lettere Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lettere/ un blog di approfondimento culturale Sun, 09 Jan 2022 11:10:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg lettere Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lettere/ 32 32 “Lo scrittore deve scrivere ogni sera la storia della sua giornata”: le “Lettere” di Italo Svevo https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/lo-scrittore-deve-scrivere-ogni-sera-la-storia-della-sua-giornata-le-lettere-di-italo-svevo/ https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/lo-scrittore-deve-scrivere-ogni-sera-la-storia-della-sua-giornata-le-lettere-di-italo-svevo/#respond Mon, 10 Jan 2022 08:10:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49815 Viene pubblicata da Il Saggiatore una nuova edizione completa delle "Lettere" di Italo Svevo, strumento indispensabile per provare a rispondere alla domanda: "Chi è Italo Svevo?"

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Nel 1928 Italo Svevo suggerì a Giulio Cèsari, in una strana forma in terza persona, alcune righe per la stesura di un profilo biografico, un modo ulteriore per conoscere le sembianze e appianare le crepe della sua natura di artista e della sua stessa identità, lui ebreo triestino di origini italiane e austriache (forse ungheresi), all’anagrafe Aron detto Hector Schmitz, poi Ettore e, infine, ma non del tutto considerati i vari pseudonimi con cui si firmerà, Italo Svevo: «Per comprendere la ragione di uno pseudonimo che sembra voler affratellare la razza italiana a quella germanica, bisogna aver presente la funzione che da quasi due secoli va compiendo Trieste […] di crogiolo assimilatore degli elementi eterogenei che il commercio e anche la dominazione straniera attirarono nella vecchia città latina». Che Trieste sia stato un «crogiolo» fa parte ormai del pensiero comune (Bobi Bazlen non era per esempio d’accordo, sottolineando che, a differenza di ciò che accade in un crogiolo dove gli elementi più disparati si fondono, a Trieste la fusione non è mai avvenuta) e resta indubbia l’importanza degli «accostamenti» e degli «incontri» (sono sempre parole di Bazlen che tra l’altro fu tra i principali mediatori, assieme a Joyce e Montale, del successo di Svevo) che la città offrì a Svevo e che lo trasformarono, sin da Una vita, nello scrittore che oggi tutti conosciamo (o, meglio, che dovremmo conoscere).

Per comprendere questo valore, oltre all’opera di Svevo che possiamo leggere con i migliori paratesti possibili (quelli di Lavagetto e dei suoi allievi), arrivano adesso in libreria le lettere dello scrittore triestino (pubblicate da Il Saggiatore con la cura attenta e precisa di Simone Ticciati) che partono dal 1885 per arrivare ai giorni che precedono la sua morte. Come suggerisce Federico Bertoni, altro importante curatore e interprete delle opere sveviane, nel suo accurato e appassionato saggio introduttivo, in queste lettere ritroviamo i due personaggi che costituiscono l’uomo (e d’altronde lo stesso Svevo aveva scritto che «un letterato sa sempre di essere composto di due persone»), da una parte il borghese Ettore Schmitz, dall’altra lo scrittore Italo Svevo. Questo appare evidente già solo scorrendo l’indice dove si potrà notare come le lettere fino all’inizio degli anni Venti siano indirizzate quasi tutte alla moglie Livia Veneziani e alla famiglia, lettere che non soddisferanno chi cerca di scoprire le ispirazioni e la poetica di Svevo in quanto «sono estremamente avare di indicazioni su letture, serate a teatro, riflessioni sulla letteratura o giudizi su altri scrittori». Sono lettere che però hanno il pregio di mostrare il lato famigliare dell’esistenza di Svevo e, in particolare, il rapporto con la moglie, portando il lettore a conoscere le varie sfumature che assume la relazione, aspetti che però pian piano vengono mangiati dalle tematiche del viaggio e del lavoro, lettere che aiutano quindi anche a correggere alcuni luoghi comuni rispetto alla girandola lavorativa che precede l’ingresso di Svevo nell’industria dei suoceri. Sono d’altronde le lettere che corrispondono al cosiddetto periodo del «silenzio» sveviano (seppure in realtà Svevo in quegli anni continui a scrivere molti e differenti testi; Maurizio Serra, nel suo saggio Antivita di Italo Svevo, ha invece definito lo Svevo di quegli anni come «il fuggitivo»), cioè gli anni che vanno dalla pubblicazione di Senilità (1898) a quella di La coscienza di Zeno (1923), cioè dalla seconda delusione editoriale all’esplosione del successo.

