifferaio sacrificato in fondo suo malgrado sull’altare dell’arte e dello showbiz) nell’ode sonora di «Brain Damage», il ritorno all’oscurità, in quanto ineluttabile (l’ultima voce che si percepisce nello sfumare del suono che ci restituisce al battito cardiaco è quella del portiere degli studi di Abbey Road: «There’s no dark side of the moon, really. Matter of fact, it’s all dark» – «Non c’è un lato oscuro della luna, in realtà. Di fatto, è tutto oscuro»), con «Eclipse» che affonda nei suoi tappeti d’organo. Tutto questo era la perfetta dimostrazione di un teorema che affermava il superamento del genere pop, realizzando forse nel suo reale significato il concetto di world music.

Ma non è di questo che volevo parlare, mi ero impegnato a non farlo, quello su cui continuo ad arrovellarmi sta nel sottotitolo di questo pezzo: la persistenza delle emozioni. Ed era difficile riuscire a mettere ordine nei pensieri, perché in fondo bisognerebbe buttarla sul dogmatico e trarsi d’impaccio con un colpo retorico ma  inconfutabile: la persistenza delle emozioni può essere sicuramente rappresentata dalla differenza tra un buon album e un disco che attraversa la storia della musica (e non c’entra l’unanimità dei consensi, c’entra la sostanza, c’entra l’arte nelle sue possibili declinazioni, il gesto balistico da antologia, che fa scuola: che ne so, pensate a cosa ha seminato Revolver dei Beatles negli ultimi quarant’anni o all’elettronica di Trans-Europa Express dei Kraftwerk destinata a riecheggiare nei pezzi dei Chemical Brothers o di Aphex Twin). Come la differenza tra la buona narrativa e la letteratura (Io non ho paura di Ammaniti e Troppi Paradisi di Siti). Solo l’opera d’arte perpetua l’emozione, ogni volta che la vediamo, l’ascoltiamo, la leggiamo, la annusiamo, la mangiamo. A prescindere dal suo carico affettivo e dalla  sua potenza nostalgica (evitate la trappola della madeleine proustiana).

Ma continuando su quella china avrei dovuto avventurarmi su pericolosi sentieri lastricati di psicologia spicciola applicata all’arte, col risultato di sembrare patetico.

Ero piuttosto confuso, dicevo, su come riuscire a raccontare questa persistenza dell’emozione. Fin quando l’altro giorno – uscivo dal centro commerciale con una confezione di Huggies Super Dry per mia figlia sottobraccio – vedo camminare davanti a me una ragazza, vestita di scuro, con una canotta che le lasciava scoperta tutta la parte superiore della schiena al cui centro spiccava un tatuaggio che riproduceva il celebre prisma con tanto di fascio di luce e sequenza dei colori dell’iride. Mettendo da parte qualsiasi elucubrazione sugli incastri di coincidenze che il destino si diverte a proporci, l’ho seguita per qualche metro, fino a quando mi sono fatto coraggio e l’ho fermata. Quel tatuaggio mi sembrava – forse per eccessivo entusiasmo nei confronti di quella casualità – esattamente la soluzione a quello che cercavo di dire col mio discorso sulla persistenza dell’emozione, una metafora ideale. Così, con i pannolini di mia figlia sottobraccio, imbarazzato come un ragazzino, le ho chiesto di poter fotografare quello che portava per sempre inciso sulla pelle.

Lei mi ha guardato come fossi un alieno, poi mi ha sorriso nel caldo del mezzogiorno di luglio e mi ha detto: «Questa davvero non me l’avevano mai detta. Di solito mi chiedono: “Che è st’arcobaleno?”». Idioti, ho pensato io e le ho risposto: «Tranquilla, credo di sapere che cos’è». Ci siamo scambiati uno sguardo d’intesa come scoprendoci consanguinei, poi lei si è voltata, si è tirata su i capelli per rendere il prisma ben visibile e allora ho scattato la foto che vedete nella pagina col mio cellulare (era probabilmente la prima volta in cui la fotocamera del telefono mi si sia rivelata di qualche reale utilità). Poi un copione scontato avrebbe voluto la scena seguente con noi due seduti al tavolino di un bar a fare a gara di fanatismo pop, ma non è andata così. È andata che l’ho ringraziata per la sua gentilezza, ho raccolto il pacco di pannolini da terra e ci siamo salutati senza voltarci. Non so cosa pensasse veramente di The Dark Side of the Moon, ma mi auguro che ancora oggi, ascoltandolo, per lei, soprattutto per lei che ha deciso di sponsorizzarne il simbolo, l’emozione persista.

Per quanto riguarda me, dopo un incalcolabile numero di ascolti e tante letture in proposito, penso di avere una panoramica totale di questo album, riesco a percepirlo nel suo insieme come nei suoi particolari, ne conosco i più piccoli anfratti strumentali, ne ho tradotto, sviscerato, interpretato, i testi, ne conosco gli aneddoti e le sottotracce più o meno importanti. Fa parte di me, del mio bagaglio, ha influenzato, per quello che può un disco rock, il mio modo di pensare.

Ma quello che so con certezza, quello che realmente importa, è ciò con cui mi ritrovo a fare i conti, sempre, in ogni ascolto, tra il riverbero delle chitarre di Dave Gilmour e le note profonde dell’Hammond di Rick Wright, tra la metronomia delle bacchette di Nick Mason e il talento compositivo di Roger Waters (oltre che alla sinuosità dei suoi giri di basso): la botta emotiva di quel pomeriggio di tanti anni fa, quel senso di spiazzamento, quell’esperienza sonora vissuta ad occhi chiusi in una stanza, quel viaggio sotteso nella ciclicità della sistole e della diastole del movimento cardiaco, scevra da ogni condizionamento a posteriori. L’aprirsi di un  velo, la perdita di una verginità che riesce a ripetersi col suo tipico intrico di dolore, piacere e perdita di sangue.

Ogni volta è domenica pomeriggio, ogni volta ho quindici anni e uno strano senso di stupore che mi segna il viso.

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Roma. Quattro modi di morire in prosa: Alfonso Berardinelli https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/roma-quattro-modi-di-morire-in-prosa/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/roma-quattro-modi-di-morire-in-prosa/#comments Mon, 17 Feb 2014 11:40:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18564 "Roma Capitale / Sei ripugnante / Non ti sopporto più", canta Pierpaolo Capovilla nell'ultimo album del Teatro degli Orrori. Più Roma fa orrore, più appare interessante. Più è disprezzata, più il suo magnetismo trionfa su chi volta lo sguardo dall'altra parte. Una sponda al Parlamento, l'altra al Vaticano. E poi il cinema, la Rai, le periferie, i tassisti, l'editoria indipendente, i giornalisti, i palazzinari, il Seicento e il Novecento, e più lontano i pascoli tagliati da immaginarie linee della metropolitana. Un pezzo al giorno, proviamo a raccontare Roma in quattro atti. Ce ne vorrebbero molti di più e l'esercizio di comprensione sarebbe comunque inutile. Per questo è interessante. Magari diventa un appuntamento fisso di questo blog. Esito incerto, come il passaggio di certi autobus.

Iniziamo con un pezzo di Alfonso Berardinelli uscito sul Foglio. (Immagine: La grande bellezza di Paolo Sorrentino)

Odio Roma e la Dolce Vita

di Alfonso Berardinelli

Che cos’è Roma? Ci sono nato, da genitori nati a Roma, e sono cresciuto a Testaccio. Ma non ho mai capito cos’era questa città. Non mi è mai piaciuta, l’ho sempre rifiutata, da bambino mi sembrava che avesse un odore di sacrestia e di latrina. Ho studiato dai Salesiani fino a tredici anni, la vita personale dei preti mi incuriosiva, mi chiedevo in che cosa credevano loro, in che cosa dovevamo credere noi, se nella messa del mattino o nei film western e nei tornei di calcio con cui ci tenevano occupati di pomeriggio. Perfino con un gigante letterario come Gioachino Belli ho difficoltà. Mi piace leggerlo a voce alta a qualcuno, ma dopo la lettura mi sento letterariamente euforico e moralmente abbattuto. Posso essere fiero del fatto che Roma abbia prodotto un attore come Ettore Petrolini, ma sento che la sua comicità, la sua nausea di sé, è una scorante malattia che nessuno ha mai eliminato dall’aria di Roma. Perciò sopporto male i fanatici della bellezza di Roma, soprattutto se non sono romani. Li considero esteti e guardoni, ciechi alla tristezza, alla metafisica barbarie, al “delirio d’immobilità” che la città trasmette a chi ci nasce. Roma è un mito e un problema? O è semplicemente un luogo meraviglioso e irresistibile?

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grandebellezza “Roma Capitale / Sei ripugnante / Non ti sopporto più”, canta Pierpaolo Capovilla nell’ultimo album del Teatro degli Orrori. Più Roma fa orrore, più appare interessante. Più è disprezzata, più il suo magnetismo trionfa su chi volta lo sguardo dall’altra parte. Una sponda al Parlamento, l’altra al Vaticano. E poi il cinema, la Rai, le periferie, i tassisti, l’editoria indipendente, i giornalisti, i palazzinari, il Seicento e il Novecento, e più lontano i pascoli tagliati da immaginarie linee della metropolitana. Un pezzo al giorno, proviamo a raccontare Roma in quattro atti. Ce ne vorrebbero molti di più e l’esercizio di comprensione sarebbe comunque inutile. Per questo è interessante. Magari diventa un appuntamento fisso di questo blog. Esito incerto, come il passaggio di certi autobus.

Iniziamo con un pezzo di Alfonso Berardinelli uscito sul Foglio. (Immagine: La grande bellezza di Paolo Sorrentino)

Odio Roma e la Dolce Vita

di Alfonso Berardinelli

Che cos’è Roma? Ci sono nato, da genitori nati a Roma, e sono cresciuto a Testaccio. Ma non ho mai capito cos’era questa città. Non mi è mai piaciuta, l’ho sempre rifiutata, da bambino mi sembrava che avesse un odore di sacrestia e di latrina. Ho studiato dai Salesiani fino a tredici anni, la vita personale dei preti mi incuriosiva, mi chiedevo in che cosa credevano loro, in che cosa dovevamo credere noi, se nella messa del mattino o nei film western e nei tornei di calcio con cui ci tenevano occupati di pomeriggio. Perfino con un gigante letterario come Gioachino Belli ho difficoltà. Mi piace leggerlo a voce alta a qualcuno, ma dopo la lettura mi sento letterariamente euforico e moralmente abbattuto. Posso essere fiero del fatto che Roma abbia prodotto un attore come Ettore Petrolini, ma sento che la sua comicità, la sua nausea di sé, è una scorante malattia che nessuno ha mai eliminato dall’aria di Roma. Perciò sopporto male i fanatici della bellezza di Roma, soprattutto se non sono romani. Li considero esteti e guardoni, ciechi alla tristezza, alla metafisica barbarie, al “delirio d’immobilità” che la città trasmette a chi ci nasce. Roma è un mito e un problema? O è semplicemente un luogo meraviglioso e irresistibile?

In un lungo editoriale sull’ultimo numero della Lettura, Sandro Veronesi affronta e attualizza l’argomento con le migliori intenzioni, mettendoci dentro anche la non-romanità politica esibita da Matteo Renzi. Per smontare i pregiudizi (“a Roma non si lavora”, “Roma prima o poi corrompe tutti”) Veronesi esorta a mettere insieme le due facce della città eterna e capitale d’Italia: lo scenario storico-estetico e l’energia delle periferie. Non smetto di rimuginare sugli innumerevoli perché del mio non-amore (non ho amato, ahimè, neppure mia madre: troppo pathos materno) ma resto anche incapace di affrontare l’ingarbugliata vastità del tema. Approfitto perciò di chiunque dica la sua su Roma per poterlo approvare, contraddire e commentare. È la ragione per cui ho recensito su questo giornale sia “Habemus papam” di Moretti che “La grande bellezza” di Sorrentino, due film opposti e forse complementari, ispirati dal desiderio di “far vedere” qualcosa che di solito non si vede: San Pietro, il Vaticano, i cardinali in conclave (Moretti), le ville, le fontane, le terrazze, i Lungotevere, la dolce vita (Sorrentino).

Due visioni molto selettive, parziali e deformanti, che tuttavia mettono in primo piano, in forma visionaria, qualcosa che c’è, o aleggia, o dorme nell’inconscio dei romani e dei non romani approdati a Roma. La proposta di Veronesi, fra letteratura e cinema, è sensata, ma solo in apparenza. Il suo invito conclusivo (“vediamola, questa città”) sembra indicare la soluzione, invece indica il problema. Vedere Roma come unità è impossibile. Quell’unità o totalità c’è e non c’è. Nessuno l’ha mai pensata. Rimane comunque una pluralità che non trova un ordine e sfugge alla coscienza. Chiunque passi non distrattamente da una zona all’altra di Roma, sente che si smarrisce, per un attimo “perde i sensi” e si ritrova in luoghi reciprocamente incompatibili, come un sonnambulo. La compresenza dei due massimi precedenti storici, la Roma imperiale e il papato, allude simbolicamente e fisicamente a dimensioni trascendenti contraddittorie: Cesare e Dio, la spada e la croce, il potere politico e l’autorità religiosa, la terra e il cielo (il cielo di Roma è una liberazione: libera da Roma chi lo guarda).

