Lloyd Blankfein Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lloyd-blankfein/ un blog di approfondimento culturale Mon, 03 Mar 2014 16:21:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Lloyd Blankfein Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lloyd-blankfein/ 32 32 Goldman Sachs, la banca che dirige il mondo https://minimaetmoralia.it/cinema/goldman-sachs/ https://minimaetmoralia.it/cinema/goldman-sachs/#comments Tue, 17 Sep 2013 12:00:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15478 Pubblichiamo un articolo di Riccardo Staglianò uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l'autore e la testata.

di Riccardo Staglianò

I governi passano, Goldman Sachs resta. A un certo punto del documentario c’è qualcuno che lo dice. Non è un’iperbole, ma l’impietoso punteggio della partita attuale tra economia e politica. Vince la finanza, perdono tutti gli altri. E sul podio, da oltre un secolo, c’è sempre la banca fondata a New York nel 1869 dal tedesco Marcus Goldman che poi si assocerà con il genero Samuel Sachs. Più ricca dell’Arabia Saudita. Più potente di Obama. Più omertosa dei corleonesi. Il che rende particolarmente interessante Goldman Sachs: la banca che dirige il mondo, il film del francese Jérôme Fritel che sarà presentato per la prima volta in Italia al Premio Ilaria Alpi. «Non mi era mai successo di ottenere il novanta per cento di rifiuti a richieste di interviste» confessa il regista al telefono dalla Corsica. «Su oltre trecento tentativi ne abbiamo girate una quarantina, per poi tenerne la metà. E molti di quelli che avevano già parlato nel libro di Marc Roche, il mio punto di partenza, hanno acconsentito a farlo di nuovo solo lontano dalla telecamera. Il fatto è che, una volta entrato nell’azienda, non ne esci veramente mai». Quel gessato è per sempre.

L'articolo Goldman Sachs, la banca che dirige il mondo proviene da Minima et Moralia.

]]>
goldman

Pubblichiamo un articolo di Riccardo Staglianò uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autore e la testata.

(Immagine: Adbusters.)

di Riccardo Staglianò

I governi passano, Goldman Sachs resta. A un certo punto del documentario c’è qualcuno che lo dice. Non è un’iperbole, ma l’impietoso punteggio della partita attuale tra economia e politica. Vince la finanza, perdono tutti gli altri. E sul podio, da oltre un secolo, c’è sempre la banca fondata a New York nel 1869 dal tedesco Marcus Goldman che poi si assocerà con il genero Samuel Sachs. Più ricca dell’Arabia Saudita. Più potente di Obama. Più omertosa dei corleonesi. Il che rende particolarmente interessante Goldman Sachs: la banca che dirige il mondo, il film del francese Jérôme Fritel che sarà presentato per la prima volta in Italia al Premio Ilaria Alpi. «Non mi era mai successo di ottenere il novanta per cento di rifiuti a richieste di interviste» confessa il regista al telefono dalla Corsica. «Su oltre trecento tentativi ne abbiamo girate una quarantina, per poi tenerne la metà. E molti di quelli che avevano già parlato nel libro di Marc Roche, il mio punto di partenza, hanno acconsentito a farlo di nuovo solo lontano dalla telecamera. Il fatto è che, una volta entrato nell’azienda, non ne esci veramente mai». Quel gessato è per sempre.

I monaci-banchieri, come li definisce un fuoriuscito, sembrano sottoscrivere il motto nietszchano: «Ciò che non ti uccide ti rende più forte». La crisi, ad esempio. Prima che la bolla dei subprime esploda, lasciando macerie dove una volta c’erano case, capiscono e agiscono. Creano un nuovo prodotto cui danno l’innocuo nome di Abacus, il pallottoliere, una cosa semplice, da bambini. In quel pacchetto ci sono i peggiori mutui in circolazione: loro lo sanno, i clienti no. È così difficile capirlo che ne fa incetta anche la Ikb, antica banca tedesca che fallirà per questo. Fabrice «Favoloso» Tourré, Normalista divenuto trader e coinvolto nel loro smercio, si vanterà con la fidanzata: «Vedove e orfani belgi adorano il sintetico Abacus». Sottintende: poveri idioti. Quando non si può più far finta di niente la banca decide di sacrificarlo. Fa trapelare l’imbarazzante corrispondenza della «mela marcia». Paga una multa da 400 milioni di dollari e non deve ammettere alcuna colpa. Il processo all’ambizioso francese (difeso coi soldi dell’azienda) è in corso. Potrebbe essere l’unico a pagare, per salvare l’onore della casa madre.

