Libia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/libia/ un blog di approfondimento culturale Wed, 02 Oct 2013 15:34:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Libia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/libia/ 32 32 Salvemini e la campagna in Libia https://minimaetmoralia.it/interventi/salvemini-e-la-campagna-in-libia/ https://minimaetmoralia.it/interventi/salvemini-e-la-campagna-in-libia/#comments Tue, 26 Apr 2011 08:51:01 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4246 Perché siamo andati in Libia? Esattamente cento anni fa, non in queste settimane, Gaetano Salvemini si pose questa domanda in un paese che si stava avviando verso il suo più colossale disastro coloniale sull'altra sponda del Mediterraneo. La Storia ha i suoi corsi e ricorsi, e quanto avviene oggi in Libia – anche se in gran parte determinato dallo straripare della primavera araba in tutto il Maghreb – rivela ancora alcune cicatrici di quel passato lontano.

L'articolo Salvemini e la campagna in Libia proviene da Minima et Moralia.

]]>

Questo articolo è uscito per il Corriere del Mezzogiorno

di Alessandro Leogrande

Perché siamo andati in Libia? Esattamente cento anni fa, non in queste settimane, Gaetano Salvemini si pose questa domanda in un paese che si stava avviando verso il suo più colossale disastro coloniale sull’altra sponda del Mediterraneo. La Storia ha i suoi corsi e ricorsi, e quanto avviene oggi in Libia – anche se in gran parte determinato dallo straripare della primavera araba in tutto il Maghreb – rivela ancora alcune cicatrici di quel passato lontano.
“Sia il quando, sia il perché, sia il come della impresa libica non si spiegano, se non tenendo presenti la incultura, la leggerezza, la facile suggestionabilità, il fatuo pappagallismo delle classi dirigenti italiane,”, scriveva Salvemini. Allora il vento nazionalista che soffiava sul fuoco della conquista della Libia era fortissimo. Tanto forte che quell’impresa fu subito dipinta come una “fatalità storica”, necessaria all’Italia per sedersi al banchetto delle grandi potenze europee. In pochi ebbero la forza e il coraggio intellettuale di opporsi, e Salvemini fu sicuramente la voce più lucida tra gli oppositori dell’intervento bellico.
Aveva cominciato a criticare le fondamenta dell’azione militare già su La Voce di Prezzolini. In seguito, distaccandosene per l’atteggiamento troppo tiepido della testata nei confronti del governo, fondò un proprio settimanale, L’Unità, che proprio a partire dalla questione libica avrebbe animato il dibattito politico italiano per tutti gli anni dieci del secolo scorso. Scriveva Salvemini nell’editoriale di apertura del primo numero de L’Unità che il nazionalismo non è solo un movimento antidemocratico: “è soprattutto la volontà arbitraria di negare i problemi della nostra vita interna e di farli dimenticare con diversivi di avventure diplomatiche e militari, a vantaggio di tutti quegl’interessi parassitari e antinazionali che da un vigoroso sforzo di riforme interne uscirebbero distrutti”.
Tutti gli articoli di Salvemini sulla Libia sono stati in seguito raccolti nel volume Come siamo andati in Libia (Libreria della Voce 1914). Oggi è possibile consultarli in Come siamo andati in Libia e altri scritti dal 1900 al 1915, il primo dei quattro volumi delle Opere Complete di Gaetano Salvemini dedicati agli “Scritti di politica estera”. La monumentale collana è stata realizzata dalla Feltrinelli negli anni sessanta.
Gli scritti sulla Libia dimostrano chiaramente il suo grande interesse per le questioni di politica estera. Ma rivelano anche qualcos’altro. Il principale obiettivo polemico dello storico pugliese non era il governo, ma soprattutto la mistificazione giornalistica ordita dalla principali testate italiane. Una mistificazione tesa a dipingere la Tripolitana come una nuova terra dell’Eden, tanto fertile da poter accogliere centinaia di migliaia di italiani affamati. A tal scopo vennero perfino stravolte le traduzioni di Erodoto e Plinio per dimostrare come un tempo quella terra fosse ricchissima. A fine novembre nel 1911 (la guerra fu dichiarata in settembre) la campagna giornalistica aveva già prodotto, oltre al sostegno all’intervento, la richiesta di 21mila passaporti, soprattutto da parte di contadini meridionali.
Ma tutto ciò era falso. La Tripolitania era solo uno scatolone di sabbia: “Il guaio è che l’ipotesi della ricchezza naturale è fondata, salvo che per qualche ristretta zona della Cirenaica, su una colossale mistificazione giornalistica. Il suolo tripolino è esausto, assetato, malarico, disboscato, ingrato più che l’Italia meridionale. Ad affermare ciò siamo in pochi oggi in Italia, contro la valanga dei falsari, dei geografi, degli esploratori, degli agronomi e degli economisti tripolini improvvisati”.
L’intera comunità nazionale fu abbacinata da quei resoconti, e spinse il governo giolittiano a una guerra più lunga del previsto. Rileggere oggi questi scritti permette di avvicinarci alle origini del colonialismo italiano, all’inizio di una serie di nefandezze che raggiungeranno il loro apice negli anni trenta, quando il fascismo decise di usare il gas contro i civili.
Una volta che la guerra ebbe inizio, Salvemini in modo molto pragmatico consigliò di chiuderla in fretta e di limitarsi al controllo della costa libica, di non addentrarsi nell’interno. Ma, anche in questo caso, almeno nelle intenzioni, si volle far prendere al corso degli eventi un’altra piega.
Il resto è storia nota. La seconda guerra mondiale, il crollo del fascismo, la fine delle colonie, l’indipendenza della Libia, la creazione del regime di Gheddafi, quarant’anni di dittatura. E poi, la rivolta di questi mesi, la repressione del rais, l’intervento occidentale.
Sono passati esattamente cent’anni da quegli scritti di Salvemini. Fosse stato vivo nel 2011, non avrebbe esitato un istante a cogliere la portata dei rivolgimenti nel mondo arabo, e a definire Gheddafi per quello che è: un tiranno sanguinario al comando di uno stato totalitario, con cui non si può avere alcun rapporto. Il fatto che si sia presentato sulla scena come leader post-coloniale non allevia le sue colpe. Ma tant’è, la storia delle classi dirigenti italiane (e non solo di esse) è fatta di leggerezza e incultura, e forse anche di fatuo pappagallismo.

L'articolo Salvemini e la campagna in Libia proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interventi/salvemini-e-la-campagna-in-libia/feed/ 3
Nell’Africa del Nord la partita è aperta: intervista a Olivier Roy https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nellafrica-del-nord-la-partita-e-aperta-intervista-a-olivier-roy/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nellafrica-del-nord-la-partita-e-aperta-intervista-a-olivier-roy/#comments Thu, 21 Apr 2011 09:43:54 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4229 Questa intervista è uscita nel numero di aprile dello Straniero

Per il politologo Olivier Roy, nato nel 1949 a La Rochelle, sulla costa atlantica francese, il primo vero incontro con l’Islam e il “Medio Oriente” è avvenuto a soli diciannove anni, quando – militante di un partito della sinistra extraparlamentare e aspirante studente alla École Normale Supérieure di Parigi – decise di mettere in pratica il persiano imparato da autodidatta, con un viaggio di tre mesi in Afghanistan.

L'articolo Nell’Africa del Nord la partita è aperta: intervista a Olivier Roy proviene da Minima et Moralia.

