Liberos Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/liberos/ un blog di approfondimento culturale Thu, 28 Nov 2013 10:07:20 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Liberos Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/liberos/ 32 32 Che Fare², una volta non basta https://minimaetmoralia.it/cultura/bando-che-fare/ https://minimaetmoralia.it/cultura/bando-che-fare/#respond Wed, 27 Nov 2013 17:40:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16663 Questo articolo è comparso (in forma più lunga) la prima volta su doppiozero il 28 ottobre 2013.

di Doppiozero

Nel momento in cui le convenzioni che stanno dietro all'economia sono in difficoltà, ecco che gruppi, singoli, imprese e movimenti si attivano per generare e mettere in circolo valore sociale e culturale. Il valore delle buone idee ora si trova anche nel consenso che queste riscuotono nei pubblici produttivi, tra le comunità e i territori. L'industria culturale tradizionale, fondata  sul consumo di massa, fatica a interpretare adeguatamente le esigenze e le aspirazioni delle persone e delle comunità nell’accesso alla cultura. Per questo è necessario immaginare nuove formule basate sulla creatività, l’innovazione, la collaborazione. È da questa situazione che nascono pratiche diverse, molteplici, sperimentali, ancora tutte da esplorare. Modi di pensare e agire la cultura che spesso si muovono negli interstizi lasciati incustoditi dagli attori più tradizionali e sono portate avanti da coloro che non hanno paura della tecnologia e capiscono invece - o più semplicemente "sentono" - che si tratta di un mezzo e non un fine. Un tavolo di lavoro per assemblare collettivamente narrazioni e visioni.

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Questo articolo è comparso (in forma più lunga) la prima volta su doppiozero il 28 ottobre 2013.

di Doppiozero

Nel momento in cui le convenzioni che stanno dietro all’economia sono in difficoltà, ecco che gruppi, singoli, imprese e movimenti si attivano per generare e mettere in circolo valore sociale e culturale. Il valore delle buone idee ora si trova anche nel consenso che queste riscuotono nei pubblici produttivi, tra le comunità e i territori. L’industria culturale tradizionale, fondata  sul consumo di massa, fatica a interpretare adeguatamente le esigenze e le aspirazioni delle persone e delle comunità nell’accesso alla cultura. Per questo è necessario immaginare nuove formule basate sulla creatività, l’innovazione, la collaborazione. È da questa situazione che nascono pratiche diverse, molteplici, sperimentali, ancora tutte da esplorare. Modi di pensare e agire la cultura che spesso si muovono negli interstizi lasciati incustoditi dagli attori più tradizionali e sono portate avanti da coloro che non hanno paura della tecnologia e capiscono invece – o più semplicemente “sentono” – che si tratta di un mezzo e non un fine. Un tavolo di lavoro per assemblare collettivamente narrazioni e visioni.

Con cheFare abbiamo incontrato realtà che sono in grado di fare rete per provare a forzare i limiti dell’esistente, per lanciare sonde verso lo spazio ignoto del futuro.

Quello che sta portando avanti Lìberos, vincitore della prima edizione di cheFare, ci ha confermato che 100.000 euro sono un contributo fondamentale per dare la carica alle buone pratiche. Allo stesso tempo, all’alba di questa seconda edizione abbiamo una certezza ancora più forte: che il premio è anche uno strumento per chiamare fuori dal bosco le creature meravigliose dell’innovazione culturale. Per riunirle attorno al fuoco e farci raccontare le loro storie. Doppiozero è nato anche per questo.

Abbiamo lanciato la seconda edizione di cheFare perché una volta sola non sempre basta: ci sono quelli che ne vogliono ancora, quelli che non hanno capito, quelli che non si sono giocati al meglio le loro carte e quelli che al primo giro guardavano da un’altra parte. Perché l’esperienza dello scorso anno ci ha insegnato molte cose: prima di tutto la quantità e qualità di idee e progetti che girano per la penisola, elaborati da chi continua ad avere a cuore il benessere proprio e di chi gli sta attorno. E il benessere senza cultura cos’è? Uno stato di salute medico o un certo livello economico, probabilmente. Ma senza vita nel cuore.

Molti, troppi lamentano di brancolare nel buio e che non comprendono la molteplicità del mondo che ci circonda. Anche a loro è rivolta la nostra azione. Vogliamo che vedano bene cosa succede, come si balla sul mare in burrasca quando si prova a farlo.

Vogliamo contribuire a creare altro spazio, spazio in più; perché siamo parte in causa e organizzare cheFare è un modo di definire i contorni di un problema e cercare di risolverlo. Perché il crowd, la folla, non è una massa anomica e afasica ma è composta da soggettività in relazione tra loro che si muovono, pensano, agiscono. E noi siamo parte di queste reti di comunità. Siamo un’associazione non profit che tutti i giorni promuove la cultura in varie forme, ma sempre liberamente.

Vogliamo raccontare l’innovazione già in corso e quella possibile, prossima e futura. Raccontare fa bene. Aiuta a farsi capire, e a capire meglio se stessi. Come aveva compreso Walter Benjamin, le esperienze si comunicano di bocca in bocca. Ed oggi questo meccanismo è sempre più diffuso e reticolare. La centralità delle tecnologie sta facendo emergere forme d’intelligenza nuova. Alla tradizionale metis, la forma di astuzia fondata sul saper fare, s’aggiunge l’empatia, diventata grazie ai social network un potente mezzo di accrescimento relazionale e del sapere tout court. “Chi siamo noi”, si chiedeva Calvino, “chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze di informazioni, di letture, di immaginazioni? Ogni vita è una enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”.

