Liliana Rampello Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/liliana-rampello/ un blog di approfondimento culturale Mon, 26 Jan 2026 09:46:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Liliana Rampello Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/liliana-rampello/ 32 32 Contro il sentimentalismo: la grandezza di Jane Austen in un’intervista a Liliana Rampello https://minimaetmoralia.it/letteratura/contro-il-sentimentalismo-la-grandezza-di-jane-austen-in-unintervista-a-liliana-rampello/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/contro-il-sentimentalismo-la-grandezza-di-jane-austen-in-unintervista-a-liliana-rampello/#comments Mon, 26 Jan 2026 09:46:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=56789 di Francesca Romana Cicolella Critica letteraria e saggista, Liliana Rampello ha insegnato estetica all’Università di Bologna ed è fondatrice dell’Italian Virginia Woolf Society. Ha scritto di Marcel Proust, Simone De Beavoir e, chiaramente, Virginia Woolf. Ad accomunarla alla Woolf è anche la capacità di leggere e amare Jane Austen. Alla scrittrice inglese ha dedicato i […]

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di Francesca Romana Cicolella

Critica letteraria e saggista, Liliana Rampello ha insegnato estetica all’Università di Bologna ed è fondatrice dell’Italian Virginia Woolf Society. Ha scritto di Marcel Proust, Simone De Beavoir e, chiaramente, Virginia Woolf. Ad accomunarla alla Woolf è anche la capacità di leggere e amare Jane Austen. Alla scrittrice inglese ha dedicato i testi “Sei romanzi perfetti”, edito Il Saggiatore, e “Un anno con Jane Austen”, uscito nel 2025 per Neri Pozza. Non è un caso che sia stata scelta come curatrice dei Meridiani Mondadori, la più importante raccolta di opere per autore, il cui ultimo dei tre volumi dedicati a Jane Austen è in libreria da maggio 2025.

In questa intervista, interamente dedicata alla figura di Jane Austen e alla sua scrittura, Liliana Rampello ripercorre i suoi studi sull’autrice partendo proprio dall’esperienza di lavoro sui Meridiani Mondadori, portandoci poi dentro il mondo dell’autrice, maestra di lettura e di scrittura da cui abbiamo ancora molto da imparare.

Partirei proprio dai Meridiani. Oggi di Jane Austen si parla moltissimo. Complici le numerosissime riedizioni, i film e le serie tv dedicate ai suoi libri, il successo che le sue storie e lo stile del suo tempo stanno avendo sui social media e tra le nuove generazioni, è un’autrice che sembra essere sempre in voga ma di cui c’è ancora moltissimo da scoprire. Il Meridiano Mondadori che, lo ricordiamo, non è un’edizione critica delle opere di un autore ma una raccolta analitica delle stesse, inserisce l’autrice nell’Olimpo dei “grandi”. Ti chiedo quindi quanto sia stato complicato per te lavorare su un autore, in questo caso su Jane Austen, con l’intento di curarne un’opera importante come il Meridiano? Nonostante la tua conoscenza della Austen fosse già consolidata, questo lavoro ti ha consentito di scoprire ancora altro su questa autrice?

Certamente. Io ho scritto la prima monografia su Jane Austen lavorando circa tre anni. Quando poi la proposta è arrivata da Renata Colorni, che allora dirigeva i Meridiani prima di Alessandro Piperno, è stato tutto un altro mondo. Innanzitutto perché i Meridiani hanno un loro formato e una serie di regole già determinate: introduzione, cronologia, notizie sui testi, traduzione, bibliografia, ecc. Avevo una grande, meravigliosa scatola da riempire.

Il primo momento è stato il progetto: come distribuire i materiali? Perché da un lato sono pochi e dall’altro sono tanti. I romanzi sono sei, ma c’erano i famosi incompiuti, le 161 lettere, le avvertenze del fratello, la memoria del nipote… Bisognava capire come distribuire tutto in modo da non far perdere efficacia né al primo né al secondo volume. Questi testi vanno su un mercato, non servono solo a noi studiosi. L’impresa mi ha affascinato innanzitutto perché, come dicevi tu, così Jane Austen entra nell’Olimpo dei grandissimi e non la confondiamo più con mille altri rivoli eventuali.

Poi una cosa importante era trovare la connessione giusta con la traduttrice. Io penso che il lavoro di traduzione sia un lavoro critico. Nel caso di Susanna Basso, avevo di fronte una competenza straordinaria e una grande gentilezza mentale oltre che intelligenza. Le ho mandato per prima la mia introduzione per capire se c’era lo stesso sguardo sull’autrice, per non essere divaricate. Devo sottolineare anche che la redazione dei Meridiani è magnifica: Marco Corsi per la redazione interna e Francesca Pinchera per la revisione. Sono persone estremamente competenti, gentili e attente a qualsiasi necessità o aiuto.

Ho cominciato con l’introduzione e la rilettura di tutti i testi per rinfrescare la memoria, considerando che, come accade per tutti i classici, ad ogni rilettura si trova qualcosa di nuovo. La mia idea iniziale era presentare tutti i sei romanzi nel I volume; quindi, c’era da tener presenti molte cose.

Poi c’è stata cronologia e il discorso è stato diverso. Le biografie di Jane Austen sono molte, soprattutto in lingua inglese, e più o meno tutte simili: la vita di Jane Austen apparentemente non presenta eventi significativi o traumi straordinari. Però bisognava correggere questa visione di una vita “priva di eventi”. Non è vero: leggendo le biografie e accostandole, si scopre che ha viaggiato, seppur in un’Inghilterra ristretta geograficamente, ma aveva moltissimi parenti (cinque fratelli maschi, la sorella Cassandra, zii, amici). Era una zia divertente e aveva un rapporto speciale con le nipoti. La sua era una vita prima di enormi avventure ma ricca di incontri, conversazioni e letture. Nonostante all’epoca le ragazze non andassero all’università, lei aveva una formazione colta, era una grande lettrice ed era sostenuta, sia nella lettura che nella scrittura, dalla famiglia. Leggeva tutti i suoi primi scritti nel salotto di casa da bambina e poi il primo a credere in lei è il padre. Si può pensare a questo proposito ai padri vittoriani, attenti a non modificare le regole dell’educazione delle fanciulle, ma il suo è anche un padre che dà fiducia, che le regalò il primo raccoglitore per i suoi scritti e l’attrezzatura per scrivere. Questo è l’ambiente e studiandolo insieme ai romanzi sono nate le prime ipotesi di interpretazione critica, cosa era riuscita a fare rispetto al contesto, alla letteratura del suo tempo, alle forme di costume della sua epoca. E qui ci sono invenzioni e scoperte continue. Tra la mia prima lettura e i sette-otto anni di lavoro sui Meridiani, la mia visione di lei è cambiata e si è approfondita moltissimo.

