libri dell'anno Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/libri-dellanno/ un blog di approfondimento culturale Sat, 31 Dec 2016 11:15:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg libri dell'anno Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/libri-dellanno/ 32 32 I libri dell’anno di minima&moralia: ultima parte https://minimaetmoralia.it/libri/libri-dellanno-minimamoralia-ultima-parte/ https://minimaetmoralia.it/libri/libri-dellanno-minimamoralia-ultima-parte/#comments Sat, 31 Dec 2016 09:15:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33251 Pubblichiamo l’ultima parte della lista delle letture dell’anno dei collaboratori di minima&moralia, ringraziandoli per la partecipazione. Vi auguriamo buon anno e vi ricordiamo che a gennaio partirà una newsletter nuova di zecca, a cui ci si può iscrivere qui. Le puntate precedenti. (Fonte immagine) Valentina Aversano Quest’anno ho letto più racconti del solito. Vi consiglio le […]

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Pubblichiamo l’ultima parte della lista delle letture dell’anno dei collaboratori di minima&moralia, ringraziandoli per la partecipazione. Vi auguriamo buon anno e vi ricordiamo che a gennaio partirà una newsletter nuova di zecca, a cui ci si può iscrivere qui. Le puntate precedenti. (Fonte immagine)

Valentina Aversano

Quest’anno ho letto più racconti del solito. Vi consiglio le tre raccolte che ho amato di più, quelle con più orecchie alle pagine:
Appunti da un bordello turco, Philip Ó Ceallaigh (traduzione di Stefano Friani, Racconti edizioni): il mio preferito è “Nel quartiere”, un film in circa settanta pagine. “Se ti vuoi fare un’idea di come se la passa una città devi andare a vedere i suoi margini. Il centro ti dirà che va tutto bene. La periferia ti dirà il resto”.
La donna che scriveva racconti, Lucia Berlin (traduzione di Federica Aceto, Bollati Boringhieri): per raccontare la scrittura di Lucia Berlin mi viene in mente solo una parola: meravigliosa. Non smetto di rileggere questa raccolta, io che in genere ho sempre fretta di passare al libro successivo.
Il paradiso degli animaliDavid James Poissant (traduzione di Gioia Guerzoni, NN editore): nelle storie di Poissant si passa dalla commozione al sorriso. E c’è quella tristezza bella che ti avvolge come una coperta e ti fa sentire meno solo.

Paolo Bonari

Dichiaro subito di essere d’accordo con Cesare Garboli, secondo il quale i libri “non bisogna adorarli”, e c’è da aggiungere che la relativa feticizzazione si è fatta molto spinta, nel tempo e nell’ambito social: tendiamo a considerare buono qualsiasi mezzo o mezzuccio letterario, secondo logiche di affastellamento da hard discount di scrittori socialmente e mimeticamente divinizzati, pur di differenziarci un po’ e pur di non differenziarci troppo gli uni dagli altri. Dichiaro anche che, al solo sentir parlare di “opere-mondo” e di “universi pynchoniani”, metto mano alla poesia, preferibilmente in prosa, e perdo ogni interesse (che non ho mai avuto) per gli interminabili commentarii dei “giovani critici” agli interminabili romanzi che risaneranno la Letteratura, nonché la Società tutta.
Il contemporaneo non mi preoccupa più di tanto, e mi fermo ad ascoltare il passato che ripiomba e rimbomba sul presente, perciò conoscere i miei “libri del 2016” significherà aspettare fino al 2046 di quel film di quel cinese, e stare a vedere quali anniversari celebrerò. Nel frattempo, di nascosto, ricordo la morte di Piero Chiara del 31 dicembre 1986, scegliendo uno dei suoi romanzi meno noti e più tardi, forse il suo migliore, perché il più indefinito, il più indeterminato: Vedrò Singapore? (“Un bisbiglio, che udii distintamente, mi rispose: “Torna alle onde del Lago Maggiore””.)
Trent’anni ci separano anche da L’avventura in Valtellina del Mario Soldati ottantenne, invecchiato, millesimato: si compie alla perfezione quel suo “diario con personaggi”, come da definizione di Geno Pampaloni, e si registra la nostra nostalgia per gli anni in cui una banca, in questo caso la Popolare di Sondrio, si impegnava a organizzare e finanziare un soggiorno del genere per scopi artistici.
Adelphi ha cominciato nel 2014 a pubblicare i romanzi di Pierre Boileau e Thomas Narcejac, il duo francese che, al modo (e meglio, forse, purtroppo) dei nostri F&L, ha frequentato i territori del poliziesco e del noir: già presenti sul mercato italiano, ma in vecchissime edizioni, sono stati di nuovo e magnificamente tradotti e l’ultimo, di qualche mese fa, è La donna che visse due volte (traduzione di Federica Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco), un titolo che non dovrebbe suonare nuovo – io, però, devo ancora leggerlo e consiglio, perciò, di recuperare in qualche modo (ma senza venire a chiederli a me) tutti e sette i volumetti di B&N dedicati al ciclo di Sans Atout, ovvero di François Robion, il ragazzo che investiga e risolve casi misteriosi in giro per la provincia francese, andando dall’isola d’Oléron all’Alvernia alla costa bretone. Furono pubblicati nella riedizione de “Il giallo dei ragazzi”, la storica collana mondadoriana attiva dal 1970 al 1984 che la stessa casa editrice provò a rinfrescare con una serie di uscite primaverili sul finire degli anni Ottanta e a cavallo dei Novanta, cioè all’epoca in cui, attorno ai dieci anni d’età, ero più diligente e non mi perdevo le novità editoriali.

Luca Briasco

Ho riflettuto, e a lungo, prima di scegliere i miei tre libri del 2016. Cercavo un criterio comune, che mi permettesse di selezionarli tra i tanti in più che hanno lasciato comunque un segno profondo. Alla fine, ho optato per due romanzi accomunati dalla forza e dalla convinzione con cui osano, aprendo e dissodando territori nuovi, e per un classico della critica, riletto a distanza di decenni dalla prima volta.
Dunque: Garth Risk Hallberg, Città in fiamme, Mondadori, traduzione di Massimo Bocchiola, che ci porta nella New York degli anni Settanta e del blackout, tra punk, squatter, antichi e nuovi ricchi, aspiranti scrittori in cerca di gloria, e riesce a fondere, in un colosso di mille e più pagine, una totalità di visione quasi ottocentesca e una struttura mobile e complessa, capace di accogliere e ospitare il caos della contemporaneità.
Simona Vinci, La prima verità, Einaudi Stile libero: un viaggio nei meandri della follia che utilizza ogni possibile forma narrativa, spaziando dalla fiction al saggio, dalla poesia al racconto autobiografico. Una scrittura densa e potente, senz’ombra di pietismo, capace di svelarci la labilità dei confini tra “sanità” e “malattia” e la loro coesistenza nel nostro DNA culturale ed emotivo.
Infine, Itaca e oltre, di Claudio Magris, Garzanti: una raccolta di microsaggi che esplora opere e autori fondativi del Novecento, soffermandosi in particolare sulla grande letteratura mitteleuropea. Trent’anni fa, dopo averlo letto, mi precipitai in libreria e comprai una quindicina di romanzi, spaziando da Novalis a Joseph Roth, da Musil a Canetti. Quest’anno l’ho ripreso in mano perché mi guidasse nella stesura del mio Americana, che è costruito in modo non dissimile. Se mi sarà riuscito di trasmettere ai miei lettori almeno una piccola parte dell’entusiasmo e del desiderio di conoscenza che Magris aveva scatenato in me, potrò dire che Itaca e oltre è il mio libro dell’anno.

Stefano Ciavatta

Un anno di letture. Libri sulle città anzi sulle metropoli, una delle poche cose sexy al mondo: I segreti di Manhattan di Philip Lopate, (traduzione di A. Buzzi, il Saggiatore), Miami di Joan Didion (traduzione di Teresa Martini, il Saggiatore), Le città ideali di Fabio Isman (Il Mulino), NY l’isola delle colline di Mario Maffi (Feltrinelli), Un’educazione milanese di Alberto Rollo (Manni).
Libri sulle vite interrotte, ammaccate, disperse come quella di mio padre: La vita dopo di Donald Antrim (traduzione di Matteo Colombo, Einaudi), Caustico lunare di Malcolm Lowry (traduzione di Vincenzo Mantovani, Mondadori), Il velo nero di Rick Moody (traduzione di Licia Vighi, Bompiani), Come stare soli di Franzen (traduzione di Silvia Pareschi, Einaudi, con il saggio sull’alzheimer che prima avevo fastidio a leggere), In movimento di Oliver Sacks (traduzione di Isabella C. Blum, Adelphi).
Libri sulla città dove vivo e perdo il tempo: Fiato d’artista di Paola Pitagora (Sellerio), Quando Roma era un paradiso di Stefano Malatesta (Skira), Il mito di Roma di Andrea Giardina e André Vauchez (Laterza), Il sacco di Roma di André Chastel (traduzione di Marisa Zini, Einaudi).
Libri fatti di appunti e block notes: Americani di J.J. Sullivan (traduzione di Francesco Pacifico, Sellerio), Il cervello di Alberto Sordi di Tatti Sanguineti (Adelphi), Porno di carta di Gianni Passavini (Iacobelli).

Antonia Conti

I piccoli e grandi traumi che segnano la vita di persone comuni. Ne marcano il percorso, acquistano profondità nel ricordo, nelle relazioni, nel rapporto con gli oggetti. Nei racconti di Andre Dubus tanto più i gesti sono minimi tanto più gli effetti sono rivelatori. Voli separati, tradotto da Nicola Manuppelli, in libreria per Mattioli. Otto storie sul «peccato di un uomo» in cui «non c’è niente per cui provare vergogna, niente di innaturale», nemmeno quando la storia comincia così: «ho tenuto i bigodini tutto il pomeriggio, il giorno in cui hanno ucciso Sonny Broussard sulla sedia elettrica».
Frammentario, ellittico, esile e divagatorio. Io, Charlotte Rampling, scritto dall’attrice con Christophe Bataille (tradotto da Camilla Diez, 66thand2nd) è un libro inclassificabile che ha l’enorme pregio di fare del pudore l’espressione più intima della scrittura. Nel circuire, lambire, affrontare e resistere a un dolore, c’è tutta la verità e l’importanza delle cose che a un certo punto non possono più essere taciute.
Se al ritorno dagli Stati Uniti, dall’indimenticabile Absolutely Nothing di Giorgio Vasta e Ramak Fazel, vorrete rimettervi in viaggio con Quodlibet/Humboldt, guardate a Nord e non perdete (ma perdetevi in) Tutta la solitudine che meritate di Claudio Giunta e Giovanna Silva. Grazie M.P. per avermi allungato silenziosamente questo libro. Grazie S. per aver detto: “so di gente che ha comprato un biglietto per l’Islanda appena lo ha finito”, perché l’ho cominciato la sera stessa.

Flavia Gasperetti

Ricordo bene che la mia prima lettura dell’anno è stata Io e Mabel di Helen Macdonald (Einaudi 2016, traduzione di Anna Rusconi). Ricordo che lo cominciai piena di pregiudizio per via del tema, la falconeria. Ho un’antipatia idiosincratica per le tesi di dottorato rigurgitate dentro le opere di narrativa ma mi sbagliavo, quanto mi sbagliavo. Mi ha riconciliato con tutto, con la non-fiction, con i memoir del lutto, con la mistica del paesaggio naturale tanto cara agli inglesi e, sì, pure con la falconeria.
L’anno si è invece chiuso con una nuova scoperta, l’irlandese Eimear McBride. Ho letto entrambi i suoi romanzi, il primo uscito anche in Italia con il titolo Una ragazza lasciata a metà (Safarà Editore, traduzione di Riccardo Duranti) e il suo più recente The Lesser Bohemians. Quando si parla di lei è difficile non farsi scappare il nome di James Joyce, ma questi libri sono ben altro che un pastiche citazionista, una rivisitazione sterile, McBride sa fondere monologo e dialogo, flusso di coscienza e osservazione come se reinventasse l’atto di raccontare a ogni pagina.
Tra questi due libri, tante altre belle scoperte, non poche delusioni, e qualche faticaccia ripagata. Tra le fatiche che ne valevano la pena, Prima di perderti di Tommaso Giagni (Einaudi Stile Libero), un libro breve e densissimo, su ogni frase mi sono fermata, a volte per litigarci, a volte per riprendermi, molto spesso per dire “è vero, è proprio così”.
Concludo con il ricordo di un ritorno in treno Milano-Roma in compagnia delle Lettere alle Amiche di Céline, speso nel tentativo di imparare interi passaggi a memoria e un agosto lavorativo passato ne La camera azzurra di Simenon, ripubblicato da Adelphi con la traduzione bellissima di Marina Di Leo. Quando l’amico che me lo consigliò mi chiese che ne pensavo, ho risposto “sommo capolavorino”. A distanza di mesi, sono ancora d’accordo con me stessa.

Michele Masneri

Tre libri a chilometri zero da Oakland, California: Jeffrey Toobin, American Heiress, Doubleday. La vera storia di Patricia Hearst, first smandrappata d’America, nipote di William Randolph Hearst cioè poi il Citizen Kane di Orson Welles (gli Hearst ancora oggi posseggono 300 magazine compresi Gioia e Gente). Rapita da un farlocco “Esercito di liberazione simbionese” in pieni anni Settanta, poi convertita al terrorismo soprattutto per noia, arrestata, condannata, pluri-graziata, oggi alleva cagnolini da competizione (sua sorella ha sposato Jay McInerney). Il suo rapitore-capo, De Breeze, progettava il sequestro a Oakland, il Pigneto di San Francisco, in una comune molto simile a quella di un altro esercito sgangherato ma più grillino, gli amici di Purity di Jonathan Franzen (traduzione di Silvia Pareschi, Einaudi). Ancora oggi a Oakland si va alle feste e alle inaugurazioni e ci vivono i creativi e i non abbastanza ricchi espulsi da San Francisco dalla gentrificazione startuppara. Un libro a caso di Jack London, morto esattamente cent’anni fa, qui, e a cui è dedicata una piazza a Oakland (Jack London muore nello stesso giorno alla stessa ora dell’imperatore Francesco Giuseppe, il 21 novembre 1916, alle 4 di mattina).

Christian Raimo

Appena ho finito una lista mi ricordo di un elemento lasciato fuori, è sempre così. Quindi provo a scremare: ci sono dei libri che mi hanno insegnato qualcosa quest’anno? Sì. Il primo è sicuramente quello di Coates, Tra me e il mondo (traduzione di Chiara Stangalino, Codice). Mi ha ricordato che la politica parte dalla pratica quotidiana e dal corpo oltre che dalle ideologie e dalle parole; per qualunque sedicente intellettuale una grande lezione di umiltà e di educazione.
Poi c’è sicuramente Atul Gawande che con
Essere mortale (traduzione di Duccio Sacchi, Einaudi) mi ha fatto capire alcune cose fondamentali sulla vecchiaia e sulla morte: da cose piccolissime, come l’importanza di allacciarsi le scarpe e di tagliarsi le unghie da soli quando si comincia a invecchiare a cosa le persone ritengono importante se hanno poco tempo da vivere davanti.
Il terzo è la raccolta di racconti di Donald Antrim,
La luce smeraldo nell’aria (traduzione di Cristiana Mennella, Einaudi): mi ha ricordato a cosa serve la letteratura, a raccontare che tutto quello spazio che la nostra psiche non controlla può avere un senso, e anche una sua dolorosa bellezza.

Edoardo Rialti

Breve storia di sette omicidi di Marlon James (Frassinelli 2015, traduzione di Paola D’Accardi). Duro e magnificamente ben scritto. Un grande romanzo deve anzitutto avere una voce convincente. Qui si tratta di un’intera orchestra, una turbinosa narrazione corale su violenza e corruzione nella Giamaica di Bob Marley. R.K. Morgan ha giustamente evocato (come per la serie The Wire) echi e ancor più lo stesso sentore inevitabile trasmesso delle tragedie shakespeariane e greche. E ha ragione. Perché, come scriveva George Steiner, tragedia è “procedere verso il proprio solenne destino, prigionieri di verità che oltrepassano la conoscenza”. E questo Marlon James lo fa intonare al coro rabbioso dei suoi vivi. E dei suoi morti.
Parli del Diavolo: Black Man di R.K. Morgan (Gollancz, 2007), appunto. Morgan è il mio scrittore vivente preferito (e possa l’Evoluzione conservarcelo a lungo): sia i suoi romanzi di fantascienza-noir con protagonisti Takeshi Kovacs che la sua trilogia fantasy A Land fit for Heroes hanno una forza che supera di gran lunga le pur notevoli ambientazioni e l’audacia di temi e personaggi. Si tratta di come scrive, della ferocia dolente che lascia intravedere, tra le pieghe e la piaghe, un modo più decente e vero di camminare su questa terra. Oltre tutte le recite che ci dividono in buoni e cattivi, cacciatori e prede, come direbbe il  Roy di Blade Runner. Qualcosa a cui aggrapparsi davvero. Questo suo stand alone ha inoltre il fosco pregio di aver raccontato l’America di Trump molto prima che il Twittatore Seriale iniziasse la sua campagna. Non è la prima volta che la fantascienza si limita ad anticiparci. In questo caso tratteggiando un’America del futuro divisa tra le città della costa (con la loro libertà sessuale e culturale) e la “Jesusland” degli Stati centrali, patriarcale e industriale. A complicare le cose è il ritorno (Blade Runner docet), appunto di qualcuno che avevamo inviato su Marte a fare il lavoro sporco per noi. E che ha intenzione di scoperchiare parecchie verità sottaciute…
Da animali a dèi di Yuval Noah Harari (Bompiani 2016, traduzione di Giuseppe Bernardi). Non si tratta di un romano ma l’abusata espressione “si legge come tale” stavolta ha la sua ragion d’essere. Anzi. Questo splendido saggio sulla storia del genere umano è infatti anche un “romanzo di tutti i nostri romanzi”. Perché permette al lettore di comprendere meglio le narrazioni che incessantemente applichiamo al mondo da parecchie centinaia di migliaia di anni. Sciamanesimo e Marchi Automobilistici, il battersi il petto dei primati e i comizi dei politici, la differenza tra religione (una lettura strutturata dell’universo) e spiritualità (demolire quelle stesse strutture), la suddivisione dei poteri e il nostro rapporto aggressivo con l’ambiente, il salto quantico delle rivoluzioni cognitive, agricole e tecnologiche sono fenomeni profondamente connessi, che agiscono in ogni nostra stessa. Non è un privilegio da poco vedere come dettagli infinitesimali ed eventi grandiosi delle nostre vite oggi abbiano le loro radici e le loro ragioni d’essere laddove forse non ci saremmo mai aspettati. Lo si legge con uno strano senso di vertigine, ma anche con di rinnovata eppure ironica responsabilità per il nostro prossimo passo come singoli, e come specie.

