Lisetta Carmi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lisetta-carmi/ un blog di approfondimento culturale Wed, 13 Dec 2023 10:25:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Lisetta Carmi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lisetta-carmi/ 32 32 Viaggio tra le fotografe in mostra https://minimaetmoralia.it/fotografia/viaggio-tra-le-fotografe-in-mostra/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/viaggio-tra-le-fotografe-in-mostra/#respond Tue, 12 Dec 2023 10:14:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53133 (fonte immagine) Da qualche mese l’Italia è costellata di mostre di fotografe, itineranti o meno, che si susseguono in diverse città, in palazzi sontuosi o sale essenziali, teatri, università. Dopo un viaggio di un paio di mesi per visitarle mi sono accorta che, lasciando le città che le ospitavano, mi portavo dietro occhi, occhi di […]

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Da qualche mese l’Italia è costellata di mostre di fotografe, itineranti o meno, che si susseguono in diverse città, in palazzi sontuosi o sale essenziali, teatri, università. Dopo un viaggio di un paio di mesi per visitarle mi sono accorta che, lasciando le città che le ospitavano, mi portavo dietro occhi, occhi di donne fotografate da donne, che rimanevano nella mia mente, nella mia memoria, formando una comunità immaginata molto grande. Mi sono sentita, tra tutti questi sguardi che dentro uno scatto raccontavano la loro storia, in una sorta di buon tempo e buon luogo dove stare. Ad aggiungere un alone di bellezza la presenza, in questo mio pellegrinaggio, di amiche care con cui ho condiviso commenti, pareri, silenzi. La presenza predominante, in questa comunità immaginata che porto con me, sono gli occhi di Sugri Zenabu, che nel campo di Gambaga, in Ghana, è leader del “campo delle streghe”, una comunità di donne.

Lee-Ann Olwage, fotografa sudafricana, fissa al centro del suo obiettivo Sugri Zenabu, immobile, le mani in grembo, un sorriso fermo e gli occhi a guardare di lato, mentre tutto attorno a lei sembra movimento: quattro donne che le girano intorno, sul retro una lavagna nera lunga rettangolare con segni di cancellature, come fosse il passato confuso, e con qualche rimasuglio di parola qui e lì. Il gioco dell’immagine, come in un ribaltamento di specchi, suggerirebbe la stabilità della soggetto al centro quando invece la narrazione è concentrata sulla demenza di Sugri, e dunque di come il resto della realtà le sfugga. Questa è una delle foto che si incontrano a metà percorso dell’esposizione World Press Photo 2023, ora in vari luoghi d’Europa, fino a pochi giorni fa era a Torino ma nelle prossime settimane è visitabile a Lucca e a Bari per poi proseguire in altre città.

Il World Press Photo – premio che nasce nel 1955 grazie a un gruppo di fotografi olandesi che organizza un concorso internazionale per esporre il proprio lavoro a un pubblico globale – in tanti decenni ha sempre attraversato le nuove sfide, anche tecnologiche, divenendo uno dei premi prestigiosi al mondo. La filosofia che lo sostiene da sempre sta nell’importanza di mostrare e vedere storie visive di alta qualità; pertanto non solo la serietà e la professionalità come premio ma anche il mandato preciso di far circolare nel mondo le immagini selezionate, con mostre allestite in moltissime città e paesi in tempi diversi.
Gli occhi di donne che Lee-Ann Olwage presenta nei suoi lavori sono elementi imprescindibili di una collaborazione, difatti la fotografa punta a uno spazio in cui le persone svolgono un ruolo attivo nella creazione di immagini che raccontino le loro storie. Il grande oblio, il titolo di questa immagine che mi accompagna da giorni, è la testimonianza di una perdita di memoria e confusione, capovolgendo il punto di vista usuale: qui è l’attorno che non è fissato, la donna invece sorride apparentemente stabile e granitica.