E infatti nelle lettere che seguono il 1923 troviamo uno Svevo diverso, risorto, «come Lazzaro» chiosa Bertoni, protagonista di una vita nuova e diversa. Si fanno infatti più rare le lettere famigliari e la vita privata quasi scompare dalle corrispondenze: le lettere adesso sono invece indirizzate a nuovi interlocutori, gli scrittori e i critici che hanno aiutato Svevo a raggiungere il successo che, adesso, meritatamente si gode. In questa parte finalmente si parla di libri (suoi e degli autori da lui ammirati), delle recensioni, delle nuove edizioni e dei progetti futuri, si parla dell’Ulisse di Joyce e della Recherche di Proust, in un flusso nuovo che sembra corrispondere a un’inedita tranquillità letteraria che garantisce a Svevo di poter parlare di tutto e con tutti (a Joyce comunica di aver preso l’Ulisse e che si farà aiutare nella comprensione dal fratello, a Sylvia Beach invece che firmerà con piacere una petizione per fermare la pubblicazione statunitense dell’Ulisse senza l’autorizzazione dell’autore, «il danno arrecato a Joyce è come se fosse fatto a me», ma dell’Ulisse scriverà anche, nel 1927, che è «un mistero» e che «la lettura del libro è durata così tanto che quando sono arrivato alla fine avevo dimenticato l’inizio»). Bertoni riassume bene questa dicotomia epistolare, sottolineando come questa sembri replicare «testualmente la scissione di fondo tra Ettore Schmitz e Italo Svevo», protagonisti di un libro differente: «prima il lungo, e spesso monotono, talvolta ossessivo duetto epistolare con Livia che scandisce la vita del buon borghese, marito, padre di famiglia e uomo d’affari; poi, negli ultimi anni, la partitura polifonica di un vero e proprio carteggio intellettuale in cui registriamo, dall’interno, le reazione dello tesso protagonista a uno dei più stupefacenti casi letterari del Novecento».

Ma cosa riceve in più rispetto agli scritti di Svevo il lettore di queste lettere? È una domanda lecita, visto anche la natura particolare di questo epistolario, e a cui si può rispondere prendendo in considerazione due piani diversi. Innanzitutto c’è la possibilità di affrontare utilizzando strumenti ulteriori la sua opera, si può scartare dalla spesso troppo offuscata definizione di scrittore/bancario/dirigente e della vulgata dello scrittore non consapevole di se stesso (per quanto già gli studi di Lavagetto indirizzino verso una lettura di questo tipo) attraverso un percorso che unisce la vita e l’opera. Questo binomio è poi l’altro piano del discorso interessante e che rende entusiasmante seguire la vita di Svevo attraverso queste lettere, perché si troveranno interessanti chiavi interpretative sommerse in questo Zibaldone, così lo definisce Bertoni. Quando Svevo, nel 1903, scrive alla moglie per esempio «quando mi faccio la barba mi guardo in specchio con grande ammirazione. – Bravo, caro Ettore, bravo! Adesso dovresti cambiare di nuovo mestiere per vedere quanti altri piccoli talenti sono in te», chi sta parlando? È il borghese? È lo scrittore che mette in scena se stesso come personaggio? È la porosità della letteratura che si impossessa della vita stessa? Non si tratta di una questione facilmente eludibile, soprattutto se consideriamo come il materiale di queste lettere, filtrato dal romanzesco o reimmaginato, si trasformi in materiale per La coscienza di Zeno.

Non è secondario ricordare che il romanzo capolavoro di Svevo narra di un anziano bugiardo che scrive allo psicoanalista la sua storia, con l’intento di ingannarlo. Il suo racconto è così ricco di aneddoti che lo stesso narratore/scrittore Zeno/Svevo finisce per non vederne più i confini e individuare quelli che dividono il vero dal falso; le sue menzogne sono nascoste, mimetizzate nel testo, eppure affiorano quelle lacune e quelle smagliature che hanno il compito di rendere identificabili atti mancati e lapsus, mezzi attraverso i quali la menzogna viene tradita e a affiorano i funzionamenti reali dell’inconscio. Concentrandosi sul complicato rapporto tra scrivere la propria storia e l’affermazione rilasciata dal protagonista che dichiara che «con ogni nostra parola toscana noi mentiamo», si arriva a un punto di non ritorno, riassumibile nella frase che dice Zeno: con tutte le parole non vere, si può creare un «mondo nuovo». Queste lettere ci lasciano nel dubbio e ci permettono di immergerci con rinnovata curiosità nel mondo sveviano e di stare con piacere, ancora una volta, ai giochi illusori che la letteratura, «ridicola e dannosa cosa» costruisce. Come nella lettera che nel 1927 Svevo scrive a Cyril Ducker dove si ritrova, ancora, quella stessa e ineludibile ambiguità: «lo scrittore deve scrivere – annota in una lettera del 1927 – ogni sera la storia della sua giornata. È l’unico modo per ottenere una grande sincerità, la qualità più importante, credo».