Giuseppe Sansonna

Nel 2016 sono stato folgorato, come tanti, da Il Cinghiale che uccise Liberty Valance, pubblicato da minimum fax. Seducente fin dal titolo cinefilo, legato alle rimeditazioni di John Ford sull’illusorietà del mito. Mi è piaciuto perché libera, senza cedere al compiacimento, il suo gioco estremo sulla lingua. Riuscendo a cogliere l’intensità magica del quotidiano, come in certe sequenze di Antonio Pietrangeli,
sottilmente sospese tra vita e morte. Come se l’Antonio Pizzuto della Signorina Rosina avesse vivificato certi tecnicismi d’avanguardia, diventando più caldo e umano, senza perdere prismaticità. Traslocando
dalle parti del Trasimeno, in un borgo immaginario e familiarissimo.
Ho riletto, scompisciandomi, il Moravia desnudo, di Sergio Saviane, pubblicato quarant’anni fa da Sugarco. Utile per riassaporare un’epoca affollata di menti fini e lingue affilate. E per comprendere  quanto sia importante amare intensamente l’oggetto del proprio odio, evitando l’isteria dei livori banali, oggi rigurgitati in rete senza risparmio. Moravia passò due anni di puro terrore, attendendo l’uscita del
pamphlet. Tra le ponderate righe del satiro di Castelfranco veneto avrà ritrovato, sviscerati al dettaglio, tutti gli snodi della sua retorica trombona, il carisma velenoso da pontefice della cultura italiana, l’acuta perfidia, l’arsenale letterario sempre più ripetitivo e stantio. Si sarà sentito letto a fondo. Compreso,
finalmente. Come ci si può aspettare solo da un vero nemico.
Ho letto anche La botta in testa, stupefacente biografia di Tiberio Mitri, pubblicata per la prima volta da Carroccio, nel 1967, e riedita da Limina, nel 2006. Scritta, verosimilmente, da Giancarlo Fusco. Il
pugile ci ha messo vita e sangue, lo scrittore un linguaggio composito e visionario. Non firmò il libro, pare, per sfuggire alle richieste di alimenti arretrati dell’ex moglie. Due magnifici dissipatori,
sopravvissuti con lo stesso ghigno ai campi di concentramento, alle case di tolleranza, ai ring. I sogni di Tiberio, bello come un divo, si infransero sulla fronte marmorea di Jake la Motta, “larga come gli
schermi in cinerama”, che gli spezzava le mani a ogni diretto. Non riuscì a strappare al Raging Bull la cintura di campione del mondo e morì dentro, quella sera del 1950, sul ring del Madison Square Garden,
mentre compiva ventiquattro anni. Morirà davvero nel 2001, travolto da un treno, nella periferia di Roma. Dimentico del mondo che lo aveva dimenticato. Oltraggiato, post mortem, da una fiction con Luca
Argentero.

Emiliano Sbaraglia

Tra il libri di questo anno sicuramente inserisco Orfani bianchi di Antonio Manzini (Chiarelettere), perché l’ho letto tutto d’un fiato in una notte (capita sempre più raramente); e perché lo scrittore, pur avendo raggiunto il grande pubblico con il personaggio di Rocco Schiavone, ha voluto scommettere ancora, con un romanzo che racconta la storia di una badante moldava in Italia, e del figlio rimasto in patria.
I signori del cibo di Stefano Liberti (minimum fax). Esiste una scrittura che riesce a trasformare la saggistica in una narrazione civile, aiutandoci a capire i mali del mondo, per tentare di guarirli. Da A sud di Lampedusa in poi Liberti lavora sempre meglio in questa direzione.
Vorrei chiudere con un omaggio. Nell’approssimarsi dei quarant’anni dal 1977, mi è tornato tra le mani Piove all’insù di Luca Rastello, malauguratamente scomparso di recente (Bollati Boringhieri, 2006). Il suo libro ci restituisce l’odore inconfondibile di quell’anno fatto di sogni e pistole, attraverso una scrittura unica, emblematica di un tempo e di un autore, oltre che giornalista, di cui sentiamo la mancanza.

Stefano Sgambati

Quando anche si scrive oltre che leggere, capita di ricercare in ciò che si legge ciò che si ambirebbe scrivere e questo “fattore X” l’ho trovato quest’anno in tre letture principalmente e di queste voglio parlare: la saga autobiografica del norvegese Karl Ove Knausgârd (il cui titolo in originale è, curiosamente, “Min Kamp”) di cui qui cito il primo volume, La morte del padre, edito da Feltrinelli e tradotto da M. Podestà Heir. Un capolavoro in cui non succede nulla ma succede benissimo, il cui miracolo principale (un miracolo di tecnica e controllo) sta nel fatto che l’autore, pur mettendo al centro assoluto la sua stessa esistenza, di fatto “sparisce” a favore di letteratura, grazie a una scrittura tutto sommato piana, a un lessico tutt’altro che dopato e a pochissime, centellinate ma devastanti digressioni.
A proposito di romanzi meravigliosi in cui l’autore riesce a procedere per tutto il corso dell’opera con tutte e due le mani ben piantate sui manubri della bicicletta, evitando di mostrare inutile muscolature o acrobazie, ma non per questo stupendo di meno, il secondo libro della mia lista è La cura Schopenhauer di Irvin Yalom, edito da Neri Pozza e tradotto da Serena Prina: in uno scenario letterario fatto di non-romanzi, di non-racconti, di “oggetti letterari”, di “meta-fiction”, di post-narrazioni e di “story telling”, ecco un libro clamorosamente classico, con una delle più grandiose chiusure di sipario che io abbia mai incontrato e tra i migliori dialoghi che io ricordi di aver letto in assoluto (Jonathan Safran Froer dovrebbe studiare questo libro cento volte di seguito dietro la lavagna…).
Per ultimo voglio citare Nabokov, con Intransigenze, (Adelphi, trad. di Gaspare Bona), un volume clamorosamente bello di interviste rilasciate dall’autore nel corso della sua variegata carriera: tra queste righe è possibile scoprire come sia possibile farsi vanto della propria intelligenza e avere così ben presente il proprio genio da riuscire a fare letteratura altissima semplicemente conversando.

Licia Vignotto

Per chi non ha voglia di lasciarsi stare. La persuasione e la rettorica, tesi di laurea in filosofia scritta nel 1910 dal giovane studente goriziano Carlo Michelstaedter, che dopo averla discussa – coerente con il pensiero espresso – si uccise con una rivoltella. Il testo è stata pubblicato da Adelphi nel 1982, curato da Sergio Campailla, veloce e intensissimo, bruciante eppure accogliente. Un puzzle di rimandi storici e metafore brillanti, ferite, sull’impossibilità di possedere fino in fondo sé stessi. E poi Class. Vite infelici di romani mantenuti a New York di Francesco Pacifico, pubblicato da Mondadori nel 2014. Romanzo vortice, ironico e responsabile: mantiene la promessa del titolo descrittivo. Si ride ma ci si sente abbastanza male. Vuoto di senso da espatriati, rimpatriati, indaffarati, nullafacenti. Parisina di Lord Byron, poema romantico del 1816, pubblicato quest’anno da 2G nella nuova traduzione di Monica Pavani. Ambientato a Ferrara, ispirato alla leggenda tragica di Ugo e Parisina, amanti separati e pubblicamente puniti con la prigione e la decapitazione. Passione impossibile e ipocrisia collettiva, non così distante dalle antitesi di Michelstaedter, persuasione e retorica.

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I libri dell’anno di minima&moralia: settima parte https://minimaetmoralia.it/libri/libri-dellanno-minimamoralia-settima-parte/ https://minimaetmoralia.it/libri/libri-dellanno-minimamoralia-settima-parte/#comments Fri, 30 Dec 2016 06:00:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33175 Come una grande festa, ognuno con un tris di libri. Per la prima volta minima&moralia e i suoi collaboratori raccontano le letture predilette dell’anno, libri amati ma non necessariamente pubblicati nel 2016. Per l’occasione, segnaliamo che dal prossimo anno partirà una newsletter nuova di zecca, a cui ci si può iscrivere qui. Di seguito pubblichiamo […]

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Come una grande festa, ognuno con un tris di libri. Per la prima volta minima&moralia e i suoi collaboratori raccontano le letture predilette dell’anno, libri amati ma non necessariamente pubblicati nel 2016. Per l’occasione, segnaliamo che dal prossimo anno partirà una newsletter nuova di zecca, a cui ci si può iscrivere qui. Di seguito pubblichiamo la settima lista: domani, 31 dicembre, pubblicheremo l’ultima puntata. Qui le puntate precedenti. (Fonte immagine)

Iacopo Barison

Eccomi di Jonathan Safran Foer (traduzione di Irene Abigail Piccinini, Guanda), perché ho iniziato a leggerlo con innumerevoli pregiudizi, eppure l’ho proseguito e concluso a tempo di record. Ben consapevole dei suoi difetti, sono riuscito a isolarne i moltissimi pregi e alla fine mi ha contagiato col suo humor malinconico. Una specie di Judd Apatow misto a Franzen, che con Purity (traduzione di Silvia Pareschi, Einaudi) entra anche lui nella mia top 3. Dopo l’enorme delusione di Libertà, infatti, ho apprezzato il modo in cui mescola suspence e buona scrittura, per una volta senza strafare.
Chiudo la mini-lista con un libro che ho (ri)letto, e che ritengo forse il migliore degli ultimi cinquant’anni. 2666 di Roberto Bolaño (traduzione di Ilide Carmignani, Adelphi). Nessuna novità, certo, ma se ancora non l’avete acquistato, o se riposa sui vostri scaffali per via della mole, iniziatelo subito e lasciate che vi cambi per sempre.

Claudia Durastanti

Settimane dopo l’elezione di Trump, è quasi più difficile ripensare a quell’articolo in cui Mark Lilla evoca il fallimento della sinistra identitaria, per il quale dire «sono donna e sono nera» invece di dire «sono un essere umano» è un peccato mortale. Ma non c’è politica senza identità e se c’è una scrittrice bravissima, intelligente e dalla prosa dai tratti salingeriani che ha scritto un romanzo molto articolato su questioni di razza e di genere in America senza trasformarlo in un trattato moralista, è Helen Oyeyemi. Boy, Snow, Bird pubblicato da Einaudi (traduzione di Laura Noulian) è un racconto pieno di grazia che ha la struttura convenzionale della fiaba, ma non ha niente di troppo magico e distante, anzi: è una storia fin troppo presente sul bisogno di trasformazione.
Non avendo mai finito Moby Dick dopo diversi tentativi ad intervalli regolari, non ero sicura che acquistare la Melancolia della resistenza di Laszlo Krasznahorkai (traduzione di Dora Mészáros e Bruno Ventavoli, Zandonai) sarebbe stata una gran mossa, poiché l’edizione inglese lo pubblicizza di fatto come un Moby Dick mitteleuropeo. Superato il primo capoverso di 174 parole, ho capito che non avrei avuto a che fare con un manuale sui cetacei ma con un’operetta bizzarra e simbolica che usa il pretesto di un circo nella campagna ungherese per parlare di una minaccia in arrivo che ridisegna la comunità, mescolando i fautori del disastro con i difensori dell’ordine come in una specie di Night Train to Munich, ma molto più triste. Un altro dei motivi per cui ricorderò il 2016 è il lyric essay, un genere ibrido che mescola poesia, saggistica e in alcuni casi anche illustrazioni, di cui ho scoperto due maestre, Anne Carson e Maggie Nelson: The Glass Essay e Bluets sono due bellissimi luoghi letterari da cui partire.

Natalia La Terza

Roberto Canella, Il nostro amore distruggerà il mondo (Sartoria Utopia, 2016). Un canzoniere fatto di spazi e corpi che tornano a ogni pagina: case e cortili, letti e cuscini; piedi e mani, braccia e ginocchia, dove l’amore è “masticare ortiche” e “un tuffo di schiena”. Roberto Canella cita Angelo Maria Ripellino e Guido Gozzano, Antonio Delfini e Cristina Campo, e crea una galleria di ritratti femminili semplici e precisi, dolci, a tratti dolcissimi, mai sentimentali. Un mondo abitato da ragazze che mandano “mail visionarie” e si nutrono di “crostatine mezze mangiate”, e di ragazzi che le osservano da vicino e da lontano, qualche volta amici, un’altra amanti, un’altra ancora sconosciuti: un posto dove si vuole rimanere.
Edoardo Albinati, Vita e morte di un ingegnere (Mondadori, 2012). In una pagina di questo libro, Edoardo Albinati si chiede “com’è possibile trasformare una storia vera in una vera storia, mi chiedo, la vita, la vita non è un romanzo e nemmeno un romanzo breve, forse assomiglia di più a un saggio pieno di ripetizioni, scritto maluccio”. Vita e morte di un ingegnere è scritto benissimo e riesce in tre compiti difficilissimi: raccontare la malattia di una persona che ci è cara, scrivere del rapporto tra un padre e un figlio, farsi la stessa domanda per 150 pagine – come rendere la nostra vita letteratura – e trovare una risposta ogni volta diversa e adeguata, delicata e spietata, scrivendole.
Gianfranco Calligarich, L’ultima estate in città (Garzanti, 1973 / Nino Aragno, 2010 / Bompiani, 2016). Un romanzo di un amore a Roma e un romanzo d’amore per Roma amato da Natalia Ginzburg. Arianna è uno dei miei personaggi letterari preferiti: fa solo le scale, usa i profumi come antidoti, se ne va in giro con un impermeabile di plastica rosso ed è fuori corso ad Architettura. Conosce “la notte come le sue tasche” ma non ha niente della femme fatale, è piuttosto sfuggente, eterea, eterna, come lo sono alcune amanti fedeli di Massimo Bontempelli e Micòl Finzi-Contini. Leo se ne innamora, insieme passano una lunghissima estate a Roma: un libro che continuo a regalare.

Daniele Manusia

Quest’anno ho perso mio padre dopo una malattia fisica e mentale. Il primo libro che consiglio mi è stato regalato da un amico vero che anche se non ci ha pensato direttamente forse sapeva che questo libro mi avrebbe aiutato (a modo suo, la letteratura non è self-help, anzi spesso è il contrario: è stimolante perché indelicata), è il romanzo autobiografico di Donald Antrim La vita dopo (traduzione di Matteo Colombo, Einaudi). Nel 2016 si è parlato molto dei suoi racconti, ma questo è un piccolo capolavoro di profondità sui legami familiari e sulle estensioni psichiche che possono avere, oltre ad avere pagine meravigliose di racconto puro (la storia dello zio pazzo; la giacca che la madre, stilista e insegnante di moda, aveva creato con una farfalla gigante tridimensionale sulla schiena, che la scrittura di Antrim rende viva come una scena di battaglia in un romanzo storico).
Ho letto molti fumetti quest’anno, forse per la brevità. Non tutti i fumetti sono paragonabili alla letteratura, ma Killing and Dying di Adrien Tomine rompe le distinzioni di genere. Sono pochi racconti, ed è quasi un peccato che Tomine sia un (ottimo) artista anziché solo un (ottimo… grande?) scrittore. Almeno 2 racconti – quello che dà il titolo alla raccolta e Go Owls – sono indimenticabili per me a mesi di distanza da quando li ho letti.
Per ragioni lavorative leggo molto sport, quest’anno ho sviluppato una nuova passione per le MMA e ho letto (in realtà lo sto finendo di leggere) un libro interessante sul combattimento tra uomini: Il professore sul ring di Jonathan Gottschall (traduzione di Giuliana Olivero, Bollati Boringhieri), un professore di letteratura inglese di quarant’anni che per scrivere questo libro – e capire davvero cosa significa mettere a repentaglio la propria salute per combattere – ha iniziato ad allenarsi e a prendere pugni. Il libro comincia descrivendo il rito del duello nell’ottocento, poi passa alla cultura dell’onore in carcere, poi ai racconti autobiografici di Gottschall. La visione di fondo è machista in senso antropologico e deterministico e non mi sento di condividerla, ma è senz’altro un approccio interessante e non banale.

Pierfrancesco Matarazzo

Tre libri in un anno di letture, tre stati d’animo che ho vissuto intensamente. Partiamo dal più ritmato: Il Passaggio di Pietro Grossi, Feltrinelli. Scorrendo le prime pagine, ho capito di trovarmi al cospetto di una sfida. Per il protagonista di questa storia (Carlo) che deve fronteggiare il principale fantasma del suo passato (suo padre) in mezzo ai ghiacci della Groenlandia, per Grossi che si confronta con l’opera di autori che della sfida estrema hanno fatto il loro marchio di fabbrica (penso a Ernest Hemingway e Jack London) e per il lettore che si trova immerso in una narrazione dove il flusso vorticoso degli eventi pretende di convivere con bolle di assenza dove ascoltare sé stessi.
Passiamo al più folle: Il Cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci, minimum fax. Uno studio comparato sulle giravolte linguistiche e sulla pulizia stilistica al limite della paranoia, 450 pagine in cui è il “come è scritto” più che il “cosa è scritto” a fare davvero la differenza. Un testo con cui è importante litigare, fatto di parole tridimensionali che l’autore fa continuamente ruotare davanti agli occhi attoniti del lettore. E infine il più atteso: Eccomi di Jonathan Safran Foer, Guanda (traduzione di Irene Abigail Piccinini). A undici anni da Molto forte incredibilmente vicino, Safran Foer consegna ai suoi affezionati lettori una storia in cui l’eccezionale, sempre presente nei suoi lavori, diventa quotidiano e per questo più difficile da identificare e preservare. Attraverso la storia di una famiglia, Safran Foer passa dalla descrizione dei segreti della mente di un personaggio all’altro, trasformando ogni sospiro in un baratro di attese e piccole ripicche, fino a farci arrivare al punto in cui non si è più disponibili a fare due chiacchiere con se stessi.