Rivoltare i punti di vista, far parlare le situazioni in altro modo, sembrano dirci questo le molte fotografe presenti nel World Press 2023, come negli scatti dell’artista domenicana-americana Ashley Peña in cui le poche donne che fanno parte di un modo ultra maschile, il Drill, hanno un volto. Un mondo maschile e sempre sotto controllo, visto il legame tra questo tipo di genere musicale e bande che perpetuano crimini, in cui le donne dicono la loro, anche negli scatti che le rappresentano.
Di questo avvenimento sempre più ampio, di fotografe riconosciute e premiate da parte dell’ambitissimo Word Press Photo, se ne sono accorti anche l’Ambasciata del Regno dei Paesi Bassi e l’Università Roma Tre che, con World Press Photo Foundation, hanno ideato l’esposizione Resilience – Stories of Women Inspiring Change. Si tratta di una selezione di storie premiate, nei concorsi dal 2000 al 2021, in cui la tematica è la resilienza e le sfide sostenute dalle donne nel mondo.

Tra le bellissime e forti immagini selezionate per la  mostra al Dipartimento di Architettura dell’Università Roma Tre, gli occhi di donne che rimangono attorno per giorni e giorni, in una condivisione forte di sguardi, sono molti, io rivedo spesso quelli delle donne e delle bambine che imparano a nuotare e a prestare soccorso nell’Oceano Indiano: sono sguardi che raccontano la sfida in una contesto di allegria colorata, bambine che per decenni non hanno potuto imparare a nuotare soprattutto per una questione di abbigliamento, alzando moltissimo il tasso di annegamento in età giovane e adulta. In questi scatti, vestite e col capo coperto, prendono confidenza con l’acqua e Anna Boyiazis sceglie di inquadrale sempre in comunità, in gruppi di donne che si sostengono tra di loro in questo cammino. Anche gli scatti della fotografa iraniana Forough Alaei agganciano occhi nel mondo, sono le tifose iraniane che si travestono da uomini per potere avere accesso agli stadi e sostenere i diritti delle donne.

Gli occhi delle donne e delle bambine di Tina Modotti ti inseguono per circa trecento scatti in mostra a Rovigo, a Palazzo Roverella. Sono quelle donne che combattono il quotidiano come forma di sopravvivenza nella lotta politica e civile, lungo le strade, i mercati, nelle manifestazioni. Tra tutte, compresi i ritratti ad amiche e artiste, spiccano gli occhi di Tina stessa che sbucano dalle fotografie segnaletiche, di autore anonimo, dopo il suo arresto in cui parla nel silenzio della sua battaglia. È una mostra ampia e a grande respiro, che non si ferma alle vicende di Tina Modotti fotografa, ma la segue anche nel suo periodo di vita successivo, apparentemente lontano dalla fotografia, ma in modo totale addentro all’impegno di vita che si era posta, per i senza nome, per chi non ha voce.

Torino e poi Firenze hanno ospitato gli occhi delle donne fotografati da Lisetta Carmi nella mostra dal titolo Suonare Forte: in anni e in un percorso di vita diversissimo, Carmi si lega a Modotti nell’impegno civile della sua arte, un impegno che per tutta la sua attività di fotografa, ma anche lei non solo in questo ambito, l’ha condotta a ritrarre donne in molti luoghi del mondo e metterle al centro dell’obbiettivo e dunque al centro di un discorso che riguarda l’umanità intera. La riscoperta di Lisetta Carmi in questi anni porterà di certo altre mostre dedicate a lei, basta stare vigili.
Se sono le donne nei mercati nelle piazze a legare in un filo rosso alcune foto di Modotti e quelle di Carmi, è un abbraccio quella che lega Modotti nel suo scatto del 1929 in Messico, Madre con bambino di Tehuantepec alle molte immagini di Dorothea Lange di madri con bambini in braccio nella California degli anni ‘30.

