Limonov Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/limonov/ un blog di approfondimento culturale Mon, 14 Oct 2024 15:02:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Limonov Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/limonov/ 32 32 E se Werner Herzog non avesse mai umiliato Emmanuel Carrère? Una lettura ucronica di “Ucronia” https://minimaetmoralia.it/libri/ucronia-emmanuel-carrere-werner-herzog/ https://minimaetmoralia.it/libri/ucronia-emmanuel-carrere-werner-herzog/#respond Tue, 15 Oct 2024 06:00:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54297 Quello di Ucronia non è ancora il Carrère adulto e affermato che siamo abituati a frequentare oggi. Manca ancora la prosa porosa, percussiva ma sempre raffinata, manca l’autofiction tremendamente autocompiaciuta per alcuni lettori, irresistibile per altri. Nessuno scandalo, in ogni caso: se il testo, apparso per la prima volta nel 1986 in Francia e riproposto […]

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Quello di Ucronia non è ancora il Carrère adulto e affermato che siamo abituati a frequentare oggi. Manca ancora la prosa porosa, percussiva ma sempre raffinata, manca l’autofiction tremendamente autocompiaciuta per alcuni lettori, irresistibile per altri. Nessuno scandalo, in ogni caso: se il testo, apparso per la prima volta nel 1986 in Francia e riproposto nel 2024 da Adelphi in Italia, si presenta qui e lì piuttosto legnoso a livello formale, non per questo risulta meno interessante sul piano delle idee e della teoria letteraria. “Ci resta il senno di poi, che è la letteratura” sostiene tra le altre cose il ventinovenne Carrère a proposito della materia ucronica, da cui è insieme respinto e attratto. Ma sappiamo che il senno di poi è anche la vecchiaia, per dirla con Yasmina Reza (Felici i felici, sempre dalla Francia, sempre per Adelphi in Italia), con tutto quello che ne consegue in termini di possibilità mancate e ripensamenti. Mettendo insieme queste due idee sul “senno di poi”, potremmo individuare da un lato una sostanziale identità tra letteratura e vecchiaia, dall’altro concludere che l’ucronia è una frenesia letteraria del rimpianto, della nostalgia per uno spaziotempo che non si è mai realizzato e che si vorrebbe più reale della realtà; per questo, secondo Carrère, sarebbe da preferirgli la letteratura che non intende cambiare la Storia, più divertente e coerente con l’idea di puro e semplice gioco mentale, esercizio estetico o semplice intrattenimento che la stessa ucronia dovrebbe rappresentare (mentre al contrario restituisce sempre una “immagine essenzialmente triste della letteratura”, corsivo originale). D’altra parte, a proposito di Storia, a noi oggi sembra di vivere in una distopia in cui si sono realizzati i peggiori incubi su guerre, autocrazie e disastri climatici. Forse una delle difficoltà maggiori nel leggere Ucronia è proprio nel trovarci sintonizzati, a quasi quarant’anni dalla sua originale stesura, su una percezione fatalmente deteriore della contemporaneità. Il presente come distopia concreta di un tempo passato in cui era ancora possibile immaginare ucronie e utopie irrealizzabili e perciò credibili, altre versioni della Storia cancellate dalla “realtà per quella che è” (cfr. Limonov), univoca e immodificabile. Ipotesi che raticheferebbero le teorie di Carrère sulla sostanziale inutilità dell’ucronia. Tuttavia, checché ne abbia scritto all’epoca (“adesso preferisco voltare le spalle all’ucronia”, a quell’immagine triste eccetera), il nostro resterà comunque ucronista a sua volta, non solo in quanto attento lettore di Philip K. Dick (mentre avrà mollato Callois, Geoffroy, Renouvier e compagnia), ma come frequentatore di vite altrui, di vite che com’è noto non erano la sua. Per dirne due: “col senno di poi” cosa sono se non ucronie, la doppia vita del Jean-Claude Romand de L’avversario e quella nuova e più inquietante, che fa retcon della precedente, del protagonista senza nome de I baffi? Rispettivamente due universi paralleli che coesistono all’interno della stessa biografia, “due opposte esistenze virtuali di uno stesso uomo”, come scrive lo stesso Carrère a proposito delle vicende del romanzo Verso lo Stretto di Bering di Marcel Numeraere. In tema di universi paralleli, va segnalato che in Ucronia lo scrittore francese scova, senza saperlo, il precedente che ha probabilmente ispirato Stan Lee e Marvel Comics per la serie What if…? e per tutto il fortunato filone del multiverso approdato anche al cinema. È il racconto di André Maurois Se Luigi XVI avesse avuto un po’ più di fermezza (1928), in cui si immagina una biblioteca di possibili universi paralleli, tutti perfettamente coesistenti tra loro, osservati da un “bibliotecario celeste”, il quale non può che ricordare Uatu, l’osservatore anch’esso celeste della Marvel. Quest’osservatore impotente, che può solo assistere al farsi e disfarsi di piani temporali che tendono a biforcarsi all’infinito, è l’esatto opposto dell’ucronista che, mosso da evidente “interesse ad agire”, interviene sulla Storia provando a riscriverla. Ma riscrivere la Storia non è riscrivere la realtà, come sa bene lo stesso Carrère: “Bisognerebbe allontanarsi dall’ucronia, dagli universi paralleli, dal rimpianto di cui sono pervasi, e avventurarsi nella realtà. È difficile, ma mi piacerebbe provarci” (cosa che in effetti avrebbe fatto in seguito). Per avventurarsi nella realtà occorrono tuttavia altri mezzi e altre forze, come sa ad esempio Werner Herzog. 