Ho sempre pensato che tra le cose che rendono unica, e amabile, la scrittura di Jane Austen ci sia la sua capacità di costruire i dialoghi. Mi ha colpita un passaggio inserito nella prefazione del II volume dei Meridiani – tema che si ritrova approfondito anche in Sei romanzi perfetti – in cui parli del rapporto tra i dialoghi austeniani e quelli teatrali, in particolare del suo amore per Shakespeare a cui indubbiamente si ispira. Che rapporto c’è, quindi, tra Jane Austen e il teatro e quanto secondo te questo amore per Shakespeare ha contribuito alla creazione di dialoghi perfetti, ritmati e ancor oggi coinvolgenti ad ogni pagina?

Partiamo dalle sue avventure di ragazzina. Tutto nasce in quel fienile in cui, per divertimento, lei, la sorella, i fratelli e gli allievi del padre mettevano in scena piccoli sketch scritti da loro o commedie dell’epoca e Shakespeare. Quindi non solo lo ha letto, ma lo ha “attraversato” fisicamente con la messa in scena. È lì che lei comincia ad amare il teatro di Shakespeare ma anche il teatro in genere. Sappiamo che da adulta, quando andava a Londra dal fratello Henry e per seguire le vicende legate ai libri, andava a teatro spessissimo. Era un’attentissima spettatrice di forme anche diverse di teatro, oltre che essere un’attenta osservatrice delle arti in genere. Era una persona sensibile a tutti i linguaggi artistici, in particolare quello teatrale.

Di Shakespeare, secondo me, la colpiscono i personaggi femminili: autonomi e indipendenti. Le donne di Shakespeare non sono bambole manovrabili dall’uomo. Lei intuisce le potenzialità del personaggio femminile. Capisce che si possono disegnare personaggi femminili capaci di autonomia, riflessione, invenzione e scontro verbale con l’uomo e di dire la propria sul mondo. La letteratura a lei contemporanea non andava in quella direzione, c’era più la passività e la sofferenza femminile. Lei sceglie la strada della protagonista indipendente, autodeterminata, libera e soprattutto con una lingua. L’avere una lingua, che significa avere un pensiero, diventa con il dialogo il modo in cui lei ci fa vedere come può funzionare il rapporto fra i sessi, nel conflitto e nell’amore, ma in un dialogo in cui il confronto è vivo e in cui entrambi prendono la parola.  Questa è una novità straordinaria per la sua epoca. Poi ruba al teatro l’idea che la “parola è azione”. Lei trasferisce il dramma nel dialogo e qui fa comparire ragazze – le sue protagoniste sono tutte giovanissime tranne Anne – capaci di nominare il mondo in cui vivono. Questa è una scoperta austeniana straordinaria che arriva fino a noi. Fino a noi non arrivano carrozze e balli, ma qualcosa di più intenso, vero, contemporaneo e moderno, per la capacità che lei, come i grandi artisti, ha di “vedere prima”. Lei vede prima molte cose e ciò fa si che nei suoi romanzi i dialoghi sono spumeggianti, sempre intelligenti e ironici. E questo è un altro tratto importante. Qui ha ragione Virginia Woolf quando dice di lei: “Una donna che all’inizio dell’Ottocento scrive senza odio, senza amarezza, senza fare prediche e senza lamentarsi”. Questa libertà profonda lei la sente in sé stessa, se la concede senza seguire consigli. È un salto straordinario che lei fa e penso che lo faccia assolutamente attraverso la comprensione profonda del senso del teatro, di che cosa il teatro può comunicare semplicemente attraverso la parola.

Jane Austen, come racconti qui e nei tuoi testi, scrive dopo aver letto tanto, aver ascoltato e guardato il teatro. Ha cominciato da bambina a mettersi alla prova leggendo ai familiari e il suo percorso probabilmente dimostra quanto sia importante l’esercizio dietro la scrittura. Oggi può essere un esempio concreto, e purtroppo per nulla scontato, di come solo studiando a fondo l’arte si può poi creare arte.

Lei insegna innanzitutto a leggere. Essendo una grande lettrice, scopriamo quanto sia formativa la lettura per uno scrittore. Poi insegna a scrivere: aiuta a capire che la lingua va lavorata a lungo per arrivare a quella leggerezza. Da questo punto di vista assumono importanza i due incompiuti che abbiamo pubblicato (con il terzo volume dei Meridiani Mondadori “Romanzi incompiuti” ndr): si vede che nella prima stesura sistema i personaggi, ma non tutti hanno ancora una lingua; è attraverso lo stile che lei riesce a dare una restituzione complessa sia del singolo personaggio che dell’antropologia sociale che lo circonda che è complessa e ricca. Non utilizza mai il “tipo”: anche il seduttore – da Wickham a Willoughby – non è un tipo fisso, sono forme di seduzione diverse con ambizioni diverse. Non c’è mai il carattere nel senso della tipizzazione dello stesso. Anche questo è molto moderno. Invece che darci una generalizzazione, ogni personaggio è visto in sé e per sé ed è questo che le consente di non essere ideologica. Abbiamo personaggi come Darcy o il colonnello Brandon capaci di sanare una ferita inferta da altri uomini alle ragazze con un’idea molto moderna della rottura dell’omertà, ma abbiamo anche una moglie cattiva come all’inizio di Ragione e Sentimento. Ci sono tematiche di grandissima profondità, il tutto raccontato divertendoci. Il che la colloca in una sfera superiore.

Altra cosa importante, che molto insegna alla letteratura contemporanea, è l’impersonalità. Non c’è bisogno di mettere l’Io in scena per scrivere un buon romanzo. Jane Austen insegna che raccontare un mondo non significa non dire ciò che si pensa di quel mondo ma trovare la forma per dirlo in modo diversificato a seconda dell’esperienza di ogni personaggio.

Qualcuno dice che nelle storie di Jane Austen il contesto storico pare non essere importante, che appare poco in favore della sola trama e degli intrecci tra personaggi. Io personalmente mi sento di dissentire e ritengo che Jane Austen abbia, anzi, una capacità unica di raccontare il mondo in cui i suoi personaggi si muovono, dando uno spazio e un tempo precisi a ogni storia.