Le fotografie di Lange, in mostra a Torino fino a poco tempo fa, sono ora al Museo Civico di Bassano del Grappa in oltre 200 scatti allestiti sotto il titolo L’altra America. Anche Lange, impegnata a documentare i grandi temi che negli anni ’30 venivano ignorati, per non conoscenza e anche per comodità politica, cerca con l’obbiettivo gli ultimi, i senza voce, gli invisibili. Lei li vede e le vede, e declina la sua attività fotografica su di loro, la sua arte per documentare la storia delle migrazioni, gli effetti della crisi climatica, le conseguenze della Grande Depressione tra discriminazioni, povertà e abbandono. Tra le celeberrime sue immagini ci sono quattro occhi su tutti che non mollano nemmeno quando stai già scendendo dal treno per rientrare a casa, sono quelli della donna con una bambina in braccio durante il viaggio in cerca di fortuna nel 1939: la donna porta occhiali grandi tondi e il vetro delle lenti amplifica il suo sguardo verso un altrove che probabilmente lei vede già privo di molte cose.

La foto che ritrae due bambine senza casa in Ungheria nel 1945 parla, e parla anche dell’autrice di questo scatto, la fotografa Lee Miller. Fino a gennaio inoltrato alla Palazzina di Caccia di Stupinigi, a Torino, un centinaio di scatti raccontano questa fotografa finalmente non più come compagna di, ispiratrice di, modella di, ma come artista. La mostra conduce nel suo labirinto di passioni e di vita, sempre trascinata dal desiderio di scoperta e dall’insofferenza per una quiete imbonitoria. Le foto, dall’amore per la moda con Vogue alla Guerra, entrando senza indugio nei campi di concentramento, nelle baracche di soccorso nei campi di battaglia, tra la gente senza casa, al capezzale dei bambini negli ospedali pediatrici, fino alla vasca di Hitler in cui Miller, lasciati gli anfibi a terra sul tappetino e la divisa a lato sulla sedia, si immerge e si fotografa, il 30 aprile 1945.

Una foto famosissima, che ha ispirato libri – come La vasca del Führer di Serena Dandini – e dibattiti, e che ha segnato profondamente l’esistenza di Lee, la quale dopo tanto esporsi alle brutalità del mondo si dirige verso la ripresa, faticosissima, di una sua vita. Di Lange colpisce il suo forte desiderio di essere artefice della sua arte, di lavorare con la fotografia e al contempo con la parola, notissimi i suoi articoli che corredavano le sue immagini sui giornali, così come le didascalie delle sue foto; il desiderio di sottrarsi agli obbiettivi che la volevano immortalare fino a dichiarare “Preferisco fare una foto che essere una foto”.

Lee e Lange si incontrano con le loro fotografie anche nella bellissima mostra Chronorama. Tesori fotografici del 20° secolo, a Venezia a Palazzo Grassi fino a fine gennaio. Un viaggio incredibile attraverso oltre 400 fotografie, provenienti dall’archivio Condé Nast, che documentano il mondo dagli anni ’10 agli anni ’70. La moda fa da padrona di casa, e con essa la Storia, i luoghi, gli artisti e le artiste: un universo che si snoda di sala in sala. Gli occhi della donna che si volta e guarda nell’obbiettivo in Soldati giocano a baseball di fronte a Les Invalides, Parigi, Francia, scattata da Lee Miller nel 1944 e quella, dello stesso anno, della donna francese con il capo rasato perché accusata di aver fraternizzato coi tedeschi, sono occhi che nella loro fissità delimitano la soglia oltre la quale si stendono l’umanità e la conoscenza.

Ci sono molti cataloghi e libri che raccolgono l’opera di donne fotografe in Italia e nel mondo, e ci sono state mostre dedicate a donne che fotografo donne – Io Lei L’altra. Ritratti e autoritratti fotografici di donne artiste lo scorso anno in mostra a Trieste al Magazzino delle Idee, non più messa in circolazione ma esiste un bel catalogo in commercio, o Agli occhi di lei. Donne al lavoro dagli anni ’50 a oggi, fino a pochi mesi fa alla Galerias Municipais a Lisbona -, basta stare all’erta, perché non sono talvolta tra le più pubblicizzate, cercarle e andare a instaurare un dialogo di occhi con loro e con gli occhi delle donne che hanno fotografato. Un racconto per immagini che si snoda nella lettura di ogni persona, storie visive che si intersecano e articolano con la nostra vita. Un viaggio bellissimo.

