Licio Gelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/licio-gelli/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 16:02:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Licio Gelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/licio-gelli/ 32 32 Vera e Franca https://minimaetmoralia.it/interviste/vera-e-franca/ https://minimaetmoralia.it/interviste/vera-e-franca/#comments Wed, 12 Oct 2016 06:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32252 Vera Vigevani è in Italia per una serie di conferenze e incontri: a Roma, il 19 ottobre presso la Fondazione Basso, presenterà il libro Il Carro della vita. Qui e qui gli altri pezzi pubblicati su minima&moralia dedicati alla questione argentina.

La voce di Vera Vigevani, milanese classe 1928, è dolce, decisa e squillante come se fosse animata dalla gioventù coraggiosa di sua figlia, Franca Jarach. Nel 1939 Vera fu costretta dalle leggi razziali ad abbandonare insieme ai genitori l'Italia destinazione Argentina: «Ho compiuto undici anni sulla nave – racconta – . Ero una bambina, ma quelle cose non si dimenticano come quando mi hanno cacciata da scuola in quanto ebrea. È stata la prima ingiustizia che ho conosciuto nella mia vita. Poco più piccola mio padre, che mi aveva spiegato cosa volesse dire fare l'avvocato, mi portò davanti alla facciata del tribunale cittadino e mi parlò della giustizia. Ho sempre creduto fosse una cosa meravigliosa».

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Vera Vigevani è in Italia per una serie di conferenze e incontri: a Roma, il 19 ottobre presso la Fondazione Basso, presenterà il libro Il Carro della vita. Qui e qui gli altri pezzi pubblicati su minima&moralia dedicati alla questione argentina.

La voce di Vera Vigevani, milanese classe 1928, è dolce, decisa e squillante come se fosse animata dalla gioventù coraggiosa di sua figlia, Franca Jarach. Nel 1939 Vera fu costretta dalle leggi razziali ad abbandonare insieme ai genitori l’Italia destinazione Argentina: «Ho compiuto undici anni sulla nave – racconta – . Ero una bambina, ma quelle cose non si dimenticano come quando mi hanno cacciata da scuola in quanto ebrea. È stata la prima ingiustizia che ho conosciuto nella mia vita. Poco più piccola mio padre, che mi aveva spiegato cosa volesse dire fare l’avvocato, mi portò davanti alla facciata del tribunale cittadino e mi parlò della giustizia. Ho sempre creduto fosse una cosa meravigliosa».

Vera, donna colta e determinata che ha lavorato per quarant’anni nella redazione cultura dell’Ansa a Buenos Aires, personifica il Novecento con i suoi drammi e l’esigenza di testimoniare. Sua figlia Franca, vittima della dittatura civico militare argentina, scomparve a diciott’anni il 25 giugno 1976 e di lei non si seppe più nulla fino a pochi anni fa, quando una donna, Marta Alvarez, sopravvissuta al campo di concentramento dell’Escuela de Mecanica de la Armada, le ha raccontato tutto grazie alle ricerche straordinarie delle squadre di antropologi forensi argentini. Franca aveva aderito alla sinistra peronista, che poi si oppose alla dittatura: studentessa dell’ultimo anno delle secondarie, si iscrisse alla Unión de Estudiantes Secundarios (Ues); in seguito dopo la maturità conseguita volle provare il mestiere di grafica e militò nella Juventud Trabajadora Peronista (Jtp).

Alvarez era incinta quando fu arrestata e, come accadde ad altre detenute, il figlio nacque durante la prigionia. Ma fu affidato, tre mesi dopo il parto, alla nonna, mentre nella maggior parte dei casi i bambini vennero strappati alle rispettive famiglie. All’Esma visse tutto l’orrore del Salone delle feste del Casino de Oficiales (la casa degli ufficiali), trasformato nel quartier generale dei militari che in quello stesso edificio vivevano e torturavano. «Verso Marta Alvarez nutro una grande riconoscenza, perché grazie a lei ho scoperto il destino di mia figlia – dice Vera –. Non c’è niente di peggio del non sapere nulla. La maggior parte delle famiglie dei desaparecidos ancora non sanno. Dopo molti anni è stata brava, ha cominciato ad andare dagli antropologi forensi e prosegue a collaborare. A un certo punto ho potuto prendere contatto con lei attraverso gli antropologi e dunque mi ha raccontato la verità. Mia figlia è durata meno di un mese nella prigione dell’Esma, vittima poi dei voli della morte».

A Vera Vigevani, che appartiene al movimento delle Madres de Plaza de Mayo fin dai primi mesi della sua fondazione e ha successivamente aderito alla Linea Fundadora, piace definirsi una militante della memoria. E anche in Italia ha svolto questo prezioso lavoro di ricostruzione storica sulla sorte del nonno Ettore Camerino che restò in Italia, fu deportato e morì ad Auschwitz.

È notizia di pochi giorni fa il ritrovamento del centoventunesimo figlio di desaparecidos, Maximiliano, che dopo quarant’anni ha potuto abbracciare la famiglia biologica, a casa della sorella della madre, Alba Lanzillotto, da sempre impegnata nell’associazione delle Madres de Plaza de Mayo. Alla conferenza stampa ha partecipato il fratello Ramiro Menna, che era stato affidato a un’altra sorella, Quela. Ana Maria fu arrestata all’ottavo mese di gravidanza insieme al compagno Domenico Mena, emigrato alla tenerissima età di cinque anni da Chieti. Mena, guevarista, soprannominato el Gringo, è stato uno dei fondatori dell’Esercito rivoluzionario del popolo decimato dopo il golpe del ’76. In seguito a una probabile delazione finì arrestato insieme a tutto il vertice dell’organizzazione e deportato nel campo di concentramento dentro alla base militare Campo de Mayo, situata vicino al luogo del fermo.

Lo scorso lunedì la Commissione Nazionale per l’identità (Conadi) ha comunicato all’interessato gli esiti dei test genetici ai quali aveva accettato di sottoporsi tre mesi fa, donando un campione del proprio sangue al Banco Nacional de Datos Genéticos, dopo essere stato avvicinato. I dubbi e l’indagine si sono mossi dal certificato di nascita falso, vergato dalla dottoressa Juana Franicevich, la cui firma era già apparsa in altri due casi di ritrovamenti. Lui ha mandato un messaggio WhatsApp alla zia ritrovata, rompendo il ghiaccio, e ha già avuto un confronto difficile con i genitori che si professavano come i suoi naturali. «La sua vita è stata investita da una bufera, perché mai aveva sospettato di essere figlio di desaparecidos. A me, nel giro di quattro giorni, si è rivelato ciò che ho cercato per quarant’anni», ha dichiarato Alba.

È una storia tutta da scrivere come centinaia di altre e, come sottolinea Vigevani, il tempo stringe.

Vera, in che modo si può essere madre di una ragazza desaparecida?

