Liberazione Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/liberazione/ un blog di approfondimento culturale Fri, 01 May 2015 08:56:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Liberazione Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/liberazione/ 32 32 «Prof ci spiega il Primo Maggio?»: raccontare la storia a scuola è indispensabile https://minimaetmoralia.it/scuola/raccontare-la-storia-a-scuola-e-indispensabileprof-ci-spiega-il-primo-maggio-raccontare-la-storia-a-scuol/ https://minimaetmoralia.it/scuola/raccontare-la-storia-a-scuola-e-indispensabileprof-ci-spiega-il-primo-maggio-raccontare-la-storia-a-scuol/#comments Fri, 01 May 2015 15:00:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26527 Questo intervento è apparso sul blog Scuola di vita su Corriere.it.

Giunti oramai quasi alla conclusione del programma scolastico annuale, si può dire che l’insegnamento in una scuola media di una materia quale Cittadinanza e Costituzione offre l’opportunità di numerosi e vari spunti di riflessione, in particolare durante giorni come questi in cui, tra festa di Liberazione e dei Lavoratori, i quesiti degli studenti su alcuni argomenti (e alcuni articoli della Carta Costituzionale) aumentano sempre più.

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Questo intervento è apparso sul blog Scuola di vita di Corriere.it.

Giunti oramai quasi alla conclusione del programma scolastico annuale, si può dire che l’insegnamento in una scuola media di una materia quale Cittadinanza e Costituzione offre l’opportunità di numerosi e vari spunti di riflessione, in particolare durante giorni come questi in cui, tra festa di Liberazione e dei Lavoratori, i quesiti degli studenti su alcuni argomenti (e alcuni articoli della Carta Costituzionale) aumentano sempre più.

La prima domanda che di conseguenza ci si deve porre è come un insegnante debba affrontare questi temi nel modo migliore, in virtù del ruolo che ricopre e della fascia d’età degli alunni presenti in classe.

Questa volta il ghiaccio viene rotto da uno studente in fondo al banco, che di getto chiede: “Prof, oggi ci può parlare di questo benedetto 25 aprile? Anche perché non ho capito bene se c’entra pure la Costituzione, e chi sia questo Mussolini”.

Incoraggiata dall’intervento del suo compagno, un’altra ragazza interviene: “Sì, prof, ci parli del 25 aprile: io l’ho chiesto a mio padre, ma dice che è troppo difficile da spiegare…”.

Come tirarsi indietro in circostanze simili? E come impostare un discorso allo stesso tempo coinvolgente e storicamente corretto?

Prima di tutto credo sia importante riuscire a restituire un percorso cronologico chiaro ed essenziale, che nel nostro caso è partito dalla formazione del PNF (1919), la marcia su Roma (1922), l’omicidio Matteotti e la presa di posizione di Mussolini (giugno ’24-gennaio ’25), l’alleanza con i tedeschi e le leggi razziali (1933-1938), l’entrata in guerra (1940), il proclama di armistizio dell’8 settembre 1943 e il conseguente spaesamento di molti italiani, lo sbarco degli alleati e i drammatici 20 mesi di Resistenza (“Prof, ma è stata un guerra civile?”… Ottima domanda, gli storici ancora se lo chiedono) prima della Liberazione, mettendo un punto dopo la macabra esposizione a Piazzale Loreto del cadavere del Duce e dei suoi gerarchi.

Ora, tutto questo potrà sembrare complicato e “prematuro” da discutere in una classe di prima o seconda media, ma non è così. Non è stato così. Le reazioni si sono succedute, tutte volte a capire di più, a comprendere meglio, a ritrovare quanto accaduto tra gli articoli della Costituzione. Dopo pochi giorni, dopo averne sentito parlare molto anche in televisione, interviene quella stessa studentessa: “Prof, ieri sera ho detto a mio padre che in fondo parlare di queste cose non era così complicato…”. “Ma tuo padre non ha scelto di fare l’insegnante, e la specifica materia che trattiamo obbliga invece il professore di riferimento a rispondere a queste domande, oltre che ad offrire gli strumenti consoni per un eventuale approfondimento personale del periodo storico”.