È una banca fondata sul conflitto di interessi. Prendete Hank Paulson. Dal ‘99 al 2006 è amministratore delegato di GS. Lascia per andare a fare il ministro del tesoro del governo Bush (sotto Clinton c’era già stato un altro ex, Robert Rubin). È lui a decidere nel settembre 2007 di non salvare Lehman Brothers, avversario storico del suo precedente datore di lavoro. Sempre lui, a stretto giro, a intervenire in favore di Aig, il colosso assicurativo che garantisce i mutui. Se cade quella, la molto esposta Goldman perde dieci miliardi di dollari. Alla riunione d’urgenza convocata a New York Paulson tratta con il suo successore. «Quel salvataggio, costato miliardi ai contribuenti, è stata un’oscenità», si scalda William Black, esperto di diritto bancario che ha deposto davanti al Congresso, «ma così Goldman non ci ha rimesso un dollaro». Solidarietà tra allievi della stessa alma mater. Quando il Congresso interpella anche Paulson gli chiedono se non si sentisse a disagio in quel contesto incestuoso, gli rinfacciano lo sconto da 200 milioni di dollari che il fisco gli concesse per la vendita di azioni GS come condizione per entrare nel governo. Lui non sa cosa dire, balbetta. Sembra Charlie Croker, l’«uomo vero» di Tom Wolfe, che comincia a zampillare sudore di fronte a quella sorta di plotone di esecuzione di funzionari che gli chiedono di rientrare dei suoi tanti prestiti.

Ci sono altri preziosi momenti-verità. Lloyd Blankfein, l’attuale numero uno, che si vanta con il Wall Street Journal di «fare il lavoro di Dio», intendendo la creazione di denaro dal nulla. Figlio di un postino e di un’addetta alla reception, cresciuto in case popolari di Brooklyn dove i bianchi scarseggiano, ha sgomitato sino al vertice. E ora ha un perma-riso stampato in faccia, alla Joker, al punto che un meme internettiano lanciato da Adbusters, la stessa rivista che ispirò Occupy Wall Street, chiama a raccolta chiunque riesca a toglierglielo, quel ghigno. A un certo punto si vede uno spezzone di un’intervista alla superpotenza televisiva Charlie Rose. Domanda: «Avete venduto un prodotto che scommetteva contro i vostri clienti?». Segue una pausa che stancherebbe Celentano. Un minuto, forse più. Sembra un’eternità. «Qualcuno ci chiama un casinò, ma se anche fosse siamo un casinò socialmente molto importante». Non uno degli intervistati nel film condivide quest’affermazione.

Sono un network micidiale, quello sì, che crede di saper conciliare magicamente Dio e Mammona. «Quando alla fine degli anni ‘80, sull’onda della forte deregulation finanziaria britannica, aprono gli uffici a Londra» spiega ancora il regista Fritel, «si preoccupano di reclutare quanti più politici possibili, che diventino loro ambasciatori. Più tardi sarà il turno, come consulenti con credibilità a Bruxelles, anche dei vostri Mario Monti e Romano Prodi».

Ben più organico è un altro italiano da esportazione, l’ottava persona più potente al mondo stando alla classifica Forbes: Mario Draghi. L’attuale governatore della Banca centrale europea ne è managing director e vice chairman dal 2002 al 2005. Il comunicato ufficiale descrive il suo ruolo come quello di aiutare l’azienda a «sviluppare e portare a termine affari con le principali aziende europee e con governi di tutto il mondo». Nel film un europarlamentare verde, il francese Pascal Cafin, gli chiede in udienza pubblica che ruolo abbia avuto nella discussa vendita di derivati che ha consentito alla Grecia di ridurre di due punti il proprio debito pubblico: «E avvenuta prima del mio arrivo e io non ci ho avuto niente a che fare». Canfin non è affatto soddisfatto («Affare troppo grosso, non poteva non sapere»).

Neppure Simon Johnson, economista al Mit, lo ritiene verosimile e ha scoperto che dell’accordo, che varrà oltre 600 milioni di euro alla banca e una zavorra da 400 milioni di rimborsi annui sino al 2037 per Atene, si discuteva ancora nella primavera 2002. Insiste Fritel: «Ciò che sorprende è che Draghi abbia sostenuto di non voler occuparsi di governi quando tutti sapevano il contrario. Alcune nostre fonti ci hanno detto che era stato preso proprio nell’eventualità di pensare ad accordi del genere, legali ma scarsamente etici visto che i debitori finiscono per aggravare la propria posizione, con altri Paesi indebitati, come Francia e Italia». Draghi diventa Super-Mario, e il tempo delle domande diventa il tempo degli elogi. Jean-Claude Trichet, ex numero uno a Francoforte, accetta di essere intervistato ma, quando toccano il tasto del successore si blocca: «Stop. A questa domanda non voglio rispondere. Tagliate». Loro non tagliano e il diniego diventa eloquente.