«L’immaginazione è utile a tante cose. Nella mia vita serve ad avere un confronto di idee, di pensieri con Franca. Penso a quello che lei avrebbe detto, alle decisioni che avrebbe assunto in determinate situazioni. È una specie di dialogo immaginario. Conoscendola a fondo posso stabilire uno scambio che in realtà è con me stessa. Non è facile capirlo, però questo esiste in tante situazioni della vita. Ho sempre lavorato nella stanza di Franca, è l’ambito dove spesso ho svolto le mie giornate, dove sono cresciuta, ho imparato e cercato di dare qualcosa agli altri. Nella stanza c’è una fotografia di Franca, scattata dal suo secondo fidanzato poco prima del sequestro, meno male che ne ha avuti. Ha un sorriso dolce che la rappresenta. Non puoi colmare l’assenza, ma di fatto sono una madre. Con le Madres de Plaza de Mayo abbiamo vissuto la realtà di una maternità ampliata, collettiva. C’è stata una crescita particolare insieme alle altre madri con quello che con l’andare degli anni è accaduto a noi stesse. Prima abbiamo cercato di salvare i nostri figli, poi siamo diventate, e questo ci ha portato ai giorni nostri, una specie di forza morale, etica dentro alla società e al paese».

La passione per la politica e l’impegno sociale le furono trasmesse dalla famiglia o erano inevitabili nell’Argentina degli Anni Settanta?

«Franca, nipotina di avvocati, ha ereditato dalla famiglia il senso della giustizia. Ha ascoltato fin da piccola le storie di persecuzione che avevano già segnato la nostra vicenda familiare. Lei, figlia unica, bravissima, sveglia, piena di attenzione ha condiviso molto della mia vita insieme al padre Jorge Jarach: le nostre passioni per il cinema, il teatro, la letteratura e la montagna. Buona parte di quel che Franca era e desiderava diventare, dare al prossimo, alla società argentina derivava dal contesto familiare. Per il resto fu tutto merito del suo impegno e delle circostanze di quella gioventù animata dall’ideale di giustizia sociale e dunque dalla necessità dell’eguaglianza».

A che cosa sognava di dedicarsi?

«Lei in particolare, avendo finito la scuola secondaria, aveva scelto di formarsi nel corso che chiameremmo di Scienze dell’educazione. Considerava l’impegno scolastico alla base della trasformazione della società. Non poté cominciare gli studi».

Lei conserva le pagelle di Franca. C’è una curiosità: aveva dieci in tutte le materie, mentre l’unica voce insufficiente risultava la condotta. Perché?

«La sua scuola, il Colegio Nacional de Buenos Aires, è particolare, dipende dall’università che nella sua storia è stata molto politicizzata. A Roma potremmo paragonarla con il Liceo Tasso da dove sono usciti scienziati, politici. A partire dai tredici anni, l’età in cui è entrata al Colegio, ha partecipato alla vita politica della scuola, fu subito eletta delegata della sua classe al Centro degli studenti. Tutti hanno sentito l’influenza della gioventù impegnata su scala mondiale. La scuola secondaria argentina ha la tradizione dei Centri degli studenti che ne caratterizzano la vita interna, in quegli anni più che mai. In Argentina, quando si insediò la dittatura civico militare, tutto ciò si trasformò in una specie di militanza. Lei aveva una coscienza molto critica, priva di fanatismi, quello che auspico nei ragazzi lo possedeva in forma naturale. È stata presa di mira dalle autorità, dunque in condotta era mala, cattiva in virtù del suo impegno. I dirigenti scolastici ormai erano appartenenti, espressione del clima che condusse alla dittatura. Oltre cento studenti del Colegio finirono desaparecidos. Oggi nella scuola c’è un murale che ritrae Franca. Il disegno è collocato tra due premi Nobel e il presidente Pellegrini ex studenti. Sarà il suo Colegio per sempre».

Dove si diplomò Franca?

«Quando cominciarono le repressioni anche nella scuola mantenne i propri impegni, prese parte per esempio a una occupazione della scuola per difendere il suo Preside allontanato e a un’assemblea proibita in quell’epoca. Quindici ragazzi tra cui mia figlia di conseguenza furono espulsi in pieno regime militare e poi riammessi per iniziativa dei genitori. Lei non volle tornare in quel clima di repressione e dette come privatista i suoi esami in un’altra scuola».

Qual è il ricordo delle prime ore dalla sparizione?

«Sono stati momenti di grandissima paura. Dal 25 giugno 1976 tutte le nostre iniziative furono rapidissime. C’erano il desiderio di salvarla e la viscerale necessità di sapere. Le paure erano sempre più crescenti, perché si cominciava a capire cosa stesse accadendo alle persone sequestrate. Eravamo terrorizzati mio marito, io e i tanti amici che erano con noi. Poco prima avevamo proposto a Franca di trasferirsi in Italia per un periodo. Purtroppo tutto questo non è successo. La sentimmo per l’ultima volta al telefono, quindici giorni dopo la scomparsa. La fecero chiamare dalla cabina appositamente costruita dentro all’Escuela de Mecanica de la Armada e registrammo la conversazione. Sul momento fu un sollievo. Vent’anni dopo ho saputo che Franca era durata meno di un mese all’Esma. A luglio entrarono centinaia di prigionieri in quel luogo, e avevano bisogno di spazio. Mio marito è morto nel 1991 senza avere notizia certa sulla sorte della figlia. Con i voli della morte la dittatura civico militare ha sperato di cancellare non solo le persone ma le storie, che non ci fosse maniera di sapere nulla. Non hanno ottenuto il risultato che desideravano. C’è un gesto emblematico che amiamo fare: posare fiori nel Rio de la Plata ripetendo la frase: Trentamil companeros desaparecidos presente ahora y siempre».

Corrisponde al vero che nessuna Ambasciata europea riuscì a trarre in salvo i propri connazionali rapiti?

«Posso dire con certezza che c’è stato un paese, la Svezia, che si è impegnato fortissimamente seppure fosse un solo caso di sparizione, una ragazza diciassettenne che si chiamava Dagmar Hagelin. Il padre si è mosso, il paese l’ha sostenuto insieme alla rappresentanza diplomatica ma purtroppo era già morta. Però hanno cercato di farlo. Tutte le Ambasciate avrebbero dovuto muoversi e disubbidire. Con l’ambasciatore Enrico Carrara, quella italiana è stata connivente e complice».

Bernardino Osio, primo consigliere dell’ambasciata italiana a Buenos Aires dal marzo 1975 al marzo 1978, ha raccontato del senso di impotenza, dell’assenza di risposte da parte delle autorità argentine alla richiesta di notizie dopo le denunce di sparizione. Aggiungendo: «A differenza del Cile il governo italiano non si è mai commosso eccessivamente di quanto succedeva in Argentina, il primo passo ufficiale risale solo al 1979».

