Livia Manera Sambuy Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/livia-manera-sambuy/ un blog di approfondimento culturale Wed, 11 Nov 2015 12:31:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Livia Manera Sambuy Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/livia-manera-sambuy/ 32 32 Scrivere non è un’impresa: intervista a Richard Ford https://minimaetmoralia.it/interviste/scrivere-non-e-unimpresa-intervista-a-richard-ford/ https://minimaetmoralia.it/interviste/scrivere-non-e-unimpresa-intervista-a-richard-ford/#comments Wed, 11 Nov 2015 13:00:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29061 Richard Ford è un bell’uomo atletico con un paio d’occhi color ghiaccio. Nato a Jackson nel 1944, oggi è considerato uno degli scrittori statunitensi più importanti, il primo a vincere sia il PEN/Faulkner che il Premio Pultizer per la narrativa. Il successo mondiale del suo penultimo libro, Canada, lo ha reso noto ai più ma gli amanti della letteratura americana erano già stati ampiamente conquistati dalle vicissitudini del personaggio principe, quel Frank Bascombe che ci aveva accompagnato per mano in Sportswriter, Il giorno dell’indipendenza e infine ne Lo stato delle cose (tutti editi per Feltrinelli), seguendone la crescita emotiva e le svolte professionali, da giornalista sportivo ad agente immobiliare.

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Richard Ford è un bell’uomo atletico con un paio d’occhi color ghiaccio. Nato a Jackson nel 1944, oggi è considerato uno degli scrittori statunitensi più importanti, il primo a vincere sia il PEN/Faulkner che il Premio Pultizer per la narrativa. Il successo mondiale del suo penultimo libro, Canada, lo ha reso noto ai più ma gli amanti della letteratura americana erano già stati ampiamente conquistati dalle vicissitudini del personaggio principe, quel Frank Bascombe che ci aveva accompagnato per mano in Sportswriter, Il giorno dell’indipendenza e infine ne Lo stato delle cose (tutti editi per Feltrinelli), seguendone la crescita emotiva e le svolte professionali, da giornalista sportivo ad agente immobiliare.

Ormai Frank sembrava destinato all’oblio ma quando Richard Ford ha sentito il desiderio di raccontare le conseguenze meno evidenti dell’uragano Sandy che colpì gli Stati Uniti nel 2012, era certo che nessuno potesse farlo meglio di Frank Bascombe, per via della sua capacità di andare al centro delle cose. Senza lesinare l’ironia. Tutto potrebbe andare molto peggio (traduzione di Vincenzo Mantovani) è una raccolta di quattro racconti strettamente connessi fra loro ma eccellenti anche se presi singolarmente, e ancora una volta Frank è cambiato agli occhi dei lettori.

Ormai è un uomo maturo, un agente immobiliare in pensione che vive ad Haddam con Sally, si impegna nel sociale e comincia a pensare alla fine dei suoi giorni, non senza qualche rimpianto. Vorrebbe poter vivere il tempo che gli resta liberandosi di tutto ciò che reputa superfluo ma non riesce mai a dire di no. Frank è il perfetto americano medio di buon cuore che non si tira mai indietro. E in fondo proprio per questo ci piace.

Mr. Ford, dieci anni fa or sono mise da parte la voce di Frank Bascombe. Perché le devastazioni dell’uragano Sandy lo hanno riportato in auge?

Frank è capace di miscelare tanto l’aspetto serio che quello comico delle cose che gli succedono. Attraverso i suoi occhi, quelli di un uomo del New Jersey, ho sentito che avrei potuto leggere gli effetti meno evidenti dell’uragano Sandy, quelli più subdoli, sfuggiti ai radar dei media. Dieci anni or sono, dopo Lo stato delle cose, ero stufo della voce di Frank ma adesso non potevo proprio farne a meno.

Il titolo inglese, Let me be Frank with you, suona davvero bene. Cosa esprime questo gioco di parole?

Rende letteralmente la volontà di Frank di essere veritiero e sincero. Ma è chiaramente anche un gioco di parole che rimanda al suo senso dell’umorismo e al tempo stesso, un chiaro annuncio al lettore affinché sia pronto al ritorno in pagina di Frank Bascombe. L’unico. Tengo molto a questo titolo eppure non è piaciuto proprio a tutti, soprattutto al mio editore Harper Collins.

Come mai?

Perché sono stupidi.

Durante tutto il libro Frank sembra volersi liberare dalle zavorre emotive e disimpegnarsi. Perché?