Carlo Mazza Galanti

Antoine Volodine, Terminus radioso (66thand2nd, traduzione superlativa di Anna D’Elia): se n’è parlato parecchio, un romanzo eccentrico come tutti quelli di questo scrittore, forse il suo più bello, forse il suo capolavoro, o meglio il capolavoro del post-esotismo. Tra fantapolitica e psichedelia, weird, xenoletteratura, folie littéraire: ma anche coinvolgente. Suggerisco di accompagnare con il bel testo “programmatico” dello stesso autore, di prossima uscita presso lo stesso editore, intitolato Il post-esotismo in dieci lezioni, lezione undici.
Richard Matheson, Tutti i racconti (trad. vari): quattro corposi volumi pubblicati da Fanucci nell’anno della morte di M. (2013), ormai disponibili solo in formato digitale. Quest’anno mi è capitato di leggerli sistematicamente, non tutti ma una buona parte, e sono giunto alla conclusione che Matheson è uno dei maggiori scrittori di short stories del novecento. I suoi racconti sono un serbatoio sterminato di temi, immagini, situazioni, motivi, trame a cui ha attinto chiunque, che ha alimentato senza sosta l’immaginario americano (e non) del secondo novecento fino ai giorni nostri. Quella di Stephen King al confronto è un’immaginazione gracile. In particolare nel primo volume, quello dei primi anni ’50, Matheson sembra davvero uno scrittore in stato di grazia.
Ted Chiang, Storie della tua vita (traduzione di Christian Pastore): appena ripubblicato da Frassinelli in occasione del film di Denis Villeneuve (Arrival) che a uno dei racconti qui compresi si ispira, confesso che al momento di scrivere non l’ho ancora finito ma di sicuro è un libro che corrisponde perfettamente al mio criterio di stupore e alterità. Ci sono racconti lunghi e racconti brevi, diversi di questi premiati con Nebula, Locus, Hugo. Non mancano punte di sci-fi piuttosto nerd (o hard), che per alcuni saranno ostiche ma l’impressione è che i linguaggi scientifici siano sempre usati dallo scrittore nei limiti delle loro potenzialità letterarie e metaforiche, insomma mai gratuitamente né maldestramente. Nel loro piccolo alcuni di questi racconti mi sembrano delle pietre miliari. Stupefacenti.

Tomaso Montanari

Vorrei che ogni italiano in età di votare leggesse Un viaggio che non promettiamo breve. Venticinque anni di lotte No Tav, di Wu Ming 1, uscito nello Stile libero di Einaudi nell’autunno di questo 2016. Basato su una documentazione minuziosa, e analiticamente ripercorribile anche dal lettore più scettico, questo libro davvero importante riesce a consegnare la vicenda della Val di Susa all’epopea nazionale: sì, proprio quella che dal Risorgimento arriva alla Resistenza. Era ora: le mille battaglie per il territorio avevano drammaticamente bisogno di potersi riconoscere anche in una dimensione epica, e dunque universale. Un viaggio che non promettiamo breve dimostra, infatti, che la storia del Tav non va etichettata con la dicitura ‘Grandi Opere’, ma va rubricata alla Q: perché riguarda direttamente la questione della democrazia. La morale è che chi dice no, non lo fa per la sindrome NIMBY (Not In My Backyard), ma perché ha capito che è in gioco il grande cortile universale dei diritti della persona. Ma il libro è infinitamente più di questo.
Il libro che forse mi ha fatto più pensare tra quelli che ho letto quest’anno è Corpo e anima. Se vi viene voglia di fare politica: una lunga, bellissima intervista di Christian Raimo a Luigi Manconi (minimum fax). Manconi fa politica più di tutti i segretari di partito messi insieme, e la fa nell’unico modo in cui bisognerebbe farla. Cioè intanto parlando e scrivendo con limpidezza ed esattezze cartesiane: o, meglio, pascaliane. E poi partendo dalle biografie delle persone: anzi dai loro nomi, dai loro corpi, dalle loro facce. Quando il nome, e il resto, sono quelli di Stefano Cucchi si capisce forse cosa possa (debba) voler dire fare politica: cioè, modestamente, cambiare il mondo per la quota che ci spetta; e anche un po’ oltre. Ho letto questo libro mentre lavoravo su Caravaggio, e ho cambiato il mio modo di guardare ai suoi quadri. Se gli alberi si giudicano dai frutti, ebbene questo libro è un albero davvero raro.
E per quanto riguarda, appunto, la storia dell’arte, l’evento editoriale del 2016 è, in verità, del novembre 2015, quando Feltrinelli ha finalmente ripubblicato uno dei grandi classici del secondo Novecento: Il gran teatro montano. Saggi su Gaudenzio Ferrari di Giovanni Testori. Si deve all’amore e all’implacabile erudizione di Giovanni Agosti questa edizione davvero critica: cioè corretta e adeguata, accompagnata dal fondamentale corredo iconografico originale e da molti preziosi materiali di Testori sull’artista più «totalmente umano» della storia, e sull’incredibile monumento cui dette forma, il Sacro Monte di Varallo (un mistico, magico lembo di Lombardia diventato Piemonte). Un saggio come si potevano scrivere nel 1965: decollando con le ali offerte da Roberto Longhi, ma in direzioni diversissime dalle sue. Un saggio che tiene insieme filologia, ricerca storica, illuminazione poetica e struttura narrativa. Un saggio come quelli che dobbiamo tornare a scrivere.

Nicola Ruganti

Il Cinghiale che uccise Liberty Valance, Giordano Meacci, (minimum fax).
A Corsignano, un paese tra Umbria e Toscana – luogo inventato con un nome perduto, l’antico nome di Pienza – si incontrano uomini e donne di un paese dell’appennino e anche dei cinghiali partecipano alla storia. Giordano Meacci è facitore di mondi e in questo romanzo ha costruito un universo appenninico attraverso cui il lettore si commuove, ride e segue un’avventura segnata da funerali, matrimoni mancati, divorzi, disturbi della personalità, adolescenti che ricordano lo strano periodo dell’infanzia a Corsignano, e il film L’uomo che uccise Liberty Valance raccontato per raccontare l’amore. Intorno alla vicenda degli umani il paesaggio non è deserto, ma è animato da Apperbohr, un cinghiale che ha imparato a conoscere i linguaggi dell’uomo e che si interroga sulle domande ultime; che con un magnetico fatalismo accetta la sua condizione insuperabile di cinghiale. Non possiamo infine dimenticare che Meacci ha sceneggiato, insieme a Francesca Serafini, un film intenso e inaggirabile, Non essere cattivo di Claudio Caligari. È in chiave olistica che si intrecciano il mondo del cinghiale e quello di Ostia; tutto si tiene, i personaggi assumono voce propria, prendono vita e si mantengono presenti, oltre la morte o la fine del libro, che siano sull’Appennino irsuto o sulle spiagge romane a non finire.
Cinema Zenit 3, Andrea Bruno (Canicola edizioni).
Le segnalazioni sono due: la prima alla casa editrice Canicola che dal 2005 produce i fumetti e i disegni dei migliori fumettisti nazionali e internazionali, che lavorano con il segno e l’immaginario contemporaneo; la seconda all’album grande formato Cinema Zenit 3. L’autore è Andrea Bruno. Con Brodo di niente e Sabato tregua aveva già reso disponibili al pubblico le proprie visioni. Con questo volume, l’ultimo di 3, il fumettista catanese ferma il tempo. Cinema Zenit 3 si legge come si guardano i quadri. Si divora come i più bei fumetti d’avventura. È una storia di segni e di trama: il nero e il bianco, le macerie e la straniera. Anna passa i confini, entra nella città straniera; è la protagonista di una ballata straniante nell’intreccio, avventurosa nelle immagini.
Una piccola casa editrice, Bébert edizioni di Bologna, ha una collana di cinema che si intitola “24 fotogrammi per secondo – 24fps”. Nel 2014 hanno pubblicato Armonie contro il giorno. Il cinema di Béla Tarr di Marco Grosoli, un approfondimento critico su tutta la produzione cinematografica di Béla Tarr. Mi pare un buon accompagnamento alla lettura di Satantango di László Krasznahorkai, pubblicato da Bompiani (traduzione di Dóra Várnai, 2016). L’attraversare la campagna ungherese, la fine del comunismo, lo spettro del fallimento della storia nel 1985, attraverso lo sguardo del romanzo o quello del film di Béla Tarr aiuta a non perdere di vista il nostro tempo e il suo spirito. Bébert edizioni colmerà i vuoti di approfondimento su Pedro Costa, regista radicale e necessario; Michael Guarneri ha scritto Questi fiori malati, il cinema di Pedro Costa. Lo aspettiamo nel 2017.

Bianca Maria Sacchetti

Direi assolutamente Leonard Michaels, Sylvia (traduzione di Vincenzo Vergiani, Adelphi 2016). Dolore allo stato puro, tanta verità e rischio altissimo di immedesimazione, perché Sylvia, la protagonista, è sì pazza e morbosa ma ama in un modo che dopo tutto è universale. Lei, anzi loro declinano, esasperano e degenerano, fino all’ultimo respiro, ciò che può nascondersi in ciascun rapporto incapace di resistere alla malattia infestante e di separare l’amore dall’ossessione, la passione dalla morte. Due coniugi in una corsa fatta di angoscia e affanno, costantemente fuori sync rispetto a un’America che invece spera e diviene libera.
Luca Aversano e Jacopo Pellegrini, Mille e una Callas, Voci e Studi (Quodlibet 2016): perché non è l’ennesimo libro su Maria Callas ma più un “crocicchio” per vari esperti che ci aiutano a decifrare il fenomeno Maria Callas, inteso come donna-artista dalle mille anime ma soprattutto come eredità Callas, ovvero l’inestimabile lascito, di cui il melodramma è solo uno dei mille beneficiari.
Consiglio poi i versi di Mariangela Gualtieri, Senza polvere senza peso (Einaudi 2006), antologia in grado di sfiorare, anzi toccare il concetto di limite e coniugare la prosa giornaliera piccola piccola con l’inconscio collettivo, in un’altalena continua di dettagli e altezze, di polveri, umori e vertigini senza tempo.

Alberto Sebastiani

Vittorio Catani, Il quinto principio, Meridiano Zero, 2015
Uscito la prima volta nel 2009 per Urania, Meridiano Zero ha riportato in libreria questo gioiello della fantascienza italiana contemporanea. Una storia ambientata nel 2043, articolata, complessa, avventurosa, per quanto i personaggi non risultino sempre adeguatamente approfonditi. Classismo esasperato, tecnologia pervasiva, soprusi dell’alta finanza, spettacolarizzazione della violenza, impossibilità della rivoluzione, fenomeni naturali catastrofici sono ingredienti di un romanzo che racconta un futuro criticando chirurgicamente il presente.
Valerio Evangelisti, Il sole dell’avvenire. Nella notte ci guidano le stelle, Mondadori, 2016
Terzo capitolo della trilogia dedicata alla storia italiana dall’800 alla seconda guerra mondiale e alla Resistenza nel microcosmo della Romagna, il romanzo racconta l’ascesa del fascismo, le responsabilità della sinistra in quel momento storico, la distruzione chirurgica delle conquiste del movimento operaio, la resistenza attraverso personaggi affascinanti, portatori di prospettive oblique e attori di fazioni diverse. Avvincente, inquietante, per riflettere non solo sul passato.
Davide Reviati, Sputa tre volte, Coconino Press – Fandango, 2016
Microstoria e macrostoria nel complesso romanzo a fumetti di Reviati, in cui si affronta lo sterminio nazista di Sinti e Rom attraverso l’esperienza di un giovane romagnolo e del suo incontro con gli “zingari”. Racconti che si intrecciano, vicende lontane, letterarie, storiche e umane che si snodano tra disegni graffianti, illustrazioni e tavole a fumetto classiche, che si susseguono in ordine non necessariamente cronologico, che si muovono tra realismo e fantastico, mostrando quanto sia difficile separare sempre realtà e finzione. 

Nicola Villa

Quest’anno ho provato puro piacere leggendo Il fattore Borges di Alan Pauls (traduzione di Maria Nicola, Sur): in tempi di moda delle biografie, e soprattutto delle biografie letterarie in cui il biografo si specchia nella vita e racconta tutto il processo creativo, finalmente un saggio di un letterato vero che affronta Borges nel modo in cui un accademico si sognerebbe. Un labirinto letterario e culturale reso anche dalle note ricchissime e allo stesso livello del testo.
Ogni libro di Byung Chul Han, filosofo coreano-tedesco, sembra il tassello di un più ampio discorso coerente e organico sulle conseguenze della trasformazioni radicali che stiamo vivendo con le nuove tecnologie. Anche l’ultimo Psicopolitica (traduzione di Federica Buongiorno, nottetempo) è prezioso per capire, al di là delle rassegne sociologiche, che cos’è la società del controllo psicopolitico che non ci impone divieti ma anzi ci chiede di esprimerci, commentare, di “essere liberi” mentre invece ci controlla e ci monetizza. Infine Le otto montagne di Paolo Cognetti (Einaudi) mi sembra il romanzo più importante di quest’anno. Leggendolo si sente il respiro della grande letteratura, senza manierismi, senza postmoderno. Storia di un rapporto padre-figlio difficile e di un’amicizia fraterna, e finalmente la montagna sempre troppo spesso maltrattata anche nei romanzi di finzione dai fanatici del new age e dai dannunziani.

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Come una grande festa, ognuno con un tris di libri. Per la prima volta minima&moralia e i suoi collaboratori raccontano le letture predilette dell’anno, libri amati ma non necessariamente pubblicati nel 2016. Per l’occasione, segnaliamo che il nostro blog sarà regolarmente aggiornato nei giorni delle feste natalizie, e che dal prossimo anno partirà una newsletter nuova di zecca, a cui ci si può iscrivere qui. Di seguito pubblichiamo la sesta lista: seguiranno altre puntate. Qui le puntate precedenti. (Fonte immagine)

Raoul Bruni

Tra i libri letti quest’anno mi fa piacere segnalare L’epilogo della tempesta. Poesie 1990-1998 e altri versi inediti (a cura di Francesca Fornari, Adelphi), che ci consente di approfondire la nostra conoscenza di uno dei più grandi poeti europei del secolo scorso, il polacco Zbigniew Herbert. Molto meno noto, ma altrettanto, se non più grande dei connazionali Milosz e Szymborska, Herbert affida alle sue liriche dell’ultimo periodo uno straordinario ritratto dell’artista da vecchio, particolarmente prezioso per il lettore italiano, dato che contiene indimenticabili istantanee di località del Belpaese.
Rimanendo nell’area dell’Europa orientale, quest’anno ho letto con un po’ di ritardo il sorprendente romanzo-labirinto di Georgi Gospodinov Fisica della malinconia (a cura di Giuseppe Dell’Agata, Voland), certamente tra le opere narrative europee più interessanti uscite negli ultimi anni. Voland ha il merito di diffondere autori di quest’area geografica, sempre più letterariamente essenziale, ancora semisconosciuti in Italia: penso anche al rumeno Mircea Cartarescu, di cui sto leggendo l’imponente trilogia romanzesca Abbacinante (la traduzione dell’ultimo volume, L’ala destra, è uscita quest’anno a cura di Bruno Mazzoni).
Tra i molti titoli italiani che sarei tentato di citare, lascerei da parte i nomi più celebrati, già opportunamente ricordati da altri, per consigliare una piccola, pregevolissima plaquette del poeta trevigiano Antonio Turolo, A parte il lato umano (Valigie rosse). Turolo rielabora storie di più o meno ordinario isolamento in versi che si sarebbe tentati di definire come poesia nonfiction, se quest’ultima etichetta non fosse ormai inflazionata dalla narrativa italiana recente.

Liborio Conca

“Come una grande festa, ognuno con un tris di libri”. Bene il mio primo libro 2016 racconta di un uomo che alle feste proprio non ci voleva andare, Il’ja Oblómov, frutto dell’invenzione artistica di Ivan Goncarov. A un certo punto del romanzo Il’ja, perso nell’apatia e nel disinteresse per quello che accade fuori della sua stanza (tutto gli sembra effimero, anche se un tempo non doveva essere così) ha una conversazione con il suo amico Andrej Stolz. Questi gli cuce addosso persino una parola su misura: oblomovismo. “O io non ho capito questa vita, o essa non vale nulla; ma io non ho mai visto né  conosciuto niente di meglio, nessuno me lo ha mostrato. Tu apparivi e scomparivi come una cometa, luminosa, veloce, e io, dimentico di tutto, mi spegnevo…», confessa Il’ja. Oblómov è uscito nel 1859 ma è ancora disponibile nelle nostre librerie.
Perdersi (traduzione di Martina Testa, minimum fax) è uno dei libri più belli che abbia letto non solo quest’anno, è un libro dolcissimo e malinconico. Ha del miracoloso il modo in cui Charles D’Ambrosio scrive personal essays occupando la scena ma al tempo stesso insegnandoci come si svanisce completamente, a non essere insomma egoriferiti, a suscitare ampie dosi di empatia, pur svelando dettagli ultra intimi sulla sua vita.
Infine L’amante di Wittengstein di David Markson (traduzione di Sara Reggiani, Edizioni Clichy). L’ho letto l’estate scorsa. Credo sia importante leggere un libro al momento giusto. Un libro-fiume, un lungo monologo che ci porta nella mente turbata di Kate. Il suo è un vagabondare intellettuale e pieno di sentimento. “Di tanto in tanto le cose vanno a fuoco. Non parlo di quando io stessa do loro fuoco, bensì di quando succede per cause naturali. E così a volte accade che piccoli frammenti di materia percorrano in volo grandi distanze o raggiungano altezze vertiginose”.

Filippo D’Angelo

Pensate al libro più spietato che avete mai letto: in confronto a The Case of Mr. Crump di Ludwig Lewisohn, sarà stato come sorbirsi un romanzo di Liala. Pubblicato in Francia nel 1931, a lungo censurato negli Stati Uniti, Il caso Crump (traduzione di Paola Pace, Elliot 2015) è un’insostenibile, salutare discesa negli inferi della coppia. Un libro per molti versi precursore dell’ormai notissimo Stoner.
Gli Stati Uniti di domani: un paese in preda alla guerra civile, devastato da catastrofi ecologiche, sottomesso a una dittatura che relega le donne fertili al ruolo di schiave procreatrici. È lo scenario apocalittico immaginato nel 1985 dalla canadese Margaret Atwood in The Handmaid’s Tale (Il racconto dell’ancella, traduzione di Camillo Pennati, Ponte alle Grazie 2004), un capolavoro della narrativa d’ispirazione femminista che potrebbe piacere anche a sadici lettori di sesso maschile.
Durante sei notti consacrate al rito purificatorio del donsomana, un dittatore africano ascolta il resoconto della propria vita sanguinaria dalla voce di un ambiguo, ironico cantastorie. En attendant le vote des bêtes sauvages dello scrittore ivoriano Ahmadou Kourouma è un magnifico affresco dell’Africa postcoloniale. Non solo il più grande romanzo africano in lingua francese, ma uno dei più bei libri pubblicati alla fine del secolo scorso (in italiano: Aspettando il voto delle bestie selvagge, traduzione di Barbara Ferri, E/O 2014).

Graziano Graziani 

La vegetariana di Han Kang (traduzione di Milena Zemira Ciccimarra, Adelphi) perché è una narrazione livida e inquietante, che esplora dei rimossi del contemporaneo.
Angeli minori di Antoine Volodine (traduzione di Albino Crovetto, L’Orma) perché inventa mondi e mi ricorda un po’ Wilcock, magari più nordico e cerebrale.
Il Cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci (minimum fax) perché adoro i cinghiali e Corsignano è una memorabile invenzione.