Calendario dell’iniziativa:

28 Ottobre – 9 Dicembre raccolta dei progetti

15 Gennaio – 13 Marzo votazione online dei progetti da parte delle comunità

3 Aprile proclamazione del progetto vincitore

3 Aprile 2014 – 20 Dicembre 2014 monitoraggio della realizzazione del progetto vincitore

Il sito di cheFare: www.che-fare.com

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Ragionare appena appena di politiche culturali il giorno in cui si vota https://minimaetmoralia.it/politica/parlare-appena-appena-di-politiche-culturali-il-giorno-in-cui-si-vota/ https://minimaetmoralia.it/politica/parlare-appena-appena-di-politiche-culturali-il-giorno-in-cui-si-vota/#comments Sun, 24 Feb 2013 20:04:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13219 Ricominciamo con un nome: Renato Nicolini. Sarebbe bello se tra le molte persone che ci verranno in mente mentre siamo la cabina elettorale, ci lasciassimo ricordare Renato Nicolini. Ma non per il dovuto omaggio a un interprete di una politica non ridotta a passione triste, quanto piuttosto per il dovere di ricordare sempre che nella […]

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Ricominciamo con un nome: Renato Nicolini. Sarebbe bello se tra le molte persone che ci verranno in mente mentre siamo la cabina elettorale, ci lasciassimo ricordare Renato Nicolini. Ma non per il dovuto omaggio a un interprete di una politica non ridotta a passione triste, quanto piuttosto per il dovere di ricordare sempre che nella dialettica del voto la democrazia non debba premiare soltanto quelli che amministrano bene la cosa pubblica, senza ruberie, facendo valere le competenze, ma anche quelli che ci convincono che la politica è visione, creazione collettiva dell’immagine di un Paese. Ho dato a Nicolini il mio primo voto, a diciott’anni, nel primo turno di quelle famose elezioni per il sindaco di Roma che si risolsero con Rutelli versus Fini e che seminarono il veleno del ventennio berlusconiano. Posso dire, con lo sguardo di oggi, che è l’unico voto in vita mia che ho dato senza storcere almeno un po’ il naso per colpa di una coalizione discutibile o di una legge elettorale disgustosa.
In questi ultimi due, tre anni, dalla battaglia referendaria più o meno, molte cose sembrano ancora, nonostante tutto, cambiate e – nonostante le derive populistiche – in bene nella politica italiana: c’è stata un recupero positivo della dimensione dell’impegno personale. Si è partiti con l’accorgersi di un deficit di rappresentanza e ci si è rimessi in gioco. Questo è stato molto evidente per chi si occupa di cultura. Ne avevamo avuti a sufficienza di scrittori impegnati, registi impegnati, attori impegnati eccetera che al massimo mettevano una firma il calce a una petizione o si indignavano con una foto mandata a Repubblica. Si è capito che era necessaria una riformulazione semplice ma etica, da engagé a semplici cittadini. L’esperienza del Teatro Valle a Roma, o quella di TQ in tutta Italia, per fare due esempi tra gli ormai cento che conosco, assolvevano all’inizio alla necessità di un ruolo di supplenza. Se nessuno se ne occupa del taglio dei fondi al Fus, della situazione lavorativa dei redattori, del problema degli spazi pubblici… dobbiamo pensare di rioccuparcene noi. La condizione deprimente per l’arte e la cultura italiana era arrivata a un punto tale di immobilismo che anche chi non aveva mai avuto una confidenza con la militanza politica, aveva capito che la terra gli stava franando sotto i piedi e che quei piedi erano suoi.
Dal ruolo di supplenza si è passati a una diversa concezione di cosa vuol dire fare una politica culturale. Come? Appellandosi a tre principi generali: quello della trasparenza, quello della certificazione delle competenze dal basso, quello della cogestione; dove invece la cultura anche a sinistra è stata gestita in nome del principio di sussidiarietà, con la proliferazione dei manager e delle società modello Civita o Zetema, per fare due esempi laziali, che hanno di fatto precipitare il livello di partecipazione alla cosa pubblica: deficit di partecipazione che si è dimostrato de facto un deficit di visione, di progetto, di capacità di trasformazione sociale.
Ora, per queste elezioni, in tempi di magrissima, quali sono le priorità di una politica culturale di largo respiro? In generale pare ormai necessario pensare le politiche culturali come politiche meta-governative. Si possono immaginare i lavori pubblici senza una visione culturale? Si possono immaginare le politiche delle salute senza capire quanto per esempio incidono sulle malattie psichiche e un investimento diverso sulla cultura? Si può immaginare di riscrivere una legge Fornero senza considerare cosa vuol dire tutelare veramente tutti i free-lance del settore culturale? C’è chi, c’è da dirlo, è entrato già in questo tipo di ottica. Un paio di buoni esempi modello sono quelli di Strade e quelli di Liberos. Il primo è un sindacato traduttori: nato come un forum su internet di consigli e trasformatosi – attraverso il recupero dell’esperienza del mutualismo ottocentesco – in un riferimento imprescindibile per chi traduce; la forza di Strade sta proprio nel difendere al tempo stesso la qualità del lavoro e la qualità delle condizioni di lavoro. Liberos è invece una rete che sta riuscendo in Sardegna a unire le varie che operano nel mondo del libro – case editrici, biblioteche, librerie, associazioni culturali, agenzie letterarie… – per rispondere nell’unico modo di sinistra che conosciamo per uscire dalla crisi: non scaricandone i costi sui lavoratori, ma immaginando la politica culturale come un lungo progetto di educazione alla cittadinanza.

[Questo pezzo è uscito sul Manifesto del 24 febbraio]

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