Nel documentario c’è molto di più. Viene fuori bene l’ethos di questi banchieri al cubo. Per cui sembra decisivo non solo guadagnare tanto, ma più di tutti gli altri colleghi, in un parossistico gioco a somma zero. La busta paga diventa il pallottoliere, l’abaco del tuo valore. Una ex-Goldman pentita racconta un aneddoto: «Un venerdì pomeriggio convocano i neo-assunti per una riunione con il management. Passano le ore, nessuno si presenta. È estate, fuori la gente parte per il mare, le matricole rumoreggiano. Passano altre ore e qualche temerario, scocciato, se ne va. Alle dieci di sera finalmente arrivano i dirigenti. E licenziano seduta stante chi ha abbandonato il campo». Questa è l’azienda. Gli ordini non si discutono. I vecchi compagni non si tradiscono. Goldman ha sempre ragione (anche quando un suo errore informatico rischia di bruciare in un attimo 100 milioni di dollari). È una profezia-autoavverante: finché la reciti, funziona.

L'articolo Goldman Sachs, la banca che dirige il mondo proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cinema/goldman-sachs/feed/ 7
Flannery O’Connor e noi https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/flannery-oconnor-e-noi/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/flannery-oconnor-e-noi/#comments Wed, 27 Jun 2012 12:50:11 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8524 Invito a leggere e diffondere l'ultimo numero de «Lo Straniero», dove tra le altre cose si può trovare un'intervista molto interessante a Matteo Garrone sul suo ultimo film, un'accorata testimonianza dalla Grecia che buca la fredda parete di dati e statistiche, una lettera da Kabul, un pezzo su certe svolte culturali nel cattolicesimo secondo Mario Perniola, una sezione su scienza e potere partendo da Huxley e Tolstoj, e molto altro.

A chi scrive era stato chiesto (partendo da «Sola a presidiare la fortezza», la raccolta di lettere di Flannery O'Connor) di scrivere un pezzo che parlasse dell'oggi scrutando, sul lato opposto, il profilo di una scrittrice che col tempo continua a crescere prodigiosamente.

Giunti a un certo punto del disastro, si torna a Flannery O'Connor. Si torna a Emily Dickinson, alle sorelle Brontë, a Faulkner, a Hawthorne, a Melville, a Conrad, persino a Hölderlin o ad Artaud. "Il libro è scritto da una che crede che ci fu una caduta, ci sia stata una Redenzione e ci sarà un giudizio", scrive la O'Connor a proposito del suo primo romanzo in una lettera risalente al 5 marzo del 1954.

L'articolo Flannery O’Connor e noi proviene da Minima et Moralia.

]]>

Giunti a un certo punto del disastro, si torna a Flannery O’Connor. Si torna a Emily Dickinson, alle sorelle Brontë, a Faulkner, a Hawthorne, a Melville, a Conrad, persino a Hölderlin o ad Artaud. “Il libro è scritto da una che crede che ci fu una caduta, ci sia stata una Redenzione e ci sarà un giudizio”, scrive la O’Connor a proposito del suo primo romanzo in una lettera risalente al 5 marzo del 1954.

Dalla fine della modernità nessuna epoca come il primo decennio del XXI secolo ha mostrato quanto l’idea di metropoli stia nuocendo all’arte, compresa quella letteraria. Londra e Francoforte sono distretti finanziari. Manhattan è ormai il luogo d’elezione di uomini come l’attuale ceo di Goldman Sachs Lloyd Blankfein, vale a dire anche l’acquario dove uno scrittore rischia di dissipare il tanto o poco talento a disposizione allargando gli estremi delle contraddizioni più stupide e ricorrenti, di conseguenza delle più distruttive da cui oggi può farsi possedere. Di solito si tratta di questo: bramare un tipo di fama il cui iter è sempre meno conciliabile rispetto a ciò che dovrebbe formare la vera ambizione letteraria, e contemporaneamente, coltivare il sogno di mettere la firma proprio su uno di quei libri che solo gli scrittori con tanta fede nel proprio lavoro da ignorare gli specchietti per le allodole sono riusciti a scrivere. Come si può stringere il santino di Emily Dickinson macerandosi nel desiderio delle classifiche o delle comparsate televisive?