Fabio Guarnaccia

Ecco un libro (Il grande slam, traduzione di Nicola Manuppelli, Mattioli 1885) che ho acquistato senza sapere nulla dell’autore (Charles Webb), ma per la citazione in quarta: “So abbastanza bene perché sono un artista”, comincia, “e cioè perché è l’unico modo che ho per sigillare e mettere da parte il passato”. In quel momento mi è sembrata la ragione migliore sul perché scrivere, anche se il protagonista è un pittore che dipinge solo arance. Hebe HuartTraslochi (traduzione di Maria Nicola, Calabuig) l’ho scoperta leggendo Zambra, pertanto non finirò mai di ringraziarlo per avermi fatto incontrare una maestra dell’essenziale, del dettaglio restituito con semplicità, capace di raccontare la vita ricreandola dal niente. Poi c’è Mappa del nuovo mondo (traduzione di Barbara Bianchi, Gilberto Forti, Roberto Mussapi, Adelphi) in cui il poeta Derek Walcott da forma a quelle verità fuggevoli che intravediamo di tanto in tanto con la coda dell’occhio. Ma lo fa da negro con i capelli rossi nato nelle Indie occidentali, alla periferia dell’Impero britannico, lavorandole, cioè, con una lingua capace di farle splendere come tronchi sbiancati dal mare. Secondo Josif Brodskij, Walcott ha creato l’epica dei Caraibi.

Oscar Iarussi

Trittico di amori per congedarsi dal 2016.
Il principio della carezza di Sergio Claudio Perroni (La Nave di Teseo), storia celeste e impalpabile, nella quale volteggia e prende corpo una passione “inguaribile”. Un lavavetri sospeso nel vuoto sulla sua “gondola”, come beffardamente è denominato il ponteggio mobile, vede lei di là da una finestra e ne è subito incantato. È una donna che sembra fuggita da un film di Cassavetes: sola, bella e delusa. Racconto sul tremore e lo stupore della prima volta, alla luce del dialogo nitido tra due personaggi in cerca di amore. Una lingua perfetta.
Candore di Mario Desiati (Einaudi). Incipit folgorante: “Le amavo tutte”. Trent’anni di vita italiana attraverso il porno, delizia e tormento del protagonista Martino Bux, un giovane pugliese sfaccendato a Roma. “Alle ragazze con cui uscivo cominciai a mostrare Taxi Driver, soprattutto la scena di De Niro che al primo appuntamento porta Cybill Shepherd in un cinema a luci rosse”. Gli danno tutte del “porco”, eppure l’ossessione erotica di Martino riserva un’innocenza felliniana, e il suo desiderio onnivoro è uno struggente tentativo di fermare il tempo, di non diventare adulto (adultero, parliamone).
Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout (traduzione di Susanna Basso, Einaudi). In una stanza d’ospedale a Manhattan, per cinque giorni e cinque notti due donne che non s’incontravano da parecchi anni parlano con intensità. Sono una madre e una figlia che “ricordano di amarsi”. La protagonista Lucy Barton rievoca quell’intimità inattesa e serrata molto tempo dopo, quando è ormai diventata una scrittrice famosa. La grazia e l’inquietudine di una voce tra le più preziose della letteratura Usa, che riflette il dilemma della scrittura, la sua potenza/impotenza perché “la vita mi lascia sempre senza fiato”.

Clemente Lepore

Città in fiamme, Garth Risk Hallberg (traduzione di Massimo Bocchiola, Mondadori). Immergersi nella New York di fine anni ’70 attraverso una serie di storie che s’intrecciano e s’inseguono. I soldi, la droga, le relazioni interpersonali, il mondo dell’arte, la musica punk sono i grandi fili conduttori di questo romanzo. E poi ci sono personaggi (apparentemente) secondari che illuminano Città in fiamme. Come Carmine Cicciaro, l’emigrato di origine italiana, il custode di una tradizione “artigianale” tramandata di generazione in generazione, il simbolo di un passato che sta per essere spazzato via.
Motel life, Willy Vlautin (traduzione di Gioia Guerzoni, Fazi). C’è qualcosa di malinconico e disperato in questo romanzo che fila via veloce con il suo linguaggio semplice, minimale, icastico. La strada e i motel fanno da sfondo alle vicende di due fratelli tormentati dai fantasmi del passato e dagli incubi del presente. È una storia di disagio e precarietà esistenziale, ma anche di sentimenti delicati e legami forti. 
I demoni
, Fëdor Dostoevskij (traduzione di Rinaldo Küfferle, Mondadori). L’ho ripreso in mano a distanza di 12 anni. Ne avevo 18 quando l’ho letto la prima volta. E ancora mi travolge per la sua forza, per la capacità di Dostoevskij di scavare nelle contraddizioni che si annidano all’interno di ogni persona. Impossibile dimenticare la descrizione di Kirillov, l’ateo “perfetto”, colui che fa del suicidio una scelta consapevole e filosofica. Impossibile dimenticare la figura di Stavroghin, il nichilista che vorrebbe porsi al di là del bene e del male e che infine si fa annichilire dal vuoto che ha generato con le sue azioni.

Rossella Milone

La donna che scriveva racconti, Lucia Berlin (traduzione di Federica Aceto, Bollati Boringhieri). Donne alle prese con lavanderie a gettoni e indiani scorbutici; ragazze giovanissime che scappano da cliniche messicane dove si abortisce in clandestinità; insegnanti gay e suore fuori dal comune; domestiche alle prese con i piccoli drammi quotidiani: i racconti di Lucia Berlin sono di quanto più vicino ci sia alla vita. Piccoli quadri cangianti, in cui una luce un po’ brumosa, mette in primo piano un’umanità talmente scarna da poterne vedere l’osso. Lucia Berlin è una narratrice senza uguali: una donna che vuole vivere prima di scrivere, e che trova nella scrittura il senso pieno di ciò che la vita le ha gettato addosso. Lo sguardo implacabile, pieno di accogliente attenzione all’essere umano, la rende una scrittrice dalle capacità empatiche e di analisi più interessanti degli ultimi tempi, messi al servizio di una tecnica narrativa abilissima, attraverso cui ogni storia scintilla al pari di un bellissimo segreto.
Un bene al mondo, Andrea Bajani (Einaudi). Un bambino solo se ne va in giro col suo cane fidatissimo, un amico irrinunciabile, prezioso, grazie al quale riesce a guardare il mondo, prendere il buono, superare il brutto. La cosa strana e affascinante, però, è che il suo non è un cane comune, ma è un dolore: un dolore a cui il bimbo mette il guinzaglio, fa fare i bisognini, che nutre e che coccola. Questa è una storia delicatissima e piena di grazia, in cui in ogni pagina si nasconde il mistero dell’infanzia in trasformazione, di una vita che deve imparare a gestire il buio e cambiarlo nella luce del mattino. Andrea Bajani ha dato vita a un piccolo gioiello archetipico, una storia che richiede il coraggio di tornare indietro, scoprire le origini, accettarle. Attraverso un lirismo disciplinato in cui ogni parola ha la missione di svelare un prodigioso potere evocativo, lo scrittore dà vita a una narrazione in cui chiunque è costretto a trovare qualcosa di se stesso e del proprio fidato, fedele dolore.
Trilobiti, Breece D‘J Pancake (traduzione di Cristiana Mennella, minimum fax). Il passato ritorna come un fossile minuscolo, che contiene, però, il segreto di un’intera terra. In questi superbi dodici racconti, il passato ha l’aspetto rossigno delle colline assolate e aride del West Virginia, una terra durissima, piena di pietre e avvallamenti, curve, burroni, macigni e grotte carsiche. D’J Pancake compie il miracolo di scrivere come parla la sua terra, attraverso la sabbia, i fossili, la dura legge del presente che schiaccia gli uomini. La nuova traduzione di Cristiana Mennella, restituisce a queste storie tutta la dignità epica di questi personaggi: uomini e donne soli, pressati dalle fatiche di un’esistenza spesso incomprensibile. Vite disagiate, messe in ombra da piccoli e grandi fallimenti, dallo sforzo di cercare nuove strade di riscatto, anche se il riscatto spesso è una chimera più fragile di un grumetto di sabbia. In ogni racconto, però, Pancake sa regalarci anche un ulteriore prodigio, quello di scorgere nella sabbia una piccola, dolce promessa che regala a ciascun lettore la bellezza inaspettata di una preziosa scoperta.

Nico Morabito

I libri attesi contando i secondi, i libri consigliati da persone care, i libri che vanno letti perché vanno letti. E poi? Per esempio la gioia infantile della scoperta (prima dei premi, dei discorsi, del clamore). Ecco il mio 2016.
Parigi è un desiderio, Andrea Inglese (Ponte alle Grazie): per essersi fatto scegliere, malgrado io abbia smesso di leggere libri con Parigi nel titolo il giorno in cui sono venuto a viverci, e malgrado io non abbia nulla in comune con l’io narrante; per aver illuminato certi spigoli ancora bui di una città che peraltro non esiste: “Non c’è nessuna ‘Parigi’ che viene a salvarti dalla tua razione di Parigi”.
Chanson douce, Leïla Slimani (Gallimard): per la precisione rigorosa e millimetrica nel rendere il malessere della protagonista, un malessere che torno a sentire addosso mentre scrivo queste righe, un malessere perfettamente in sintonia con l’ultimo biennio francese.
Il diciottesimo compleanno, Riccardo Romagnoli (Transeuropa): per avermi riconciliato con la mia lingua madre e le sue infinite combinazioni; per il tempo trascorso su singole frasi, a rimirarne contorni e profondità; per l’esaltazione febbrile dei giorni di lettura. Rarità, da ricordare.

Marco Rizzo

Mi sono innamorato di Purity, ho compatito Annagret e persino Andreas, mi sono immedesimato in Tom. Ho atteso il nuovo libro di Jonathan Franzen con grandi aspettative, mantenute: vi ho trovato il piacere della bella scrittura (grazie anche all’ottima traduzione di Silvia Pareschi) e di una trama ancora più matura e soprattutto più legata alla contemporaneità dei precedenti capolavori. Purity (Einaudi) è una storia di segreti e complotti, privati e non. Non è segreta, invece, la storia di Monika Ertl, “la ragazza che vendicò Che Guevara”, come sintetizzò il titolo di una recente biografia uscita per Nutrimenti. Ma Rodrigo Hasbún con Andarsene (traduzione di Giulia Zavagna, Sur) riesce a prenderla e trasformarla in un’avventurosa tragedia familiare. Uno degli esordi più sorprendenti del 2016, per me. La famiglia e il rapporto con il padre sono al centro di La terra dei figli (Coconino), apparentemente la meno “gipiana” tra le graphic novel di Gipi, in realtà leggibile a strati. Ci sono il bianco e nero e i tratteggi che creano atmosfera quanto gli acquerelli, c’è l’eredità di una storia familiare (come in S. e in unastoria), c’è il futuro prossimo dilaniato (come in Appunti per una storia di guerra) ma soprattutto c’è una maestria in ogni vignetta che rende questo libro un manuale su come si racconta a fumetti. E c’è anche una satira sociale nemmeno troppo velata, su concetti come comunità, divinità e modernità.

Valerio Valentini

Leonardo Sciascia, Porte aperte (1987)
Piacere che va distillato con cura, Sciascia. Sia per poter rimuginare su tutto ciò che di allusivo la sua prosa sempre piana sempre contiene, sia per il conforto che dà il sapere che ci sono ancora, ogni volta, tante sue cose da scoprire. Non più di un paio di libri all’anno, dunque. E tra quelli letti nel 2016, Porte aperte è stato una rivelazione: ammesso che sia lecito parlare di uno “Sciascia minore”, queste cento e rotte pagine – in cui su una trama noir s’innestano riflessioni sui paradossi della macchina della Giustizia e sulle piccole umane tragedie di chi l’amministra – sono senza dubbio tra le cose più notevoli che tra tutta questa sterminata supposta minorità si possano trovare.
Federico De Roberto, I Viceré (1894)
Ho finito di leggerlo, questo classico ingiustamente sottovalutato, e mi sono accorto di averlo così tanto amato per mille ragioni. Ma soprattutto ho finito di leggerlo, e mi è venuto da chiedermi perché – accidenti! – nessuna insegnante, al Liceo, mi abbia mai obbligato a studiare questo libro meraviglioso. Poi, la folgorazione: una bella petizione su Change.org: “Via I Malavoglia dai programmi ministeriali, e dentro I Viceré”. Se non firmate siete complici.
Walter Siti, Il contagio (2008)
Riconoscenza e invidia, nei confronti di Walter Siti. La riconoscenza è per aver detto, nel Contagio, tutto (o quasi) quello che si doveva dire – e con rigore, e con passione sincera – su un argomento tanto importante quanto immancabilmente evocato a sproposito nelle analisi post-elettorali di questi anni: le periferie e il loro disagio. La riconoscenza, poi, è anche per aver fornito un manuale minimo d’orientamento in quell’universo così interessante da scoprire, da capire, per chi approda per la prima volta a Roma: le borgate. L’invidia, fondamentalmente, è per gli stessi motivi.

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I libri dell’anno di minima&moralia: quinta parte https://minimaetmoralia.it/libri/libri-dellanno-minimamoralia-quinta-parte/ https://minimaetmoralia.it/libri/libri-dellanno-minimamoralia-quinta-parte/#comments Wed, 28 Dec 2016 08:01:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33172 Come una grande festa, ognuno con un tris di libri. Per la prima volta minima&moralia e i suoi collaboratori raccontano le letture predilette dell’anno, libri amati ma non necessariamente pubblicati nel 2016. Per l’occasione, segnaliamo che il nostro blog sarà regolarmente aggiornato nei giorni delle feste natalizie, e che dal prossimo anno partirà una newsletter […]

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clem-onojeghuo

Come una grande festa, ognuno con un tris di libri. Per la prima volta minima&moralia e i suoi collaboratori raccontano le letture predilette dell’anno, libri amati ma non necessariamente pubblicati nel 2016. Per l’occasione, segnaliamo che il nostro blog sarà regolarmente aggiornato nei giorni delle feste natalizie, e che dal prossimo anno partirà una newsletter nuova di zecca, a cui ci si può iscrivere qui. Di seguito pubblichiamo la quinta lista: seguiranno altre puntate. Qui le puntate precedenti. (Fonte immagine)

Giuliano Battiston

Monumentale, erudito e avvincente come un romanzo d’avventura, il mio primo libro è Il ritorno di un re, di William Dalrymple (traduzione di Svevo D’Onofrio, Adelphi). Rievoca la storia della «prima, disastrosa intromissione dell’Occidente in Afghanistan», quando nel 1839 l’armata britannica invade la terra del Khorasan per insediarvi un sovrano fantoccio, Shah Shuja, al posto di Dost Mohammad Khan, che gli inglesi pensano stia per allearsi con i russi. È l’inizio del Grande Gioco. Una vicenda che contiene «echi distinti delle avventure neocoloniali dei giorni nostri». Quelle raccontate da Anand Gopal in No Good Men Among the Living. America, the Taliban and the War Through the Afghan Eyes (MacMillan). Il racconto della guerra afghana dal punto di vista di chi la subisce, senza patetismi. Infine Salafi-Jihadism. The History of an Idea (Hurst). Al netto dei limiti di un lavoro che nasce come tesi di dottorato, rimane fondamentale per capire il dibattito delle idee all’interno del movimento jihadista-salafita.

Daniele Bova

Se è vero che oggi il mondo è dominato da teorie e oggetti che sfuggono alla nostra portata intuitiva, Annientamento, il primo libro della Trilogia dell’Area X di Jeff Vandermeer (traduzione di Cristiana Mennella, Einaudi), è l’esemplificazione letteraria di questa percezione. La realtà è materia fluida, in costante transizione, e si presenta sotto forma di un terribile ecosistema oltre-umano che è il protagonista e allo stesso tempo l’ambientazione del romanzo.
Una delle voci filosofiche di questa temperie culturale è Quentin Meillassoux, tra i padri del cosiddetto “realismo speculativo”. Con Dopo la finitudine, che risale al 2006 (ma è stato tradotto in italiano solo nel 2012, a cura di Massimiliano Sandri per Mimesis Edizioni), Meillassoux cerca di recuperare un ambito di realtà che non abbia alcun legame con il soggetto pensante: per far questo appiattisce molti grandi filosofi su una prospettiva monodimensionale, ma arriva alla coraggiosa conclusione che il mondo è dominato dalla “necessità della contingenza”. In pratica, la fine dell’antropocentrismo e delle velleità umane di dominare il cosmo.
Il terzo libro che ho scelto è del 2016; Superonda di Valerio Mattioli (Baldini&Castoldi): un saggio che promette di svelare la storia segreta della musica italiana. Mi piace pensare che oltre agli scenari tetri e disumanizzanti preconizzati da alcuni scritti odierni, questo “vuoto di verità” che vuole essere lo Spirito dei nostri tempi ci lasci spazio per immaginare futuri utopici (come si auspica, altrove, anche Mattioli) o per storicizzare in maniera creativa eventi e correnti musicali: compito nel quale Superonda riesce alla grande.

Teresa Ciabatti

Non in ordine di importanza: Candore di Mario Desiati (Einaudi), romanzo bellissimo e poetico dove il porno è l0immaginario, l’esistenza alternativa dei pavidi, dei fantasiosi, ma anche dei timidi. Ecco perché tutti possono riconoscersi in Martino Bux che, messo sulla bilancia a inizio romanzo, quasi a stabilirne il peso nel mondo, viene valutato dai medici: “Questo ce l’ha tutte, non cresce più”, “Pure mezzo albanese”, e scartato per il militare. Peso nel mondo di Martino Bux: nullo.
La paranza dei bambini di Roberto Saviano (Feltrinelli) romanzo di formazione di un’età nuova che solo Saviano riesce a raccontare per la prima volta. La bellezza dei dettagli, residui d’infanzia nella guerra dei bambini, età massima 16 anni, minima 10. Vanno ancora a scuola, hanno i motorini, ma non l’età per guidarli. Le armi negli zainetti.
Infine La vita felice di Elena Varvello (Einaudi), romanzo perfetto che gira attorno a una scena primaria: agosto 1978, “l’estate in cui mio padre porta nei boschi una ragazza”. Su questo ricordo/immaginazione/paura diventa adulto Elia, il protagonista. Dove la crescita procede con la comprensione e il perdono, si chiama Ettore Furenti ed è mio padre.

Federico Iarlori

Innanzitutto Dark Paris Blues (traduzione di Tania Spagnoli, Clichy) di Régis Jauffret, autore di culto in Francia, ingiustamente ignorato in Italia – cosa aspettano a tradurre Microfictions, il suo capolavoro? Vivisezionando la notte bianca di una coppia in crisi a zonzo per Parigi, l’autore ci regala una fotografia cruda, surreale e per questo molto riuscita della miseria sessuale della nostra società, schiava del consumismo e del denaro. Poi la raccolta di racconti Le cose che non facciamo di Andrés Neuman (traduzione di Silvia Sichel, Sur), un piccolo gioiello di leggerezza e di precisione stilistica, talmente equilibrato e piacevole che sembra scritto da qualcuno che ha assunto per osmosi le Lezioni americane di Calvino. Infine, il saggio di Colin Wilson L’outsider (traduzione di Thomas Fazi, Atlantide), un catalogo ragionato degli artisti e dei personaggi letterari più sfigati della cultura moderna, da Van Gogh allo straniero di Camus, dal digiunatore di Kafka all’idiota di Dostoevskij, allo stesso Tolstoj. Una lettura obbligata per chi sta sempre dalla parte dei perdenti.