Vorrebbe liberarsi delle emozioni che non gli servono e che giudica superflue, saturandolo. Avete presente quella brutta sensazione che proviamo quando siamo in compagnia dei nostri amici e ci rendiamo improvvisamente conto che vorremmo essere altrove? Lui vorrebbe far spazio e se ci riuscisse, come per magia, avrebbe anche più tempo per le cose importanti. Purtroppo non vi riesce.

Frank ha un forte legame con i suoi clienti, li assiste convinto che la casa non sia solo un immobile ma molto di più. È così anche per lei?

La casa di famiglia è un bene specifico, superiore a tanti altri. Tutto ciò che è emblematico nella nostra vita ha prima di tutto un valore specifico ed è proprio questo tratto che mi cattura e mi affascina. Una volta che un bene diventa emblematico il suo valore è ovvio a tutti ma, al contrario, le specificità non sono mai scontate, vanno conquistate prima e tutelate poi. Una casa non è mai soltanto una casa, il suo valore trascende quello del semplice rifugio, dentro vi si annidano i ricordi, le promesse e le speranze.

Davanti alla devastazione di Sandy, Frank ha un punto di vista inconsueto.

Questo libro è nato con l’idea di descrivere in modo non convenzionale le devastazioni dell’uragano Sandy e nel farlo volevo allontanarmi da tutte le convenzioni sociali che ci impongono un certo stato emotivo socialmente accettato. Emerson credeva che la natura fosse profondamente misteriosa, che la maggior parte delle cose naturali nel mondo non siano affatto ovvie. Così, quando si trova nel bel mezzo delle rovine dell’uragano Sandy, è palese la fragilità delle cose che consideriamo un patrimonio eterno ma soprattutto, Frank si sorprende della bellezza del panorama senza tutte le case in mezzo. Era mia intenzione invitare il lettore ad usare la potenza dell’immaginazione per comprendere davvero il mondo. Del resto chi potrebbe mai pensare che Dio abbia inventato gli uragani solo perché la nostra visuale sul panorama fosse più sgombra? Solo l’immaginazione.

Dopo aver ascoltato una confessione, Frank scoprirà un intollerabile tradimento. Ma la sincerità è sempre un valore?

Senza dubbio è sempre il valore più alto. L’obiettivo è quello di avvicinarsi il più possibile all’altro e la mancanza di sincerità, così come l’ironia o il sarcasmo, sono delle barriere, degli impedimenti emotivi che non fanno altro che separarci.

Anche per il romanziere la sincerità è la via maestra?

Per il romanziere, per l’uomo, per tutti. Perché rivela chi sei. Anche se non sempre sono buone notizie (ride, ndr).

Più volte Frank fa attenzione alle parole che ascolta e pronuncia e ne sottolinea lo svuotamento di significato quotidiano…

Certe parole ci offendono. Alcune parole sono così costantemente presenti nel nostro parlato comune che hanno perso il proprio valore divenendo semplice intercalare. Sarebbe meglio eliminare le parole superflue e tradite creando un’opportunità per l’ingresso di nuove parole.

Dialogando con Livia Manera Sambuy nel libro Non scrivere di me (Feltrinelli, 2015), lei afferma di voler avere il controllo assoluto su ogni singola parola della frase. Cosa significa?

Scrivere non è affatto difficile. Non è certo un gesto naturale ma non è nemmeno un’impresa. Ma quando stai per pubblicare qualcosa, ti rendi inevitabilmente conto che resterà per sempre sulla carta senza possibilità di modificarlo e le persone lo leggeranno nel tempo esattamente così com’è. Prima di consegnare il testo finale, lo leggo e rileggo a voce alta e sento una forte pressione affinché ogni parola vada al suo posto esatto. Proprio questa è la parte più difficile della scrittura.