]]>

Questa intervista è uscita nel numero di aprile dello Straniero

Per il politologo Olivier Roy, nato nel 1949 a La Rochelle, sulla costa atlantica francese, il primo vero incontro con l’Islam e il “Medio Oriente” è avvenuto a soli diciannove anni, quando – militante di un partito della sinistra extraparlamentare e aspirante studente alla École Normale Supérieure di Parigi – decise di mettere in pratica il persiano imparato da autodidatta, con un viaggio di tre mesi in Afghanistan. In Afghanistan sarebbe tornato più volte – per esempio nel 1988, come consulente dell’Ufficio delle Nazioni Unite incaricato di coordinare i soccorsi – e al Medio Oriente avrebbe dedicato tutti i suoi studi e le sue attività: già direttore di ricerca all’École des hautes études en sciences sociales (Ehess) e all’Institut d’études politiques (Iep) di Parigi, attualmente coordinatore del programma mediterraneo presso l’Istituto universitario europeo di Fiesole, Olivier Roy è considerato il più autorevole interprete dell’Islam politico e delle sue diverse manifestazioni, oltre che delle relazioni politiche e sociali del cosiddetto grande Medio Oriente. Tra i suoi libri tradotti in italiano ricordiamo Global Muslim. Le radici occidentali del nuovo Islam (Feltrinelli 2003), L’impero assente. L’illusione americana e il dibattito strategico sul terrorismo (Carocci 2004), Islam alla sfida della laicità. Dalla Francia una guida magistrale contro le isterie xenofobe (Marsilio 2008), La santa ignoranza (Feltrinelli 2009). Gli abbiamo chiesto di fare il punto sulle rivolte che hanno investito il Medio Oriente e il nord Africa, e che hanno mandato in frantumi i triti stereotipi sull’eccezionalismo del mondo arabo-musulmano.


Cominciamo provando ad analizzare cause e protagonisti delle rivolte. Il quadro varia da Paese a Paese – ha scritto in un articolo recente -, e per evitare semplificazioni è bene tener conto delle diverse e specifiche antropologie politiche di ciascun Paese. Eppure, le rivolte di Egitto e Tunisia sembrano “presentare stessi attori e rivendicazioni”, e rimandano a un comune criterio distintivo, generazionale, più che ideologico. Ci spiega meglio?
Nella maggior parte dei casi, l’avanguardia del movimento è la stessa: una generazione di giovani, educati, “connessi”, informati di ciò che accade all’estero, mossi dal desiderio e dalla rivendicazione di libertà, oltre che dalla critica alla natura predatoria delle dittature. Alla base dei movimenti, dunque, c’è un elemento generazionale, che a sua volta rimanda a un aspetto demografico: pressoché ovunque nel mondo arabo, stiamo assistendo alla progressiva diminuzione del tasso di natalità. Quella che è scesa per le strade, è la generazione figlia del picco demografico, e nutre aspettative molto alte in termini non solo sociali, ma anche di educazione e politica. I giovani del Cairo o di Tunisi non hanno nessuna intenzione di vivere come i loro padri: i dittatori erano già in carica quando sono nati – si pensi a Gheddafi, Mubarak e in parte allo stesso Ben Ali – e, sotto questo punto di vista, hanno voluto rompere con la tradizionale cultura autoritaria che ha dominato i Paesi in cui vivono. Ciò spiega anche l’assenza di veri e propri leader carismatici delle rivolte, e prima ancora di qualunque culto del leader carismatico. Si tratta di una generazione piuttosto individualistica, che reclama pluralismo, multipartitismo, parlamentarismo, e che non lega le proprie rivendicazioni a vere e proprie ideologie o a un’idea forte dello Stato.

Lei ha criticato la miopia della prospettiva adottata in Europa per interpretare le rivolte del mondo arabo e del nord Africa, modellata sull’esempio della rivoluzione islamica iraniana del 1979. E ha sottolineato, al contrario, come il vero aspetto innovativo sia l’assenza dell’appello all’Islam come collante delle rivendicazioni…
Basterebbe osservare le manifestazioni, per rendersene conto: nessuno slogan islamico, nessuna bandiera religiosa, nessuno che brandisca il Corano. Ciò non vuol dire che i dimostranti siano portatori di una mentalità secolare, perché continuano a essere credenti, ma lo sono in senso personale. Nel mondo arabo, infatti, al contrario di quanto continuano a pensare in molti, la religione si è individualizzata e depoliticizzata. Anche i giovani manifestanti hanno tracciato una chiara distinzione tra le richieste politiche, espresse in uno spazio politico secolarizzato, e la fede individuale. A dimostrarlo, tra le altre cose, i casi di suicidio di protesta, come quelli avvenuti in Tunisia, che rappresentano un disperato atto individuale di protesta politica, molto distante dalla tradizione islamica. In altri termini, non c’è alcun ricorso all’Islam come strumento di mobilitazione, né l’ambizione a creare un modello islamico statale.

Questo sembrerebbe confermare la tesi, da lei avanzata in uno dei suoi libri già venti anni fa e divenuto un “classico”, del fallimento dell’Islam politico come progetto di emancipazione politico-sociale. È così?
In effetti, già venti anni fa sostenevo che il modello della rivoluzione islamica, a causa di contraddizioni interne, non potesse più funzionare, e che le vie di uscita dall’impasse dell’islam politico fossero due: da una parte la via della democratizzazione, dall’altra il salafismo, che preferisco definire neo-fondamentalismo, in altri termini una re-islamizzazione che si declina come progetto sociale e culturale, piuttosto che politico. È interessante notare come questa generazione abbia internalizzato la consapevolezza che la rivoluzione islamica non funziona, agendo di conseguenza. Ciò, ripeto, non significa che non sia composta da individui credenti, ma che non si guarda più alla religione come soluzione adeguata per il rinnovamento del sistema politico o come antidoto efficace alla sua crisi. È significativo che anche all’interno di un movimento come i Fratelli musulmani egiziani sia evidente una spaccatura tra la vecchia leadership, che non riesce a comprendere pienamente le istanze democratiche dei dimostranti, perché priva di una genuina cultura democratica, e i membri più giovani, che invece sono in grado di farlo perché più vicini alla cultura delle piazze.