Assolutamente, la grandezza sta proprio nel saper raccontare e interpretare il suo mondo. Quella collocazione storica, sociale ed economica ci permette di capire i comportamenti dei personaggi. Se li sottraiamo a quella società, diventano burattini, non hanno quella concretezza anche visiva.

Quando Elizabeth Bennet attraversa la campagna e si infanga lei lo racconta e noi lo vediamo al di là dell’averlo visto in un film. Questa capacità visiva è legata a un contesto che non è sfondo. La campagna non è uno sfondo. Quando le sue ragazze camminano per pensare — perché le case avevano poco spazio per la solitudine — la passeggiata è un elemento che indica l’autoriflessione.  Anche questa è un’intuizione potente.

E poi c’è il rapporto tra necessità e libertà. Se togli la necessità sociale dell’epoca, non c’è più quella libertà cercata e trovata che passa attraverso l’errore e la vergogna.

Un altro aspetto in cui letterariamente Jane Austen è bravissima è la capacità di descrivere i rapporti familiari. In ogni romanzo, sebbene i rapporti con madri e padri non siano al centro della trama, influenzano moltissimo le vicende. Oggi ce ne sono moltissimi di romanzi che hanno al centro i rapporti tra genitori e figli, ma probabilmente nessuno sa parlarne come ha fatto Jane Austen.

Si e lo fa sempre con un’attenzione precisa. Prendiamo l’esempio di Mr. e Mrs. Bennet (in Orgoglio e Pregiudizio ndr). Lui è più simpatico, ironico, è il preferito di Elizabeth. Mrs. Bennet è insopportabile, sbaglia tutto, è petulante e non sa stare al mondo in modo adeguato. Però, fin dall’inizio, sappiamo che Mrs. Bennet deve occuparsi di cinque figlie che, essendo senza dote, rimarrebbero sul lastrico alla morte del padre. Mr. Bennet la irride e nelle prime pagine di Orgoglio e Pregiudizio ci divertiamo molto, ma in realtà l’unica che si preoccupa del futuro delle ragazze è la madre. Molto spesso poi i padri, in Austen, vengono messi a posto. Per quanto riguarda Mr. Bennet, per esempio, verso la fine, Elizabeth dice al padre due cose: che non è stato in grado di educare Lydia (l’altra figlia dei Bennet ndr) sebbene lei lo avesse avvisato del pericolo che correva nel lasciarla agire e che un genitore non ha il diritto di prendere in giro l’altro genitore davanti ai figli. Sebbene la madre potrebbe meritarlo, Elizabeth riflette su come un bravo genitore non dovrebbe mai farlo davanti ai figli. In Mansfield Park, poi, Lord Bertram deve fare autocritica perché ha affidato l’educazione delle figlie a Mrs. Norris senza capire che i valori che lei stava trasmettendo erano vacui. E c’è poi Fanny che è in grado di dirgli “non mi sposo se non amo”. Altro che romanzi di formazione, questi sono romanzi di costruzione di amore vero e sensato e anche di un amore reciproco. Anche questa è un’assoluta novità in un’epoca di matrimoni combinati. Se penso a Charlotte Lucas (personaggio di Orgoglio e Pregiudizio ndr), che dice chiaramente di non credere al matrimonio, penso a ciò che io definisco l’inesorabile materialismo di Jane Austen.

Poi c’è il tema delle “sostitute” delle madri: in Persuasione c’è una vice-madre esplicita, ma anche in Emma è un tema presente. Jane Austen ha ben presente il rapporto tra le ragazze tra loro e le figure femminili adulte che consentono loro di andare nel mondo in maniera più sicura.

I temi dei romanzi di Jane Austen l’hanno fatta arrivare fino a noi. Tuttavia oggi, probabilmente, questa scrittrice e la sua fortuna sono vittima di un equivoco. La Austen viene presentata infatti, ancora troppo spesso, come una scrittrice di romanzi romantici e di lei, complici molte copertine piene di ghirigori e fiorellini e alcune trasposizioni, emerge un’esaltazione del romanticismo che la allontana dai contemporanei concetti di emancipazione femminile. Si tende a confondere il romanticismo austeniano con la centralità del matrimonio come unica ambizione femminile. Oggi si parla tantissimo di emancipazione, a volte anche in un’accezione che sembra porre le donne in conflitto con l’altro sesso. Jane Austen, invece, al concetto di emancipazione ha sempre preferito quello di felicità femminile. Ha messo al centro, per quelle che tu giustamente più volte hai definito protagoniste e non eroine, la capacità delle donne di fare i conti con sé stesse, di capire ciò che vogliono andando anche contro i dettami del patriarcato, quindi di innamorarsi per davvero in un confronto reale e diretto con gli uomini. Sono forse le donne di Jane Austen le vere femministe cui dovremmo ispirarci?

Lei lavora sul tema della libertà, tema che la porta fino a noi con una velocità che supera i secoli. Se noi pensiamo a Jane Eyre e alle sorelle Bronte siamo già in un’epoca in cui una ragazza lavora e lì c’è già un romanzo di formazione emancipatore, sebbene sia un’emancipazione che ha bisogno di una serie di soluzioni romanzesche che la Austen non avrebbe mai ammesso. Non c’è in lei l’amore travolgente e incapace di limiti di Cime Tempestose. Jane Austen è prima del romanticismo inteso anche a livello scolastico, non apprezza il sentimentalismo. In tutti i suoi scritti giovanili c’è l’irrisione dello svenimento, dell’eroina che mostra la sua debolezza. Questo la rende moderna. Relativamente a come arriva a noi sono anticipazioni straordinarie di ciò di cui discutiamo oggi. Ultimamente faccio spesso l’esempio della proposta di matrimonio di Mr. Collins a Mrs. Bennet (Orgoglio e Pregiudizio ndr). Per lui una donna vale l’altra, basta che dica si. Inoltre quando lui fa la proposta, lei rifiuta con una precisa presa di posizione di fronte alla quale lui dice che sa benissimo che le donne dicono molti no prima di dire un sì e che quindi ogni “no” nasconde un “si”. Se noi trasportiamo questa cosa dal tema matrimonio al tema consenso oggi capiamo come la Austen avesse capito come nella testa di un uomo un no potesse essere un si. Lei aveva intuito che gli uomini fossero così sicuri delle loro capacità di seduzione da potere pensare una cosa così. Tramite Mrs. Bennet lei invece sottolinea il tema della felicità come centrale, non della realizzazione di sé. Questo desiderio messo in capo a una ragazza è una cosa molto potente e che arriva ad oggi.