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Ti proibisco di scrivere di me. Intervista a Livia Manera Sambuy https://minimaetmoralia.it/letteratura/ti-proibisco-di-scrivere-di-me-intervista-a-livia-manera-sambuy/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/ti-proibisco-di-scrivere-di-me-intervista-a-livia-manera-sambuy/#respond Mon, 14 Sep 2015 16:00:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28441 Come si diventa autorevoli? Cosa significa essere una “firma giornalistica”? Il giornalismo culturale è finito? «Forse sì – afferma Livia Manera Sambuy - ma qualcos’altro sta nascendo, veicolato dai social network, con mezzi minori e molta precarietà». "Non scrivere di me" (edito da Feltrinelli) è uno scrigno di tesori, ricco di aneddoti, di vita vissuta, in cui gli scrittori sono resi con vividezza grazie ad una grande quantità di virgolettati che rispecchiano anni di conversazioni e di rapporti più o meno intimi, resi con sincerità, oscillando da Richard Ford a Philip Roth, da Mavis Gallant a Karen Blixen, da James Purdy a David Foster Wallace, passando dalla sincera ammirazione allo sconforto per le attese umane, talvolta, deluse. Livia Manera Sambuy firma di punta del Corriere della Sera, ha scritto sempre di libri e cultura, girovaga per il mondo, scoprendo e segnalando numerosi scrittori e fra questi ha tradotto, poco più che ventenne, "Di cosa parliamo quando parliamo d’amore" di Raymond Carver («la sua brevità è intraducibile in italiano, è letteratura alta con frasi brevi e parole semplici, con un ritmo da pugno nello stomaco») e anni dopo ha firmato due documentari su Philip Roth.

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Come si diventa autorevoli? Cosa significa essere una “firma giornalistica”? Il giornalismo culturale è finito? «Forse sì – afferma Livia Manera Sambuy – ma qualcos’altro sta nascendo, veicolato dai social network, con mezzi minori e molta precarietà». “Non scrivere di me” (edito da Feltrinelli) è uno scrigno di tesori, ricco di aneddoti, di vita vissuta, in cui gli scrittori sono resi con vividezza grazie ad una grande quantità di virgolettati che rispecchiano anni di conversazioni e di rapporti più o meno intimi, resi con sincerità, oscillando da Richard Ford a Philip Roth, da Mavis Gallant a Karen Blixen, da James Purdy a David Foster Wallace, passando dalla sincera ammirazione allo sconforto per le attese umane, talvolta, deluse. Livia Manera Sambuy firma di punta del Corriere della Sera, ha scritto sempre di libri e cultura, girovaga per il mondo, scoprendo e segnalando numerosi scrittori e fra questi ha tradotto, poco più che ventenne, “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Raymond Carver («la sua brevità è intraducibile in italiano, è letteratura alta con frasi brevi e parole semplici, con un ritmo da pugno nello stomaco») e anni dopo ha firmato due documentari su Philip Roth.

“Non scrivere di me” è un libro da tenere sul comodino. Uno di quelli da leggere e rileggere magari mentre si passa da Canada a La mia africa, uscendo ed entrando dalle pagine di narrativa alla vita reale degli scrittori che amiamo e che rendono più ricca le nostre vite.

Questo libro è anche una tua personale risposta alla crisi dei quotidiani che stiamo attraversando?

«Certamente. Nel 2008 c’è stato un grande cambiamento personale nella mia vita, ho cambiato città trasferendomi a Parigi senza parlare una parola di francese e pochi mesi dopo il mio giornale mi comunicò che il mio tipo di collaborazione sarebbe stata radicalmente diversa. Avevo l’impressione che fosse tutto finito; quel tipo di giornalismo fatto di viaggi e reportage a stretto contatto con gli scrittori e i luoghi che li ispiravano era giunto al capolinea. Ma devo ammettere che questa scossa giunse in un momento in cui sentivo sempre più forte il bisogno di cambiare aria ma non avevo, forse, il coraggio di farlo. Così è nato questo libro, non come una semplice raccolta dei miei articoli ma come un libro in cui sono personalmente immersa.

Del resto nel libro scrivi che intervistando è automatico paragonare il proprio vissuto con il soggetto intervistato. Come nascono le singole interviste, come ti prepari?

«Nel tempo tutto è mutato. I primi tempi ho messo a punto un sistema non ortodosso. Naturalmente leggere i libri a fondo. Preparare le domande incrociando le mie idee con quella dei critici americani e una volta giunti davanti all’intervistato ciò che conta è cercare di metterlo a proprio agio, lasciarlo parlare e pungolarlo con il buon senso per toccare i punti focali. Registro tutto perché credo sia fondamentale partecipare davvero alla conversazione e ciò richiede ovviamente più tempo per scrivere il pezzo definitivo ma ne vale la pena».

Con l’invito dell’editor Alberto Rollo hai messo nel libro il tuo vissuto tanto che ad un certo punto paragoni la letteratura americana ad un altrove in cui rifugiarsi. Cosa significa questo?