Passiamo all’esercizio più difficile: la valutazione degli esiti futuri delle rivolte. Lei ha ricordato che una rivolta non è una rivoluzione, e che è improbabile che il collasso dei vecchi regimi porti automaticamente a compiute democrazie liberali. Eppure, ha notato anche che i giovani scesi in strada non si accontenteranno di semplici riforme cosmetiche, di facciata. Cosa dobbiamo aspettarci, allora?
Gli esiti sono imprevedibili, la partita è ancora aperta. Potremmo assistere all’instaurazione di vere e proprie democrazie, oppure a chiusure conservatrici. Sono abbastanza ottimista per la Tunisia, perché ha una società piuttosto omogenea, composta perlopiù dalla classe media, e non ci sono grandi interessi strategici. In altre parole, non c’è il petrolio, e dunque neanche il rischio, oltre alle interferenze esterne, che i movimenti vengano cooptati con la distribuzione dei proventi del petrolio. Quanto all’Egitto, la società egiziana è molto conservatrice: ci potrebbe essere un’alleanza dei conservatori – la leadership dei Fratelli musulmani, parti del clero, l’esercito, notabili vari, la borghesia, vecchi esponenti del partito di Mubarak – per impedire cambiamenti sostanziali e prevenire un’eccessiva (ai loro occhi) liberalizzazione. Per questo, anche se in Egitto si terranno – come credo – elezioni credibili e regolari, non è escluso che la maggioranza vada ai conservatori. Per il resto, dipende molto dai diversi contesti: la Libia di Gheddafi è in guerra civile, i cui esiti dipenderanno dagli equilibri di potere; in Yemen la variabile principale è costituita dall’atteggiamento che decideranno di assumere le comunità tribali del nord; in Bahrein la questione è complicata dalla divisione settaria tra sciiti e sunniti, con l’aggravante dei sauditi che non auspicano affatto che la maggioranza vada agli sciiti, e per questo sostengono ampiamente la famiglia regnante. In altri Paesi, si cerca di limitare i danni, come in Marocco, dove è il re in persona che sta cercando di venire incontro alle richieste dei manifestanti, che reclamano perlomeno una monarchia costituzionale, con alcune concessioni volte a un sistema politico più democratico. Origini e cause delle rivolte, dunque, sono assimilabili, ma gli esiti variano da contesto a contesto.

Negli Stati Uniti, gli analisi neoconservatori hanno rialzato la testa, sostenendo che i processi di democratizzazione vadano attribuiti all’interventismo armato del presidente Bush in Iraq, nel 2003. Lei ribatte: è falso, e, piuttosto, è vero che è proprio il declino dell’influenza degli Stati Uniti nell’area ad aver creato le condizioni necessarie all’affermazione di genuini processi democratici. Cosa intende?
I neoconservatori avevano ragione soltanto su un punto: la democrazia è compatibile con il mondo arabo. Rimane però del tutto sbagliata l’idea che possa essere imposta attraverso gli interventi militari. Si tratta di un’idea con conseguenze deleterie, senza contare che non può esserci democratizzazione senza legittimità politica, e che, dunque, qualunque movimento “democratico” creato in questo modo verrebbe subito associato all’influenza straniera, perdendo in credibilità. E lo stesso è accaduto con i tentativi dei Paesi occidentali di sostenere la crescita in Medio Oriente di una società civile artificiale, modellata sugli interessi dei suoi promotori – con l’insistenza sulle riforme dell’Islam per esempio. Se si analizza bene la questione, ci si accorge invece che ad aver creato le condizioni per l’affermazione di un genuino movimento democratico nel mondo arabo è stato proprio il basso profilo scelto dall’amministrazione Obama. In questo senso l’ondata di rinnovamento democratico non è avvenuta grazie a Bush, ma proprio perché Bush non c’è più.

Lei ha notato l’ambiguità delle potenze occidentali, che per il momento plaudono al processo di democratizzazione, pur rimanendo ossessionate dalla necessità di mantenere la stabilità e lo status quo strategico. Fino a che punto le rivolte cambieranno gli equilibri di potere nella regione?
Bisogna adottare due metri di giudizio: il breve e il lungo termine. Nel breve termine non credo ci saranno grandi trasformazioni. I movimenti di democratizzazione infatti non sono eterodiretti o rivolti in chiave regionale, ma nazionalisti o meglio ancora patriottici, perché mossi innanzitutto dalla ricerca dell’interesse nazionale. Ritengo invece che nel lungo termine un Paese come l’Iran avrà minore influenza nella regione, perché fin qui, per ottenere consenso, ciò che rimane della rivoluzione islamica iraniana ha giocato la carta della critica dell’alleanza tra i dittatori arabi e l’occidente. Una volta che i dittatori vengono privati del potere, però, viene meno anche il pretesto per criticare la subalternità dei Paesi arabi all’occidente. La marginalizzazione dell’Iran come attore strategico regionale influirà anche sul movimento Hezbollah, che non è democratico, ma settario, che vive dell’alleanza con l’Iran contro il sionismo e che vedrebbe ridimensionato il suo appeal di movimento che si affida anche all’ideologia panislamista e panarabista. I movimenti che si sono imposti nella scena araba, fondano la proprio legittimità su una sorta di nazionalismo arabo locale, e contribuiranno a isolare l’Iran in Medio Oriente.

A proposito di nazionalismo arabo: nelle manifestazioni manca ogni sorta di riferimento al panarabismo, che nella seconda metà del Novecento aveva invece nutrito molte delle forze politiche arabe che cercavano di svincolarsi dal giogo coloniale…
Come progetto politico, il panarabismo è ormai morto. Ecco perché forse sarebbe meglio definire questi movimenti patriottici, piuttosto che nazionalisti in senso stretto. La chiave è tutta interna ai singoli Paesi. Eppure, c’è una sorta di mimetismo politico arabo, e di solidarietà, che produce ancora effetti rilevanti. La tv satellitare al Jazeera ha successo proprio perché in qualche modo gioca un ruolo di aggregatore, di connettore di questo spazio politico comune. Direi che il panarabismo è morto come ideologia, come progetto politico, ma funziona ancora come cultura politica condivisa e di riferimento.

Gli eventi tunisini – ha scritto – hanno rappresentato un punto di svolta decisivo nel mondo arabo, e dovrebbero rappresentarlo anche per le politiche occidentali nella regione. Cede davvero che, da oggi, “la Realpolitik significherà sostenere la democratizzazione del Medio Oriente”?
L’occidente deve aprire gli occhi. Quelle che erano le ragioni per dare sostegno ai dittatori si son rivelate false: le dittature non costituiscono un argine alla crescita dell’islam; piuttosto che un baluardo di stabilità, sono deboli, tanto da poter essere rovesciate da movimenti democratici di piazza; non difendono veramente gli interessi dell’occidente, ma li contraddicono. L’occidente, dunque, ha dimostrato di essere miope sotto molti aspetti: ha sostenuto i dittatori, credendo alla tesi dell’immobilismo delle società arabe, e sulla base dell’assunto che cultura e religione sono la stessa cosa, ha ritenuto che le società islamiche non potessero ambire a dotarsi di meccanismi democratici. L’occidente è rimasto vittima del paradigma dello scontro di civiltà. Nel 1989, con la caduta del Muro di Berlino, si è prestata molta attenzione partecipe ai movimenti democratici dell’Europa dell’est, perché in qualche modo erano percepiti “come noi”. Nel caso dei movimenti arabi democratici, invece, la tendenza è a credere che “no, non possono diventare come noi”, a causa di una supposta “tara islamica”. La cosa sorprendente è che, mentre in Europa aumentano quanti sostengono che l’Islam non è compatibile con il sistema democratico, sull’altra sponda del Mediterraneo si affermano movimenti pienamente democratici: i leader dei partiti populisti, da quello olandese di Geert Wilders alla Lega Nord, si ritrovano del tutto spiazzati. Gli avvenimenti recenti sono la più plateale smentita delle loro tesi.

L'articolo Nell’Africa del Nord la partita è aperta: intervista a Olivier Roy proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nellafrica-del-nord-la-partita-e-aperta-intervista-a-olivier-roy/feed/ 1
Bengasi anno zero https://minimaetmoralia.it/inchieste/bengasi-anno-zero/ https://minimaetmoralia.it/inchieste/bengasi-anno-zero/#comments Thu, 31 Mar 2011 08:45:52 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4097 di Stefano Liberti

Il premier incaricato, Jibril, è un uomo della Francia e i ministri sono tutti di provata fede anti-gheddafiana. Il governo nato dal Consiglio nazionale di transizione prova a colmare un profondo vuoto politico. Il morale dei ribelli è ancora alto, ma la strada da percorrere è tutta in salita.