C’è poi il fatto che la si traduca spesso come una scrittrice di sentimenti e di amore e questo è dovuto anche a film e serie che spingono più sul lato romantico, nei film ci sono moltissimi baci che non esistono nei libri. Così come nei libri non c’è Dio, nonostante lei fosse un’evangelista, ma Dio non esiste nei suoi romanzi. Non esiste neanche l’idea di una maternità oblativa e non esistono i bambini come centro del mondo, come accade oggi, anzi nei suoi romanzi sono o solo oggetto di conversazione o ragazzini che scocciano. Non c’è idealizzazione del ruolo della maternità e dell’infanzia però c’è questa sua capacità di guardare le cose per quel che sono e di raccontarle. Certamente quando al posto della sensualità sotterranea, dell’erotismo, del primo avvicinamento tra i ragazzi, del ballo come metafora di questo avvicinamento vediamo baci e abbracci e stritolamenti siamo fuori dal vero universo di Jane Austen. Secondo me se la si legge quando si è molto giovani magari si sta attenti solo alla trama e alle coppie, però quando la si rilegge o la si legge da adulti tutto questo non toglie niente alla lucidità del suo sguardo. Indubbiamente bisogna leggerla con attenzione, non pensare che sia una lettura di evasione perché in ogni frase c’è ironia, precisione e puntualità. Non si possono sottovalutare le posizioni che lei prende rispetto ai mutamenti – facile pensare alla sua contrarietà al modificare il panorama in favore del pittoresco in Mansfield Park – o la capacità di parlare di soldi, tema quanto mai attuale. 

Ripercorrendo i suoi romanzi e la loro fortuna, vorrei concludere concentrandomi su un romanzo in particolare che è Persuasione. Io ci sono arrivata da adulta grazie a Virginia Woolf ed è il suo romanzo che preferisco. Tu hai scritto a tal proposito che contiene “una delle riflessioni sulla relazione fra i sessi più alte, belle, equilibrate, è segno di una mente profondamente libera, fino a quel momento mai udite, quasi un piccolo trattato che apre la tempesta romantica, lì trasportando, per bocca di una donna, il meglio della tradizione settecentesca, ma soprattutto la sua idea di un nuovo possibile ordine nel rapporto fra i sessi e il suo preciso giudizio sulla divisione dei ruoli nel patriarcato. Consapevolezza della parzialità di ciascun sesso, della loro diversa collocazione socio simbolica, della possibilità di uno scambio autentico se basato su una sincera autoconsapevolezza, e dunque sul rispetto reciproco.” È un romanzo diverso, più maturo, con una protagonista adulta. Perché secondo te è un romanzo che arriva ancora poco?

L.: Forse perché quello che si sa più “in superficie” di Jane Austen è che sia allegra, che i suoi personaggi sono piacevoli anche quando, come Emma, sbagliano tutto. Circa Persuasione, non so se la parola “maturo” sia la più appropriata. È sicuramente il romanzo di una donna che non è più in età da marito (Anne ha quasi 30 anni) e questo sposta i riflettori sulla coscienza di questo personaggio, che non è più la ragazza vivace e avventurosa cui eravamo abituati. È una ragazza che ha rinunciato all’amore e che ha deciso che quella scelta non è più valida. Ha già rifiutato due proposte di matrimonio perché era ferma al suo primo grande amore. Questo farci vedere una protagonista sempre  lucida e piena di autocoscienza forse conquista meno rispetto alla percezione più “superficiale” che si ha degli altri romanzi. Catherine Morland (protagonista di L’abbazia di Northanger ndr) è una ragazza simpaticissima che non sa far nulla ma è più divertente di Anne.

Ma in assoluto, il romanzo che arriva meno è Mansfield Park, perché è complicato e perché non è facile affezionarsi a Fanny, così inerme e silenziosa. Man mano Fanny diventa un grande personaggio.

Per di più in Persuasione la possibilità di fraintendere il titolo, capire cosa significa Persuasione, potrebbe aver allontanato dalla lettura. Si pensa che Anne sia stata stupida a seguire quel consiglio. Bisogna entrare bene nel meccanismo di questo romanzo, capire la fedeltà che Anne ha nei confronti delle donne più adulte, il ruolo che lei assume nelle famiglie essendo da un lato una calimera dall’altro assumendo il ruolo di zia. Anne è un personaggio bellissimo, cui Jane Austen fa dire “non credo alla storia perché raccontata dagli uomini” e che ha prese di posizione bellissime.

Se poi leggi Sanditon, vedi che lei sta cambiando di nuovo, sta vedendo con lucidità cosa sta capitando all’aristocrazia: la finanziarizzazione del denaro ereditato che viene investito nell’immobiliare. Qui lei sta vedendo di nuovo con molta lucidità cosa sta capitando all’aristocrazia. Siamo ai giorni nostri.

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Laura Lepetit e Liliana Rampello: un dialogo su Virginia Woolf https://minimaetmoralia.it/interviste/lepetit-rampello-virginia-woolf/ https://minimaetmoralia.it/interviste/lepetit-rampello-virginia-woolf/#comments Wed, 25 Jan 2017 15:35:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33478 Per ricordare Virginia Woolf, a 135 anni dalla sua nascita, pubblichiamo un dialogo tra Laura Lepetit (che con la casa editrice milanese La Tartaruga ha portato per prima tutti i racconti di Woolf, nel 1988) e Liliana Rampello. Per Racconti edizioni Rampello ha curato Oggetti solidi. Tutti i racconti e altre prose, uscito a novembre 2016. Woolf è una scrittrice universalmente nota più che altro per i romanzi, i saggi e i diari, mentre le short stories – che in realtà accompagnano il suo percorso di scrittrice per tutta la vita – sono  finora rimaste colpevolmente trascurate dalla critica e dai lettori.

Laura Lepetit ha recentemente pubblicato con nottetempo la sua Autobiografia di una femminista distratta, mentre Liliana Rampello si è occupata spesso e appassionatamente di Woolf, soprattutto nei lavori Il canto del mondo reale e nella curatela di Voltando pagina. Saggi 1904-1941 (entrambi editi dal Saggiatore).