Stefano Liberti

Perché ha un ritmo che ti tiene incollato a ogni pagina. Perché racconta i cartelli del narcotraffico messicano meglio di qualunque saggio, perché a monte c’è una ricerca di anni che lo rende opera di straordinaria attualità e testimonianza (nonostante gli avvertimenti finali d’uopo per cui “qualsiasi analogia con persone realmente esistite eccetera eccetera”.), Il cartello di Don Winslow (traduzione di Alfredo Colitto, Einaudi) è di gran lunga il libro che più ho amato quest’anno. Derive di Pascal Manoukian (traduzione di Francesca Bononi, 66thand2nd) racconta tre storie di immigrazione in Francia che si intrecciano e si sfaldano, con uno stile asciutto mai banale, a tratti rude ma sempre scevro dal pietismo di certa narrazione di cosiddetto impegno civile. Infine, Isole minori (E/O) dell’amica Lorenza Pieri, un romanzo di rara delicatezza, che racconta magistralmente – suscitando risate e lacrime – una saga familiare nel contesto di un’Italia che cambia e di un’isola minore (il Giglio) colpita suo malgrado da due grandi eventi nel giro di quarant’anni – uno largamente noto, l’altro svelato proprio nel libro.

Giordano Meacci

Allora. La prima verità di Simona Vinci (Einaudi). Una scrittura magnifica; un romanzo che è fatto di tutti i romanzi che lo compongono (e anche qualcuno di più). Dalle rovine di Luciano Funetta (Tunué): il libro che consiglio senzatregua da mesi: e sempre con grande gioia (fantasmi, collezionisti di serpenti, un universo reinventato, la condizione umana per tràmite scritto: tutto per un grandissimo esordio romanzesco). Infine, leggete (o rileggete) tutta la saga della Tribù Malaussène di Daniel Pennac. Sarà un modo per entrare (o rientrare) in famiglia. Con il dipiù che la famiglia, appunto, è quella – straordinaria – di Belleville.

Marco Montanaro

Ciondolare tra i saggi raccolti in Perdersi di Charles D’Ambrosio (traduzione di Martina Testa, minimum fax) significa seguire i solchi di una scrittura profonda, alle prese, soprattutto, coi riflessi pavloviani del discorso pubblico occidentale. Una profondità, però, tutt’altro che dedita all’abisso, quanto razionale e poetica, come per un Orfeo tornato dall’Ade senza indulgere nel suo, di tic: con Euridice ancora al seguito. Tre linee narrative ricorrenti (il rapporto col padre, quello col fratello schizoide e con l’altro suicida) fanno di quest’opera quasi un romanzo.
Le cose che non facciamo è una raccolta di racconti che Andrés Neuman e Sur edizioni hanno assemblato, con intelligenza, appositamente per il mercato italiano (traduzione di Silvia Sichel). Dentro c’è di tutto, come in una busta a sorpresa: amore, follia, morte delle persone amate, picchi surrealistici e persino una serie di dodecaloghi per la stesura di racconti (che l’autore chiama, a ragione, “saggi ludici”). Per il sottoscritto è un libro magico: ogni volta che lo apro, anche a caso, mi regala qualcosa di inedito, una colomba bianca che se ne sta appollaiata sul mio dito di lettore trasformato in mago, a mia volta, dalla scrittura di Neuman.
A proposito di editoria intelligente, infine, va segnalato il cofanetto, approntato da NN Editore, che contiene i tre volumi della trilogia della pianura di Kent Haruf. Sui romanzi si è detto già tutto: un’epopea di asprezze e tenerezze ambientata nella cittadina immaginaria di Holt. Il cofanetto, l’idea stessa di un regalo così prezioso per i lettori, con tanto di mappe dei luoghi della città creata da Haruf, mi pare sublime.

Paolo Pecere

Libri come lunghe camminate con pernottamenti imprevisti, in luoghi inattuali, linguisticamente impervi, per tornare cambiati. Regni dimenticati di Gerald Russell (traduzione di Svevo D’Onofrio, Adelphi) racconta la storia di civiltà religiose alternative e parallele ai monoteismi oggi dominanti: Mandei, Yazidi, Zoroastriani, Drusi (che riveriscono Platone e Pitagora), Samaritani, Copti e Kalasha, forse discendenti degli antichi Greci nell’odierno Pakistan. È un saggio e un libro di viaggio, che ci porta nelle case degli ultimi eredi di quelle tradizioni, dal Medio Oriente agli Stati Uniti.
Sulla stessa via di un passato culturale incompreso in immagini e usi ricorrenti, Paura reverenza terrore di Carlo Ginzburg (Adelphi) mi ha portato a Mimesis di Eric Auerbach (traduzione di Alberto Romagnoli e Hans Hinterhäuser, Einaudi). Racconto avvincente di come la letteratura, dalla Bibbia a Virginia Woolf, ha rappresentato la realtà in diverse forme. Auerbach lo scrisse a Istanbul, in fuga dal nazismo senza i suoi libri, costretto a procedere a memoria salvando l’essenziale. Dono inestimabile.
Io e Mabel di Helen MacDonald (traduzione di Anna Rusconi, Einaudi) è stato già consigliato, quindi un altro classico appena finito: Alla ricerca del tempo perduto di Proust. Breviario definitivo sulle illusioni dell’amore e sul potere salvifico della narrazione. Ritratto di una società che apparentemente non vive più. Poi, all’improvviso, ne Il tempo ritrovato, da un foro nella porta spiamo il signor di Charlus, nascosto in un hotel della Parigi sotto le bombe della Grande Guerra, che passa il tempo facendosi frustare. L’inattualità è la nostra attualità privata delle sue amnesie.

Vanessa Roghi

Quest’anno ho letto e amato moltissimo La trilogia dell’oppio di Amitav Gosh (traduzione di Norman Gobetti e Anna Nadotti, Neri Pozza) L’ascesa e la caduta di Canton, il colonialismo inglese che usa l’oppio per aprire nuove strade commerciali, la guerra dei boxer vista dal punto di vista degli indiani. Ho trovato assonanze e inquietanti coincidenze con un altro libro amatissimo, Il cartello di Don Winslow (traduzione di Alfredo Colitto, Einaudi Stile Libero). Che ho letto mentre guardavo la serie Narcos, tassello di un’epica tutta contemporanea che è quella degli spacciatori.  Sempre di esplorazioni e spie travestite da monaci, di mappe geografiche e spazi sconfinati parla Il grande gioco di Peter Hopkirk (traduzione di Giorgio Petrini, Adelphi), un libro di qualche anno fa che non avevo mai letto, che racconta fra le altre l’incredibile storia dei tentativi di conquista dell’Afghanistan da parte di inglesi e russi, una storia lunga almeno tre secoli che getta un’ombra lunghissima sul nostro presente.
Anche L’impostore di Javier Cercas (traduzione di Bruno Arpaia, Guanda) è fra i libri letti e amati. La storia di un uomo qualunque che dopo la guerra si inventa un passato da deportato e anche per questo diventa voce e volto dell’antifranchismo. Il libro racconta i meccanismi della memoria e come in Anatomia di un istante esplora il difficile rapporto che la Spagna ha con il suo passato recente. Ma il libro più bello del mio 2016 è stato Io venia pien d’angoscia a rimirarti di Michele Mari (Einaudi), un diario intimo del fratello di Giacomo Leopardi nel quale si osserva la nascita della passione del poeta per la Luna. Poi ci sono i gialli di Michel Bussi pubblicati da E/O. Tutti.

Antonio Sgobba

Julian Barnes, Il rumore del tempo (traduzione di  Susanna Basso, Einaudi). Come si vive in una società in cui chi ha il potere sa tutto di chi non ce l’ha? La domanda ci riguarda, Barnes risponde raccontando tre episodi della vita di Shostakovich. Il compositore non si oppone apertamente al regime sovietico; ma all’ideale fanatico della trasparenza contrappone una vita ostinatamente opaca: «Essere un vigliacco richiede costanza, fermezza, impegno a non cambiare, il che si risolve in una certa qual forma di coraggio»
David Graeber, Burocrazia, (traduzione di F. Saulini, Il Saggiatore). Nessun regime ha mai governato rinunciando alle strutture burocratiche. I sogni totalitari vengono realizzati dalla tecnologia e ci troviamo tutti alle prese con nuovi burocrati impegnati a pesare, misurare, calcolare tutto di noi. «Dobbiamo trovare il modo di spiegare che cosa non ci sta bene di questo processo e parlare con franchezza della violenza che lo circonda».
Emanuele Arielli, Farsi piacere: la costruzione del gusto (Raffaello Cortina editore). Ma come possiamo farci piacere uno stile di vita che non ci piace? Questo saggio ruota proprio attorno alla domanda: che cosa significa modificare se stessi? Arielli ci ricorda che per trasformare i propri gusti è necessario un lavoro di distacco da sé fatto di finzione e autoinganno, questo lavoro è una pratica di libertà: «un esercizio di autonomia con cui aggiriamo noi stessi».

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I libri dell’anno di minima&moralia: quarta parte https://minimaetmoralia.it/libri/libri-dellanno-minimamoralia-quarta-parte/ https://minimaetmoralia.it/libri/libri-dellanno-minimamoralia-quarta-parte/#comments Tue, 27 Dec 2016 08:51:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33170 Come una grande festa, ognuno con un tris di libri. Per la prima volta minima&moralia e i suoi collaboratori raccontano le letture predilette dell’anno, libri amati ma non necessariamente pubblicati nel 2016. Per l’occasione, segnaliamo che il nostro blog sarà regolarmente aggiornato nei giorni delle feste natalizie, e che dal prossimo anno partirà una newsletter […]

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bong

Come una grande festa, ognuno con un tris di libri. Per la prima volta minima&moralia e i suoi collaboratori raccontano le letture predilette dell’anno, libri amati ma non necessariamente pubblicati nel 2016. Per l’occasione, segnaliamo che il nostro blog sarà regolarmente aggiornato nei giorni delle feste natalizie, e che dal prossimo anno partirà una newsletter nuova di zecca, a cui ci si può iscrivere qui. Di seguito pubblichiamo la quarta lista: seguiranno altre puntate. Qui le puntate precedenti. (Fonte immagine)

Ivan Carozzi

ScherzettoDomenico Starnone (Einaudi 2016). La storia di un nonno dal nome morbido e ordinario, Daniele, e un cognome dove basta cancellare una ‘l’ per evocare una minaccia: Mallarico. Daniele è di origini napoletane ma vive da sempre a Milano, dove lavora come illustratore. È un nonno così cupo e insofferente verso Mario, il nipote quattrenne, da risultare scandaloso. Quindi un nonno non levigato, molto terrestre e vero: questa è la prima la ragione per cui mi sento di segnalare il libro. Le righe in cui nonno e nipote fanno una doccia insieme sono un’esplosione di luce, una festa, ma per il resto Scherzetto è un romanzo gotico che lascia un sapore molto amaro.
Braccio di Ferro ‘Ricchi premi per i solutori’ (Edizioni Bianconi)Un episodio di Braccio di Ferro che parte con un cruciverba e finisce tra i cannibali in Africa. Il piacere della lettura − quello in via di estinzione che Tommaso Pincio racconta in Panorama − è sempre più legato a ‘come’ io leggo. Se una sera sono solo, perfettamente solo, chiuso in un piccolo ristorante silenzioso, indisturbato, stretto in una relazione amorosa e quasi bavosa con il libro, allora questo Braccio di Ferro del 1972, acquistato usato al termine di una giornata di lavoro al computer, può diventare il motore di un’esperienza sublime, come effettivamente è accaduto e non accade più per tanti libri letti male e di fretta. Per fortuna a inizio 2016 ho letto Moby Dick (nella traduzione di Ottavio Fatica) con la stessa attenzione dedicata a Braccio di Ferro e con la differenza che l’esperimento è durato dieci giorni, ed è stato un lunghissimo sogno, uno dei più belli mai fatti (di cui non ricordo più nulla).
SuperondaValerio Mattioli (Baldini & Castoldi) è stato il libro che, alternato con Regni dimenticati di Gerard Russell, mi sono portato ovunque nello zaino ad agosto. A dispetto delle sue 600 pagine lo si può prendere e lasciare, senza che perda mai sapore ogni volta che lo si riapre. Voglio consigliarlo perché lo considero come un mazzo di chiavi che non smettono di aprire porte e percorsi possibili dentro un insieme di costellazioni infinito come quello della scena musicale, artistica e sociale italiana tra gli anni ’60 e ’70.

Andrea Cirolla

Angelo Casati, L’alfabeto di Dio, il Saggiatore. Più di uno scrittore, più di un poeta. Più di un sacerdote e più di un teologo. Angelo Casati è semplicemente uno degli ultimi uomini straordinari che il nostro tempo ci abbia concesso. Vive a Milano e questo sillabario, quanto gli altri suoi libri, non tanto parla prima ai non credenti che ai credenti: parla all’intelligenza delle persone, con umiltà e mitezza, strumenti della bella mente e del buon cuore che, per sacrificare il discorso alla retorica, lui è.
Anne Tyler, Una spola di filo blu, traduzione di Laura Pignatti, Guanda. Ma poi, qualsiasi suo romanzo. Anne Tyler ci ricorda che tutte le famiglie, felici e infelici, sono complesse a modo loro; e tutte le case. E che tutte, le famiglie e le case, con tutte le loro crepe, sono una via per raccontare il mondo.
Valentino Ronchi, L’epoca d’oro del cineromanzo, nottetempo. Se non vi fate fregare dal titolo, scoprirete che non è un saggio specialistico ma l’unione di due libri in versi precedentemente usciti senza distribuzione, meritoriamente riproposti da nottetempo. In versi, ma li si legge anche come una raccolta di racconti (Canzoni di bella vita) e come un romanzo (Anna e Mélanie), senza nulla togliere a «questa poesia di rara intensità e bellezza», come l’ha definita Giampiero Neri, tra i maggiori poeti del Secondo novecento italiano.

Michele Dantini

Giorgio Agamben, Altissima povertà, Neri Pozza
Hugo Ball, Cristianesimo bizantino,traduzione di Piergiulio Taino, Adelphi
Erwin Panofsky, Il problema dello stile nelle arti figurative e altri saggi, traduzione di Enrico Filippini, Abscondita

Tre libri molto diversi da loro, separati da decenni e che tuttavia, smentita l’attendibilità delle cronologie, dialogano tra di loro ruotando attorno a un unico problema: l’utopia religiosa, il Regno che nasce in assenza di eserciti, polizie e magistrature e che tuttavia si preserva per l’intimo assenso di ciascuno di noi. Usciamo di metafora: il punto, negli anni che seguono la prima guerra mondiale per Ball; nella Germania di Weimar per Panofsky; in Italia, Europa, Occidente oggi per Agamben, è la crisi della democrazia liberale intesa in primo luogo nei suoi istituti di rappresentanza. Come sfidare la teologia politica, cioè immaginare forme non statuali di comunità? È un problema riproposto di recente anche da Michael Walzer nelle sue ricerche sulla storia ebraica, con riferimento al rapporto ivi sussistente tra cittadinanza e esodo. Quale (e se) l’efficacia costituente del Sacro?

Marco Filoni

Fra i libri letti negli ultimi tempi (o perlomeno fra quelli usciti quest’anno) che più ho amato dovrei dire Le otto montagne di Cognetti per Einaudi, Il simpatizzante di Viet Thanh Nguyen per Neri Pozza (nella traduzione di Luca Briasco) e Le ragazze di Emma Cline per Einaudi (nella traduzione di Martina Testa). Ma visto che se ne è parlato molto (a ragione!) e certamente qualcun altro li consiglierà qui, ne indico altri tre – e così son sei! Una ragazza lasciata a metà di Eimear McBride, tradotto da Riccardo Duranti per il piccolo editore Safarà. Esce da noi in contemporanea all’osannato in patria The Lesser Bohemians e racconta un’adolescente irlandese al femminile con grazia rara. Imperdibile anche Tim Wu, che con il suo The Attention Merchants (Knopf) ci mette in guardia da Facebook, Google e dagli altri monopoli digitali: fate attenzione, dice, perché questi sono i più grandi mercanti dell’attenzione della storia e vogliono distrarci per poi venderci quello che vogliono loro. Infine un divertissement piacevole e interessante: Breve storia della pioggia di Alain Corbin per Edb (traduzione di Valeria Riguzzi): l’autore è immenso e qui fa la storia sociale, culturale, politica, bizzarra e curiosa del meteo. Così, se fuori piove, sapete cosa leggere.

Alessandro Leogrande

Tra i libri più belli che ho letto nel 2016 c’è sicuramente K. o la figlia desaparecida di Bernardo Kucinski (traduzione di Vincenzo Barca, Giuntina). In K. Kucinski racconta della scomparsa (nel 1974, nel pieno della dittatura militare brasiliana) della sorella Ana Rosa e del marito Wilson Silva, militanti di una formazione guerrigliera decimata da una repressione durissima che si serve del terrorismo di Stato e delle delazioni interne. Ma, nell’avvicinarsi a questa materia ancora incandescente, Kucinski decide di percorrere una strada diversa da quella della denuncia di ciò che è stato o da quella del semplice recupero di una memoria storica che rischia di scomparire. Al centro di K. non ci sono Ana Rosa e il marito, e non c’è neanche l’autore, che si ritrae dietro le retrovie del racconto imbastito. Al centro del romanzo (ché K. è un romanzo, e fin dal titolo sono evidenti le ascendenze) vi è proprio K., il padre di Ana Rosa (e di Bernardo) che prova a dissipare le nebbie della desaparición di sua figlia. E lo fa attraverso il recupero frastagliato di frammenti famigliari, e di legami famigliari intorno a quei frammenti, mentre intorno la gente scompare.
Ricordo anche Fragole e sangue. Diario di uno studente rivoluzionario di James Simon Kunen (traduzione di Anna Rusconi e Carla Palmieri, Sur), diario esilarante, scritto da chi era in prima linea, dei giorni dell’occupazione della Columbia nel 1968.
Tra gli autori italiani: il fluviale, totale, zibaldonesco Lettori selvaggi di Giuseppe Montesano (viaggio all’interno dei nostri idoli e traumi culturali); il reportage narrativo di Angelo Ferracuti da una Sardegna silente e sconosciuta, Addio (Chiarelettere); il saggio di Adriano Prosperi, La vocazione (Einaudi), in cui si scava attraverso le confessioni autobiografiche dei membri del primo partito-principe della storia occidentale: i gesuiti; il romanzo di Simona Vinci, La prima verità (Einaudi).