«La vita è fatta di tante cose. C’è stato un grande amore e ci sono i miei figli, che adoro, una città che mi andava stretta ovvero Milano e un lavoro che pur amando tanto non mi saziava. Le uniche cose che mi davano grandi emozioni erano la lettura e la possibilità di viaggiare incontrando questi autori. Questo era il mio altrove e lo è anche oggi».

”La letteratura non è niente di più che una questione di vita o di morte”. Ti piacciono queste parole di Mavis Gallant?»

Lei è una donna coraggiosa e ha fatto scelte estreme che ha pagato carissimo con gli ultimi anni passati in indigenza. Ma sono d’accordo, quando gli scrittori sentono che ciò che devono dire è urgente, davvero urgente, devono sacrificare tutto. Devono essere pronti a farlo in nome della letteratura. Poi c’è tutto il resto, l’intrattenimento, alto o basso che sia, fatto bene o fatto male».

La letteratura è una passione che sottomette tutto?

«Assolutamente. La maggior parte degli scrittori fa molta fatica e non si lamenta neanche tanto. Certo è molto dura ma sopravvivono perché hanno la purezza dello spirito ad animarli».

A proposito di David Foster Wallace, “sembrava destinato ad un ristretto nucleo di intellettuali e invece divenne un fenomeno popolare”. Come si diventa scrittori di culto?

«Uno scrittore di culto è uno con una fortissima leadership ma verso una nicchia, invece nel caso di DFW la sua era una nicchia gigantesca ovvero la sua intera generazione. Adesso conquisterà anche la Francia visto che a settembre uscirà, finalmente, con una nuova traduzione».

DFW era davvero contrario alle traduzioni dei suoi libri?

«Sia alle traduzioni che alle interviste. Era convinto che i suoi libri potessero essere tradotti ma sarebbero stati più che altro delle descrizioni. E credo che avesse ragione perché ci sono cose oggettivamente intraducibili ma è pur vero che ci sono traduttori capaci di miracoli, come Maurizia Balmelli e Susanna Basso ma io leggo in lingua e certamente ce ne saranno altri validi. Nelle traduzioni si perdono facilmente il ritmo e le espressioni idiomatiche e specialmente per i libri di DFW è un gran peccato».

Una frase di Roth è il titolo del libro. Ti ha sorpreso la sua decisione di smettere di scrivere?

«No. Imparando a conoscerlo ho scoperto un uomo ossessivo, senza vie di mezzo. Se scrive, scrive e non c’è spazio per nient’altro; ma se non scrive, è la totale anarchia. Lui ha rinunciato a tutto per poter scrivere, si è incatenato per sessant’anni alla scrivania e quando dice che oggi è più felice, so che è sincero».

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Gallant, Roth, Purdy e gli altri https://minimaetmoralia.it/libri/non-scrivere-di-me-livia-manera-sambuy/ https://minimaetmoralia.it/libri/non-scrivere-di-me-livia-manera-sambuy/#comments Wed, 22 Apr 2015 14:00:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26265 Questo articolo è uscito sul Corriere della Sera. (Nella foto: Livia Manera Sambuy con Philip Roth)

Comincia come un romanzo, Non scrivere di me di Livia Manera Sambuy: un soggiorno in Africa, un flashback innescato dalla lettura di un racconto di Hemingway, lo scoprirsi diversa dalla ragazzina di un tempo; il realizzare di esserlo perché in mezzo c’è stata una vita – una vita di letture. Comincia come un romanzo, questo libro appena uscito per Feltrinelli con una copertina di Adrian Tomine perfetta sia per l’atmosfera che per il suo evocare il New Yorker, rivista che ricorre spesso nel testo e di cui Tomine è stato più volte copertinista, e del romanzo ha il respiro nonostante sia un libro di non-fiction, la raccolta degli incontri dell’autrice con alcuni grandi scrittori nordamericani. Diciamo “autrice” ma potremmo dire protagonista, perché è forte, ancorché delicata, la presenza nel libro dello sguardo e della voce di Livia Manera, a cominciare dalle scelte fatte.