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Laura Lepetit: Se consideriamo Oggetti solidi dobbiamo constatare che Virginia Woolf ha scritto un numero considerevole di racconti durante la sua vita. Eppure ne ha pubblicata solo una piccola parte, nella raccolta intitolata Lunedì o martedì, tutti gli altri sono stati pubblicati postumi. Che lei stessa li considerasse troppo sperimentali o troppo privati per essere dati alle stampe?

Liliana Rampello: Virginia Woolf era una lavoratrice infaticabile e metodica, nella sua vita ha scritto 8 romanzi, 3 biografie, un diario in 6 volumi, un enorme numero di saggi e recensioni (la raccolta completa conta 6 volumi), 3800 lettere… poco più di 40 racconti non sono dunque così tanti, ma questa forma di scrittura breve l’accompagna sempre.

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Per ricordare Virginia Woolf, a 135 anni dalla sua nascita, pubblichiamo un dialogo tra Laura Lepetit (che con la casa editrice milanese La Tartaruga ha portato per prima tutti i racconti di Woolf, nel 1988) e Liliana Rampello. Per Racconti edizioni Rampello ha curato Oggetti solidi. Tutti i racconti e altre prose, uscito a novembre 2016. Woolf è una scrittrice universalmente nota più che altro per i romanzi, i saggi e i diari, mentre le short stories – che in realtà accompagnano il suo percorso di scrittrice per tutta la vita – sono  finora rimaste colpevolmente trascurate dalla critica e dai lettori.

Laura Lepetit ha recentemente pubblicato con nottetempo la sua Autobiografia di una femminista distratta, mentre Liliana Rampello si è occupata spesso e appassionatamente di Woolf, soprattutto nei lavori Il canto del mondo reale e nella curatela di Voltando pagina. Saggi 1904-1941 (entrambi editi dal Saggiatore).

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Laura Lepetit: Se consideriamo Oggetti solidi dobbiamo constatare che Virginia Woolf ha scritto un numero considerevole di racconti durante la sua vita. Eppure ne ha pubblicata solo una piccola parte, nella raccolta intitolata Lunedì o martedì, tutti gli altri sono stati pubblicati postumi. Che lei stessa li considerasse troppo sperimentali o troppo privati per essere dati alle stampe?

Liliana Rampello: Virginia Woolf era una lavoratrice infaticabile e metodica, nella sua vita ha scritto 8 romanzi, 3 biografie, un diario in 6 volumi, un enorme numero di saggi e recensioni (la raccolta completa conta 6 volumi), 3800 lettere… poco più di 40 racconti non sono dunque così tanti, ma questa forma di scrittura breve l’accompagna sempre. Le pagine biografiche scritte dal marito Leonard o dal nipote Quentin Bell ci ricordano che moltissimi erano gli abbozzi, le tracce di racconti che infilava nei cassetti come materiale da riutilizzare in qualsiasi momento o da sviluppare in forma autonoma.

Lunedì o martedì esce nel 1921, ma sappiamo dell’intenzione della scrittrice di pubblicare una seconda raccolta verso la fine degli anni Trenta. Dunque non credo che la mancata pubblicazione sia da attribuire alla piega sperimentale della forma breve (che anzi le piace e le interessa molto), o alla sua piega troppo privata, penso se mai che li tenesse come un accompagnamento da presentare al pubblico con attenzione e cautela. Senza dimenticare però che nel 1917, e non a caso, Two Stories, il libro che inaugura la Hogarth Press, contiene proprio un suo racconto, Il segno sul muro.

L.L. : Nello sfogliare questa raccolta non si può fare a meno di notare la grande varietà dei temi e degli stili che rendono questi racconti molto diversi l’uno dall’altro. Spesso invece le autrici di racconti scelgono uno schema e si attengono ad esso.

L.R.: Nella grande rivoluzione delle forme della narrazione che segna il passaggio dall’Ottocento al Novecento, e che vede al lavoro straordinari scrittori come Proust, Kafka, Joyce, Stein, James, Forster, Conrad e molti altri, credo che Virginia Woolf occupi un posto particolare perché non c’è suo romanzo che assomigli al precedente. La sua è una ricerca tenace della voce in grado di cogliere il senso nuovo della modernità, la sua inesausta sperimentazione è tesa a rivelare la nuova visione di un mondo radicalmente trasformato, in cui per la prima volta una scrittrice affronta l’intera tradizione letteraria con lo sguardo libero, originale e consapevole del suo essere donna. Quanto cercava nella scrittura dei suoi romanzi maggiori non poteva essere trascurato, o negato, nei racconti, che per questo non si attengono a nessuno schema preordinato. Quanto dici forse può riguardare chi sceglie la forma breve come unica forma di espressione, ma sarei cauta.

L.L. Talvolta Virginia Woolf nei racconti si concede di fare delle prove, degli accordi. Accordi che diventeranno romanzi, saggi, memorie.

L.R.: Se c’è una cosa che mi ha sempre colpito nel leggere questa autrice è la sua incredibile capacità di tenere insieme tutto il suo mondo, tutto sempre legato e integrato in una stessa luminosa forma. Anche i racconti, dunque, tessono una trama fortemente legata sia ai romanzi, penso ad esempio ai sette racconti di questa raccolta, scritti tra il ’22 e il ’25, che ruotano intorno a quella che lei chiama la “coscienza della festa” e sono un lavorio che affianca La signora Dalloway, sia ai saggi, come Un romanzo non scritto, che non solo le fa scoprire la forma adatta a tutto il suo “deposito d’esperienza”, ma ha una protagonista, Minnie Marsh, che ritroviamo nel famoso saggio Bennett e la signora Brown. Ma si può continuare citando racconti che anticipano la scrittura biografica, o altri in cui la prevalenza del ritmo sul significato rimandano direttamente alle sue riflessioni continue sulla poesia come massima espressione artistica.

L.L.: Non si può dimenticare che Virginia vivesse molto vicina alla pittura contemporanea per via di sua sorella Vanessa e di tutto il gruppo che si radunava attorno all’ Omega shop. Pensi che questo abbia influenzato un suo certo modo di scrivere proprio nei racconti?