Il popolo di Roma, di cui si ritrovano al presente poche tracce, non crede, non ha creduto a nessuna delle due trascendenze. Non è un popolo religioso e neppure civile. Il potere imperiale è morto da due millenni e da allora sembra che per i romani non sia successo niente. Le teste di pietra degli imperatori, a guardarle bene, somigliano ancora oggi a quelle dei macellai e dei proprietari di ristoranti. Il potere dello stato nazionale e dei ministeri (“voi non sapete che cos’è un ministero. Nessuno lo sa”, avvertiva Carlo Levi nel 1950) è un potere kafkiano, proprio così: Orson Welles usò il vecchio Palazzo di giustizia, chiamato “Palazzaccio” dai romani, nel suo film sul “Processo” con Tony Perkins.

Il cristianesimo ha trovato a Roma il suo habitat politico, ma lo spirito sembra volato via, lo si ritrova nel silenzio di qualche piccola chiesa nascosta. La cupola di Bramante e Michelangelo o il colonnato di Bernini glorificano la chiesa, non aiutano molto a pensare a vita e morte del profeta di Nazaret. Roma si sottrae alle definizioni che procedono per luoghi comuni, eppure tutti i luoghi comuni su Roma aiutano a capire qualcosa di vero, se portati alle loro più lontane deduzioni senza dimenticare che c’è anche altro, c’è sempre altro. I romani indubbiamente lavorano, ma impiegano troppo tempo per arrivare sul posto di lavoro, e la città, in genere, non incoraggia a pensare che il lavoro che si fa giunga a buon fine e sia apprezzato.

“Chi ha visto Roma non potrà più essere infelice”, ha scritto Goethe. Ma solo qualche decennio dopo un altro poeta, Leopardi, a Roma non trovò che disagi, delusioni e infelicità. Rileggo qualche riga famosa del suo epistolario: “La letteratura romana è così misera, vile, stolta, nulla, ch’io mi pento d’averla veduta e vederla, perché questi miserabili letterati mi disgustano della letteratura…”. E quattro giorni dopo: “Pare che questi fottuti Romani che si son fatti e palazzi e strade e chiese e piazze sulla misura delle abitazioni de’ giganti, vogliono anche farsi i divertimenti a proporzione, cioè giganteschi, quasi che la natura umana, per coglionesca che sia, possa reggere…”. Due settimane più tardi conclude: “Venerdì 15 febbraio 1823 fui a visitare il sepolcro del Tasso e ci piansi. Questo è il primo e l’unico piacere che ho provato in Roma”.

Per chi non ne avesse abbastanza, aggiungo quello che scrisse Giuseppe Prezzolini facendo nel 1970 un bilancio di Roma capitale: “Cento anni d’incompetenza, di trascuranza, di cupidigia, d’affarismo (…) promesse non mantenute, spese rovinose, costruzioni assurde e fatiscenti, distruzioni ignobili, bilanci truccati, corruzione permanente (…). Con rassegnazione dobbiamo abituarci a considerarla come un errore di gioventù”. Scriverò mai un libro o un saggio su Roma? Vorrei, ma non ci credo. Anche in questo sono un fottuto romano, due volte fottuto perché non è neppure riuscito a godersi né vita dolce né grande bellezza. Nego che Roma sia bella? No, ma certo (come dice Patrizia Cavalli) è brutta ad altezza uomo, quando ci si cammina dentro e non la si guarda dall’alto. Bella o no, se Roma fosse una donna direi che non è il mio tipo. Le cose più belle di Roma sono nella luce delle grandi ville, o nascoste nel semibuio delle pinacoteche e delle chiese. Poi c’è il cielo, divino in tutti i sensi, monoteista e politeista, a piacere. Solo che non è davvero il suo cielo. Roma non lo merita.

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Da Radio Deejay, al caso Moggi, a Fantozzi, a Elio, a Comunione e Liberazione… La “Sterminata domenica” di Claudio Giunta https://minimaetmoralia.it/libri/da-radio-deejay-al-caso-moggi-a-fantozzi-a-elio-a-comunione-e-liberazione-la-sterminata-domenica-di-claudio-giunta/ https://minimaetmoralia.it/libri/da-radio-deejay-al-caso-moggi-a-fantozzi-a-elio-a-comunione-e-liberazione-la-sterminata-domenica-di-claudio-giunta/#comments Tue, 11 Feb 2014 07:47:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18366 Questo pezzo è uscito sull'ultimo numero de Lo Straniero.

Nell'Italia degli ultimi trent'anni ci sono stati almeno due sistemi per negare la complessità, talmente efficaci da aver prodotto risultati.

Il primo è stato quello di ritenere (e dichiarare) che la complessità non fosse necessaria o addirittura fosse un male. Un rifiuto, questo, portato avanti da un populismo di destra impegnato a cavalcare l'ostilità del lumpen-ceto-medio-basso verso gli intellettuali, ostilità in qualche caso non del tutto ingiustificata (si pensi alla corporazione dei baroni universitari, o agli editorialisti talmente riflessivi da specchiarsi in Adorno), ma che nella stanza dei bottoni ha poi prodotto agghiaccianti risultati da espressionismo brianzolo quali Sandro Bondi o Mariastella Gelmini.

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero de Lo Straniero.

Nell’Italia degli ultimi trent’anni ci sono stati almeno due sistemi per negare la complessità, talmente efficaci da aver prodotto risultati.

Il primo è stato quello di ritenere (e dichiarare) che la complessità non fosse necessaria o addirittura fosse un male. Un rifiuto, questo, portato avanti da un populismo di destra impegnato a cavalcare l’ostilità del lumpen-ceto-medio-basso verso gli intellettuali, ostilità in qualche caso non del tutto ingiustificata (si pensi alla corporazione dei baroni universitari, o agli editorialisti talmente riflessivi da specchiarsi in Adorno), ma che nella stanza dei bottoni ha poi prodotto agghiaccianti risultati da espressionismo brianzolo quali Sandro Bondi o Mariastella Gelmini.

Il secondo modo per negare la complessità, sul fronte opposto, ha visto per protagonisti quei “professori di filosofia che aspettano la fine dei tempi o la fine del Capitalismo chiosando Heidegger” (cit. Giunta), e che, proprio per questo ­– rifiutandosi di frequentare ciò che il mondo nel frattempo è diventato fuori dal Palazzo accademico, ma soprattutto non intuendo che persuadersi di essere geneticamente incompatibili con il mondo di Bouvard e Pécuchet è un indizio che conduce a molte prove – afferrano e restituiscono di tutto il resto una parte troppo piccola per come pretendono di essere consegnati alla posterità (indizio numero due).

Di tutto questo prova a rendere giustizia Claudio Giunta in Una sterminata domenica (Il Mulino), una serie di saggi (forse sarebbe corretto definirli reportage) sul paesaggio italiano visitato attraverso esperienze che una certa prosopopea d’antan avrebbe definito middlebrow e Giunta ha l’onestà (e il tempismo) di chiamare col nome più appropriato: pop.

Se i nostri luoghi geografici sono più standardizzati rispetto ai tempi in cui Milano e Lampedusa non erano uniti neanche dalla lingua, le “increspature” del paesaggio che diventano significative non sono solo fisiche ma anche sacche di immaginario, microcosmi semantici, vicende di cronaca, avventure imprenditoriali, piccoli e meno piccoli sistemi di potere che mescolano tra loro proprio l’immaginario e l’impresa commerciale.

Ecco dunque l’Italia restituita attraverso il meeting di Cl, la saga di Fantozzi, il percorso degli Elio e le Storie Tese, il caso Moggi, il fenomeno Radio Deejay.

I libri che in questi anni hanno fritto l’aria intelligentemente con la scusa (o era la causa?) dei cultural studies non si contano, ma Giunta evita le trappole in cui la nostra esperienza (cioè l’esaurita pazienza) di lettori ritiene ormai che un libro del genere debba cadere poche pagine o righe prima che in effetti lo faccia.

Proverò a elencare qualche motivo per il quale la strategia di Giunta mi sembra invece interessante, e soprattutto lo faccia muovere in quella fascia d’esperienza che sta sotto il Tannhäuser non più di quanto sorvoli i raduni di Pontida, senza farsi fregare dal fantasma della fresca eruditissima ma alla distanza anche un po’ ingenua euforia da sdoganamento dei Sessanta (Umberto Eco, che per il pop fu ciò che oggi un cinquantenne potrebbe rappresentare per internet rispetto a un nativo digitale) né dal colpevole feticismo un po’ suicida del decennio successivo (non mi basta rintracciare una scheggia di Sid Vicious in Carlo Freccero e altri situazionisti tricolori per definire più punk che establishment la sua tv, non più di quanto mi sentirei di dire che la carriera politica di Gianni De Michelis fu segnata da Tony Manero più che dalla Enimont).

Una mossa di Giunta è allora quella di prestare inizialmente il fianco con onestà all’altro da sé, riconoscendogli dei meriti, in certi casi riconoscendo se stesso – molto sanamente – in una parte mai nel tutto estranea all’oggetto d’indagine. Da questo punto di vista, un precursore recente di questo modo di procedere è Forza Simba, il reportage che David Foster Wallace scrisse nel 2000 per «Rolling Stone» sulla campagna elettorale di John McCain per le primarie repubblicane. Cosa faceva in quel caso di interessante DFW? Osservava le gesta di un uomo politico che rappresentava un universo assai lontano dal proprio e una sfera di valori addirittura opposta, senza che questo gli impedisse di provare anche ammirazione (per come, ad esempio, prigioniero in Vietnam, nonostante le torture subite nel corso della detenzione, McCain rifiutò la propria liberazione privilegiando quella di un soldato semplice precedentemente catturato), ma senza soprattutto che questa ammirazione annullasse mai le differenze ideologiche, il che è proprio la via d’uscita da quel manicheismo permeabile che è solo uno dei paradossi in cui si è mosso in questi anni il dibattito pubblico.

Allo stesso modo (con una lingua davvero efficace, cioè limpida senza evanescenze, empatica senza euforia, severa senza anatemi da scagliare) Giunta è capace di infilarsi al meeting di Comunione e Liberazione lasciando che le perplessità per il revisionismo imperante (Leopardi ridotto a un inguaribile ottimista, la conquista delle Americhe non il preludio di un genocidio ma la missione spirituale che salvò l’anima di milioni di nativi, e così via) tentennino un attimo di fronte all’incredibile gentilezza con cui i militanti di CL trattano tutti, compreso lui e gli altri laici che si sono avventurati nel territorio sconosciuto. Una gentilezza mai sperimentata negli ambienti di sinistra né tra i militanti del PDL (avversari magari sul piano ideologico, ma non così “estranei” e “paralizzanti” come i ciellini), tanto da far scrivere a Giunta che in certi casi “la gentilezza è più importante della verità”.

Se non fosse che, poche pagine dopo, con un colpo di coda che ho capito essere un marchio di fabbrica (una sorta di istantaneo terzo atto, un contro-contro movimento) del discorso retorico che presiede Una sterminata domenica, Giunta scrive: “infine, questa coazione ad allargare il cerchio dell’amicizia del movimento non è senza rapporto con la sua traiettoria politica: cioè soprattutto con l’enorme rete di poteri e di interessi che è la Compagnia delle Opere e col filo doppio che ha legato e ancora lega in questi anni CL – il movimento nato per «proporre la presenza di Cristo come unica vera risposta alle esigenze profonde della vita umana di ogni tempo» – a Silvio Berlusconi”.

Interrogati su questo aspetto, due o tre attivisti rispondono che, semplicemente, in politica i ciellini appoggiano quelli che gli danno più spazio, che li aiutano a raggiungere i loro obiettivi. “E così pare proprio”, conclude Giunta, “che questi paladini dell’antirelativismo abbiano accettato di sottoscrivere lo slogan stesso del relativismo: anything goes, tutto va bene purché serva «a raggiungere i nostri obiettivi»”.

Ecco, in tre tempi, restituita la complessità: a) al meeting di Cl si spacciano per verità assodate tesi storiche ai limiti dell’assurdo, che accostano i ciellini ai raeliani e agli invasati di Scientology, b) i ciellini sono di una gentilezza disarmante. Questa gentilezza è in buona fede, fa bene, è una cosa buona, lo è al di là del fatto che chi la pratica è convinto che Leopardi in fondo “pensasse positivo”, c) la gentilezza in questione non è un astuto mezzo per raggiungere fini turpi, è un valore in sé, questo bisogna avere l’onestà di riconoscerlo, ma questo non toglie tuttavia che Comunione e Liberazione sia anche un gigantesco sistema di potere che fa paura, e che intimamente potrebbe non avere molto a che fare col Vangelo nonostante la buona fede dei militanti.