Parlando di ucronie, non è possibile non immaginare (uso una spiacevole doppia negazione per affermare con più vigore) uno spaziotempo in cui Ucronia non è mai stato scritto. Questa biforcazione si manifesta nella vita di Carrère nel 1982, quando il venticinquenne Emmanuel, allora critico cinematografico, si presenta alla porta della stanza d’albergo in cui alloggia Werner Herzog a Cannes (quell’anno si presenta Fitzcarraldo, Palma d’Oro per la miglior regia). L’intenzione – Carrère lo racconterà, o meglio lo racconterebbe in Limonov – è quella di intervistare Herzog e magari scambiare due chiacchiere sulla monografia che gli ha dedicato. Sappiamo com’è andata: senza neppure aver letto il saggio, Herzog lo definisce “Bullshit”, maltrattando il giovane Carrère e limitandosi a rispondere “professionalmente” (quindi, meccanicamente) alle sue domande. Non fosse per questo spiacevole episodio, forse non avremmo avuto Limonov (ecco il condizionale nella precedente parentesi) ma possiamo immaginare un universo non meno reale del nostro in cui Herzog fa accomodare Carrère nella sua stanza, dà un’occhiata al suo saggio e lo trova interessante. Chiacchierando, Herzog riconosce nel giovane critico cinematografico francese uno spiccato approccio crudo e laico alla vita, una comune tendenza a mischiare le carte tra realtà e finzione (entrambi esaltati dall’una, arresi all’altra), un comune “interesse ad agire” che altro non è che “l’identificazione della ricerca poetica con la performance fisica” (dal saggio di Carrère su Herzog, che ci auguriamo Adelphi pubblichi prima o poi anche in Italia in questo nostro universo). “Col senno di poi”, in buona sostanza, Carrère ricorda a Herzog sé stesso a vent’anni (nel 1982 Werner di anni ne ha quaranta, ma ne dimostra cinquantatré). Inizia così la collaborazione tra i due: per trent’anni tutti o quasi i film di Werner Herzog saranno scritti insieme a Carrère, che di conseguenza non avvierà alcuna carriera da scrittore e non pubblicherà alcun libro almeno fino al 2016, a collaborazione terminata. È di quell’anno infatti Ognuno per sé e Werner per tutti, biografia di Herzog pubblicata in Italia da Feltrinelli, in cui Carrère si toglierà più di qualche sassolino dalla scarpa, spesso sottraendo magia e finzione a tanti degli episodi “mitici” che costellano la leggendaria vita del tedesco, in pratica facendo fact checking (se vogliamo il contrario, grigio e noiosetto, dell’ucronia come di ogni letteratura): no, non è vero che quella volta Werner ha dormito a -20 gradi sulla vetta di una montagna nel pieno di una burrasca, no, non è vero che assoldava ubriaconi perché s’inginocchiassero a pregare sulla superficie di un lago ghiacciato nella Russia bianca, no, non è vero che quella cicatrice sul volto gliel’ha fatta un topo in Africa… Quella gliel’ho fatta io, con un piccolo coltello, nel corso di un brutto litigio avvenuto la notte di Natale del 1992 a Los Alamos, dove avevamo deciso di passare le feste per lavorare a un nuovo film che non è mai stato realizzato. I motivi del litigio non li ricordo, il film neppure, ma è tutto così vero e limpido nella mia mente che è come se fosse reale. È la vita con Werner, che ho sognato, e nonostante i pugni e gli sberleffi e tutto il resto, è stata bella e vivace come quella di un film. Ho sempre paura di svegliarmi nel cuore della notte e scoprire che le cose sono andate in modo diverso, che certe cose, anche le più atroci e sconnesse, non siano mai accadute. Ho il terrore di scoprire che non ho amato quel che amato e detestato quel che ho detestato, in Werner come in tutte le persone che conosco; il terrore di aver solo immaginato alcuni episodi di questa vita, magari di averne scritto soltanto come autore di fantascienza, di essere stato in cima al faro in una notte in tempesta invece che su una barca in mare aperto, ad affrontare la tempesta. Ora che ne scrivo finalmente comprendo perché a Werner sia sempre piaciuto tanto scrivere (è uno scrittore più bravo e più onesto di me, basta il suo Sentieri nel ghiaccio per capirlo), ma realizzo pure che la forma vera della letteratura, il suo genere prevalente, è sempre la nostalgia, il rimpianto. Il dramma di non fare più cinema con Werner, e probabilmente di non fare mai più cinema in vita mia, non è tanto dovermi cercare un altro mestiere (cosa che con poca convinzione provo a fare con questo libro, in cui lo stesso Werner mi tiene ancora per mano) ma dover fare proprio questo: scrivere. Mi trovo improvvisamente in un universo parallelo in cui rischio di non essere più io, una sorta di ucronia del presente in cui scopro di me ogni giorno parti sopite, che ho tenuto nascoste per trent’anni, del tutto virtuali e dunque di nessun interesse (cosa me ne faccio, a sessant’anni, di sapere ciò che sarei potuto essere?); è per me questa una resa fatale, pensare che non resti altro che la letteratura, il senno di poi, la forza coatta della vecchiaia o la conclusione di un libro mai scritto, che qualcun altro in qualche altro universo potrebbe comunque aver letto a mia insaputa.

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◾ Ucronia (Adelphi, 2024) è tradotto da Federica Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco
◾ Felici i felici (Adelphi, 2017) è tradotto da Maurizia Balmelli
◾ Limonov (Adelphi, 2012) è tradotto da Francesco Bergamasco
◾ Sentieri nel ghiaccio (Guanda, 1980) è tradotto da Anna Maria Carpi
◾ Ognuno per sé e Werner per tutti (Feltrinelli, 2016) è tradotto da Ottavia Colajanni

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Uno bravo con la polvere https://minimaetmoralia.it/libri/roberto-alajmo/ https://minimaetmoralia.it/libri/roberto-alajmo/#respond Sun, 02 Jun 2013 08:50:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14527 Questo pezzo è uscito sul Post. (Immagine: Jon Rafman, BNPJ: Delaunay Reading Room.)

di Mario Fillioley

Roberto Alajmo deve avere un malo carattere. Me ne sono accorto una volta che ero dentro al cinema Aurora e guardavo un documentario sulla gestualità dei siciliani. Sulle poltrone accanto alla mia c’era tutta questa gente che rideva e si compiaceva per come venivamo fuori da quel film, e vabbe’, pure io ridevo. Mi specchiavo dentro a uno schermo che come un parrino mi assolveva da tutti i miei difetti, e anzi mi diceva che non c’era manco bisogno di confessarmi, perché tanto erano difetti simpatici, stavano a significare calore, ospitalità, estroversione, e tutta una serie di minchiate che si presume sempre siano caratteristica precipua dei siciliani. O forse di tutti gli isolani. O forse, ancora più in generale, di chiunque viva in condizioni di palese arretratezza e che per tanto si suppone ancora in contatto con valori primitivi, legati a un mondo quasi estinto, sopravvissuto solo in località remote, come appunto la Sicilia.

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robert_delaunay_readingroom

Questo pezzo è uscito sul Post. (Immagine: Jon Rafman, BNPJ: Delaunay Reading Room.)

di Mario Fillioley

Roberto Alajmo deve avere un malo carattere. Me ne sono accorto una volta che ero dentro al cinema Aurora e guardavo un documentario sulla gestualità dei siciliani. Sulle poltrone accanto alla mia c’era tutta questa gente che rideva e si compiaceva per come venivamo fuori da quel film, e vabbe’, pure io ridevo. Mi specchiavo dentro a uno schermo che come un parrino mi assolveva da tutti i miei difetti, e anzi mi diceva che non c’era manco bisogno di confessarmi, perché tanto erano difetti simpatici, stavano a significare calore, ospitalità, estroversione, e tutta una serie di minchiate che si presume sempre siano caratteristica precipua dei siciliani. O forse di tutti gli isolani. O forse, ancora più in generale, di chiunque viva in condizioni di palese arretratezza e che per tanto si suppone ancora in contatto con valori primitivi, legati a un mondo quasi estinto, sopravvissuto solo in località remote, come appunto la Sicilia.