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Questo articolo è uscito sul Corriere della Sera. (Nella foto: Livia Manera Sambuy con Philip Roth)

Comincia come un romanzo, Non scrivere di me di Livia Manera Sambuy: un soggiorno in Africa, un flashback innescato dalla lettura di un racconto di Hemingway, lo scoprirsi diversa dalla ragazzina di un tempo; il realizzare di esserlo perché in mezzo c’è stata una vita – una vita di letture. Comincia come un romanzo, questo libro appena uscito per Feltrinelli con una copertina di Adrian Tomine perfetta sia per l’atmosfera che per il suo evocare il New Yorker, rivista che ricorre spesso nel testo e di cui Tomine è stato più volte copertinista, e del romanzo ha il respiro nonostante sia un libro di non-fiction, la raccolta degli incontri dell’autrice con alcuni grandi scrittori nordamericani. Diciamo “autrice” ma potremmo dire protagonista, perché è forte, ancorché delicata, la presenza nel libro dello sguardo e della voce di Livia Manera, a cominciare dalle scelte fatte.

È sufficiente scorrere l’archivio storico del Corriere della Sera per capire che nella sua carriera ha attraversato l’intero spettro della letteratura angloamericana; tuttavia, tra tanti incontri, ha scelto di rievocarne otto, cosa che appare come una precisa scelta di poetica. Due grandi scrittori poco noti in Italia – Mavis Gallant e James Purdy; due grandi invece celebri – David Foster Wallace e Philip Roth; due autori che ben incarnano un certo spirito pratico degli Stati Uniti, Richard Ford e Paula Fox; due scrittori-giornalisti, sorta di specchi dell’autrice stessa, Joe Mitchell e Judith Thurman. Ma gli specchi, in Non scrivere di me, sono ovunque.

Il primo è proprio Mavis Gallant, che Livia Manera incontra quando si è appena trasferita, da sola, a Parigi, esattamente come fece la scrittrice canadese nel 1950, e con cui stabilisce un’amicizia fatta di confidenza, ironia e riconoscimento; l’ultimo è Philip Roth, leggenda vivente con cui Manera instaura un legame forte, che porterà a due documentari, una conoscenza profonda e una lunga frequentazione – sarà lo stesso Roth a canzonarla amorevolmente con le parole di Groucho Marx “Oh Lydia, oh Lydia, my encyclopedia…”samb
Il risultato di questo gioco di specchi è un viaggio all’interno della letteratura come vita, e dunque come sistema di relazioni. Il che, ed è tra le cose di Non scrivere di me che più incanteranno il lettore, genera un ulteriore livello di riflessi: Manera incontra Gallant che le parla di quando stroncò De Beauvoir e incontrò Sartre; Manera incontra Ford che le racconta del suo amico Carver; Manera visita Purdy e vi trova John Uecker, già compagno di Tennessee Williams; Manera incontra Thurman e da lì ci reca a sfiorare Colette, Karen Blixen e Salinger; Mitchell evoca Edmund Wilson e addirittura il nostro Niccolò Tucci, autore oggi dimenticato che arrivò a pubblicare proprio sul New Yorker

Nicole Krauss scrive, in una frase citata dall’autrice, che la letteratura ha il potere di aprire canali di comunicazione altrimenti preclusi, ma è indubbio che anche Livia Manera ha questo potere: si intuisce, tra le righe, una grazia e una capacità di essere amica discreta, sponda e specchio per le scrittrici e gli scrittori che incontra, che finisce per portare molto oltre la cronaca letteraria.

Se, come dice Wallace – forse l’unico, nella sua già parossistica chiusura al mondo, a sfuggire a questa grazia, alla possibilità stessa di un legame, nonostante l’incontro narrato nel libro sia particolarmente toccante  – “una delle ragioni per cui gli scrittori di narrativa diventano tali è che nulla di veramente importante può essere detto in modo diretto”, Non scrivere di me dimostra invece che quando l’incontro e l’intervista non sono più stretta attualità culturale, quando subentrano il coinvolgimento emotivo e una sensibilità del tutto particolare a conferir loro ulteriori filtri, è lì che la figura e il pensiero dell’autore riappaiono sotto una luce nuova.

È possibile che il lettore si avvicini a questo libro per i nomi più celebri, per scoprire qualcosa in più su Roth o Wallace, e splendidi sono in effetti i loro ritratti; ma il vero dono che si ricava dalla lettura di Non scrivere di me è quello della ricostruzione di un piccolo “canone maneriano”, sicuramente diverso da quello di molti lettori italiani, anche appassionati di letteratura americana: e andrà a finire che ci ritroveremo a ricercare negli scaffali di casa quel vecchio Einaudi di James Purdy finito chissà dove; che andremo in libreria per acquistare i BUR dei racconti di Mavis Gallant, o i libri di Joe Mitchell recentemente ripubblicati da Adelphi.

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