“Allora prof, già che ci siamo, ci può parlare anche del Primo Maggio? Perché si chiama Festa dei Lavoratori?”.

Parleremo anche di questo, certamente. Ma ancora una volta ci vuole prima molta preparazione, molta attenzione nello scegliere i vocaboli e gli esempi adatti, cercando di restituire la cronaca, la nuda cronaca dei fatti così come sono andati, senza accenti personali o personalistici. E forse proprio questo è il compito più duro e difficile, e non è detto neanche ci si riesca: d’altra parte anche un docente ha la proprie idee, ed è normale discuterne con i propri studenti, magari mettendo al corrente durante il colloquio i rispettivi genitori.

Torna così quanto già affermato altre volte su questo blog: ci sono circostanze in cui il docente non può tirarsi indietro. Chiamati in causa su questioni specifiche e delicate, difficili per vari motivi da affrontare in famiglia, il ruolo di un docente, comprendente la sua veste di educatore, richiede anche (se non soprattutto) questo. E se si commettono degli errori, come può capitare (un nome, una data, un commento parziale o troppo forzato), bisogna avere il coraggio di riconoscerli, tornando sui propri passi, sempre pronti al confronto. La scuola vive di questo.

Un ultimo pensiero. Chi è convinto che gli studenti, le nuove generazioni, i nativi digitali, non siano più interessati a taluni argomenti, provi a sollecitarli concretamente sul campo: potrebbe trovarsi di fronte delle piacevoli sorprese.

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Buon 25 aprile https://minimaetmoralia.it/estratti/buon-25-aprile/ https://minimaetmoralia.it/estratti/buon-25-aprile/#respond Sat, 25 Apr 2015 17:14:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26369 Aleggiava da sempre intorno a Johnny una vaga, gratuita, ma pleased and pleasing reputazione d’impraticità, di testa fra le nubi, di letteratura in vita... Johnny invece era irrotto in casa di primissima mattina, passando come una lurida ventata fra lo svenimento di sua madre e la scultorea stupefazione del padre. S’era vertiginosamente spogliato e rivestito del suo migliore abito borghese (quell’antica vigogna), passeggiando su e giù in quella ritrovata attillatezza, comodità e pulizia, mentre i suoi l’inseguivano pazzamente nel breve circuito.

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Aleggiava da sempre intorno a Johnny una vaga, gratuita, ma pleased and pleasing reputazione d’impraticità, di testa fra le nubi, di letteratura in vita… Johnny invece era irrotto in casa di primissima mattina, passando come una lurida ventata fra lo svenimento di sua madre e la scultorea stupefazione del padre. S’era vertiginosamente spogliato e rivestito del suo migliore abito borghese (quell’antica vigogna), passeggiando su e giù in quella ritrovata attillatezza, comodità e pulizia, mentre i suoi l’inseguivano pazzamente nel breve circuito. La città era inabitabile, la città era un’anticamera della scampata Germania, la città coi suoi bravi bandi di Graziani affissi a tutte le cantonate, attraversata pochi giorni fa da fiumane di sbandati dell’Armata in Francia, la città con un drappello tedesco nel primario albergo, e continue irruzioni di tedeschi da Asti e Torino su camionette che riempivano di terrifici sibili le strade deserte e grigie, proditoriate. Assolutamente inabitabile, per un soldato sbandato e pur soggetto al bando di Graziani. Il tempo per suo padre di correre ad ottenere il permesso dal proprietario della villetta collinare, il tempo per lui di arraffare alla cieca una mezza dozzina di libri dai suoi scaffali, e di chiedere dei reduci amici, il tempo per sua madre di gridargli dietro: “Mangia e dormi, dormi e mangia, e nessun cattivo pensiero”, e poi sulla collina, in imboscamento.