«Traduco la risposta in termini presenti e al futuro, perché il nostro impegno come organismi per la tutela dei diritti umani è sempre stato contrassegnato da tre mete: sapere la verità, avere la giustizia e conservare la memoria. Io ne ho una quarta Nunca mas il silenzio. Se vogliamo che non tornino ad accadere queste storie mai più il silenzio che abbiamo patito noi, ma non solo. Ancora oggi la stampa, la diplomazia, i paesi e i rispettivi governi mantengono silenzi colpevoli mentre si consumano le tragedie, dando corso ai propri interessi e non alla solidarietà. Questo Nunca mas vuol dire non essere mai indifferenti, soprattutto se con la conoscenza della storia si intravedono sintomi di ripetizione dei fatti. Muoversi in tempo perché dai prolegomeni non si giunga alla realizzazione delle persecuzioni e dei genocidi».

Quale effetto ebbe il vostro incontro con il Presidente Sandro Pertini?

«Pertini è stato per noi un balsamo, perché ha esternato la propria indignazione. Questa era la sua parola, indignato per quanto stava accadendo in Argentina. Prima, allo stesso tempo e dopo per anni abbiamo avuto il silenzio dell’ambasciata però ci sono anche i giusti, quelli che salvano vite mettendo a rischio la propria».

Si riferisce a Enrico Calamai?

«Sì, lì abbiamo avuto un giovane console italiano, che è riuscito a salvare molte persone. Non i desaparecidos ma quelli che erano in pericolo e con grande facilità potevano essere presi e ammazzati. In ogni persona c’è questa possibilità di agire con solidarietà o negativamente. Nel silenzio c’è la paura ma anche la connivenza e la complicità, due realtà sempre esistite. Mi piace pensare al Comune di Nonantola, a Villa Emma e ai suoi Giusti che salvarono dall’Olocausto molte giovani vite».

Le chiedo della figura controversa del nunzio apostolico in Argentina, Pio Laghi.

«Ah, be’ vuole che le dica proprio tutto di Laghi. L’abbiamo conosciuto bene. Cercavamo di parlare all’Ambasciata con Enrico Carrara, che chiuse le porte in faccia agli italiani che chiedevano notizie sui propri congiunti. Lui invece ci riceveva. Mi batteva le mani sulle spalle e pronunciava parole di compassione. Ma noi avevamo bisogno dell’azione. Questo è stato Pio Laghi. Ci sono stati anche degli episodi sgradevoli nei quali diceva: “Va be’ allora se l’hanno presa probabilmente non è più viva”. Cose brutte mentre sapevamo che giocava a tennis con l’ammiraglio Massera. Avrebbe potuto chiedere per qualcuno, fare qualcosa e non l’ha fatto. Su questo sì che siamo sicuri, l’abbiamo vissuto. C’erano però due chiese, quella del Terzo mondo che ci è stata vicina, e ha avuto tante vittime, quella è stata dalla nostra parte. E poi c’è stata questa delle alte gerarchie che non sempre ci ha accompagnato».

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In che modo si è intrecciata la professione giornalistica con il dramma personale?

«Nei primi anni ho cercato di approfittare della possibilità derivante dai miei contatti. Era la cosa più facile. Cercavo appoggi. E poi all’Ansa usavamo, questa è una pagina che non si conosce tanto, come nei paesi occupati durante la seconda guerra mondiale delle forme di resistenza proprie dell’informazione. C’è stato il teatro che ha fatto delle cose favolose. Tutte le settimane il teatro abierto, denunciavano dalla scena. E c’era anche la stampa clandestina: un’agenzia di notizie, denominata Ancora, che noi ricevevamo e con cui eravamo in contatto. Da questa redazione arrivavano le notizie. Tentavamo di trasmetterle, ma nessuno le pubblicava nel mondo salvo Le Monde in Francia».

E i giornali italiani?

«In Italia il Corriere della sera durante quegli anni era sotto l’influenza di Gelli e della P2. L’Ansa passava al giornale qualche notizia, ma non venivano pubblicate. E questo lo osservavamo. A un certo punto Giangiacomo Foà, che era il corrispondente del Corriere della sera, è riuscito finalmente il 31 ottobre 1982, essendo cambiata la direzione del giornale, a pubblicare una prima lista degli italiani, dei 297 figli di italiani scomparsi durante la dittatura con il commento: “Per mesi, anzi per anni, le schede degli italiani desaparecidos sono rimaste chiuse nella cassaforte dell’Ambasciata a Buenos Aires”. Questo è stato un fatto importante perché è lì che si è infranto il silenzio. Dopo i giornali hanno cominciato a scriverne, perché naturalmente lo fa un giornale e lo seguono tutti».

Durante la sua testimonianza al Tribunale di Roma, nell’udienza del 9 novembre 2006 al Processo Esma poi concluso con le condanne di cinque gerarchi militari ad altrettanti ergastoli, l’avvocato Maniga le chiese: «Quale le risulta che fosse l’atteggiamento dei militari argentini durante la dittatura nei confronti degli aderenti alla sua religione?».

«Non fu sicuramente il motivo dei sequestri. La ragione era politica per i sospettati di essere oppositori del regime. C’è stata però una percentuale di ebrei vittime molto più alta rispetto alla proporzione generale della presenza ebraica nella società argentina. Sui trentamila desaparecidos si calcola che circa 1800 siano stati ebrei. Questo non dice molto, ma denota un certo antisemitismo seppure non apertamente dichiarato. Nelle forze armate, nella polizia e in chi dirigeva nel complesso la macchina repressiva si palesò una dose di antisemitismo. Molte testimonianze dei sopravvissuti fanno riferimento alle stanze degli interrogatori e della tortura dove spiccavano ritratti di Adolf Hitler».

È possibile tratteggiare una sintesi del ruolo della giustizia italiana nel processo di verità, giustizia e memoria?

«Il ruolo della giustizia italiana per noi è stato importantissimo, perché abbiamo potuto celebrare i processi quando in Argentina non era ancora possibile. Siamo intervenuti come testimoni: finalmente abbiamo potuto dire qualche cosa. Poi però è stato dirimente essere testimoni a Buenos Aires».

Lo scorso 27 maggio nel tribunale di Buenos Aires è stata emessa l’importante sentenza Condor. Per la prima volta un organo di giustizia ha provato l’associazione illecita transnazionale. Trentotto mesi di udienze, 222 testimoni. E c’è stata un’altra sentenza di portata storica, la Megacausa Perla: il giudizio più vasto per i delitti di lesa umanità nel Paese.

«La sentenza del Processo Condor è fondamentale. È una cosa interessante non solo sotto l’aspetto giudiziario. Spesso ho pensato che in America Latina è come se i diversi paesi si contagiassero uno con l’altro in certi periodi. È come se in tempi brevi tutto funzionasse in maniera simile. Condor dimostra che diversi paesi commettevano gli stessi crimini di lesa umanità, e ci sono responsabilità condivise. La causa Perla ha riguardato uno dei campi di concentramento più grandi, quello di Cordoba. Il processo Esma procede invece a rilento. Ma ci siamo battuti recentemente e speriamo che accelerino. Le più giovani tra noi hanno superato appena gli ottanta anni, io ne ho 88. Alcune arrivano a novanta, novantatré anni. A un certo punto non ci saremo più».

Qual è la dinamica tra le due associazioni che rappresentano le Madres de Plaza de Mayo?