Francesco Longo

Le annate letterarie sono fatte di novità, riedizioni, e soprattutto repêchage individuali. Chi non ha mai letto Curzio Malaparte può restare fulminato da Il ballo al Kremlino (Adelphi 2012). Il protagonista è l’aristocrazia comunista e la splendida decadenza russa della fine degli anni Venti. È un romanzo anche se sono reali personaggi, luoghi e avvenimenti. Malaparte racconta sale da ballo, “due piccoli piedi famosi, per cui tutta Mosca delirava”, si aggira in una Russia di cieli immensi e rosei, abitata da ufficiali zaristi con uniforme senza spalline, dove si mangia caviale fresco e si parla molto di Lenin e di Maiakowski. Tennis, pattinaggio, club dei canottieri; e gli occhi tristi degli operai sui sedili dei tram. Nel libro si intravede il crollo dell’Europa intera, attraverso lo stile di uno dei più dotati scrittori italiani del ‘900: “Il cielo splendeva verde come un prato. D’ora in ora l’erba cresceva nel curvo prato del cielo, e il tenero bagliore dell’erba si rifletteva nei muri, nei vetri delle finestre, nel selciato delle strade, nei visi della gente”.
Per capire la attuale crisi europea un libro perfetto è Il mondo di ieri di Stefan Zweig (traduzione di L. Paladino, Garzanti 2014). È il racconto autobiografico in cui rievoca l’infanzia e l’adolescenza luminosa a Vienna, immerso nella cultura: “scorgere Gustav Mahler per strada era un evento da riportare l’indomani ai compagni come un trionfo personale e quando un giorno fui presentato a Johannes Brahms e questi mi diede un cordiale buffetto sulla spalla, rimasi per qualche giorno sconvolto da quel prodigio inaudito”. La vocazione letteraria e l’amore per l’Europa lo rapiscono presto e lo portano a vivere a Parigi, Berlino e Londra. Poi il cielo europeo si fa cupo, tutto è stravolto dallo scoppio della guerra. L’amarezza non spegne mai la speranza di Zweig che prima di morire ascolta e trascrive la voce morale dell’Europa, prima di Hitler: “l’Europa intera mi apparve condannata a morte dalla sua stessa follia, l’Europa, la nostra sacra patria, culla e tempio della civiltà occidentale”.
In una intervista recente lo scrittore di thriller Michael Connelly ha detto: “Non sarei mai diventato uno scrittore se non avessi letto il tredicesimo capitolo de La sorellina di Raymond Chandler. Quel capitolo è poesia pura e ancora oggi, prima di iniziare un romanzo ambientato a Los Angeles, devo rileggerlo». Chandler è un classico. Qui c’è il burbero e sentimentale Philip Marlowe che indaga su un uomo scomparso, tra donne con occhi vuoti e labbra sdegnose e interni delle stanze odorano di tappeti vecchi. Il vero motivo per cui vale la pena leggere La sorellina (traduzione di Ida Omboni, Feltrinelli 2013) è Los Angeles: “Oltrepassai le chiassose insegne al neon, e le facciate false, dietro di esse, le rosticcerie, fatte di sputo, che parevano palazzi, sotto le luci brillanti e colorate, i ristoranti circolari per automobilisti, gai come circhi equestri, con le servette vivaci, dagli occhi duri, i banchi luminosi e le cucine unte e sudaticce, che avrebbero avvelenato un rospo”.

Michele Martino

Il libro che ho letto più volte quest’anno, ogni volta ad alta voce, è Il circo delle nuvole, scritto e illustrato da Gek Tessaro per Lapis edizioni. L’ho comprato lo scorso Natale dopo averlo visto «animato» dall’autore in un teatro di Roma. Se ancora non ci siete andati, andate a vederlo: vi sembrerà, con qualche differenza, di ammirare dal vivo Le mystère Picasso di Clouzot. Se non lo avete letto, leggetelo (anche ai vostri figli): «Si spegne la luce, la notte è arrivata, si può dare inizio alla matta sfilata». Come secondo libro del 2016 scelgo uno dei romanzi, pubblicati dall’Orma, di Annie Ernaux, che tratta la sua materia dolente consapevole «che il romanzo è impossibile». Dico Il posto (traduzione di Lorenzo Flabbi), perché ci ricorda come la nostra vita spesso sia forgiata da qualcuno che ha vissuto prima di noi (o per noi), e come ogni storia ne richiami sempre un’altra. Per terzo – anche se non dovrei, perché è uscito per 66thand2nd dove lavoro – metto Giorni selvaggi di William Finnegan (traduzione di Fiorenza Conte, Mirko Esposito, Stella Sacchini): il racconto di una vita filtrato da una passione (per il surf), oltre che uno sguardo in filigrana alle metamorfosi del concetto di violenza, in America e ovunque. Un libro dell’èra Obama, non solo perché comincia sulle onde delle Hawaii, ma perché torna al passato con un atteggiamento di fiducia nel futuro. Vediamo un po’ che succede adesso.

Sara Marzullo

Donald AntrimLa luce smeraldo nell’aria (traduzione di Cristina Mennella, Einaudi)
Lucia BerlinLa donna che scriveva racconti (traduzione di Federica Aceto, Bollati Boringhieri)
Giordano MeacciIl Cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax)

C’è un uomo che cammina per Manhattan con un enorme mazzo di fiori, vuole raggiungere sua moglie, ma il mondo sta iniziando a cadere a pezzi e lui non sa se riuscirà ad arrivare prima che sia troppo tardi: ci sono immagini come questa in La luce smeraldo nell’aria, in cui la limpidezza della lingua di Donald Antrim e la sua capacità di raccontare gli uomini mentre crollano suggeriscono che che non ci sono strategie di sopravvivenza, se non l’ostinata volontà di essere intensamente umani. È ostinazione la parola del 2016: Lucia Berlin ha lavorato ovunque, ha cambiato città e scritto quando poteva e adesso, finalmente, anche se tardi, una selezione dei suoi racconti migliori è arrivata anche in Italia. Poi c’è un libro, quello di Meacci, atteso da dieci anni, e che si rivela un oggetto strano e felice: l’unico posto in cui la luce accetta di estinguersi.

Gabriele Santoro

L’ultimo amore di Baba Dunja, Alina Bronsky (traduzione di Scilla Forti, Keller editore). Baba Dunja è personaggio straordinario, la catastrofe nucleare di Chernobyl non le impedisce di tornare nel paese natio. La piccola comunità di Černovo ricrea un proprio microcosmo, che sembra ignorare le radiazioni. Ad Alina Bronsky riesce il miracolo letterario di far vivere un luogo morente con la poesia, la forza, la malinconia e l’umanità di Baba.
Un papa de sang, Jean Hatzfeld, Gallimard. È il quinto libro del giornalista e scrittore nella sua opera fondamentale necessaria a comprendere che cosa è stato il genocidio ruandese. La capacità di ascolto di vittime e carnefici. Inviato da Libération nel 1994, con una salda esperienza da corrispondente di guerra alle spalle, in Ruanda dopo la violenza genocidiaria. In questo libro prendono la parola i figli di sopravvissuti e degli assassini. Come si ricostruisce il tessuto sociale lacerato e si convive con i fantasmi di un passato tragico così recente?
Uno scrittore in guerra, Vasilij Grossman (traduzione di Valentina Parisi, Adelphi). «Chi scrive ha il dovere di raccontare una verità tremenda, e chi legge ha il dovere civile di conoscerla, questa verità». Grossman sul fronte Est Europeo narra in presa diretta la quotidianità della seconda guerra mondiale. Inviato speciale di «Krasnaja zvezda» (Stella Rossa), il giornale dell’esercito sovietico che seguì per oltre mille giorni su quasi tutti i principali fronti di battaglia: l’Ucraina, la difesa di Mosca e l’assedio di Stalingrado. «Si dimostrò il più acuto e attendibile testimone oculare di quanto avvenne nelle linee sovietiche dal 1941 al 1945», scrivono i curatori del testo, che si basa sui suoi taccuini di guerra, Antony Beevor e Luba Vinogradova con la traduzione di Valentina Parisi.

Nadia Terranova

Approfitto dell’invito di minima&moralia per dire di tre libri del 2016 di cui non ho avuto modo di scrivere, e di cui mi spiacerebbe se fossero persi perché sono imperdibili. Il primo è Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout, pubblicato da Einaudi nella traduzione di Susanna Basso, la storia del rapporto tra una madre e una figlia, e la storia del rapporto tra quella figlia e il marito. Cosa c’è di unico? La scrittura. Un’acqua cheta sotto la quale sobbolle acqua vulcanica, l’esplosione delle relazioni umane dietro dialoghi in apparenza sobri, scarni, e invece in crescendo. Il secondo è Americana di Luca Briasco, pubblicato da minimum fax, per ritrovare la letteratura statunitense con cui abbiamo e abbiamo avuto a che fare, per accogliere, lasciarsi sorprendere e litigare con il punto di vista di uno dei più importanti editor e traduttori di letteratura straniera in Italia. Il terzo: Primo Levi di fronte e di profilo, di Marco Belpoliti per Guanda, un libro straordinario, molto atteso, semplicemente fondamentale e che resterà.

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I libri dell’anno di minima&moralia: terza parte https://minimaetmoralia.it/libri/libri-dellanno-di-minimamoralia-terza-parte/ https://minimaetmoralia.it/libri/libri-dellanno-di-minimamoralia-terza-parte/#comments Fri, 23 Dec 2016 06:00:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33169 Come una grande festa, ognuno con un tris di libri. Per la prima volta minima&moralia e i suoi collaboratori raccontano le letture predilette dell’anno, libri amati ma non necessariamente pubblicati nel 2016. Per l’occasione, segnaliamo che il nostro blog sarà regolarmente aggiornato nei giorni delle feste natalizie, e che dal prossimo anno partirà una newsletter nuova di zecca, a cui ci si può iscrivere qui. Di seguito pubblichiamo la terza lista: la prossima settimana seguiranno altre puntate. Qui le puntate precedenti. (Fonte immagine)

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Come una grande festa, ognuno con un tris di libri. Per la prima volta minima&moralia e i suoi collaboratori raccontano le letture predilette dell’anno, libri amati ma non necessariamente pubblicati nel 2016. Per l’occasione, segnaliamo che il nostro blog sarà regolarmente aggiornato nei giorni delle feste natalizie, e che dal prossimo anno partirà una newsletter nuova di zecca, a cui ci si può iscrivere qui. Di seguito pubblichiamo la terza lista: la prossima settimana seguiranno altre puntate. Qui le puntate precedenti. (Fonte immagine)

Lorenzo Alunni 

Se dovessi scegliere tre fra i libri usciti in Italia nel 2016, comincerei da Satantango di László Krasznahorkai. A diciotto anni dall’uscita è arrivato in Italia grazie a Bompiani e alla bella traduzione di Dóra Várnai. È un libro che, come gli altri dello scrittore ungherese (in particolare il capolavoro Melancolia della resistenza), ci fa capire come l’apocalisse non sia un evento immaginabile per un futuro più o meno lontano, ma una condizione permanente della nostra quotidianità.
E poi Bussola di Mathias Énard (gran traduzione di Yasmina Melaouah, E/O). Il narratore è un musicologo viennese che, gravemente malato, passa una nottata a ripensare ai suoi tanti viaggi in Medio Oriente e al suo difficile amore per Sarah. Bussola non raggiunge forse i vertici di Zona, ma, per esempio, le pagine sulla notte passata da Franz e Sarah fra le rovine di Palmira valgono da sole tutta la nostra attenzione per questo libro. Soprattutto in tali tempi tragici per il Medio Oriente.
Infine, un libro di ricette. Ebbene sì. Si tratta di Pop Palestine. Viaggio nella cucina popolare palestinese (Stampa Alternativa), di Fidaa IA Abuhamdiya e Silvia Chiarantini, foto di Alessandra Cinquemani. Prima di un viaggio in Palestina, l’estate scorsa, immaginavo che mi sarei trovato di fronte a situazioni politicamente ed emotivamente difficili, ma non che mi sarei innamorato della cucina palestinese: questo libro riesce a intrecciare le due cose con una sorta di calorosa (e calorica) leggerezza. E poi, voglio dire, quel budino di latte e riso con il succo di melograno, ragazzi… 

Filippo Belacchi 

Nel corso degli anni ne ho sentite talmente tante sul pasticciaccio – letture, saggi, conclusioni, riflessioni – che sapevo tutto, ma non sentivo niente. Mentre a settembre è successo che ho finalmente scoperto la “sudicia avvenenza” della sua lingua; mai mi era venuto in mente che per sentire dovevo ascoltare. Ogni giorno, in auto, a volte Gazzoli, altre Gifuni, ascolto Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana. E mi accade, tra le curvature emotive di questa lingua di statura dantesca, di sentire, di capire cosa voglia dire essere italiano; se qualcuno mi chiedesse dov’è casa, dove cioè la mia patria, penso che indicherei proprio quelle pagine, quel pasticciaccio.
Undisputed Truth, di Mike Tyson, un libro che Charles Dickens avrebbe sicuramente inserito tra i testi irrinunciabili. A toccarmi sono state le prime parti, l’infanzia nell’arena bestiale di Brownsville, i tratti del viso effeminati, la voce da ragazzina e una madre che quando non barcolla, ubriaca, fa delle cose con degli sconosciuti nella penombra della stanza da letto. Il costante senso di straniamento, la diffidenza e poi la rabbia immedicabile. L’incontro con Cus D’Amato (“Non rideva mai, non aveva neppure un muscolo felice sul volto), che lo trasforma in un antisupereroe, the baddest motherfucker on earth, ma dentro resta e resterà sempre quel ragazzino spaventato con la morte nel cuore. Pieno di aneddoti belli e strazianti, come questo: a dieci anni va in discoteca “con quelli più grandi”, già appassionato di piccioni, non torna a casa a cambiarsi  (da buon sociopatico neppure ci pensa) e arriva sporco di guano e catrame; tutti lo guardano e cominciano a ridere. Mike non sa che fare, allora si mettere ridere con loro, ma dentro sente di affogare nella vergogna e vorrebbe morire. Gesù, che tenerezza!
Bella e curiosa mostruosità. Pynchon, Carver e Jimi Hendrix che fanno un figlio: il romanzo pubblicato a puntate su Reddit dal misterioso _9MOTHER9HORSE9EYES9. C’è tutto: LSD, Treblinka, il progetto MKULTRA, esperimenti su prigionieri ignari, le flesh interfaces, tunnel di carne umana, viva, che condurrebbero dall’altra parte sulle “sabbie d’oro”, dove scrutare gli orribili piani che Dio ha in serbo per l’uomo. Guardare Stranger Things potrebbe aiutare a farsi una pallida idea di che bestia si tratti.

Christian Caliandro

Luciano Funetta, Dalle rovine (Tunué): un esordio spiazzante e allucinatorio, in grado di fondere abilmente i generi e di virare decisamente in direzione distopica e apocalittica, attraverso una lingua ricca, densa, interessante. Margo Jefferson, Negroland. A memoir (Pantheon Books):  l’autrice ripercorre la vicenda della “borghesia nera” statunitense tra anni Cinquanta e Sessanta, riconsiderando stereotipi radicati e intrecciando autobiografia e storia collettiva, critica sociale e narrazione; ne viene fuori un’indagine spietata e lucida del classismo, dello snobismo e dei meccanismi di auto-discriminazione propri dell’élite di colore. cheFare (a cura di), La cultura in trasformazione (minimum fax): un volume collettivo che indaga da molteplici punti di vista le trasformazioni che l’idea stessa di ‘cultura’ e di lavoro culturale stanno affrontando a partire dalla crisi, rivolgendo particolare attenzione alle dimensioni della collaborazione e della comunità, e prendendo le distanze da interpretazioni superficiali e da chiavi di lettura meramente “imprenditoriali”.

Giulio D’Antona

Il primo libro che vorrei consigliare è un memoir, Giorni selvaggi di William Finnegan (traduzione di Fiorenza Conte, Mirko Esposito e Stella Sacchini, 66thand2nd). Mai avrei pensato di poter leggere settecento pagine sul surf, anche ricche in particolari tecnici, con così tanta facilità. È un libro meraviglioso, scorre come un romanzo e passa in rassegna, quasi candidamente, cinquant’anni di americanità visti dal punto di vista dell’onda. Il secondo è La luce smeraldo nell’aria di Donald Antrim (traduzione di Cristiana Mennella, Einaudi), una raccolta di racconti “vecchio stile”, composta ed educata che restituisce alla letteratura un autore tanto necessario quanto complicato e fa venir voglia di tornare ai fondamentali della scrittura — e cioè: scrivere, e basta. Il terzo è Una vita come tante di Hanya Yanagihara (traduzione di Luca Briasco, Sellerio), un romanzo che intreccia le vicende di quattro amici a New York, raccontate attraverso la crescita e le vicissitudini della vita adulta. Il punto d’incontro tra la complessità di una saga familiare russa e l’asciuttezza del contemporaneo americano.

Alessandro Grazioli

Quest’anno, per ragioni diverse, ho approfondito un’esplorazione in mondi editoriali diversi dalla letteratura e saggistica tout-court. Molto per curiosità e un po’ per formazione, che non si smette mai e c’è sempre bisogno di confronto, ho consolidato la mia parte di libreria dedicata alle pubblicazioni sull’editoria, con una serie di libri che sono usciti o che erano già usciti e ho letto: dal carteggio tra Sciascia e Laterza in L’invenzione di Regalpetra (Laterza) a L’Einaudi in Europa di Munari (Einaudi) a Editori vicini e lontani di De Michelis (Italo Svevo) e Il volo oscuro del tempo di Carlos Barral (il Saggiatore) a Ginevra Bompiani e al suo Mela zeta (nottetempo). Per me l’editoria è fatta per gran parte di incontri, e l’incontro con questi libri ha reso il mio anno più interessante.
E poi il mondo della letteratura di viaggio che ogni anno sempre di più è una mia passione in costruzione, colpa di quegli scrittori grandi che sono stati viaggiatori veri. Dopo aver letto Fermor non mi sono più fermato, e sono passato Dalla montagna sacra di Dalrymple (traduzione di L. Santini, Bur Rizzoli), Lungo la via incantata di Blacker (traduzione di Mariagrazia Gini, Adelphi) fino a L’avventura di Ulisse di Cuisenier (traduzione di Licia Taverna, Sellerio), un universo intero da esplorare.
Ma l’esplorazione più meticolosa quest’anno l’ho riservata all’editoria per bambini. Sono sempre stato uno zio che ha regalato molti libri ai suoi nipoti, ma ora sono un padre che ne sceglie molti per sua figlia ed è bello vedere quanto sia sconfinato l’orizzonte di qualità che l’editoria per l’infanzia sa proporre, che siano tattili come i Chi si nasconde? (Edizioni Usborne) o inventino lingue, come Tarari Tararera di Emanuela Bussolati (Carthusia). E così come mia moglie sta lì e cerca e legge e monitora i libri per mia figlia, io sto lì a sfogliarli un attimo prima con una e un attimo dopo con l’altra e capisco che tra noi tre quello che ha più da imparare e scoprire sono proprio io.