Da Il partigiano Johnny, di Beppe Fenoglio

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Contro l’oppressione fascista che voleva ridurre l’uomo a cosa https://minimaetmoralia.it/interventi/contro-loppressione-fascista-che-voleva-ridurre-luomo-a-cosa/ https://minimaetmoralia.it/interventi/contro-loppressione-fascista-che-voleva-ridurre-luomo-a-cosa/#comments Thu, 24 Apr 2014 23:28:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20259 Con questa foto di un gruppo di partigiani fiorentini e con questo brano tratto da Passato e avvenire della Resistenza, discorso tenuto da Piero Calamandrei il 28 febbraio 1954 al Teatro Lirico di Milano, alla presenza di Ferruccio Parri, vogliamo augurare buona liberazione a tutti: buon 25 aprile!

di Pietro Calamandrei

[..] Ma fino da allora cominciò la Resistenza: contro l’oppressione fascista che voleva ridurre l’uomo a cosa, l’antifascismo significò la Resistenza della persona umana che si rifiutava di diventare cosa e voleva restare persona: e voleva che tutti gli uomini restassero persone: e sentiva che bastava offendere in un uomo questa dignità della persona, perché nello stesso tempo in tutti gli altri uomini questa stessa dignità rimanesse umiliata e ferita. Cominciò così, quando il fascismo si fu impadronito dello Stato, la Resistenza che durò venti anni. Il ventennio fascista non fu, come oggi qualche sciagurato immemore figura di credere, un ventennio di ordine e di grandezza nazionale: fu un ventennio di sconcio illegalismo, di umiliazione, di corrosione morale, di soffocazione quotidiana, di sorda e sotterranea disgregazione civile.

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Con questa foto di un gruppo di partigiani fiorentini e con questo brano tratto da Passato e avvenire della Resistenza, discorso tenuto da Piero Calamandrei il 28 febbraio 1954 al Teatro Lirico di Milano, alla presenza di Ferruccio Parri, vogliamo augurare buona liberazione a tutti: buon 25 aprile!

di Pietro Calamandrei

[..] Ma fino da allora cominciò la Resistenza: contro l’oppressione fascista che voleva ridurre l’uomo a cosa, l’antifascismo significò la Resistenza della persona umana che si rifiutava di diventare cosa e voleva restare persona: e voleva che tutti gli uomini restassero persone: e sentiva che bastava offendere in un uomo questa dignità della persona, perché nello stesso tempo in tutti gli altri uomini questa stessa dignità rimanesse umiliata e ferita. Cominciò così, quando il fascismo si fu impadronito dello Stato, la Resistenza che durò venti anni. Il ventennio fascista non fu, come oggi qualche sciagurato immemore figura di credere, un ventennio di ordine e di grandezza nazionale: fu un ventennio di sconcio illegalismo, di umiliazione, di corrosione morale, di soffocazione quotidiana, di sorda e sotterranea disgregazione civile. Non si combatteva più sulle piazze, dove gli squadristi avevano ormai bruciato ogni simbolo di libertà, ma si resisteva in segreto, nelle tipografie clandestine dalle quali fino dal 1925 cominciarono ad uscire i primi foglietti alla macchia, nelle guardine della polizia, nell’aula del Tribunale speciale, nelle prigioni, tra i confinati, tra i reclusi, tra i fuorusciti. E ogni tanto in quella lotta sorda c’era un caduto, il cui nome risuonava in quella silenziosa oppressione come una voce fraterna, che nel dire addio rincuorava i superstiti a continuare: Matteotti, Amendola, don Minzoni, Gobetti, Rosselli, Gramsci, Trentin. Venti anni di resistenza sorda: ma era resistenza anche quella: e forse la più difficile, la più dura e la più sconsolata.

Vent’anni: e alla fine la guerra partigiana scoppiò come una miracolosa esplosione. Lo storico che fra cento anni studierà a distanza le vicende di questo periodo, narrerà la guerra di liberazione come una guerra che durò venticinque anni, dal 1920 al 1945, e ricorderà che la sfida lanciata dagli squadristi del 1920 fu raccolta e definitivamente stroncata dai partigiani del 1945. E il 25 aprile finalmente i vecchi conti col fascismo furono saldati: e la partita conclusa per sempre.
Non bisogna credere, come qualche pietoso oggi vorrebbe per carità di patria, che gli orrori degli ultimi due anni siano stati così spaventosi solo perché il nemico era mutato: perché gli oppressori non erano più soltanto i fascisti nostrani, ma erano gli invasori tedeschi, gli Unni calati dai paesi della barbarie.
E’ vero sì, che gli ultimi due anni portano il nome di Kesselring; ma Kesselring fu l’ultimo dono che Mussolini fece all’Italia; fu l’ultimo volto di una follia che da venti anni preparava l’Italia a quell’epilogo spaventoso. Su su, regione per regione, borgo per borgo, porta per porta, la furia barbarica, chiamata in casa nostra dal dittatore impazzito, passava e livellava come una falce. […]