 

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Con amore e con amicizia. Lisetta Carmi letta da Anna Toscano https://minimaetmoralia.it/altro/con-amore-e-con-amicizia-lisetta-carmi-letta-da-anna-toscano/ https://minimaetmoralia.it/altro/con-amore-e-con-amicizia-lisetta-carmi-letta-da-anna-toscano/#respond Wed, 10 May 2023 08:09:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=52273 di Tiziana Plebani Lisetta Carmi apre la porta. E Anna è lì. Sulla porta c’è un piccolo cartello, quasi un pizzino. “Carmi. Suonare forte”. Anna Toscano ha suonato e Lisetta è apparsa sull’uscio, come si vede nella seconda fotografia inserita in apertura al libro. Sull’uscio Lisetta sorride. La porta è aperta e Anna è lì […]

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di Tiziana Plebani

Lisetta Carmi apre la porta. E Anna è lì.

Sulla porta c’è un piccolo cartello, quasi un pizzino. “Carmi. Suonare forte”.

Anna Toscano ha suonato e Lisetta è apparsa sull’uscio, come si vede nella seconda fotografia inserita in apertura al libro. Sull’uscio Lisetta sorride.

La porta è aperta e Anna è lì di fronte a Lisetta sorridente, a dialogare con lei, ad ascoltarla per noi.

Anna è lì con la medesima postura con cui è solita stare in compagnia delle donne poete o scrittrici e che dispiega nei tanti scritti e volumi a loro dedicati.

Anna si mette accanto, legge con attenzione, ascolta, raccoglie indizi, ma sempre con una distanza che è rispetto, che non è confusione, non è fusionalità che tanto male ha fatto alle donne.

Lei ricerca con tenacia e costanza le tracce dell’intelligenza, della comprensione del mondo delle donne che hanno voluto lasciare un segno con le parole e con lo sguardo. Con una complicità che è amicizia, che è amore, come il titolo di questo prezioso libro dedicato a Lisetta Carmi. Che fa parte dell’archivio che Anna sta pazientemente raccogliendo sulle tracce delle donne degli ultimi due secoli.

Ricorro volutamente a questo termine: archivio perché ci deve far riflettere sulla novità insita in questo lavoro paziente di riscoperta di voci e di esistenze femminili nella loro tensione verso la scrittura e le espressioni artistiche. Lo “ius archivi” sino al Novecento era un privilegio, con qualche eccezione, dei detentori dell’autorità e del potere nelle sue varie accezioni, le donne erano irreperibili o apparivano per difetto, come vittime o irregolari. Ma dal Novecento cominciano ad emergere nuclei documentari femminili, significativi di quel processo di autoconsiderazione che ha portato alcune donne a costruire una propria “autobiografia cartacea”, un autoritratto di inchiostro, fatto di testi, diari, ritagli di giornale, appunti, bozze, lettere, fotografie con l’intento di tramandare un’immagine di sé ai posteri. Forse in alcune o più di alcune è maturata pure l’idea che le loro parole sedimentate in carta potessero divenire “fonti”, ovvero strumenti di studio e di ricostruzione di una storia più ampia riguardante il periodo storico, la temperie culturale e la vita delle donne.

Questa non è, come potrebbe apparire, una divagazione.

Anna sta realizzando un archivio di parole e di vite di donne che è insieme immateriale eppure ha una portata ereditaria e genealogica.

Lisetta vi entra da protagonista e Anna ne distilla il senso di un’esperienza in un racconto che rifugge dalla biografia con una scelta stilistica precisa che si collega alla speciale postura che ho nominato e che qui è rappresentata da quella porta aperta da Lisetta e da Anna che è lì per ascoltarla e per chiederle con delicatezza, con premura. Il libro è un dialogo costante tra Anna e Lisetta.