Intorno a me si stava producendo questo idillio simbiotico tra rappresentazione e rappresentati: mano a mano che aderivamo allo stereotipo, le poltrone si adattavano meglio alla forma del sedere, diventavano sempre più morbide, sempre più comode, fino a quando a un certo punto dentro alle poltrone c’eravamo sprofondati, ci avevano inghiottito, erano diventate una tomba, un divano di Baudelaire. Le battute del film, più dolci che sapide, erano tutto un picco glicemico: rilassavano, rammollivano, inducevano a una sonnolenza satolla, di tipo postprandiale. Io pensavo che quel documentario era brutto, ma brutto assai, e oltre a essere brutto ci stava facendo indigestione, a tutti, e, come a certi pranzi di matrimonio che non finiscono mai, mi è venuta voglia di alzarmi dal tavolo e muovere le gambe. Invece sullo schermo è comparso Roberto Alajmo e allora ho detto aspetta, dove stai andando? proprio ora che stanno servendo l’amaro e ti puoi levare questo sapore dalla bocca? rimettiti seduto. Perché pure lui era seduto.

Lo intervistavano così, mentre stava un po’ in panciolle su una sdraio, con le ciabatte ai piedi, i pantaloncini corti e una maglietta che sembrava se la fosse messa addosso un attimo prima. Vederlo comparire è stato come bere la citrosidina Brioschi tutto d’un fiato e urlare arrivano i nostri con un rutto. Avendo letto L’arte di annacarsi e Palermo è una cipolla, sentivo che stava per consumarsi la mia vendetta: eh, caro regista, mi dispiace, ora sono fatti tuoi, Roberto Alajmo quando parla dei luoghi comuni sulla Sicilia lo sa di cosa parla, quindi non lo so se a te – che eri in vena di oleografie – ti è convenuto andarlo a sconcicare fino a casa sua mentre si stava riposando. Quelli sono due libri che con i luoghi comuni sulla Sicilia ci fanno i conti.

Fare i conti col posto dove abiti è difficile: ti viene sempre di ritoccare le cifre per andarci a guadagno (oppure per mandare tutto a bancarotta e poi andarci a guadagno). Invece i conti di Roberto Alajmo sono a somma zero: il piacere di leggerlo non sta tanto nel vedere che risultato trova, ma nell’osservarlo mentre fa le operazioni con la matita dietro l’orecchio e la visiera da ragioniere in testa. Un’attività che deve avere a che fare con la narrativa: il lettore di Palermo è una cipolla piglia certe sbandate, si sente malsicuro, inquieto, prima ride, poi si preoccupa, poi si sente preso in giro, poi si fa domande, si chiarisce certe cose e si confonde su altre, la mafia, l’antimafia, il traffico, il caffè (che si deve bere quando è così bollente che brucia le labbra perché altrimenti significa che te l’hanno fatto male e quel bar non è buono) i tic, le idiosincrasie, le riprese dal vero di una città che si mette sempre in posa e non la puoi sorprendere manco se gli fai le foto di nascosto.

E allora valla a sbrogliare la matassa dei luoghi comuni che si raccontano sui siciliani e a cui i siciliani per primi credono. Insomma, Roberto Alajmo non lo puoi infilare dentro a quel documentario senza che lui non te lo faccia saltare dall’interno.

Ispirare simpatia con un malo carattere non deve essere facile. E infatti io penso che Roberto Alajmo sia bravo a fare sembrare una babbìata certe cose che altri non si possono neanche sognare, e che insomma possieda la sprezzatura, quella del Cortegiano.

Se oltre al malo carattere non c’hai  anche  la sprezzatura, è meglio se tenerezza e nostalgia le lasci perdere: un libro come Il primo amore non si scorda mai, anche volendo devi proprio evitare di scriverlo, altrimenti corri il rischio di sembrare Carlo Conti che legge gli sms del pubblico a I migliori anni.

Il primo amore non si scorda mai, anche volendo è più o meno il memoriale intimo di un consumatore bambino. Ogni capitolo fa un po’ storia a sé, però sempre dentro a un telaio: diciamo che è un piolo di quella scala che uno sale senza neanche accorgersene quando passa dall’infanzia all’adolescenza.

Dalla lettura mattutina che faccio di Penultim’ora, il suo blog, sospetto che Roberto Alajmo si sia aiutato con un ripasso: ha un figlio che sta per diventare adolescente, quindi magari quella fase di passaggio ce l’ha sotto agli occhi, e forse per questo è riuscito a scorrerla così bene al microscopio, e a trovare quegli snodi, quegli incroci non segnalati, di cui è impossibile indovinare la destinazione nel momento in cui li si attraversa. Come per esempio un amico tuo che un giorno trova il coraggio di scavalcare un muretto che sembra la siepe dell’Infinito, e che fino al giorno prima nessuno mai si era sentito abbastanza ardito da oltrepassare:

La campagna oltre il muretto non è tanto che faccia paura. Un po’ sì, ma suscita soprattutto curiosità. Si dice che ci abiti una tribù di zingari, o che vadano a spartirsi il bottino dei malviventi, come li chiama il telegiornale. Quando ne parlate tra voi, c’è sempre qualcuno disposto ad aggiungere qualche dettaglio raccapricciante che l’ultima volta non c’era. Ma la verità è che di quella campagna nessuno ne sa niente. Di tanto in tanto vi ripromettete di scavalcare il muro, ma in cima è coperto da cocci di vetro che rappresentano un ottimo motivo per rinviare ogni volta. Però un giorno accade. […] Quello ricompare, scavalcando con semplicità e tornando da voi senza danni apparenti, solo pulendosi le mani sui pantaloni. Gianni Cirafici vi ha appena dato una lezione e non avete diritto a fare domande. Non subito, almeno. C’è un lungo momento durante il quale sperate che lui voglia dire qualcosa spontaneamente, risparmiandovi altre smanie. Ma niente. Nessuno sconto. Vi guarda uno per uno, e poi tutti assieme, senza aprire bocca. 

Oppure un viaggio in autobus dal centro alla periferia della città per cercare (senza trovarle) un paio di scarpe della misura giusta a un compagno di giochi gigantesco:

Il viaggio di ritorno verso via Carducci è caratterizzato da una silenziosa malinconia. Arrivati, vi salutate senza commenti. Ognuno di voi sente bruciare la delusione, ma non può ammettere di avere sprecato una giornata. E poi avete visto il famoso quartiere Zen, se non altro. Finirà che la madre di Polifemo le scarpe numero quarantanove le farà fare apposta da un calzolaio. Due paia, in crescita, ché alla vostra età non si sa mai.

Memorie come queste sono private fino a un certo punto. Così, a fare da intermezzo, Roberto Alajmo ci innesta sopra i repertori (dei giocattoli, dei giornalini e dei cartoni animati, delle robe da mangiare, del calcio e dei calciatori), cioè elenchi ragionati di tutti quei beni che concorsero a formare l’immaginario ludico-consumista della Carosello generation. Da liste di questo genere uno si aspetta sempre l’innesco per l’effetto bei tempi, e invece a scorrere queste ti accorgi che è il contrario: l’asciuttezza con cui sono compilate bilancia il tono epico-ironico degli episodi d’infanzia, e più che gli elenchi sentimentali di Fazio e Saviano vengono in mente gli inventari meticolosi di un ferramenta. Il fatto, poi, che siano suddivise per categoria merceologica sembra un tentativo di tirarne fuori l’oggettività storiografica, farne una sorta di prova testimoniale che chiami in correità il lettore e lo renda definitivamente complice. Infatti il libro è tutto in seconda persona, a volte singolare (tu) e più spesso plurale (voi ).