La Resistenza alla fine li spazzò via; ma non bisogna oggi considerar quell’epilogo soltanto come la cacciata dello straniero. Quella vittoria non fu soltanto vittoria contro gli invasori di fuori: fu vittoria contro gli oppressori, contro gli invasori di dentro. Perché, sì, veramente, il fascismo fu un’invasione che veniva dal di dentro, un prevalere temporaneo di qualche cosa di bestiale che si era annidato o si era ridestato dentro di noi: e la Liberazione fu veramente come la crisi acuta di un morbo che finalmente si spezzava dentro il nostro petto, come lo strappo risoluto con cui il popolo italiano riuscì con le sue stesse mani a svellere dal suo cuore un groviglio di serpi, che per venti anni l’aveva soffocato.

Vittoria contro noi stessi: aver ritrovato dentro noi stessi la dignità dell’uomo. Questo fu il significato morale della Resistenza: questa fu la fiamma miracolosa della Resistenza.
Aver riscoperto la dignità dell’uomo, e la universale indivisibilità di essa: questa scoperta della indivisibilità della libertà e della pace, per cui la lotta di un popolo per la sua liberazione è insieme lotta per la liberazione di tutti i popoli dalla schiavitù del denaro e del terrore, questo sentimento della uguaglianza morale di ogni creatura umana, qualunque sia la sua nazione o la sua religione o il colore della sua pelle, questo è l’apporto più prezioso e più fecondo di cui ci ha arricchito la Resistenza.

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Intervista ad Agota Kristof, scrittrice del dolore e dell’esilio https://minimaetmoralia.it/interviste/addio-agota-kristof-la-scrittrice-dellesilio-e-del-dolore/ https://minimaetmoralia.it/interviste/addio-agota-kristof-la-scrittrice-dellesilio-e-del-dolore/#comments Thu, 28 Jul 2011 10:19:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4839 È morta ieri a Neuchatel, in Svizzera, all’età di 76 anni, la scrittrice ungherese Agota Kristof. Stamattina la ricordiamo con un’intervista di Michele De Mieri uscita per l’Unità.

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È morta ieri a Neuchatel, in Svizzera, all’età di 76 anni, la scrittrice ungherese Agota Kristof. Stamattina la ricordiamo con un’intervista di Michele De Mieri uscita per l’Unità.

di Michele De Mieri

Minuscola e leggera, con un passo claudicante e un paio di grossi occhiali a fare da schermo ai due occhi quasi sempre socchiusi, Agota Kristof si lascia avvicinare per le interviste che man mano diventano una sorpresa: ben presto infatti la taciturna scrittrice di culto, nata in Ungheria nel 1935 e trasferitasi in Svizzera a 21 anni dopo i fatti in Ungheria, parla di tutto, confessa che non scriverà mai più nulla di così interessante come i tre libri della Trilogia della città di K, non fa sconti alla versione filmica del suo Ieri (firmata da Silvio Soldini col titolo Brucio nel vento): “Troppo melensa e poi l’attrice non era in grado di dare corpo al personaggio di Line”, confessa di leggere pochissimo e di guardare molto la televisione: “prima amavo molto il cinema ma ora ho paura di uscire da sola la sera”. Timori, crediamo, non d’ordine pubblico: a Neuchatel riesce difficile immaginarsi una delinquenza comune che rende le strade insicure le serate, come i suoi personaggi la Kristof ha altre antenne per sentire chissà quali, ben diverse paure.