L.R.: Personalmente se sono certa. L’influenza della sorella Vanessa, pittrice, del critico d’arte Roger Fry, o del critico letterario Clive Bell è rintracciabile in tutto il suo epistolario e nei diari, oltre che in diversi saggi dedicati alla pittura e al cinema. Il gruppo di Bloomsbury e l’Omega erano gruppi di intenso scambio intellettuale, teorico e concreto, spirituale e materiale, oltre che fonte di divertimento vitale. Racconti come Quartetto d’archi, Azzurro e verde, o lo stesso Lunedì o martedì, mostrano come il lavoro dell’artista sia quello di trasformare in linguaggio la propria intuizione del mondo. Credo che i racconti siano il punto di convergenza più intimo dello scambio tra visione ed espressione, immagine e frase, sguardo e parola, insomma il luogo dell’incontro amoroso fra le arti, risultato di un altro grande amore, quello per la sorella Vanessa e la sua arte.

L.L.: Il racconto è sempre stato considerato un genere minore, almeno dai critici in Italia, mentre Virginia Woolf rivela una straordinaria modernità proprio in questo genere di narrativa.

L.R.: La modernità della Woolf nei racconti è legata, come dicevo, alla sua esigenza di sperimentazione continua e all’originalità della sua visione, quindi non possono certo essere considerati un genere minore, ma fanno parte a pieno titolo, e proprio per la loro autonomia formale, del suo lavoro creativo. Più che i critici, penso siano gli editori che spesso hanno considerato il racconto un genere minore, con poco mercato, ma per fortuna, come dimostra anche la nascita di questa piccola e coraggiosa casa editrice, Racconti edizioni, inventata da due giovani, Stefano Friani e Emanuele Giammarco, l’aria sta cambiando e spero con successo.

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L’autonomia della tartaruga: autobiografia di una femminista distratta di Laura Lepetit https://minimaetmoralia.it/libri/femminista-distratta-laura-lepetit/ https://minimaetmoralia.it/libri/femminista-distratta-laura-lepetit/#comments Tue, 05 Jul 2016 13:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31473 In un pomeriggio bollente in cui il monolito mattonellato del teatro Piccolo di Milano sembra un miraggio prodotto dalla mente di un seguace di Escher e le strade di Brera, deserte e dense di silenzio, sembrano pronte a una sfida da O.K. Corall, salgo le scale di un antico palazzo di Corso Garibaldi.

Fra parquet a spina di pesce e soffitti a cassettoni, la Fondazione Adolfo Pini ospita il circolo dei lettori fondato da Laura Lepri (storico editor del panorama milanese, docente di scrittura creativa  e autrice di uno dei più interessanti testi sulla storia dell’editoria in Italia). Un luogo che è diventato, in pochi anni, un punto di riferimento per lettori che non si accontentano della ‘storia’ narrata dallo scrittore, puntando a comprendere cosa c’è dietro.

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lepetit

In un pomeriggio bollente in cui il monolito mattonellato del teatro Piccolo di Milano sembra un miraggio prodotto dalla mente di un seguace di Escher e le strade di Brera, deserte e dense di silenzio, sembrano pronte a una sfida da O.K. Corall, salgo le scale di un antico palazzo di Corso Garibaldi.

Fra parquet a spina di pesce e soffitti a cassettoni, la Fondazione Adolfo Pini ospita il circolo dei lettori fondato da Laura Lepri (storico editor del panorama milanese, docente di scrittura creativa  e autrice di uno dei più interessanti testi sulla storia dell’editoria in Italia). Un luogo che è diventato, in pochi anni, un punto di riferimento per lettori che non si accontentano della ‘storia’ narrata dallo scrittore, puntando a comprendere cosa c’è dietro.

Un posto dove il dialogo fra lettori, editori e scrittori è continuo e dove qualche giorno fa si è svolto un incontro fra Laura Lepetit (fondatrice della casa editrice La Tartaruga), Liliana Rampello (critica letteraria), Rosaria Guacci (storica editor della casa editrice di Laura Lepetit), Silvana La Spina (scrittrice scoperta propria da La Tartaruga), Monica Randi (editor Feltrinelli, ora a sua volta editore con Astoria) e naturalmente Laura Lepri.

Tutte donne per presentare il libro di Laura Lepetit, uscito con Nottetempo, Autobiografia di una femminista distratta, in cui l’editore de La Tartaruga mette insieme, a suo modo e a suo piacimento, più di quarant’anni di editoria italiana. Un gruppo di donne per festeggiare Laura Lepetit, che ha pubblicato testi scritti solo da donne, con l’aiuto di un team di donne e confrontandosi con un pubblico fatto quasi esclusivamente di lettrici.

Nata dall’esperienza del femminismo militante, la casa editrice La Tartaruga, fondata nel 1975 da Laura Lepetit, è la prima a far tradurre in italiano autrici che segneranno indelebilmente il panorama letterario del Novecento e che ancora oggi influenzano generazioni di autori. «Inventare nuove parole e nuovi metodi», questo l’obiettivo delle autrici scelte da Laura Lepetit e se guardiamo alle prime pubblicazioni di questa casa editrice, possiamo dire che l’obiettivo è stato raggiunto.

Pensiamo ad alcuni titoli pubblicati da La Tartaruga: Le tre ghinee di Virginia Woolf, L’erba canta di Doris Lessing e Il bacio di un soldato di Nadine Gordimer. Ci troviamo al cospetto di scrittrici che hanno dimostrato il potere dell’analisi introspettiva, scavando nei personaggi «come un minatore nella sua personale miniera» fino a trovare tutto quello che il personaggio poteva nascondere, fino ad essere soddisfatte del loro lavoro di scavo.

Durante l’incontro del circolo dei lettori, i racconti delle scelte editoriali de La Tartaruga si sono alternati alla lettura di estratti dei libri pubblicati dalla casa editrice negli anni ’70 e ’80 e all’immagine che di Laura Lepetit hanno le sue collaboratrici, le sue amiche e le donne che con lei si sono incontrate e scontrate. «Un’aristocratica del pensiero», «l’understatement e l’ironia fatte persona», «in grado di fiutare un desiderio e capire se chi lo stringeva a sé aveva anche le potenzialità per realizzarlo», «capace di mischiare scrittura, letteratura e vita, senza far percepire al suo interlocutore alcuna discontinuità», «dotata di un ego poderoso, per lei è tutto bianco o nero e alle sue scelte ha sempre tenuto fede, caparbia come la tartaruga che ha scelto come simbolo per la sua casa editrice».

Proiezioni di Laura Lepetit, non sappiamo se corrispondano alla verità, ma sospettiamo che vi si avvicinino molto e siamo sicuri che, come lettori, le dobbiamo molto.