 

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Parlare di sé per parlare di tutti. Le “Lettere dal carcere” di Antonio Gramsci https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/parlare-di-se-per-parlare-di-tutti-le-lettere-dal-carcere-di-antonio-gramsci/ https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/parlare-di-se-per-parlare-di-tutti-le-lettere-dal-carcere-di-antonio-gramsci/#respond Thu, 03 Dec 2020 07:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47067 di Riccardo Gasperina Geroni Opera postuma e ancora viva le Lettere dal carcere di Antonio Gramsci ci restituiscono, a distanza di quasi un secolo, il pensiero tormentato e acutissimo di un uomo d’eccezione. È merito del lavoro di Francesco Giasi, direttore della Fondazione Antonio Gramsci e studioso gramsciano di lungo corso, se possiamo rileggere le […]

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di Riccardo Gasperina Geroni

Opera postuma e ancora viva le Lettere dal carcere di Antonio Gramsci ci restituiscono, a distanza di quasi un secolo, il pensiero tormentato e acutissimo di un uomo d’eccezione. È merito del lavoro di Francesco Giasi, direttore della Fondazione Antonio Gramsci e studioso gramsciano di lungo corso, se possiamo rileggere le lettere in una nuova edizione edita per i Millenni di Einaudi. L’opera raccoglie 511 lettere, di cui 12 inedite, e acclude un ricco album fotografico, sigillato dalla foto di Gramsci morto, sul cui corpo, livido, gonfio e sofferente, si sono anche scritte le tracce della truce storia italiana del fascismo, che imprigiona il fondatore del Partito comunista italiano l’8 novembre 1926.

Nella lunga e articolata ricostruzione della genesi delle lettere, libro inventato editorialmente da Togliatti come omaggio all’amico scomparso, Francesco Giasi mostra come le lettere siano il «parallelo esistenziale» della stesura dei Quaderni dal carcere, a oggi considerati una delle punte del pensiero filosofico italiano del Novecento. Per lo più indirizzate alla moglie Giulia Schucht e a sua sorella Tatiana, esse sono testimonianza di una inesausta vitalità di pensiero. «Le lettere – sono le parole del curatore – costituiscono un autoritratto concepito nelle condizioni concesse, compromesso dalla censura, dai tempi di scrittura, dalle cadenze degli invii, dalla vigilanza della direzione del carcere, e riescono di rado a far luce sulla vita quotidiana di Gramsci». Qualche traccia di quotidianità è tuttavia possibile scorgerla: «per vivere tranquilli in carcere – scrive il 12 novembre 1927 –, occorre abituarsi al purissimo necessario; tu [Tatiana] capisci bene che ogni piccola comodità, in questo ambiente, diviene una specie di vizio che è poi difficile estirpare, data l’assenza di distrazioni»; oppure il 27 agosto dell’anno successivo Gramsci confessa: «ciò che mi ha reso duro il carcere, finora (a parte tutte le altre privazioni che sono portate dalla mia situazione) è stato l’ozio intellettuale».

In ogni caso, sarebbe un errore leggere questa raccolta come un semplice documento o tutt’al più una testimonianza particolarmente significativa. È tra le tante cose soprattutto un’opera dal valore letterario, se è vero che la prima edizione, quella del 1947 (con 218 lettere edite), vinse nello stesso anno il Premio Viareggio. E infatti la scrittura letteraria, insieme alla speculazione filosofica, costituiva una difesa attiva contro la censura, così anche contro la solitudine della situazione carceraria. C’è in particolare una lettera molto nota che vorrei qui richiamare e che è esemplificativa della densità letteraria di questi testi. La lettera, scritta il 6 marzo 1933 e indirizzata, come spesso accadeva, a Tatiana, prende spunto dal quadro di Theodore Géricault, La Zattera della medusa, composto tra il 1818 e il 1819 e ora al Louvre. Nella lettera, Gramsci non si limita a raffigurare l’evento del quadro, il naufragio di alcuni uomini che sono così costretti dalla necessità a cibarsi di carne umana per sopravvivere, ma dinamizza l’ecfrasi integrandola con i pensieri dei futuri naufraghi quando non avrebbero ancora potuto immaginare che cosa sarebbe presto accaduto. Nessuno di questi poveri uomini, scrive Gramsci, «pensava di diventare… naufrago e quindi tanto meno pensava di essere condotto a commettere gli atti che dei naufraghi, in certe condizioni, possono commettere, per esempio, l’atto di diventare… antropofaghi».

Eppure, la mancanza di viveri suggerisce ai naufraghi l’impensabile, e quella che era una ipotesi teorica e remota si presenta ora con tutta la sua violenza e immediatezza. Il tragico apologo (richiamato anche nel Quaderno 15, sotto il titolo Note autobiografiche) ricorda non solo il presente della vita di Gramsci, ma il presente fascista dell’Italia, la sua trasformazione molecolare: «il più grave è che in questi casi la personalità si sdoppia: una parte osserva il processo, l’altra parte lo subisce, ma la parte osservatrice […] sente la precarietà della propria posizione, cioè prevede che giungerà un punto in cui a sua funzione sparirà, cioè non ci sarà più autocontrollo, ma l’intera personalità sarà inghiottita da un nuovo ‘individuo’ con impulsi, iniziative, modi di pensare diversi da quelli precedenti».