Stessa cosa per il fenomeno Radio Deejay, di cui Giunta è un ascoltatore accanito: a) chi pensi che Linus, Nicola, Albertino, Fabio Volo e compagnia siano un’accolita di fighetti miliardari dovrebbe ricordare che erano piuttosto un gruppo di proletari (quasi tutti di sinistra) a cui trent’anni fa riuscì di costruire un impero mediatico a suon di duro e onesto lavoro e alcune idee eccellenti, b) per i parametri del pop “Deejay chiama Italia” è una trasmissione perfetta, i conduttori usano un italiano chiaro e pulito, costruzioni linguistiche che le trasmissioni delle altre emittenti private nazionali si sognano, c) a “Deejay chiama Italia” non si parla di come Lacan abbia aggiornato Freud, ma il problema in questi casi sarebbe in chi cerchi un articolo di «Tel Quel» nelle telefonate con gli ascoltatori (telefonate che tuttavia, se ascoltate con attenzione, per la capacità che i conduttori hanno di far aprire gli interlocutori in modo sempre garbato, senza mai ricorrere alla volgarità, potrebbero riservare non poche sorprese), d) Fabio Volo ha la colpa di trattare radiofonicamente la letteratura alla stregua dei bigliettini dei Baci Perugina e quella ancor più grave di spacciare per romanzi i suoi non-libri, e tuttavia: poco prima delle ultime elezioni è stato tra i pochi, potendo disporre della sua audience, ad attaccare Berlusconi (senza risparmiare il PD) con una frontalità mancata a molti intellettuali; ogni anno rinuncia a molte centinaia di migliaia di euro rifiutandosi di sponsorizzare o fare la pubblicità per alcunché, e) Linus è uno stakanovista e un organizzatore del lavoro fenomenale, f) Linus ha il terrore di invecchiare, non riesce a diventare adulto, il modo in cui mitizza le sue origini proletarie da un certo punto in poi ha cominciato a diventare sospetto, g) il fatto di essere diventato miliardario, se da una parte non lo ha portato ad avere un rapporto osceno col denaro (la sua mancanza di ostentazione, come del resto quella di Fabio Volo, è proverbiale) dall’altra non ha impedito un certo scollamento dalla realtà, h) anche per questo forse da qualche tempo Linus porta avanti, all’interno del proprio gruppo, una politica del lavoro (e soprattutto dei licenziamenti) a dir poco discutibile, certamente non in linea con i valori da cui vorrebbe essere ispirato, h) tutti i meriti di Radio Deejay non tolgono che in fondo in fondo l’emittente non sia altro che uno tra i più accettabili, puliti, edulcorati frammenti che tutti quanti insieme formano però la “vera anima nera di quello che chiamiamo neo o tardo capitalismo”, vale a dire lo show business.

E così via (con diversi gradi di fascinazione che diventa anche diffidenza, e viceversa) per Fantozzi, per Elio e le Storie Tese, per Luciano Moggi.

La cosa interessante – oserei dire la novità – del discorso di Giunta è che i punti delle sue analisi cercano di restituire più complessità che sintesi, non si divorano l’un l’altro perché ne resti vivo uno come vorrebbe la logica del succitato manicheismo permeabile.

Il fatto che Fabio Volo sia un non scrittore spacciato per storyteller non toglie che in certi casi abbia mostrato (nel proprio ambiente e dal proprio speakers’ corner) un coraggio che alcuni scrittori-scrittori e intellettuali-intellettuali non praticano nei propri, il che non lo riabilita certo come scrittore. Il fatto che si abbia il dovere di tenere il punto su Leopardi discutendo con un militante di CL (e che si debba tenere ben presente che CL è una struttura di potere anche molto pericolosa) non toglie che a quel militante si debba riconoscere la virtù della gentilezza e di una certa empatia (e che magari gentilezza ed empatia sia giusto rivendicarle lì dove sono totalmente assenti, ad esempio quelle redazioni o quei dipartimenti universitari nati per cambiare il mondo nel nome di Marx). In un paese in cui lo scontro si è fatto binario, e quindi stupido, alzare il tiro del discorso in questo modo è un merito.

Infine. Tra le righe di Una sterminata domenica serpeggiano i segni di una cultura solida (tra le altre pubblicazioni dell’autore c’è ad esempio un commento alle «Rime» di Dante). Tuttavia Claudio Giunta non è una forza del passato che sconta sulla propria pelle le contraddizioni del presente. Non è un aquinate di Alessandria che in un paese di acquasantiere e busti di Togliatti getta scompiglio mischiando Bibbia e Dylan Dog. Non è neanche un bombarolo degli anni Settanta convinto di ritrovare stralci di libretto rosso tra Bombolo, er Monnezza e Edwige Fenech. Per privilegio di anagrafe, come quasi tutti quelli della sua generazione, Giunta ha ascoltato la voce di Cristina D’Avena prima di quella di Rilke, ha seguito le avventure di Pentothal e Zanardi prima di quelle di Julien Sorel. Di questo non si fa un vanto né per questo si autocommisera. Ne prende atto, e dalla presa d’atto comincia con onestà la propria indagine.

Quali siano i limiti e le vere trappole da evitare per questo genere di approccio (quali rischino di disinnescarlo strada facendo come è successo agli “esploratori” delle generazioni precedenti) lo capiremo nei prossimi anni, per ora mi sembra interessante che un discorso di questo tipo inizi ad avere il suo spazio.

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L’ecologia poetica di Andrea Zanzotto https://minimaetmoralia.it/ritratti/ecologia-poetica-di-andrea-zanzotto/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/ecologia-poetica-di-andrea-zanzotto/#comments Sat, 18 Jan 2014 17:30:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17586 Pubblichiamo la versione integrale di un articolo uscito su Europa.

Nessuno scrittore contemporaneo ha saputo trasmettere l’essenza profonda del paesaggio come Andrea Zanzotto, il quale, dall’esordio, intitolato, per l’appunto, Dietro il paesaggio (1951), fino alla sua ultima raccolta, Conglomerati (2009), ne ha fatto il nucleo più autentico della sua ricerca poetica. Attorno a questo nucleo non ruotano soltanto le poesie zanzottiane, ma anche un consistente gruppo di prose sparse – interventi, articoli, saggi, ricordi autobiografici – pubblicate tra la metà degli anni Cinquanta e gli anni duemila, e ora opportunamente raccolte – nel secondo anniversario dalla morte dell’autore – sotto il titolo Luoghi e paesaggi (Bompiani, pp. 228, euro 11,00). Come osserva l’attento curatore del volume, Matteo Giancotti, per Zanzotto «il paesaggio non esiste in senso assoluto ma si manifesta come evento, accadimento che lega in un intreccio indissolubile e non descrivibile – se non per approssimazioni – la realtà del luogo e la condizione psico-fisica dell’uomo».

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AndreaZanzott

Pubblichiamo la versione integrale di un articolo uscito su Europa.

Nessuno scrittore contemporaneo ha saputo trasmettere l’essenza profonda del paesaggio come Andrea Zanzotto, il quale, dall’esordio, intitolato, per l’appunto, Dietro il paesaggio (1951), fino alla sua ultima raccolta, Conglomerati (2009), ne ha fatto il nucleo più autentico della sua ricerca poetica. Attorno a questo nucleo non ruotano soltanto le poesie zanzottiane, ma anche un consistente gruppo di prose sparse – interventi, articoli, saggi, ricordi autobiografici – pubblicate tra la metà degli anni Cinquanta e gli anni duemila, e ora opportunamente raccolte – nel secondo anniversario dalla morte dell’autore – sotto il titolo Luoghi e paesaggi (Bompiani, pp. 228, euro 11,00). Come osserva l’attento curatore del volume, Matteo Giancotti, per Zanzotto «il paesaggio non esiste in senso assoluto ma si manifesta come evento, accadimento che lega in un intreccio indissolubile e non descrivibile – se non per approssimazioni – la realtà del luogo e la condizione psico-fisica dell’uomo».

Nel caso di Zanzotto il paesaggio è, per eccellenza, quello veneto, che il poeta non abbandonò mai, se non per brevi periodi (fa eccezione un giovanile soggiorno a Vienna, di cui, in questo libro, si può leggere il vivace resoconto): quindi, innanzitutto, la natia Pieve di Soligo e il Quartier del Piave, dove svetta l’amatissimo Molinetto, un mulino cinquecentesco a cui il poeta allude a più riprese nelle sue prose; i Colli Euganei; Padova; e poi naturalmente Venezia, a cui è dedicato, tra l’altro, lo splendido scritto Venezia, forse – probabilmente il capolavoro in prosa di Zanzotto – che accompagnava il catalogo fotografico di Fulvio Roiter Essere Venezia (1977).

Se già negli anni Sessanta, in pieno boom economico, Zanzotto aveva denunciato gli allarmanti contraccolpi ambientali dell’industrializzazione e dell’urbanizzazione indiscriminate («resta quasi dovunque sfregiato il volto antico delle città e le campagne vengono infiltrate da una specie di sfilacciato tessuto urbano, proliferante in costruzioni amorfe, come quelle villette-benessere che, se saziano un’antica fame di abitazioni per tutti, oscurano con la loro caotica disseminazione ogni angolo del paesaggio»), in seguito, la sua prospettiva diventa sempre più radicale e drastica nel denunciare i dissesti di ciò che, in una lirica che dà il titolo a un suo fortunato libro-intervista, chiamò progresso scorsoio (In questo progresso scorsoio. Conversazione con Marzio Breda, 2009). Che Zanzotto abbia avuto, da sempre, una sensibilità ecologica è fuori di dubbio, anche se il suo ecologismo non è certamente assimilabile a quello esibito da certi partiti politici. Per il poeta, infatti, la devastazione dell’ambiente non è un dato puramente chimico-bilogico, ma ha profonde implicazioni metafisiche.

Dalle prose di Zanzotto emerge un’idea poetica della natura, che lo fa parlare di un «Deus vivente nella natura, e probabilmente al di là di essa». Si direbbe che la natura/paesaggio rappresenti per Zanzotto l’ultimo rifugio del sacro nel mondo contemporaneo: «senza voler sottovalutare gli altri fattori, è in primo luogo nel paese e nei suoi dèi che bisogna credere». Questa interessante notazione sembra assimilabile a certe concezioni del romanticismo tedesco e europeo, che hanno prospettato un’immagine poetica e quasi divina della natura (si pensi a Novalis); mentre in ambito italiano non è inopportuno chiamare in causa un autore tra i più amati da Zanzotto, cioè Leopardi, che non parlò soltanto di una natura matrigna, ma anche anche di una natura «ordinata ad un effetto poetico» (Zibaldone, 22 agosto 1823). Anche Andrea Zanzotto, nell’intervento Il paesaggio come eros della terra (2006), riconduce i progetti della natura alla poiesis («A differenza di quelli umani, “I progetti” della natura non si presentano mai come “progetti”, essendo “genesi” anch’essi,  poeisis, nel senso più arcaico della parola») e continua ad alludere alla presenza di «un deus che continuamente sorprende manifestando il suo esistere anche con abbaglianti precisioni», lo stesso deus «che si riconnette ai testi di poesia». La poesia dà voce al misterioso deus del paesaggio e della natura, e forse anche Zanzotto avrebbe poturo far sua la singolarissima dichiarazione di poetica di Leopardi, che, parafrasando un celeberrimo passo del Purgatorio dantesco, affermava «I’ mi son un che quando Natura parla», definendo la poesia una «facoltà divina» (Zibaldone, 10 settembre 1828).

La natura, in Zanzotto, così come in Leopardi, si lega profondamente alla poesia. Non è un caso che in Zanzotto le esplorazioni del paesaggio siano anche, se non soprattutto, esplorazioni poetiche e spirituali. Basta pensare alle frequenti incursioni di Zanzotto nei luoghi petrarcheschi, come i già citati Colli Euganei e il Monte Ventoso. Così come il paesaggio, anche la poesia e i suoi miti sono minacciati. Con un geniale cortocircuito, che ci mostra come, anche negli anni della vecchiaia, fosse tutt’altro che chiuso nella proverbiale torre d’avorio, il poeta veneto stabilisce un sorprendente parallelismo tra il declino del mito della Laura petrarchesca, la cui esistenza è messa in discussione da alcuni studiosi, e il successo della canzone Laura non c’è al Festival di Sanremo del 1997: «Nek è il nome del cantautore che viene a sottolineare questa vera e propria nex (strage) pur senza volerlo: intanto i ragazzi d’Italia ci piangiucchiano sopra».

Nonostante le sue crescenti preoccupazioni per le sorti nazionali e globali, Zanzotto non si abbandonò mai a un banale e lagnoso catastrofismo (si noti l’ironia del passo appena citato), e anche nelle punte più estreme di pessimismo non si arrese mai completamente all’«inesausta invadenza dell’economia a tutti i livelli del mondo dell’uomo». Anzi: queste prose, e, più in generale, molta parte dell’opera di Zanzotto, possono anche considerarsi una forma esemplare di resistenza: etica non meno che estetica.

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La dannosa fuffa delle competenze https://minimaetmoralia.it/interventi/la-dannosa-fuffa-delle-competenze/ https://minimaetmoralia.it/interventi/la-dannosa-fuffa-delle-competenze/#comments Thu, 22 Aug 2013 16:07:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15280 di Christian Raimo Quando si parla del mondo del lavoro e del mondo della scuola sembra sempre che si parli di due questioni totalmente distinte. E invece, nell’Italia con il Pil che crolla, nel mare magnum delle fugacissime questioni estive, ci sono un paio di notizie che si accoppiano per farci capire come dobbiamo immaginarci […]

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di Christian Raimo

Quando si parla del mondo del lavoro e del mondo della scuola sembra sempre che si parli di due questioni totalmente distinte. E invece, nell’Italia con il Pil che crolla, nel mare magnum delle fugacissime questioni estive, ci sono un paio di notizie che si accoppiano per farci capire come dobbiamo immaginarci il futuro prossimo.