Laura Lepetit che in un’intervista a Repubblica, ha detto: «Se c’è qualcosa che regge la mia vita sono pochi dettagli, le cose minime che mi sono accadute». Speriamo allora che di ‘cose minime’ sia piena anche la nostra vita.

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Virginia Woolf: un ritratto https://minimaetmoralia.it/letteratura/virginia-woolf-un-ritratto/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/virginia-woolf-un-ritratto/#comments Sun, 25 Jan 2015 16:23:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25128 Il 25 gennaio 1882 nasceva Virginia Woolf. Pubblichiamo un ritratto di Silvia Pelizzari.

di Silvia Pelizzari

Ci sono cose che ti rendono in qualche modo immortale. Non succede a tutti, né è possibile sapere quale sarà l’avvenimento a renderti immortale, né quando arriverà, il momento preciso della rivelazione. Spesso nemmeno è possibile accorgersi che il momento è quello e che sta succedendo. Quasi sempre la consapevolezza avviene negli altri, e dopo molto tempo.

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Virginia-Woolf-by-Beresford

Il 25 gennaio 1882 nasceva Virginia Woolf. Pubblichiamo un ritratto di Silvia Pelizzari.

di Silvia Pelizzari

Ci sono cose che ti rendono in qualche modo immortale. Non succede a tutti, né è possibile sapere quale sarà l’avvenimento a renderti immortale, né quando arriverà, il momento preciso della rivelazione. Spesso nemmeno è possibile accorgersi che il momento è quello e che sta succedendo. Quasi sempre la consapevolezza avviene negli altri, e dopo molto tempo.

G.C. Beresford era un fotografo originario di Dromahair, un piccolo paese della contea di Leitrim, nella provincia irlandese di Connacht. Non è un nome rimasto nel tempo; il semplice citarlo non ci fa sobbalzare sulla sedia. Non era, in definitiva, un fotografo famoso, era un semplice fotografo “da studio”, se ne stava cioè nel suo piccolo negozio, in attesa di clienti che volessero mettersi in posa e vedere la loro faccia catturata e impressa per sempre su una pellicola. Era un uomo normale, discendente da una famiglia di pastori, vissuto in India e in Inghilterra. Proprio qui, nel cuore di Londra, a Knightsbridge, nel 1902 avrebbe fatto un click che sarebbe rimasto per decenni – secoli, oserei dire – scolpito nelle nostre menti come simbolo e immagine di una scrittrice che al tempo portava il nome di Virginia Adeline Stephen e che oggi conosciamo come Virginia Woolf.

Una fotografia che fissa quella che sarebbe diventata un’icona, un simbolo, come lo ha definito Hermione Lee, in tutto e per tutto “popolare”, che l’ha fatta entrare nelle case e l’ha avvicinata sopratutto a un pubblico femminile di lettrici, suscitando empatia e identificazione. Nella famosissima fotografia la Woolf è girata di quarantacinque gradi, il viso angelico, i tratti delicati; uno sguardo dolce e un modo posato di occupare lo spazio attorno a lei. Si tratta, se vogliamo, di un’immagine di lei molto diverse da certi topói legati alla sua figura di donna: depressa, malata, folle, frigida. Virginia era entrambe le cose; era angelica, delicata, viva, e malata, nervosa, depressa. Come in quasi ogni ambito della sua vita, era una medaglia con due lati ben distinti e opposti.

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L’immagine che è rimasta nel tempo di lei è un’immagine quasi del tutto sbagliata. Virginia la pazza, la scorbutica, depressa e frigida, perennemente triste. Leggere attentamente le sue opere significa rendersi conto di quanta vivacità scorresse nella sua vita, sia nel campo interiore, delle idee, sia nel mondo che viveva, nella sua quotidianità. Liliana Rampello, critica letteraria e saggista, su questo ha scritto un libro bellissimo, che si intitola Il canto del mondo reale, edito da Il Saggiatore. Ha voluto principalmente dimostrare come la Woolf fosse tutt’altro che deprimente e depressa o che, anche nella malattia e nel dolore, avesse una propensione eccezionale alla vita, data da passioni e desideri che il suicidio non deve assolutamente oscurare o soffocare.

Oltre alla massiccia quantità di lavori prodotti nel corso di ventisette anni – e non ci sono solo romanzi, ma anche i saggi critici, le recensioni, i racconti, una commedia e tre biografie – ci sono le letture, molteplici, voraci, curiose e attente; leggeva in francese e in greco, analizzava e rifletteva su ogni opera che le impegnava il tempo, dando ad ognuna la medesima importanza. C’era la corrispondenza con amici, attività da lei molto amata, che ha portato avanti fino alla fine della sua vita, fino agli ultimi anni, con le lettere al marito e alla sorella, poco prima di gettarsi nel fiume Ouse. E c’era la stesura di un diario, regolare tra 1915 e 1941, fino cioè a poche settimane dalla sua scomparsa: un affresco perfetto per capire le montagne russe che affrontava ogni giorno, il dolore che si portava addosso, come sacchi di sabbia legati alla vita, la sua dolcezza e la sua sensibilità e i lati decisi e spigolosi del suo carattere.

I diari, pubblicati in Italia da minimum fax nella traduzione di Giuliana De Carlo, non sono mai serviti solo a registrare le sue giornate, a imprimerle nella carta per evitare che scomparissero; erano invece un modo per parlarsi, capirsi, per ritrovarsi e riconoscersi ogni volta, nelle righe di un quaderno, un modo per riflettere su tutte le sensazioni che affollavano la sua mente, per canalizzare tutti gli innumerevoli stimoli che la vita, fosse tra le strade trafficate di Londra o tra gli alberi di Rodmell, le continuava offriva e che lei agguantava, come una bambina alla ricerca di farfalle, con un retino in mezzo a un campo. 
Non ultima la fondazione, con il marito Leonard, della Hogarth Press, creata nel 1917 prendendo il nome dalla loro casa di Richmond, al 34 di Paradise Road. La casa editrice occupò molto tempo ed energie della coppia, che leggeva senza sosta manoscritti alla ricerca di un buon libro e di autori interessanti e che cuciva a mano i libri da loro pubblicati, creandoli, letteralmente, e facendoli nascere tra le loro mani.

È difficile, di fronte a tutto questo, pensarla triste e depressa, musona e addirittura spaventosa, come è difficile immaginarla stesa in un letto per settimane, in preda alla voci e alle emicranie, con pensieri bui, e la domanda incessante nella sua testa: sopravviverò a questo nuovo atto dell’inferno? Era per lei una tortura non poter leggere, scrivere, passeggiare. Non amava crogiolarsi nella malattia e nel dolore, perché amava la vita, la agognava, la desiderava immensamente.