Roberto Alajmo la seconda persona la usa anche in altri libri. Io una volta ho tradotto un’intervista a Rick Moody (Col pianoforte ero un disastro) in cui il grande scrittore americano sosteneva che la seconda persona è un trucchetto da bottega. Sarà che a me le botteghe piacciono più degli atelier, però mi pare che il tu e il voi qua non siano un espediente, ma una specie di attrezzo gnoseologico: la birillatrice per estrarre il succo del collettivo dal biografismo del ricordo.

Sempre a proposito di botteghe, secondo me Roberto Alajmo le memorie non le tiene in soffitta, ma nel garage.

Quando ho letto 1982 memorie di un giovane vecchio, che è un po’ l’esperimento preparatorio di quest’ultimo libro, non m’è venuto di immaginarmelo come lo scrittore romantico, che in un malinconico giorno di pioggia autunnale sale in un sottotetto e soffia via la polvere da un baule pieno di cimeli, ma come uno di quei tizi che capita di vedere affaccendati dentro a un garage, dove tutto è in ordine sugli scaffali e i soppalchi, e c’è sempre una specie di bancone lungo su cui pulire, avvitare, oliare, esercitare l’arte della manutenzione. Quelli col malo carattere, se si occupano degli oggetti sopravvissuti al passato non è per crogiolarsi nella nostalgia, ma per tenerli in funzione, verificare che siano sempre pronti per l’uso. In garage non è come in soffitta: non si tratta di spolverare il desueto, ma di manutenere l’utilizzabile.

La bravura con la polvere consiste più nell’evitare che si depositi che nel rimuoverla, e infatti il libro, pur parlando di anni lontani, è scritto tutto al presente indicativo: così magari il giorno del 2013 in cui guardi tuo figlio e ti sembra che in una sola notte sia diventato un’altra persona, puoi scendere in garage e tirare giù dal soppalco la giornata del 1968 che ti serve per capire questa, sicuro che niente si sia ossidato e tutti i meccanismi funzionino ancora alla perfezione.

Comunque la trasmissione di Fabio Fazio in qualche modo con questo libro qualcosa c’entra, perché quel programma lo scrisse Francesco Piccolo, e a tratti Il primo amore non si scorda mai, anche volendo sembra una specie di Momenti di trascurabile felicità , però virato seppia e centrato sull’infanzia. Per esempio in questo punto, il mio preferito, dove le croste alle ginocchia diventano una specie di correlativo oggettivo:

In una prima fase le studi, perché sai, ti hanno insegnato, che le croste non si toccano. Ma non dura. Rimani affascinato da quello spessore che allo stesso tempo ti appartiene e non ti appartiene. Sei tu e non sei tu. Prima o poi la crosta è destinata a cadere e perdersi, come i capelli quando vai dal barbiere o le unghie che ti tagli (quelle che ti mandi no, rimangono a mutare nel tuo stomaco e almeno in percentuale torneranno a essere parte di te) […] Se provi ti accorgi che riesci persino a infilarci sotto un’unghia o quel che rimane dopo la scorpacciata che ne hai fatto. Ma basta: l’unghietta si è insinuata. Lei sa cosa c’è sotto. E per suo tramite pure tu immagini la superficie di pelle nuova che si è formata sotto la crosta di sangue. Basta provare a muovere l’unghia per far muovere anche la crosta, che ormai è matura, pronta a staccarsi da sola. Ti viene voglia di dare una mano al corso della natura. Oltretutto quella crosta alle ginocchia è un fastidioso retaggio da bambini. I grandi mica ce le hanno. E allora fai una cosa che assolutamente la mamma proibisce: fai leva.

Francesco Piccolo non ha l’aria di uno col malo carattere, però la sua scrittura e quella di Roberto Alajmo si somigliano lo stesso. Nella prefazione che scrisse qualche anno fa per la ristampa di un suo vecchio libro (Scrivere è un tic) c’era una riga in cui definiva la sua:

Una lingua saggistico-narrativa che vado esplorando da anni, e che è la ragione per cui scrivo.

Ecco, secondo me anche Roberto Alajmo scrive con quella stessa lingua, e tutti e due scrivono libri meticci, dove c’è sempre l’autore in persona (o un suo alter ego) coinvolto a vario titolo nella narrazione, e ogni volta che ti sembra voglia mettere a fuoco se stesso come personaggio, in realtà ti accorgi che a essere in primo piano è il contesto. Oppure viceversa. Ecco perché non sai mai se stai leggendo un romanzo che sembra un saggio o un saggio che sembra un romanzo. La conferma è che la trama quasi mai è basata su una storia nel senso tradizionale del termine: per esempio, nel caso di Roberto Alajmo, spesso è una storia successa per davvero. Questo l’ho sentito dire a lui, una sera di settembre all’eremo di Avola antica. Lo disse di fretta perché quella sera giocava il Palermo contro l’Inter (e mi sa che lui tifava l’Inter – sempre perché ci vuole un gran malo carattere per tifare l’Inter a Palermo), la presentazione stava andando per le lunghe e lui voleva andarsi a vedere la partita.

Disse che è quasi una cosa immorale inventarsi una storia, e lo è ancora di più in Sicilia, dove sono successe e succedono continuamente cose vere che meritano di essere raccontate più di quelle finte, e che la letteratura serve a riempire quel piccolo interstizio, quella fessura che sempre si forma tra l’accadimento e la sua esposizione per iscritto: ecco, se uno ci pensa bene, questo fatto di mettersi a intuppare i puttusi con la manicola e la quacina è una cosa molto umile da dire, specie per uno che ha un malo carattere. E invece lui oltre a dirlo lo fa. Però non con la manicola e la quacina, ma con la spatola e lo stucco, perché la sua è una lingua spalmata così bene che la fessura non si vede più, nemmeno ci si immagina che sia mai esistita. Oltretutto lo fa da un bel po’ di tempo, e infatti un’altra delle cose che è bravo a fare con sprezzatura è anticipare. Per esempio ha scritto Limonov un anno prima che uscisse Limonov.

Il libro si chiamava Tempo niente ed era la biografia del magistrato Luca Crescente, morto di troppa dedizione al lavoro. Come Limonov e prima di Limonov, oltre a essere la biografia di un personaggio reale, era anche un romanzo su uno scrittore che scriveva una biografia. Va bene, Eduard Veniaminovich Savenko detto Limonov è un vivente, mentre Luca Crescente purtroppo non lo è più, però è anche vero che Limonov è un fango e Luca Crescente invece era il classico bravo picciotto. Forse è per questo che quello di Alajmo un anno fa non è diventato il libro dell’anno e quello di Carrère sì: alla gente i fanghi gli piacciono più dei bravi picciotti. Com’è che invece gli scrittori col malo carattere gli piacciono meno?