«Un gruppo di brave persone che si è trovato a vivere un momento straordinario senza avere la minima idea di cosa fare». La definizione è di Ali Tarhouni, responsabile incaricato delle finanze nel nuovo governo messo in piedi dagli insorti della Cirenaica. Professore di economia negli Stati uniti, Tarhouni è tornato dopo 35 anni in Libia

L'articolo Bengasi anno zero proviene da Minima et Moralia.

]]>

di Stefano Liberti

Il premier incaricato, Jibril, è un uomo della Francia e i ministri sono tutti di provata fede anti-gheddafiana. Il governo nato dal Consiglio nazionale di transizione prova a colmare un profondo vuoto politico. Il morale dei ribelli è ancora alto, ma la strada da percorrere è tutta in salita.

«Un gruppo di brave persone che si è trovato a vivere un momento straordinario senza avere la minima idea di cosa fare». La definizione è di Ali Tarhouni, responsabile incaricato delle finanze nel nuovo governo messo in piedi dagli insorti della Cirenaica. Professore di economia negli Stati uniti, Tarhouni è tornato dopo 35 anni in Libia per contribuire alla nascita del nuovo stato che, nella speranza dei ribelli, dovrà nascere all’indomani della caduta di Muammar Gheddafi. Dopo cinque settimane di autogestione, affidata a un Consiglio nazionale transitorio (Cnt) di cui non è mai stata chiara né la composizione né le prerogative, né tanto meno dove si riunisse, gli insorti hanno deciso di creare un gruppo ristretto di sei persone che dovrebbe costituire il governo.
Il premier incaricato è Mahmoud Jibril, l’uomo che è stato ricevuto all’Eliseo da Nicolas Sarkozy (ottenendo sia il riconoscimento formale della Francia che l’impegno a spingere per la risoluzione delle Nazioni unite per i bombardamenti) e che a Parigi ha incontrato anche il segretario di stato americano Hillary Clinton. Gli altri esponenti di cui si conosce finora il nome sono Tarhouni, Omar Hariri (cui è stata affidata la difesa e il coordinamento degli affari militari) e Ali al Essawi, incaricato degli esteri. Tutte persone di provata fede anti-gheddafiana: Tarhouni ha passato buona parte della sua vita in esilio, Hariri ha trascorso anni in carcere e poi agli arresti domiciliari per aver partecipato nel 1975 a un colpo di stato contro il rais. Jibril non si è mai mischiato con il regime, se si eccettua l’esperienza del National Economic Development Board (Nedb), un corpo messo in piedi nel 2007 dal figlio (ex) riformatore di Gheddafi, Seif El Islam, per aprire l’economia del paese e lanciare una politica di privatizzazioni che è poi stato interrotta dal padre. Essawi è stato tra i primi, come ambasciatore in India, a dimettersi e unirsi agli insorti.
Il governo vuole essere il volto pubblico dei ribelli di Bengasi, oltre che il braccio operativo di una rivolta che è nata per caso e si è trovata a gestire dal nulla un nuovo stato. «Quando la Cirenaica è finita sotto il nostro controllo, ci siamo trovati di fronte a un vero e proprio vuoto politico. Non sapevamo cosa fare» racconta ancoraTarhouni. La Libia è un paese senza istituzioni. Dietro la favola della Jamahiriya, il potere diretto esercitato dalle masse attraverso i cosiddetti «comitati popolari», il colonnello Gheddafi ha ridotto lo stato libico a uno one-man show. Con una politica di arresti, di torture, di assassini, il rais ha cancellato l’opposizione. Ha incenerito la società civile. Ha vietato la libertà di stampa e di espressione. Ha bandito o addomesticato ogni tipo di corpo intermedio. Così, all’indomani della rivoluzione del 17 febbraio, i ribelli della Cirenaica si sono guardati in faccia e si sono chiesti: «E ora che facciamo?».
Per capire la confusione, la mancanza di coordinamento e anche i segnali contraddittori che il Consiglio nazionale transitorio ha mandato al mondo in queste cinque settimane bisogna partire da un dato: la rivoluzione non è stata preparata. È nata come un moto spontaneo di migliaia di giovani che si sono ribellati pacificamente contro i simboli del potere gheddafiano prima a Bengasi e poi nelle altre città. Seguendo il vento delle rivolte che soffiava in tutto il mondo arabo, hanno manifestato a mani nude e si sono fatti uccidere come mosche – solo nella capitale della Cirenaica nei giorni dal 17 al 20 febbraio, quando alla fine le forze del colonnello sono fuggite, sono morti almeno 200 ragazzi. I giovani manifestanti hanno poi saccheggiato le caserme e, da studenti, commercianti, impiegati che erano, si sono trasformati in ribelli armati. Gli «shebab al thawra», i giovani della rivoluzione, sono ragazzi di vent’anni che non sopportavano più di vivere nella dittatura e che oggi partono al fronte con in braccio i vecchi kalashnikov che hanno trovato nei depositi di Gheddafi. Non sono membri di al Qaeda, come vorrebbero le farneticazioni del colonnello. Né sono islamisti radicali, come si sono apprestati a sottolineare alcuni profeti di sventura anche di casa nostra, spostando il centro del dibattito. Sono ragazzi che usano internet e che oggi si passano sui bluetooth del cellulare le immagini delle battaglie di Ras Lanuf, o i video dell’attacco lanciato dalle forze di Gheddafi su Bengasi. Sono giovani che si prendono gioco del rais trasformando in rap i suoi minacciosi discorsi. Sono la stessa generazione 2.0 che ha rovesciato Ben Ali in Tunisia e Mubarak in Egitto. Con la differenza che in Libia il colonnello Gheddafi si sta mostrando molto più resistente dei suoi omologhi ex dittatori del Nordafrica. Perché il rais di Tripoli ha messo in piedi un vero e proprio sistema totalitario, creando milizie civili (la famigerata Lijan Thawra) e unità speciali delle forze armate affidate alla guida dei suoi figli. Ha svuotato di senso l’esercito, temendo colpi di stato. Ha distribuito potere e prebende a una serie di fedelissimi che rimangono legati a lui a doppio filo. E vive il personalissimo delirio di ritenersi l’unico legittimo rappresentante di un popolo che in realtà lo detesta.
La politica di costruzione dello stato totalitario per quattro decenni ha dato i suoi frutti: quando hanno assunto il controllo di Bengasi, in modo del tutto inatteso, gli insorti del 17 febbraio non sapevano assolutamente che pesci prendere. Si sono trovati di fronte all’esigenza di esercitare il potere, di governare. Ma loro erano solo «un gruppo di brave persone». Hanno creato il comitato, affidandone la guida a Mustafa Abdul Jalil, che fino a poco prima era ministro della giustizia di Gheddafi. Hanno accolto Abdel Fattah Younis, ex compagno d’armi nonché ex ministro degli interni del colonnello, come capo di stato maggiore. Hanno cercato «personale politico» in un paese in cui non si faceva politica da 42 anni. E ne è venuta fuori un’accozzaglia un po’ incoerente di ex gheddafiani, giudici, professori, imprenditori con poca o nessuna esperienza nella gestione della cosa pubblica.
«Abbiamo preso il meglio che c’era in giro – confessa un po’ sconsolata Iman Bugaighis, portavoce del Cnt . Abbiamo dovuto cominciare da zero, o quasi».
Questo il punto di partenza. Quello di arrivo è ancora lontano. Il colonnello è saldo al potere a Tripoli. Il fronte è fermo ad Ajdabiya. Il morale continua a essere alto a Bengasi nonostante l’impasse, le scuole e le università chiuse da cinque settimane, i soldi che non girano, le comunicazioni che non funzionano, la precarietà che diventa routine. I ribelli sono fiduciosi: «Gheddafi cadrà. Ha il mondo contro e presto sarà a corto di liquidità» dice Tarhouni. Ci vorrà tempo, forse settimane o mesi, ma tutti sono sicuri che il regime è arrivato alla fine. E allora comincerà la vera sfida per questo «gruppo di brave persone»: capire se sono in grado di soddisfare le aspettative create, di dare vita a una Libia libera e democratica e voltare definitivamente la pagina di un regime che si diceva socialista ma che ha finito per sparare sul suo stesso popolo.