La prima è la disfida modello western tra Fiom e Fiat, simboleggiata al meglio dal duello in pieno sole tra Marchionne e Landini: il contenzioso nello specifico è la sentenza della Cassazione che obbligherebbe la Fiat a dare spazio ai delegati della Fiom, mobbizzati e licenziati senza nemmeno quegli ultimi scrupoli che sono gli articoli della Costituzione. Dalla parte di Marchionne stanno quelli che invocano un modello d’industria nuovo, senza i laccioli di un sindacato-reliquia. Dalla parte di Landini i difensori di diritti lesi da una globalizzazione che è tale solo nella deregulation.

La seconda è che il concorso per docenti che ha coinvolto milioni di persone in Italia sta volgendo al termine: entro l’estate ci saranno i vincitori. Da una parte, anche qui, c’erano gli oppositori del concorso pensato ancora una volta una tantum, dall’altra – ex ministro Francesco Profumo in testa – coloro che hanno millantato questo concorso come l’inizio di un rinnovamento della scuola, con l’assoldamento di nuovi insegnanti 2.0 armati di tablet e di una cultura didattica à la page.

Ma cos’hanno in comune la Fiom e il concorsone? C’è uno strano spettro che aleggia su entrambi. Quello di un concetto-mondo che fluttua nel linguaggio aziendale e nel linguaggio della scuola. Chi per esempio ha preparato l’orale del concorso in questa mezza estate l’ha dovuto ruminare fino all’assorbimento osmotico: stiamo parlando delle famigerate “competenze”. Una parola stravincente di una neo-lingua ibrida. Le competenze: la scuola del futuro sarà una scuola delle competenze; questa scuola del futuro preparerà una società del futuro basata anche questa sulle competenze. I tre operai della Fiat sospesi forse non lo sapevano, voi: sappiatelo.

Non si tratta di un restyling meramente linguistico, ma di un concetto che evoca un progetto di formazione abbastanza nuovo. La sua elaborazione compiuta per la scuola può essere datata al 2010 quando le Indicazioni Nazionali (che sarebbero il modo in cui sono stati riorganizzati i programmi scolastici) si sono adattate a una poco visibile rivoluzione teorica partita dagli anni Novanta che ripensava il mondo in cui viviamo alla luce di una fantomatica “società della conoscenza”.

Chi è stato a voler ripensare il mondo? Beh, parliamo soprattutto dell’Unione europea e altri organismi internazionali tipo l’Ocse, secondo i quali esiste un presupposto che dovremmo dare per scontato nell’educazione del futuro: se si migliora la qualità del servizio d’istruzione, si offrono ai cittadini le condizioni per “la costruzione di una vita realizzata” e per “il buon funzionamento della società”.

Il punto di partenza è stato il progetto DeSeCo (“Definition and Selection of Competencies”), da cui sono man mano scaturiti fior di documenti fino ad arrivare alla Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio, datata 2006, dove si definiscono quali sono le competenze di base che servirebbero in questa nuova società. Sono nello specifico otto: 1) comunicazione nella madrelingua, 2) comunicazione nelle lingue straniere, 3) competenza matematica e competenze di base in scienza e tecnologia, 4) competenza digitale, 5) imparare ad imparare, 6) competenze sociali e civiche, 7) spirito di iniziativa e imprenditorialità, 8) consapevolezza ed espressione culturale.

Ecco qui, i requisiti che un bel cittadino europeo 2020 – per esempio i vostri figli, oppure voi (dato che siamo tutti coinvolti in processi di life-long learning come si dice) – dovrebbe possedere (Se ne volete sapere di più, la loro formulazione più precisa la potete trovare in libro-menhir, una specie di manuale di un nuovo ordine mondiale della “conoscenza” del 2003, edito da FrancoAngeli a firma di questi due grandi teorici delle competenze, D.S. Ryken e L.H. Salganik, che s’intitola Agire le competenze chiave. Scenari e strategie per il benessere consapevole. Sì, il titolo echeggia un po’ Scientology, ma che volete che sia). Prima di provare a capire cosa sono queste benedette competenze, possiamo già concordare a naso su una sensazione: la mancanza in questo microelenco di qualsiasi traccia di – come lo vogliamo chiamare? – sapere critico, né da un punto di vista della conoscenza, né da un punto di vista politico…

Il buon funzionamento della società non deve educare cittadini che mettano in crisi la società stessa? Questa potrebbe essere un’ingenua domanda.  A cosa serve la scuola? A adattarsi al mondo così com’è, o a ripensarlo da capo a piedi?

E simili questioni se le pone un saggio illuminante di Edoardo Greblo – contenuto nel numero appena uscito (un numero monografico sulla scuola) di Aut aut – intitolato La fabbrica delle competenze. Per Greblo la conclusione è semplice: si educa alle competenze per avere lavoratori flessibili, adattabili a un mercato del lavoro sregolato e precario. Si educa l’individuo perché sia capace di sopravvivere nella giungla di un mercato feroce e deregolato, facendo di lui un possessore di competenze frammentarie e intercambiabili, più che una persona (come era pensato nella pedagogia deweyana che ha informato il Novecento e la nostra Costituzione, compromesso di cattolicesimo e socialismo).

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L’arte della guerra di carta e inchiostro https://minimaetmoralia.it/scrittura/larte-della-guerra-di-carta-e-inchiostro/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/larte-della-guerra-di-carta-e-inchiostro/#comments Wed, 10 Jul 2013 13:23:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14942 Questo pezzo è uscito sul bimestrale Graffiti. (Immagine: Hiroshige.)

Leggendo L’arte della guerra di quel figlio di puttana di Sun Tzu mi è venuto in mente uno strampalato ipotetico Dao che riguardi la scrittura conscio che non seguirò mai tutti i dettami di un’eventuale via o principio universale che porta alla scrittura. Ma siccome predicar bene e razzolare male non è solo la prerogativa dei preti (fa’ come prete dice e non come prete fa), ci provo in questa pagina consapevole che non sarò in grado di rispettare nemmeno il 50% dei punti previsti.

Punto 1. Il Dao è dato nel momento in cui lo scrittore si pone la madre di tutte le domande: premesso che tu sia consapevole del tuo talento, quanto sei disposto a offrire per la Scrittura? Non ci sono mezze risposte a questa domanda. L’unica risposta è tutto. La vita. Il culo. Tutto, insomma.

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Questo pezzo è uscito sul bimestrale Graffiti. (Immagine: Hiroshige.)

Leggendo L’arte della guerra di quel figlio di puttana di Sun Tzu mi è venuto in mente uno strampalato ipotetico Dao che riguardi la scrittura conscio che non seguirò mai tutti i dettami di un’eventuale via o principio universale che porta alla scrittura. Ma siccome predicar bene e razzolare male non è solo la prerogativa dei preti (fa’ come prete dice e non come prete fa), ci provo in questa pagina consapevole che non sarò in grado di rispettare nemmeno il 50% dei punti previsti.

Punto 1. Il Dao è dato nel momento in cui lo scrittore si pone la madre di tutte le domande: premesso che tu sia consapevole del tuo talento, quanto sei disposto a offrire per la Scrittura? Non ci sono mezze risposte a questa domanda. L’unica risposta è tutto. La vita. Il culo. Tutto, insomma.

Un po’ di rigore folle non guasta. Non leggere mai gli autori contemporanei. Non leggere mai gli autori della tua terra altrimenti il tuo terreno di azione si restringerà visibilmente. Non essere invidioso e se proprio lo devi essere siilo solo nei riguardi di Dostoevskij, Hemingway, Faulkner, Dante, Boccaccio, Joyce, Edgar Allan Poe e Orazio.

Non avere fretta.

Anela la sconfitta iniziale perché quella è la via per la Scrittura. Le sconfitte ti rendono più forte o ti eliminano dalla competizione. Sia che ti eliminino sia che ti rafforzino sono funzionali alla tua via per la Scrittura.

Punto 2. Cosa deve essere lo scrittore?

Deve essere pazzo, spugna, narratore, comunicatore, missionario, sognatore, ladro, artigiano, guerriero, esploratore, giullare, acrobata, maiale, iconoclasta, lurido verme, vigliacco, cornuto, bocchinaro, asceta, renitente, anarchico fascio o marxista ma mai moderato di centro, falso, baro, pederasta, coprofilo, randagio, prostituto ma mai mercante, bavoso, squallido, ironico, disadattato, mitico.

Punto 3. La casa di uno scrittore non può essere una casa qualunque. Deve avere un angolo tutto suo. Magari una stanza. Nella stanza i quadri dei grandi del passato. È preferibile avere Hawthorne, Dick, Leopardi, Bukowski poggiato a un frigo, Céline che si tiene le mani tra i capelli, lo sguardo di Poe, Joyce, Dostoevskij. Inoltre il bagno deve essere sempre libero. Il bagno è un luogo sacro per pensare e riordinare appunti. La tazza del bagno è un trono d’oro. La carta igienica è un gong di fine round. La cucina e il televisore devono essere il più lontani possibile. In bagno la foto di Melville è fondamentale perché ti ricorda di continuo ciò che è insuperabile ogni volta che ti fai la barba. Una casa troppo calda o troppo fredda non va bene, ma dovendo scegliere è meglio avere freddo. L’ideale è un appartamento all’ultimo piano. Una casa indipendente andrebbe bene, ma presupporrebbe un tenore di vita che condiziona quello che scrivi. Un appartamento è l’ideale. E ci vuole un balcone per la notte.

Punto 4. La sposa di uno scrittore deve essere curiosa, riflessiva, silenziosa e discreta. Incompetente nella Scrittura e mai ambiziosa. Una sposa (o uno sposo) estranea al mondo editoriale tiene lo scrittore lontano dalla vita pubblica, dai party, dalle serate letterarie e dalle accozzaglie del mondo della Scrittura. La sposa di uno scrittore deve essere sempre presente nell’assenza e assente nella presenza. Se parliamo di sposo deve essere paziente e bisessuale. La sposa di uno scrittore deve essere intelligente e porca. La sposa di uno scrittore deve avere i capelli neri.

Punto 5. Le case editrici hanno bisogno di te e tu di loro. Non aspettarti nulla da una casa editrice. Case editrici medie sono meglio di case editrici grandi o piccole. La casa editrice migliore è quella che ti lascia ampia libertà. Le promesse delle case editrici valgono per quello che sono: promesse.  E quelle dei librai ancora meno. I librai sono mercanti, ma mercanti illuminati. Avrebbero potuto vendere canne da pesca o dildi nodosi e invece hanno puntato sui libri e questa scelta li nobilita. Ma si tratta di terreni diversi e lo scrittore non deve entrarci. I librai ti diranno che sono in grado di indirizzare la propria clientela verso i tuoi libri. Uno scrittore non deve scendere nemmeno su questo terreno.

I librai tuoi lettori ti supporteranno. Questi sono i migliori.

Punto 6. I corsi di scrittura sono inutili per gli scrittori di talento e per i negati nell’arte della Scrittura. Vanno bene per i bravi inconsapevoli. Tenere corsi di scrittura per uno scrittore è una iattura. Perderà tempo prezioso e sarà costretto a leggere manoscritti mediocri.

Punto 7. La città di uno scrittore deve essere brutta, squallida e priva di un tessuto letterario. I boschi possono andare bene. Il mare invece presuppone che uno scrittore abbia avuto successo e questo è un male. Fabbriche e panorama cementificato vanno bene. L’Hinterland Nord di Milano è perfetto. Meda lo è ancora di più.

Punto 8. Le presentazioni sortiscono un effetto disastroso. Lo scrittore perde il ritmo ed è costretto a confrontarsi con chi legge o non legge la sua roba quando tutto quello che ha da dire lo dice nei suoi libri. Presentare un libro è come spiegare al proprio figlio le tecniche di masturbazione: imbarazzante, inutile e innaturale. Le presentazioni a cui lo scrittore parteciperà gli faranno perdere forza. La sua Scrittura ne risulterà menomata e il suo fascino di mago ne resterà deturpato.

Le presentazioni vengono realizzate per vendere libri, dare risalto sulla carta stampata e rinsaldare i rapporti coi librai. Una presentazione che fallisca tutti e tre gli obiettivi è una sciagura. Lo scrittore avrà pagato un tributo alto e il bottino non varrà un decimo del sacrificio. Inoltre spiegare la propria opera è impossibile e al tempo stesso dannoso. Andare in tour è il massimo della rovina.

Presenziare ai post presentazione è deleterio perché neutralizza sia la giornata dedicata alla presentazione che il giorno successivo. Uno scrittore che abbia la forza di evitare tutte le presentazioni propostegli è uno scrittore di valore.

Punto 9. Le amicizie di uno scrittore devono essere improntate alla fuga dalla letteratura. Uno scrittore che frequenta altri scrittori è uno scrittore mediocre o finito. I tuoi amici siano operai, tecnici, meccanici, papponi, clown, ma non gente del mondo editoriale.