Parlava di sé per parlare di tutti. Queste lettere vanno ancora oggi decriptate, rilette alla luce dell’impossibilità di dire impunemente la verità, e in questo risiede il loro gradiente letterario e affabulatorio, così affascinante e così disperato per il loro autore morto giovanissimo, il 27 aprile del 1937.

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Adesso è meglio che tu non venga perché dovresti ripartire: elogio degli incontri mancati https://minimaetmoralia.it/letteratura/9097/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/9097/#comments Wed, 22 Aug 2012 07:53:41 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9097 di Daniela Ranieri

Bisogna arrivare in stazione almeno 1 ora e 5 minuti prima. È una delle poche cose su cui non transigo. Quei 5 minuti in più non pare, ma sono fondamentali. Il più delle volte il numero del binario non è ancora comparso sul tabellone, quindi non occorre affrettarsi a raggiungerlo. Si può però controllare di nuovo il numero della carrozza e del posto sul biglietto, tante volte dopo non si facesse in tempo. Se è vicino, il binario, si può addirittura andare in bagno per un’ultima volta o, in alternativa, andare a comprare quella bottiglietta di acqua che la sera prima non è stato possibile sottrarre dal frigobar dell’albergo e infilare in valigia per essere sicuri di non dimenticarla.

Poi ci si siede, e si aspetta. Se si è sufficientemente ardimentosi, ci si può persino alzare di tanto in tanto, o tirare fuori un libro e affondare gli occhi nella lettura.

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Un paio di mesi fa è nato un bellissimo blog letterario. Si chiama Carnation, e lo anima Daniela Ranieri. Ne riprendiamo un post, grazie alla sua gentilezza.

di Daniela Ranieri

Bisogna arrivare in stazione almeno 1 ora e 5 minuti prima. È una delle poche cose su cui non transigo. Quei 5 minuti in più non pare, ma sono fondamentali. Il più delle volte il numero del binario non è ancora comparso sul tabellone, quindi non occorre affrettarsi a raggiungerlo. Si può però controllare di nuovo il numero della carrozza e del posto sul biglietto, tante volte dopo non si facesse in tempo. Se è vicino, il binario, si può addirittura andare in bagno per un’ultima volta o, in alternativa, andare a comprare quella bottiglietta di acqua che la sera prima non è stato possibile sottrarre dal frigobar dell’albergo e infilare in valigia per essere sicuri di non dimenticarla.

Poi ci si siede, e si aspetta. Se si è sufficientemente ardimentosi, ci si può persino alzare di tanto in tanto, o tirare fuori un libro e affondare gli occhi nella lettura.

Una volta l’ho fatto, e stavo per perdere il treno Ancona-Roma (al tempo ce n’erano solo due al giorno, ora non so), perché ero arrivata solo 24 minuti prima, e nella fretta il BINARIO 2OVEST e il BINARIO 2 si sono confusi dentro la mia testa. Venivo da una notte terribile in un hotel di San Benedetto del Tronto, nella cui hall il pomeriggio precedente avrei dovuto incontrare un tizio con cui la mia agenzia collaborava e che non si presentò perché, così recitava l’SMS, aveva dovuto portare sua nonna in ospedale.

Era estate, il che rendeva tutto più difficile. Non c’era nessun fattorino (…) a cui chiedere, nessun annuncio, niente di niente. Chi conosce la stazione di Ancona sa di cosa parlo. Bisogna solo essere fortunati e aspettare che il destino si manifesti con uno dei suoi scherzetti o ci stupisca con una temporanea sospensione delle ostilità.

Il libro che stavo leggendo per ora non è importante, ve lo dico dopo; mentre forse lo è il fatto che la persona che mi si avvicinò circa 2 minuti prima della partenza del treno e a cui chiesi, pelo pelo, come mai non fosse ancora arrivato, mi fece notare che BINARIO 2OVEST e BINARIO 2 non erano affatto la stessa cosa tenendo in mano L’interpretazione dei sogni.

Interessante. L’interpretazione dei sogni è del 1913. Nell’estate del 1913, Freud è in un albergo sulle Dolomiti, a San Martino di Castrozza. Lì incontra il giovane musicista Alban Berg, che gli rivolge alcune domande ironiche circa la propria condizione di ipocondriaco. «Ma non l’ha trovata una cura per questa influenza, dottore?» pare gli abbia chiesto. Non si sa cosa rispose Freud, che però in seguito a quell’incontro teorizzò una nuova patologia della modernità, di cui Berg soffriva, il cosiddetto “complesso della ferrovia”. D’altra parte, anche Freud ne soffriva.