L'articolo Bengasi anno zero proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/inchieste/bengasi-anno-zero/feed/ 1
Ad Ajdabiya, sotto le bombe https://minimaetmoralia.it/reportage/ad-ajdabiya-sotto-le-bombe/ https://minimaetmoralia.it/reportage/ad-ajdabiya-sotto-le-bombe/#respond Thu, 17 Mar 2011 10:55:46 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3986 di Stefano Liberti

Le bombe cominciano a cadere alle otto del mattino. Fuori città, verso ovest, su quella che è diventata la linea del fronte. Una, due, tre bombe. L’attacco su Ajdabiya parte dal cielo. E continua sulla terra. Al check point subito fuori città, ad appena 4 km dal centro, regna il caos più totale. Macchine in fuga. Qualche pick-up con la contraerea che avanza e ogni tanto lancia una scarica in aria contro gli aerei di Gheddafi, senza mai colpirli.

L'articolo Ad Ajdabiya, sotto le bombe proviene da Minima et Moralia.

]]>

di Stefano Liberti

Le bombe cominciano a cadere alle otto del mattino. Fuori città, verso ovest, su quella che è diventata la linea del fronte. Una, due, tre bombe. L’attacco su Ajdabiya parte dal cielo. E continua sulla terra. Al check point subito fuori città, ad appena 4 km dal centro, regna il caos più totale. Macchine in fuga. Qualche pick-up con la contraerea che avanza e ogni tanto lancia una scarica in aria contro gli aerei di Gheddafi, senza mai colpirli.
Un ribelle con un kalashnikov ci fa segno di no con la mano e ci impedisce di andare oltre. «Tornate fra un’ora, quando la situazione sarà più calma». Un’ora dopo, nella città si è scatenato l’inferno. Le forze ribelli indietreggiano. All’ospedale arrivano morti e feriti, civili colpiti da schegge di bombe. Due bambini di 4 e 7 anni che vengono subito medicati e non sono in pericolo di vita. Un uomo ucciso dal frammento di un ordigno mentre viaggiava in macchina, la materia cerebrale ancora sparsa sul poggiatesta. Un altro che arriva con le interiora in mano e morirà poco dopo. Ambulanze a sirene spiegate. Il crepitio della contraerea. Bombe sempre più vicine.
La città piomba nel panico. I pochi negozi aperti si affrettano ad abbassare le saracinesche. Le bandiere rosso-verde-nere simbolo della ribellione sventolano tristi. Veicoli degli anti-Gheddafi vanno in tutti i sensi, presi in un vortice di paura e confusione. Decine di macchine cariche di persone e bagagli si lanciano sulla strada che porta verso Bengasi, la capitale della Cirenaica ancora in mano ai ribelli. Solo un paio di ore prima, la pista d’asfalto era deserta. Ora è un fiume di macchine, camion, pick-up, che tentano di fuggire dalla guerra. Un’ondata di profughi che cercano rifugio dove possono, in casa di familiari, di amici, il più lontano possibile dai combattimenti.
All’ospedale cittadino la situazione è frenetica e disperata. Il personale medico è impegnato a operare e curare i feriti, che arrivano senza sosta. «Guardate – urla il dottor Suleiman Rifadi – sta bombardando i civili. Gheddafi è pazzo, ci ucciderà tutti, mentre il mondo rimane a guardare». Ci sono diversi volontari, molti dei quali studenti di medicina che lavorano senza sosta da giorni. Alcuni uomini armati. Parenti delle vittime che piangono. «Abbiamo bisogno dell’aiuto della comunità internazionale – grida Mohammed Al Fakri, professore all’università -, devono istituire la no-fly zone e fare bombardamenti mirati sulle forze di Gheddafi. Ci devono aiutare. Non vogliamo un intervento di terra, ma ogni bombardamento delle forze Nato o di chiunque è benvenuto e necessario». «Come si fa a parlare con Sarkozy e Cameron?», gli fa eco il dottor Rifadi. «Il presidente francese e il premier britannico sono gli unici che hanno preso una posizione giusta, dicendosi pronti a bombardare il dittatore».
Gli anti-Gheddafi intanto indietreggiano a vista d’occhio. Il fronte si avvicina. Le forze ribelli si liquefanno dietro l’avanzata di quelle del colonnello. «Non abbiamo armi. Sono tantissimi», dice sconsolato Sherif Layas, ex direttore di marketing convertitosi in combattente rivoluzionario il 17 febbraio scorso. L’uomo, vestito in mimetica con un cappello e un kalashnikov a tracolla, ha assistito direttamente alla disfatta progressiva delle forze ribelli, che fino a una decina di giorni fa si dicevano convinte di potere arrivare facilmente e rapidamente a Tripoli e di poter spodestare il colonnello. Layas ha il volto coperto di sabbia e l’aria stanca. Combatte senza interruzione da tre settimane. Nell’ultima ha dovuto ritirarsi di più di 250 chilometri. «Eravamo a Ras Lanouf. Poi siamo andati a Brega. Ora stanno venendo qui ad Ajdabiya. Non ce la possiamo fare. Sono troppi e noi non abbiamo le armi giuste per fronteggiarli».
La probabile e imminente caduta di Ajdabiya rappresenterebbe una vittoria di primo piano per le forze di Gheddafi. La città è in una posizione strategica all’ingresso della Cirenaica. Da lì parte una strada che aggira Bengasi e, dopo 400 km, arriva direttamente a Tobruk, a poca distanza dal confine egiziano. Se le truppe lealiste conquistano quest’ultima città, possono poi accerchiare l’odiata capitale dei ribelli da est e da ovest e stringerla in un assedio che lascerebbe poche possibilità di sopravvivenza al Consiglio nazionale transitorio che governa la regione dallo scorso 17 febbraio. «Non abbandoneremo Ajdabiya – dice Layas -, è il limite tra la vita e la morte della nostra lotta. Senza questa città, siamo destinati a perdere». Ma, vista la sproporzione delle forze in campo, sembra difficile ogni resistenza. Salvo miracoli, Ajdabiya appare destinata a cadere.
Tutte le dichiarazioni delle forze ribelli, che affermavano di tenere ancora la città di Brega e di aver compiuto una semplice ritirata strategica, si mostrano per quelle che sono: pie illusioni, nel migliore dei casi; nel peggiore, vere e proprie menzogne di guerra per tenere alto il morale dei giovani combattenti della rivoluzione, sempre più in caduta libera. Brega è in mano alle forze di Gheddafi. Mussa Gibril Bujgama viene dalla città. E’ partito l’altroieri e racconta di repressioni cruente. Di persone uccise senza pietà nella strada. «Un mio amico è stato preso e ammazzato con un colpo di pistola, perché è stato identificato come uno dei capi della ribellione. Bujgama è scappato da Brega per evitare ritorsioni. «Figuratevi – continua – che hanno fermato un’ambulanza e ucciso a sangue freddo il ferito che era sopra». Mentre parla, due aerei volteggiano sopra l’ospedale. La contraerea lancia una scarica fortissima, che semina il panico. I colpi si perdono nell’aria. Sempre più uomini armati si aggirano all’interno dell’edificio. Due postazioni di lanciarazzi vengono parcheggiate all’ingresso. I ribelli temono che Gheddafi possa bombardare l’ospedale. «Lo ha già fatto a Brega, lo farà anche qui», afferma Layas.
«Probabilmente nelle prossime ore, evacueremo definitivamente l’ospedale. Intanto stiamo portando tutti i pazienti a Bengasi», assicura il dottor Suleiman Rifadi. La struttura serve solo per le operazioni urgenti. Tutti i degenti sono trasportati verso la capitale della regione, a 160 km di distanza. Bengasi è sicura. Ma per quanto tempo ancora? Le forze ribelli non sembrano in grado di contrastare l’avanzata delle truppe. Hanno armi obsolete. E poca preparazione militare. «Li staneremo casa per casa», aveva minacciato il colonnello. Se i racconti di quanto è successo a Brega sono veri, hanno già cominciato. Bengasi trema, temendo il peggio e una vendetta che arriverà certamente violentissima e spietata. Cala il buio sulla capitale della Cirenaica. In strada pochissime persone. Si sentono, come ogni sera, scariche di kalashnikov. Ma stasera fanno più paura del solito.