«La divisione che si è consumata dopo vari anni, determinata da fatti precisi, continuerà a esserci, perché abbiamo presupposti diversi. La Linea Fundadora cerca di basarsi sull’imparzialità e sull’indipendenza massima possibile dalla politica. Certo non ci si può astenere dal partecipare e dal prendere delle posizioni, però abbiamo cercato di restare più indipendenti possibile. Esistono differenze sostanziali, ma c’è il rispetto. Tutte abbiamo sentito e patito il dolore. La sfida comune è quella della partecipazione democratica, pensando non solamente alle lotte dei nostri figli o alle nostre idee. I giovani non possono essere disposti a ottenere un lavoro in cambio della perdita delle conquiste sociali maturate nei decenni precedenti. Sono sempre un’ottimista incorreggibile come dicono i miei amici e ritengo che non si possa accettare di perdere tutto in così breve tempo. La democrazia ci permette di non sottometterci a questi cambiamenti».

Si aspettava la vittoria di Mauricio Macri?

«È stato uno tsunami, un insieme vertiginoso di decisioni che pregiudicano soprattutto la condizione della classe cosiddetta media. Una velocità impressionante. Siccome lo abbiamo vissuto questo modello economico, lo conosciamo come il contesto che ci circonda, siamo preoccupati. In Argentina almeno tre volte abbiamo vissuto queste politiche e non ci è andata mai bene».

In un’intervista a Buzzfeed Macri ha dichiarato di non avere idea sull’esatto numero delle vittime della dittatura, da novemila a 30mila. Ed è la prima volta che viene messa in discussione questa stima (30mila). Su che cosa si fonda l’attitudine riduzionista del presidente?

«Sì, sul numero delle vittime si fa del negazionismo. Macri ha questa attitudine riduzionista. Come per la Shoah sussistono i negazionismi, e i numeri ne sono un elemento. Non è solo lui, ci sono dei movimenti negazionisti che oltrepassano la figura del governo e toccano direttamente quelle forze, quei poteri economici politici nazionali e internazionali che privilegiano i propri interessi. E nelle loro esigenze c’è anche la richiesta del nostro perdono. “Perché non vi riconciliate?”, dicono. E questo è nato soprattutto quando si è cominciato a giudicare i civili oltre ai militari. A questa linea del negazionismo rispondiamo: non perdoniamo chi non ci ha mai chiesto perdono. Non solo non l’hanno mai chiesto, ma nei processi i repressori, i responsabili del terrorismo di Stato, di un genocidio ideologico e politico rivendicano ciò che hanno fatto. Riconciliarci dunque è impossibile».

A oltre dieci mesi dall’insediamento del presidente Macri come sta evolvendo il rapporto con le associazioni per i diritti umani?

«È un momento importante e credo sia interessante saperlo. Non solamente le madri, le nonne, i familiari diretti, in Argentina sono dieci gli organismi principali per i diritti umani e molti sconosciuti che operano in tutte le regioni. I delitti coinvolsero il paese intero. Nella situazione attuale abbiamo compreso più a fondo qualcosa che immaginavamo. Siamo diventate una sorta di forza morale per cui ci devono ascoltare. E questo lo stiamo vivendo negli ultimi mesi con un governo legittimo votato dal popolo.

Per noi questo risultato elettorale con poca differenza numerica è stato inaspettato. Ma più inaspettata ancora è stata la velocità dei cambiamenti dall’economia alle politiche sui diritti umani e anche verso di noi. Dopo la prima sensazione di sgomento, di tristezza ci siamo riuniti tutti quanti. In Argentina nessuno si è fatto giustizia con le proprie mani, perché siamo stati bravi. Questo è un fatto che deve essere ricordato ed esigiamo la giustizia. Ci opponiamo a un rallentamento dell’attività giudiziaria. Ci ha ascoltato il presidente della Corte Suprema di giustizia. Non contempliamo l’impunità e crediamo che sia un male a livello internazionale perché può portare a nuovi crimini».

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Culto e potere nel Messico della NarcoGuerra https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/culto-e-potere-nel-messico-della-narcoguerra/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/culto-e-potere-nel-messico-della-narcoguerra/#comments Thu, 04 Jun 2015 14:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27162 di Fabrizio Lorusso

Pubblichiamo un estratto dal libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga di Fabrizio Lorusso.

Henry Kissinger diceva che il potere è un afrodisiaco. GiulioAndreotti, padrino della politica italiana del XX secolo, soleva ripetere che il potere logora chi non cel’ha. E ci sono persone che per averlo e mantenerlo affidano il proprio destino a forze occulte. Soprattutto in Messico, dove stregoni, maghi, guaritori, santi proibiti e rituali esoterici sono sempre stati presenti nelle cronache dei famosi e dei potenti, degli impresari, dei politici, delle stelle dello spettacolo o dei miti della televisione e del grande schermo. La tentazione di trovare favori, miracoli, successo e potere attraverso “lavori speciali”e magie affascina un po’ tutti, ma forse di più i politici.

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di Fabrizio Lorusso

Pubblichiamo un estratto  dal  libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli  della  Droga di Fabrizio Lorusso.

Henry Kissinger diceva che il potere è un afrodisiaco. Giulio Andreotti, padrino della politica italiana del XX secolo, soleva ripetere che il potere logora chi non ce l’ha. E ci sono persone che per averlo e mantenerlo affidano il proprio destino a forze occulte. Soprattutto in Messico, dove stregoni, maghi, guaritori, santi proibiti e rituali esoterici sono sempre stati presenti nelle cronache dei famosi e dei potenti, degli impresari, dei politici, delle stelle dello spettacolo o dei miti della televisione e del grande schermo. La tentazione di trovare favori, miracoli, successo e potere attraverso “lavori speciali”e magie affascina un po’ tutti, ma forse di più i politici.

L’ex governatore dello stato meridionale di Oaxaca, Ulises Ruiz, l’ex leader del sindacato nazionale degli insegnanti, Elba Esther Gordillo, che attualmente è reclusa nel penitenziario di Santa Martha Acatitla per malversazione di fondi, e il ministro della Pubblica Sicurezza del governo Calderón (2006-2012), Genaro García Luna, condividevano senza dubbio un interesse spiccato per l’esoterismo e tutte le credenze legate all’occulto. Il giornalista José GilOlmos, autore in Messico del libro Los brujos del poder (Gli stregoni del potere), ha descritto la passione di UlisesRuiz per la magia nera, la santeria cubana e il culto alla Santa Muerte: ossa, figure caraibiche, talismani e sacerdoti, sempre al suo seguito in qualità di consiglieri, lo circondano. Durante il conflitto e le proteste a oltranza degli insegnanti nel 2006 a Oaxaca, l’apparato repressivo del cinico governatore lasciò un saldo di 25 morti, decine di feriti, 7 desaparecidos, 500 arresti e 380 casi di tortura.