Francesco Guglieri

Daniele Del Giudice, I racconti (Einaudi). In tempi come questi, in cui la marginalità sociale della letteratura spinge molti giovani autori alla contro-reazione (a mio parere reazionaria, di ripiegamento) di una scrittura muscolare o finto-visionaria, la “linea chiara” di Del Giudice è ancora la migliore e più nitida lezione di cosa sia un’etica della scrittura.
Paul Mason, Postcapitalismo (traduzione di Fabio Galimberti, il Saggiatore). Si può non essere d’accordo con molti dei presupposti di Mason, si possono anche rigettarne le conclusioni: non importa, perché comunque Postcapitalismo è una lettura piena di spunti e illuminazioni, uno sguardo sul presente avanzato e sul capitalismo dell’informazione che rimette in moto i neuroni.
Roberto Canella, Il nostro amore distruggerà il mondo (Sartoria utopia). Canella è un amico, ma non credo di peccare di conflitto di interesse o giudizio poco lucido. Ha raccolto in questo volume la sua produzione poetica degli ultimi dieci anni a tema amoroso, dando vita a un canzoniere sentimentale di lacerante bellezza, di rabbia e svagate dolcezze: “a volte i fogli leggeri / ti tagliano le dita / e vedi il sangue / ma non la ferita”.

Tiziana Lo Porto 

Quando Garth Risk Hallberg è venuto in Italia a presentare Città in fiamme (traduzione di Massimo Bocchiola, Mondadori), il libro l’avevo letto due volte, in inglese prima, poi in italiano. Dalla casa editrice mi hanno chiamato chiedendomi: ti andrebbe di fare un djset dopo la presentazione? Ho detto sì sì e ho messo in fila tutta la musica che c’è in quel libro, e altra musica newyorchina del ’77. In macchina, dall’albergo al posto della presentazione, con Hallberg abbiamo parlato dei sogni della sua protagonista e di come deve essere complicato essere figli di Patti Smith.
Isole minori, Lorenza Pieri (E/O). Prima ancora che uscisse aveva già un suo posto nel mio scaffale sentimentale, lo scaffale che vedo seduta sul divano di casa con sopra i libri delle mie persone preferite. Poi il libro di Lorenza è uscito, l’ho letto, ed era bello e anche più belle di tutte le mie aspettative. Dentro ha quarant’anni di storia d’Italia, un’isola e la storia piena di struggimento di due sorelle, che a tratti somiglia alla mia. Adesso è tra Corri, coniglio di John Updike e Sentieri nel ghiaccio di Herzog.
Attilio Bertolucci, Opere (I Meridiani Mondadori). Da un po’ di compleanni è nella pila dei libri accanto al letto, a portata di braccio. Ogni tanto lo prendo, apro a caso, e leggo quello che mi spetta. Quest’anno l’ho portato con me un fine settimana di mare fuori stagione e l’ho letto tutto, da capo a fondo. Poi è finito, l’ho guardato e ho pensato: bene, adesso ti rileggerò.  

Gianni Montieri

Giordano Meacci, Il Cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax). Meacci ha scritto un romanzo che contiene molte cose, e molte di queste ci arrivano come domande. Domande sul senso della vita e della morte, su dove si vada dopo o su dove si rimanga per l’inevitabile continuo del destino. È un libro sull’amore e sul cosa significhi essere umani, per questo Meacci ha creato un nuovo linguaggio, una lingua terza che è conoscenza e abbandono.
Don DeLillo, Zero K (traduzione di Federica Aceto, Einaudi). DeLillo ha costruito una sorta di casa del linguaggio. Ci porta in un posto che sta oltre le parole, e allo stesso tempo ci dice che le cose non esistono, che potrebbero sparire se non siamo in grado di nominarle. E vede il tempo presente e ci mostra il futuro, che in fondo è già qui, ma non tutti sono in grado di capirlo. DeLillo parla di noi, anche stavolta.
Simona Vinci, La prima verità (Einaudi). La prima verità è un libro coraggioso. Un libro che è narrativa pura, memoir, reportage, storia di fantasmi; che si muove tra il confine sottile tra follia e quella che chiamiamo normalità. Confine che si assottiglia e cambia se cambiamo contesto sociale o periodo storico. Nell’orrore del lager di Leros i “matti” inventeranno una propria forma di comunicazione, una specie di salvezza.

Marco Peano

Mai come nel 2016 mi sono imbattuto in così tante e dolorose storie d’amore. Con chiunque parlassi, Sylvia (traduzione di Vincenzo Vergiani, Adelphi) era una lettura imprescindibile: la fisiologia della coppia scandagliata da Leonard Michaels nel suo «memoir romanzato» possiede qualcosa di implacabilmente autentico.
Ma se devo immaginare tre titoli rappresentativi dell’anno quasi concluso, comincio da marzo: il mese in cui – in contemporanea con gli Stati Uniti – BAO ha dato alle stampe Patience, la nuova graphic novel di Daniel Clowes tradotta da Michele Foschini. Stavolta l’autore di Chicago ha messo a punto una vicenda in cui i viaggi nel tempo s’innestano in un fatto di sangue che a sua volta dà l’innesco a una storia di vendetta, e tutto quanto rimanda a un amore strappato. La cosa più incredibile è che gli si crede dalla prima all’ultima pagina.
A inizio settembre, invece, per Humboldt-Quodlibet è uscito Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani: una ricognizione degli spazi vuoti e degli spazi illusoriamente pieni a opera di Giorgio Vasta e del fotografo Ramak Fazel. Il primo ha esplorato le forme della mancanza attraverso i nitidissimi affreschi dei deserti (siano essi di sale o esistenziali); il secondo, grazie all’appendice fotografica «Corneal abrasion», ha dimostrato come l’occhio sia il più ingannevole dei testimoni. I due, coadiuvati dal personaggio-editore Giovanna Silva, hanno messo in scena una nuda verità, e cioè che il deserto coincide col cannibalismo affettivo.
Infine, a dicembre, quando ormai ciò che era stato detto sull’amore sembrava per sempre consegnato alla Storia, è arrivato uno dei libri forse più attesi degli ultimi tempi (almeno da chi, come me, segue l’autore da anni): Il nostro amore distruggerà il mondo, la struggente, necessaria e travagliatissima silloge – mi piace usare questa parola – di Roberto Canella, pubblicata da Sartoria Utopia, casa editrice milanese diretta da Francesca Genti e Manuela Dago. Un libro imperdibile per chiunque abbia dei sentimenti.
Ricapitolando: un fumetto, un reportage narrativo e un libro di poesie. Perché quando l’oggetto è la perdita, qualunque forma – se supportata da uno sguardo esatto – acquista un senso compiuto.

Valentina Pigmei

GodBody di Theodore Sturgeon (traduzione di Marina Sirka Mosur, Atlantide Edizioni) è il libro più sacrilego dell’anno. Scritto nel 1985 e mai uscito in Italia prima d’ora, parla di sesso, chiesa, corpi, amore. “Fa’ agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”. Altro che The Young Pope!
La donna che scriveva racconti di Lucia Berlin (traduzione di Federica Aceto, Bollati Boringhieri). Di gran lunga più bel libro di racconti letto quest’anno, un libro perfetto che è simile alla vita vera (e per questo doloroso e bellissimo). Lancinante.
Gli Argonauti di Maggie Nelson (traduzione di Francesca Crescentini, il Saggiatore). Un saggio in forma di frammenti amorosi su maternità, filosofia, transgenderismo, vita e morte. Praticamente tutto. Capolavoro. 

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I libri dell’anno di minima&moralia: seconda parte https://minimaetmoralia.it/altro/libri-dellanno-minimamoralia-seconda-parte/ https://minimaetmoralia.it/altro/libri-dellanno-minimamoralia-seconda-parte/#comments Thu, 22 Dec 2016 06:00:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33167 Come una grande festa, ognuno con un tris di libri. Per la prima volta minima&moralia e i suoi collaboratori raccontano le letture predilette dell’anno, libri amati ma non necessariamente pubblicati nel 2016. Per l’occasione, segnaliamo che il nostro blog sarà regolarmente aggiornato nei giorni delle feste natalizie, e che dal prossimo anno partirà una newsletter […]

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Come una grande festa, ognuno con un tris di libri. Per la prima volta minima&moralia e i suoi collaboratori raccontano le letture predilette dell’anno, libri amati ma non necessariamente pubblicati nel 2016. Per l’occasione, segnaliamo che il nostro blog sarà regolarmente aggiornato nei giorni delle feste natalizie, e che dal prossimo anno partirà una newsletter nuova di zecca, a cui ci si può iscrivere qui. Di seguito pubblichiamo la seconda lista: seguiranno altre puntate, che potrete leggere nei prossimi giorni. Qui la prima puntata. (Fonte immagine)

Luca Alvino

Nella mia lista non poteva non esserci un libro di Philip Roth. Lasciar andare è il suo primo romanzo, ripubblicato quest’anno da Einaudi (traduzione di Norman Gobetti). Certo, la scrittura è ancora acerba, forse un po’ troppo accademica. Ma le tematiche a lui care ci sono già; i rovelli sui quali ha esercitato il frutto più alto della sua eloquenza rendono già pienamente godibile questo libro. Nemmeno James Salter poteva mancare nella mia top 3. Con L’ultima notte (traduzione di Katia Bagnoli, Guanda) Salter si confronta con la short story, rivelandosi in questo genere un autore altrettanto raffinato di quanto sia con il romanzo. È una raccolta di grandissimo pregio questa di Salter, con dei racconti da leggere e assaporare lentamente, che celano nel non detto la loro parte più preziosa. Ne La luce smeraldo nell’aria Donald Antrim (traduzione di Cristiana Mennella, Einaudi) dipinge dei personaggi perennemente in bilico. Lo sguardo dell’autore non indulge però sulla loro miseria ma si apre verso l’alto, laddove la luce si addensa e l’aria si fa rarefatta, a metà strada tra lo spazio terreno dei suoi squinternati protagonisti e quello fatato degli angeli.

Nicola H. Cosentino

Il 2016 letterario si è steso all’ombra della ragazza-albero di Han Kang. La vegetariana (traduzione di Milena Zemira Ciccimarra, Adelphi) ha radici profondissime e una prosa illuminata. Racconta, in tre atti, le diverse opinioni sul perché la giovane Yeong-hye abbia smesso, all’improvviso, di mangiare carne. Kang scrive dell’ossessione pura, spesso dimentica delle sue ragioni, e di un principio di libertà applicabile a tutti i diritti, anche inesistenti, per cui sentiamo di voler combattere. Il nuovo romanzo di Mario Desiati, Candore (Einaudi), non è poi così diverso: ha un protagonista che nessuno comprende, forse neanche il lettore, e una rivoluzione involontaria che pulsa invisibile sotto l’avventura. La compie Martino Bux, che ama il porno con una dedizione lancillottesca e rompe tanti di quegli schemi che ogni tanto, mentre si legge, bisogna trattenersi dalla tentazione di ricomporli. È, per varie ragioni, il libro del 2016 a cui voglio più bene. Il ciclo della meraviglia lo chiude Ferito a morte, di Raffaele La Capria, che Mondadori ha ripubblicato in ottobre nei nuovi Oscar con la copertina pentagonale. È del 1961, ma sembra scritto da un futuro in cui la perfezione formale, in un certo senso, ha superato se stessa. Strappa questo posto ad altri mostri più recenti, per manifesta superiorità. 

Adriano Ercolani

Lettori Selvaggi, Giuseppe Montesano (Giunti Editore). Il nuovo libro di Giuseppe Montesano è, fuor di enfasi, monumentale. Sia nella mole (quasi duemila pagine) che nell’intento: un monumento eretto alla Bellezza. Un esaltante viaggio filocalico dai Veda a Simone Weil, dal Tao Te Ching a Bob Dylan, dal Qohélet a Ornette Coleman, passando per Buddha ed Eschilo, Eraclito e Teresa d’Avila, Dante e John Donne, William Blake e Kalidasa, Lewis Carroll e Glenn Gould. Le più alte voci dell’arte di tutti i tempi accostate in un tour de force speculativo. Un’alchimia culturale degna di un intellettuale neoplatonico del Rinascimento.
La felicità possibileDuilio Cartocci (Cultura della Madre). In tempi oscuri infestati da ignoranza e razzismo, un libro come quello di Duilio Cartocci è brezza fresca nel deserto. Non è un mero manuale “per vivere felici”, bensì un tentativo, non banale, di mostrare le possibili connessioni tra la visione dell’Advaita Vedanta (colonna filosofica della tradizione induista) e le più avanzate scoperte della neurofisiologia occidentale. Guide filosofiche dell’autore nel suo percorso sono Baruch Spinoza e il maestro indiano Shri Mataji Nirmala Devi. Un ottimo viatico per una meditazione consapevole sull’esistenza.
Il papà di DioMaicol&Mirco (Bao Publishing). Maicol&Mirco è un autore meravigliosamente paradossale, esilarante per senso del tragico, assurdo per eccesso di logica, blasfemo per sete spirituale, i cui deliri seguiamo fedelmente da anni con filologica ossessione. Il Papà di Dio (in libreria a gennaio 2017) è un vero e proprio trattato di gnosi luciferina a fumetti. Per chi già apprezza l’autore, il libro è una summa imperdibile. Ma a tutti consigliamo di meditare profondamente su le sue tavole rosso sangue. Ovviamente, solo dopo che la diuresi acuta indotta dalle sue battute fulminanti si sia placata.

Giorgio Fontana

Il libro che più mi ha colpito quest’anno è un classico contemporaneo che colpevolmente e incredibilmente non avevo ancora letto: Austerlitz di Sebald (traduzione di Ada Vigliani, Adelphi): come fare i conti con il proprio passato attraverso una lingua magnetica, vigorosa, mai banale. Un vero capolavoro – e la parola stavolta non è usata a caso.
Molto bello anche Una vita come tante di Hana Yanagihara (traduzione di Luca Briasco, Sellerio): quasi mille e cento pagine di amicizia e amore, con un’attenzione straordinaria ai corpi. (Spesso la narrativa si dimentica dei corpi, delle pulsioni, del dolore fisico: non questo libro, che mi ha ricordato per certi versi l’ultimo Tondelli).
Infine, una breve raccolta di saggi di uno dei miei autori preferiti, La politica dell’impossibile di Stig Dagerman (traduzione di Fulvio Ferrari, Iperborea). Contiene un’etica profonda per gli autori: “Lo scrittore deve sempre partire dal presupposto che la sua è una posizione incerta, che l’esistenza della letteratura è minacciata. Per questo è costretto ad andare sempre in cerca dei punti deboli della sua difesa e, con assoluta spietatezza, dare la caccia alle quinte colonne che si nascondono dentro di lui e fucilarle senza alcuna pietà, anche se sa che gli sarà difficile vivere senza di loro.”

Pierluigi Lucadei

Un po’ romanzo, un po’ memoir, Sylvia di Leonard Michaels (traduzione di Vincenzo Vergiani, Adelphi) racconta con eleganza e imprudenza due esistenze percorse da una maledizione, disperatamente destinate ad una fine annunciata. Sullo sfondo dei primi anni Sessanta nel Greenwich Village, tra bevute colossali in compagnia di Jack Kerouac e serate uccise ascoltando il jazz cubista di Charles Mingus, Sylvia e Leonard si esercitano a brillare anche quando sono tetri, ricercano compulsivamente un sesso sempre più insoddisfacente, si amano, si sposano, si detestano e non mantengono nessuna delle promesse che si sono fatti. Il risultato è il libro più struggente dell’anno, un libro che, a sentire in giro, ha colpito chiunque abbia avuto la fortuna – e l’ardire – di leggerlo. Nel podio, sotto Sylvia, ci sono Numero Undici, il romanzo con cui Jonathan Coe è tornato ad uno smalto che sembrava perduto (traduzione di Maria Giulia Castagnone, Feltrinelli), e A Calais, reportage di Emmanuel Carrère (traduzione di Lorenza Di Lella e Maria Laura Vanorio, Adelphi) su uno dei più autentici inferni contemporanei, la Giungla sulla Manica.

Andrea Pomella

Il romanzo che più mi è piaciuto in questo 2016 è L’altra figlia, di Annie Ernaux (traduzione di Lorenzo Flabbi, L’orma). Narra in poche pagine di come un’antica, luttuosa rivelazione familiare trovi senso solo dopo essere passata, molti anni dopo, attraverso la prova suprema della scrittura. Andai a sentire Annie Ernaux nel 2014 all’Accademia di Francia e ci fu una cosa che mi colpì: lei ha una voce dolcissima quando parla e una lancinante quando scrive.
Un’autentica scoperta è stato il libro di racconti di Lucia Berlin, La donna che scriveva racconti (traduzione di Federica Aceto, Bollati Boringhieri). Berlin è scomparsa nel 2004. Viveva in una roulotte, dopo aver trascorso una vita travagliata in cui era stata tutto e il contrario di tutto, e scriveva storie che hanno per protagonista un’umanità emozionante, sciupata e vitale. Per me, un nuovo modello di realismo.
Poi ci sono le Lettere alle amiche di Céline, pubblicate da Adelphi con la traduzione di Nicola Muschitiello. È una raccolta di lettere indirizzate a sei donne frequentate fra il 1932 e il 1935, in cui Céline sembra farsi carico della propria sgradevolezza umana, di un risentito disinteresse per gli avvenimenti della sua epoca e per la sua stessa fama di scrittore. Ne scaturisce la lunga, a tratti comica, confessione di un uomo rabbiosamente lucido e alla perenne ricerca di qualcosa che assomigli all’amore.

Evelina Santangelo

Le mie tre scelte, tra le tante possibili.
Rossella Milone, Il silenzio del lottatore (minimum fax). «La prima cosa che faceva Valerio, quando andavamo di là, era aprire le tende. La sorella di Manuela le chiudeva, lui le spalancava. Facevano questo tutto il pomeriggio, senza scomporsi… Erano due modi di interpretare la luce… che raccontavano le loro diverse aspettative sulla vita». Racconti belli per l’esattezza e la sensibilità della scrittura che lavora come una doppia vista capace di cogliere i movimenti umani e affettivi più intimi.
Melania G. Mazzucco, Io sono con te. Storia di Brigitte (Einaudi). «Lei cammina. In verità, non è il verbo giusto. Per mettersi in cammino bisogna avere una direzione, e lei non ne ha». Quel che rende abbastanza unico questo libro è il modo in cui la Mazzucco si mette in ascolto di una delle tante vite degli invisibili approdati nel nostro Paese riuscendo a rendere prossimo quel che è più distante da noi.
Valeria Luiselli, La storia dei miei denti (traduzione di Elisa Tramontin, laNuovafrontiera). «Sono l’impareggiabile Autostrada. Solo il miglior battitore d’asta del mondo… posso imitare Janis Joplin dopo il secondo giro, so far stare in piedi un uovo di gallina, so fare il morto a galla». Un romanzo iperbolico irriverente scanzonato. Un omaggio al dono affabulatorio: quell’alchimia d’immaginazione ed esattezza espressiva capace di sospendere l’incredulità.