Questo articolo è uscito per Il Manifesto.

L'articolo Ad Ajdabiya, sotto le bombe proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/reportage/ad-ajdabiya-sotto-le-bombe/feed/ 0
Morire di stato https://minimaetmoralia.it/societa/morire-di-stato-6/ https://minimaetmoralia.it/societa/morire-di-stato-6/#comments Thu, 06 May 2010 08:49:38 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=2358 14/01/2010 Decesso di undici rimpatriati in Libia La data fa riferimento all’articolo di Fabrizio Gatti, uscito per L’espresso all’inizio del nuovo anno. Per non perdere l’abitudine. Vi avvertiamo che le immagini del video sono davvero scioccanti ma è probabile che sia esattamente questa la reazione che serve. L’odierno clima politico trova naturale linfa in quello […]

L'articolo Morire di stato proviene da Minima et Moralia.

]]>
14/01/2010 Decesso di undici rimpatriati in Libia

La data fa riferimento all’articolo di Fabrizio Gatti, uscito per L’espresso all’inizio del nuovo anno. Per non perdere l’abitudine. Vi avvertiamo che le immagini del video sono davvero scioccanti ma è probabile che sia esattamente questa la reazione che serve.

L’odierno clima politico trova naturale linfa in quello che Bauman definisce, nel saggio Paura liquida, «lo Stato dell’incolumità personale».
Una paura diffusa, eterea, è definibile come paura di secondo grado. È tale una paura derivata che, indipendentemente dall’attualità di una minaccia, orienta il comportamento di un uomo, in seguito a una modificazione delle sue aspettative e della personale percezione del mondo.
Probabilmente il miglior termine che descrive questa declinazione dell’animo è una particolare forma di sensibilità, ossia: l’insicurezza. Chi accetta, nella propria vita, l’inclusione di tale variabile farà costantemente ricorso a meccanismi di difesa da questa paura ubiqua. Le paure derivate, dunque, si auto-alimentano.
Il negativo dell’insicurezza è la sicurezza, un simulacro politico cui si sono votati i partiti di destra – e non solo – di mezza Europa.
Il Devoto-Oli Ed. 2008 definisce sicurezza la «condizione oggettiva esente da pericoli, o garantita contro eventuali pericoli».
Attribuisce al termine simulacro il significato letterario di immagine divina o meglio, dal punto di vista tecnico, di «[…] modello al vero di una macchina o di una parte di essa, riproducente per lo più la sola forma esteriore».
L’incolumità, invece, rimanda alla sfera personale del proprio corpo e delle sue estensioni.
La stessa Europa che vive nell’incubo di una costante emergenza-sicurezza è, oggi, il continente statisticamente più al sicuro della storia dell’umanità. «Viviamo senza dubbio […] nelle società più sicure finora mai esistite »[1], eppure, nella sua assuefazione alla paura, la Società ha dimenticato di liberarsi dalle ansie e dalle paure derivate, nate e nutritesi in seno all’insicurezza.
Bauman analizza, a questo punto, le tre aree che hanno prodotto insicurezza nell’epoca pre-moderna:
1) La tecnologia ha sedato la natura rendendo stabile e sicuro il nostro habitat
(salvo vistose eccezioni quali l’uragano Katrina o l’alluvione a Giampilieri).
2) La cura di malattie e persino dei difetti congeniti del corpo ha raggiunto
livelli di protezione elevatissimi.
3) Inimicizia e ostilità tra gli uomini.
Riguardo alla terza area la promessa di sicurezza non è stata adempiuta e, anzi, se ne è persino complicata la realizzazione. Si può affermare che la paura nei confronti degli altri esseri umani rappresenti oggi il genus fondamentale dell’insicurezza moderna.