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La scrittura di László Krasznahorkai https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-scrittura-di-laszlo-krasznahorkai/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-scrittura-di-laszlo-krasznahorkai/#comments Wed, 13 Feb 2013 09:33:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12909 Questo pezzo è uscito su Studio.

In quanto incarnazione del Male, se abitasse le pagine di un romanzo americano Irimiás avrebbe le sembianze di un agente del caos “enorme, bianco e glabro come un bambino” o di uno spaventoso cetaceo con “tre buchi alla pinna di tribordo“; animando quelle di un romanzo ungherese uscito al tramonto del Patto di Varsavia, non può essere molto più di un sordido schemer, una nemesi “vegetariana” che al sapore ferroso del sangue suo malgrado preferisce il salmastro del raggiro.

Irimiás è il deus ex machina nel cast di “anime morte” di Satantango (1985), il romanzo d’esordio di László Krasznahorkai che, tradotto in inglese per la prima volta nel 2012 dal poeta George Szirtes, sta montando al di là di Manica e Atlantico un piccolo culto intorno allo scrittore nato nel 1954 a Gyula, dove l’Ungheria è ormai quasi Romania.

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In quanto incarnazione del Male, se abitasse le pagine di un romanzo americano Irimiás avrebbe le sembianze di un agente del caos “enorme, bianco e glabro come un bambino” o di uno spaventoso cetaceo con “tre buchi alla pinna di tribordo“; animando quelle di un romanzo ungherese uscito al tramonto del Patto di Varsavia, non può essere molto più di un sordido schemer, una nemesi “vegetariana” che al sapore ferroso del sangue suo malgrado preferisce il salmastro del raggiro.

Irimiás è il deus ex machina nel cast di “anime morte” di Satantango (1985), il romanzo d’esordio di László Krasznahorkai che, tradotto in inglese per la prima volta nel 2012 dal poeta George Szirtes, sta montando al di là di Manica e Atlantico un piccolo culto intorno allo scrittore nato nel 1954 a Gyula, dove l’Ungheria è ormai quasi Romania.

È un culto che non mi stupisce.

Satantango infatti è un libro straordinario come lo sono War&War e The melancholy of resistancegli unici altri due romanzi di Krasznahorkai facilmente reperibili in traduzione. Tre opere che non è proprio possibile definire meno che complesse, e non solo perché la prosa di Krasznahorkai è un “lento flusso di lava narrativa” – come è stata definita da Szirtes – spesso avaro di punteggiatura, ma soprattutto perché l’autore ungherese è uno dei pochi scrittori viventi capaci di giostrarsi tra impressionismo ed espressionismo, reale e surreale, veglia e dimensione onirica, nel tentativo di tracciare una totalità organica dell’esistente e di trovare una fusione delle sue dialettiche più irriducibili, nonché uno dei rari autori contemporanei a essere ancora fortemente interessato a una scrupolosa indagine metafisica e a protrarre, oltre il suo esaurimento storico, uno dei confronti fondamentali della letteratura del ’900: quello con il Tempo, come evidenzia da subito l’epigrafe in esergo a Satantango, una citazione dal Castello di Kafka: “In that case, I’ll miss the thing by waiting for it”.

A un primo livello si può leggere Satantango come una parodia angosciosa delle condizioni di vita, materiali e spirituali, nei paesi al di là della Cortina di ferro mentre questa esalava gli ultimi rantoli. “La parte che sta per il tutto”  è qui un manipolo di reietti che vegetano, in attesa del loro Godot, raccolti attorno a un piccolo raggruppamento di case sperduto nella prateria magiara. Ogni giorno scorre identico al precedente, le stesse gocce di pioggia rigano gli stessi vetri delle stesse finestre affacciate all’unica strada fangosa che conduce verso un non meglio precisato altrove “civile”, un orizzonte dal quale un giorno riemergono Irimiás e Petrina, uno spilungone e un tarchiato, Don Quijote e Sancho Panza, due uomini da mesi creduti morti. In quel purgatorio di esistenze scheletriche e trapuntate di apatia, l’arrivo di Irimiás è immediatamente interpretato come un cenno messianico portatore di nuove speranze, le quali si dimostrano ben presto tragicamente infondate, al punto che il loro divulgatore viene infine inopinatamente accusato di essere un demone del raggiro, un piccolo Woland bulgakoviano, da quegli stessi tapini che solo pochi attimi prima avevano riposto in lui tutta la loro fiducia.

Ovviamente Irimias non è e non è mai stato nè l’una nè l’altra cosa – nè Messia nè Satana, e del resto non avrebbe la statura per nessuno dei due ruoli. È semplicemente uno dei tanti piazzisti di illusioni svezzati dal seno del comunismo sovietico, un agente del “cambiamento perchè tutto resti com’è” – lo sottolinea la stessa stuttura a loop del romanzo. La figura di Irimiás può venire così grossolanamente fraintesa, nel senso di un ingigantimento, e scambiata per qualcosa di diverso da quel “poco” che è, solo da individui che hanno perso qualsiasi contatto con la realtà tramite la reiterazione dei gesti avvizziti e svuotati di senso che gli ha imposto il regime (sovviene qui la famosa frase dello storico francese Martin Malìa riemersa di recente anche in Limonov: «Il socialismo integrale non è un attacco a determinate strutture del capitalismo ma alla realtà stessa. È un tentativo di sopprimere il mondo reale […] che per un certo periodo crea un mondo surreale fondato su questo paradosso: la povertà, l’inefficienza e la violenza sono presentate come bene supremo»).

Dando per buona questa lettura di Satantango, il tempo su cui si interroga il suo autore è ovviamente quello della Storia e, una volta giunti al temine, si può riporre il libro sullo scaffale delle grandi denunce letterarie dell’impoverimento esperienzale e dell’abbruttimento morale prodotti, in Ungheria e altrove, dal regime sovietico.

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Una finzione di patria: la Russia postsovietica e le sue ferite aperte https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-prilepin/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-prilepin/#respond Tue, 12 Feb 2013 14:30:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12882 Questo pezzo è uscito su Alias. (Immagine: Limonov e  Zachar Prilepin.)

di Valentina Parisi

Lo Stato non è la Patria, così Michail Bakunin nella lettera omonima indirizzata ai compagni anarchici italiani deplorava la tendenza della gioventù mazziniana a sacrificare invano la propria vita per la nebulosa “finzione metafisica” di uno Stato unitario e centralizzato. A questa astratta chimera il rivoluzionario russo contrapponeva l’“amore naturale del popolo” per una Patria universale, identificata con “il diritto incontestabile e sacro di tutti gli uomini (…) di vivere, pensare, volere, agire a proprio modo”. Difficile stabilire se Zachar Prilepin sia partito proprio da qui per inalberare il vessillo letterario di un attaccamento viscerale alla patria – una passione a suo dire “necessaria” e inevitabile, al pari di ogni altra vertigine amorosa estranea alla nozione di scelta razionale. Tuttavia non è difficile intravvedere una sorta di rifiuto á la Bakunin a identificare Stato e Patria dietro il corto circuito emotivo che di recente lo ha spinto a incrociare le lame con Emmanuel Carrère, il celebrato autore del “romanzo” Limonov, ispirato al letterato fondatore del partito nazionalbolscevico in cui Prilepin ha militato da giovane (Adelphi, 2012).