Ogni obolo gettato in pasto alla vanità (oggi nemmeno più la figlia scema del desiderio, ma solo l’altra faccia dell’approvazione sociale, dunque la comunicazione, puro e semplice advertising di cui ad avvantaggiarsi sono per primi i Blankfein di cui sopra) allontana il momento in cui uno scrittore può entrare nel cono d’ombra da cui escono i libri che intanto il mondo può celebrare a posteriori in quanto ne è stato tenuto fuori in itinere. È un meccanismo crudele solo in apparenza (l’isteria di chi se ne ritiene vittima cessa se e quando ci si rende conto che non è il mondo a esiliare uno scrittore alle prese con un buon libro, ma il contrario), richiede certo fatica e sprezzo del proprio tempo, ma da molti decenni a questa parte è una via quasi obbligata per chiunque voglia avvicinarsi a fare letteratura in modo serio.

Non solo letteratura, in verità. Le bugie hanno le gambe corte, e a vent’anni dalla sua comparsa sulla cresta fumogena della comunicazione globale si comincia ad esempio a sentire (dunque a capire) quanto un’opera come lo squalo in formaldeide di Damien Hirst sia una stupidaggine di buona fattura, prodigioso sulla brevissima distanza, stritolato già sulla breve dalla maggiore resistenza al tempo di un Bacon, di un Pollock, di un Lucian Freud. Ma come avrebbe potuto essere il contrario? Tutto il lavoro di Hirst (o Libertà di Jonathan Franzen, o da noi i film di Özpetek e del peggior Virzì) ha per matrice i codici della comunicazione – pur messo in mani talentuose, punta per sua natura alla persuasione, non al mistero della verità. Si tratta in definitiva di opere che nascono in totale assenza di privacy persino se si è soli, fanno pensare agli animali esotici costretti ad accoppiarsi negli zoo sotto gli obiettivi dei fotografi dei grandi magazine, e poco importa se, come nel caso di Franzen, ci si è blindati in una stanza a scrivere un paio d’anni se si è prima concesso allo spettro di quegli stessi obiettivi di presidiare stabilmente le nostre teste.

Dire Manhattan è ovviamente dire Londra, Parigi, Berlino, perfino Roma e Milano (“Jerusalem Athens Alexandria / Vienna London / Falling towers”), è dire ovviamente la Rete nonché la provincia quando alla grettezza della marginalità aggiunge i bovarismi d’accatto provenienti dal Centro.

Se il contesto a cui siamo oggi esposti è questo, riacquista esemplarità  una vita e una tempra come quella di Flannery O’Connor, di cui l’epistolario appena pubblicato in Italia (Sola a presidiare la fortezza, a cura di Ottavio Fatica, traduzione di Giovanna Granato) offre un ritratto abbastanza fedele. Si tratta di una corrispondenza quasi ventennale. Si va dal giugno del 1948, quattro anni prima che la O’Connor pubblichi La saggezza nel sangue, all’ultima terribile estate nel 1964. Sono lettere ad amici, parenti, editori, confidenti misteriosi, colleghi scrittori, e tracciano la parabola di una ragazza meravigliosamente dedita alla propria vita. La nascita in Georgia. La morte prematura del padre a causa di quel lupus erimatoso che dieci anni più tardi (un’altra terribile, paradossale saggezza del sangue…) colpirà anche lei. La coabitazione con la mamma nella fattoria a poche miglia da Milledgeville. La scoperta della fede, la Chiesa, la messa ogni domenica. Le infatuazioni sentimentali. L’amore per la letteratura. La felicità di scrivere certi racconti e la fatica di portare invece a termine le forme lunghe, e dunque i tempi della letteratura contrapposti ai ritmi dell’editoria, tanto che a proposito della Saggezza nel sangue  la O’Connor scriverà nel 1949 all’editor Paul Engle: “nessuno meglio di te può capire il bisogno che ho di portare a termine questo romanzo a modo mio; anche se magari pensi che dovrei lavorare più veloce. Credimi, lavoro TUTTO il tempo, ma non riesco a lavorare veloce”. La natura, gli animali, la passione per polli tacchini pavoni e altri pennuti domestici (“dove viviamo io e mia madre c’è molto spazio e mi sono comprata alcuni pavoni e sto seduta ore sui gradini del cortile a studiarli. Ho intenzione di diventare l’Autorità Mondiale sui Pavoni, e spero che una volta o l’altra mi offrano una cattedra alla facoltà di Pollamologia”). Poi i primi libri pubblicati. La difficoltà per una scrittrice cattolica di affrontare un’intellighenzia laica per definizione, la tragicommedia di dover parlare di letteratura a chi non ne condivide il demone (“quanto alle conferenze, ne ho tenute due. Una a un circolo femminile […] L’altra è stata sul Romanzo, in un college di qui: 400 ragazze che non sanno distinguere un romanzo da un buco in testa, molto colpite da quello che ho detto come lo sarebbero state se avessi detto il contrario”). Infine la malattia, la sofferenza, l’ostinazione, la capacità di sobbarcarsi tanti problemi persino usando l’ironia, e un principio di fama letteraria.