L’altro ci appare fonte di pericolo. E, se questa affermazione può sembrare banale, le implicazioni interiori della dicotomia noi-altro assumono dignità filosofica nelle parole di Escobar: «Di qua, […], c’è lo spazio del posseduto, il luogo chiuso della sicurezza, il mondo sottratto con l’artificio al non-umano e trasformato in un ambito di nessi conosciuti. Di là, […], c’è il mondo che non c’è dato, […], dove non siamo più»[2]. Come meglio si vedrà più avanti, l’affermazione personale e il circoscrivere un ruolo nella società passano attraverso la definizione dei confini della propria soggettività.
Di fronte a una situazione così frammentaria e inafferrabile reagiamo prendendo dei provvedimenti, e in tal modo «conferiamo immediatezza, concretezza e credibilità alla minacce, vere o presunte, da cui secondo noi derivano le paure»[3].
Bauman, seguendo il solco del suo storico ragionamento sulla liquidità, dice che, nel pieno della fase solida della modernità, la distinzione di classe si risolveva anche in una differenziazione sul controllo. Un bambino di una famiglia operaia era controllato dalla costruzione di un modello sociale basato su gerarchia di potere, di genere e di anzianità. In una famiglia della classe media il controllo avveniva, al contrario, attraverso la manipolazione di principi astratti.
Nella società «liquido-contemporanea», invece, gli uomini conducono le proprie attività all’interno di una costante esigenza di riconoscimento: non si cerca di promuovere un codice di condotta basato su principi astratti o modelli concreti, ma di colmare un deficit di legittimità. Si cerca di testare i limiti dell’estensione di una scelta individuale.
La redistribuzione sociale delle paure caratterizza la società contemporanea più dell’utopica – quanto auspicabile – redistribuzione del reddito. A mio avviso, la differenza di classe è colmata da una diffusione omogenea delle paure fra i votanti. E poiché votanti sono tanto le classe medio-ricche che quelle medio-povere, tale redistribuzione è uniforme, nel caso dell’Italia, su tutto il territorio nazionale.
Il risultato è l’impressione di una violenza costante.
Tuttavia questo eccesso di paura ha bisogno di essere incanalato, focalizzato su un bersaglio sostitutivo.
Sulla paura-della-Società, credo che lo Stato intervenga in tre modi:
1) Tacitazione delle paure.
Come nota Bauman, si cerca la convivenza con la paura. Lo Stato tenta quindi di obliterare le paure che derivano da pericoli incontrollabili o non più controllabili (es: i danni causati dal cambiamento climatico, la crisi finanziaria che ha investito l’intero pianeta nel 2009).
2) Sfruttando le paure dal punto di vista commerciale.
Il successo di format come il Grande Fratello può spiegarsi anche alla luce del fatto che fanno perno su una grande paura dell’uomo contemporaneo, oltre che, a parer mio, sulla perversione voyeuristica da gossip. Questa paura è il timore di essere esclusi dalla società di cui si fa parte.
I reality danno una visione semplicistica e caricaturale di quelli che sono i fenomeni di esclusione di un sistema più ampio e privo di telecamere. L’intero format è diretto verso la nomination, prima, e l’eliminazione, poi, di un concorrente, a cui seguono lunghe settimane di discussione da talk show per sviscerare le motivazioni e le dinamiche di questa esclusione.
3) Sfruttamento politico.
Il terzo modo di relazionarsi con le paure è quello che interessa lo «Stato dell’incolumità».
La tutela dell’ordine e della sicurezza sono diventati, soprattutto in questi ultimi anni, il principale argomento di campagne elettorali basate sull’incapacità di affrontare problemi reali quali la disoccupazione e la precarietà.
È possibile guadagnare legittimità politica barattando la paura con un simulacro-di-sicurezza. E cioè un modello che riproduca soltanto la forma esteriore di una condizione oggettiva garantita da eventuali pericoli. Un modello vacuo per due ragioni fondamentali: o perché il contenuto della paura è ineliminabile poiché incontrollabile; oppure, più sottilmente, perché tale contenuto è stato creato.
Tale sistema di creazione è stato accuratamente esposto da Alessandro Dal Lago nel saggio Non-persone, con la denominazione di «Tautologia della paura». Sebbene il sociologo romano tratti nel suo saggio d’immigrazione, io reputo che tale sistema possa risultare applicabile anche in molti altri settori.
Dal Lago definisce «“tautologico” questo meccanismo quando la semplice enunciazione dell’allarme […] dimostra la realtà che esso denuncia »[4].
La capacità di una definizione di diventare motivo oggettivo di allarme dipende da alcuni fattori.
In primo luogo dall’accordo degli attori incaricati di produrre le definizioni e, secondariamente, dalla loro legittimità. Quindi, il terzo fattore strategico determinante è rappresentato dalla capacità della stampa di imporre la definizione, attraverso la costruzione di un elemento di pubblico interesse.
Lo sbandieramento dell’allarme in prima pagina è, a sua volta, legittimato dall’intervento degli attori che rivendicano la rappresentanza della società. Quest’interpretazione politica attribuisce all’allarme risalto nazionale, e legittima l’interlocutore politico come risolutivo della paura.
I passaggi identificati da Dal Lago, nella figura della «Tautologia della paura»[5] , sono i seguenti:
· Risorsa simbolica: «I … sono una minaccia per i cittadini».
· Definizioni soggettive degli attori legittimi: «Abbiamo paura. I … ci
minacciano».
· Definizione oggettiva dei media: «I … sono una minaccia, come risulta
dalla voci degli attori [legittimi] (sondaggi, inchieste, eccetera), nonché dai fatti che stanno ripetutamente accadendo».
· Trasformazione della risorsa simbolica in «frame» dominante (è
dimostrato che i … minacciano la nostra società, e quindi «le autorità devono agire» eccetera).
· Conferma soggettiva degli attori legittimi: «Non ne possiamo più, che
fanno i sindaci, la polizia, il governo?»
· Intervento del «rappresentante politico legittimo».
· Eventuali misure politiche che confermano il «frame dominante».
A questo punto il «frame dominante» può essere invocato a ogni nuova emergenza.
Tornando a Bauman, egli conclude il saggio in esame con una inquietante riflessione.
Lo Stato sociale ha avuto, in seno alla democrazia, un ruolo strumentale in vista del raggiungimento di una fiducia nel futuro e dell’ottimistica sicurezza delle persone circa la loro capacità di agire. Ha garantito – o ha cercato di farlo – quella parte della società storicamente esclusa da questi due elementi, da cui attinge linfa la democrazia.
«Lo Stato dell’incolumità personale, invece, fa leva sulla paura e sull’incertezza e […] sviluppa interessi costituiti a moltiplicare le fonti del proprio nutrimento […]. Indirettamente, esso mina le fondamenta della democrazia»[6].

[1] ROBERT CASTEL, L’insicurezza sociale. Che significa essere protetti?, Einaudi, 2004
[2] ROBERTO ESCOBAR, Metamorfosi della paura, Il Mulino, 2007
[3] ZYGMUNT BAUMAN, Paura liquida, Laterza, 2006
[4] ALESSANDRO DAL LAGO, Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli, 2009
[5] ALESSANDRO DAL LAGO, Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli, 2009
[6] ZYGMUNT BAUMAN, Paura liquida, Laterza, 2006

Qui l’articolo di Fabrizio Gatto

L'articolo Morire di stato proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/societa/morire-di-stato-6/feed/ 1
Il diritto d’asilo finisce nel centro di detenzione https://minimaetmoralia.it/inchieste/il-diritto-dasilo-finisce-nel-centro-di-detenzione/ https://minimaetmoralia.it/inchieste/il-diritto-dasilo-finisce-nel-centro-di-detenzione/#comments Wed, 23 Sep 2009 07:56:29 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=734 Inviato a Tripoli, il giornalista Stefano Liberti ha intervistato alcune tra le vittime dei respingimenti; le tragiche esperienze raccontate da questi uomini, oltre a suscitare sgomento e un senso d’ineluttabile sconfitta umana (non soltanto loro), illuminano su quella che è in effettivo la politica intrapresa dal nostro paese in tema di migrazione. L’inchiesta è leggermente […]

L'articolo Il diritto d’asilo finisce nel centro di detenzione proviene da Minima et Moralia.