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Virginia Woolf era una donna avanti cinquant’anni rispetto alla sua era. Sicuramente lo era da un punto di vista letterario: capì che il romanzo tradizionale ottocentesco non poteva più essere lo specchio della vita, non dopo l’orrore della grande guerra. La vita si era frammentata, l’uomo ne era uscito frammentato e devastato; anche la scrittura doveva necessariamente essere influenzata da tutto questo (e per lei non poteva essere che altrimenti, data la sua convinzione che scrittura e vita si nutrissero l’una dell’altra. Da qui i suoi flussi di coscienza, i monologhi interiori, i “moment of being”, l’accantonamento della trama tradizionale alla base dei romanzi che l’hanno spesso accostata a Joyce, per tanto tempo assolutamente disprezzato dalla Woolf. Ma non era una donna all’avanguardia solo per le sperimentazioni linguistiche che indagava, cercava e raggiungeva. C’era il suo modo di vivere e di pensare, la sua apertura mentale e i suoi desideri e bisogni.

Non credo fosse solo una coda della vita vissuta con la sua famiglia borghese, della possibilità cioè che aveva avuto di leggere e studiare, di respirare un clima artistico tra le mura casalinghe accanto a suo padre, Leslie Stephen, critico letterario e storico. Certo ha influito, come hanno influito le amicizie e gli incontri di Bloomsbury, circolo culturale progressista che vide riuniti a parlare di femminismo, sessualità, libri, politica, della vita intera, mi verrebbe da dire, uomini e donne del calibro di Roger Fry, Lytton Strachey, E.M. Forster, Leonard Woolf e Clive e Vanessa Bell. C’era di più. Era realmente piena di stimoli e idee, aveva il passo più lungo e riusciva a stare davanti agli altri e aveva delle “visioni”, delle epifanie e lavorava duramente per indagarne i tratti e i contorni. Il suo progressisimo toccò molti ambiti della sua vita, riflettendosi ovviamente anche nella scrittura.

Non so se sia corretto parlare di femminismo, quando si parla di lei; mi sembra un termine in parte riduttivo e incompleto. Di certo è stata la precorritrice di molti pensieri e idee che solo molto dopo sarebbero diventati una reale necessità per gli altri, prima fra tutte l’uguaglianza sociale e artistica per la donna. Attorno al 1924 la ribellione contro il romanzo tradizionale e contro la predominanza maschile arriva al punto più alto della sua parabola. Inizia, per Virginia, un periodo di studio e indagine, di ricerca e riflessione, sulla donna e sul suo ruolo. Ecco quindi molti lavori incentrati sulla figura muliebre e il rapporto tra i due sessi.

Nel 1925 esce la Signora Dalloway, con al centro la figura di Clarissa, una donna dell’upper class londinese alle prese con una festa. Virginia la segue per un’intera giornata – tanto quanto dura l’arco temporale del romanzo – ci fa ascoltare il fuori e il dentro, Londra che coccola e stordisce, inebria con profumi e incontri, e l’anima, la mente di una donna che deve dare una festa, che deve scegliere i fiori, che viene toccata da storie, molto lontane da lei, ma che la toccano irreparabilmente. Nel 1929 arriva Una stanza tutta per sé, un lungo saggio basato su alcune conferenze che tenne in due college femminili l’anno precedente. A partire dalla storia letteraria della donna, Virginia Woolf vuole provare a smantellare la tradizione patriarcale in ambito artistico e letterario; a capovolgerla, addirittura, auspicando per la donna una parità di trattamento, di presa in considerazione, di possibilità di accedere alla cultura. È, questo, un libro di formazione, che si dovrebbe leggere ogni anno, e che accende scintille e riflessioni costanti. Ma è con Orlando, romanzo uscito nel 1929 che si arriva al massimo del suo pensiero avanguardista. Con questo lavoro Virginia Woolf dichiara l’androginia la forma perfetta, unione bilanciata di uomo e donna e difende a spada tratta l’ambiguità sessuale e dedicando il libro a Vita Sackville-West, con la quale ebbe una relazione amorosa e un’amicizia profonda.

Per questo e per altri mille motivi, la Woolf è sempre attuale, non perde mai la sua verve e continua a parlare di noi. Si sono moltiplicati, negli ultimi anni, libri sulla sua opera e nuove edizioni dei suoi lavori, e mi piace pensare che non sia solo per il giro di boa dei 70 anni della morte, che ha tolto i diritti d’autore dai suoi lavori. Sembra infatti che Virginia continui a parlare delle nostre vite e del nostro mondo con rinnovata freschezza costringendoci, ad ogni lettura e rilettura, a nuove domande e nuove riflessioni. È una scrittura che si “auto-attualizza” ogni volta: non so come sia possibile, ma è quello che succede. Hanno contribuito a rinnovare la voce e il pensiero della Woolf, senza mai tradire l’originale, anche le nuove traduzioni di Anna Nadotti dei due romanzi forse più famosi, Mrs. Dalloway e Gita al faro, entrambe uscite per Einaudi. Ma la forte modernità che, ancora oggi, caratterizza la sua produzione letteraria, può forse essere semplicemente spiegata prendendo in prestito un concetto di Italo Calvino: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”.

Sono passati 74 anni da quando Virginia Woolf è uscita di casa, lasciando due lettere sul tavolo, e si è avviata verso il fiume Ouse, vicino alla sua casa di Rodmell. Lì si è immersa nell’acqua gelida di gennaio, si è infilata due grossi massi nelle tasche, e si è lasciata andare; un gesto severo verso se stessa, abile a nuotare, una auto-punizione che non sono mai riuscita ad afferrare davvero. Forse, semplicemente, era il modo più semplice, o l’unico possibile, di dire addio alla vita nella tranquilla campagna del Sussex. Non era sopportabile né un’altra guerra né la paura di essere sul punto di impazzire di nuovo. E rompendo per l’ennesima volta le regole, ha deciso, ancora, della sua vita, con un atto impregnato di consapevolezza, di potere e di libertà. Mi sembra di vederla e di sentirle dire, mentre mette il primo piede nell’acqua: eccomi qui, sono una donna, sono una scrittrice, so quello che voglio, ma soprattutto quello che non voglio.

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