Tutta l’esistenza di Flannery O’Connor sembra protetta dalla corazza della marginalità. Provinciale nell’epoca in cui le metropoli statunitensi raggiungono il loro massimo splendore (sono gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento), credente in un mondo di atei, cattolica in una regione di protestanti infervorati, malata mentre il salutismo sta diventando il salvacondotto per accedere al regno dei felici molti. Ma è la dedizione a ogni aspetto della propria esistenza e a ciò che le sta intorno – e dunque il naturale disinteresse per il superfluo, per il vuoto pneumatico dei desideri preconfezionati – a trattenerla altrove perfino mentre si avvicina al centro della vita culturale del suo tempo, scambiando opinioni con il poeta Robert Lowell, con il grecista e traduttore Robert Fitzgerald e con sua moglie Sally, con l’editore Robert Giroux; un altrove d’elezione che consente a Flannery O’Connor di alimentare il Canone anche grazie al fatto di non lasciarsi stritolare dai meccanismi che lo codificano. E si tratta di meccanismi sempre più spietati.

La New York che, dopo averlo fatto re, distruggerà Truman Capote è ancora più feroce della Parigi balzachiana di Illusioni perdute; quello era il tempo dei gazzettieri pescecani mentre questa è già l’epoca che farà dire a Billie Holiday: “ho capito che ero uscita dal tunnel della droga quando una mattina non ce l’ho fatta più a sopportare la televisione”. Se anche quel tipo di Città è tuttavia ormai un ricordo, spazzato a propria volta dall’onnicomprensivo deserto finanziario della metropoli contemporanea (centro e periferia), rimane indistruttibile, dunque vivo persino nella disgrazia, chiunque abbia il coraggio per continuare a difendere l’uomo, come la O’Connor, quando, sempre a proposito della Saggezza nel sangue, scriveva: “Non credo che una sola parola di quello che ho detto contraddica lo spirito inequivocabile del libro, vale a dire che gli esseri umani hanno libera scelta”.

Proprio così, la libera scelta. Abbiamo sprecato decenni a farci ipnotizzare dai morti squali in formaldeide e dai loro invidiosi omologhi letterari e cinematografici la cui intenzione più riposta era convincerci di appartenere al loro stesso azzeramento di prospettiva – il falso mito secondo il quale non si sarebbe più liberi di scegliere e che, simili a Alex dopo la Cura Ludovico, inginocchiarsi innanzi all’idolo (dunque annullarsi) non è la conseguenza di una debolezza ma dell’assenza di alternative. Ecco perché stiamo tornando ad amare scrittori come Flannery O’Connor: raccontando di uomini che cadono liberi di scegliere, restituiscono dignità ai nostri fallimenti, mostrando per converso la possibilità di un riscatto, restituendoci ai nostri limiti, dunque al profondo terribile mistero che ci appartiene inalienabilmente. Se non fossimo liberi di scegliere il concetto di limite neanche si porrebbe, e non saremmo quindi raccontabili. Ma lo siamo.

Il 28 luglio del 1964, dopo aver chiesto e ricevuto l’estrema unzione, a pochi giorni dalla morte, Flannery O’Connor scrive all’amica Maryatt Lee:

Cara Raybat,
i vigliacchi sanno essere insidiosi quanto quelli che escono allo scoperto, anzi di più. Non starci tanto a ricamare su quella telefonata. Non prenderla alla leggera e continua a fare quello che devi fare, ma adotta tutte le precauzioni del caso. E chiama la polizia. Per loro potrebbe essere una pista. Non so quando te li mando quei racconti. Sono stata troppo male per batterli a macchina.
Ti saluto,
Tarfunk.

L'articolo Flannery O’Connor e noi proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/flannery-oconnor-e-noi/feed/ 7