I flussi di speranzosi pellegrini verso la località di Catemaco, terra di stregoni e fattucchiere nell’atlantico stato di Veracruz, sono costanti e rispecchiano il sottofondo di pensiero magico e misticismo che in terra azteca hanno radici solide e profonde.Vari personaggi famosi, secondo cronache locali, avrebbero preso parte a cerimonie e cercato preziosi consigli politici o economici sulle rive della laguna di Catemaco: da Carlos Salinas, presidente dal 1988 al 1994, all’economista e politico Pedro Aspe, da CuauhtémocCárdenas, ex candidato delle sinistre nel 1988, ad Andrés Manuel López Obrador, candidato progressista alla presidenza nel 2006 e 2012, da Marta Sahagún, moglie dell’ex presidente Fox, al conduttore televisivo Raúl Velasco. Tutti interessati a intercettare le vibrazioni cosmiche quanto i consensi delle masse.

Secondo gli stregoni, la magia nera o bianca è in cima alla classifica delle richieste dei governanti. Anche la figura della Santa Muerte, la Parca scheletrica che in Messico è oggetto di culto e venerazione da parte di milioni di devoti, è utilizzata, insieme ad altri santi popolari e altre icone devozionali, per provare a esaudire sogni di gloria e piani politici. Molti santoni eseguono lavori con la Santissima Muerte, anche se in realtà l’essenza del suo culto è un’altra. Infatti, si tratta di una devozione popolare alla morte che da secoli è praticata in Messico clandestinamente e solo dall’inizio del nuovo millennio s’è diffusa esponenzialmente nonostante l’opposizione della Chiesa.

Oggi i simpatizzanti e i praticanti del culto sono stimati tra i 5 e i 10 milioni in tutto il mondo, e, in effetti, non sono molti i punti di contatto con la stregoneria e la magia. Queste sono pratiche, non culti, e si utilizzano per modificare la realtà esterna, per ottenere effetti desiderati attraverso evocazioni, rituali, formule e con la forza di volontà. La Santa Muerte s’identifica con una divinità o ente, la morte, raffigurata dall’immagine medievale scarnificata che portarono gli spagnoli e le congregazioni cattoliche in America durante la conquista. La spada e la croce. E la Muerte. La Grande Falciatrice ossuta con la roncola e il mondo tra le mani assomiglia alle famose Catrinas del disegnatore messicano José Guadalupe Posadas, ma in realtà è un’altra cosa. Nella sua versione santificata la chiamano Niña Blanca, Bonita o Flaquita.

Lo studioso di religioni Stefano Bigliardi,specializzato nel concetto di miracolo, ha approfondito in Messico la conoscenza del culto della Santissima Muerte e ha sottolineato la differenza tra la categoria dei milagros, cioè eventi di tipo sovrannaturale e straordinario, e quella dei paros, più adatta a descrivere il tipo di favori che concede la Santa Muerte, a detta dei devoti. La Niña Blanca “fa i paros”, ovvero protegge, blocca la mala-vibra e la sfortuna, ti aiuta a trovare lavoro, salute, amore e denaro, a non essere rapinato, a eludere una fine violenta, a sconfiggere i tuoi nemici e a scansare i pericoli e le incertezze. Insomma, paro è un termine colloquiale messicano, riferibile anche all’infarto, cioè al paro cardiaco, ed è una voce del verbo parar che significa “fermare”, per cui la Santa evita, para o ferma il verificarsi di situazioni pericolose e attacchi contro i suoi accoliti, più che manifestarsi al di fuori delle leggi della natura.

Il cantante popolare messicano BetoQuintanilla, el mero león del corrido,cioè il leone del genere musicale dei corridos, diceva nella sua canzone dedicata alla magrolina o Flaquita: 

Sono già in milioni a pregare per Lei, la Chiesa comincia a tremare/ apertamente ormai ci sono preti che la iniziano ad adorare/ mafiosi e uomini della legge se la cominciano a tatuare/ anche politici e dirigenti le fanno l’altare.

In fondo i corridos raccontano la realtà, i bassifondi e la cultura popolare meglio di qualunque altra espressione artistica o giornalistica, e il potere, a volte, unisce il sacro e il profano,lo spirito e la carne.

Ogni culto ha degli aspetti exoterici, esteriori, ma anche esoterici, cioè occulti e misteriosi. Sono exoterici i rosari per la strada dedicati alla Niña Blanca o la venerazione aperta del popolo per altri santi non canonici come il guaritore NiñoFidencio, Pancho Villa o Juan Soldado. Sono esoteriche le formule che uno stregone o un brujomexicano usa per legare eternamente a noi la persona amata o i rituali d’iniziazione di una setta, per esempio. 

Storicamente la politica, nella sua accezione di esercizio del potere, ha mostrato una certa attrazione per l’esoterismo e ciò che è segreto e occulto. La vicinanza della medium personale della moglie di Abraham Lincoln e dell’astrologa di Nancy Reagan, Joan Quigley, con i loro rispettivi mariti presidenti fu emblematica, così come l’ascesa della Skull and Bones, la società segreta più influente d’America, grazie all’adesione di Bush padre e figlio. In Italia, Letizia Moratti, ex ministra dell’Istruzione e sindaco di Milano dal 2006 al 2011, altresì nota come “la Thatcher italiana”, si avvalse dei servizi di un celebre sensitivo che avrebbe addirittura influito sulla formazione del consiglio comunale. Silvio Berlusconi è senza dubbio conosciuto all’estero e in Italia per la sua vita eccentrica. La rivista L’Espresso ha mostrato che la sua villa in Sardegna s’ispira a una simbologia erotico-esoterica, forse perché l’imprenditore e politico appartenne alla loggia massonica Propaganda due o p2, poi dichiarata illegale e sovversiva dal Parlamento nel 1982. Il Venerabile Maestro e fondatore della loggia, Licio Gelli, strinse vincoli importanti col generale argentino Emilio Eduardo Massera, membro di spicco della giunta militare che instaurò un regime dittatoriale, responsabile di centinaia di morti e 30.000desaparecidos tra il 1976 e il 1983, nel Paese sudamericano.

In Argentina, vi furono simbiosi interessanti e inquietanti tra culto e potere. Negli anni Settanta, José López Rega, stregone influente tra i collaboratori storici del presidente Juan Domingo Perón, era il contatto argentino della p2 e arrivò a ricoprire la carica di ministro del Benessere Sociale. Mabel Camera fu la pitonessa del “presidente della crisi finanziaria”, Fernando de la Rúa, mentre negli anni Novanta il capo di stato populista Carlos Menem aveva alla sua corte una chiaroveggente personale. Anche in Africa la stregoneria non è solo un’eredità ancestrale o di tipo tribale, quanto piuttosto un elemento integrante della vita politica e del sistema capitalista, esportato dagli europei all’epoca delle colonizzazioni e in seguito mantenuto senza troppi cambiamenti sostanziali: sono tanti i governanti che si servono della divinazione, della magia o della stregoneria per vincere elezioni e guadagnare potere, per indovinare le mosse giuste in campagna elettorale o durante una crisi interna.

Senza dubbio l’America deve molto al continente nero in termini religiosi, data la presenza molto forte di tradizioni africane come la santeria, il vudù, il candomblé e il palo mayombe, soprattutto nei Caraibi e in Brasile. Queste, così come il culto alla Santa Muerte e la stregoneria, non si relazionano necessariamente alla magia nera o a influssi spirituali negativi, anzi. Ma tutto dipende da chi e come le utilizzano e per quale scopo.