Anna le chiede cosa provasse nelle sue diverse vite in cui ha messo al lavoro le mani da concertista, o da fotografa o da calligrafa. Ma non solo le mani: «perché vedete, è sempre stata una questione di mani, di occhi e cuore, e le tre cose sono separate e le tre cose vanno insieme» ed è questo il filo rosso che Anna raccoglie dalla vita di Lisetta, anzi dalle vite di Lisetta, che paiono diverse e distanti ma convergono e alla fine tutto ha un senso compiuto.

Ma c’è un altro filo rosso che Anna insegue: Lisetta e gli altri, il suo sguardo, la sua necessità, lo spazio degli altri insieme a lei. Quel bisogno degli altri che Lisetta stessa ha raccontato: «dovevo riuscire a sviluppare l’apertura verso gli altri, l’amore per l’umanità».

E Anna questa necessità della relazione ha voluta tradurla nella scrittura, non lasciando sola Lisetta.

Dialoga con lei ma non si limita a questo: allarga il campo e incorpora chi legge, coinvolge i lettori nello lo spazio e nell’emozione dell’incontro che Lisetta ha perseguito durante le sue vite.

Quella da concertista che infine ha abbandonato perché ha compreso di doversi difendere dalla sua stessa passione che la isolava dagli altri. La fotografia, intrapresa quasi per caso in un viaggio in Puglia (regione che tornerà come luogo del cuore), perseguita come autodidatta, per capire la realtà e le persone che sceglieva di riprendere. Lisetta che racconta: «ho fotografato per capire», non certo per produrre immagini.

Non attende commissioni, richieste, fotografa il mondo che pulsa, che le interessa.

E Anna le chiede del suo sguardo, di cosa intravedeva nell’altro che aveva di fronte, la interroga delle sue mani, le sue mani che prima spaziavamo sul pianoforte e sugli spartiti, e che poi sono passate a impugnare la macchina fotografica. Le domanda a cosa pensasse mentre il dito premeva il pulsante dell’otturatore sulla scena della nascita, sulle statue del cimitero di Genova, sui “camalli” che trasportavano pesi nella fatica e nel sudore.

Le chiede che ci faceva in quel capodanno del 1965 a casa di travestiti nel ghetto genovese. Lei risponde che lì era a suo agio, anzi, che la loro scelta l’aveva aiutata a definirsi fuori delle convenzioni imposte, senza ruolo, oltre i limiti del doversi riconoscersi maschio o femmina. Non aveva voluto pubblicare le foto che aveva fatto a loro, non cercava uno scoop. Il libro che ne è sortito poi per volontà di un amico è circolato clandestinamente. Un successo nato quasi per accidente. Ma mai nulla avviene per caso.

E poi la scelta di lasciare tutto per fondare un ashram in Puglia, a Cisternino, come le aveva richiesto il suo maestro Babaji, incontrato in India a Jaipur, come se la fotografia e le altre vite di prima fossero state un apprendistato al servizio verso gli altri, un percorso teso a cogliere la spiritualità dell’umanità e la verità della vita delle persone.

Fino alla scelta del silenzio. E Anna le chiede: Lisetta cos’è per te il silenzio?

E in fondo è una domanda che si riverbera in chi legge e ciascuno potrà tentare di dare una risposta, accettando il dialogo che Anna ha intessuto con amicizia e amore, sedimentando un altro segmento di quel prezioso archivio di parole e sguardi di donne sul mondo.

Con amore e con amicizia. Lisetta Carmi
è uno dei primi tre volumi usciti per la collana Oilà, Electa Editore, curata da Chiara Alessi, che presenta le storie di protagoniste del Novecento. Figure femminili che si sono distinte in rapporto a discipline e mestieri ritenuti da sempre parte dell’universo maschile. I libri, pensati per essere letti ad alta voce dall’inizio alla fine in quarantacinque minuti – un viaggio breve – , sono racconti di persone condotti attraverso una lente speciale sulle loro biografie, i lavori, i fatti privati e i risultati pubblici. Il progetto grafico è a cura dello Studio Sonnoli.