Berg, dice Adorno nella biografia a lui dedicata, arrivava in stazione anche con 3 ore di anticipo per paura di perdere il treno, e cionostante spesso lo perdeva. Si sentiva costantemente in pericolo di vita, e gridava “al lupo” talmente tanto spesso che quando chiese ad Adorno di incontrarsi in un albergo di Vienna perché forse stava per morire “per una foruncolosi”, Adorno rifiutò. Poche settimane dopo, Berg morì.

Adorno d’altra parte continuerà a mancare gli incontri negli alberghi: nel 1959, dopo un carteggio freddino (da parte sua) con Celan che gli aveva dedicato la Conversazione nella montagna, gli dà appuntamento al Grand Hotel Waldhaus di Sils Maria, in Engadina, dove deve recarsi per una serie di conferenze.

«La prego quindi di perdonarmi se domani e martedì prossimo non sarò presente alle Sue conferenze»

I due sperano di parlare della questione ebraica in generale, e di Kafka in particolare. Solo che quando Adorno arriva, il 30 luglio, Celan è già ripartito con tutta la sua famiglia. Si sono capiti male? Celan è scappato perché non si sentiva di reggere l’incontro con «l’Ebreo Grande», come era solito chiamare Adorno (che perciò si imbarazzava moltissimo)? Boh, non si sa.

Per tornare a Freud, nel settembre di quell’anno, dopo San Martino si reca al Bayerhischer Hof di Monaco per partecipare al Congresso della psicoanalisi che sancirà il definitivo allontanamento con Jung. In quell’occasione, incontra Lou Andreas Salomé, che proprio in quell’albergo gli presenta Rainer Maria Rilke,

con cui lei continuerà poi a mancare incontri nelle varie città d’Europa, come risulta qui

«La cosa più bella per me sarebbe: averti qui»

Nell’epistolario mancano le lettere dell’estate del 1912: mentre Rilke era a Venezia, infatti, Lou era a Vienna da Freud a studiare la psicoanalisi.

E che faceva Freud? Il 14 maggio scrive da Vienna a Schnitzler, autore di Doppio Sogno, che vorrebbe incontrarlo, ma non si sa come i due si mancano sempre per un pelo.

EWS, SK

Solo dieci anni dopo, in una lettera del 1922, confesserà: «Mi sono sempre chiesto con tormento per quale ragione in realtà io non abbia mai cercato in tutti questi anni di avvicinarLa e di avere un colloquio con Lei (…). Io ritengo di averla evitata per una sorta di paura del doppio».

!

Lou Salomé è la stessa che carteggiava con Nietzsche, che scrisse parte dello Zarathustra proprio a Sils Maria – è per questo che la Conversazione nella montagna di Celan lo cita continuamente, insieme al racconto L’escursione in montagna di Kafka.

Già, Kafka. Se proprio si devono perdere treni e lamentarsi delle notti in albergo, lo si faccia in grande stile. Dov’è Kafka in questo periodo, mentre Freud salomeggia? A Desenzano del Garda, a guardarsi allo specchio della stazione, abbiamo detto.

Però quasi un anno più tardi, nel luglio 1914, sappiamo che Kafka è a Berlino, ospite dell’hotel Askanischer Hof , dove «in una specie di processo davanti a testimoni» rompe il suo fidanzamento di soli due mesi con Felicia.

6 anni dopo, il 29 giugno del 1920, è arrivato a Vienna, dove deve incontrare la traduttrice Milena Jesenskà.

Scriverà dall’Hotel Congress, che allora si chiamava Hotel Riva:

«Ti prego, Milena, non sorprendermi arrivando di fianco o da dietro».

L’ho letto qui,

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mentre aspettavo il treno Ancona-Roma sul binario sbagliato.

Colonna sonora
Paolo Conte, Parigi
Richard Hawley, Hotel Room 

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The Ketchup in Rye https://minimaetmoralia.it/letteratura/francesco-longo-su-salinger/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/francesco-longo-su-salinger/#comments Fri, 04 Feb 2011 09:34:25 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3730 L’eremita J.D Salinger amava gli hamburger di Burger King, girava l’America in pullman e seguiva il tennis in televisione. Frequentava cene, teatri, gallerie d’arte, e chiese. La leggendaria figura dello scrittore isolato e misantropo costruita intorno alla sua reclusione va dunque rivista: la sua vita era molto meno protetta e schiva di come la si è sempre immaginata. A rivelarlo è il contenuto di cinquanta lettere e di quattro cartoline che Salinger scrisse ad un suo amico inglese, Donald Hartog, tra il 1986 e il 2002.
In queste lettere, Salinger racconta la sua vita privata, le sue abitudini e le sue piccole passioni. L’autore del Giovane Holden non viveva soltanto rinchiuso a Cornish, ma saliva beatamente sui pullman e scorrazzava per l’America. Amava particolarmente andare alle cascate del Niagara e al Grand Canyon, due luoghi metafisici, vertiginosi e tendenti al sublime, oppure andava sull’isola di Nantucke, a sud di Cape Cod. Altrettanto da intenditore, è la scelta degli hamburger di Burger King che confrontava, facendoli vincere, con le polpette proposte dalla altre catene di fast-food. Neanche il silenzio ovattato dalla neve del New Hampshire in cui lo immaginiamo, corrisponde alla realtà. J.D. Salinger aveva una passione per i “tre Tenori”, Placido Domingo, Josè Carreras e Luciano Pavarotti.