Punto 10. Scrivere con la penna o col pc è uguale. Scrivere di notte o all’alba è uguale. Scrivere nel silenzio o nel chiasso è uguale. L’importante è farlo tutti i giorni e lasciare la frase nel momento ideale. Né un momento prima né uno dopo che l’ispirazione sta calando. Quando la prima stesura è terminata bisogna stamparne una copia e rispettando la cabala lasciarla per tre mesi tra un libro di Garcìa Màrquez e uno di Orwell. Anche un libro di Pound e uno di Baudelaire possono andare bene. Sul tavolo bisogna tenere una copia di Bartleby lo scrivano, per l’ispirazione e It per le copie vendute. Mai scrivere a pancia piena. Mai scrivere dopo aver fatto l’amore su un letto.

Punto 11. Uno scrittore non deve mai entrare in politica, mai lavorare per il mondo intellettuale e in generale non lavorare più del dovuto. Abituare la famiglia alla frugalità è fondamentale. Mai organizzare festival o incontri letterari. Non curare mai antologie. L’ozio dello scrittore è costruttivo come l’appostamento di un carnivoro in attesa di prede.

Punto 12. Gli amori per uno scrittore sono materiale per le storie. Uno scrittore dovrebbe innamorarsi solo di amori impossibili come ad esempio persone morte o della propria suocera. La masturbazione è pratica tollerata. Bisogna evitare di scopare con lettrici o lettori.

Punto 13. Gli incubi e le ferite. Lo scrittore deve sperare di avere una vita infelice. Molte ferite molti romanzi. Pochi soldi molti romanzi. I genitori morti sono di aiuto. Se la ragazza o il ragazzo che avete amato muore siete sulla buona strada. Se vi hanno violentato da bambini il Dao della Scrittura sarà luminoso.

Se rispetterete i tredici punti e avete talento diventerete scrittori, altrimenti al massimo diventerete gente che scrive libri.

I tredici punti sono il meglio.

I tredici punti sono il bene.

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Social network e critica militante: Antonio Di Grado, un italianista aforista https://minimaetmoralia.it/letteratura/social-network-e-critica-militante-antonio-di-grado/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/social-network-e-critica-militante-antonio-di-grado/#comments Tue, 09 Apr 2013 14:43:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13905 Questo articolo è apparso su Alias/ il manifesto.

Chi voglia tracciare un panorama attendibile della critica letteraria attuale non può assolutamente evitare di fare i conti con i social network, e in particolare con facebook. Non solo perché quasi tutti i principali lit-blog si affidano a questo mezzo, ma anche perché un numero sempre crescente di critici delle più diverse generazioni ha ormai un account su facebook, utilizzato, fra l'atro, per diffondere valutazioni politiche, culturali o più strettamente letterarie. Cosicché, piaccia o meno, facebook è diventato oggi un luogo fondamentale per l’esercizio della critica cosiddetta militante. Tuttavia nessun critico italiano, che io sappia, aveva mai pensato finora di raccogliere in volume i propri "stati", cioè gli scritti frammentari diffusi attraverso il social network in questione. Ecco perché vale senz’altro la pena leggere Chi apre chiude. Dispacci e cimeli arenati nel web (Le Farfalle, pp. 128, € 12) di Antonio Di Grado, italianista di meritato prestigio.

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Questo articolo è apparso su Alias/ il manifesto.

Chi voglia tracciare un panorama attendibile della critica letteraria attuale non può assolutamente evitare di fare i conti con i social network, e in particolare con facebook. Non solo perché quasi tutti i principali lit-blog si affidano a questo mezzo, ma anche perché un numero sempre crescente di critici delle più diverse generazioni ha ormai un account su facebook, utilizzato, fra l’atro, per diffondere valutazioni politiche, culturali o più strettamente letterarie. Cosicché, piaccia o meno, facebook è diventato oggi un luogo fondamentale per l’esercizio della critica cosiddetta militante. Tuttavia nessun critico italiano, che io sappia, aveva mai pensato finora di raccogliere in volume i propri “stati”, cioè gli scritti frammentari diffusi attraverso il social network in questione. Ecco perché vale senz’altro la pena leggere Chi apre chiude. Dispacci e cimeli arenati nel web (Le Farfalle, pp. 128, € 12) di Antonio Di Grado, italianista di meritato prestigio.

«Lo “stato” di facebook (giacché di questo stato, senza maiuscole e senza balzelli, si tratta)», scrive Di Grado, «è quel davanzale da cui ogni giorno ti affacci per dire la tua sul mondo, per imporre a un distratto uditorio il tuo diario in pubblico, per alternare detti e contraddetti, plausi e botte, paradossi e congetture, amenità e proclami». Quanto alla forma, il limitato numero di caratteri disponibili per gli “stati” non è necessariamente uno svantaggio, anzi (laddove non ci si approfitti questo spazio per pontificare) rappresenta uno stimolo «alla concisione, all’affermazione pregnante, al tagliente insinuarsi del dubbio». Il genere letterario a cui lo “stato” si avvicina di più è, infatti, il frammento letterario, nelle su diverse configurazioni possibili: l’aforisma, il motto di spirito, la maxime dei moralisti francesi (oggi un La Rochefoucauld spopolerebbe certamente su facebook, così come su twitter).

Le pagine del libro Antonio Di Grado, infatti, sono spesso illuminate da scintille aforistiche e da battute fulminanti: «La cosa peggiore che può capitare alle domande è la risposta»; «Tolstoi? Un personaggio di Dostoevskij»; «Abolire l’aggettivo “sperimentale”, comoda scappatoia per non spiegare la diversità di una scrittura o di una tecnica artistica. A un mio collega che lo definiva ‘sperimentale’, Stefano D’Arrigo urlò: “Come si permette? Sperimentale io, che mi sono fatto un culo così?”». Per Di Grado, allergico a certa critica aridamente accademica (non pochi sono gli strali destinati all’oscuro gergo veterostrutturalista giustamente considerato obsoleto), ha trovato in facebook un varco per uscire dalla routine di un’università ormai ridottasi a istituzione asfittica e mercificata.

Se Di Grado non è certo il primo a lamentare il declino dell’università italiana (si pensi alle frequenti polemiche mediatiche contro i “baroni”), egli presenta però il problema sotto una luce nuova, rilevando l’ambiguità di chi denuncia i mali di un’istituzione nella quale, nondimeno, ha in varia misura prosperato: «Edipo indaga sulla peste a Tebe e scopre di esserne responsabile. Allo stesso modo andrebbe condotta ogni indagine critica, ogni ricerca: coinvolgendo e mettendo in discussione l’io che indaga. Quanti studiosi e/o docenti universitari lo fanno?».

In ogni caso Di Grado non parla solo di critica, di letteratura o di università, ma affronta anche questioni politiche, storiche, morali e religiose, declinate quasi sempre in chiave personale, con il frequente ricorso a ricordi autobiografici (sotto questo aspetto, Chi apre chiude si potrebbe leggere come un singolare autoritratto letterario). Pur utilizzando e, per molti aspetti, valorizzando un medium come facebook, l’autore non cede alle facili euforie postmoderniste, anzi, come già in passato Luigi Baldacci (che intitolò una sua memorabile raccolta di saggi Ottocento come noi), afferma di appartenere idealmente più al diciannovesimo secolo che al ventesimo o al ventunesimo: «Il mio secolo elettivo? […] L’Ottocento di Leopardi e Baudelaire, di Zola e De Roberto, di Dostoevskij e Kierkegaard. L’Ottocento svilito dal secolo miserabile e sanguinario che lo seguì: Marx tradito dal comunismo, Nietzsche dal nazismo, Garibaldi e Cavour da Mussolini e Berlusconi».

Tra le pagine migliori del libro ci sono certamente quelle di tema religioso. Lontana da ogni chiesa, la religiosità di Antonio Di Grado è alquanto inquieta ed eterodossa (vien da pensare al Guido Morselli di Fede e critica, a lui assai caro): ne emerge uno spregiudicato corpo a corpo con i Vangeli, percorsi «con la fiduciosa attesa d’un lettore di romanzi, pronto a lasciarsi suggestionare, meno a elucubrare o a cavarne oracoli». Cosicché il teologo si confonde con il critico, mentre la dimensione del sacro riemerge tra le maglie della Rete.

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Carmelo Bene visto da Claudio Abate https://minimaetmoralia.it/fotografia/carmelo-bene-visto-da-claudio-abate/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/carmelo-bene-visto-da-claudio-abate/#comments Wed, 16 Jan 2013 14:42:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12477 Pubblichiamo un pezzo di Alessandro Leogrande, uscito sul Corriere del Mezzogiorno, sulla mostra Benedette foto! Carmelo Bene visto da Claudio Abate in corso al Palazzo delle Esposizioni a Roma e vi invitiamo domani, giovedì 17 gennaio, alle 18.30 alla libreria Arion Esposizioni per un incontro speciale dedicato a Bene con Emiliano Morreale, curatore di Contro il cinema, e Giuseppe Sansonna. (Immagine: Claudio Abate. Carmelo Bene (Pinocchio) in Pinocchio '66, Teatro Centrale, Roma 1966.)

Nel decennale della scomparsa di Carmelo Bene, per la prima volta viene presentata al Palazzo delle Esposizioni a Roma una parte dell'immenso archivio fotografico di Claudio Abate a lui dedicato. Delle tremila foto scattate in un decennio, dal 1963 al 1973, la mostra romana ne presenta una selezione accurata e ragionata. “Benedette foto! Carmelo Bene visto da Claudio Abate”, questo il titolo della mostra aperta fino al 3 febbraio 2013, non è solo la testimonianza di una stagione artistica irripetibile. Le foto non riproducono, bensì illuminano, colgono dettagli, aprono squarci. Almeno in questo caso, l'atto estremo del fotografo (lo scatto, per intenderci) è solo l'ultimo anello della catena di una lunga opera di avvicinamento e condivisione con Bene e il suo mondo: ore di pause, silenzi, osservazioni... da cui poi nasce un'immagine che si aggiunge alle altre già raccolte.

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Pubblichiamo un pezzo di Alessandro Leogrande, uscito sul Corriere del Mezzogiorno, sulla mostra Benedette foto! Carmelo Bene visto da Claudio Abate in corso al Palazzo delle Esposizioni a Roma e vi invitiamo domani, giovedì 17 gennaio, alle 18.30 alla libreria Arion Esposizioni per un incontro speciale dedicato a Bene con Emiliano Morreale, curatore di Contro il cinema, e Giuseppe Sansonna. (Immagine: Claudio Abate. Carmelo Bene (Pinocchio) in Pinocchio ’66, Teatro Centrale, Roma 1966.)

Nel decennale della scomparsa di Carmelo Bene, per la prima volta viene presentata al Palazzo delle Esposizioni a Roma una parte dell’immenso archivio fotografico di Claudio Abate a lui dedicato. Delle tremila foto scattate in un decennio, dal 1963 al 1973, la mostra romana ne presenta una selezione accurata e ragionata. “Benedette foto! Carmelo Bene visto da Claudio Abate”, questo il titolo della mostra aperta fino al 3 febbraio 2013, non è solo la testimonianza di una stagione artistica irripetibile. Le foto non riproducono, bensì illuminano, colgono dettagli, aprono squarci. Almeno in questo caso, l’atto estremo del fotografo (lo scatto, per intenderci) è solo l’ultimo anello della catena di una lunga opera di avvicinamento e condivisione con Bene e il suo mondo: ore di pause, silenzi, osservazioni… da cui poi nasce un’immagine che si aggiunge alle altre già raccolte.

Queste foto si collocano, con forza, in un preciso rapporto dialettico con la “macchina attoriale” Carmelo Bene. Come scrive Jean-Paul Manganaro nell’introduzione al catalogo della mostra edito da Skira (a cura di Daniela Lancioni e Francesca Rachele Oppedisano): “Le fotografie di Claudio Abate testimoniano gli istanti particolari in cui C.B., dal 1963 al 1967 e fino al 1973, dopo la parentesi cinematografica, ha assunto la potenza delle sue decisioni sceniche.”

In queste immagini, che ritraggono momenti dalla scena o “prima della scena”, si percepisce tutta l’eccezionalità del teatro di Carmelo Bene: il suo essere costantemente uno spazio vuoto votato al superamento di un altrove. Bene, come scrive ancora Manganaro, “non vuole un teatro che si compiace ancora nel suo provincialismo, che ripete all’infinito una lezione classica ormai logora”. Allo stesso tempo, “non vuole nemmeno un teatro che comincia, in quel periodo, a situarsi nel potere della persuasione mediatica e nelle sfere di divisione di potere culturale. (…) Ripensa invece il teatro come globalità, reinterpretando antiche modalità già espresse.” In questa globalità, l’attore diviene “artefice”, un Demiurgo sui generis che raccoglie in sé il regista, lo scenografo, il fonico…

Quello di Carmelo Bene non è un teatro della ripetizione, che si limita ad esempio alla “messa in scena” dei classici. È piuttosto un teatro della loro “disiscrittura”, che crea un vuoto, sventra, dissacra, e poi ricostruisce (o abbozza la ricostruzione di) qualcosa di nuovo. È così nel lavoro su Shakespeare: si pensi alla lunga meditazione su Amleto, prototipo dell’attore “vuoto”. Si pensi al lavoro sulla “phoné”, da Leopardi a Majakoskij. Si pensi al suo “Salomè” da Oscar Wilde.