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Questo pezzo è uscito su Alias. (Immagine: Limonov e  Zachar Prilepin.)

di Valentina Parisi

Lo Stato non è la Patria, così Michail Bakunin nella lettera omonima indirizzata ai compagni anarchici italiani deplorava la tendenza della gioventù mazziniana a sacrificare invano la propria vita per la nebulosa “finzione metafisica” di uno Stato unitario e centralizzato. A questa astratta chimera il rivoluzionario russo contrapponeva l’“amore naturale del popolo” per una Patria universale, identificata con “il diritto incontestabile e sacro di tutti gli uomini (…) di vivere, pensare, volere, agire a proprio modo”. Difficile stabilire se Zachar Prilepin sia partito proprio da qui per inalberare il vessillo letterario di un attaccamento viscerale alla patria – una passione a suo dire “necessaria” e inevitabile, al pari di ogni altra vertigine amorosa estranea alla nozione di scelta razionale. Tuttavia non è difficile intravvedere una sorta di rifiuto á la Bakunin a identificare Stato e Patria dietro il corto circuito emotivo che di recente lo ha spinto a incrociare le lame con Emmanuel Carrère, il celebrato autore del “romanzo” Limonov, ispirato al letterato fondatore del partito nazionalbolscevico in cui Prilepin ha militato da giovane (Adelphi, 2012).

In Ritratto di europeo con centauri russi sullo sfondo (“Svobodnaja pressa”, 8 dicembre), sferzante recensione della traduzione russa appena uscita per i tipi della casa editrice Ad Marginem, il trentasettenne scrittore originario della provincia di Rjazan’ contesta il malcelato senso di superiorità con cui, a suo giudizio, l’occidentale Carrère  guarda all’irrisolto trauma rappresentato dalla repentina scomparsa della “patria sovietica”. Se il tono brillante di Carrère suona spesso immotivatamente fatuo all’orecchio di Prilepin, alcune generalizzazioni gettate sul tappeto con nonchalance dal figlio della storica Hélène Carrère d’Encausse gli sembrano addirittura sfiorare il dileggio, prima tra tutte la provocazione finale per cui tra Eduard Veniaminovic Savenko, in arte Limonov, e il suo nemico giurato Vladimir Vladimirovic Putin esisterebbero molte più consonanze di quanto non si sarebbe portati a credere. A partire per esempio da quel rimpianto per la grandezza perduta dell’impero sovietico che avrebbe spinto l’attuale presidente russo a pronunciare la frase scelta da Carrère come esergo per Limonov: “Chi vuole restaurare il comunismo è senza cervello, chi non lo rimpiange è senza cuore”.

A indignare Prilepin non è dunque tanto la tendenza dello scrittore francese a confondere Dichtung und Wahrheit, realtà e finzione, stilizzando volutamente l’uomo Limonov sui modelli forniti dai suoi porte-parole letterari. Pur rilevando con acutezza l’indisponibilità di Carrère a limitarsi al “modesto” ruolo del biografo e la sua inspiegabile refrattarietà a lavorare sulle fonti, l’ex nazionalbolscevico insorge più che altro contro l’indebito parallelismo Limonov-Putin, contro l’idea che il leader di Russia unita possa essere definito “un inquietante sosia” dell’idolo della sua adolescenza, contro il pericolo, in definitiva, che l’incompatibilità radicale tra Stato e Patria possa essere oscurata.

Prilepin che legge Carriére che legge Limonov diventa così l’ennesimo capitolo nella lunga storia delle accuse levate dagli intellettuali russi all’indirizzo dei loro colleghi occidentali, “rei” di guardare alla loro storia nazionale con occhio “orientalista”. E che cosa intenda esattamente Prilepin per patria – termine in effetti alquanto esotico, in questa parte di Europa – lo si capisce bene leggendo Il peccato, notevole “romanzo in racconti” proposto di recente da Voland nella traduzione di Nicoletta Marcialis (pp. 240, euro 15).

Avanzando di pagina in pagina in mirabile equilibrio tra autobiografismo e invenzione letteraria, Prilepin mette a nudo con la consueta disarmante franchezza le ferite aperte della Russia postsovietica, ricostruendo un percorso esemplare, a un tempo privato e collettivo, che dal paradiso perduto dell’infanzia rurale procede fino alla definitiva caduta nel peccato sancita dall’esperienza bellica. Ipnotizzato da una cifra stilistica invariabilmente suadente e ispirata, il lettore viene condotto per mano tra le metamorfosi imprevedibili del protagonista Zachar, evocate secondo una logica che all’irreversibilità cronologica dell’itinerario biografico privilegia una visione discontinua e semi-onirica del tempo come durata.

Da giovane tenero amante il porte-parole dell’autore retrocede così senza soluzione di continuità a adolescente goffo e inquieto, per incarnarsi poi in un becchino dedito alla vodka, in un ventitreenne “traboccante di amore per il mondo”, in un buttafuori disgustato dal lavoro, in un padre di famiglia neppure trentenne, sconcertato dalla propria felicità: “…accarezzo la schiena dell’amore mio e le testoline dei miei bambini, e accarezzo le mie guance non rasate, e le mie mani sono calde, e fuori dalla finestra c’è la neve ed e primavera, c’è la neve ed è inverno, c’e la neve ed è autunno. Questa è la mia patria, e qui viviamo noi”.

Lungi dal trasformarsi in ottusa soddisfazione, la felicità in Prilepin è sempre minata dalla consapevolezza della propria stessa inconcepibilità, persino l’idillio infantile delle estati trascorse in campagna dai nonni è minacciato dalla “normale” eppure inaudita crudeltà perpetrata dagli esseri umani contro gli animali, e le gioie della vita domestica si alternano a raptus irrefrenabili di violenza, o al ricordo di drammi feroci e incomprensibili, come la fine dell’amico Sasa, morto congelato in un frigorifero mentre giocava a nascondino. Cosicché si giunge tutto sommato preparati alla metamorfosi finale, quando Zachar-Zacharka smarrisce il proprio nome per trasformarsi nel Sergente, il disilluso ufficiale che si ritrova in Cecenia a combattere contro i cosiddetti “cattivi, gente che voleva starsene per i fatti suoi”. È nello stanco esercizio del mestiere delle armi che il protagonista comprende l’ampiezza del vuoto lasciato dal collasso della “patria” sovietica: “Non ricordava l’ultima volta in cui aveva pronunciato quella parola. La Patria non c’era più da molto. Era scomparsa in un tempo ormai lontano, e al suo posto non era nato nulla”.