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L’eremita J.D Salinger amava gli hamburger di Burger King, girava l’America in pullman e seguiva il tennis in televisione. Frequentava cene, teatri, gallerie d’arte, e chiese. La leggendaria figura dello scrittore isolato e misantropo costruita intorno alla sua reclusione va dunque rivista: la sua vita era molto meno protetta e schiva di come la si è sempre immaginata. A rivelarlo è il contenuto di cinquanta lettere e di quattro cartoline che Salinger scrisse ad un suo amico inglese, Donald Hartog, tra il 1986 e il 2002.
In queste lettere, Salinger racconta la sua vita privata, le sue abitudini e le sue piccole passioni. L’autore del Giovane Holden non viveva soltanto rinchiuso a Cornish, ma saliva beatamente sui pullman e scorrazzava per l’America. Amava particolarmente andare alle cascate del Niagara e al Grand Canyon, due luoghi metafisici, vertiginosi e tendenti al sublime, oppure andava sull’isola di Nantucke, a sud di Cape Cod. Altrettanto da intenditore, è la scelta degli hamburger di Burger King che confrontava, facendoli vincere, con le polpette proposte dalla altre catene di fast-food. Neanche il silenzio ovattato dalla neve del New Hampshire in cui lo immaginiamo, corrisponde alla realtà. J.D. Salinger aveva una passione per i “tre Tenori”, Placido Domingo, Josè Carreras e Luciano Pavarotti.

Il carteggio è stato donato all’University of East Anglia (Inghilterra) proprio dagli eredi di Donal Hartog, l’amico che Salinger aveva conosciuto a Vienna nel lontano 1937 quando entrambi erano lì per imparare il tedesco. Il profilo umano che esce da questi squarci di quotidianità restituisce un carattere con molte più sfumature e più conflitti di quello monodimensionale a cui si è sempre stati soliti pensare. Alla luce di queste lettere, infatti, Salinger appare un uomo socievole, curioso, amante della cultura e dell’aria aperta, un uomo che partecipava alla vita della sua epoca. Raccontò a Hartog di aver seguito con interesse il processo di OJ Simpson e di aver seguito con speranza il processo di riforme che Gorbaciov mise in atto in Unione Sovietica. Commentò (freddamente) le elezioni presidenziali di George Bush, e addirittura si espresse su alcune serie televisive.

Sapendo che Salinger non voleva che fossero conservate le sue lettere, Hartog le bruciava e lo comunicava a Salinger sapendo di farlo contento. Alla morte di Hartog del 2007, però, la figlia ha trovato alcune lettere conservate in un cassetto e ha pensato di consegnarle a un importante dipartimento di letteratura americana che oggi le mette a disposizione per gli studiosi. La stessa Frances Hartog conobbe Salinger nel 1989 quando lo scrittore volò lì per la festa dei settant’anni dell’amico. In quell’occasione i due andarono a teatro a vedere Checov e visitarono il giardino zoologico.

Per quanto riguarda la passione per il tennis, e in particolare per Tim Henman e per John McEnroe, questa rivelazione non colpisce molto. Moltissimi grandi scrittori hanno amato il tennis. Si pensi solo a Giorgio Bassani, o a David Foster Wallace. Henman e McEnroe sono due maestri del serve-and-volley, l’aggressiva tecnica di attacco del giocatore che dopo il servizio si lancia sottorete.

Sulla vita di Salinger escono notizie all’infinito. Negli anni, sono stati moltissimi i giornalisti che hanno cercato di indagare sulla sua vita. La figlia Margaret scrisse una biografia del padre molto dura, L’acchiappasogni (pubblicata in Italia da Bompiani). Di qualche settimana fa è un nuovo episodio che riguarda lo scrittore svedese, Fredrik Coltin, che ha scritto il seguito del giovane Holden: la geniale trovata è finita ormai in mano ai giudici. Ma ancora più fresca è la conferma che viene dallo storico agente letterario di Salinger che non ci sarà una biografia ufficiale dello scrittore scomparso ormai un anno fa.

Quello che colpisce, a parte le polemiche, è oggi il contenuto, confidenziale e tenero, delle lettere di un mito letterario. Non si può non constatare come ad un anno dalla morte, Salinger ci appaia più vivo che mai.