 

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Gli attraversamenti di Lisetta Carmi https://minimaetmoralia.it/fotografia/gli-attraversamenti-di-lisetta-carmi/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/gli-attraversamenti-di-lisetta-carmi/#respond Thu, 07 Jul 2022 09:55:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50769 (fonte immagine) Lisetta Carmi lascia un modo di intersecare la realtà, di attraversarla impigliandosi da tutte le parti, di viverla vivendo del suo respiro, di guardarla andandoci dentro, di donarla senza mai smettere di amarla. Nel momento della sua crescita, nel periodo in cui molte domande le si affacciano da un mondo spesso frastornante, Lisetta […]

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Lisetta Carmi lascia un modo di intersecare la realtà, di attraversarla impigliandosi da tutte le parti, di viverla vivendo del suo respiro, di guardarla andandoci dentro, di donarla senza mai smettere di amarla. Nel momento della sua crescita, nel periodo in cui molte domande le si affacciano da un mondo spesso frastornante, Lisetta opta per capire, di esserci, di partecipare alla realtà, e per farlo sceglie una macchina fotografica. In una casa borghese di Genova, di fronte a un pianoforte a cui sembra destinata per sempre, si apre una falla, una crepa: la falla e la crepa sono gli altri, l’umano. A vent’anni torna in città alla fine della guerra, la fuga dalle retate degli ebrei lascia svariati segni su di lei e non ultimo quello di non essere rimasta come staffetta partigiana.

Al rientro la narrazione degli altri e la narrazione dei luoghi stessi di ciò che è stato durante il conflitto allargano quella crepa e in Lisetta l’ascoltare, il vedere, il sentire iniziano a divenire predominanti, dirà infatti “[…] credo di dovere al fatto che sono ebrea la comprensione che in tutta la mia vita ho sempre avuto verso chi soffre”.

Continua la sua vita di concertista mentre il mondo cambia, e cambia nelle vie di molte città, soprattutto nelle strade della sua città che, nei ’60, per mesi saranno occupate dalle manifestazioni con lo scontro tra fascisti, antifascisti, governo, portuali, lavoratori tutti e polizia. Le piazze sono incandescenti e lei decide di andarci, trascinata dai suoi ideali, dalla comprensione verso chi soffre soprusi e patimenti. Il passaggio dal pianoforte alla macchina fotografica è lieve ma comporta una prospettiva interamente ribaltata. La fotografia in lei nasce come desiderio di documentare un viaggio in Puglia, e scaturisce assolutamente digiuna dal fervore che in quei decenni l’arte fotografica vive in Italia, in Francia e via via più lontano; Lisetta invero non segue una moda o un nuovo modo di parlare del mondo, segue il suo modo di stare nel mondo e parlare con lui: “Ho fotografato per capire”, dirà.

Emoziona pensare come tutto ciò che sino ad allora l’aveva toccata personalmente o da oltre la finestra di casa a un certo punto della sua vita si palesasse come necessità di capire, di entrare, di esserci. Documentare è un verbo molto riduttivo riferito a Carmi, lei va a vedere laddove nessuno vuole guardare e da lì ribalta categorie e convenzioni, generi e appartenenze; lo fa spostando ogni confine imposto dall’accettabilità comune, scavalcando i margini imposti da ruoli biologici e sociali, vedendo la bellezza e il riscatto in persone e cose esiliate dalla vita quotidiana, segregate e ghettizzate nel diverso. In grande sintonia di tempi e modi, pur non sapendolo ancora, Lisetta Carmi opera quello sguardo femminista che cerca di spezzare la normatività corporea che non dà sosta e si afferma attraverso “quelle pratiche sociali che costituiscono il corpo come oggetto docile e rassicurante”, come scrive Rosi Braidotti.

Lisetta, su questo percorso, affronta nei suoi lavori fotografici anche la teratologia, quella scienza dei mostri che individua il non conforme come deviazione da sottacere, occultare, far sparire: al contrario, di fronte a tutto ciò che non è socialmente accettato o convenzionale lei punta l’obbiettivo, per capirlo, entrarci, dargli voce. Dagli anni Sessanta e fino quasi agli Ottanta Lisetta Carmi porta lo studio della musica nella fotografia, l’attenzione per il suono e per la voce delle immagini: il cimitero di Staglieno, il teatro, il porto di Genova, i ritratti di Ezra Pound, i Travestiti del decennio dei Sessanta e nel decennio successivo l’Irlanda, l’India, la Sicilia, solo per citare alcuni luoghi. Ogni suo scatto è anticonvenzionale, ogni soggetto messo a fuoco è l’altra parte della vita, quella spesso occultata o da occultare.