In mostra, tra l’altro, c’è un bellissima foto che ritrae  Carmelo Bene e Franco Citti dietro le quinte, al Teatro delle Muse a Roma, nel marzo del 1964. Un dietro le quinte che svela il teatro, e la potenza del teatro, quasi quanto la stessa scena: il Citti dell’“Accattone” pasoliniano diventa il Giovanni Battista del “Salomè” beniano (“un disgraziato analfabeta”).

Ma si pensi anche al suo “Pinocchio”, alla profonda riflessione sulla lingua di Collodi, e sul burattino (alter ego dell’attore) che non vuole diventare adulto. Il Pinocchio di Bene, dice ancora Manganaro, vorrebbe “un’infanzia eternamente gioiosa”. Vorrebbe rimanere nel paese dei balocchi e dell’utopia (il paese del teatro); non vorrebbe essere ricondotto alla società e alle regole dettate dagli adulti (dagli Stati e dai Padri), dopo essere passato nel ventre della balena. C’è una considerazione fulminante (riportata nel catalogo) fatta da Carmelo Bene in una intervista rilasciata a “Paese sera” nel 1966: “Almeno due terzi dei seicentomila morti sulle trincee alpine della prima guerra mondiale avevano nello zaino il ‘Cuore’ di De Amicis. Sono sicuro che se avessero avuto Collodi forse ne sarebbero tornati almeno la metà.” Qui ci sono due fanciulli: quello che si sacrifica come giovane adulto sull’altare dell’ideale nazionale edificato dai “grandi” (dalla “Piccola vedetta lombarda” al “Tamburino sardo”); e quello che se ne distacca nel gioco. Carmelo Bene sta con il secondo, ovviamente, anche se sa che la tragicità di Pinocchio è tutta nell’essere inevitabilmente, necessariamente, condotto verso il primo polo. Contro tale processo il teatro non può niente: può solo creare un momento di sospensione, una zona libera, proprio come si può appurare da queste foto… Viceversa, ci sono tanti spettacoli mortuari, pressoché inutili, proprio perché non producono nessuna distanza rispetto alla realtà, alla sua lingua, alle sue regole; oppure perché, nell’atto di “far rivivere” i classici, li uccidono sotto il peso di una recita insopportabile, della ripetizione, delle gabbie.

Molte foto ritraggono, poi, “Nostra Signora dei Turchi”: opera-totale, e allo stesso tempo destabilizzante, che ruota intorno a quello che Bene definiva “sud del sud dei santi”. Il romanzo (scritto nel 1964, pubblicato nel 1966) si fece teatro nel 1966 (al Teatro Beat di Roma), cinema nel 1968 (premio speciale della giuria alla Mostra del Cinema di Venezia) e ancora teatro nel 1973 (al Teatro delle Arti, sempre a Roma). Letteratura, teatro, cinema: tutte facce di un prisma che non sono la riproduzione l’una dell’altra, bensì stanno tra loro in un rapporto di dinamica tensione.

Le foto di Abate seguono l’evoluzione della “macchina attoriale” lungo tutto un decennio, fino alla prima metà degli anni settanta. A rivederle ora, soprattutto quelle in un bianco e nero essenziale, provocano un effetto straniante. Il teatro di Carmelo Bene (come quello di Kantor o di Grotowski) è ancora lì, a illuminare vie che possono condurre a qualcosa di diverso.

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Leopardi, Manzoni, De Roberto, Tomasi di Lampedusa: l’Italia attraverso quattro specchi https://minimaetmoralia.it/interventi/leopardi-manzoni-de-roberto-tomasi-di-lampedusa-italia/ https://minimaetmoralia.it/interventi/leopardi-manzoni-de-roberto-tomasi-di-lampedusa-italia/#comments Mon, 03 Dec 2012 08:12:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11814 Questo intervento è stato messo a punto per un dibattito in seno alla manifestazione Umbrialibri 2012 - Lo stato degli italiani, e in seguito pubblicato sulla rivista "Lo Straniero". (Immagine: Dan Perjovschi, The crisis is (not) over.)

Per chi voglia provare a comprendere qualcosa del caos italiano, cioè della solo apparentemente inconciliabile orgia di conformismo e anarchia che ci sovrasta e ci attraversa e ci appartiene con grande evidenza negli ultimi tempi – quella frana stucchevole che qualcuno prova a stringere al collare troppo stretto di formule (a propria volta molto furbe e molto povere) quali "declino" o "perdita di competitività" –, un tentativo di messa a fuoco può consistere nel guardare all'oggi attraverso quattro vecchie opere d'ingegno che dell'Italia fecero la propria ragion d'essere.

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Questo intervento è stato messo a punto per un dibattito in seno alla manifestazione Umbrialibri 2012 – Lo stato degli italiani, e in seguito pubblicato sulla rivista “Lo Straniero”. (Immagine: Dan Perjovschi, The crisis is (not) over.)

Per chi voglia provare a comprendere qualcosa del caos italiano, cioè della solo apparentemente inconciliabile orgia di conformismo e anarchia che ci sovrasta e ci attraversa e ci appartiene con grande evidenza negli ultimi tempi – quella frana stucchevole che qualcuno prova a stringere al collare troppo stretto di formule (a propria volta molto furbe e molto povere) quali “declino” o “perdita di competitività” –, un tentativo di messa a fuoco può consistere nel guardare all’oggi attraverso quattro vecchie opere d’ingegno che dell’Italia fecero la propria ragion d’essere.

Come quando, dall’oculista, la sovrapposizione di varie lenti (nessuna esclusa) porta a decrittare la successione di lettere che prima ci apparivano indistinte, osservare la scena italiana attraverso la lastra del Gattopardo, a propria volta piantata davanti a quella dei Viceré, dei Promessi sposi, e dietro questa quella che tutte le precede (il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani di Leopardi) dà finalmente a ciò che sembrava piatto e impenetrabile un’idea di tridimensionalità. A essere poco chiaro non è infatti ciò che accade in scena – le maschere di Grillo, Minetti, Berlusconi, Bossi, Polverini, D’Alema e così via sono di un’autoevidenza che lascia senza appigli – ma la possibilità stessa che un simile spettacolo non solo sia rappresentabile, ma trovi pure un pubblico pagante. Alla scena appartengono infatti anche comprimari e spettatori. Come dice il cantautore: “nessuno si senta escluso”. In Italia meno che mai.

Com’è possibile allora per esempio che mentre la lingua ufficiale del Paese prova allo specchio vaghi accenti protestanti riempiendosi la bocca di parole quali “rigore” e “sobrietà”, allo stesso tempo – non fuori dalla scena, attenzione, ma su palcoscenici sufficientemente esposti da risultare ignoti fino quando qualcuno scopre esattamente ciò che si sarebbe aspettato di trovare – si usino i soldi pubblici per allestire festini ai limiti dell’irrapresentabile per eccesso d’iperrealismo (l’affaire Polverini-Fiorito) i quali riuscirebbero nell’impresa di disgustare allo stesso modo Renato Guttuso e Albert Speer? E quale segreto moto dell’animo spinge le presunte vittime (o meglio: le sempre autoproclamatesi tali), alternativamente: a) a disprezzare con violenza ciò che fino all’altro ieri si era magari condito di rispetto, quando i motivi di biasimo erano lampanti, seppure “in sonno”, sin da allora; b) a sentirsi ferocemente più soddisfatti che feriti dalla conferma del proprio precedente biasimo; c) a invocare, in entrambi i casi, l’intervento di un terzo sempre diverso da se stesso per rimettere a posto le cose?

L’aspetto più curioso è proprio questo. Quando in Italia esplode uno scandalo (quello della Regione Lazio è solo il più recente e qui valga giusto come paradigma), i proletari e gli esclusi da qualsivoglia spartizione chiedono giustizia ai propri rappresentanti, urlando la propria impotenza. L’opposizione chiede giustizia alla maggioranza, rivendicando la propria impotenza. La maggioranza chiama in causa un sempre fantomatico Sistema, lamentando la propria impotenza (“governare gli italiani non è difficile, è inutile”, Giolitti o Mussolini a seconda della vulgata), e poi si appella all’arbitrato del Preside(nte) della Repubblica. Il Presidente è quasi impotente per via istituzionale, ma la richiesta di una sua presa di posizione chiama spesso per chissà quale affinità quella del papa, il quale, infatti, spesso interviene per mezzo dei propri cardinali (attenzione! a propria volta spesso il papa è ovviamente et infallibilmente impotente davanti alle macchinazioni dei cardinali), che a loro volta (talmente parte in causa la Chiesa in via sostanziale negli affari italiani da potersi permettere di non esserlo in via formale) non possono consumarsi in altro che in una reprimenda.

Insomma, nessuno in Italia è mai parte in causa. Al limite, siamo tutti parte lesa. Eppure, quei proletari erano andati in visibilio quando il loro leader del momento riempiva l’ampolla con le acque sacre del dio Po (adesso il dio si chiama internet). Quelle casalinghe e quegli aspiranti manager col diploma di geometra acquistato per corrispondenza l’avevano difesa a spada tratta, la pagliacciata del “contratto con gli italiani” in diretta nazionale. Quel ceto medio riflessivo, a furia di riflettere, si era dimenticato di chiedere conto ai propri segretari della mancata risoluzione del conflitto di interessi mentre erano al governo per ben due volte (per tacere della Bicamerale). Perché insomma in Italia, il Presidente del consiglio ostenta le stesse mani legate che all’ultimo disoccupato sembrano un motivo sufficiente per il vitalizio che non otterrà mai? Da dove viene, questo oceanico delirio d’impotenza?

Per provare a rispondere, dobbiamo trasferirci per un attimo nel Seicento manzoniano, e cioè un “momento” appena successivo all’Ottocento di Leopardi. I promessi sposi, se non ci fosse il superiore cielo della Provvidenza, sarebbe tutto schiacciato (come in effetti è) sotto quello dell’occupazione spagnola. Se c’è un concetto che nel capolavoro manzoniano è umiliato in modo così onnicomprensivo da poter alternativamente vestire i panni sia del vizio che della virtù è quello di autodeterminazione. Autodeterminati non sono Renzo e Lucia, che infatti non possono sposarsi. Non è libero delle proprie azioni don Abbondio, e figuriamoci (“il povero curato non c’entra; fanno i loro pasticci tra loro, e poi… se la cosa dipendesse da me…”). Non lo sono i bravi rispetto a don Rodrigo, e quest’ultimo è talmente un poveraccio nella categoria dei prepotenti – così rozzo, superstizioso, grossolano – che si limita ad amministrate un potere i cui limiti gli sono fisiologici. Non lo è frate Cristoforo, la cui azione più risolutiva, nel finale, si limita allo sciogliere il voto di castità di Lucia. Meno che mai capace di autodeterminazione è poi il popolo nel suo unico momento di (finto) protagonismo: la rivolta milanese causata dai rincari del pane è la quintessenza della rabbia cieca e autodistruttiva. Insomma, del populismo.

La peste, quella sì, è invece risolutiva. E l’autodeterminazione della peste (se così si può dire) è a propria volta interessante per due motivi. Da una parte non è mai ozioso ricordare che l’epidemia, nei Promessi sposi, la portano i Lanzichenecchi, cioè i mercenari tedeschi che combattevano nella guerra di successione del Ducato di Mantova: la soluzione, insomma, arriva dall’esterno. Se volessimo risalire ancora indietro nei secoli, potremmo per esempio dire che la peste è una forma (un’orrenda forma, l’ennesima incarnazione mai del tutto risolutiva) del veltro-Montefeltro di cui Dante parla nel I Canto dell’Inferno. E viene poi addirittura dall’Esterno, la peste manzoniana, se è uno dei nomi con cui la Provvidenza può occasionalmente travestirsi. Se infine (per non lasciare all’Italia come unica possibilità l’intervento divino) volessimo imbarcarci nell’arduo ma forse non del tutto sterile tentativo di secolarizzare la Provvidenza stessa, ricorderemo che l’ultima redazione dei Promessi sposi si conclude nel 1842, a meno di vent’anni dall’Unità d’Italia. Esiste insomma una speranza al di qua del cielo: viaggia sul motore della Storia, è praticamente dietro l’angolo.

Quando tuttavia Federico De Roberto pubblica I Viceré – romanzo che, per fedeltà d’affresco, è forse secondo solo ai Promessi sposi, e ci sarebbe da discuterne – è ormai il 1894. Dall’Unità d’Italia sono passati trent’anni, e ai più avvertiti è chiaro che il Risorgimento non ha avuto e non sta avendo chissà che effetti palingenetici. L’intento di De Roberto era quello di raccontare, proprio a cavallo del passaggio dai borboni all’Unità, la “storia d’una gran famiglia [siciliana, gli Uzeda sono di Catania] la quale deve essere composta di quattordici o quindici tipi, tra maschi e femmine, uno più forte e stravagante dell’altro. Il primo titolo era Vecchia razza: ciò dimostri l’intenzione ultima, che dovrebbe essere il decadimento fisico e morale d’una stirpe esausta”.