Questo articolo è uscito per il Riformista.

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Il conoscitore – appunti di un uomo di governo https://minimaetmoralia.it/estratti/il-conoscitore-appunti-di-un-uomo-di-governo/ https://minimaetmoralia.it/estratti/il-conoscitore-appunti-di-un-uomo-di-governo/#comments Sat, 13 Nov 2010 07:13:26 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3226 di Gianluca Cataldo

Pubblichiamo di seguito la prefazione del libro Il conoscitore – appunti di un uomo di governo. Le lettere (176 pag.), che uscirà per le edizioni Otto e mezzo il 20 novembre 2010. Ho personalmente avuto l’onore di leggere il pdf, gentilmente inviatomi dal mio amico Marco Milani, direttore editoriale della collana “Le memorie” della piccola casa editrice di Palermo, previo consenso dell’autore

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di Gianluca Cataldo

Pubblichiamo di seguito la prefazione del libro Il conoscitore – appunti di un uomo di governo. Le lettere (176 pag.), che uscirà per le edizioni Otto e mezzo il 20 novembre 2010. Ho personalmente avuto l’onore di leggere il pdf, gentilmente inviatomi dal mio amico Marco Milani, direttore editoriale della collana “Le memorie” della piccola casa editrice di Palermo, previo consenso dell’autore. Nel libro potrete leggere la corrispondenza privata di un politico che ha attraversato l’intera vita repubblicana e che, proprio per questo, è inutile identificare. L’artificio letterario di cui si serve l’autore è lo stesso: nel libro non si fa mai apertamente il nome di suo padre, il che (se non sapessimo anagraficamente di chi sta parlando – e lo sappiamo) rende superbo il tentativo di distaccarsi dall’Italia politica per includerci tutti, noi e loro. Non scegliere l’anonimato è per l’autore l’unico modo di non deresponsabilizzarsi; condannare all’anonimato suo padre, il Politico, sembra essere, forse peccando un po’ di qualunquismo, un modo per sottolineare i limiti di un’intera classe politica.

«Disprezzo le masse perché non sono in grado di perseguire le colpe di nessuno, tanto meno le mie, abnormi ed evidenti a un osservatore attento. Il male del nostro secolo è stato sganciare dalle responsabilità personali la persona responsabile. Si è parlato a sproposito di demonizzazione come qualcosa di negativo dalla quale tenersi non distanti bensì equidistanti, evitando di foraggiare rigurgiti elettorali che il tempo avrebbe naturalmente sopito. Lo scarto tra le responsabilità – e non le colpe e i peccati – e il responsabile ha prodotto un allontanamento dal tempo che ha finito per declinarsi al plurale. I tempi sono diventati il colpevole (riesumando una frattura tra l’atto e il contesto). In questo modo si nutre, sottilmente, una qualche deresponsabilizzazione, che si muove in due direzioni. La prima, pericolosa, per cui non solo si confondono peccato e reato, ma anche perdono e assoluzione, con la speranza che sarà la storia a parlare, obliterando il dato che la storia parla per nostra bocca e che, secolarizzando, dirà di “anni di” agganciando un sostantivo adatto al caso.
Secondariamente ci si autoassolve dalla fatica di incidere, in qualche modo, sui nostri anni, che non appartengono né al piombo né alla gomma né alla precarietà».

Chi scrive – non siamo noi, né potremmo esserlo – ha volutamente passato la vita incastrato in un minuscolo frammento dello Stato italiano, un interstizio dal quale si assume la forza di cambiare quello stesso Stato e, in qualche misura, ricattarlo. Dal 15 luglio del 1946, nella Commissione per la Costituzione, ha seduto di fianco a Leone, Moro, Taviani, Calamandrei, Pesenti, Nilde Lotti, Togliatti, ma non è chi pensate. Lui lì non c’era.
C’era il 18 giugno 1946, c’è stato per i governi De Gasperi. Tutti. C’è stato, senza soluzione di continuità, per tutti gli anni della sigla democrazia cristiana. Quando scrive “anni di” sa perfettamente di cosa parla, perché lui ha contribuito ad agganciare il sostantivo, con campagne giornalistiche e iniziative editoriali foraggiate dalla consapevolezza della propria equidistanza.
C’è stato anche dopo, fino alla caduta della seconda repubblica. E si è autorevolmente riciclato anche al sorgere della terza, scrivendo in altre lettere private (mai pubblicate) che temeva «l’ansia di chi dovrà giudicare la parola, di chi dovrà mettere in fila le lettere e fucilarle, immolarle al simulacro pagano di uno Stato che non vuole sapere di se stesso che ignora le proprie viscere. Che non parla di mestruazioni e che non si dispera se rimane pregno ciclicamente di un numero cardinale che indica in ordine sequenziale i fallimenti repubblicani. Uno. Due. Prima, seconda». Era lui a scriverlo sul finire degli anni Novanta.