In Messico, all’epoca del presidente conservatore Vicente Fox (2000-2006), Genaro García Luna era a capo dell’oggi soppressa Agenzia Federal de Investigaciones (AFI) e aveva una statua della Flaquita nel suo ufficio. In seguito, il presidente Felipe Calderón (2006-2012) lo nominò ministro della Pubblica Sicurezza. A quanto pare, García Luna a un certo punto sostituì la tipica figura della Santa Muerte, la Parca scheletrica con la falce e il saio da francescano, con quella dell’Angelo della Morte, o Ángel de la Muerte, proprio secondo quanto andava raccomandando ai fedeli l’autonominato arcivescovo della Santa Muerte, padre David Romo. Si tratta di un personaggio controverso, oggi in carcere condannato a dodici anni per frode elettorale e a sessantasei per partecipazione a banda organizzata a scopo di rapimento, furto ed estorsione.

Per anni Romo tentò senza successo di trasformare il culto spontaneo e orizzontale alla Santa Muerte in una specie di religione, dotata di un’istituzione verticale, una dottrina ufficiale, dei sacerdoti, dei diaconi e cerimonie ben definite. Nel 2005 il ministero degli Interni messicani tolse il riconoscimento legale alla sua Chiesa Santa Cattolica Apostolica Tradizionale Messico-StatiUniti o, più brevemente, Iscat Mex-Usa, ma l’attività del padre continuò fino al suo arresto nel 2011. La modella e attrice messicana Carmen Campuzano è anch’essa devota della Santa Muerte, che l’avrebbe aiutata, temporaneamente, a uscire dai suoi gravi problemi di dipendenza dalle droghe. Il giornalista José GilOlmos racconta che anche la mitica attrice dell’era dorata del cinema messicano, MaríaFélix, la venerava. E così pure la cantante e attrice cubano-messicana Niurka Marcos e il suo ex compagno, l’attore di telenovele Boby Larios, i quali nel 2004 si sposarono giurando fedeltà proprio di fronte alla Chiesa di padre Romo.

Comunque sia, la Santa Muerte raccoglie consensi e devoti in paesi lontani dal Messico e“insospettabili”: dalla Germania alla Spagna, dall’Italia alla Danimarca, dal Giappone agli angoli più impensabili dell’America centrale, meridionale e settentrionale, la migrazione, il turismo e internet hanno contribuito alla sua rapida diffusione e massificazione. Le gerarchie ecclesiastiche combattono l’espansione di questa devozione che, malgrado tutto, pare inarrestabile e autonoma rispetto a istituzioni e sacerdoti. Nel mercato di Sonora a Città del Messico, noto per l’immensa varietà dei prodotti esotici, esoterici e curiosi che vi si vendono, il merchandising legato alla Niña Bonita è superato solo da quello della Madonna di Guadalupe, la santa patrona nazionale. Non hanno funzionato in passato i tentativi del Vaticano di “liberare dal diavolo” i devoti della Flaca, né altre strategie contro la Santa Muerte come le minacce di scomunica, la “semina” di altari del santo cattolico rivale, san Giuda Taddeo, o l’assoldamento di esorcisti specializzati nella capitale. Il fatto è che non c’è nessun Satana da estirpare dall’anima dei cosiddetti santamuertistas. Quello che c’è è la crisi della Chiesa in America, endemica come l’emorragia di fedeli di fronte all’avanzata dei pentecostali e dei protestanti o delle multinazionali della fede come l’americana Scientology e la brasiliana Pare de Sufrir (“Smetti di soffrire” o Chiesa universale del Regno di Dio). Ciononostante,il Vaticano resta comunque al vertice di un potere religioso e temporale, globale e millenario.

Tra i potenti, includendo narcos e boss mafiosi, la religiosità è un elemento identitario e fondamentale. La connessione mediatica delinquenza-Santa Muerte è nata in seguito alla cattura nel 1998 del famigerato rapitore seriale Daniel Arizmendi López, El Mochaorejas (“Il Mozzaorecchie”), che nel suo appartamento nascondeva un altare alla Niña Blanca che poi, con il consenso delle autorità carcerarie, poté portare nella sua cella del penitenziario La Palma. Pochi media hanno parlato, però, dell’immagine della santa nazionale messicana, la Madonna di Guadalupe, che, subito dietro all’effigie della morte, occupava un posto d’onore nel suo altare casereccio. Era giocoforza creare il mito della Madonna dei delinquenti.

Nell’aprile 2001 venne arrestato Gilberto García Mena, alias “ElJune”, luogotenente del boss OsielCárdenas, l’allora capo del cartello del Golfo. Nel giardino della sua villa l’esercito trovò un bel santuario della Bambina Bianca, per cui la Santa Muerte cominciò a essere associata anche alla narco-cultura e ai signori della droga. Le operazioni militari della narcoguerra si preoccupano sempre più di distruggere gli “spazi sacri” dedicati alla Santa Muerte, soprattutto nel Nord del Paese, dove la violenza raggiunge picchi intollerabili e si punta sul colpo mediatico pur mostrare risultati.

Nel dicembre 2010, a Nuevo Laredo, in pieno territorio dei narcos Zetas, il sindaco Ramón Garza Barrios proibì ufficialmente la vendita di immagini della Santa Muerte per le strade e richiese al ministero delle Comunicazioni e i Trasporti l’eliminazione da strade e androni dei suoi altari. Nonostante le persecuzioni e le sparate mediatiche, i santi preferiti dai narcos, in realtà, sono molti più di quanto non si creda: la Madonna di Guadalupe e san Giuda sono importantissimi, così come il Robin Hood del Sinaloa Jesús Malverde, oltre alla Santissima. Secondo alcune voci, diffuse dalla stampa messicana, nel 1996 perfino il potentissimo “Señor de los Cielos”, Amado Carrillo Fuentes, capo dell’allora egemonico cartello di Juárez, avrebbe ordinato la costruzione di un piccolo santuario in suo onore, ma è indubbio che i fenomeni dei narco altari e delle narco elemosine, ossia le prebende elargite dai narcos alla Chiesa o a culti “alternativi”, abbiano coinvolto negli anni diversi tipi di istituzioni religiose, di santi e devozioni. La Muerte non è l’unica a ricevere doni e attenzioni.

La studiosa argentina Lía Dansker ha lavorato presso vari istituti correzionali per minorenni di Città del Messico e ha riscontrato come san Giuda sia il più amato tra i giovani reclusi, provenienti in gran parte dai quartieri marginali della capitale, mentre la Santa Muerte, anche se in crescita, resta al secondo posto in classifica. Entrambi i culti si inseriscono comunque su un fondo cattolico comune. Lía s’è guadagnata la fiducia dei giovani reclusi coi suoi aneddoti sul “cugino argentino” della Santa Muerte, il popolare San La Muerte, e su un’altra icona proibita ma celeberrima: il GauchitoGil. In Argentina, come espressione di devozione e lealtà nei loro confronti, non si fanno solo tatuaggi o promesse, ma si arrivano a impiantare le figurine di plastica o di resina dei santi sottopelle con un’operazione chirurgica improvvisata. Se le ferite si infettano o il corpo del fedele rigetta la statuina, il miracolo non sarà concesso; se invece l’operazione funziona, il santo accompagnerà per sempre il suo accolito nelle sue avventure.