La stirpe esausta che invece De Roberto finisce per raccontare attraverso gli Uzeda, è quella degli italiani tutti. Mai, in un romanzo italiano, la lotta fratricida, la cupidigia, la dissolutezza morale, il trasformismo erano stati raccontati con tanta ferocia (una ferocia che ad esempio non ha il Gattopardo) e mancanza di prospettive. De Roberto, a differenza di Manzoni, non ha davanti neanche il fantasma benigno dell’evento storico che al contrario si è appena consumato – e anche in fondo se l’avesse, gli basterebbe forse frugare negli intestini di una qualunque famiglia agiata della sua terra per capire come gli italiani covino in sé, da qualche secolo, un tale seme degenerativo che solo un fatto storico così potente da assumere le sembianze dell’evento metafisico sarebbe in grado di estirpare (un’epidemia? una rivoluzione? e in modo ancora più rivoluzionario: la collettiva presa di coscienza di essere un popolo con delle responsabilità e quindi, finalmente, con delle possibilità di cambiamento?)

Ecco allora che al posto del tentennante don Abbondio c’è il dissoluto padre Blasco: sboccato, donnaiolo, sempre impegnato ad accumulare ricchezze e a seminare zizzania tra i parenti. Ecco il trasformismo impetuoso di Consalvo e quello comico e mediocre di don Gaspare (da sinistra a destra e da destra a sinistra a seconda di come soffia il vento parlamentare). Ecco i raggiri sull’eredità orditi a danno dei fratelli per tutto il romanzo da don Giacomo. Ecco infine il millantatore che vive a scrocco (il Cavalier Eugenio), la zitellona implacabile (donna Fernanda), l’amante del lusso e delle belle donne (don Raimondo). E, tutti loro, devastati da una sete di potere talmente arida e insulsa (uguale per intensità ma contraria per essenza a quella di Faust e Macbeth) da risucchiarli nel proprio stesso gorgo senza altri danni se non soprattutto quelli inferti a se stessi.

Quando esce Il Gattopardo siamo alla fine degli anni Cinquanta del Novecento. Con alle spalle l’Italia quasi un secolo di storia (nonché un’opera come quella di De Roberto) dire che “tutto cambi perché tutto resti com’è” sembrerebbe la scoperta dell’acqua calda. Se non fosse che Il Gattopardo (così stilisticamente più elegante, ma così meno vasto, potente, mobile e ricco de I Viceré) ha il merito di mettere ancora meglio a fuoco – con il nitore dell’allegoria, o forse del correlativo oggettivo – qualcosa che nell’opera di De Roberto si ottiene solo dalla somma delle parti. E cioè il fatto che l’Italia (o meglio: gli italiani) sono un gioco a somma zero. L’immagine in questione è offerta dal principe di Salina che osserva il cosmo con il telescopio (il telescopio azimutale Merz, il telescopio equatoriale di Lerebours & Secretan, il telescopio altazimutale di Worthington che furono di Giulio Fabrizio Tomasi, il bisnonno di Giuseppe Tomasi di Lampedusa a cui il protagonista del Gattopardo è ispirato). Si potrebbe dire, come sembrerebbe suggerire il romanzo, che don Fabrizio Salina osservi il cosmo per trovare una pace e soprattutto una perfezione di cui la sua terra e il suo tempo così mediocre sembrano essere l’assoluta smentita. Ma a scavare più a fondo, quelle costellazioni – così fredde, lontane, perfette, immutabili – sono anche una tremenda conferma della “vanità del tutto” di cui l’Italia sembra a propria volta la più evidente incarnazione terrena.

Essere il popolo sostanzialmente più filosofico di tutto il mondo civilizzato (coloro che, senza nemmeno doversi prendere il disturbo di teorizzarlo nei libri, vivono come se tutto fosse vano) è uno dei fuochi che ancora ardono nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani che Leopardi scrisse nel 1824. I francesi lo teorizzano con i loro grandi filosofi, scrive Leopardi, ma gli italiani sono di fatto (fuori dalla pagina, si potrebbe dire) più cinici dei francesi senza bisogno delle speculazioni che la Francia regalò al Settecento d’Europa. Questo è possibile perché all’ipertrofia di un carattere nazionale non corrisponde né una nazione né un’idea di società. Gli italiani, scrive Leopardi, non sentono il bisogno di controllarsi tra di loro (se non con le armi dello scherno e della delazione); gli è sconosciuto cioè quell'”onore” personale che è tale solo se te lo riconoscono anche gli altri – a patto, quindi, che ogni singolo ispiri le proprie azioni alla virtù condivisa. Ma una virtù condivisa e sanzionata socialmente, in Italia non esiste. Tramontata l’età del mito, morto Dio e il timor di Dio (e ancora, per estremizzare il concetto: non c’è bisogno delle illuminazioni di Nietzsche in Engadina, poiché in Italia si fa sostanzialmente a meno di Dio sin dal Seicento), soltanto il vincolo sociale – ontologicamente fittizio, ma fondamentale – o al limite solo la paura di un biasimo che trovi concorde il corpus civico può ispirare le nostre azioni a qualcosa di costruttivo. Ma gli italiani “sono continuamente occupati a deridersi in faccia gli uni e gli altri” con una violenza, una ferocia e soprattutto una nulla stima di sé che lascerebbe al tappeto il rappresentante di qualunque altro popolo d’Europa ma non noi. Al contrario, per gli italiani una simile inclinazione rischia di cronicizzarsi così tanto da diventare un asse portante. Questo, nel 1824.

Per verificare quanto Tomasi di Lampedusa non fosse nel torto, basti pensare a quanto il borbonico “facite ammuina” si reincarni stagionalmente a ogni nuovo dibattito pubblico nelle penne dei “professionisti dell’opinione e dell’antiopinione”. Ma per capire quanto De Roberto, e ancora più Leopardi avessero reso così bene l’attitudine autodistruttiva che paradossalmente ci tiene in piedi (ma a quale prezzo?) basta invece farsi un giro su internet. La Rete (non solo in Italia, ma noi siamo campioni della specialità) sta diventando nelle sue forme più degenerative un ricettacolo di delazioni, insulti e rivendicazioni a basso costo (cioè senza quasi mai poterselo permettere) che sembrano la più attuale recrudescenza di quel “deridersi in faccia gli uni e gli altri” di cui scriveva Leopardi. La sostanziale mancanza – dentro e ovviamente fuori dal mondo virtuale – di serie sanzioni sociali (e uno sberleffo non lo è) per i propri piccoli o grandi atti di vandalismo, bullismo, irresponsabilità o leggerezza, fa sì che questi si moltiplichino senza sosta, con la novità che, come si diceva all’inizio, ci sentiamo tutti dalla parte della ragione e, contemporaneamente, parte lesa.

Potrei fermarmi qui, e abbandonare il quadro alla sua sconfortante evidenza. Eppure, se devo interrogare l’ottimismo della volontà, credo di trovare in fondo al pozzo un paradossale motivo di speranza nella necessità di considerare ogni singolo italiano responsabile, e il popolo italiano invece parte lesa. Questa parte lesa, dovremmo insomma immaginarla all’occasione come staccata dalle nostre persone. È in nome di questa parte lesa – in disaccordo, spesso anzi in vero conflitto con ogni singolo – che è sensato ingaggiare una lotta. Il che significa oggi lottare anche contro se stessi.

Che il popolo italiano muova a pietà se non a commozione, è difficile smentirlo. Quando mai è finito, infatti, il Seicento di Manzoni? Quando mai, cioè, il nostro popolo ha vissuto un genuino e nobile momento di protagonismo e autodeterminazione in grado di infondergli fiducia? Non è accaduto nella seconda metà del XVI secolo (abbiamo avuto una Controriforma senza il balsamo di una Riforma – ricordo un passaggio molto bello di Aldo Busi sulla Bibbia di Diodati, che avrebbe regalato agli italiani una lingua finalmente affrancata dall’artificiosa padronalità curiale se non fosse stata messa al bando). Non è accaduto con il Risorgimento (dove al massimo il protagonismo tocca un’élite di massa) e solo in piccola parte con la Resistenza. Per venire a eventi più recenti, basti pensare all’entusiasmo con cui i singoli italiani (umiliando per l’ennesima volta il popolo di cui fanno parte) hanno reagito a Tangentopoli all’inizio degli anni Novanta, invocando il cambiamento ma poi delegando ogni cosa all’uomo della provvidenza (allora i giudici, più tardi Berlusconi, e adesso cosa?)

È questo sentirsi insomma sempre fuori dai giochi, sempre impotenti in prima persona, sempre alienati da un nobile protagonismo, cioè da una seria e reale responsabilità – in attesa perenne del veltro, della peste, dell’uomo della provvidenza, di un altro che si pigli la responsabilità che non vogliamo assumerci per la parte che ci compete, pretendendone però poi l’impossibile guadagno – è questo, credo, uno dei peggiori difetti di noi individui italiani.

Si tratta di una colpa dalla quale, se può essere sollevata l’idea di un popolo, non dev’esserlo, invece, ogni singolo – per il quale, nel proprio foro interiore, dovrebbe sempre pesare l’onere della prova. Ognuno dovrebbe sentirsi chiamato a scardinare (a distruggere in se stesso, dunque a trascendersi in un’ottica civile) ciò che lo rende alieno alla comunità senza la quale il suo profilo identitario pure andrebbe a disgregarsi. È attraverso la cruna di un simile paradosso che abbiamo oggi il dovere di passare.

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Il ritorno del commissario Magrite di Gianni Mura https://minimaetmoralia.it/libri/ischia-gianni-mura/ https://minimaetmoralia.it/libri/ischia-gianni-mura/#comments Fri, 16 Nov 2012 08:35:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11364 Un omaggio di Fabio Stassi per festeggiare il ritorno del commissario Magrite, protagonista di Ischia (Feltrinelli), il nuovo romanzo di Gianni Mura. Oggi alle 18 Gianni Mura incontrerà i lettori alla libreria Feltrinelli di Galleria Colonna a Roma e il 27 novembre sarà ospite della libreria minimum fax insieme a Giuseppe Smorto per un appuntamento speciale di Punto e Svirgola, la rubrica di Repubblica.it. (Immagine: René Magritte, Decalcomania.)

Bentornato, commissario Magrite 

Magrite lo vedo arrivare sotto i portici di Piazza Vittorio, all’ora stabilita. Sono cinque anni che non ci incontriamo e ho l’impressione che nasconda qualche chilo di troppo sotto una vistosa maglietta a righe, i jeans, e un giaccone che ricorda vagamente un eskimo. Ma la prima cosa che riconosco di lui è la sua andatura basculante, da orso che si è volontariamente licenziato da un circo, e quello sguardo spaesato che si posa su tutto, e di tutto è curioso: di un gruppo di asiatici che fumano, delle felpe dei pakistani, dei banchi di abiti usati… Sembra di essere a Marsiglia, mi dice allegro appena gli sono a tiro. Volevo farla sentire a casa, rispondo. Grazie, ma spero che lei abbia scelto bene anche il ristorante, Non sono un esperto, ma se non ha nulla in contrario la porterei dal nepalese, è un posto alla buona, si mangia bene e si spende poco, Si può scegliere il vino? No, ma stamane gli ho fatto mettere in frigo un rosso di Montefalco, Approvato allora, andiamo a vedere.

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Un omaggio di Fabio Stassi per festeggiare il ritorno del commissario Magrite, protagonista di Ischia (Feltrinelli), il nuovo romanzo di Gianni Mura. Oggi alle 18 Gianni Mura incontrerà i lettori alla libreria Feltrinelli di Galleria Colonna a Roma e il 27 novembre sarà ospite della libreria minimum fax insieme a Giuseppe Smorto per un appuntamento speciale di Punto e Svirgola, la rubrica di Repubblica.it. (Immagine: René Magritte, Decalcomania.)

Bentornato, commissario Magrite 

Magrite lo vedo arrivare sotto i portici di Piazza Vittorio, all’ora stabilita. Sono cinque anni che non ci incontriamo e ho l’impressione che nasconda qualche chilo di troppo sotto una vistosa maglietta a righe, i jeans, e un giaccone che ricorda vagamente un eskimo. Ma la prima cosa che riconosco di lui è la sua andatura basculante, da orso che si è volontariamente licenziato da un circo, e quello sguardo spaesato che si posa su tutto, e di tutto è curioso: di un gruppo di asiatici che fumano, delle felpe dei pakistani, dei banchi di abiti usati… Sembra di essere a Marsiglia, mi dice allegro appena gli sono a tiro. Volevo farla sentire a casa, rispondo. Grazie, ma spero che lei abbia scelto bene anche il ristorante, Non sono un esperto, ma se non ha nulla in contrario la porterei dal nepalese, è un posto alla buona, si mangia bene e si spende poco, Si può scegliere il vino? No, ma stamane gli ho fatto mettere in frigo un rosso di Montefalco, Approvato allora, andiamo a vedere.