Vanni Santoni

Tutti si aspetteranno che cominci con L’ala destra, terzo volume di quell’Abbacinante di Mircea Cărtărescu che ha scagliato il romanzo su territori nuovi. Ma si tratta un’opera pubblicata in Italia nell’arco di otto anni e la cui lettura è per me iniziata l’anno scorso: mi sposto allora poco lontano, verso un altro libro che ha spostato l’asse del romanzo, e lo ha fatto nel 1985, sebbene in Italia esca solo oggi da Bompiani, per la traduzione di Dóra Várnai. Sto parlando di Satantango, capolavoro dell’ungherese Lázló Krasznahorkai, ed ecco il primo consiglio. Lorenzo Alunni ci era arrivato ancora prima, qui.
Visto che Satantango ci porta in una realtà rurale in eschaton, viene facile spostarsi nel post-apocalisse del secondo consiglio: Terminus Radioso di Antoine Volodine, uscito per 66and2nd, su cui non mi dilungherò avendone già scritto qui, se non per elogiare la traduzione di Anna D’Elia. Un libro che viene a ribadire la grande condizione del romanzo francese, cosa che, oltre a permetterci di citare un altro titolo meritevole, Bussola di Mathias Énard (E/O), se affiancata a ciò che accade in zona carpatica – vale la pena, oltre a Krasznahorkai e Cărtărescu, citare anche il bulgaro Gospodinov, col suo Fisica della malinconia – fa pensare che davvero il pallino del romanzo, dopo decenni di egemonia americana, sia tornato su questo continente.
America che ci porta al terzo titolo, Absolutely Nothing di Giorgio Vasta e Ramak Fazel (Quodlibet/Humboldt). Ciò che differenzia questo libro dagli altri, pur ottimi, compagni di collana, è il modo in cui la scrittura di Vasta prende il sopravvento, costringendo le immagini a romperla in oblò di sicurezza per un lettore trasportato in un deserto che è specchio del rapporto ultimo tra l’anima e il mondo, e primo segnacolo di una solitudine a venire per l’autore – il quale però la prende con un’accettazione che assomiglia quasi all’ironia, tratto così inusuale in Vasta da richiedere un ‘guardiano della soglia’: Spike, bracchetto fratello di Snoopy che vive, appunto, nel deserto. Per chi ne vuole di più, c’è qui una lunga intervista all’autore.

Francesca Serafini

Mi chiamo Lucy Barton di Elisabeth Strout(traduzione di Susanna Basso, Einaudi) è un romanzo – bellissimo – da usare anche come manuale di scrittura: “se mentre scrive questa storia sentirà che sta proteggendo qualcuno, si ricordi: c’è qualcosa che non va”. Chi scrive deve essere spietato, sempre. Come fa Simona Vinci in La prima verità (Einaudi): un’opera in più parti che fa venire in mente la battuta di una serie tv di qualche tempo fa su Superman: “Clark è quello che sono” (nel libro, la parte dichiaratamente autobiografica), “Superman, quello che posso fare” (la parte di finzione, un romanzo storico sull’isola dei “matti” di Leros: ecco che cosa possono fare i grandi autori col proprio dolore rendendolo universale). Con questo romanzo Simona Vinci si è aggiudicata il Campiello 2016. Non ha avuto la stessa fortuna il racconto “Louise” di Truman Capote (arrivato secondo in un concorso scolastico: ma vorrà pur dir qualcosa se ci ricordiamo della vincitrice, Dorothy Doyle Gavan, solo per la parolaccia con cui l’apostrofò Capote per sublimare la delusione), pubblicato da Garzanti nella raccolta Dove comincia il mondo (traduzione di Vincenzo Mantovani). Una testimonianza delle prime prove di Capote scrittore, a cui forse ancora mancava qualche colpo della frusta di cui ci parla in Musica per camaleonti, ma il cui “dono” è già perfettamente riconoscibile in racconti come “Questo è per Jaime”.

Alessandro Zaccuri

Il labirinto della parola di Simone Beta (Einaudi) è uno dei libri da cui più ho imparato quest’anno. È un attraversamento dell’antichità classica compiuto nel segno dell’ambiguità che compete al sogno, all’enigma, alla dizione oracolare. Un’interpretazione originalissima che, aiutando a decifrare la mentalità grece e latina, rende ancora più evidenti i processi dell’espressione letteraria. Allo stesso modo, la nuova versione del Libro dell’amico e dell’amato di Raimondo Lullo approntata da Federica D’Amato (Qiqajon) non è soltanto un tributo al grande mistico medievale di cui ricorreva nel 2016 il settimo centenario della morte, ma anche e specialmente la riformulazione di un testo irrinunciabile per profondità e bellezza. Si deve alla voce di un’altra eccellente traduttrice, Federica Aceto, la resa italiana di La donna che scriveva racconti (Bollati Boringhieri), il volume che raccoglie il meglio della produzione di Lucia Berlin, magnifica narratrice finalmente accolta nel “canone americano”.

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I libri dell’anno di minima&moralia https://minimaetmoralia.it/libri/libri-dellanno-minimamoralia/ https://minimaetmoralia.it/libri/libri-dellanno-minimamoralia/#comments Tue, 20 Dec 2016 07:00:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33135 Come una grande festa, ognuno con un tris di libri. Per la prima volta minima&moralia e i suoi collaboratori raccontano le letture predilette dell'anno, libri amati ma non necessariamente pubblicati nel 2016. Per l'occasione, segnaliamo che il nostro blog sarà regolarmente aggiornato nei giorni delle feste natalizie, e che dal prossimo anno partirà una newsletter nuova di zecca, a cui ci si può iscrivere qui. Di seguito pubblichiamo la prima lista: seguiranno diverse puntate, che potrete leggere nei prossimi giorni.

Cosimo Argentina

I libri sono Addio a tutto questo di Robert Graves (traduzione di Annalisa Carena, Adelphi), Stivali di gomma svedesi di Henning Mankell (traduzione di Andrea Stringhetti e Laura Cangemi, Marsilio) e Le belve di Don Winslow (traduzione di Alfredo Colitto, Einaudi).
Addio a tutto questo è un libro pazzesco. Come nel film Il cacciatore di Michael Cimino inizia con scene di vita quotidiana. Siamo in Inghilterra e Graves ci mostra la nobiltà londinese, le origini della sua famiglia, i legami parentali. Poi. Dopo pagina cento ci cala in trincea, 1914, battaglie lungo la Somme, Francia settentrionale. E lì Graves non ha bisogno di scatenare l’inferno perché l’inferno è a portata di mano, deve solo raccontarlo. Quanto a Mankell, be', è il suo libro di commiato, non il solito giallo svedese, ma qualcosa di più, un saluto, la fine della sua vita, vita che se ne va come se ne vanno le pagine della storia. Per finire Don Winslow, un nuovo James Ellroy, meno turbato ma altrettanto efficace nel dipingere gli scenari di San Diego, i narcos messicani e il mondo che va a rotoli avvolto in una nube di marijuana.

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Come una grande festa, ognuno con un tris di libri. Per la prima volta minima&moralia e i suoi collaboratori raccontano le letture predilette dell’anno, libri amati ma non necessariamente pubblicati nel 2016. Per l’occasione, segnaliamo che il nostro blog sarà regolarmente aggiornato nei giorni delle feste natalizie, e che dal prossimo anno partirà una newsletter nuova di zecca, a cui ci si può iscrivere qui. Di seguito pubblichiamo la prima lista: seguiranno diverse puntate, che potrete leggere nei prossimi giorni.

Cosimo Argentina

I libri sono Addio a tutto questo di Robert Graves (traduzione di Annalisa Carena, Adelphi), Stivali di gomma svedesi di Henning Mankell (traduzione di Andrea Stringhetti e Laura Cangemi, Marsilio) e Le belve di Don Winslow (traduzione di Alfredo Colitto, Einaudi).
Addio a tutto questo è un libro pazzesco. Come nel film Il cacciatore di Michael Cimino inizia con scene di vita quotidiana. Siamo in Inghilterra e Graves ci mostra la nobiltà londinese, le origini della sua famiglia, i legami parentali. Poi. Dopo pagina cento ci cala in trincea, 1914, battaglie lungo la Somme, Francia settentrionale. E lì Graves non ha bisogno di scatenare l’inferno perché l’inferno è a portata di mano, deve solo raccontarlo. Quanto a Mankell, be’, è il suo libro di commiato, non il solito giallo svedese, ma qualcosa di più, un saluto, la fine della sua vita, vita che se ne va come se ne vanno le pagine della storia. Per finire Don Winslow, un nuovo James Ellroy, meno turbato ma altrettanto efficace nel dipingere gli scenari di San Diego, i narcos messicani e il mondo che va a rotoli avvolto in una nube di marijuana.

Marianna Crasto

A marzo ho letto Quaderni giapponesi di Igort (Coconino press). Davanti ai disegni ho provato la sensazione di muovermi nella liquidità densa della memoria dell’autore. Il ritmo della narrazione è pacato e morbido: sembra di star sognando.
Ad agosto ho letto Le cose che non facciamo di Andrés Neuman (traduzione di Silvia Sichel, SUR). Non ho idea di quanti siano i brevissimi racconti di questa raccolta. Sono tanti, tutti molto diversi tra loro per voce, punti di vista, stile, ambientazione. Nessuno svanisce nell’altro o vi si sovrappone, ognuno è forte di un’identità precisa. Mi sono emozionata leggendo di un uomo che racconta il parto della moglie senza che io sia né uomo, né padre, né moglie partoriente.
A novembre ho letto Sylvia di Leonard Michaels (traduzione di Vincenzo Vergiani, Adelphi). Ispirato alla vera storia della prima moglie dell’autore, Sylvia è un romanzo elegantissimo e terrificante, capace di trascinare in una quotidianità che l’amore rende, a giorni alterni, sia normale che senza senso. L’ultima mezza pagina è un piccolo capolavoro di tristezza.

Gianluca Didino

Ci sono romanzi che ruotano intorno alla trama o ai personaggi e altri, una specie più rara, costruiti sulle atmosfere. The Loney di A.M. Hurley (Tartarus Pres) è uno di questi: ambientato tra le maree della Morecambe Bay, il vincitore del premio Costa 2015 è un racconto spettrale sospeso tra horror e nature writing, un libro minore unico nel suo genere. Per la nonfiction Known and Strange Things di Teju Cole (Faber & Faber) è la dimostrazione più lampante che in Italia dovremmo pubblicare più raccolte di saggi: spaziando dall’autobiografia alla recensione letteraria, inseguendo le tracce di Sebald e quelle di Saul Leiter, l’autore di Città aperta avvince dalla prima all’ultima pagina. Infine un grande classico da recuperare: nel 2017 saranno cinquant’anni dalla pubblicazione di Il senso della fine di Frank Kermode, un’analisi raffinatissima su come diamo senso al tempo tramite la narrazione della fine dei tempi, un libro fondamentale in questi tempi millenaristici.

Rocco Fischetti

La scuola cattolica, Edoardo Albinati (Rizzoli). Questo libro mi ha convinto di una cosa: cioè che l’italiano è letterario quando ha questa andatura (media, aperta). Il risultato è che ora l’italiano con le frasi brevi, con le frasi dense e definitive, mi sembra una lingua inespressiva e mi è venuta voglia di vederlo scritto sempre per giri larghissimi e calmi. E, a differenza di altre lingue, in prima persona singolare.
Kaputt, Curzio Malaparte (Adelphi). Quindi ho ripreso in mano questo secondo libro, dove tutto è ripetuto e riscritto e inconcludente – fino alla noia, fino alla provocazione, forse fino al tanto per – ma è chiamato per nome nella mia lingua. Ci ho ritrovato delle descrizioni bellissime, a volte non ci potevo credere a questa immaginazione così sterminata, quasi in delirio però anche semplice, e che usava i nomi dei colori come non ho visto fare da nessuna altra parte.
The schooldays of Jesus, J.M. Coetzee (Viking). Questo terzo libro è l’equivalente di K che arriva una sera al villaggio e ci trova un figlio. Da quel momento il castello non esiste più: tutto ciò che K vuole è riuscire a essere un buon padre.

Marco Missiroli

Era un libro atteso in tutta Europa, un po’ meno in Italia, io l’ho trovato magnifico: Un giorno di festa di Graham Swift (traduzione di Luca Briasco, Neri Pozza) ha il magnetismo sottile dei grandi libri che non finiscono quando hai smesso di leggerli e che sembra decidano i destini dei loro personaggi mentre vengono letti. È quello che accade in Vite minuscole di Pierre Michon (traduzione di Leopoldo Carra, Adelphi), autore vivente di culto in Francia, che ha scritto una costellazione di esistenze apparentemente minori ma che una lingua pazzesca rende capolavori. E poi c’è Candore, di Mario Desiati, romanzo che ha richiesto anni per essere scritto e che sembra scritto in un attimo tanto è bello e ossessivo e poetico.

Matteo Nucci

Innanzitutto il quartetto di Alessandria (1957-60). Capolavoro assoluto di Lawrence Durrell che Einaudi sta ripubblicando. E meno male perché incomprensibile è la sua assenza in libreria. I primi due volumi sono tornati in nuove edizioni (Justine, traduzione di Silvano Sabbadini e Balthazar, traduzione di Giuseppe Sertoli). Gli altri due (Mountolive e Clea) sono introvabili anche all’usato. Un delitto contro il godimento della lettura. Tutt’altro genere di godimento lo ha portato BigSur con Warlock di Oakley Hall (1958) nella superba traduzione di Tommaso Pincio. L’Iliade western, l’epica totale delle inesauribili sfide morali. La più bella sfida al lettore tra i libri originali del 2016 arriva invece da Roberto Calasso. Il cacciatore celeste è un altro strepitoso tassello (precisamente l’ottavo e uno dei migliori) di un lavoro in corso in cui saggio, mito, romanzo, filosofia e storia si fondono nell’opera suprema di uno dei migliori scrittori dei nostri tempi.
(Ghost track: nell’anno del Nobel a Dylan l’infinito godimento letterario dell’autobiografia di Bruce Springsteen: Born to Run – traduzione di Michele Piumini, Mondadori)

Elena Stancanelli

Louise Erdrich, di cui Feltrinelli ha pubblicato la trilogia ambientata in una riserva indiana del Nord Dakota. Ultimo LaRose, ma più potenti ancora La casa tonda e Il giorno dei colombi (tutti tradotti da Vincenzo Mantovani).
Edna O’Brien, irlandese, magnifica, autrice di moltissimi romanzi a partire da Ragazze di campagna (traduzione di Cosetta Cavallante, Elliot) e di una raccolta di racconti uscita quest’anno per Einaudi Stile Libero. In Oggetto d’amore (traduzione di Giovanna Granato) c’è tutto quello che desideriamo da un libro e anche quello che non immaginavamo. Sublime.
Ben Lerner, anche se Nel mondo a venire (traduzione di Martina Testa, Sellerio) è uscito nel 2015, lo metto nella lista perché è una scoperta. Mi pare un autore eccellente, divertente e paranoico, di cui non si è parlato abbastanza. E aggiungo Un uomo di passaggio (traduzione di Laura Prandino, Neri Pozza), sempre Ben Lerner, sempre eccellente.

Fabio Stassi

La vegeteriana di Han Kang (traduzione di Milena Zemira Ciccimarra, Adelphi) e Un bene al mondo di Andrea Bajani (Einaudi), perché esplorano le zone del dolore e dello sconforto, le ferite della comprensione e dello stupore, e Il punto cieco di Javier Cercas (traduzione di Bruno Arpaia, Guanda), per la riflessione sulla propria opera e sulla storia della letteratura e per questa definizione di romanzo: “è un genere che si prefigge di proteggere le domande dalle risposte”.

Raffaele Alberto Ventura

Valerio Mattioli, Superonda (Baldini e Castoldi). Attraverso il prisma della musica (da Morricone a Battiato, da Mario Schifano al Piper) Valerio Mattioli racconta vent’anni di cultura italiana quando la cultura italiana era una strana incredibile avanguardia popolare in cui convergevano alto e basso, creatività e tecnologia, gioia e rivoluzione. Una summa che però si legge, “ehm” (cit.), come una conversazione al bar.
Chester Brown, Mary Wept Over the Feet of Jesus (Drawn and Quarterly). Dopo avere dedicato un libro intero alla sua propensione a fare sesso soltanto con prostitute, il fumettista canadese (cristiano protestante) indaga l’annosa questione nell’Antico e Nuovo Testamento. Restando sempre fedele alla lettera biblica e illustrandola nella maniera più scarna possibile, Brown restituisce alcune celebri storie e parabole nella loro irriducibile ambiguità. E offre un’ipotesi teologica dirompente: “Dio non considera le proprie leggi come assolute”.
Stefano MassiniQualcosa sui Lehman (Mondadori). Saga familiare, poema epico, opera da tre fantastiliardi di dollari, carillon di trovate brillantissime, grande-romanzo-americano™, farsa apocalittica, liste liste liste, grande tragedia del capitalismo. Il drammaturgo Stefano Massini riscrive e amplia la sua Lehman Trilogy, che già nel 2014 era più bella da leggere che da guardare a teatro. Raccomandazione per adattamenti futuri: meno Ronconi, più Baz Luhrmann.

Giuseppe Zucco

Allora, due libri nuovi e un classico. Il primo parla di arte della falconeria, addestramento di rapaci e di come tenere a bada un dolore insopportabile. Io e Mabel, di Helen Macdonald (traduzione di Anna Rusconi, Einaudi), rivela cos’è la natura, e come noi ne facciamo parte, e com’è possibile iscrivere il nostro respiro in un respiro più ampio, che ci sovrasta, ci precede e ci comprende. Il secondo parla di deserti americani, città fantasma, laghi fossili, cimiteri di aeroplani. Absolutely nothing, di Giorgio Vasta, insegna che l’amore è tutto quanto c’è, e che ogni cosa, nel pullulare fitto dei suoi atomi roventi, rivela ciò che più ci manca e ci costituisce. Il terzo parla di un ragazzo che fa un viaggio lì dove la Statua della Libertà impugna una spada invece di una fiaccola. America, di Franz Kafka (traduzione di G. Agabio, Garzanti), dimostra che, nonostante le incredibili avversità cui andremo incontro, è possibile essere buoni, e riordinare con gesti minuti il mondo che ci tocca in sorte, e arrivare in un posto in cui «tutti sono i benvenuti». Questo è un augurio.

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