Come nel romanzo Patologie (Voland, 2011) la guerra è vista come inevitabile cimento virile, diretta conseguenza del peccato originario da cui nessun uomo può considerarsi esente. Da qui la polemica a distanza con Boris Pasternak, evocato nei versi di Zacharka pubblicati come ouverture al racconto conclusivo, in una sorta di rilettura postsovietica (e postmoderna) delle poesie di Jurij nel Dottor Zivago. Di fronte alla violenza bellica il ripiegamento nel privato è impossibile o, meglio, masochista, dacché, rivolgendo il pensiero ai propri affetti lontani, il soldato scopre soltanto di non avere più “il diritto di morire quando pare a lui”. Opera permeata dalla coscienza della perdita dell’innocenza come esperienza fondante dell’uomo postsovietico, Il peccato è la constatazione struggente di impossibilità plurime, prima tra tutte quella di abbandonarsi all’idealizzazione romantica della Russia rurale.

Una tentazione che pure Prilepin avverte, in quanto degno successore del “teppista” poetico Sergej Esenin, da cui ha ereditato, l’intenso lirismo, la fascinazione per i bassifondi e l’evidente simbologia religiosa. Senonché l’ex ribelle limonoviano è troppo lucido per non rendersi conto che l’erba rugiadosa e il ribes – ricorrenti simboli del proprio paese lontano nella lirica di Marina Cvetaeva, per esempio – una volta cresciuti sulla terra del nuovo impero putiniano, rappresentano solo “una finzione di patria”.

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Il meglio di Pagina3: settimana dal 28 gennaio al primo febbraio https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-28-gennaio-primo-febbraio/ https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-28-gennaio-primo-febbraio/#comments Fri, 01 Feb 2013 15:26:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12829 Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di gennaio è Edoardo Camurri. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. (Immagine: Walter Siti.)

Lunedì 28 gennaio:

 Contro la paura. Marc Augé: "Curiosi e attivi senza l'angoscia del futuro". Articolo di Fabio Gambaro, la Repubblica, p. 45.

 Tavoli: Walter Siti. Articolo di Giovanna Silva e Andrea Cortellessa su doppiozero.com

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di gennaio è Edoardo Camurri. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. (Immagine: Walter Siti.)

Lunedì 28 gennaio:

 Contro la paura. Marc Augé: “Curiosi e attivi senza l’angoscia del futuro“. Articolo di Fabio Gambaro, la Repubblica, p. 45.

 Tavoli: Walter Siti. Articolo di Giovanna Silva e Andrea Cortellessa su doppiozero.com

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Love Walked In di Roland Hanna

 

Martedì 29 gennaio:

 David Mamet in difesa delle armi. Articolo di copertina di Newsweek su ilpost.it

 Wilbur Smith: “La vera sfida nei libri è inventare le trame e farle scrivere ad altri”. Articolo di Luca Crovi, il Giornale, p. 23.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è There Will Never Be Another You del trio Winton Kelly, Oscar Pettiford e Franklin Skeete

 

Mercoledì 30 gennaio:

 Limonov, dalla parte dei cattivi, anche fra le mura di un gulag. Il diario di prigionia del provocatorio scrittore nazicomunista. Articolo di Dario Fertilio, Corriere della Sera, p. 34.

 Se Marx e Keynes vanno a Davos. Articolo di Salvatore Cannavò, Il Fatto Quotidiano, p. 18.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Plein Chant du premier Kyrie, composizione del ‘600 di Francois Couperin rivisitata da Joachim Kuhn

 

Giovedì 31 gennaio:

 Intervista a Saul Steniberg. Articolo di Pierre Schneider su doppiozero.com

 La morte di Antonio Caronia, esploratore della fantascienza. Il cyborg disincantato dell’immaginario. Articolo di Nando Vitale, il manifesto, p. 11.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è A Strange Romance di Bela Fleck e Chick Corea

 

Venerdì primo febbraio:

• Siberia anno zero. Articolo di Davide Coppo su rivistastudio.com

 Le fantastiche avventure del “briccone” Chabon. Articolo di Luigi Mascheroni, il Giornale, p. 24.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Double Vision di Eddie Gomez con Chick Corea

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Parigi, capitale dell’inesperienza https://minimaetmoralia.it/letteratura/parigi-capitale-dellinesperienza/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/parigi-capitale-dellinesperienza/#comments Tue, 29 Jan 2013 10:11:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12718 Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Cara Barer.)

Nella letteratura francese degli ultimi tempi, sempre più visibile è la presenza di opere che hanno per oggetto la vita di personaggi reali. Solo per fare alcuni esempi illustri: le vicende picaresche del Limonov di Emmanuel Carrère; i destini sofisticatamente narrati da Jean Echenoz (quello di Ravel nel volumetto omonimo, del fondista Emil Zátopek in Courir e dell’inventore Nikola Tesla in Des éclairs); la vocazione da medico-esploratore di Alexandre Yersin in Peste et Choléra, ultimo romanzo di Patrick Deville. Dopo l’orgia di insipide autofictions intimiste che, nello snodo fra i due millenni, ha depravato il mondo letterario francese, la salutare lezione del successo di Houellebecq sembra infine essere stata accolta: uno scrittore incapace di confrontarsi con ciò che è altro da sé non merita di essere letto. L’altro può assumere le forme più diverse: la Storia, la società, l’arte, le grandi vite di personaggi celebri o quelle, minime, di anonimi individui. E può assumerle anche nelle varianti di scrittura più egotistiche. Ma non laddove l’egotismo rifiuti di confrontarsi coi presupposti della sua legittimità: una madeleine che non racchiuda in sé l’intera architettura del tempo è, letterariamente, senza sapore.

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Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Cara Barer.)

Nella letteratura francese degli ultimi tempi, sempre più visibile è la presenza di opere che hanno per oggetto la vita di personaggi reali. Solo per fare alcuni esempi illustri: le vicende picaresche del Limonov di Emmanuel Carrère; i destini sofisticatamente narrati da Jean Echenoz (quello di Ravel nel volumetto omonimo, del fondista Emil Zátopek in Courir e dell’inventore Nikola Tesla in Des éclairs); la vocazione da medico-esploratore di Alexandre Yersin in Peste et Choléra, ultimo romanzo di Patrick Deville. Dopo l’orgia di insipide autofictions intimiste che, nello snodo fra i due millenni, ha depravato il mondo letterario francese, la salutare lezione del successo di Houellebecq sembra infine essere stata accolta: uno scrittore incapace di confrontarsi con ciò che è altro da sé non merita di essere letto. L’altro può assumere le forme più diverse: la Storia, la società, l’arte, le grandi vite di personaggi celebri o quelle, minime, di anonimi individui. E può assumerle anche nelle varianti di scrittura più egotistiche. Ma non laddove l’egotismo rifiuti di confrontarsi coi presupposti della sua legittimità: una madeleine che non racchiuda in sé l’intera architettura del tempo è, letterariamente, senza sapore.

A un primo sguardo, la narrativa francese sembrerebbe quindi essersi districata dall’impasse autoreferenziale cui l’avevano condannata gli esperimenti del Nouveau roman e dell’Oulipo. Un esame meno sbrigativo spinge invece a chiedersi se la via d’uscita tracciata dalla tendenza alla biofiction non conduca a vicoli ancora più ciechi.