Il misticismo e il potere si accoppiarono nella Germania nazista: una corte di maghi, astrologi e occultisti circondava Adolf Hitler. Il Führer li incluse tra le file delle SS. Il capo di quest’organizzazione militare, Heinrich Himmler, soleva ritirarsi nel suo castello di Wewelsburg per effettuare rituali iniziatici ed esoterici, mentre Hitler consultava il suo astrologo personale prima di prendere decisioni importanti. Anche il suo alleato italiano, Benito Mussolini, pare avesse trovato in Giuseppe Cambareri un consigliere esoterico di fiducia. Il misticismo nazi si basava su miti, leggende e visioni politico-religiose che giustificavano la superiorità della razza ariana e i deliri di onnipotenza dei suoi ideatori. Oggi il nazismo esoterico caratterizza, per esempio, un partito politico come Alba Dorata in Grecia e parte del neofascismo italiano. Un nazista esoterico noto in America Latina fu Miguel Serrano, diplomatico e intellettuale cileno, amico del poeta filofascista Ezra Pound e autore di Hitlerismo esoterico Adolf Hitlerl’ultimo Avatara. L’organizzazione Nuova Acropoli, fondata in Argentina dal poeta Jorge Ángel Livraga Rizzi nel 1957 e presente in Messico, Italia e una quarantina di altri paesi, è stata descritta dal Parlamento europeo nel 1984 come «gruppo fascista e paramilitare». Il giornalista argentino Alfredo Villetta ha definito la sua ideologia come un mix di elementi «esoterici, di teosofia, di orientalismo,di alchimia, astrologia e un po’ di filosofia greca». I neonazi sono usi a mischiare e ricreare tradizioni e simboli, siano essi musicali, religiosi o letterari, appropriandosi dei più adeguati alla diffusione della loro ideologia e all’avvicinamento di seguaci verso cause politiche trasformate in culti e dogmi.

Nel barrio di Tepito dicono che la Santa Muerte non «nasconde la gente cogliona, né innalza gli stronzi». È un ragionamento che non fa una piega, soprattutto quando si tratta di culto, potere, ideologia e religiosità, dato che esistono limiti all’ambizione materiale e spirituale che non andrebbero superati. Tepito è un quartiere enclave di artigiani, commercianti e sopravviventi del caos metropolitano in cui la Santissima è la patrona, «più tosta della Madonna», e «fa sgami, paros, non solo miracoli», secondo i suoi seguaci. In fin dei conti, i devoti chiedono una vita e una morte buone. Dalbarrio bravo non si scappa, ma ci si resta per imparare, perché la saggezza di quartiere può essere diretta e tagliente come una lama o star nascosta tra i vicoli e i doppi sensi sottili della parlata locale.

In Messico la Santa Muerte sta avendo un discreto successo anche tra le classi alte, ma molto più radicata è la sua venerazione tra quelle popolari, sempre più escluse dalle attenzioni di Chiesa, stato e istituzioni. Quando la morte si fa presente nella società, il suo culto si fortifica. E quando i diritti umani sfumano, la Santa Muerte prende il posto di chi dovrebbe garantirli. La Flaca è un sostegno spirituale che dà protezione, lavoro, salute, denaro e sicurezza. Nel Messico della narcoguerra sono beni scarsi, soprattutto per quei devoti silenziosi che dal potere fuggono più che cercarlo.

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Questo pezzo è stato pubblicato su Diario di giugno.

di Enrico Deaglio

La ricorderemo come “la” storia italiana del 2009; Silvio Berlusconi e Noemi Letizia hanno, insieme, una forza tragica e comica di grandissima attrazione, come raramente succede nel mondo della politica. L’uomo, un industriale milanese stereotipo, è da tempo il leader politico italiano, 72 anni, venerato da almeno la metà degli italiani. La ragazza, che ha appena compiuto diciotto anni, napoletana, bionda, aspira a una carriera nel mondo dello spettacolo e lo chiama “papi”. Il padre di lei, figura classica del presepe partenopeo, è una specie di faccendiere – impiegato comunale – invischiato con la giustizia – amministratore di edicole di giornali e profumerie – elegantone – esperto dei bassifondi della politica regionale – amministratore del futuro della figiola. Il principale quotidiano dell’opposizione svela che il premier, forzando le regole imposte per la sua sicurezza, ha cambiato i suoi programmi ufficiali per partecipare alla festa per i diciotto anni della ragazza, le ha regalato un prezioso diadema, e in precedenza l’ha invitata a feste e festini.

La ragazza conferma. La moglie del leader politico italiano, una bella signora che da anni vive separata dal marito in una villa nella Brianza, annuncia pubblicamente che ha chiesto il divorzio e fa sapere che considera la politica del marito una specie di “ciarpame”, aggiungendo un appello chi gli sta vicino: “non vedete che non sta bene?”. Il leader degli italiani compare in televisione accusando la moglie, intimandole di chiedere scusa, difendendo la purezza della sua amicizia con la famiglia napoletana. Minaccia i giornali che si occupano della sua vita privata. I sondaggi gli danno ragione: lo scandalo Noemi non ha intaccato la sua popolarità, e lui sarà in Europa il simbolo di un’Italia allegra.
Bella storia, nevvero? Bella e antica, la solita vecchia parabola. Ci sono il vecchio e la bambina; la carne tremula e vizza del vecchio che non vuole essere tale e che si riempie di pozioni, capelli finti e cipria. Il potere alla sua ultima essenza: continuare ad esistere, far finta di non essere morti, con il nutrimento di carne giovane. Dall’altra parte una bambina costretta ad essere graziosa, profumata e pettinata per i suoi incontri con il capo. In mezzo una schiera di sensali, ruffiani, riviste, spettacoli televisivi. E tutto intorno, il popolo che tifa per il suo duce, che ce l’ha sempre duro, che lavora sodo e quindi ha il diritto di divertirsi, che guarda male la moglie che sputa nel piatto in cui ha mangiato, che invidia la straordinaria opportunità che la famiglia napoletana ha avuto, di “piazzarsi”, con il tutto sommato piccolo sacrificio della piccola Noemi.

Bella storia, in cui Berlusconi è convinto di uscire vincente. E solo a tratti, come brevi incubi, scaccia con un ventaglio il lezzo di morte che entra dalle finestre. No, si rassicura: io vivrò 120 anni.