Nel progetto dedicato ai travestiti, che la occupa dal 1965 al 1971, Carmi mette sé stessa in una comunità additata e marginalizzata, mette sé stessa dentro ogni scatto, facendo nascere un lavoro che parla del singolo e dell’umanità intera, dell’immagine riprodotta e di tutto ciò che le sta attorno, riverberando in ogni negativo pezzi di società che scalpitano dentro a delle gabbie imposte: “Io stessa a quel tempo ero assillata – forse a livello inconscio – da problemi di identificazione maschile e femminile… E i travestiti (o meglio il mio rapporto coi travestiti) mi hanno aiutato ad accettarmi per quello che sono: una persona che vive senza un ruolo”.

Il suo rapporto con la fotografia diviene il rapporto con i suoi soggetti e all’inverso, con i soggetti si rapporta con la fotografia. Contro ogni premeditazione o voglia di seguire una moda, ma attraverso un procedimento del tutto autentico e personale, Lisetta Carmi restituisce in fotografia anni di filosofia femminista, si affianca senza saperlo ad artiste e artisti, a filosofe e filosofi, che negli stessi decenni cercano di dare luce anche a un’altra parte di mondo, quella spesso lasciata al buio. Il lavoro fotografico al Cimitero di Stagliano, per il quale aveva scelto il titolo “Erotismo e autoritarismo a Stagliano”, era stato definito anticonvenzionale, quello dal titolo “Travestiti” aveva faticato a vedere un editore e uno spazio per la portata rivoluzionaria: gli interni, le feste, gli abiti, i corpi, il mobilio, la gioia, le strade, i ninnoli di una comunità che viene ricacciata in un’altra parte di mondo.

Carmi, senza espedienti estetici e con sguardo diretto e curioso, ha avviato e dato il passo a nuovi soggetti, uscendo dall’immaginario del vecchio patriarcato e della vecchia società blindata, portando alla luce corpi e vite altre, corpi dediti o schiavizzati dal lavoro, corpi che vivono una loro identità altra, corpi segregati.

Nel ‘76, dopo aver svelato a noi tanto mondo, l’incontro con Herakhan Baba, Babaji –  lei è fotografa, viaggia molto e vive tra Genova e Cisternino –  che le rivela la sua vita successiva. Nel ritorno in Puglia fonda un ashram, Bhole Baba, che diviene un centro spirituale riconosciuto dallo Stato italiano e lascia la fotografia. Negli anni ’90, orami pratica di grandi evoluzioni, torna al pianoforte seguendo un medico psicoterapeuta che era stato suo allievo di pianoforte da bambino: lascia l’ashram e riprende a suonare. Nel Duemila, grazie a un altro propizio incontro, inizia a rimettere mano al suo archivio fotografico, riordinando, schedando, datando; dando così un nuovo corso alla sua fotografia che inizierà a venire esposta e studiata.

Il quotidiano, lo scorrere ordinario della vita delle esistenze che hanno meno corpo, meno voce, gli altri, l’umano, i “compagni corpi” – come scrive in versi Anna Maria Carpi – di cui in fotografia si occupa, ma di cui continua a dedicarsi attraverso l’ashram e attraverso la musica, sono il marchio di una donna, un’artista, che nell’arco di tutta la sua lunga vita ha voluto entrare in contatto con i compagni corpi e le sorelle vite, intersecarli, attraversarli, sapendo, come scrive Alda Merini, che “Per evolversi la vita deve fare male./ Il dolore è una terraferma”: guardare al dolore delle vite degli altri, al loro disagio, e parlare con loro e di loro ferma la terra, dà voce a chi non ne ha.

 

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