«Rileggo Le Bon e penso che la massa, creatura per definizione provvisoria, si sia sedimentata e abbia finito per diventare l’unica veste che il popolo, come si diceva una volta, sia in grado di vestire. Se è l’inconscio del singolo a svilupparsi nella massa, e in questa svincolarsi da ogni ritrosia, l’inconscio italiano è votato all’inazione, o al più a quelle forme infantili denominate girotondi o, con dire più connotato, scioperi. Disprezzo le masse e, al tempo stesso, ne ho sfruttato i meccanismi: un individuo calato in una massa sarà più avvezzo ad accettare la massa stessa e a stemperare le proprie abitudini ideologiche in favore di un’ideologia media, per l’appunto massificata. Il passo definitivo verso il coinvolgimento del singolo nella massa è stato la legge elettorale passata alla storia come porcellum: l’illusione di una votazione equivale a una monarchia partitica dove il popolo può scegliere fra molti, ma nessuno scelto davvero e tutti soltanto nominati. L’ambiente massificato in cui è inserito l’individuo genera una sorta di apatia civica il cui punto fondamentale non è uno scadimento morale, né la possibilità, sia pur remota, di un comportamento etico della massa qualitativamente superiore a quello dei singoli, come concede Le Bon, quanto piuttosto la totale atarassia nei confronti della condizione di oggetto. Il riconoscimento dell’identità passa attraverso lo stereotipo creato dal far parte dell’istituzione. Il cerchio si chiude: l’individuo è nella massa, la massa è nell’istituzione, la massa è un unico individuo che subisce l’istituzione.
Completato questo passaggio è stato tutto più semplice».

Decido di pubblicare le sue lettere private ora che mio padre è morto. Ai funerali di Stato, pomposi e tanto diversi da quelli silenziosi che ha avuto mia madre, era tutto uno sfilare indistinto d’occasione. Mummie tenute in piedi da schede elettorali.
In casa mio padre era un uomo diverso, un uomo più consapevole di sé, di quello che era stato e di quello che non sarà più. Come scrive più sotto: un individuo sfocato nella massa e, aggiungo io, un padre mediocre e indeciso. La violazione della riservatezza di mio padre potrà sembrare il gesto risentito di un figlio trascurato, di un professore di Storia delle istituzioni politiche fiaccato dalla scarse vendite dei suoi libri di teoria politica alla ricerca del sicuro colpo editoriale, ma non è così. È solo la chiave di svolta per liberarci tutti, finalmente, di mio padre.

«Su una cosa ci si sbagliava: le masse non hanno mai una moralità superiore al singolo. Se subiscono le stesse dinamiche individuali, in maniera esponenziale, basterà suscitare atarassia civile nei confronti di una singola biografia personale perché anche la massa acquisisca una certa apatia. Il dossier personale deve diventare una sorta di elenco sintomatico in grado di garantire la smentita dei presupposti di ogni rivendicazione: i diritti sulla base dei quali l’individuo razionalizza le proprie pretese sono falsi.
Così si diventa gli unici detentori di una verità storica e assoluta.
L’eguaglianza dei deputati consiste nella loro inviolabilità, scriveva Canetti. Il sistema da noi creato può funzionare finché questa condizione egualitaria viene mantenuta ed elevata a prassi. Bisogna essere chiari su questo punto. Questa salvezza da morte civile che ci siamo concessi ci rende massa.
Io lo so, altri lo ignorano.
Anche nell’onorevole consesso di cui faccio parte quale senatore a vita, dopo anni di impegno indefesso. E tuttavia si tace, perché, come diceva il signore di prima, il silenzio ha un suo rovescio, in egual modo indispensabile e autentico. È la precisa conoscenza di quel che si tace a rendere il silenzio tanto vantaggioso. Su una cosa, però, è stato impreciso: il silenzio non è mai controproducente, non è una forma di difesa, e se a tacere sono io diventa una forma perfetta di attacco.
Se chiedessero a un pescatore su cosa si basa il proprio lavoro, probabilmente egli dichiarerebbe dipendenza dalle reti, dalle esche, e dalla pazienza. Se un giornalista accorto ponesse a me la stessa domanda, mentirei. Non potrei mai rispondere indicando la distrazione quale necessario utensile del mio mestiere. La distrazione dai meccanismi innescati sulla massa, e la distrazione dalla letteraria verità che la massa è differenziata e, come scrivevo prima, che è duplice. C’è la massa che subisce; e quella che agisce. Fino a che questa verità resterà parziale, e gli accorti intellettuali non rovesceranno la prospettiva, saremo salvi.
Io conosco molte cose dello Stato che ho contribuito a creare, se me lo chiedessero non esiterei a definirmi un conoscitore».

06/09/2006

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