Questa vicenda mi ha ricordato un’altra storia, che si svolse in Argentina a metà del secolo scorso, sollecitato da una serie di parole in voga in Italia da quando Silvio Berlusconi ha occupato la scena pubblica: “peronismo”, “giustizialismo”, “populismo”, “piduismo”. Sono tutte parole che abbiamo preso dall’Argentina, un lontano paese in cui quasi la metà degli abitanti è di origine italiana e si riferiscono alla tragica esperienza politica di Juan Domingo Peron, colonnello dell’esercito andato al potere nel 1946, deposto nel 1955, marito del più grande mito femminile del Novecento, Evita (da cui il musical e la struggente Don’t cry for me Argentina), tornato in patria dopo diciotto anni di esilio per una breve ultima tragica stagione, imbalsamato ed esposto al pubblico insieme alla moglie, amputato delle due mani, perché le impronte digitali era necessarie per accedere ai suoi conti segreti in Svizzera.

Peron era un colonnello dell’esercito argentino; di origini italiane, era stato anche ufficiale degli Alpini in Piemonte. Alberto Sordi gli assomiglia molto, per il fisico e per la chiostra di denti che si alargano in un sorriso che non finisce mai. Ammiratore del fascismo e del nazismo, nel 1946 Peron divenne presidente dell’Argentina; lo portò al successo la moglie, Eva Duarte, una ragazza figlia illegittima di uno sperduto delle pampas arrivata a Buenos Aires in cerca di fortuna. Febbrile, carismatica, grande odiatrice della borghesia, Eva Duarte insegnò a Peron come muoversi e qualcosa che non era congeniale ai militari: associarsi ai sindacati. Morì nel 1952 (carcinoma all’utero) ad appena 33 anni e il governo argentino chiese al Vaticano che per lei si avviasse una proceduta di beatificazione. Il Vaticano però respinse la proposta.

L’Argentina era allora il paese più ricco del mondo, la sua carne e il suo grano sfamavano l’Europa distrutta dalla guerra. I funerali di Evita a Buenos Aires furono i più grandi del Novecento, fiori vennero trasportati in aereo dal Cile perché quelli argentini non bastavano. Jorge Luis Borges, che aveva sempre odiato la volgarità del peronismo, scrisse un brevissimo racconto in cui un attore, vestito da generale, girava per le periferie accompagnato da una bara in cui era sepolta una bambola dai capelli biondi. La gente dei sobborghi, credula, gli si avvicinava, lasciava un obolo, gli stringeva la mano commossa e gli diceva “Condoglianze, generale”. Probabilmente lo scrittore si era ispirato a un fatto vero.

Il vero generale Peron, invece, fece letteralmente di tutto per la moglie morta. Stabilì che per lei venisse costruito il mausoleo più grande del mondo, tutto in marmo di Carrara, e quanto al suo corpo, ordinò che venisse imbalsamata. Un medico spagnolo, il dottor Pedro Ara, fu incaricato dell’impresa. Portò la salma nella sede centrale della CGT, il sindacato peronista, e lì cominciò a lavorare.

Spesso il presidente Peron andava a controllare lo stato di avanzamento dei lavori, ma intanto si era costruito un’altra consolazione. Nella residenza presidenziale di Olivos fece organizzare le attività sportive della Union de Estudiantes Secondarios; ogni giorno decine di ragazze eseguivano saggi ginnici, partite di pallavolo e di basket alla sua presenza. Peron, che si avviava verso i sessantanni, passava buona parte della giornata a guardare i giovani corpi, ad accompagnare le preferite a visitare il parco sul suo scooter e a prendere visione dell’enorme guardaroba appartenuto ad Evita: pellicce, vestiti da sera, cappelli piumati, guanti, scarpe, diademi, collane, spille. Le più fortunate non solo potevano toccare la merce, ma venivano premiate con un piccolo oggetto appartenuto al mito. Col tempo, il presidente scelse una preferita, la quattordicenne Nelli Rivas, brunetta dai capelli corti, giocatrice di pallacanestro, che si trasferì in villa e visse con lui, presenziando anche nelle occasioni ufficiali al suo fianco. La condotta del presidente venne dichiarata immorale dalla chiesa cattolica argentina e i preti cominciarono a denunciare dal pulpito lo scandalo di un’unione innaturale tra un vecchio e una bambina. Ma nulla fece recedere Peron, anzi.

Nel 1955 ordinò un attacco diretto contro la Chiesa e squadre di picchiatori armati presero d’assalto le chiese, distrussero conventi e picchiarono preti e suore. Gli eventi proseguirono per settimane, in un crescendo di violenze, fino a quando Pio XII, dal Vaticano, si risolse al passo fatale: Juan Domingo Peron venne ufficialmente scomunicato. Era il segnale che i circoli militari avversi al regime aspettavano: aerei si alzarono in volo e bombardarono la Casa Rosada, Peron venne accerchiato e i suoi fedeli non riuscirono neppure ad abbozzare una difesa; in breve presero il potere e annunciarono la revolucion libertadora che poneva fine a undici anni di “giustizialismo”.

Il cadavere di Evita Peron, da tre anni sottoposto ai processi di imbalsamazione, venne trafugato dalla sede del sindacato e per quindici anni non si seppe la sua fine. A Peron andò meglio perché riuscì a fuggire in Paraguay dal suo amico Stroessner, lasciando Nelli Rivas a terra, ma le mandò una lettera, firmandosi “papito”. La ragazza non venne punita e dopo alcuni anni scrisse un libro di memorie, La unica razon de mi vida, titolo simile al libro di Evita (La razon de mi vida), testo obbligatorio nelle scuole argentine. I militari trasformarono la residenza di Olivos in un museo del lusso e delle sperpero e folle di argentini vennero condotte a prendere visione dei vestiti e dei gioielli di Evita Peron. Peron, che da colonnello si era autopromosso a generale, venne degradato a soldato semplice per indegnità e tradimento della moralità dell’esercito argentino.

L’ultima parte della storia è ancora più drammatica. Nel 1973, dopo quasi vent’anni di dittatura militare accompagnata da crescenti ribellioni studentesche e operaie, il generale Alejandro Lanusse ordina di recuperare il cadavere di Evita e i suoi servizi segreti lo trovano nel cimitero milanese di Musocco, sepolto sotto il nome di una inesistente Maria De Magistris e perfettamente integro: una bambola dai lunghi capelli biondi. La salma viene consegnata a Peron in esilio nella Madrid di Francisco Franco e riti esoterici vengono compiuti affinché dalla morta arrivi al generale il fluido della famosa energia che aveva reso carismatica Evita. Poi, in un crescendo di follia, Peron, un ottantenne ormai con poche ore di lucidità al giorno, viene trasportato a Buenos Aires a riprendersi il potere; lo accompagnano, oltre alla moglie morta, il fior fiore del fascismo argentino e italiano: tra gli organizzatori del rientro il capo della P2 Licio Gelli. Il resto della storia è noto.

Curiose assonanze, nevvero? Ma non lasciatevi trasportare troppo dalla fantasia; la storia raccontata avvenne in un lontano paese più noto per la sua passionalità che per il suo raziocinio; qui da noi non esistono militari che cospirano, preti che lanciano anatemi, visite di ragazzine in villa, folle di descamisados nelle piazze, e chi ci governa conosce perfettamente i suoi limiti.

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