]]>
Inviato a Tripoli, il giornalista Stefano Liberti ha intervistato alcune tra le vittime dei respingimenti; le tragiche esperienze raccontate da questi uomini, oltre a suscitare sgomento e un senso d’ineluttabile sconfitta umana (non soltanto loro), illuminano su quella che è in effettivo la politica intrapresa dal nostro paese in tema di migrazione. L’inchiesta è leggermente datata, ma c’è da dubitare che nel frattempo sia cambiato qualcosa.

di Stefano Liberti

mani«Noi abbiamo chiesto soccorso. Loro sono arrivati, ci hanno presi e riportati indietro».
Richard – lo chiameremo con questo nome fittizio per evidenti ragioni di sicurezza – ancora non si capacita di essere stato rispedito al punto di partenza a poche decine di miglia dall’isola di Lampedusa, meta finale di un lungo viaggio cominciato tre anni prima nel Corno d’Africa. Richard è una delle più di mille vittime dei cosiddetti respingimenti, la politica inaugurata nel maggio scorso dal nostro Ministero dell’Interno, in virtù della quale gli immigrati intercettati in acque internazionali diretti verso la Sicilia vengono scortati indietro in Libia. L’ultimo si è concluso proprio ieri, quando all’ora di pranzo un’imbarcazione con 75 somali a bordo è stata ricondotta al porto di Tripoli. Una politica che nelle parole di Silvio Berlusconi, venuto domenica in visita in Libia in occasione dell’anniversario del trattato di amicizia, cooperazione e partenariato firmato nell’agosto del 2008 a Bengasi, è «efficace perché ha ridotto più del 90 per cento gli arrivi a Lampedusa».
«Dobbiamo essere severi con chi cerca di entrare clandestinamente», ha detto il Presidente del Consiglio, ignorando di fatto le critiche dell’Alto Commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Nhcr) e della Commissione europea, preoccupati per la presenza di potenziali richiedenti asilo sulle imbarcazioni respinte in Libia. Richard, da questo punto di vista, è un caso emblematico. Lui è di nazionalità eritrea e, se fosse arrivato in Italia, avrebbe ottenuto in modo pressoché automatico l’asilo politico o la protezione umanitaria. In Libia è invece oggi in un centro di detenzione, quello di Misradah, colpevole di aver tentato di lasciare il paese clandestinamente. È da qui che, per telefono, racconta i dettagli di quella che chiama la sua «deportazione».
«Era il primo luglio scorso. Eravamo 82 persone sulla barca, fra cui nove donne e tre bambini. Dopo quattro giorni in mare, non sapevamo più dove eravamo. Con un satellitare abbiamo chiamato i nostri amici a Tripoli, che a loro volta hanno chiamato alcuni eritrei in Italia. Questi ci hanno ritelefonato chiedendoci le nostre coordinate satellitari per darle alle unità di soccorso italiane. Mezzora dopo è arrivata una barca grande, fiancheggiata da altre due barche piccole». Richard descrive l’imbarcazione. «Era una nave militare, c’era anche un elicottero sopra». Racconta che l’equipaggio li ha fatti salire tutti e 82 e avrebbe detto loro che il loro calvario era finito, che erano fortunati perché li stavamo portando in Italia, sarebbero potuti andare a Roma o a Milano. Ma intanto lo scafo faceva rotta verso sud. Il nostro interlocutore sostiene di aver trascorso 12 ore sulla barca italiana e che a un certo punto lui e i suoi compagni si sono insospettiti. «I nostri amici a terra, quando avevamo dato loro le coordinate, ci avevamo detto che eravamo a 30 miglia da Lampedusa. Non potevamo metterci tutto quel tempo ad arrivare sull’isola». I loro sospetti si sono poi avverati quando hanno visto spuntare una barca più piccola libica. Richard racconta che a bordo c’erano anche alcuni italiani e tutto lascia credere che si sia trattato di una delle tre motovedette che il ministro degli interni Roberto Maroni ha consegnato nel maggio scorso al governo libico in seguito all’accordo del 30 dicembre 2007 sui pattugliamenti congiunti. «Ci hanno fatto salire a bordo. Evidentemente eravamo arrivati in acque libiche. Abbiamo passato altre tre ore sulla motovedetta. Poi siamo arrivati a Tripoli», aggiunge l’uomo, che parla anche di alcuni momenti di tensione sulla barca italiana, in cui l’equipaggio avrebbe usato la forza per bloccare un incipiente tentativo di rivolta. Dal molo di Tripoli, gli immigrati mancati sono stati poi trasferiti in vari centri, dove tuttora si trovano. «Qui siamo in preda al nulla. Non sappiamo quando e se ci faranno uscire. Mangiamo male. Non facciamo niente dalla mattina alla sera», lamenta Richard, che chiede aiuto e dice di non voler rimanere in quello che definisce «l’inferno di Misradah».
filaNel centro di detenzione sulla città costiera della Tripolitania sono stati rinchiusi molti degli eritrei respinti dall’Italia. Anche le donne e i bambini. «È un campo con un vasto cortile dove si sta di giorno e con piccole celle per la notte». La descrizione di Joe (altro nome fittizio), un eritreo di 23 anni che conosce bene il centro perché ci ha passato due anni della sua vita. «Sono stato lì dal 2007 al maggio scorso. Poi sono riuscito a scappare». Seduto sul materasso che occupa metà della sua stanza di 4 metri quadri in un sobborgo periferico di Tripoli, il ragazzo mostra sul cellulare le foto del campo. In un grande spiazzo di sabbia, si vedono donne e bambini anche molto piccoli. «Stavamo tutti insieme sperando che ci liberassero. Quando stai lì non hai informazioni, non hai la minima idea di quanto tempo rimarrai recluso». Joe ha il tesserino di rifugiato rilasciato dall’Unhcr di Tripoli, ma il documento non ha alcun valore in questo paese, che non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra e non riconosce ufficialmente nemmeno l’alto commissariato per i rifugiati, nonostante abbia permesso l’apertura della sede. Joe vive con decine di altre persone in un bugigattolo dalle pareti di cartone. Da un corridoio dal pavimento di terra sono state ricavate alcune stanzette, ognuna delle quali occupata da una o due persone. Nelle stanze, c’è un materasso, un fornelletto per il gas e una lampadina. «In tutto siamo 27. Eritrei, etiopi, egiziani. Abbiamo 3 bagni in tutto», racconta il ragazzo. Joe oggi è scoraggiato. «Gli italiani ci respingono, ma non si rendono conto che non abbiamo scelta. Non capiscono che fuggiamo da una situazione drammatica. In Eritrea è impossibile vivere». Il ragazzo è arrivato in Libia dopo essere fuggito dal servizio militare obbligatorio nel suo paese, che ha una durata virtualmente illimitata. Ha trascorso qualche mese in Sudan e oggi è a Tripoli bloccato. Ha paura di imbarcarsi, ma in Libia deve vivere di fatto nascosto. Si sente braccato e, quando esce, si guarda le spalle. «Non voglio finire di nuovo in un campo».
In Libia ci sono una trentina di centri di detenzione per immigrati, sparsi per tutto il paese. La legge non prevede un tempo di permanenza massimo. Così capita che gli stranieri catturati rimangano anche anni rinchiusi. Una situazione che certo non è migliorata con la politica dei respingimenti: gli immigrati rimandati indietro dall’Italia vengono portati tutti nei centri, che finiscono per scoppiare. «L’Italia scarica sulla Libia il problema dell’immigrazione, senza preoccuparsi del destino di quanti vengono rimandati indietro», denuncia Giovanni Martinelli, vescovo di Tripoli, nella cui chiesa ogni venerdì viene approntato un servizio di assistenza agli immigrati. «Questi ragazzi sono gente in gamba, pieni di iniziativa. L’Europa lo deve capire. E deve anche capire che la Libia non può essere lasciata sola a gestire questo fenomeno gigantesco».

L'articolo Il diritto d’asilo finisce nel centro di detenzione proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/inchieste/il-diritto-dasilo-finisce-nel-centro-di-detenzione/feed/ 1