Come ha cominciato a scrivere e cosa ha significato per lei il passaggio dalla sua lingua madre al francese?
Un mio personaggio, in Ieri dice che è diventando assolutamente niente che si può diventare scrittori. Devo dire che quest’affermazione vale anche per me. Fin dall’infanzia ho amato leggere e scrivere. Tutte le altre cose non avevano nessuna importanza, ma non volevo fare degli studi letterari, diventare un professore. No, non amavo quella strada: ho preferito andare a lavorare in una fabbrica. Lì potevo concentrarmi sulla scrittura, sui miei pensieri, vicino alla macchina che io usavo in fabbrica c’era un foglio su cui scrivevo i miei versi, ed era la cadenza delle macchine a darmi il ritmo di quella poesia. Allora scrivevo in ungherese. Poi ho scritto pochissimo per molti anni: avevo abbandonato il mio paese e stavo lasciando anche la mia lingua per il francese che non conoscevo bene e così mi esercitavo con dialoghi teatrali. Oggi quelle mie prime opere in francese mi sembrano quasi tutte orribili. Non tutte, qualcuna buona c’è. Erano gli anni Settanta.

E i tre libri della “Trilogia” come nascono?
Dopo le pièces teatrali cominciai a scrivere delle piccole novelle, volevo parlare della mia infanzia durante la guerra, vissuta con mio fratello maggiore. Scrivevo sempre delle scene corte, una o due pagine, poi queste scene, con il loro titolo, diventavano capitoli del mio romanzo. Quindi cambiai il mio nome e quello di mio fratello e trasformai i personaggi in due maschi e poi in due gemelli. Da quel momento non scrissi solo di cose da me vissute ma cominciai a immaginare altro. Lasciai l’autobiografia e riorganizzai quei capitoli per uno struttura romanzesca.

Come ha raggiunto questo stile essenziale, duro, secco?
All’inizio non era per niente così. Anche quando scrivevo in ungherese ero melliflua, romantica, troppo letteraria. Le mie prime cose in francese, quelle per il teatro, erano scritte in una lingua normale, quotidiana. Solo quando ho cominciato a scrivere i capitoli della prima parte della Trilogia ho cercato fortemente un nuovo linguaggio: dovevo rendere lo stile di un libro scritto da dei bambini (i due gemelli n.d.r.), anche se un po’ speciali, molto intelligenti e autodidatti, che amano i dizionari com’eravamo io e mio fratello. Per la verità chi mi ha messo definitivamente sulla buona strada è stato mio figlio quando aveva dieci, dodici anni, io l’osservavo molto scrivere, studiavo il modo e il contenuto, e cercavo di apprendere quello stile, quel punto di vista. Il mio stile è figlio di mio figlio.

Lei sembra indicarci che solo attraverso il dolore possiamo avere un’opportunità di comprendere gli altri, il mondo…
Questo è vero, ma lo è solo per me. E’ il mio modo di mettermi in contatto col mondo, ma non posso dire che questo sia valido per le altre persone.

Oggi come vive la separazione col suo paese, con quella lingua? Legge letteratura ungherese? Torna spesso in Ungheria?
Io non volevo lasciare il mio paese. Lo rimprovero sempre al mio ex marito: era lui che aveva paura dopo i fatti del ’56, io non avevo nulla da temere, lavoravo in fabbrica e amavo scrivere. All’inizio non capivo cosa c’entravano per me la Svizzera, la lingua francese. E’ stata una separazione difficile, soprattutto quella della mia lingua, ma non potevo continuare, come hanno fatto alcuni altri scrittori dell’Est. A scrivere in una lingua che non parlavo più quotidianamente. Non avrei avuto neppure lettori. E così scrivere in francese è stata una necessità oltre che una sfida. Mi dicevo: “come può accadere questo, io che sto scrivendo in una lingua che non è la mia”. Era un po’ un miracolo. Oggi mi capita di ritornare in Ungheria, ho pure il doppio passaporto, ma per brevi periodi, io vivo in Svizzera vicino ai miei figli. Tra gli scrittori ungheresi conosco bene e personalmente Imre Kertész, sono stata felice per il suo Nobel. Sa, è stato per anni povero e senza successo.

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