Dai portici al ristorante sono pochi passi. In realtà chiamarlo ristorante è un po’ troppo. È un locale a metà tra una sala mensa e una pizzeria di quartiere. Magrite si tocca i baffi, ma senza scomporsi. Stasera l’autore che lo ha creato, Gianni Mura, presenterà il secondo romanzo in cui si parla di lui. Gli consiglio il pollo rosso, ma anche gli spaghettini conditi, assicuro, danno soddisfazione, oppure un misto di verdure. Vada per il pollo rosso, dice dopo avere passato in rassegna tutti i piatti esposti al bancone. Ne ordino due alla cassa. Una donna ci sorride con disarmante gentilezza asiatica, il vino ce lo farà portare al tavolo, promette. Ci andiamo a sedere nell’unica sala pranzo. Troviamo posto dietro tre egiziani che discutono animatamente. Il più alto lo conosco, si chiama Yazer, gli abbiamo commissionato un trasloco nella biblioteca dove lavoro. Si alza per abbracciarmi generosamente. Uno come lui fa sempre rumore, anche quando sposta una sedia. Gli presento il commissario. Il resto del locale è occupato da magrebini, tailandesi, indiani, gente che vive ai bordi del mercato, o ha una piccola bottega, vende schede telefoniche, affitta camere a ore per conto dei cinesi. Si vede che lei è di casa qui, dice Magrite, nel suo incerto italiano. Ci vengo spesso, mi ci trovo.

Arriva il vino, e riempiamo i bicchieri.

Sa che se avesse mandato una e-mail, o un sms, o spedito un fax, e non una lettera con tanto di francobollo non credo che ci saremmo visti? Lo immaginavo. Ma come faceva a immaginare pure che avrei preso un aereo per Roma? Ho pensato che avrebbe voluto assistere di persona all’incontro di Gianni, e so che stasera si nasconderà tra il pubblico per sentire che cosa dirà.

Magrite butta giù un sorso di vino. Ha un’espressione impenetrabile, gattesca, ma sembra che cominci a divertirsi. Passa un dito sulla mappa del Nepal disegnata sulla tovaglietta di carta del ristorante, sull’area verde del Royal Chitwan National Park, per l’esattezza.

I giornalisti sono grandi pettegoli, non si sa mai cosa possono raccontare, dice. Di cosa si vergogna? Lo sa che in una foresta come questa – indica la cartina – se incontri una tigre devi guardarla negli occhi,  ma con gli elefanti non hai scampo? Non cambi discorso, è per questo che è venuto? No, cercavo solo un alibi per tornare a Roma, c’è anche una mostra di Doisneau al palazzo delle Esposizioni che mi interessa molto, Il fotografo che collezionava i baci degli innamorati a Parigi? Sì, proprio lui, Una mostra romantica per visitarla da solo, Chi le dice che sarò solo? Ha ragione, mi scusi, ma dall’ultima volta che ci siamo incontrati, al Tour, la trovo decisamente più sentimentale di quanto ricordavo, Il patetico è il mio terreno, lo disse Bolaño in una delle sue ultime interviste, Bella frase, Ma lei il libro di Gianni lo ha letto? Non vorrei apparirle troppo patetico anch’io, ma le confesso che le ultime pagine mi hanno commosso, ero in treno e una suora di colore mi ha chiesto se stavo bene, le ho dato un bacio e ho nascosto la testa nel suo velo, È un libro che spinge a baciare le suore, quindi, per lei? Spinge ad abbracciare le persone che hanno perduto qualcosa, Ne è sicuro? In un certo senso io credo che Gianni, attraverso di lei, abbia scritto un piccolo trattato sull’amore.

Il commissario si gira impercettibilmente verso Yazer e i suoi amici egiziani che ora stanno ridendo. Non si può fumare qui? chiede all’uomo che ci serve il pollo. È un nepalese minuto appena sceso dall’Annapurna, sembra, non capisce la lingua, ma a gesti fa segno di no, che non si potrebbe. A Katmandu, dalle sue parti, sì, ma qui non è possibile. Si scusa e si allontana. Magrite posa il pacchetto delle Gauloises blu sul tavolo, rassegnato. Poi riprende il filo del discorso, lentamente.

L’amore è un sentimento che non si finisce mai di indagare, c’è l’amore che si consuma in quartieri come questo, vicino a una stazione, di fretta, perché ha sempre a che fare con gli arrivi, le partenze, i viaggi, e c’è l’amore che alcuni uomini nutrono per tutta la vita per un ricordo, come quello di Peppe Iovine o Pepé le Couteau, il vedovo che ho conosciuto a Ischia, c’è l’amore delle donne verso le donne e quello degli uomini…

Lo ascolto con attenzione. Storpia un po’ le parole, ma il senso è chiaro.

Le piace Ischia? Ha una bella luce orientale, a volte sembra la stessa che filtra dalla cattedrale di Rouen, ma in realtà è un paradigma assoluto dell’Italia, Ne è convinto? Ah, sì, per come la vedo io riassume in poco spazio tutta l’avventura frustrante, e al tempo stesso sfolgorante, del vostro essere italiani, Ma come l’ha trovato il nostro paese, questa volta? Malmesso, i giovani se ne vanno, e anche certi pensionati, ma li capisco, ho pure scoperto che nel vostro codice penale non è previsto il reato di omofobia, Né di tortura, purtroppo, Da quando ho letto Jean Amery, la tortura per me equivale a un omicidio, perché uccide qualcosa di essenziale, la fiducia nel genere umano, Jean Amery dice che è un’esperienza peggiore di quella di un campo di concentramento, Era uno che sapeva di cosa stava parlando, Ha ragione, è uno scandalo che ci fa vergognare, Ma nonostante tutto Ischia continua a sedurmi lo stesso, e poi le isole sono perfette per tentare un discorso sull’amore, perché sono circolari, e danno il tempo, Credo sia l’unico commissario che conosco in grado di citare Roland Barthes, Adoro Barthes, ma anche lui sapeva bene che alla fine quella che citiamo tutti è la vita.

Si tocca la barba ispida. Provo a incalzarlo.

Pensa davvero che l’amore sia la saldatura temporanea di due solitudini? chiedo a bruciapelo. Penso anche di peggio, se è per questo, vuole proprio sapere l’idea che mi sono fatto? Sono tutt’orecchi, Io credo che l’amore segua sempre qualche naufragio, Non la capisco, È come quando interviene qualcosa ad amputare un poco la tua umanità, e allora si crea un vuoto, Il suo ragionamento è piuttosto enigmatico, commissario, Accade anche nel mestiere di vivere, tutti i giorni, non solo nel mio, Si spieghi meglio, Vede, i marinai bretoni dicono che quando si è in mare, il pericolo maggiore è la terra, Cos’è, un indovinello? No, è che anche sulla terra molte cose possono naufragare: la fiducia, la pietà, l’umanità, appunto, per tanti motivi, E allora si ama per disperazione, O per non precipitarci dentro, vedo che inizia a capire, Solo un poco, ma mi sembra riduttivo, Non l’è mai capitato di sentirsi come una balena fiocinata o spiaggiata di fronte all’ordine omicida del mondo? Un’immagine molto forte, devo ammetterlo, O come un grigio burocrate della morte, se preferisce, senza più nessuna strumentazione a bordo, Vuol dire che sono stati d’animo come questi che generano l’amore? A me piace usare più la parola disperanza che disperazione, perché è un termine di confine tra due sentimenti opposti, anche se mi hanno detto che è un errore in italiano, Leopardi la adoperava, In fondo, anche l’amore è un sentimento di frontiera, Sa che la ritrovo più filosofo e poeta che uomo d’azione, cosa le è successo? Mah, sarà la vecchiaia che incombe, che vuole, si può invecchiare anche senza diventare adulti, Aspetti, questo verso lo conosco, Brel, Jacques Brel, vero? Sì, La chanson des vieux amants, Mi perdoni la banalità, ma si sente più giovane o più vecchio della sua età? E se le dicessi che non ho mica vent’anni, ne ho molti di meno? Altra citazione, Vediamo se indovina pure questa, È facile, gioco in casa: Fossati, Bravo, si vede che ascoltiamo la stessa musica, Allora non crede che si possa amare solo con gli occhi? Fino a un certo punto, bisogna pur passare il tempo, bisogna pur che il corpo esulti: sempre Brel, stessa canzone, la traduzione è del vostro Battiato, A giudicare dal libro di Gianni, lei è una piccola enciclopedia ambulante, Tengo la memoria in allenamento, ma solo per quello che mi ha appassionato, il resto lo dimentico in fretta, Le invidio tutti quei racconti di cantanti, attrici, scrittori, uomini di sport che hanno dovuto fare i conti con la miseria, con la solitudine, la sfortuna, la sconfitta, Ho un debole per queste storie, Per la cantante Fréhel, ho scoperto, per il volto di Jean Seberg, la mitica Giovanna D’Arco, Fu anche la protagonista di Fino all’ultimo respiro, Godard, già, ora me ne ricordo, Mi piacciono le persone che hanno la voce o lo sguardo che sembrano venirgli dalla pancia: se fossi uno scrittore, è così che vorrei scrivere, in maniera popolare, ruvida, vera, Generosa, anche? Sì, per quello che si può, non mi vergogno di dire che non ho mai biasimato l’ingenuità di chi sta dalla parte dei generosi, non dei calcolatori, Dal lato sbagliato del marciapiede, Sì, da quello dei pizzaioli romeni, dei camerieri bretoni, delle bariste polacche, Dei traslocatori egiziani, Dei cuochi nepalesi, l’elenco è infinito, È un piacere pranzare con lei, Grazie, Il pollo le piace? Non credevo fosse così tenero, e soprattutto questa salsa piccante arancione non è male, Lo sa che Fossati si è ritirato? Ci penso spesso anch’io, mi basterebbe una piccola casa in cui entri la tosse del mare, con un pergolato di glicine, magari, o anche solo una pianta di pomelia su un balcone, o un aspidistra, e una cantina fornita, naturalmente, È sempre un convinto rossista? Di ferro.

Rovescia nei bicchieri il vino rimasto e beve, lasciando le ditate sul vetro.

Le chiedo io, ora, una cosa, se vede Gianni stasera gli dica di aggiornare la mia lista, Quella delle mogli e delle amanti eventuali? Esatto, mi ero dimenticato di Simone Signoret, come consorte, per amante Jean Seberg va benissimo, Mi sa che lei ripensa spesso alle ragazze della sua vita, Penso spesso ai vecchi cinema in cui andavamo insieme, Il più bel film francese? Les enfants du paradise, ma è solo il primo che mi torna alle labbra, Ci avrei giurato, ma, mi perdoni, da dove le sale questa punta di nostalgia? Si cerca sempre sé stessi nei vecchi film, ma forse vale solo per quelli della mia età, Di che altro ha nostalgia? Della mia casa d’infanzia, a Malaucène, o di quando insegnavo letteratura nelle banlieue, dei bicchieri di pastis che mi offrivano davanti al mare cristallino di Marsiglia i due vecchietti amici di Fabio Montale, degli anagrammi di mio padre… devo a lui se mi piace divertirmi con le parole, Non si prende mai sul serio? La vita lo fa già abbastanza, preferisco essere un lubrico buffone, quando ci riesco, e poi come farei con un nome così, Curioso, davvero, commissario Magrite con una t, Un gioco di assonanze, imperfetto come me, Forse un rimando, Che ci può essere in comune tra Maigret e Magritte? me lo chiedo da quando sono nato, Lo sguardo, È un’interpretazione generosa, ma ormai devo usare gli occhiali per tutto, lo sa? e poi sono già divenuto un commissario, mi farò anche pittore? Lei mi sembra un uomo che vorrebbe dipingere un mondo che non esiste più o non è mai esistito, Un altro mondo possibile, sì, non uno alle mie spalle, Un mondo surreale, Forse, ma senza nostalgia, la nostalgia quando ha a che fare solo con il passato diventa uno sciroppo dolciastro e velenoso che gli uomini tengono in bocca come una radice finché non gli paralizza le gambe, gli occhi, i sogni, Con cosa dovrebbe avere a che fare, invece, commissario? Con la mancanza, perché solo la mancanza appartiene al presente, vede, la nostalgia riguarda i reduci, la mancanza i mutilati, È un ritratto impietoso della sua generazione? Solo i mutilati continuano a vivere dentro al tempo, con tutta la vergogna di quello che hanno perduto, i reduci mantengono la debolezza superba di sentirsi interi, ma sono appena dei fantasmi, Credo di avere capito a quale delle due categorie lei appartiene, non c’è bisogno che nasconda una mano nella maglietta, lo vuole un digestivo? Cosa propongono qui, Hanno un rum particolare, si chiama Khukri, le va di assaggiarlo? Solo un goccio, però, ho un appuntamento, tra poco.

Riesco in qualche modo a pagare il conto e con il rum in pancia trovo il coraggio per un’ultima domanda, fuori dal locale. Sto per chiedergli se è innamorato della donna con cui andrà a vedere la mostra di Doisneau. Gli dico invece: tifa sempre per l’Olympiques Marsiglia? Il commissario tira su il naso e odora il quartiere. Mi abbracci Gianni, sussurra. Lo vedo allontanarsi canticchiando sotto i baffi un’altra canzone di Brel, Litanies pour un retour: Mon coeur ma mie mon âme, mon ciel mon feu ma flamme…

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