Tale tendenza, in effetti, può essere interpretata come il sintomo di una sindrome da sdoppiamento: vista la propria difficoltà a coniugare invenzione narrativa ed esperienza personale, ci si volge al racconto di vite altrui nella speranza che, ribaltando la persona dei pronomi e il significato delle identità, la narrazione possa trovare nuovo nutrimento creativo. Speranza in gran parte illusoria, poiché, nel confronto con individui la cui interiorità, contrariamente a quella dei personaggi di finzione, rimarrà comunque inaccessibile, il punto di vista narrativo sulle loro vite rischia di restare prigioniero di una prospettiva autobiografica, o di limitarsi a un’aneddotica didascalica.

C’è da domandarsi se questa inclinazione allo sfruttamento diegetico delle vite altrui, vite consumatesi in altre epoche o in altri paesi, non sia il riflesso di una incapacità a vivere il proprio mondo, la Francia, e in particolare Parigi, come un luogo di autentica esperienza. Parigi, che per oltre un secolo fu la capitale universale dei mondi d’invenzione, sembra oggi una città incapace di ispirare un qualunque destino narrativo. Sempre più ricca, acculturata ed ecologica, sempre più distaccata dalla banlieue e dalla provincia, sempre più pacificata nella propria identità bobo, Parigi espelle dal proprio perimetro le tensioni che di ogni vera esperienza sono al tempo stesso forma e sostanza. Non per nulla, in Limonov, Carrère interpreta lucidamente la sua fascinazione per l’avventuriero russo come il paradosso di un’educazione e di un’esistenza da classico letterato parigino: educazione ed esistenza incentrate su frequentazioni intellettuali di alto censo.

E gli altri scrittori di lingua francese, in particolare coloro che scrivono veri e propri romanzi, come si collocano in questo contesto al tempo stesso sociale e letterario? La produzione romanzesca d’Oltralpe è sterminata, generalizzare non avrebbe molto senso. Passando in rassegna alcuni fra i casi più significativi degli ultimi anni, si ha però conferma di questa estromissione di Parigi dal suo ruolo di capitale letteraria. Nei suoi romanzi, Houellebecq non si è mai interessato molto alla Ville lumière, preferendole la provincia, i paradisi erotici della Thailandia o gli scenari naturali dell’Irlanda e della Spagna, i due paesi in cui ha vissuto da quattordici anni a questa parte. Nel suo ultimo libro, La carta e il territorio, si è divertito a fantasticare una Francia del futuro ormai ridimensionata a parco di attrazioni turistiche. Jonhatan Littell, che a Parigi non ha quasi mai abitato, aveva trovato l’ispirazione delle Benevole nelle sue esperienze umanitarie in Bosnia. Smessi i panni del gerarca nazista, si è isolato con la moglie e i figli a Barcellona, e per tornare alla scrittura si è recentemente recato in Siria come reporter. Uno dei romanzi di cui più si è parlato questo autunno, La vérité sur l’affaire Harry Quebert di Joël Dicker, è stato pubblicato da un autore svizzero ed è ambientato negli Stati Uniti.

Insomma, la letteratura francese degli ultimi tempi sembra orientarsi sempre di più in una direzione extraterritoriale, disertando il luogo che, per centralità storica, culturale ed economica, ha tradizionalmente racchiuso il più alto capitale simbolico di esperienze. Parigi si è così ritrovata esclusa dai libri che espone nelle vetrine delle sue stesse librerie, le più belle e più numerose di qualsiasi altra città al mondo.

In Italia, la maggior parte delle librerie sono invece di uno squallore inenarrabile. E fra i paesi economicamente più sviluppati, siamo, com’è noto, quello con meno lettori. Un paese privo non solo di una capitale letteraria, ma di ogni solido tessuto culturale. Eppure, nonostante le diagnosi talvolta frettolose dei critici, l’Italia riesce a mantenere in salute una tradizione romanzesca ben radicata, una tradizione che oggi, nei suoi esempi migliori, si rinnova riuscendo a rappresentare senza provincialismi la sempre più tragica disgregazione di società e individuo, rovescio speculare del processo di omologazione planetaria in corso. Resta da chiedersi se questa capacità di rappresentazione non sia altro che lo sventurato privilegio di un paese ormai difficilmente vivibile, o se la letteratura non possa anche essere l’espressione narrativa di un mondo, tutto sommato, abitabile. Un mondo in cui sia possibile fare esperienza senza pagare il prezzo della disperazione.

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Il meglio di Pagina3: settimana dal 31 dicembre al 4 gennaio https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-31-dicembre-4-gennaio/ https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-31-dicembre-4-gennaio/#comments Fri, 04 Jan 2013 14:01:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12258 Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di dicembre è Nicola Lagioia; il conduttore del mese di gennaio è Edoardo Camurri. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.


Lunedì 31 dicembre:

 Aiuto, sbarcano i cannibali che ci mangiano la lingua. Da Spread a spending review, da entrance a high tech, il nostro italiano vittima della violenza anglomaniaca. Articolo di Guido Ceronetti, La Stampa, p. 27.

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di dicembre è Nicola Lagioia; il conduttore del mese di gennaio è Edoardo Camurri. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.

Lunedì 31 dicembre:

 Aiuto, sbarcano i cannibali che ci mangiano la lingua. Da Spread a spending review, da entrance a high tech, il nostro italiano vittima della violenza anglomaniaca. Articolo di Guido Ceronetti, La Stampa, p. 27.

 Nel pentolone magico di Gadda. Articolo di Pietro Citati, Corriere della Sera, p. 28.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Wings for Sarah di Bob James

 

Martedì 1 gennaio:

 La cultura è diventata un lusso. Articolo di Lars Lönnroth (Traduzione di Andrea Sparacino) su presseurop.eu

 I film dell’anno di Roberto Manassero su doppiozero.com

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è  Noche de ronda di Gonzalo Rubalcaba, Charlie Haden e Pat Metheny

 

Mercoledì 2 gennaio:

 Che errore per la scuola mettere i voti online. La scuola liquida. Perché il registro elettronico è un’illusione educativa. Articolo di Mariapia Veladiano, la Repubblica, pp. 1 e 40-41.

 Montalcini, quanto ci mancherà Nostra Signora della Scienza. Articolo di Antonello Caporale, Il Fatto Quotidiano, p. 15.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Witchcraft di Duke Pearson

 

Giovedì 3 gennaio:

 Internet ha solo trent’anni (ma ne dimostra cento). Articolo di Serena Danna, Corriere della Sera, p. 24.

 Caso Limonov, si può arrestare il personaggio di un romanzo? Articolo di Cesare Martinetti, La Stampa, pp. 1 e 31.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è St. Tropez di Ray Brown e Oscar Peterson

 

Venerdì 4 gennaio:

 Come non farsi fregare dai Maya e da chi dice che il cinema è morto. Articolo di Mariarosa Mancuso, Il Foglio, p. 2.

 Mio papà era una spia della Stasi. La storia di Thomas Raufeisen. Articolo di Tonia Mastrobuoni, La Stampa, p. 30.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Etude I di Paul Motian eseguito con Charlie Haden e Geri Allen

 

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